Antifascisti sardi a Roma -parte 2-

[Parte 1]

Molto numerosi furono i militari sardi attivi a Roma contro l’esercito tedesco. Tra i carabinieri ricordiamo Matteo Mureddu (Nuoro, 1907), capitano, che costituì un gruppo di Carabinieri volontari per la difesa del Quirinale da eventuali attacchi e saccheggi. Prese dimora al Quirinale e nei sotteranei, con l’aiuto di altri, nascose i gioielli della Corona, di proprietà dello Stato, a cui i tedeschi davano una caccia incessante. Ma non si limitò a questo. Oltre a introdurre una rilevante quantità di armi, vi occultò l’argenteria, le porcellane, i mobili antichi, dipinti e opere d’arte che lo Stato aveva dato in uso al re, salvandole dalla razzia nazista. Dopo l’attentato di via Rasella venne arrestato dai fascisti e miracolosamente scampò alla strage delle Fosse Ardeatine. Immediatamente dopo la liberazione di Roma, il gruppo di Mureddu fu impiegato nel servizio di ordine pubblico e nella cattura dei repubblichini.

Morì a causa dei combattimenti tra l’8 e il 10 settembre il carabiniere Mario Cruccu di Cagliari (nato nel 1923), decorato con la croce di guerra al Valor Militare. Negli scontri rimasero feriti Paolo Argiolas di Torralba e Tommaso Giannottu di Tempio Pausania.

Altri civili sardi morirono durante i combattimenti per la difesa di Roma, ma le liste dei nominativi non riportano il luogo di nascita. I cognomi che indicano un’origine sarda sono quelli di Anselmo Fadda, Luigi Melis, Mario Secchi e Jole Zedde (uccisa a sedici anni da alcuni colpi di mitra sparati da un soldato tedesco presso la Stazione Ostiense).

Fra i militari dell’esercito che difesero la Capitale vi erano Luigi Cano di Iglesias (1905), organizzatore di formazioni partigiane nel Lazio e nel centro Italia, che dopo essere stato arrestato a Terni per delazione, riuscirà a fuggire durante la deportazione in Germania e a continuare la lotta con i partigiani toscani della 3ª Brigata Rosselli e Aldo Romero di Senorbì (1924), che morì nel 1944 dopo le torture che seguirono all’arresto.
Cano e Romero sono stati decorati con la medaglia d’argento.

Molti esponenti del Partito d’Azione erano a Roma durante i combattimenti, e alcuni di loro, l’impiegato Gavino de Luna e il professore di lettere Salvatore Canalis, moriranno alle Fosse Ardeatine. Stesso destino toccherà al militante comunista Sisinnio Mocci, uscito dal carcere e reduce della guerra civile spagnola. In tutto, saranno nove i sardi a perdere la vita a causa della strage, presi dal carcere dove erano detenuti per attività partigiana; oltre ai nomi già citati, ricordiamo il sottotenente Gerardo Sergi, il contadino Ignazio Piras, il brigadiere dei carabinieri, combattente nel battaglione “Hazon”, Candido Manca, l’avvocato Giuseppe Medas, il sergente pilota Pasquale Cocco e Agostino Napoleone, sottotenente di vascello.

Ma l’eccidio delle Fosse Ardeatine, con cui i tedeschi tentarono di fermare la ribellione addossando ai partigiani la colpa del perenne stato di guerra della città, non fu l’unico atto di rappresaglia ai danni di cittadini inermi. Le torture, effettuate dai tedeschi con lo scopo di ottenere preziose informazioni, erano normalmente seguite dalle fucilazioni, e anche la tristemente famosa banda Koch o quella del maggiore Mario Carità fecero tappa a Roma per poi accompagnare i tedeschi durante la loro ritirata.

La banda Koch aveva la sua sede in via Tasso.
Racconterà Giovanni Scottu, giovane poliziotto arrestato il 17 marzo del 1944 per aver installato una radio trasmittente clandestina sul galleggiante del Ministero delle Finanze ormeggiato sul Tevere:
“Per persuadermi a svelare i nomi dei complici, mi strappavano i baffi, mi avvitavano nelle tempie due punte di ferro tenute da un semicerchio d’acciaio. Mi sentivo scoppiare gli occhi”.
Con lui venne arrestato anche il tenente Maurizio Giglio, che dopo aver subito spaventose torture testimoniate dallo stesso Scottu, morirà alle Fosse Ardeatine senza aver mai rivelato nulla. Scottu riuscì a fuggire grazie all’aiuto di una guardia carceraria sarda.

Altrettanto atroci furono le sevizie subite da Antonio Feurra (1898).
Comunista di Seneghe, fu tra i più attivi organizzatori della Resistenza romana. Nella Capitale gestiva un banco di ortofrutta al mercato, ma Feurra non era un semplice commerciante, era il comandante militare dei Gap di Monte Sacro. Approfittando della sua attività, nascondeva armi e munizioni sotto la frutta e con il carretto le distribuiva nelle zone in cui i partigiani erano pronti a operare. Venne arrestato nella sua casa, davanti a moglie e figli, il 21 dicembre del 1943. Subì le torture nella prigione di via Tasso e infine venne fucilato a Forte Bravetta il 31 dicembre 1943.

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Per approndire l’argomento si consiglia la lettura:

  • L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis;
  • “Roma occupata 1943-1944. Itinerari, storia, immagini”, di Di Anthony Majanlahti, Amedeo Osti Guerrazzi;
  • Associazione Nazionale Partigiani d’Italia”, sito internet http://www.anpi.it;
  • La storia dimenticata del partigiano Antonio Feurra” (La Nuova Sardegna)
  • “Stefano Siglienti, un banchiere contro Mussolini” (La Nuova Sardegna)

Antifascisti sardi a Roma -parte 1-

Il 10 settembre 1943, mentre la 21° Divisione dei Granatieri di Sardegna, coadiuvata dai civili e da altri reparti dell’esercito, tentava di evitare l’occupazione tedesca di Roma a Porta San Paolo, l’appena costituito Comitato di Liberazione Nazionale diffondeva nella Capitale il primo numero de “Il lavoro italiano, quotidiano dei lavoratori”. Al suo interno spiccava un appello rivolto ai sardi presenti nella Capitale, affinchè si unissero per creare un battaglione di volontari. L’articolo era stato scritto da un sardo residente a Roma, “un sardo che non desidera pubblicità alcuna del suo nome”:

“Nel momento presente le nostre truppe hanno bisogno di sentirsi affiancate al popolo, non a base di retorica, che umilia chi la usa comodamente ed oltraggia chi muore, ma con l’esempio ed il sacrificio […]. Chiedo quindi che la Suprema Autorità Militare di Roma faccia sapere con tutti i mezzi, giornali e radio, ripetutamente, ai Sardi qui residenti, non aventi obblighi militari, dove possono riunirsi per avere armi e munizioni onde costituire d’urgenza un Battaglione Volontari Sardi. Finora i miei conterranei dovettero fare la guerra solo se comandati, e quindi senza troppo entusiasmo; a questa nuova e vera guerra parteciperanno tutti. Possiamo contare su ottimi Comandanti quali gli eroici Generali Grixoni e Catardi della “Sassari” e moltissimi altri”.

Da questo scritto si evince come ancora molto forte era il ricordo delle imprese della Brigata Sassari, il mito di una compagnia che basava la sua forza sul forte senso di gruppo e sull’appartenenza territoriale. L’idea della creazione di un battaglione formato esclusivamente da sardi, d’altronde, era anche favorita dall’attività clandestina di Emilio Lussu (storico capitano della Sassari) e Francesco Fancello, già capo della Resistenza romana. Ma l’appello lanciato dall’anonimo sardo non fu accolto e il battaglione dei Quattro mori non venne mai costituito. Nonostante ciò, la presenza sarda nella Resistenza romana sarà cospicua, e anche se non verrà creata una vera brigata, spesso si formeranno gruppi di sardi comandati da altri sardi. Molti di loro conosceranno il carcere, altri verranno uccisi dalla furia nazista.

L’attentato di via Rasella vide in prima linea i partigiani sardi Silvio Serra (Cagliari, 1923) e Francesco Curreli (Austis, 1903), comunista, già combattente in Spagna e reduce dal confino; Serra e Curreli contribuirono all’azione con il lancio di bombe a mano.
Silvio Serra era uno studente cagliaritano, comunista, da tempo impegnato nell’opposizione anche pubblica del fascismo (si presentò agli esami universitari senza la camicia nera prescritta e distribuì volontini che inneggiavano agli scioperi operai). Con Luigi Pintor (1925) aveva combattuto nei Gap romani sino al 14 maggio 1944 quando, traditi da Guglielmo Blasi (gappista che abbandonò i compagni di lotta per entrare nella banda Koch) furono arrestati e portati alla pensione Jaccarino, dove vennero torturati. Rinchiusi a Regina Coeli furono condannati a morte ma si salvarono grazie all’arrivo degli americani a Roma. Serra riprese la lotta ma morì in combattimento sul fronte dell’VIII armata britannica (Battaglione Cremona) il 10 aprile 1945. Gli verrà conferita la medaglia d’oro alla memoria.

Militavano nei Gap romani anche Ines Berlinguer, la giovanissima Marisa Musu e la madre Bastianina Musu Martini, dirigente dell’organizzazione femminile assieme a un’altra cagliaritana, Antonietta Marturano Pintor, madre dei dirigenti comunisti Sergio e Carlo, di Giovanna (dirigente dei “Gruppi di difesa della donna”) e Giuliana. Marisa Musu (Roma, 1925) venne arrestata durante la preparazione di un attentato, ma venne presto liberata in quanto si fece credere che il suo appostamento aveva come unico scopo quello di favorire un furto in una vicina gioielleria. Già condannata a morte da un tribunale nazista, riuscì a non far scoprire la sua vera identità e a farsi trasferire, fingendosi malata, all’ospedale San Camillo. Evase grazie all’aiuto di alcuni medici antifascisti.

Stefano Siglienti (Sassari, 1898), tra i fondatori del Partito sardo d’Azione, divenne l’amministratore delle Forze di Liberazione del PSd’Az e a Roma mise a disposizione dell’attività clandestina il suo ufficio al Credito Fondiario Sardo. Il 19 novembre 1943 fu arrestato dalle SS, sottoposto a interrogatori in via Tasso e successivamente trasferito nel terzo braccio di Regina Coeli. Scampò alla strage delle Fosse Ardeatine per puro caso, essendo stato trasferito solo pochi giorni prima alla caserma della Cecchignola, arruolato per effettuare lavori sul fronte di Anzio. Da qui riuscì a fuggire grazie all’intervento della moglie Ines, anch’essa impegnata nella lotta clandestina.

Segue…


Per approndire l’argomento si consiglia la lettura:

  • L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis;
  • “Roma occupata 1943-1944. Itinerari, storia, immagini”, di Di Anthony Majanlahti, Amedeo Osti Guerrazzi;
  • Associazione Nazionale Partigiani d’Italia”, sito internet http://www.anpi.it;
  • La storia dimenticata del partigiano Antonio Feurra” (La Nuova Sardegna)
  • “Stefano Siglienti, un banchiere contro Mussolini” (La Nuova Sardegna)

Storia di un giornale clandestino

Tra il maggio e il luglio del 1943, mentre l’esercito tedesco rafforzava la sua presenza lungo le coste sarde in vista di un probabile sbarco degli Alleati, alcuni antifascisti sardi realizzarono l’idea di pubblicare un giornale clandestino al fine di mobilitare il popolo contro i nazifascisti.
In realtà il giornale, che prese il nome di “Avanti, Sardegna!” non fu mai stampato nel vero senso del termine, vista l’impossibilità di usufruire delle poche tipografie presenti nell’isola, peraltro tutte sorvegliate dagli uomini del regime. Si decise allora di ovviare al problema con un metodo artigianale che non solo si rivelò efficace per l’obiettivo che ci si proponeva, ma che avrebbe finito anche con l’esaltare l’originalità della pubblicazione.

Il giornale vide i suoi albori grazie all’utilizzo di macchine da scrivere prelevate da uffici pubblici (come quella del Comando della 406.a Divisione Costiera) e dagli studi professionali di Mario Berlinguer, di Michele Saba e di Salvatore Cottoni, con cui vennero battute le prime copie. Solo più avanti si riuscì a usare un ciclostile, che permetteva una tiratura decisamente più ampia.
La fucina di questo ambizioso progetto fu Sassari. Parteciparono alla realizzazione e alla diffusione delle copie uno sparuto numero di uomini appartenenti al Partito d’Azione, repubblicani, comunisti e sardisti. Chi riceveva la copia doveva riprodurla e poteva anche apportarvi modifiche; fu questo continuo lavoro di tagli e aggiunte che finì col dare originalità a un giornale che poteva legittimamente definirsi di popolo: una strana collaborazione fra sconosciuti, un giornale che non era mai uguale a sè stesso.

Avanti, Sardegna!” non proponeva obiettivi futuri ma era indirizzato al presente, quindi alla violenta critica contro il fascismo, alle accuse nei confronti dei gerarchi sardi, ma soprattutto, molto spazio era dedicato agli appelli all’azione diretta, alla guerriglia, con tanto di dettagliate istruzioni per atti di sabotaggio, creazioni di bande clandestine e aiuti alle truppe liberatrici. Si può affermare che “Avanti, Sardegna!” anticipò quei tipi di giornali che si pubblicarono dopo l’8 settembre nei territori occupati dalle truppe nazifasciste.

1° numero

Il primo numero di “Avanti, Sardegna!”, datato 3 giugno 1943, vuol essere un generale incitamento alla ribellione. Dure parole vengono espresse nei confronti della monarchia: “il re traditore”, il “Savoia tiranno” e nei confronti de “l’odioso regime“, senza peraltro mai citare espressamente il termine fascismo. Al fine di smuovere le coscienze, si ricorda che la Sardegna è sempre stata “una terra ribelle”, ricordando i nomi illustri di chi, come Amsicora, si sollevò alle tirannidi passate.
Due sono le domande presenti sul finale dell’articolo:
“Si deve attendere senza un gesto di reazione, che l’odio di tutto il mondo civile si scateni contro il popolo dell’Italia e della Sardegna considerandoli complici del fascismo e avvelenando, dopo la sconfitta, la nostra e le future generazioni?”;
Sottomettersi o riscattarsi in tempo?”.
Il numero si conclude con alcuni significativi versi dell’inno sardo “Su patriotu sardu a sos feudatarios”.

2° numero

Il 23 giugno segue il secondo numero, dove ampio spazio viene dato alla smentita della morte di Emilio Lussu, notizia fatta circolare, si legge sul giornale, dal colonnello Frau e dall’ispettore Offeddu. A più riprese, durante il Ventennio, la morte di Lussu veniva diffusa in Sardegna anche da quotidiani come l’Unione Sarda ma, scrivono i redattori di “Avanti, Sardegna!”, “Lussu è vivo e tornerà da trionfatore fra i suoi fratelli di Sardegna, compagno e guida nella battaglia e nella rinascita”.

3° numero

La successiva pubblicazione del giornale ha come data quella del 13 luglio, lo sbarco degli Alleati in Sicilia era avvenuto 3 giorni prima. Viene scritto che “nella penisola gruppi di animosi stringono le file e preparano l’insurrezione. L’esercito si sgretola […] i figli del popolo sono pronti ad unirsi ai liberatori contro i tedeschi. Noi vogliamo che la prima scintilla venga dalla Sardegna. E’ giunta l’ora di agire. Domani sarebbe troppo tardi. E’ necessario dimostrare al mondo che sappiamo riscattarci e liberarci con le nostre forze”.
Viene anche precisato a chi si rivolge l’appello: “questo giornale non è scritto per chi ha già ricevuto le istruzioni segrete; è scritto per gli amici ignoti che sono anch’essi ansiosi di agire, e per chi sia ancora esitante”.
Seguono una lunga serie di consigli rivolti a chi vorrà partecipare alla lotta: “cittadini, agite in gruppi, se possibile; se no, isolatamente. Moltiplicate le scritte sui muri, lanciate altre boccette di inchiostro rosso sulle sedi fasciste, fate esplodere le cartucce di dinamite ovunque, sicchè non si sappia dove esiste un centro del movimento e le forze della repressione siano frazionate“.
Ampio spazio trovano le istruzioni per sabotare i fili telefonici tedeschi, tagliare le gomme degli automezzi, appiccare incendi, attentare ai ponti e colpire i soldati tedeschi. Il numero si conclude con un appello: “Azione! Ecco la parola d’ordine”.

4° numero

Nel numero del 12 agosto si fa riferimento alla mozione trasmessa al re (voluta dal Comitato Nazionale costituito dai partiti della libertà) in cui si reclama “la cessazione di una guerra contraria alle tradizioni e agli interessi nazionali, la responsabilità della quale grava e deve gravare soltanto sul regime fascista”.
E ancora: “la Sardegna deve manifestare la sua decisa ostilità alla guerra di Hitler e di Mussolini; bisogna stringere nuovamente le fila e prepararsi a quell’azione che fu interrotta il 25 luglio” (25 luglio 1943, giorno in cui il Gran Consiglio del fascismo decise la deposizione di Mussolini, n.d.r).
Viene inoltre dato l’annuncio della liberazione di Francesco Fancello, comunicando che presto rientrerà in italia con Emilio Lussu.

5° numero

“Avanti, Sardegna!” chiuderà con il supplemento del 21 agosto. Siamo nel bel mezzo dei 45 giorni del governo Badoglio, 45 giorni di caos e incertezza che emergono anche dalle parole scritte in questo ultimo numero.
“Mentre a Roma la dittatura di Badoglio tenta di ottenere che l’esercito e il popolo italiano assumano la funesta responsabilità della guerra fascista che il paese non volle e che dovrebbe prolungare, con la rovina e con il disonore dell’Italia, l’estrema resistenza di Hitler; mentre il nuovo dittatore confida nel salvataggio della monarchia, complice del fascismo […]; mentre i fascisti si rianimano e sperano una nuova investitura dai tedeschi e dal re per riprendere l’opera loro, opprimere il popolo e trarre vendetta degli oppositori, in Sardegna […] persevera una politica tipicamente fascista”.
Segue un ultimo appello: “Organizzatevi senza indugio! Le bande siano subito ricomposte. I cittadini si raccolgano. Gli ufficiali, i soldati sardi e non sardi si preparino ancora per l’azione, senza attendere lo sbarco dei liberatori, e sia l’Italia la prima nazione che insorge contro la tirannide tedesca, sia la Sardegna la prima regione d’Italia che accende la scintilla insurrezionale”.

Ma questo non potè accadere.
Al momento dell’armistizio, in Sardegna erano presenti 32.000 soldati tedeschi ben armati, ma notevolmente inferiori di numero rispetto ai 130.000 soldati italiani. Si trattava di truppe sarde e non sarde che, come dirà lo stesso Mario Berlinguer, in gran parte sarebbero state pronte a battersi contro i nazisti, potendo contare anche sull’appoggio del popolo sardo. I fatti che accaddero dopo l’armistizio, e in particolare le decisioni del generale Basso, impedirono, però, lo scontro diretto, e il 17 settembre del 1943 i tedeschi poterono imbarcarsi per la Corsica in tutta tranquillità dopo la breve battaglia di La Maddalena.

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Per approndire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Avanti, Sardegna! Un giornale clandestino del 1943”, di Mario Berlinguer.
  • “Il Dio seduto. Storia e cronaca della Sardegna 1942-1946”, di Francesco Spanu Satta.

Frammenti di dissenso -parte 2-

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[Parte 1]

Terminiamo il nostro excursus sul dissenso, prendendo in esame il periodo dal 1936 al 1941. In questa fase evidenziamo, tra tutte, tre importanti tappe storiche, eventi che hanno finito con l’avere ripercussioni profonde nell’animo della popolazione:

  • Luglio 1936 inizio della Guerra civile spagnola;
  • 1° settembre 1939 scoppio della Seconda guerra mondiale;
  • 10 giugno 1940 entrata in guerra dell’Italia.

La Guerra di Spagna fu qualcosa di più di una guerra civile, fu un evento bellico che si caricò di un forte significato ideologico, fu il primo scontro tra democrazia e fascismo.
Per questo motivo la guerra spagnola ebbe ampia risonanza anche in Sardegna, e forte fu l’attenzione dei Prefetti e dei questori nel segnalare ogni reazione della popolazione:

14 settembre 1936, il giornale “Arbeiter Zeitung” di Basilea scrive che un gruppo di operai cagliaritani ha inviato 200 franchi al “Grido del popolo” di Parigi a favore di combattenti italiani antifascisti nella guerra di Spagna.
24 aprile 1937. Fermato e denunciato un cagliaritano per avere propalato notizie tendenziose sulla guerra di Spagna.
9 maggio 1937. Relazione del Questore di Sassari: “Gli avvenimenti spagnoli hanno interessato e interessano anncora vivamente queste popolazioni perchè non pochi volontari Sardi – ufficiali e soldati – militano tra le truppe di Franco mentre poche eccezioni, che qui non hanno seguito, sono andate tra le file dei rossi”.
Maggio 1937. Arrestato a Mores un cittadino “socialista”, per aver “manifestato simpatia per i miliziani spagnuoli esprimendo il desiderio di combattere contro i nazionalisti”. Assegnato al confino per 5 anni.

Sempre presente l’esempio di Emilio Lussu:

Luglio 1936, in possesso di un bracciante desulese vengono rinvenuti, a Bonorva, cinque foglietti manoscritti con frasi contro il fascismo e a favore di Lussu. Il materiale è stato distribuito da un pastore ex-confinato, anche lui di Desulo, cui viene trovata anche una cartolina inviatagli da Lipari dallo stesso Lussu, quando vi era confinato. Proposto per una nuova assegnazione al confino.
9 aprile 1937. Nella lunga relazione presentata dal Questore di Cagliari si segnala l’individuazione, a Serramanna, sul muro della casa del fascio e nella stazione, le scritte “Viva Lussu – Viva la libertà – Viva Lenin”: seguirà spedizione punitiva di fascisti cagliaritani che obbligano “- d’accordo con quel Segretario politico e il Podestà – 4 individui ritenuti antifascisti a bere l’olio di ricino”; a Cagliari alcuni fascisti hanno accompagnato al Gruppo “Fois” 7 persone ritenute antifasciste “obbligandole a bere dell’olio di ricino”.
11 marzo 1937. Il giudice conciliatore di Genoni esalta Emilio Lussu “sino a dire che avrebbe piuttosto rinunziato alla tessera del Fascio che alla sua ammirazione per Lussu”. Assegnato al confino per 3 anni.
1 marzo 1939. Arresto del pittore Carmelo Floris, di Olzai, e del muratore Giovanni Gadoni “per avere accettato l’incarico da Emilio Lussu di riorganizzare” il Psd’A in Sardegna. Antonio Dore, comunista, già confinato, è arrestato e denunciato per lo stesso motivo a Firenze il 7 marzo.

Con l’autarchia economica e con lo spettro di una guerra imminente, il dissenso si fece sempre più forte:

30 giugno 1936, manifestini di carta rossa affissi in piazza Municipio ad Iglesias. Ne viene denunciato come autore un minatore di 24 anni, che viene proposto al confino.
5 luglio 1936, “Manifestazione sediziosa, con affissione di manifestini sovversivi incintanti all’odio di classe e al dispregio del Fascismo”, nella miniera di Bacu Abis. Sei operai sono stati assegnati al confino di polizia”.
31 gennaio 1937. Fischietta, a Cagliari, l’Internazionale e la Marsigliese. Diffidato.
8 marzo 1937, un minatore di Bacu Abis pronuncia frasi offensive contro il regime. Assegnato al confino per 3 anni.
18 marzo 1937. Durante la notte qualcuno traccia scritte sovversive e falce e martello sulla parete della casa del fascio di Serramanna e nella ritirata del locale scalo ferroviario. I fascisti obbligano a bere l’olio di ricino l’ex-comunista Bonaventura Pinna, ritenuto “se non l’autore, almeno l’ispiratore” delle scritte. Deferito alla commissione provinciale per il confino, ammonito.
25 aprile 1937. L’on. Angelo Corsi viene ferito ad Iglesias da un fascista, perchè, secondo quello – dice il Questore – “per non salutare il gagliardetto del Fascio aveva svoltato le spalle”.
1 maggio 1937. Durante la notte viene issata una bandiera rossa sul Monte Mannu, che sovrasta l’abitato di Guspini. Arrestate 30 persone, di cui 3 vengono diffidate.
25 maggio 1938. Durante la notte, in vari punti di Cagliari, vengono affissi manifestini a stampa contro il Fuhrer, contro Mussolini, l’occupazione dell’Austria e l’intervento italiano in Spagna.
Ottobre – Novembre 1938. A Nuoro e Bari Sardo, in diverse occasioni, la parola “Mussolini” o l’effigie del Duce vengono imbrattate con sterco di bue. Quattro diffidati a Bari Sardo.

Anche l’abbigliamento poteva diventare un problema:

22-23 marzo 1937. Vari fascisti avvicinano, a Cagliari, persone che indossano cravatte nere o rosse o a fondo rosso “e persino – dice il Questore – bambine vestite di rosso, ordinando loro di togliersi tali indumenti”.
6 giugno 1937. Due minatori di Monteponi, in gita dopolavoristica a Oristano, vengono fermati (e poi rilasciati) perchè portano cravatte rosse.

Non sempre era il colpevole a essere punito:

4 luglio 1937. Iglesias: alcuni fascisti si scontrano con un gruppo di persone che, fuori dall’abitato, cantano una canzone sovversiva. Un fascista spara tre solpi di rivoltella. Otto fermati: tre (uno dei quali è il ferito) assegnati al confino, cinque diffidati (ma non lo sparatore).

Con il decreto regio del 1938, il fascismo pose delle limitazioni all’ascolto delle radio estere finchè, con lo scoppio della guerra, ascoltare Radio Londra divenne illegale:

4 settembre 1937. A Guspini, nella casa dell’autista Eugenio Massa (fascista dal 1923) si riuniscono il dottor Luigi Murgia, 61 anni, l’avv. Riccardo Lisci, 60 anni, e Ettore Manis, per ascoltare “alla radio comunista di Barcellona un messaggio del fuoriuscito Velio Spano che combatte coi rossi in Spagna”. Denunciati e assegnati al confino: Massa per 3 anni, gli altri per 1 anno ciascuno.
24 ottobre 1938. Cinque persone arrestate a Cagliari per aver ascoltato la radio della Spagna rossa. Il padrone di casa è assegnato al confino per due anni, gli altri per uno.
30 agosto 1939. L’OVRA segnala che a Cagliari, in un bar, si ascoltano le stazioni radio estere “antitaliane”. Ritirata la licenza per un mese.
25 novembre 1940. A Cagliari agenti dell’OVRA sentono distintamente, dalle finestre di un appartamento a pianterreno di via San Benedetto, le trasmissioni di Radio Londra. Il padrone di casa, un industriale, conferma che il figlio diciassettenne riceve spesso la trasmissione “perchè ne ha parlato in casa”. Diffidati entrambi.
9 dicembre 1940. Arrestato a Bacu Abis un operaio che “organizza la ricezione clandestina di trasmissioni di stazioni estere.” Sequestrata la radio.
Maggio 1941. Sequestrati nella provincia otto apparecchi radio di proprietà di altrettanti cittadini sorpresi ad ascoltare le trasmissioni di Radio Londra.

Sarà stato davvero uno scherzo o un tentativo di discolpa? Poco importava, il risultato era lo stesso:

23 gennaio 1937. A Ilbono un contadino analfabeta, non avendo potuto ottenere di recarsi come operaio in A.O.I. (Africa Orientale Italiana, n.d.r.), si fa scrivere da un compaesano, camicia nera della Coorte di Isili, una lettera diretta al “capo del governo rosso in Ispagna, Caballero” per farsi arruolare nelle truppe repubblicane (!). La lettera è intercettata dalla censura: sebbene sia chiaro che si tratta d’uno scherzo, i due sono assegnati al confino per 3 anni.

Noto avvenimento antifascista, già ricordato nell’articolo “I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola”:

17 marzo 1937. A Nuoro l’insegnante elementare Mariangela Maccioni, nota antifascista, e la signora Graziella Sechi, moglie dell’ing. Dino Giacobbe, sono arrestate “per avere esaltato la figura dell’anarchico Dettori Giovanni, morto combattendo fra i rossi in Ispagna”. Rilasciate il 13 maggio, la signora Giacobbe viene diffidata, Mariangela Maccioni viene, il 27 maggio, “presentata alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia” che la diffida. Successivamente, la Maccioni sarà espulsa dai ruoli scolastici.

Il controllo sistematico della comunicazione portò a intercettare molte lettere che esprimevano il malcontento e il dissenso nell’Italia fascista:

8 maggio 1937. La censura segnala una lettera, spedita da Bosa da una suora, che racconta al suo corrispondente in Francia che “a Bosa hanno bruciato le fotografie del Re, della Regina e di Mussolini e vi è stata una vera rivoluzione e a Cagliari hanno issato un drappo rosso sui bastoni della città e alla testa di un corteo”.
Febbraio 1940. Una lettera inviata a Lussu da Bitti viene intercettata dalla censura. Una lunga indagine scoprirà che si tratta di un tentativo di coinvolgere nell’accusa di complotto antifascista le persone più influenti del paese.

Molti sono gli antifascisti sardi che decidevano di emigrare a Parigi o partire per la guerra spagnola. La Corsica era il passaggio obbligato per i sardi che lasciavano l’isola:

12 luglio 1938. Due pescatori di Marceddì emigrano clandestinamente in Corsica per arruolarsi nelle milizie rosse. Un loro compagno, che li ha convinti, viene arrestato insieme con uno dei due, ritornato dalla Corsica.
28 gennaio 1938. Relazione del Questore di Sassari: gli espatri clandestini verso la Corsica, tentati o mandati ed effetto dal settembre del 1937, sono 20.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale aumentava la preoccupazione della popolazione…

12 ottobre 1939. Un sacerdote di Monserrato “conduce propaganda contro la guerra con velate critiche all’operato del regime, ha cominciato a tenere discorsi con amici e conoscenti esaltando la Francia, sparlando del regime e criticando anche le provvidenze economiche adottate dal governo”. E’ pedinato dall’OVRA fin dall’aprile.
7 ottobre 1939. Relazione del Questore di Sassari: lo stato d’animo della popolazione ha subito, nell’ultima decade di agosto, “una sensibile depressione”, riavendosi però alla dichiarazione italiana di non belligeranza.
20 novembre 1939. Arrestata a Sassari una cuoca che ha più volte pronunciato frasi offensive contro il capo del Governo. Ammonita.
1 maggio 1939. Relazione del Questore di Nuoro: “La notizia dell’azione militare in Albania, assolutamente inattesa, ha suscitato evidenti ondate di giubilo. L’orientamento della politica nazionale diretto a definire la supremazia dell’Italia nel Mediterraneo non ha qui oppositori”.
23 aprile 1939. Fermato a Seui un sardo che afferma, in un locale pubblico, che “l’Italia non può sostenere la guerra per deficienza di mezzi” e che “l’impero” francese sulla Tunisia è “legittimo”. Diffidato.
28 maggio 1940. Il viceparroco di Oschiri don Francesco Giua pronuncia frasi contro la guerra. Denunciato, assegnato al confino.
9 marzo 1941. Scritte antifasciste sui muri a Bonarcado: “W l’Inghilterra e fuori l’Italia. Stiamo morendo di fame”.
27 dicembre 1941. Relazione del Questore di Sassari: ” I recenti avvenimenti internazionali d’importanza storica, tra cui la estensione della guerra agli S.U.A. non hanno influito gran che sullo spirito della popolazione che ne segue gli sviluppi con calma sempre fiduciosa nella vittoria finale. Una certa apprensione ha ingenerato invece la perdita dell’Abissinia e l’attuale andamento della battaglia della Marmarica”.

… e iniziavano le prime privazioni (non solo alimentari):

6 ottobre 1939. Relazione del Questore di Nuoro: “Soddisfacente preparazione spirituale delle masse”, che “continuano a dare prova di assoluta fiducia nel Duce, rivelando encomiabile serenità nel seguire le vicende internazionali”. La situazione economica è stazionaria. “L’eliminazione del caffè dal generale consumo è stata avvertita, ma non ha causato alcun malcontento”.
29 luglio 1940. Relazione del Questore di Cagliari: raccolto del grano scarso; abbondante invece la produzione frutticola; attivissima l’attività estrattiva. “I diminuiti rifornimenti dal Continente hanno ineluttabilmente fatto alzare i prezzi”. “Notevolissimo aumento del costo della vita, acuito anche, talora, dalla mancanza di generi di prima necessità quale il sapone. Quando questo genere non arriva dal Continente, data la scarsezza delle assegnazioni, si tende ora a fabbricarlo in famiglia, adoperando l’olio di ulivo, e da ciò la rarefazione anche di tale prodotto. […] Notevole impressione ha prodotto il razionamento del pane nei pubblici esercizi, che fa temere il razionamento generale”. “Il clero locale non è soverchiamente incline alla politica. Qualche apprezzamento, in prediche, contrario alla Germania, effetto della propaganda dell’Osservatore romano è stato stroncato”.
24 dicembre 1940. Relazione del Questore di Nuoro: la riduzione alle assegnazioni di grano duro impedisce la fabbricazione della “carta da musica”, “vi è stata al riguardo qualche sporadica e sintomatica manifestazione”. “Una delle cause di grave disagio è la mancanza assoluto di commercio della suola. Inoltre i contadini e i pastori che in passato usavano per le riparazioni delle calzature la cosidetta suola di gomma, che ora non esiste, vanno già per la maggior parte, adulti e bambini, completamente scalzi, con conseguenze che indubbiamente si ripercuoteranno nella salute delle popolazioni”.

Anche l’antifascismo, durante la guerra, si rafforzò ulteriormente:

24 giugno 1941. Sì è avuto sentore – dice il Questore di Cagliari – di un tentativo di costituzione di un nucleo antifascista nell’Università. Si dovrebbe chiamare MURA (Movimento Universitario Rivoluzionario Antifascista). Pare che l’iniziativa sia partita dall’Università di Sassari.
25 settembre 1941. Rapporto del Questore di Cagliari. “Fra i sardisti – affetti tutti da pessimismo circa i risultati finali della guerra – pare siano sorte speranze di vedere attuate le loro ideologie. Da ciò forse derivano le voci, ogni tanto ricorrenti, di uno “sbarco” del noto Lussu Emilio in Sardegna. Ma codesto movimento, peraltro molto modesto, non credo debba destare impressioni. I Sardi, in fondo, sono tutti sardisti, nel senso che sentono, nell’intimo, assai forte l’orgoglio della propria terra e della propria razza. Ma sono egualmente buoni patrioti e posso aggiungere – dice il Questore – che, per quanto riguarda il carattere del cagliaritano, v’è gran passo fra sentimento e azione”.
29 ottobre 1941. A Cagliari l’OVRA procede all’arresto di “un gruppetto di antifascisti che avevano ripreso contatti a scopo politico”. Due assegnati al confino, quattro ammoniti, uno diffidato”.

Particolare la forma di protesta dell’avv. Mura:

31 gennaio 1941. A Sassari l’avvocato Giovanni Antioco Mura è ripreso da un cancelliere del Tribunale perchè insiste a incollare le marche da bollo (con l’effige del re) a testa in giù. L’avvocato Stefano Saba ribatte al cancelliere: “Non ti conviene, le cose possono cambiare, domani ci sarà un altro partito e comanderà lui”. I due avvocati sono proposti per la diffida.

La censura colpiva anche la stampa cattolica:

A gennaio e febbraio 1941 continui sono i sequestri del settimanale cattolico “Libertà” per articoli ritenuti incompatibili con lo spirito della Nazione in guerra.

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Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei Questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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Frammenti di dissenso -parte 1-

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Durante il Ventennio, il dissenso antifascista si diffuse nei modi più vari:

  • C’è chi rimase in silenzio, temendo le reazioni del regime, esprimendo il suo non conformismo solo nell’ambito privato;
  • Chi manifestò il suo rifiuto con piccole infrazioni che si fecero col tempo sempre più numerose;
  • C’era, poi, chi protestava apertamente contro il regime o contro una qualche singola misura;
  • Infine, c’era l’individuo che nutriva un rifiuto totale per il fascismo, colui che aveva come obiettivo finale la sua caduta e che agì per arrivare a raggiungere questo fine. Questi individui avrebbero dato vita alla Resistenza italiana.

I ricordi della vecchia generazione continuano a testimoniare le numerose manifestazioni di malcontento, le azioni, i comportamenti non conformi al fascismo; anche i servizi di informazione dei partiti costretti alla clandestinità o all’esilio misero in luce molti fenomeni di dissenso. La comunità fascista unita e armonica che avrebbe voluto Mussolini non si realizzò mai.

I prefetti e i questori delle province sarde erano obbligati a comunicare ogni manifestazione di dissenso registrata tra la popolazione, inviando relazioni, prima semestrali e poi trimestrali, al Ministero dell’Interno.
Questi resoconti sulla situazione e sullo stato d’animo dei sardi riferiscono di una profonda insoddisfazione della popolazione riguardante soprattutto le difficoltà economiche, la disoccupazione, l’aumento delle tasse e dei prezzi, le ingerenze del regime nella sfera della vita privata. Non mancano neppure le annotazioni riguardanti le proteste nei confronti del Duce, l’individuazione della stampa clandestina e il nascere dei primi gruppi antifascisti.

Qui di seguito, una piccolissima selezione¹ di episodi che ben esprimono il malessere della società sarda tra il 19271935.

Il 2 ottobre 1927, i carabinieri di Buddusò sequestrano 3 opuscoli di carattere sovversivo intestati “Sindacato muratori e manovali di Lione e dintorni”, editi a Lione e scritti in italiano. Risultano spediti da un cittadino del luogo, emigrato nel 1924, che chiede “di consegnare gli opuscoli stessi ai piccoli figli”, aggiungendo che, come padre, ha il diritto di educare i propri figli a modo suo.

Numerose le segnalazioni che indicano come Emilio Lussu, dopo il confino e la fuga a Parigi, continuasse ad essere un personaggio di primo piano nell’Antifascismo isolano.

11 settembre 1928, il Prefetto di Cagliari segnala che: “Da qualche sardista del gruppo Lussu, si tentò nell’agosto di tenere vivo il ricordo del capo, con distribuzione di poche fotografie dello stesso, ma per l’azione tempestiva spiegata vennero sequestrate sette copie della fotografia nonchè la negativa. Detto gruppo va sempre più perdendo terreno e i pochi adepti sono costantemente sorvegliati. Uguale sorveglianza viene anche attuata sugli elementi sovversivi in genere, specie sui pochi comunisti”.

Attività antifasciste:

10 maggio 1928, viene segnalato che alcuni antifascisti si riuniscono  “specie in casa dell’ex deputato oppositore avv. Mastinu”. Vengono diffidati.
11 dicembre 1928, scoperto alla frontiera un pacco di giornali diretto al comunista di Serramanna Bonaventura Pinna. Ammonito.
14 luglio 1929, a Iglesias, su una “chiesa isolata” (Buoncammino) drappi rossi e “una scritta oltraggiosa pel Duce”. Ammoniti i fratelli Guglielmo e Vittorio Lebiu di Gonnesa, minatori, “capeggiatori del disciolto partito comunista, che con la condotta avevano dato adito a qualche sospetto”.

Il Prefetto di Cagliari cerca di minimizzare i voti contrari ottenuti dal regime:

Il 24 aprile 1929, il Prefetto di Cagliari nella sua relazione periodica comunica che “Nelle elezioni plebiscitarie si sono avuti in tutta la Provincia soltanto 943 voti contrari al Regime, ma una buona parte di essi provengono da errore commesso dagli elettori e non da opposizione al Governo Nazionale”.

Segnalati anche 2 fascisti (!), probabilmente indicati come tali perchè iscritti al partito:

2 settembre 1929, in un sugherificio di Sorgono tre operai (di cui due fascisti) cantano Bandiera Rossa, e uno rivolge frasi ingiuriose all’indirizzo del Capo del Governo. Arrestati e denunciati al Tribunale Speciale.
18 settembre 1929, scritte sovversive tracciate col carbone vengono rinvenute sulla strada Nurallao-Laconi.

Da considerare, come si noterà anche più avanti, che le donne sarde furono in prima linea nelle proteste contro gli amministratori locali.

Settembre 1929. A Lula manifestazioni di “donnicciole” contro il podestà e il segretario comunale.

Diffusione stampa clandestina e condanne del Tribunale Speciale:

5 luglio 1930 Relazione del prefetto: “A Domusnovas sono stati abbandonati per le strade dei foglietti staccati di antichi libri sovversivi, riproducenti fotografie di personalità politiche sovversive dei tempi andati, che portavano nel retro la scritta “Viva il socialismo – Abbasso i preti”. Si tratterebbe di una protesta contro i continui licenziamenti di minatori.
26 novembre 1930. Arrestato a Cagliari l’avv. Cesare Pintus, accusato di essere uno dei dirigenti di “Giustizia e Libertà” in Sardegna. Altri arrestati saranno prosciolti in istruttoria: Pintus sarà condannato dal Tribunale speciale, con F. Fancello, a 15 anni di carcere.

La legge commina l’arresto anche per inni sovversivi:

9 novembre 1930 Arrestato a Bortigiadas un cittadino che canta “in una pubblica via” degli inni sovversivi.

Molte comunicazioni dei prefetti riguardano la crisi economica in atto nell’isola:

Luglio 1930 relazione del Prefetto di Nuoro: “le popolazioni soffrono parecchio per la crisi economica derivante specialmente dalla diminuzione del prezzo del latte, del formaggio, del vino e dell’olio che costituiscono la principale risorsa di questa zone centrale”.
6 aprile 1933 Relazione del Prefetto: Lo spirito pubblico è sempre depresso per le stesse cause accennate, e cioè aggravi fiscali, esagerati prezzi di vendita al minuto, disoccupazione in genere, e specialmente minerario, che tende ad aumentare”.

Anche i parroci si ribellano:

3 luglio 1931 relazione Prefetto di Cagliari: nel trimestre aprile-giugno si sono registrate scritte “contro il Duce e il Fascismo e la deturpazione del labaro del fascio di Usellus” e in occasione dello scioglimento dei circoli di Azione Cattolica, l’ordine pubblico è turbato a Iglesias e Villamassargia; il parroco di Goni è stato diffidato perchè in occasione dello stesso avvenimento, ha inviato al comando stazione dei CC del paese una lettera irriguardosa.

Proteste e scioperi (vietati per legge) per l’abbassamento dei salari nell’attività estrattiva:

2 giugno 1931, sei operai della miniera di Montevecchio invitano “la massa operaia” a scioperare per protesta contro la riduzione dell’8% sui salari. Denunciati.
7-8 luglio 1931, 58 operai della miniera di Ingurtosu (Arbus) non si presentano al lavoro, dopo l’annuncio che dal 1° i salari saranno decurtati del 14 per cento. Vengono tutti denunciati per contravvenzione alla legge 3 aprile 1926 n. 563, sui rapporti collettivi di lavoro e sei di loro come promotori dello sciopero.

Opposizione giovanile?

6 dicembre 1931, a Siligo un corteo di una ventina fra balilla e avanguardisti è impedito nella sua marcia da sette ragazzi, “per pura spavalderia, puerile inconsideratezza”. Il corteo torna in sede perchè i balilla non vogliono compromettersi. Nel fatto è da escludere il movente politico – dice il Prefetto -, ma i ragazzi vengono denunciati all’autorità giudiziaria.

Donne in prima linea anche a Jerzu, Seui, Ollolai e Portoscuso.

9 – 10 dicembre 1931 A Jerzu dimostrazione di circa 200 persone (“esclusivamente donne il primo giorno”) contro l’applicazione della tassa consiliare.
10/18 giugno 1932, manifestazioni di donne contro le tasse a Seui e Ollolai.
9 aprile 1934. Relazione del Prefetto di Cagliari: “In qualche Comune per lo stato di disagio si è verificata qualche piccola dimostrazione. A Portoscuso per il poco tatto usato dal Messo Esattoriale nell’effettuare i pignoramenti e ritirare gli effetti pignorati, si è avuta una dimostrazione di donne le quali sono riuscite a impossessarsi degli oggetti pignorati depositati in una stanza del Municipio riportandoli nelle rispettive abitazioni.

Dal continente arriva in Sardegna nuova propaganda antifascista:

9 gennaio 1932, a Cagliari uno studente, “più per leggerezza che per malanimo” dà da leggere ad amici i manifestini gettati su Roma dall’aeroplano pilotato da Lauro De Bosis.
A Monserrato un operaio ha strappato in una sala da parrucchiere una foto di Mussolini: arrestato e deferito al Tribunale Speciale.
22 gennaio 1932 opuscoli di propaganda comunista vengono distribuiti ai minatori di Iglesias ed Arbus e fra i lavoratori delle bonifiche di Mussolinia. Essi sarebbero stati introdotti in Italia, in una valigia a doppio fondo, dal comunista Giuseppe Saba, rientrato dalla Francia nel dicembre precedente. A conclusione delle indagini, 18 persone verranno denunciate al Tribunale Speciale. Di essi 13 verranno assolti in istruttoria nel luglio per insufficienza di prove e 5 condannati per “propaganda comunista” a pene varie: saranno poi liberati in seguito all’amnistia “del decennale” (novembre 1932).
Febbraio 1932 a Guspini vengono arrestati un contadino e un minatore sospettati di custodire la bandiera rossa nelle disciolte sezioni socialiste. Saranno prosciolti.
6 aprile 1932. Nel trimestre gennaio – marzo, intensificazione della propaganda sovversiva e antifascista da parte di fuoriusciti sardi residenti in Francia e in Tunisia. Molti opuscoli vengono sequestrati dalla censura, altri consegnati spontaneamente dai destinatari.
A Iglesias e Guspini vengono affissi manifesti antifascisti incitanti alla ribellione e inneggianti al Psd’A e a Monserrato vengono sfregiate tre effigi di Mussolini apposte sui muri di alcune case della via principale del centro.

Malessere ben evidente in numerose cittadine:

6 aprile 1932, a Carloforte, Silius, Guspini, Villaputzu, Santadi, Mandas, Sestu, Sanluri e Villasor “pacifiche manifestazioni” per la disoccupazione e una contro le tasse.
12 aprile 1932, a Villacidro circa 200 proprietari restituiscono in Municipio gli avvisi dell’imposta di famiglia. Otto arrestati.

Si fanno sempre più numerose le segnalazioni di cittadini non allineati:

14 marzo 1932. Il farmacista di Aritzo e un commerciante vengono denunciati per detenzione e diffusione di opuscoli sovversivi provenienti dall’estero (è l’opuscolo La rivoluzione antifascista di E. Lussu).
21 giugno 1932, viene arrestata una donna di Sindia, Francesca Palia, per aver cantato: “Chi se ne frega della galera, camicia nerà brucerà”.
6 luglio 1932. Relazione del Prefetto : nel trimestre aprile – giugno ad Iglesias è stato danneggiato l’albero piantato in memoria di Arnaldo Mussolini. All’ingresso della galleria di Domusnovas è stata apposta una scritta offensiva contro Mussolini. A Gonnosfanadiga è stato affisso un manifestino antifascista. Un altro, scritto a lapis, è stato affisso a Cagliari.
30 luglio 1932. Un contadino di Donori dice che “il governo attuale pensa per sè e sfrutta i comuni. Se tutti fossero come me cadrebbe dalla sedia”. Denunciato
4 giugno 1933, fermato a Sassari un calzolaio per avere pronunciato una frase offensiva contro la MVSN. Diffidato.
5 ottobre 1933. Una guardia municipale sente che uno scalpellino, addetto ai lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia a Sassari, canta l’inno All’armi siam fascisti sostituendo la finale con le parole “Abbasso il Fascio, viva Lenin”. Lo invita a seguirlo, ma lo scalpellino si rifiuta. Interviene un vice-caposquadra della vicina caserma della MVSN, ma lo scalpellino dice di voler obbedire solo ai carabinieri. Denunciato, condannato a 6 mesi e 15 gg. di reclusione, 1 mese di arresti.
Agosto 1934. Appare a Fonni una scritta di protesta contro il fascismo a firma del podestà: in realtà se ne scopre autore un pastore, sottoposto perciò a provvedimento di polizia.
15 dicembre 1935. A Guspini un ingegnere delle miniere di Montevecchio trova in galleria, “eseguita a grandi caratteri col fumo di una lampada” la scritta “Evviva… Morte a Mussolini”.

Condanne al confino sempre più frequenti:

1 gennaio 1933. A Serri, arrestato un pastore per offese al capo del Governo. Assegnato al confino.
18 agosto 1934. Funerali del socialista Giulio Marongiu, a Cagliari. Per il discorso pronunciato durante le esequie Augusto Dragoni verrà condannato al confino.

Scoperta di organizzazioni clandestine:

16 maggio 1935, a Guspini viene scoperta “una vera e propria organizzazione sovversiva a sfondo comunista” denominata “Nucleo”, “la quale raccoglierebbe un centinaio di aderenti vincolati da giuramento i quali verserebbero un contributo mensile di lire 2,5 per l’esistenza dell’organizzazione”. Ne sarebbe capo un medico abitante a Cagliari, ne sarebbe segretario il calzolaio Pio Degioannis, 32 anni, “mai molestato sebbene notoriamente propagandista sovversivo”. Nel corso della perquisizione vengono ritrovati i testi manoscritti di canzoni comuniste (Marcia della Guardia Rossa, La Legge di Lenin, L’Internazionale) e opuscoli sovversivi. 14 arresti: 5 verranno denunciati alla Commissione provinciale per il confino e 9 proposti per l’ammonizione.

Raccolta fondi per Emilio Lussu:

20 maggio 1935, arrestati a Sassari gli avvocati Michele e Stefano Saba e il fattorino del loro studio professionale, Ettore Taras. Sono accusati di avere inviato al prof. Michele Giua, a Torino, una somma (18.000 lire circa) raccolta fra gli amici sardi di Lussu, che dovrebbe servire a pagare le cure del leader di Giustizia e Libertà, ricoverato in un sanatorio in Svizzera. Giua è sorvegliato da tempo dall’OVRA attraverso le segnalazioni dello scrittore Dino Segre, detto “Pittigrilli”, assoldato dalla polizia fascista. Stefano Saba e Taras saranno rilasciati il 21 giugno, Michele Saba il 25, senza che contro di loro venga elevata alcuna imputazione.

Anche in Sardegna si raccoglie l’oro, con risultati non esaltanti:

Novembre 1935. Nei centri della provincia di Nuoro la raccolta dell'”oro per la patria” non dà frutti: a fine mese raccolti solo 500 grammi.

Segue …

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¹Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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Michele Schirru, un sardo fucilato per un pensiero

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Michele Schirru

C’è un sardo che nel 1931 prova ad attentare alla vita di Mussolini; un sardo convinto che l’uccisione del capo del fascismo provocherebbe il crollo del regime, riportando a galla quella libertà che in Italia è andata perduta.
Questo sardo si chiama Michele Schirru.

Il padre, Giovannino, nato a Decimomannu (CA) non ha l’aspetto tipico degli isolani: è alto, occhi celesti e capelli chiari. Ha completato gli studi al ginnasio diventando poi esattore del dazio con patentino d’ufficiale giudiziario. Dal matrimonio con Carmina Andrìa Sechi sono nati cinque figli, Michele è il secondogenito e nasce a Padria (SS) il 19 ottobre 1899.

Michele cresce a Pozzomaggiore (SS) dove frequenta le scuole elementari e diventa apprendista fabbro nella bottega di mastru Billìa Ruggiu. Nel frattempo la famiglia, trovatasi in difficoltà finanziarie è costretta a diverdersi, con il padre che nel 1914 emigra a New York in cerca di fortuna. Nel 1916 Michele supera il concorso per il reclutamento nella Regia Scuola Marinara di La Spezia; ma è tempo di guerra, questo, e parte volontario arruolato nel genio, posto in prima linea a scavare gallerie.
Nel 1917 iniziano a maturare in lui sentimenti sovversivi al punto che, nel bel mezzo degli scioperi di Torino, partecipa ai tumulti, venendo arrestato da un brigadiere dei carabinieri, sardo anche lui.

A tal proposito Michele ricorderà: “Quando un oratore veniva dalle nostre parti e parlava di socialismo, di anticlericalismo e di emancipazione dalle ingiustizie che da secoli infiniti le classi privilegiate infliggono ai diseredati della terra, io non mancavo mai di accorrere per ascoltarli… Mi appassionavo al socialismo, e questo fu la mia prima fede”.

La sua seconda fede è l’anarchia.

Congedato dall’esercito, ritorna in Sardegna e decide di emigrare in America seguendo le orme del padre. Vive a Pittsfield, nel Massachusetts dove, il 19 aprile 1921, viene coinvolto in una rissa che provocherà due morti e quattro feriti. Si proclama innocente e viene deferito dalla giuria.
Il padre, impiegato in una banca a New York, vorrebbe avviare il figlio al commercio delle banane, così lo richiama nella Grande Mela dove vivrà nel North Bronx, in un quartiere abitato da italiani. Inizia la sua attività di commerciante che fin da subito si rivelerà redditizia.

Nell’aprile del 1922 viene pubblicato nel New Jersey il periodico anarchico “L’adunata dei Refrattari” diretto anche da un amico di Schirru, che darà vita a una sorta di circolo tutto italiano alla quale Michele sarà sempre legato.

Nel 1925 si sposa con una ragazza di origini siciliane, Minnie Pirola, dalla quale avrà due figli, ma ciò non limiterà il suo impegno politico. Con il circolo degli Adunisti è schierato nella lotta per salvare Sacco e Vanzetti e nelle iniziative antifasciste volte, in particolar modo, a scovare gli infiltrati fascisti che con metodo squadrista danno vita a pestaggi e intimidazioni. In questi anni l’avversione al fascismo si fa sempre più forte, come lui stesso scriverà:
“Il fascismo, come tutte le altre dittature e tirannie, mi ha sempre ispirato orrore… Fin dal 1923 pensavo che per stroncare la tirannia bisogna stroncare il tiranno.”

Riesce a liberarsi dai vincoli che lo legano al Consolato italiano diventando, il 1° ottobre 1926, cittadino americano. Ottenuto il passaporto il 19 gennaio 1930, parte per l’Europa con il proposito di realizzare il suo progetto.

Sbarca in Francia e cerca immeditamente un contatto con il mito della sua giovinezza, Emilio Lussu, che incontrerà a Parigi. Il suo arrivo in Europa viene però intercettato dall’OVRA, grazie a un telegramma spedito nell’aprile di quello stesso anno dal console di New York, che identificherà nell’anarchico Michele Schirru l’esecutore di una pericolosa impresa in programma a Milano nel maggio prossimo.
Ed effettivamente Michele riesce, nonostante i controlli dei fascisti, ad arrivare a Milano a maggio, durante una visita di Mussolini in città. In realtà Michele non è ancora pronto a dare avvio al suo piano e quando Mussolini il 22 maggio gli passa accanto, non ha le armi per colpirlo.
A proposito di questo occasione sprecata scriverà a un amico:
“Immagina. Vedertelo passare a tre metri di distanza, benchè in automobile chiusa e con i vetri bullet-proof rialzati. Ma se ci fossero state una o due “patate”, anche i vetri si sarebbero infranti… Vederlo passare così vicino e non poter far niente… Credimi, non si soffre dolore più intenso”.

Decide allora di ritornare in Francia per preparare l’attentato al duce, senza peraltro venire bloccato alla frontiera dove gli controllano il passaporto. Il suo nome era incluso nel Bollettino delle ricerche in quanto segnalato come sovversivo pericoloso ma, nonostante ciò, non viene fermato.

Dopo aver scritto il testamento, decide di lasciare la Francia e partire per Roma, accompagnato al treno da Emilio Lussu che lo ricorderà così:
“Lì, alla Gare de Lyon, salutandolo dal marciapiede sotto la vettura, dissi arrivederci e gli sorridevo. Anche lui sorrideva, ma triste. Rispose: no, non arrivederci. Addio. Soltanto questo disse, e sollevò il vetro del finestrino”.

Ora non è più disarmato, ha con sè due bombe, una con una capacità distruttiva per un raggio di 70 metri, l’altra per un raggio di 30 metri: non gli resta che imbattersi nell’automobile del duce, dovrebbe essere facile, gli era già successo a Milano.
Così ogni giorno, per due settimane, percorre pazientemente il tragitto tra Palazzo Venezia e Villa Torlonia, la residenza del duce. La mattina, il pomeriggio, la sera, cammina e si guarda intorno alla ricerca di Mussolini senza riuscire mai a intercettarlo.
A Roma è totalmente isolato, non ha informazioni, non ha complici e con il tempo inizia a demoralizzarsi, forse pensa di rinunciare al progetto.

Una mattina incontra, in un caffè del centro, una ballerina ungherese, Anna Lukovszky. E’ un colpo di fulmine. Iniziano una fugace ma intensa relazione che durerà il tempo di una settimana: il 3 febbraio la polizia lo sorprende nell’hotel “Colonna” e viene arrestato.

Ma con quale accusa?

Se avessero trovato le bombe si sarebbe trattato di detenzione d’esplodenti. Tutto qui, nient’altro di irregolare.
Ma ciò che preoccupa Michele Schirru non è il Tribunale Speciale, quanto piuttosto il giudizio degli ambienti antifascisti newyorkesi e parigini in cui si era formato. Aveva fallito. Non era riuscito a compiere l’attentato, aveva messo da parte il suo obiettivo tradendo l’impegno dei compagni di lotta e, in più, era stato scoperto in una stanza di hotel in compagnia di una ballerina. Non esattamente una fine eroica.
Appena dentro all’ufficio del commissario, sfila dalla cintura una rivoltella e se la punta alla tempia, ma l’intervento degli agenti modifica la traiettoria del tiro. Vengono esplosi vari colpi, 3 poliziotti rimangono feriti e lui è in fin di vita, un proiettile gli ha trapassato il volto da parte a parte. Sfigurato, riuscirà a sopravvivere.

E’ da questo momento che le luci dei riflettori si accendono sul personaggio Schirru.
Non c’è nessuna prova, ma viene comunque accusato d’aver voluto uccidere Mussolini e lui, invece di difendersi, invece di mantenere il silenzio, racconta per filo e per segno il suo progetto.

E’ solo, la famiglia lo ha rinnegato, gli resta vicino solo il piccolo circolo degli “adunatisti” che però non può far nulla.
Il 28 maggio 1931 compare davanti al Tribunale Speciale e, per la prima volta, i giudici (tra i quali il sardo Lussorio Cau) possono applicare la nuova regola di Alfredo Rocco, che punisce con la pena di morte non solo chi è accusato per il delitto consumato ma anche per il solo tentativo.
C’è però una differenza, tra l’altro anche presa in considerazione dal Codice: la distinzione tra atti preparatori e tentativo vero e proprio.
Schirru dunque dovrebbe essere accusato solo per gli atti preparatori visto che non è mai riuscito a incontrare Mussolini e mai ha tentato concretamente di assassinarlo.

Non basta.

Il 29 maggio viene portato al forte di Casal Braschi, il sole non è ancora sorto, sono presenti centinaia di camice nere.
Viene fatto sedere mentre, di fronte a lui, ventiquattro volontari sardi si dispongono a quindici passi. Una sola voce rompe quel silenzio: “Abbasso il fascismo, viva l’anarchia!”.
Lo seppelliranno in una fossa senza nome.

Tra le pagine dell’Unione Sarda appare un ignobile commento, pubblicato il 29 maggio 1931:
“Michele Schirru, anarchico, violento per natura, debosciato come tutti i rifiuti della società, scompare colpito dalla pena degli infami. Egli era nato nella nostra Isola, da una famiglia sarda; ma la Sardegna e la sua famiglia non devono arrossire per questo delinquente della specie più bassa. La Sardegna, fedelissima al Regime, non lo annovera più tra i suoi figli da molti anni… Era un senza-patria e un senza-famiglia, un negatore di tutte le più alte idealità, un sanguinario, un amorale che la Giustizia elimina dal consorzio degli uomini”.

Ci ha pensato la storia a dargli il giusto merito, ora è il momento della memoria.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Vita e morte di Michele Schirru (l’anarchico che pensò di uccidere Mussolini)”, Giuseppe Fiori.
  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

 

La voce della verità

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Durante il Secondo conflitto mondiale a far aumentare l’avversione al fascismo, a volte inconsapevole, in una opposizione sempre più aperta, contribuirono i bombardamenti delle città, la scarsità di risorse alimentari, le notizie sconvolgenti che arrivavano dal fronte. In questa situazione la radio di regime non poteva più soddisfare la ricerca di verità degli italiani e l’ascolto di trasmissioni clandestine divenne sempre più diffuso, benchè proibito, in tutto il Paese.

Radio Londra iniziò ad essere trasmessa in lingua italiana dalla BBC a partire dalla crisi di Monaco, nel 1938. Già allora, con il decreto regio del 1938, il fascismo pose delle limitazioni all’ascolto delle radio estere finchè, con lo scoppio della guerra, ascoltare Radio Londra divenne illegale.

La polizia era impegnata costantemente nella ricerca di chi, anche all’interno delle mura domestiche, seguisse le trasmissioni non allineate al regime e più volte il Tribunale Speciale arrivò a giudicare numerose persone, come l’impiegato cagliaritano Giovanni Musu condannato a una pena di cinque anni.

Se a Radio Londra una delle voci più celebri per gli ascoltatori divenne quella del colonnello Stevens, per gli ascoltatori antifascisti dell’EIAR i discorsi più interessanti erano quelli pronunciati da “lo spettro”, una voce misteriosa che per lungo tempo rimase senza nome.
A partire dal settembre 1941, durante la trasmissione “Commenti ai fatti del giorno” di Mario Appelius, famigerato propagandista del regime, le conversazioni dei giornalisti venivano costantemente interrotte dalla “voce della verità”, che  ribatteva alle loro affermazioni e spiegava la vera realtà della guerra.
Era la voce del sardo Luigi Polano, già membro del Partito comunista e poi agente del Komintern, incaricato da Togliatti di gestire l’emittente clandestina del partito e di inserirsi sulla stessa frequenza dell’EIAR, cosa che riuscì a fare. Da dove avvenissero le trasmissioni è ancor oggi un mistero: nè Polano, che rievocava con allegria orgogliosa quell’esperienza, nè Togliatti, che fu l’artefice di questa operazione, hanno mai voluto rivelarlo.

Dirà poi D’Onofrio: “Tra le tanti ipotesi sulla loro dislocazione, non mancarono quelle che Radio Milano Libertà (e Polano) trasmettessero dalle Alpi o da impianti mobili spostantisi da una regione all’altra del Paese”.
Ma il segreto è ancora tale.

Ciò che è noto, è che fino al giorno della liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944, la radio clandestina tenne in allarme l’Eiar e il regime, senza che Mussolini fosse mai riuscito a bloccare o a rintracciare l’origine della trasmissione antifascista.

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Storiella di Halloween 2019

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Lettura non indicata alle persone sensibili.

Sarebbe stata una lunga notte oscura e tempestosa quella che di lì a poco avrebbe inghiottito l’appartamento di Tzia Maria.
Il timido scrosciare della pioggia, simile al ticchettio delle unghie sul tavolo, lasciò spazio a secchiate d’acqua lanciate dal cielo, da qualcuno che lassù, di certo, conosceva bene la data impressa sul calendario.

Ma Tzia Maria, che frenetica lavorava alla stesura del suo nuovo libro, non sembrava essere interessata all’almanacco, nè tantomeno alle condizioni meteo, almeno fino a quando il farfugliare dei tuoni ancora lontani fu arricchito da un piacevole effluvio di cane bagnato.

Mossa dal suo instinto, si voltò improvvisamente verso il portoncino e dal vetro annebbiato intravide una gelida figura bionda attorniata da un nugolo di deliziosi cagnetti. La donna iniziò a bisbigliare parole prive di senso, inneggiando a un Matteo e a una Giorgia, maledicendo le costolette d’agnello di un noto chef e augurando una perdita d’acqua in un non meglio precisato appartamento di Manhattan.
Per un momento Tzia Maria stette immobile per la naturale indignazione quindi, fugato ogni dubbio, capì di trovarsi dinnanzi alla famosa Ritas dalla Prettas, la fantasma che aveva terrorizzato per anni gli assonnati pomeriggi de “Is Domus Noas”.
Quale onore per lei accoglierla in casa!
Ma la fantasma non aveva in programma una visita di cortesia e Tzia Maria non aveva tempo da perdere in inutili convenevoli, c’era pur sempre un libro che aspettava di esser scritto. Così, quatta quatta, si avvicinò all’ingresso e con un semplice click attivò la doppia mandata riuscendo a bloccare Ritas che a questo punto, chiuso anche il portellone interno, non poteva più vedere le reazioni di Tzia Maria.
Questo era davvero troppo, lei non avrebbe mai osato bloccare nessuno!
La fantasma fuggì nella strada emettendo sordi gemiti ed emanando una spettrale luce verde, ma non prima di aver invocato lo spirito di Bombolo, noto per la sua passione verso cappellini, felpe, legnetti incrociati e cuori immacolati.

La nostra laboriosa scrittrice, ignara del nuovo pericolo che l’attendeva, si sedette sul tavolo pronta a impugnare la penna, ma ecco che davanti a lei si materializzò il nuovo spettro panciuto. Adesso sì che era davvero furibonda, aveva da lavorare, lei!
Bombolo aveva una certa affinità con il colore nero, l’importante è che non riguardasse la carnagione, e appena vide il volto di Tzia Maria scuro dalla rabbia fu colpito da una rapida colica renale.
A dir la verità, non era la prima volta che Bombolo si faceva fuori da solo rinunciando alla realizzazione del suo malefico piano, ma almeno stavolta fu rincuorato da Tzia Maria che, impietosita, lo accompagnò alla porta porgendogli una manciata di gueffus innaffiati da un ottimo limoncello d’alta quota.
Si narra che qualche giorno dopo questa spiacevole vicenda, fu tra i protagonisti di una manifestazione di protesta piena di anime in pena: 49 milioni di presenze secondo la Cassazione, 49 e basta secondo la questura, ma questa è un’altra storia.

Abbandonato al suo destino Bombolo, Tzia Maria finalmente ritornava a esser sola.
Fuori imperversava il nubifragio: lo scirocco era così forte che tutte le finestre e le porte della casa sbattevano e tintinnavano. Era proprio questa l’atmosfera che preferiva per dar sfogo alla sua creatività, ma stavolta non fece neppure in tempo ad avvicinarsi al tavolo che…

Eccololà.

All’angolo tra la credenza di nonna Porcu e il settimino di zia Fernanda fece la sua comparsa Abelardo, simpatico spettro che un tempo frequentava attivamente lo stadio San Paolo, prima di ricevere un inaspettato incarico che aveva a che fare con l’estero (trasportatore? Ora non ci sovviene).
Il curioso Abelardo decise di impartire una durissima lezione a Tzia Maria: prese tra le mani i fogli con l’inchiostro ancora fresco, cercò di raggiungere il balcone per disfarsi di quelle preziose carte ma, essendo composto al 90% di acqua, li inzuppò ancor prima di raggiungere la portafinestra.
Come aveva osato compiere un tal gesto? Tzia Maria spinse con forza Abelardo fuori dal balcone e stavolta, senza dargli il tempo di esultare, lo scaraventò oltre la ringhiera. Non si seppe poi molto sulla sua fine, solo che qualche anno dopo perse il lavoro e fu costretto a chiedere il reddito di cittadinanza.

Tzia Maria non ne poteva più. Le ore scorrevano infruttuose e inoltre doveva sistemare il caos provocato da Abelardo quando, immobile dietro la finestra, scorse lei, lo spettro italico per eccellenza, avvolta in una bandiera dell’Irlanda.
Tzia Maria questo spettro l’aveva già osservato in un giornale e pensò che doveva essere molto fotogenica visto che dal vivo era davvero spaventosa, ma non aveva molto tempo per discutere con lei, doveva liquidarla in fretta.
Niente da fare.
Jo Jo non era dello stesso avviso, stavolta doveva raggiungere un risultato soddisfacente, doveva scavalcare quella soglia maledetta! Cercò di forzare la finestra, provò a passarle attraverso, ma i doppi vetri erano più difficili da superare e lei non era certo abituata a simili sforzi. Iniziò allora a roteare furiosamente gli enormi occhi cerulei, sussurrò gli orribili segreti dell’oltretombino e borbottò strane maledizioni risalenti al Ventennio, il tutto nella completa indifferenza di Tzia Maria che chiuse le tende per non essere disturbata.

Che affronto! Jo Jo, divenuta invisibile come al solito, decise di far risuonare il suo famoso grido demoniaco, il quale in più di un’occasione si era rivelato estremamente utile a mobilitare le folle: BIBBIANO.

L’urlo non era ancora svanito del tutto quando, voltandosi verso il balcone adiacente, vide davanti a lei un orribile spettro, immobile come un’immagine scolpita e mostruoso come il sogno di un pazzo. Il viso era rotondo, paffuto, con qualche neo a incorniciargli le labbra e orrende risa sembravano aver stravolto i suoi lineamenti in un ghigno perenne. Non avendo mai visto un fantasma prima d’ora, Jo Jo era naturalmente spaventatissima, barcollò paurosamente e volò giù non prima di aver lanciato un nuovo, ultimo, disperato appello senza senso: Iatail, Italai, Aviv, Viav.

Tranquilli, grazie a un cumulo di immondizia lasciato in eredità da una pallida giunta comunale, la dolce Jo Jo si ritrovò catapultata in una comoda poltrona che, quantunque se ne dica o si voglia far credere, non avrebbe lasciato tanto facilmente.

Qualche settimana dopo, lo spettro misterioso che tanto aveva terrorizzato la fantasma si presentò a casa di Tzia Leopolda Melis con in mano un piccolo omaggio: Italia Viva, il nuovo romanzo drammatico che Tzia Maria aveva concluso durante una tremenda notte di ottobre.

 

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Antifascisti sardi durante gli anni del consenso

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Con l’impresa d’Africa il fascismo raggiunse l’apice del consenso.
Questa affermazione può ben riferirsi alle altre regioni dell’Italia, ma non alla Sardegna dove gli episodi d’opposizione al regime subirono addirittura un aumento, nonostante alcune buone annate agrarie, l’alleggerimento della pressione della manodopera a seguito della mobilitazione militare e l’estendersi dei lavori pubblici. A tal proposito va ricordato che la politica di bonifica integrale, in Sardegna riguardò solo 90 mila ettari sugli 890 mila programmati.

Alla diminuzione della malaria si aggiunse la fondazione di nuove città nella zona della bonifica: Mussolinia (l’attuale Arborea), dove i lavori di risanamento in realtà erano iniziati già nel primo dopoguerra, e Fertilia (8 marzo 1936). Lo sviluppo  dell’industria carbonifera del Sulcis, conseguenza dalla politica autarchica, porterà alla fondazione di Carbonia (12 dicembre 1938) e all’arrivo di masse di contadini e di pastori.

Proprio nel distretto minerario si moltiplicarono gli episodi di opposizione al fascismo, dove la classe operaia, rinforzata dalla sua stessa crescita, si contrappose allo Stato – datore di lavoro. A fianco della lotta sindacale vera e propria c’era anche l’azione del gruppo socialista, del gruppo anarchico e anche comunista: frequenti erano le denunce nei confronti di chi distribuiva stampa clandestina e svolgeva propaganda sovversiva. Sono questi gruppi che daranno vita alle manifestazioni di avversione al regime che raggiungeranno l’apice nella primavera del 1937, quando le “squadre d’azione” saranno costrette a ritornare in piazza per bastonare gli oppositori. Iglesias, addirittura, conobbe momenti e scontri quasi da guerra civile, e la stessa città fu sottoposta, per un non breve periodo, a un vero e proprio stato d’assedio.

Il complotto di maggior spessore vide coinvolto, a Cagliari, il gruppo comunista che nel 1936 fu accusato dalla polizia di ricostituire la sezione del PCd’I. Furono fermate 32 persone, tra le quali l’operaio Angelo Pinna (nato a Cagliari nel 1900), l’operaio delle saline Giorgio Bellisai (nato a Cagliari nel 1901), l’impiegato Francesco Fois (nato a Florinas nel 1885), il gasista Giuseppe Paluma (nato a Cagliari nel 1912) e, accanto a molti giovanissimi, alcuni capi storici del PCd’I cagliaritano come Manunza, Lay, Albino Norfo (2 anni di reclusione per attività sovversiva nel 1930) e Giovanni Pinna (3 anni di confino nel 1927). Il 27 ottobre 1937 il Tribunale Speciale assolse la maggior parte degli imputati, nove invece riceveranno in tutto 33 anni di reclusione.
Nello stesso periodo la polizia denunciò un complotto “antinazionale” di un gruppo di comunisti-sardisti guidati da un contadino di 19 anni, Antonio Tinti di Monserrato, e da un muratore di 20, Mario Corona anche lui di Monserrato. Il 19 aprile 1939 il Tribunale Speciale li condannò a 5 anni di carcere, e insieme a loro condannò alla stessa pena Silvio Floris, ventenne di Bolotana, e a un anno Sebastiano Tosciri, di 23 anni, falegname di Macomer.

Nel 1939 fu la volta di Carmelo Floris (nato a Olzai nel 1891), pittore, che venne fermato al confine di ritorno da Parigi: all’interno della sua valigia a doppio fondo venne rinvenuto materiale di propaganda di GL che Lussu gli aveva affidato. Fu condannato a 5 anni di confino, scontato tra le Marche e le Tremiti sino al 1942. Venne privato anche della medaglia d’argento al Valor Militare della Prima guerra mondiale.

 


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

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I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola

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La guerra in Spagna, e ancor prima la guerra in Etiopia, segnò una svolta nelle condizioni economiche dell’isola agendo da valvola di sfogo alla disoccupazione.
L’arruolamento di volontari, con relativi salari e sussidi alle famiglie, spinse molti sardi a imbarcarsi a Napoli convinti di andare in Africa, per ritrovarsi invece a Cadice come soldati del CTV, il corpo di spedizione italiano in Spagna.
Ogni legionario riceveva 20 lire al giorno, più un’integrazione di 150 lire al mese versata dal governo golpista: basti pensare che in quegli stessi anni i salari dei minatori sardi andavano da 15-18 a 17-23 lire al giorno, quelli degli operai da 10-12 a 14-15.

Ben presto in Spagna si ritrovarono a combattere, gli uni contro gli altri, gli italiani del CTV e gli italiani delle Brigate Internazionali: più disperati e meno motivati quelli di parte fascista, più maturi e decisi quelli che appoggiarono la causa repubblicana, grazie all’esperienza maturata con l’emigrazione e alla consapevolezza di dover combattere il fascismo che li aveva espulsi dall’isola.

Alcuni sardi furono tra i primi ad accorrere in aiuto della Repubblica.
A monte Pelato, nel primo scontro militare tra formazioni delle due parti, dei 9 caduti italiani della colonna Ascaso-Rosselli due erano sardi: Giuseppe Zuddas (nato a Monserrato nel 1898), che morirà in trincea, e Pompeo Franchi (nato a Nuoro nel 1905) che, ferito nella battaglia, perderà la vita pochi giorni dopo nell’ospedale di Lerida.
Zuddas, dirigente della gioventù regionale sardista, era emigrato a Parigi sin dal 1924; dopo l’arrivo di Lussu, che lo avrebbe impiegato per inviare messaggi ai gruppi clandestini in Sardegna, aderì al Comitato Centrale di Giustizia e Libertà e partì per la Spagna al primo appello di Rosselli. Cadde sul campo di guerra il 28 agosto, appena un mese dopo l’Alziamiento dei generali: all’interno del suo portafoglio la tessera del Psd’A.
Franchi, invece, era anarchico. La presenza a Barcellona delle grandi organizzazioni dell’anarchismo iberico attirò gli anarchici sardi dell’emigrazione alla difesa della Repubblica: Franchi, emigrato in Francia nel 1926, arrivò in Spagna nei primi giorni della guerra insieme col fratello, anche lui combattente a Monte Pelato.

Nella stessa colonna Ascaso-Rosselli combattè anche l’anarchico Tommaso Serra (nato a Lanusei nel 1900). Perseguitato da tutte le polizie europee, lascerà la Spagna nell’autunno del 1937, dopo essere stato incarcerato dalla polizia comunista per aver organizzato la commemorazione di Francisco Ascaso.

Non solo anarchici, anche diversi comunisti sardi parteciparono fin dalle prime fasi alla guerra spagnola. Esemplare il caso di Paolo Comida (nato a Ozieri nel 1899), che allo scoppio della rivolta si trovava già a Barcellona per assistere alle Olimpiadi Popolari organizzate dalla Repubblica. Si arruolò immediatamente e cadde a Tardienta il 22 agosto.
Ma ancor prima dei comunisti, che solo più avanti si organizzarono nelle Brigate Internazionali, furono gli anarchici a respingere l’offensiva franchista nelle fasi iniziali della guerra. Fra questi anche tanti sardi come Pasquale Fancello (nato a Dorgali nel 1891) e sua moglie Giovanna Maria Gisellu (nata a Dorgali nel 1893), Pietro Golosio (nato a Mamoiada nel 1904) e suo fratello Domenico Golosio (nato a Mamoiada nel 1910), Giovanni Dettori (nato a Orgosolo nel 1899).
Dettori fu uno degli uomini più rilevanti della colonia sarda a Tunisi: arrestato nel 1931, fu assegnato per tre anni al confino di Ponza e, emigrato in Tunisia, aveva intavolato le comunicazioni tra il nucleo parigino di GL e la Sardegna. Ferito una prima volta, ritornerà al fronte dove verrà colpito a morte, presso Teruel, nel gennaio del 1937.

La morte di Dettori darà vita a un episodio drammatico dell’antifascismo sardo: una lettera che annunciava la sua morte fu letta, con parole commosse, da due amiche nuoresi, Graziella Sechi (moglie di Dino Giacobbe) e l’insegnante Mariangela Maccioni Marchi.
La polizia, informata dell’accaduto, arrestò le due donne che furono poi oggetto di un velenoso commento del giornale fascista “Nuoro Littoria”. Quando Giacobbe sfidò a duello l’autore, questo, essendo il federale, lo fece arrestare.
Sempre più sensibile agli appelli di Lussu, che sosteneva come nell’esercito repubblicano ci fosse bisogno di ufficiali che avessero maturato esperienza di guerra, poco dopo la liberazione della moglie espatriò clandestinamente, raggiunse dalla Corsica Parigi e poi Albacete. Qui comandò, nelle fasi finali della guerra, una batteria di artiglieria intitolata a Carlo Rosselli, con la bandiera rossa a fare da sfondo ai Quattro mori.

Mariangela Maccioni non solo venne arrestata, ma fu anche sospesa dall’insegnamento. Fu l’unica tra gli insegnanti sardi ad aver subito una misura così drastica, probabilmente perchè il regime voleva impaurire il combattivo antifascismo nuorese o forse perchè in questo modo si colpiva il prestigio della Maccioni, attorniata da amicizie “pericolose”, come la sardista Marianna Bussalay, nata a Orani nel 1904, più volte inquisita dalla polizia fascista.

Raccolse l’invito di Lussu anche un altro sardo, il cagliaritano Cornelio Martis, nato a Guspini nel 1905. Anch’egli espatriò clandestinamente passando per Tunisi e raggiungendo Parigi. Dopo la battaglia dell’Ebro, quando nell’esercito repubblicano si scatenò il sospetto stalinista della “quinta colonna”, fu giustiziato da un commissario politico del suo battaglione.

Anche Velio Spano, incaricato prima della propaganda da Radio Barcellona e poi da Radio Milano Libertà, arrivò al fronte e combattè sullo Jarama.

Lussu si recò in Spagna nel giugno del 1937, per rendersi conto delle reali possibilità di dar vita alla “Legione Italiana”. Dopo alcuni giorni, però, venne informato della morte dei fratelli Rosselli e si precipitò a Parigi per assumere la direzione di GL.

Ma quanti furono i caduti sardi che combatterono nella guerra di Spagna?
La Sardegna, che aveva il 2,4% della popolazione nazionale, contò 219 vittime, 149 nell’esercito e 70 nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che rappresentavano l’8,3% dei caduti italiani del Corpo Truppe Volontarie e il 4% di quelli della Milizia.
Sul fronte repubblicano, i circa 20 caduti sono oltre il 3% dei circa 600 caduti fra i combattenti per la libertà della Spagna.

In Africa i caduti sardi erano stati soltanto 94.

Come si spiega questo dato? Perchè tanti sardi decisero di combattere in Spagna?
Per i “volontari” fascisti potrebbe aver influito la problematica condizione economico-sociale dell’isola; per i volontari antifascisti le difficoltà della vita dell’emigrazione, oppure la forza di attrazione di alcune figure leggendarie come Lussu.

Di certo, fin da allora fu possibile intuire la natura dell’antifascismo sardo: il carattere popolare, per molti versi istintivo, nutrito da una forte carica etica che portò ad una spontanea radicalizzazione nei confronti del potere istituzionalizzato.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

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