Parco dei Sette Fratelli

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Parco Sette Fratelli

Il parco regionale dei Setti Fradis (Sette Fratelli) con i suoi diecimila ettari di foreste rappresenta il polmone verde della Sardegna sud-orientale, essendo situato nei territori comunali di Sinnai, San Vito, Quartu, Quartucciu, Maracalagonis, Castiadas, Burcei, Villasalto e Villasimius.

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Giardino botanico

Il complesso montuoso è caratterizzato dalla presenza di sette cime (da cui prende il nome), di cui solo due raggiungono l’altezza dei 1000 metri: monte Serpeddì (1067 m) e punta Sa Ceraxa (1016 m). L’area è costellata da rocce granitiche e metamorfiche.

Il parco è una riserva naturale di straordinaria bellezza.
E così, all’ombra dei lecci, è possibile notare con estrema facilità gli scavi notturni effettuati da instancabili cinghiali e udire il verso lontano dell’aquila reale e dell’astore sardo.

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Cervo sardo

Se i gatti selvatici sono tra gli animali più difficili da scorgere, altrettanto non si può dire dei cervi sardi che, all’interno dell’area di ripopolamento, si lasciano osservare mentre sonnecchiano adagiati tra le foglie caduche degli alti alberi. Ormai sanno di essere le star del parco e non rinunceranno ad avvicinarsi a pochi metri da voi, se avrete la fortuna di trovarvi di fronte alla recinzione nel momento in cui una guardia forestale zelante arrichisce il loro pasto con del foraggio.

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Segnaletica


Il museo del cervo sardo, che si trova all’interno del parco, saprà arricchire la visita con tantissime informazioni sulla vita, sulle caratteristiche dell’animale e sul ripopolamento in atto in altre aree della Sardegna e della Corsica.
Anche i mufloni, seppur in numero limitato, sono presenti nel parco e hanno un’area a loro dedicata. Purtroppo, negli ultimi tempi, frequenti sono gli attacchi da parte di un branco di cani randagi che mettono in pericolo la vita di questi animali selvatici così delicati.

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Sentieri parco Sette Fratelli

All’interno del parco è presente la caserma forestale e un centro visita gestito dall’agenzia FoReSTAS dove non solo si potrà visitare il museo già menzionato, ma si potranno avere informazioni dettagliate sui sentieri escursionistici presenti.
Questi sono diversi, divisi in base alla lunghezza del percorso e percorribili in sicurezza grazie alla segnaletica del CAI.
Tra gli altri ricordiamo il Sentiero Italia, il più impegnativo con i suoi 9,2 km di percorso e un dislivello di 540 metri.

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Rio Maidopis

In località Maidopis è presente un piccolo giardino botanico, accessibile anche ai non vedenti, dove sarà possibile osservare varie specie vegetali della macchia mediterranea. Tutta l’area è caratterizzata dalla presenza di graziosi ponticelli che attraversano il rio Maidopis, da aree pic-nic e da panche per poter godere del fresco all’ombra dei lecci.

Se la ricerca di martore, lepri, conigli o falchi pellegrini non ripagasse la vostra curiosità, si può sempre optare per una visita ai vari siti archeologici sparsi per il parco: nuraghi, tombe dei giganti, insediamenti neolitici e le rovine di un convento.
E non è finita qui.

Non si può non menzionare la grotta Fra’ Conti, che leggenda vuole sia stata il rifugio di un eremita, su Stampu ‘e Giumpau, un bastione granitico e Sa Perda ‘e sa Pipia, un immenso monolite facilmente individuabile lungo il percorso che porta alla località Maidopis. Proprio le maestose dimensioni della roccia, e la sua particolare posizione, hanno dato vita alla leggenda che si tramanda da generazioni e che ha finito col dar il nome alla roccia (“Sa pipia” in italiano significa la bambina). Si narra che l’immensa pietra franò dalla montagna travolgendo una bimba che da allora piange disperata in cerca di aiuto. E in effetti non è così difficile sentire questi lamenti in particolari giornate: tranquilli, si tratta solo del sibilo del vento… forse.

 

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La preistoria parte V: l’età del Ferro

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Statua di guerriero, Mont’e Prama (Cabras)

Agli inizi del I millennio la Sardegna sembra registrare diversi mutamenti rispetto alla precedente epoca della civiltà nuragica. I cambiamenti non riguardano solo l’economia, l’arte e l’architettura ma investono l’intera civiltà a tal punto che gli studiosi pensano non si possano catalogare in una fase tarda dell’età nuragica, quanto piuttosto in un’epoca differente.

Tuttavia va evidenziato come le caratteristiche dell’età del Ferro (IX – VIII secolo a.C.) non emergono con chiarezza e anzi, le esperienze maturate nell’età del Bronzo continuano ad essere mantenute e integrate con quelle dei nuovi tempi. La Sardegna in questa fase subisce l’influenza dei popoli del Mediterraneo, la presenza costante dei Fenici e ancora dei Cartaginesi, vede l’emergere di una struttura sociale più articolata, la formazione di nuove aristocrazie.

Il cambiamento più significativo nel campo dell’architettura è che, a partire dal X – IX secolo a.C., non vengono più edificati nuovi nuraghi. Quelli già esistenti vengono riutilizzati, in diversi casi vengono ristrutturati e anche in parte demoliti per modificare la destinazione d’uso: Genna Maria di Villanovaforru, San Pietro di Torpè, solo per citarne alcuni, da torri diventano luoghi di culto.
Alla fine del IX secolo a.C. la struttura esterna di difesa del nuraghe di Genna Maria viene demolita e le pietre riutilizzate per costruire le capanne del villaggio: segno evidente del cambiamento dei tempi che non rendevano più necessaria la presenza della fortificazione.
Il nuraghe diventa così simbolo di culto, come dimostrano i modellini di nuraghe rinvenuti in tutta l’isola nei luoghi sacri e nelle “capanne delle riunioni”.

Anche l’architettura civile registra importanti novità, come documentano i villaggi di Barumini e di Serrucci. Le capanne circolari con un solo vano vengono sostituite da capanne di varie forme, costituite da uno spazio centrale intorno al quale sono presenti dai sei agli otto vani (come a Barumini).
Tra il IX e il VIII secolo a.C, in alcuni villaggi della Sardegna centro-meridionale – Monte Olladiri e Monte Zara a Monastir, Santa Anastasia a Sardara -, vengono utilizzati mattoni crudi per la costruzione delle capanne, mentre a Barumini viene realizzata una rete stradale e le prime fognature.

Per quel che riguarda l’architettura funeraria, così come per i nuraghi, neanche le “tombe dei giganti” vengono più edificate: si preferisce tumulare i defunti nelle grotte, riutilizzare gli antichi ipogei, e la sepoltura individuale sostituisce quella collettiva.
A Cabras, a Mont’e Prama, in un’area delimitata da lastre infisse a coltello, sono state rinvenute una trentina di tombe individuali con pozzetto conico coperto da una grande lastra di arenaria. I defunti erano stati sistemati seduti, la testa protetta da una piccola lastra e il viso rivolto a oriente. 

I monumenti legati al culto – templi a pozzo, fonti sacre, tempietti a megaron – sebbene costruiti nel Bronzo recente hanno restituito reperti che risalgono in gran parte all’età del Ferro, a testimoniare che gli edifici sacri sono stati utilizzati con soluzione di continuità in varie epoche.

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Madre dell’ucciso

Legati al sacro come ex-voto, i bronzetti sardi costituiscono il più importante simbolo artistico dell’età nuragica. Le statuine, ritrovate in gran numero nei pozzi sacri e nelle “tombe dei giganti”, raggiungono un’altezza massima di 35 cm e rappresentano capitribù, arcieri, guerrieri, sacerdoti e sacerdotesse, suonatori di flauto (forse anche di launeddas), pastori, contadini. Non mancano neppure le figure femminili con il loro bambino tra le braccia, e non si può non menzionare la “Madre dell’ucciso”, una donna seduta che sostiene in grembo un giovane guerriero. E ancora figure surreali, come guerrieri con occhi e braccia raddoppiati, doppi scudi ad augurare maggior forza durante i combattimenti.
Anche gli animali sono ben rappresentati: tra i tanti sono numerosi i buoi, daini, mufloni, volpi, colombe mentre le circa 130 navicelle ritrovate documentano la conoscenza della navigazione da parte delle popolazioni nuragiche.
I bronzetti sardi sono documenti preziosissimi per gli studi sull’età nuragica; grazie a essi si è potuta conoscere la stratificazione sociale dell’epoca, la quotidianità dei popoli nuragici, gli oggetti utilizzati, dalle armi agli strumenti musicali.

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Modello nuraghe, Mont’e Prama

Un’importante scoperta, che ha permesso di arricchire il patrimonio artistico della prima età del Ferro, è stata quella fatta a Mont’e Prama (Cabras), dove sono state rinvenute numerose statue in arenaria di altezza variabile (dai 2 ai 2,50 metri) raffiguranti arceri, lottatori, fanti con elmo, spada e scudo.
Migliaia sono i frammenti ritrovati durante le campagne di scavo (peraltro ancora in corso) e a oggi, le sculture ricomposte sono 38: cinque arcieri, quattro non definiti, sedici pugilatori, tredici modelli di nuraghe.

A questi ritrovamenti si possono sommare anche altri strumenti di bronzo, come quelli di uso comune (asce, falci, seghe,…), armi (pugnali, spade,…), gioielli (bracciali, anelli, parti di collana), oggetti personali (rasoi, spilloni, specchi,…) indicativi di una grande abbondanza di metalli nell’isola.
Sarà proprio la notevole presenza di piombo, rame e argento ad attirare i navigatori da varie aree del Mediterraneo e a far maturare l’incredibile abilità tecnica delle popolazioni nuragiche, capaci di produrre oggetti talmente raffinati da essere esportati nella penisola.

In questa epoca la ceramica presenta nuove forme ed è decorata con motivi geometrici, mostrando una forte analogia con i manufatti della penisola.
Fra le ceramiche più caratteristiche sono da segnalare i vasi piriformi (a forma di pera) con decori raffinati, diffusi nella Sardegna meridionale, e le brocche askoidi (con la forma dell’askos greco).

 


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Storia della Sardegna 1. Dalle origini al Settecento”. A cura di M. Brigaglia, A. Mastino, G.G. Ortu

La preistoria parte IV: l’età nuragica

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Nuraghe Arrubiu, Orroli

L’origine dell’età nuragica è collocabile tra la fine del Bronzo antico e la prima età del Ferro, quando l’isola conobbe importanti trasformazioni socio-economiche che diedero vita a una nuova civiltà.

Il simbolo più conosciuto della civiltà degli antichi sardi è il nuraghe, maestosa costruzione in pietra, unica nel suo genere. Disseminati nell’isola a migliaia, attualmente se ne contano tra i 7/8000 e sono parte integrante del paesaggio. Ma i nuraghi non sono l’unico emblema dell’età nuragica: accanto a loro villaggi, santuari, templi a pozzo, tombe megalitiche, ceramiche e i “bronzetti” a testimoniare la straordinaria produzione metallurgica dell’epoca.

I nuraghi possono essere divisi in due gruppi: protonuraghe e nuraghe a tholos; simili nella costruzione si differenziano nella forma, nella divisione degli spazi interni e forse nell’utilizzo.

Il protonuraghe è l’antenato del nuraghe.
Dall’architettura piuttosto semplice, presenta una struttura muraria rozza e dalle modeste dimensioni (fino ai 10 metri), vari ingressi e planimetria irregolare: circolare, triangolare, poligonale o ellittica. E’ assente la camera circolare tipica dei nuraghi a tholos ma non mancano corridoi, vani-scala, nicchie e piccole stanze. Un’altra differenza è l’imponente struttura muraria rispetto agli spazi interni. A oggi se ne contano circa 500, ma secondo una recente proiezione il numero dovrebbe attestarsi tra i 1200 – 1500 esemplari.

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Struttura a tholos

Il nuraghe a tholos, nella sua forma più elementare presenta un’unica torre tronco-conica superiore ai 20 metri di altezza. Al suo interno può ospitare fino a tre camere circolari costruite con la tecnica “ad aggetto”, ovvero con un progressivo restringimento verso l’alto di filari di pietre fino a chiuderne la volta. Si otteneva così la tipica struttura a tholos, nome greco per identificare queste pseudocupole.

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Scala a elica

Una scala intramuraria a elica permetteva di raggiungere i piani superiori e il terrazzo. Anche in queste strutture possono essere presenti nicchie, celle, ripostigli sia nella camera che nella scala. Il nuraghe monotorre è largamente presente in tutto il territorio sardo.

Il nuraghe polilobato è, al contrario, il meno diffuso.
Alla torre semplice, con il tempo o in contemporanea, venne addossato un bastione con un numero variabile di torri aventi lo scopo di difendere il mastio centrale. Questo bastione, in molti casi, è circondato da una cortina muraria esterna a racchiudere ampi spazi destinati a uomini e animali.

Solitamente il nuraghe era circondato dall’abitato, anche se sono numerosi gli esempi di villaggi senza nuraghe e di nuraghi totalmente isolati.

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Capanna delle riunioni

Le capanne erano anch’esse circolari, con la base in pietra e copertura conica di frasche, molto simili a quelle che vengono tutt’ora costruite dai pastori sardi (chiamate pinnettas o coiles). Al loro interno potevano essere presenti nicchie, stipetti e il focolare.
Caratterizzava il villaggio nuragico la cosiddetta “capanna delle riunioni”, dove probabilmente avevano luogo le assemblee degli anziani o dei capi (ipotesi che si ricollega alla presenza di un sedile in pietra).

Parallelamente allo sviluppo dei nuraghi e dei villaggi sorgevano le tombe dei giganti, sepolture megalitiche  che potevano raggiungere i 30 metri di lunghezza. Proprio queste dimensioni hanno favorito la nascita della celebre leggenda, secondo cui all’interno di queste costruzioni fossero stati inumati i resti di uomini giganti, un popolo che in un tempo antichissimo avrebbe abitato l’isola. In realtà, esse derivano da sepolture antiche dette allées couvertes (corridoi coperti), composte da un corridoio rettangolare costruito con grandi pietre e, sul davanti, da un’esedra con al centro una stele di notevoli dimensioni. Alla sua base un portello (probabilmente ad indicare la porta dell’Oltretomba) che si collega col corridoio, destinato ad accogliere i defunti.
La forma della tomba dei giganti, nonostante le continue modifiche che porteranno anche alla scomparsa della stele e della struttura dolmenica, rimarrà invariata nel tempo e diverrà la tomba caratteristica di questo periodo storico.

Un altro simbolo dell’età nuragica, sorto nelle fasi finali dell’età del bronzo, è il pozzo sacro, legato al culto delle acque. I templi a pozzo generalmente sono composti da un vestibolo frontale (trapezoidale o rettangolare) che conduce alla scala discendente con copertura a gradoni. La scala si immette nella camera sotterranea, con volta a tholos, che custodisce la vena sorgiva o raccoglie l’acqua piovana. Tutto attorno è presente un recinto circolare o ellittico a delimitare lo spazio sacro.
Ciò che differenzia le fonti sacre dai pozzi è l’assenza della lunga scalinata, costituita al massimo da pochi gradini.

Nell’età nuragica è presente anche un’altra costruzione, meno nota rispetto le precedenti per la scarsa diffusione. Si tratta del tempietto a mégaron, caratterizzato da una pianta rettilinea con pareti laterali più lunghe rispetto al muro in cui si apre la porta.

Per quel che riguarda la decorazione della ceramica, questa presenta motivi incisi su vasi biconici o cilindroidi con orlo a tesa, ancora in fase di studio.
Alla fine del Bronzo medio la ceramica viene decorata a “pettine”: tegami ornati nella superficie interna da motivi impressi con uno strumento dentato, rinvenuti nella Sardegna centro-settentrionale e più raramente nella parte meridionale.

Nell’ambito della produzione metallurgica si segnalano i lingotti a forma di pelle di bue (detti ox-hide) e vari utensili in bronzo, come pinze, martelli e palette, asce a margini rialzati spade e pugnali.

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Navicella di bronzo

Durante l’età nuragica la Sardegna non rimase isolata, al contrario: ebbe contatti con l’area tirrenica, il mondo miceneo, la Spagna, e ancora con Lipari e la Sicilia.
D’altronde, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di navicelle di bronzo, gli antichi sardi avevano un’evidente familiarità con la navigazione.

 

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La preistoria parte III: l’età del Rame e l’età del Bronzo

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Tomba di Bingia ‘e Monti

Con il rallentamento del commercio dell’ossidiana, con la nascente metallurgia e con il frantumarsi delle grandi civiltà del Neolitico, anche in Sardegna inizia la crisi di quell’unità culturale che aveva caratterizzato la cultura di Ozieri.
L’età del Rame (3200 – 2200 a.C.) vide sorgere nuove culture, non sempre fortemente distinte: la cultura di Filigosa, Abealzu, Monte Claro e del Vaso campaniforme.
Le culture di Abealzu e di Filigosa sono state spesso associate in passato, visto che venivano differenziate solo per la produzione vascolare. Studi recenti invece hanno individuato ulteriori discrepanze sia nei contenuti religiosi che negli aspetti socio-economici e materiali.
Nella cultura di Filigosa si registra la ristrutturazione dell’altare a ziqqurat di Monte s’Accoddi, un dromos -corridoio- viene aggiunto nelle tombe ipogeiche, mentre continua l’architettura funeraria dolmenica. Le ceramiche perdono la particolare decorazione della cultura di Ozieri a favore di superfici lisce, non ornate.
La cultura di Abealzu è caratterizzata dalla costruzione di capanne con più vani, tombe dolmeniche, statue-menhir e produzione vascolare a “fiasco”, a “colletto” e tripode (vasi con appoggio), sempre priva di decori.
Se le culture Filigosa e Abealzu evidenziano molte analogie con la cultura di Ozieri, altrettanto non si può dire per quella di Monte Claro che rappresenta una rottura con le epoche precedenti rivelando caratteristiche di forte originalità.
Questa cultura può essere divisa in quattro facies distinte, corrispondenti alla regione dell’Oristanese, Nuorese, Sassarese e Campidanese. Le differenze sono molteplici e riguardano i rituali funerari, la produzione vascolare, le strutture abitative e difensive.
Per fare un esempio, mentre nella Sardegna meridionale sono presenti sepolture in ipogei, ovvero tombe di pietra “a cassa”, in vaso oppure in fossa, le grandi muraglie megalitiche sono limitate alla parte centro-settentrionale dell’isola.
Durante la cultura di Monte Claro, la Sardegna è investita dalla diffusione della corrente culturale del Vaso campaniforme, caratterizzata  dalla ceramica ornata a fasce orizzontali sovrapposte, e che sarebbe perdurata fino al Bronzo antico. I ritrovamenti di materiali si sono avuti soprattutto nei complessi funerari che riutilizzavano tombe preesistenti, mentre più raramente sono stati individuati in ambienti insediativi. Questi oggetti erano utilizzati per marcare lo status sociale dei defunti, probabilmente personaggi di rilievo.
Da evidenziare l’importante ritrovamento avvenuto nella tomba di Bingia’e Monti a Gonnostramatza, all’interno di una struttura ipogeica, con la deposizione di scheletri di vari individui in ciste litiche costruite all’interno della tomba, accompagnati da punte di freccia in ossidiana, pugnali in rame, bicchiere a campana, vasi tripodi, bottoni, parti di collana e, in un caso, una collana in oro, che evidenzia la presenza di un defunto distinto.
In Sardegna l’età del Rame è un periodo di grande vitalità. Verranno costruiti grandi luoghi di culto, pensiamo a Monte d’Accoddi o al santuario di Biriai, eccezionali fortificazioni, muraglie megalitiche, costruzioni che denotano un senso di insicurezza e necessaria difesa, esigenza assente nel Neolitico.

L’età del Bronzo (2200 – X secolo a.C.) può essere divisa in due fasi: la cultura di Bonnànaro nella sua fase iniziale, che si raccorda all’età del Rame, e la cultura di Bonnànaro II o facies di Sa Turricula nella fase finale, che costituisce l’inizio dell’età nuragica.
La cultura di Bonnànaro è identificata con le sue ceramiche senza ornamenti, caratterizzate dalla tipica ansa a forma di ascia. E’ fortemente legata alla cultura del Vaso campaniforme e i ritrovamenti sono avvenuti attraverso i reperti provenienti da tombe, in gran parte sepolture antiche riutilizzate.

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La preistoria parte II: il Neolitico

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Domus de janas, Usini

Il Neolitico sardo (dal VI al III millennio a.C.) viene generalmente suddiviso in tre periodi distinti: antico, medio e recente.

Riconducibili al Neolitico antico sono grotte e ripari situati prevalentemente sulla costa, come testimoniano i ritrovamenti nell’isola di Spargi, nella Grotta Verde di Capo Caccia ad Alghero, nell’arcipelago della Maddalena  e a Torre Foghe di Tresnuraghes.
Le popolazioni di quest’epoca erano dedite alla caccia, alla pesca, alla raccolta, ma anche all’allevamento, all’estrazione e al commercio dell’ossidiana del Monte Arci. L’ossidiana, un vetro vulcanico nero, risultava molto preziosa sia perchè considerata elemento magico, sia per la sua duttilità che permetteva la realizzazione di vari strumenti.
Nel Neolitico antico sono riscontrabili altri tre periodi, ognuno dei quali caratterizzato da mutamenti riguardanti la produzione ceramica.
E così l’epoca più antica (VI – V millennio a.C.), detta anche di “Su Carroppu”, è contraddistinta dalla produzione di olle a forma di globo, ciotole a calotta e piatti decorati con la tecnica “cardiale”: segni impressi sull’argilla fresca servendosi del Cardium Edule, una conchiglia. L’ossidiana veniva utilizzata per fabbricare raschiatoi e bulini di forma geometrica.
La seconda fase (II metà del V millennio a.C.), detta della “Grotta Verde”, vede l’utilizzo di vasellame più raffinato e sobrio, decorato con la tecnica “strumentale” ottenuta con strumenti dentati, l’aggiunta di argilla liquida a rivestire il vaso e l’applicazione di cordoni e anse. Nella Grotta Verde è stato ritrovato un vaso con due anse dalla forma umana, probabilmente la prima raffigurazione umana della preistoria sarda.
La terza fase (fine V millennio a.C.) detta “Facies di Filiestru” è caratterizzata dalla scomparsa di gran parte degli elementi di decorazione. Il ritrovamento di anelloni in pietra verde simili ad altri rinvenuti nella penisola, fanno pensare che in questa fase la Sardegna avesse stretto rapporti con altre comunità neolitiche del Mediterraneo, probabilmente interessate al commercio dell’ossidiana.

Il Neolitico medio sardo (4700 – 4000 a.C.), conosciuto anche come “cultura di Bonuighinu”, era un’epoca in cui il miglioramento delle condizioni di vita è riscontrabile anche nella produzione ceramica che risulta essere molto più raffinata e curata rispetto le epoche precedenti. Si aveva una più vasta disponibilità di strumenti, sia in pietra che in osso, nascevano i villaggi all’aperto, si sviluppavano credenze religiose, riti di sepoltura in grotte artificiali e si diffondeva il culto della Dea Madre, simbolo di fertilità in tutte le comunità agricole del Mediterraneo.

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Idoletti Dea Madre

Un ritrovamento molto prezioso è quello avvenuto nella vasta necropoli di Cabras, a Cuccuru s’Arrìu. I defunti, deposti su un fianco in posizione quasi fetale e ricoperti di ocra rossa a simboleggiare il sangue e quindi la vita, erano attorniati da vasi, strumenti in osso e in pietra. Nella mano destra stringevano un idoletto della Dea Madre, simbolo di resurrezione. Diffusi in tutta l’isola, questi idoletti erano rappresentati nell’atto di partorire, di allattare il bambino, erano seduti oppure in piedi e volevano personificare la forza riproduttrice della natura.
Per quel che riguarda la ceramica, venivano prodotte ciotole, olle, vasi a globo, cucchiai la cui decorazione è costituita da bottoni circolari, teste antropomorfe, motivi a scacchiera e a festoni con incisioni molto delicate.
In questa epoca si intensificava il commercio dell’ossidiana che non solo si diffonderà nell’intera isola ma arriverà a raggiungere la Corsica, l’Italia centro-settentrionale e la Francia.
Nelle grotte sono stati ritrovati semi di grano, lenticchie, orzo. Questi ritrovamenti, insieme all’ipotesi di un incremento dell’allevamento bovino, potrebbero indicare un aumento delle pratiche agricole con il conseguente disboscamento di terreno da utilizzare per la semina. L’agricoltura, così come l’attività mineraria dell’ossidiana, l’allevamento, la pastorizia, la caccia, la pesca e la raccolta di molluschi sembrerebbero costituire la base economica del Neolitico medio.

Il Neolitico recente (4000 – 3200 a.C.) era caratterizzato dalla cultura di “San Michele” conosciuta anche come cultura di “Ozieri”, in riferimento ai ritrovamenti avvenuti nella grotta dell’omonima cittadina.
La cultura di Ozieri rappresenta la fase più intensa della preistoria sarda.
Centinaia i siti riferibili a quest’epoca: il villaggio di Conca Illonis e di Cuccuru s’Arriu a Cabras, di Puisteris a Mogoro, numerose grotte funerarie, menhir e dolmen.
Le ceramiche, molto varie e fantasiose, gli oggetti d’ornamento, la ricca produzione di strumenti in pietra evidenziano il notevole sviluppo delle comunità preistoriche della Sardegna. Il culto della Dea Madre continuava a sopravvivere con la produzione di piccole statue femminili in pietra, in osso e in argilla, mentre menhir e corna bovine incise o scolpite sulle tombe suggeriscono l’apparizione di una nuova divinità, stavolta maschile.
E’ in quest’epoca che compaiono le prime domus de janas, ovvero le “case delle fate”. Se ne contano oltre 2500 sparse per tutta la Sardegna, ad eccezione della Gallura, realizzate in forma semplice o pluricellulare, isolate o aggregate. La particolarità di queste tombe ipogeiche è la riproduzione degli schemi architettonici delle case, con la presenza di soffitti, colonne, porte, cornici, sedili, tavoli scolpiti nella roccia in modo che il defunto potesse continuare a vivere nella sua abitazione anche dopo la morte. La presenza di elementi simbolici incisi o dipinti nelle pareti hanno come scopo quello di proteggere l’anima del defunto. L’originalità di questi luoghi ha favorito la diffusione di una celebre leggenda dalla quale deriverebbe il nome delle domus de janas: piccole case abitate dalle fate, che di giorno vi rimanevano rinchiuse per tessere con il telaio i preziosi filati d’oro, e che lasciavano dopo il tramonto per uscire a ballare e celebrare riti magici nascoste dall’oscurità.
Altra forma megalitica è la ziqqurat di Monte d’Accoddi, un grande edificio facente parte di un villaggio nella zona di Sassari. La particolarità di questo complesso, unico nel suo genere, è la struttura tronco-piramidale con un piccolo tempio rettangolare nella sommità.

Questi monumenti, così complessi e ben rifiniti, fanno pensare all’esistenza di una società già ben organizzata, con lavoratori specializzati nella costruzione di elementi funerari, nello scavo, nell’artigianato e nella metallurgia.

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La preistoria parte I: il Paleolitico

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Reperti Grotta Corbeddu, Oliena

Per lungo tempo gli studiosi hanno limitato la presenza dell’uomo in Sardegna al Neolitico, periodo in cui grazie allo sviluppo della navigazione vennero abitate anche le isole più piccole del Mediterraneo.

Saranno due importanti ritrovamenti a spostare la prima presenza dell’uomo al Paleolitico inferiore: nel 1955 le tracce di focolari con carbone e ossa di animali estinti nella Grotta di Ziu Santoru a Dorgali e, soprattutto, nel 1979 il rinvenimento nel Riu Altana di Perfugas di numerosi strumenti in selce realizzati con la tecnica clactoniana (percussione obliqua) tipica, appunto, del Paleolitico.

Le perplessità riguardanti il Paleolitico sardo furono dovute al fatto che gli studiosi non ritenevano possibile che in tempi così remoti l’uomo fosse riuscito a costruire complessi mezzi di navigazione per poter raggiungere l’isola. Semplicemente non era la giusta chiave di lettura. Centinaia di migliaia di anni fa la piattaforma costiera della Sardegna, della Corsica e delle isole dell’arcipelago toscano era emersa, e il continente era separato dalla Corsica da un canale di poche miglia.
In questo modo raggiunsero l’isola diverse specie di animali, come il Cynotherium Sardous, e probabilmente anche l’uomo. Questo spiegherebbe anche la tecnica clactoniana utilizzata per gli strumenti di Perfugas, tecnica di lavorazione molto simile a quelle rinvenute nella penisola.

Se al momento non sono ancora state rinvenute tracce che possano essere ricondotte al Paleolitico medio, molto importanti sono i ritrovamenti riguardanti il Paleolitico superiore. Nella Grotta Corbeddu di Oliena (così chiamata perchè leggenda popolare la volle abitata dal celebre bandito Salis, noto con l’appellativo Corbeddu) sono stati rinvenuti strumenti in pietra risalenti a 14.000 – 8.000 anni fa, parti di un cranio umano con particolarità tali da far presuporre l’esistenza di un Homo sapiens sardo e ancora una falange umana, che documenta la presenza dell’uomo nella zona a partire almeno da 20.000 anni fa. Sono stati scoperti inoltre alcune ossa di Megaceros Cazioti appuntite, incise o lisce, fatto che fa pensare a una lavorazione da parte dell’uomo.

Ma l’uomo rinvenuto nella Grotta Corbeddu, come sarebbe arrivato nell’isola?
Gli studiosi convergono sul possibile attraversamento, da parte di gruppi di uomini che già conoscevano qualche tecnica di navigazione, del canale tra Corsica e continente durante il suo massimo restringimento avvenuto, appunto, 20.000 anni fa.

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La storica alluvione del 1951

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Il Presidente Einaudi saluta gli abitanti di Villaputzu, isolati dalla piena del Flumendosa.

Nel lontano ottobre del 1951 la fascia orientale della Sardegna fu flagellata da una devastante alluvione che, per eccezionalità e durata delle piogge, dovrebbe essere catalogata come evento storico.

Negli stessi giorni, la situazione meteo che si venne a creare nel Mediterraneo procurò alluvioni anche nella Sicilia orientale e in Aspromonte. Tutti questi avvenimenti però, nonostante la loro unicità, non ebbero un grande risalto, probabilmente per la mancanza di copertura da parte dei media dell’epoca e perchè le zone interessate risultavano essere periferiche e difficilmente raggiungibili. L’alluvione del Polesine, avvenuta poche settimane dopo, ha finito poi con l’oscurare del tutto il ricordo dei drammatici avvenimenti del Mezzogiorno.

L’eccezionalità dell’alluvione in Sardegna non risiede tanto in singoli eventi di fortissima intensità, quanto nella durata e nella continuità delle piogge: per oltre 4 giorni le precipitazioni non ebbero mai interruzioni, mantenendo per 75 ore consecutive un ritmo molto elevato.

Ma facciamo un passo indietro.

Le prime piogge di quell’autunno sardo vennero salutate con gratitudine dato che da ben tre anni l’isola viveva una situazione di estrema siccità. Le sorgenti erano completamente asciutte, i campi erano secchi e aridi, grandi difficoltà si registravano nell’abbeverare e alimentare le greggi e la situazione diveniva drammatica di giorno in giorno.

Tutto però era destinato a cambiare rapidamente.

Lunedì 14 ottobre: una depressione fredda in quota, originata nella penisola iberica, e la presenza a nord-est di una forte alta pressione, favorì la formazione di intense correnti di scirocco che provocarono sulla fascia orientale della regione, precipitazioni via via sempre più ingenti per il noto effetto stau.

Gli accumuli di quella prima giornata furono importanti, ma fino a quel momento non particolarmente allarmanti: valori superiori ai 50 mm si registrarono nel Golfo di Orosei, nei monti di Capoterra e nell’area sud-orientale, con picchi superiori ai 100 mm nelle zone interne.

131 mm miniera di Tuvuois, in una valle a nord del Serpeddì
102 mm Burcei
89 mm Muravera
70 mm Montes (1060 m s.l.m.)
60 mm a Sa Pira (caserma nella pineta di Sinnai)
85 mm Galtellì
46 mm San Pantaleo
40 mm di Massonedili (tra Tertenia e Quirra)

Martedì 15 ottobre: le piogge si accanirono ulteriormente in tutta la fascia orientale mentre a Cagliari, ancora ignari di ciò che si stava scatenando in una parte dell’isola, si festeggiava il ritorno dell’erogazione dell’acqua.
Il Flumendosa era in piena controllata così come il Cedrino; si registrava l’esondazione di qualche torrente secondario e del Rio Uri.
Le piogge registrate, stavolta, erano eccezionali: dalla fascia costiera del Sarrabus fino a Orosei si superavano i 150 mm, con picchi tra i 350-400 mm sui rilievi. Diverse stazioni gestite dal Servizio Idrografico superarono abbondantemente la soglia dei 400 mm.

539 mm (?) rio de Pardia, tra Quirra e Flumendosa
470 mm Cantoniera Sicca d’Erba (lago Alto Flumendosa)
445 mm Cantoniera Massonedili
416 mm Genna Crexia
395 mm Arzana
350 mm Baunei
349 mm Flumendosa I salto
339 mm Centrale di Sa Teula
312 mm Cantoniera Rio Gironi (Villaputzu)
309 mm Talana

Il maltempo non sembrava voler placare la sua furia, anzi.
Mercoledì 16 ottobre: fu il terzo giorno consecutivo di pioggia intensa, giorno in cui si realizzarono le quantità massime: dato record a Sicca d’Erba (Arzana, sull’Alto Flumendosa). Le piogge iniziarono a diminuire nel Sarrabus per spostarsi lentamente verso il nord-est dell’isola.

544 mm Sicca d’Erba / 1014 mm in 2 giorni
451 mm Flumendosa I salto / 800 mm in 2 giorni
430 mm Bau Mela (lago alto Flumendosa) / 681 mm in 2 giorni
407 mm Cantoniera Pira de Onni / 576 mm in 2 giorni
417 mm Genna Crexia / 833 mm in 2 giorni
400 mm Arzana / 795 mm in 2 giorni
390 mm Cantoniera Giustizieri (nei pressi di Urzulei) / 591 mm in 2 giorni
386 mm Cantoniera Genna Scalas / 624 mm in 2 giorni
385 mm Villagrande / 580 mm in 2 giorni
353 mm Armungia / 428 mm in 2 giorni
348 mm cantoniera Massonedili / 793 mm in 2 giorni
329 mm Bau de Muggeris (lago Alto Flumendosa) / 583 mm in 2 giorni
326 mm Bau Mandara / 607 mm in 2 giorni
308 mm Rio de Pardia / 567 mm in 2 giorni

Iniziavano i problemi.
L’orientale sarda risultava chiusa dal 20° al 113° km.
Il paese di San Vito era parzialmente inondato. Ancora una volta era sospesa l’erogazione dell’acqua a Cagliari, non per la siccità stavolta, ma per problemi riguardanti la qualità delle acque a seguito delle piene dei fiumi.
Il lago dell’alto Flumendosa passava, nell’arco di 24 ore, dal livello minimo di portata a quello massimo. Lo stesso giorno si provvedeva a scaricare dall’invaso l’acqua in eccesso, creando ulteriori danni nei paesi a valle.

Giovedì 17 ottobre: per il quarto giorno consecutivo, la pioggia continuava a cadere incessantemente: l’Ogliastra e il Gennargentu registravano valori altissimi; Sicca d’Erba si confermava ancora una volta come la stazione più piovosa.

417 mm Sicca d’Erba / 1431 mm in 3 giorni
408 mm cantoniera Pira de Onni / 984 mm in 3 giorni
384 mm cantoniera Giustizieri/ 975 mm in 3 giorni
377 mm Genna Scalas / 1001 mm in 3 giorni
371 mm Jerzu / 783 mm in 3 giorni
365 mm Arzana / 1160 mm in 3 giorni
362 mm Flumendosa I salto / 1162 mm in 3 giorni
352 mm Villagrande / 932 mm in 3 giorni
340 mm Talana / 697 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mela / 1007 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mandara / 933 mm in 3 giorni
314 mm Bau de’Muggeris / 897 mm in 3 giorni
300 mm Dorgali / 865 mm in 3 giorni
297 mm cantoniera Correboi / 751 mm in 3 giorni
282 mm Lula / 629 mm in 3 giorni
238 mm Centrale Sa Teula / 917 mm in 3 giorni

A Cagliari non si aveva una reale percezione di ciò che stava accadendo nella fascia orientale dell’isola: le strade erano impercorribili, le linee telefoniche  interrotte, mancavano informazioni.
Le prime notizie sull’alluvione trovavano spazio nell’Unione Sarda: si parlava di 5 morti in Ogliastra ma i dati non sono certi. Il giorno dopo la situazione era ancora lungi dall’esser chiara. Si parlava di centinaia di case travolte dal fango nei paesi a valle, di zone completamente isolate. Si decideva allora di mandare un velivolo in ricognizione per capire, dall’alto, ciò che stava accadendo.
Un primo tentativo venne fatto la mattina, ma la pioggia che continuava a cadere intensa costrinse l’aereo a ritornare a Cagliari.
Poche ore dopo venne fatto un secondo tentativo. I piloti passando per Capo Carbonara arrivarono fino a Villaputzu e registrarono la piena eccezionale di tutti i fiumi e in particolar modo del Flumendosa. Il ponte che collega Villaputzu, San Vito e Muravera appariva intatto ma era stato scavalcato di ben 15 cm dal fiume in piena. Se il ponte era riuscito a rimanere in piedi nonostante la violenza dell’acqua, altrettanto non si poteva dire della relativa strada, che aveva ceduto per 150 metri in direzione Muravera e 70 metri nel lato di Villaputzu.

Venerdì 18 ottobre: la pioggia cadeva su quasi tutta la Sardegna, ma in continua diminuzione nel settore sud-orientale. Danni vennero registrati in Gallura (che raggiunse i 200 mm), numerose furono le interruzioni delle linee ferroviarie in varie zone dell’isola.
In questi giorni i rifornimenti verso i paesi alluvionati avvenivano esclusivamente con gli aerei.
I dati registrati in questo giorno:

370 mm cantoniera Pira de Onni / 1354 mm in 4 giorni
350 mm Oliena / 1002 mm in 4 giorni
257 mm Jerzu / 1040 mm in 4 giorni
226 cantoniera Zuirghe (nel bacino del Coghinas) / 632 mm in 4 giorni
223 mm cantoniera Genna Scalas / 1224 mm in 4 giorni
206 mm Benetutti / 296 mm in 4 giorni
205 mm cantoniera Taroni (sotto monte Sarru) / 488 mm in 4 giorni
180 mm Monti / 408 mm in 4 giorni
180 mm Nuoro / 556 mm in 4 giorni
176 mm Padulo / 410 mm in 4 giorni
174 mm Cantoniera Giustizieri / 1149 mm in 4 giorni
170 mm Talana / 1013 mm in 4 giorni
162 mm Bau Mela / 1169 mm in 4 giorni
160 mm Flumendosa I salto / 1322 mm in 4 giorni
151 mm Noce Secca / 826 mm in 4 giorni
150 mm Dorgali / 1015 mm in 4 giorni
150 mm Mazzinaiu / 362 mm in 4 giorni
146 mm Bau Mandara / 1079 mm in 4 giorni

Sabato 19 ottobre: la depressione, allontanandosi dalla Sardegna, poneva fine alle piogge. Solo nel pomeriggio del 19 si riuscì a raggiungere il paese di Villaputzu, rimasto isolato per tutto questo tempo.

Le piogge, in molte località, si ripresentarono anche domenica 20 ottobre a causa di nuova perturbazione.

I paesi a valle del Flumendosa furono i più disastrati: Muravera contava 30 case distrutte e 250 danneggiate, San Vito 61 case distrutte e 300 lesionate, Villaputzu 70 case crollate e 150 pericolanti. Notevoli i danni anche a causa del vento.
Il governo stanziò 20 miliardi di lire per le zone alluvionate.

La terribile alluvione del 1951 ebbe come ulteriore conseguenza l’abbandono dei centri abitati di Gairo e Osini, interessati da frane e smottamenti e per questo evacuati dalle autorità. Osini venne ricostruito a circa un chilometro di distanza dal vecchio centro abbandonato, mentre Gairo si divise in tre abitati:
Gairo Cardedu, popolato da coloro che vollero ricostruire vicino alla costa;
Gairo Taquisara, una piccola frazione distante 8 chilometri;
Gairo Sant’Elena, il “nuovo” Gairo, che si trova a poche centinaia di metri dall’antico borgo.
I due vecchi centri di Osini e Gairo, con i loro ruderi abbandonati e i muri scostrati che lasciano intravedere tinte rosa e blu, regalano oggi immagini da cartolina molto apprezzate da turisti e appassionati fotografi.

Le devastazioni provocate dall’alluvione furono tali che lo stesso Presidente della Repubblica Luigi Einaudi volle esprimere vicinanza alle popolazioni coinvolte mediante un viaggio nell’isola.
Arrivato a bordo della corazzata Andrea Doria, sbarcò nel porto di Cagliari, dove venne ricevuto dal ministro Segni, dal Presidente della Regione Crespellani, dal Prefetto e altre autorità locali.
Il lungo corteo di auto presidenziali si diresse verso la regione più martoriata, il Sarrabus, soffermandosi prima a Muravera, dove le autorità vennero accolte dal sindaco e dalla popolazione radunata sulla strada principale. Il Presidente Einaudi potè constatare di persona i gravi danni subiti nel paese, e non mancò di distribuire coperte, indumenti e somme di denaro.
Si proseguì poi verso San Vito.
Qui la popolazione accolse il Presidente nella piazza del paese e il sindaco Lussu accompagnò le autorità nella scuola elementare, dove erano ospitate le famiglie rimaste senza casa. Anche a San Vito vennero distribuiti indumenti e denaro, i più piccoli ebbero in dono il cioccolato.
Il corteo di auto si fermò infine a Villaputzu, nei pressi del ponte del Flumendosa rimasto isolato dal cedimento della strada, dove molti abitanti del paese, superato il fiume, andarono incontro al Presidente. Einaudi parlò a lungo con il sindaco, sincerandosi delle condizioni della popolazione e distribuendo, anche in questo caso, generi di conforto e aiuti in denaro.
Alle 14, le auto presidenziali riprendevano il tragitto verso Cagliari, impossibilitate a proseguire oltre per le strade impraticabili. Le autorità di Nuoro e Sassari e i sindaci delle zone alluvionate dell’Ogliastra vennero ricevute in udienza a bordo dell’Andrea Doria, assieme a famiglie e congiunti delle vittime dell’alluvione.
Alle 20, la corazzata Andrea Doria lasciava il porto, non prima che il Presidente Einaudi lanciasse un ultimo saluto all’isola con un radiomessaggio:

“Avrei desiderato che la mia visita alla zone alluvionate si fosse potuta concludere solo dopo la effettiva presa di contatto con tutti i centri colpiti. Purtroppo le permanenti interruzioni nei collegamenti mi hanno invece costretto a limitare il mio programma ed io sto per lasciare l’isola. Mi conforta il pensiero di aver pur sempre arrecato alla generosa gente di Sardegna la testimonianza della solidarietà con cui tutto il Paese le è vicino in questa ora di tristezza, alla quale ho tuttavia fede non tarderà a seguire una serena ripresa. Nel voto che in un prossimo avvenire mi sia concesso di sostare meno fugacemente in terra di Sardegna e di constatare il compimento delle opere che sono già state iniziate e di quelle che saranno ulteriormente predisposte, invio alla popolazioni dell’isola, prima fra esse a quelle delle zone che non mi è stato consentito di raggiungere, il mio saluto e tutti i miei più fervidi auguri”.

26 ottobre 1951

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Qui il video dell’Istituto Luce a documentare la visita:
Il Presidente Einaudi in Sardegna.

 

Einaudi alluvione 1951
Visita Presidente Einaudi. Sarrabus 1951

 

 

Einaudi 1951
Presidente Einaudi col sindaco di Muravera, 1951

 

 

Alluvione Sarrabus Einaudi 1951
Presidente Einaudi. Villaputzu, Muravera, San Vito, 1951

 

 

Einaudi Sarrabus 1951
Presidente Einaudi nel Sarrabus, alluvione 1951

 

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