Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

Lo squadrismo in Sardegna -2-

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L’eccidio di Portoscuso.

Tra le incursioni fasciste più violente ricordiamo quella di Portoscuso, avvenuta il 29 dicembre 1922.
Portoscuso in quegli anni era un piccolo centro agricolo, importante anche dal punto di vista industriale essendo inserito nell’area mineraria del Sulcis-Iglesiente; numerose erano le attività legate al traffico marittimo. I battellieri, con a capo i fratelli Fois, rappresentavano la maggiore organizzazione sindacale e politica del paese, di orientamento socialista.

La loro madre era stata la prima maestra del paese, mentre il padre rivestiva un ruolo importante nel settore del commercio. Era dunque una famiglia amata e molto conosciuta.

Luigi era il cassiere della Federazione, Salvatore aveva ben tre lavori diversi per mantenere la numerosa famiglia.
Quando Luigi riuscì, nel 1920, a entrare nell’amministrazione socialista di Portoscuso, iniziarono i primi problemi. L’ex-vicesindaco Santus, di orientamento liberale, spodestato nelle elezioni, divenne ben presto il loro nemico.
Santus capì che, sfruttando la situazione politica e il movimento fascista, avrebbe potuto facilmente riottenere il posto di sindaco che gli era stato negato nelle elezioni precedenti, così,  dopo la Marcia su Roma, costituì nelle cittadina una sezione del fascio, diventandone il segretario.

Per la spedizione punitiva i fascisti arrivarono da Iglesias e Gonnesa con le armi in mano. Gli obiettivi principali erano lo scioglimento dell’amministrazione comunale e dell’organizzazione socialista e l’intimidazione dei capi.

All’arrivo a Portoscuso, i fascisti si recarono al porto alla ricerca dei fratelli Fois.
Invitarono Luigi a seguirli presso la sede del fascio per consegnare i fondi e i registri della Federazione che sarebbe poi stata sciolta, ma lui si rifiutò. A questo punto i fascisti cercarono di trascinarlo via con la forza e immediato fu l’intervento del fratello Salvatore che, trovandosi anche lui nelle vicinanze, si lanciò contro gli aggressori brandendo una roncola e colpendo uno dei fascisti presenti, Leonardo Scameroni.

La reazione dei fascisti non si fece attendere: una scarica di colpi uccise i due fratelli.
Il giornale l’“Unione Sarda” di Sorcinelli, all’epoca di fede fascista, diffuse la falsa notizia di un’aggressione ai danni dei fascisti, accusando inoltre i fratelli Fois di essere a capo di un’organizzazione dedita allo strozzinaggio.

Le violenze continuarono anche dopo l’eccidio.
I fratelli superstiti furono costretti a scappare per le campagne, la popolazione venne intimidita per tutta la notte e alla madre e alla sorella fu intimato di non piangere i propri cari.

Neppure il giorno dei funerali ebbero pace. I fascisti si lanciarono verso il corteo funebre, obbligando le famiglie a ritornare nelle proprie case, lasciando proseguire solo i feretri. Le salme vennero fatte a pezzi prima di essere riconsegnate.

Tra il 30 e 31 dicembre anche l’amministrazione socialista fu sciolta, al suo posto prese potere un’amministrazione fascista con Santus nominato nuovo sindaco.
I primi mesi del 1923 la Federazione dei battellieri passava sotto il controllo fascista, con i familiari dei Fois costretti a consegnare i registri e i conti dell’organizzazione.

L’autorità giudiziaria ritenne opportuno non interessarsi dell’accaduto, ma i parenti dei defunti non furono dello stesso avviso. Approfittando di un dissidio fra i dirigenti dei fasci isolani, riuscirono ad ottenere dal magistrato l’apertura del procedimento legale. Gli autori del delitto vennero giudicati dai giurati di Cagliari e tutto il processo si svolse con eccezionali misure di ordine pubblico.
Il giorno del verdetto, un corteo di fascisti della città attendeva la notizia della liberazione, mentre a Iglesias si preparò un banchetto per festeggiare l’assoluzione.
Ma questo desiderio non si realizzò.

A differenza dell’omicidio di Efisio Melis, l’eccidio dei fratelli Fois venne condannato dai giudici all’unanimità. Il fascismo non accettò il verdetto emanato dalla giuria popolare anzi, lo considerò come un affronto al regime. L’on. Rocco, ministro di Grazia e Giustizia, intervenne direttamente giudicando la condanna un errore giudiziario. Dopo due anni, i condannati ottennero la grazia e furono rimessi in libertà.

Le violenze dei fascisti in varie zone dell’isola aumentarono il malcontento della popolazione. Il fascismo non veniva considerato un partito, ma un fenomeno di brigantaggio appoggiato dallo Stato.
Per modificare questo pensiero diffuso e aumentare i consensi, si decise di mutare la linea politica: venne inviato nell’isola il generale Gandolfo, prefetto munito di pieni poteri.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

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Lo squadrismo in Sardegna -1-

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Che in Sardegna il fascismo nelle sue fasi iniziali non ottenne grandi consensi, è cosa ormai risaputa. I fascisti sardi non presero parte alla “Marcia su Roma” e le prime mobilitazioni nella regione si risolsero in un gran fallimento: malmenati e dispersi, e addirittura scortati dai carabinieri, furono costretti a darsi alla macchia.
L’ostilità al fascismo raggiunse una dimensione tale, che in tutta l’Italia si arrivò a parlare della nascita di un vero e proprio movimento insurrezionale nell’isola.

Mussolini, spaventato, decise di correre ai ripari inviando nell’isola l’on. Pietro Lissia in rappresentanza del governo. Fervente antifascista nella prima ora, appartenente al gruppo parlamentare della democrazia sociale, aveva poi cambiato parere, diventando sottosegretario alle Finanze nel ministero Mussolini.
La sua visita fu accolta con un misto di sorpresa e preoccupazione, erano infatti alquanto rare le apparizioni dei membri del governo nell’isola.
Nonostante il grande risalto dato all’avvenimento dai giornali fascisti, al suo arrivo a Cagliari l’onorevole non trovò altri che le autorità civili e militari, il solito gruppo fascista, ma soprattutto oppositori. Nessuna folla in festa per le strade, solo urla e fischi, e anche nell’aula del Consiglio provinciale, dove tenne un discorso riguardo al programma del governo, l’ambiente era apertamente ostile.

Dopo la seduta provinciale, altri scontri si ebbero nelle piazze della città. La polizia effettuò nuovi arresti tra gli oppositori, qualcuno, aggredito dai fascisti armati, rimase ferito, le stesse guardie regie sostenevano e davano appoggio ai fascisti. Fu in questa occasione che Emilio Lussu fu violentemente colpito alla testa da parte di un graduato delle guardie regie. Rimase ricoverato a lungo in un ospedale cittadino, la sua aggressione suscitò un clamore enorme. Molti misero in relazione l’aggressione subita, al suo discorso d’opposizione tenuto poche ore prima di fronte all’on. Lissia.

A seguito dell’atto di violenza contro Lussu, organizzazioni politiche, deputati, consiglieri si recarono dal prefetto per esprimere la loro protesta, la popolazione si astenne dal lavoro, i negozi rimasero chiusi.
Di fronte a una situazione che poteva diventar ancor più pericolosa, il governo decise che era necessaria la pacificazione della città.
Seguirono accordi tra oppositori e capi fascisti, i detenuti politici vennero rimessi in libertà, l’ordine pubblico pareva ristabilito.

Il 27 novembre 1922 si tenne a Cagliari una grande manifestazione fascista; arrivarono sostenitori da tutta la provincia, il prefetto invitò la popolazione a esporre le bandiere nelle finestre, consiglio che però non venne seguito e le uniche bandiere presenti sventolavano nelle case dei fascisti.
I capi dell’opposizione avevano chiesto di evitare ogni tipo di provocazione e così, in tanti, decisero per un giorno di passare la giornata fuori dalla città.
I fascisti indossavano la camicia nera, erano armati di manganello, pistola e pugnale. In colonna, a precedere il corteo, guardie regie e carabinieri.
La folla presente rimase ostile ma impassibile e i fascisti più intransigenti abbandonarono le file per colpire, coi manganelli, chi non si levava il cappello al loro passaggio. La folla reagì. Gruppi di ragazzi accerchiarono un capo fascista e le trombe suonarono l'”allarmi”. I fascisti abbandonarono i manganelli e con pugnali e pistole colpirono i presenti. Gli oppositori, senza armi, si gettarono sulla colonna che fu prontamente difesa dai carabinieri che aprirono il fuoco. La città cadde nel caos più totale.

Secondo il resoconto ufficiale emanato dal prefetto, si contarono 22 feriti e 57 arresti.
Si trattò di dati faziosi, volutamente incompleti in quanto provenienti dagli ambienti filofascisti. Gli arrestati erano tutti oppositori, il numero di feriti ben superiore a quello indicato dal prefetto e, soprattutto, non fu neppure registrata la morte del primo antifascista sardo caduto vittima delle violenze: Efisio Melis, un ragazzo di ventisette anni.

Efisio Melis era stato un combattente della Grande guerra, decorato con la medaglia al valore militare. Smessa la divisa militare, si era iscritto al partito sardista e lavorava da operaio in officina. Durante la manifestazione fascista si trovava in via Garibaldi tra la folla e fu uno dei tanti che, durante il passaggio della colonna, rifiutò di levarsi il cappello. Fu allora che un fascista del suo rione, conoscendo le sue posizioni politiche, si spostò dalla colonna e gli ordinò di salutare lo stendardo fascista ma lui non si piegò, anzi: portò le mani al cappello, ma solo per sistemarlo meglio.
A questo punto il fascista, colmo di rabbia, traflisse per due volte Melis con la punta del gagliardetto. Melis aveva suo figlio in braccio e, impossibilitato a difendersi, cadde a terra esanime.

Subito la folla attorno a lui si avvicinò per soccorrerlo, ma venne fermata dai manganelli dei fascisti. Arrivato nello stesso ospedale in cui era ricoverato Lussu per la precedente aggressione, chiese di incontrarlo. “La guerra, la guerra”, saranno le ultime parole a lui rivolte. Morirà il 2 dicembre del 1922 e al suo funerale parteciperanno migliaia di persone. Alla vedova, insultata e aggredita, verrà impedito di portare fiori nella tomba del marito.
Nessun aggressore venne perquisito o fermato, la morte di Melis non trovò colpevoli.

Nei giorni seguenti continuarono gli arresti di oppositori e nel frattempo, molti industriali, agrari, commercianti si iscrissero al fascio. Il fascismo riusciva, in questo modo, ad aumentare il “consenso”.

L’episodio di Cagliari dimostra che in Sardegna ci fu una forte resistenza di fronte alle violenze fasciste, superiore alla gran parte delle regioni italiane.
Questo punto viene ulteriormente sottolineato dalle vicende che interessarono Sorso l’8 dicembre 1922.

Nella cittadina in provincia di Sassari, i fascisti vennero addirittura accolti da una fitta sassaiola e costretti ad abbandonare in fretta e furia la zona.

A Terranova, l’attuale Olbia, la popolazione era in larga maggioranza antifascista.
Facevano eccezione alcune famiglie di commercianti che, stanche di questa situazione, si misero in contatto con i fascisti di Civitavecchia per organizzare una spedizione armata.
Da Civitavecchia presero il piroscafo duecento fascisti armati. Una volta arrivati, guidati dai capi locali, accerchiarono le case degli oppositori e le assaltarono. In molti riuscirono a scappare per la campagna, ma una trentina vennero catturati e portati nella piazza della città. Nel frattempo vennero saccheggiate le organizzazioni di lavoro, le sedi, i circoli dei combattenti e dei mutilati di guerra.
La città, colta di sorpresa, era in mano ai fascisti.
Nella piazza centrale avvenne il “battesimo fascista”, non con l’acqua chiaramente, ma con l’olio di ricino simbolo della redenzione dal peccato antifascista. Era la prima volta che in Sardegna si usava un simile trattamento. Solo un prigioniero, contadino ex combattente, si rifiutò di bere e venne così percosso. A un noto esponente antifascista, avvocato, fu intimato di tenere un discorso inneggiante a Mussolini ma si rifiutò; arrivarono allora le figlie, in lacrime chiesero la liberazione del padre che di fronte alla scena straziante non potè far altro che piegarsi alla richiesta: salì sulla tavola predisposta e iniziò un piccolo monologo ma, prostrato da tanto sforzo, cadde a terra svenuto.
la popolazione rimase asserragliata nelle case fino alla loro partenza.
I fascisti esultavano, avevano vinto.

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Per approfondire l’argomento si consiglia le lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu.

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Noi siamo sardi

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Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

Grazia Deledda

 

Neve dicembrina…

 

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Lino Businco: un sardo tra i firmatari del manifesto della razza.

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La manifestazione più aberrante del fascismo fu l’introduzione, nell’autunno del 1938, di una serie di leggi discriminatorie rivolte prevalentemente contro i cittadini di religione ebraica. Queste leggi, molto simili a quelle naziste del 1935, escludevano gli israeliti dagli uffici e dalle scuole pubbliche, ne limitavano l’attività professionale, vietavano i matrimoni misti. Preannunciata da un manifesto di sedicenti scienziati che sostenevano l’esistenza di una “pura razza italiana” di indiscutibile origine ariana, la legislazione fu introdotta in un paese che fino ad allora, a differenza della Germania, della Francia e della Russia, non aveva mai conosciuto forme di antisemitismo diffuso.

Il manifesto della razza, diviso in dieci punti, si proponeva di insinuare nel popolo italiano il germe dell’orgoglio razziale per farne scaturire l’aggressività: “E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, evidenziava il settimo punto.

Tra i dieci scienziati che firmarono il vergognoso manifesto, uno proveniva dalla Sardegna: Lino Businco (1908-1997).
Laureato in medicina, a Cagliari, Businco fino al 1937 fu “aiuto incaricato” presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Cagliari, passò poi all’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Roma. Divenne vice direttore dell’Ufficio Studi sulla razza  del Ministero della Cultura Popolare nel 1938 e, nel dicembre dello stesso anno, membro del Comitato segreto italo-germanico per le questioni razziali, lavorando con Himmler ed Hess. Fu insignito da Hitler della Croce rossa tedesca di seconda classe.

Ma il contributo di Businco alla causa della razza non si limitò alla stesura del manifesto. Pubblicò sulla rivista “La Difesa della razza”,  l’articolo Sardegna Ariana che aveva come scopo quello di dimostrare l’appartenenza dei sardi al “gruppo purissimo degli ariani mediterranei“. Basandosi su metodi pseudo scientifici, analizzando le ossa nuragiche per ottenere dati biologici, arrivò alla conclusione che i sardi avevano conservato la purezza del loro sangue attraverso i millenni e “non potevano appartenere a opachi raggruppamenti razziali africani“.

Lino Businco non fu il solo a sostenere questa tesi.
Un importante contributo lo diedero anche Paolo Rubiu, e ancora Claudio Colosso, sempre nel 1939, che cercarono di allontanare dalla “pura razza sarda” possibili equivoci sulla provenienza africana.
L’Unione Sarda, il maggior quotidiano dell’isola, a seguito delle leggi razziali del 1938 pubblicò un articolo, senza firma, in cui celebrava “la razza sarda, parte integrante della razza italica […] di cui costituisce una delle espressioni più elevate“.

Ma la voce dell’opposizione era molto forte anche in Sardegna e il suo simbolo fu ancora una volta Emilio Lussu che, con un testo straordinario pubblicato nel 1938, seppe smontare in modo ironico il Manifesto punto per punto.
In riferimento al IV comandamento del Manifesto: “questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola” rispose che “siccome la Sardegna non fa parte della penisola ma è un’isola, l’affermazione suesposta non tocca i Sardi nè punto nè poco”.
E ancora: “Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poichè ci siamo, ci vogliamo stare. E’ tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti”.
Reclamando in modo alquanto divertente: “il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani” e mobilitando “a difesa della razza sarda […] le impavide zanzare, di pura razza semitica” per fermare gli ariani arrivati nell’isola.

Nonostante il passato così inglorioso, Lino Businco non ha mai pagato per le sue tesi razziali, al contrario. Nel 1962 venne insignito dell’onorificenza di “Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica”.

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A proposito dei firmatari del Manifesto della Razza, Franco Cuomo ha scritto:

“Nessuno li dimentichi. Nessuno si scordi mai di ciò che impersonarono nella storia del razzismo italiano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari.
Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono”.

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Per approfondire l’argomento:

 

 
 

Indifferenti

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Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perchè alcuni vogliono che avvenga, quanto perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto a ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato, perchè non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 

Antonio Gramsci

11 febbraio 1917

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Testo integrale tratto dalla rivista “La città futura”, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. 

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A te.

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Non entrerò più nella casa grande dal portone rosso, col Bouganville a incorniciare l’ingresso e le rose bianche aggrappate faticosamente sul muro alla destra.

La pianta di limoni ombreggiava una parte del cortile e tutto intorno, quasi a voler ingentilire la rudezza dei muri, i fiori dai mille colori nell’aiuola rialzata. Quanto era bello quel piccolo angolo di paradiso.

Era questo quello che scorgevo da una piccola fessura sul portone. E poi iniziava il rituale che era sempre lo stesso. Suonavo il campanello, mi aggrappavo con i piedi alla sporgenza del cancello e con un salto riuscivo ad andare oltre il ferro che mi impediva la visuale. E la vedevo arrivare, col passo lento, facendo attenzione ai pochi scalini che ci separavano.

Ciao nonna, come stai?

Era l’archetipo della nonna da fiaba, quelle con i capelli grigi, gli immancabili occhiali, la vocina dolce, il fazzoletto sulla testa perfettamente ripiegato. Magari poteva essere stata una mamma severa, una zia impicciona, una vicina chiacchierona, ma a me non riguardava. Come nonna, badate bene, non si poteva chiedere di più. E io avevo avuto questa fortuna, ricoprivo il ruolo della nipotina e lei era la mia nonna perfetta.

Come nelle fiabe, bastava chiedere qualcosa e questa grazie a lei si materializzava. Certo, non potevo chiedere una carrozza di zucca o un pesciolino d’oro, ma i dolci quelli li chiedevo e quelli magicamente arrivavano, e le mani che me li porgevano erano le sue.
E se la Ferrero è diventata quello che è, sono convinta che un po’ lo debba anche a mia nonna.

Sì è vero, le nonne delle fiabe amano fare le torte in casa e non parliamo dei biscotti caldi appena tolti dal forno!
Ecco, questo non lo faceva, ma se ci fosse stata una nonna delle fiabe bravissima nell’ordinare e comprare i dolci più buoni al mondo, sì, ancora una volta sarebbe stata la persona giusta per la parte.

Non abitava in un castello, ma in una bella casa sarda che è stata la cornice del nostro cammino insieme.

Le sere d’estate le passavamo in quel cortile con l’albero dei limoni, punto di ritrovo per zii e cuginetti venuti da tutta l’Italia. Chiacchiere, risate, qualche immancabile zanzara. La casa si rianimava, si riempiva di voci, era tutto così bello, così familiare.
Non me l’ha mai detto, ma sono sempre stata certa che la sua stagione preferita fosse l’estate. Poi arrivava un altro autunno, gli zii partivano, i cugini crescevano, qualcuno passava le vacanze altrove e ancora una volta restavamo di nuovo solo io e lei.
E io un po’ ero felice: tornavo a essere la sua nipotina preferita.

C’era una stanza, nella sua casa, a cui teneva particolarmente.
Da piccola mi prendeva per mano, mi portava nel salotto e lì, sopra la credenza una grande biscottiera con dentro le caramelle. Ma stavolta non erano i dolci ad attirare la mia attenzione. No, era quella scrivania sulla sinistra che mi interessava. Era così bella, e soprattutto c’era quella strana scatola grigia arricchita da tanti tastini bianchi con delle lettere che ancora non conoscevo. Che magnifico gioco sembrava essere. Seppi più tardi che era la macchina da scrivere di mio nonno. Al di sotto della macchina ancora i fogli e i suoi ultimi appunti. Quanto avrei voluto curiosare tra le sue carte in quei momenti. Quanto avrei voluto conoscerlo davvero, continuo a ripetermi oggi.
Perchè io, di nonno, non ho mai avuto un ricordo nitido; come in un sogno riappare nella mia mente seduto in una grande sdraio, con una copertina a proteggergli le gambe. Io che lo saluto dandogli la mano e lui che sorride, no anzi, ride. L’unica immagine che ho di mio nonno è quella di lui che ride. Nient’altro. E’ poco, sì, ma è davvero bella.

Mia nonna se ne è andata il giorno di Ferragosto, nella sua stagione preferita.
Come nelle fiabe, lei è stata la nonna perfetta, io nel mio ruolo di nipote cresciuta non ho saputo fare altrettanto. Ma neanche le fiabe sono come le vorremmo.

Quella casa così piena di ricordi, che ha costituito una parte importante della mia vita, è stata venduta poco dopo. Stanno già ristrutturando: cadranno muri, ne innalzeranno altri. Quel giardino non sarà più il giardino della mia infanzia.
Sarà il giardino di altri bambini, altri ragazzi costruiranno i propri ricordi, e i miei continueranno a vivere solo dentro di me.
Qualche tempo fa sono capitata in quella strada, e mentre camminavo lungo il muro esterno non sono riuscita a trattenere le lacrime.

Il portone rosso c’è ancora, tu non ci sei più.

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Noi coglieremo fiori…

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Ode ai morti di Buggerru

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Noi coglieremo fiori di bufera
Lungo il sonante mare.
Li copriremo d’elce,
li cingeremo di selvaggio ulivo,
e con fiori di sole, o Primavera!
Ché non son morti. Nell’ignava fossa
non posan essi verdi azzurri stanchi
Cadaveri? Ma vanno
oltre letée fiumane, sul profondo
cuor della terra, e scavano
ancora. Van tra il rombo di altre mine
per altre vie. Su loro
è il festoso scrosciar delle acque e il coro
delle selve, divino. Ardon le lampane
pari ad astri non mai prima veduti.
E a loro innanzi fuggono gli impuri
spiriti della tenebra, gli oscuri
spiriti della terra: Avanti, neri
compagni mal sepolti! Oltre il sepolcro,
giù! Oltre la radice aspra dei monti,
oltre l’alvo sereno delle fonti,
oltre ogni umana mole,
oltre ogni sogno infranto,
oltre la terra che matura al sole
la sua messe di pianto .
Sardegna! Dolce madre taciturna,
non mai sangue più puro
e innocente di questo ti bruciò
il core e tanto ne stillò dall’urna
della morte! Pastore,
Re del silenzio, sul tuo sogno immobile
passan le rosse nuvole,
passano i venti sul tuo chiuso cuore
Ascolti? Il tuo silenzio
Vinto è dai colpi dei vendicatori:
e già sulla collina
bela e svaria la mandra,
e canta la calandra.
Che l’aurora è vicina.

Sebastiano Satta

 

L’eccidio di Buggerru

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In pochi sanno che il primo sciopero generale della storia d’Italia scaturì da un evento che ebbe luogo in un piccolo centro della Sardegna, Buggerru, nell’iglesiente.

La fondazione di Buggerru fu conseguente all’inizio dell’attività mineraria nella zona, iniziata nel 1860 con la ricerca di zinco e piombo. In breve tempo il paese superò gli 8000 abitanti, lavoratori provenienti da diverse parti della Sardegna che subirono il richiamo della miniera; un lavoro faticoso, poco retribuito ma pur sempre prezioso in una regione con un altissimo tasso di povertà.
Le misere condizioni di vita dei minatori si riflettevano nelle povere e fatiscenti abitazioni in cui trovavano alloggio le numerose famiglie operaie.
Tutto, proprio tutto, apparteneva ai proprietari francesi del complesso minerario, la “Société Anonyme des mines de Malfidano”: pozzi, officine, case (gli operai pagavano l’affitto ai dirigenti), scuola, emporio, terra, anche la vita dei minatori era di loro proprietà. Non desterà dunque sorpresa il nome con la quale Buggerru era nota all’epoca: la “Petit Paris”, con il suo cinema e un grazioso teatro riservato alla ristretta élite dei dirigenti francesi.

Non avevano tempo libero gli operai, costretti a lavorare in condizioni durissime: non meno di 9 ore lavorative al giorno, niente riposo settimanale, turni massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro.
I minatori a Buggerru erano più di 2000 e a essi si aggiungevano le donne e i ragazzi più giovani che si occupavano della selezione dei minerali. I salari erano bassissimi: meno di 3 lire al giorno per gli armatori che lavoravano all’interno della miniera, neppure 1 lira per le cernitici.

Erano i primi anni del secolo questi, i tempi in cui muoveva i primi passi il movimento operaio. E anche a Buggerru i lavoratori iniziarono a riunirsi nella “Lega di Resistenza”, che partecipò attivamente al congresso nazionale della Federazione dei minatori.
Forte del sostegno dei due sindacalisti Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, il malcontento si incanalò in una grande protesta quando, il 2 settembre 1904, fu anticipata di un mese l’entrata in vigore dell’orario lavorativo invernale, che avrebbe significato la riduzione di un’ora della pausa tra un turno e l’altro.
Gli operai si rifiutarono di eseguire quest’ordine, si presentarono all’orario consueto e i dirigenti, in tutta risposta, minacciarono di licenziare chiunque non avesse rispettato le nuove direttive.
Iniziava così lo sciopero dei minatori di Buggerru, spontaneo in quanto non guidato dalla Lega di Resistenza che cercò in tutti i modi di riportare la calma tra gli operai. Ma ormai la protesta era in moto, niente poteva trattenere la rabbia dei minatori: tutti gli impianti rimasero deserti, perfino l’energia elettrica venne interrotta lasciando il paese al buio.

Nel frattempo, il direttore della miniera Achille Georgiades, chiese aiuto della forza pubblica e due compagnie di soldati del 42° Fanteria al comando dei capitani Bernardone e D’Anna partirono da Cagliari all’alba del 4 settembre, per arrivare a Buggerru nel pomeriggio. Tre operai furono incaricati di provvedere alla sistemazione dei soldati in un locale provvisorio, e una sentinella venne messa al posto di guardia.
Mentre negli uffici della direzione una commissione cercava di trovare una soluzione allo sciopero, gli operai si radunavano nella piazza ad attendere una risposta. Fu allora che un gruppo di manifestanti si diresse verso i locali dell’improvvisata caserma per convincere i tre operai, rimasti agli ordini dei soldati, a unirsi allo sciopero. La situazione si fece via via più tesa, le grida lasciarono il posto a una fitta sassaiola mentre i soldati puntavano i moschetti sulla folla.
Alle 16.45 i militari, tolta ogni remora, spararono sui lavoratori, lasciando a terra una decina di operai.
Due morirono sul colpo, Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara e Felice Littera di 31 anni, di Masullas. Il 21 settembre Giustino Pittau, di Serramanna, morì in ospedale; un mese dopo la stessa sorte toccò a Giovanni Pilloni di Tramatza.

Il 5 settembre ritornò la calma anche grazie alla preziosa mediazione di Cavallera e Battelli, e l’energia elettrica riprese a funzionare illuminando il paese nel giorno del lutto. Il 6 si tennero i funerali alla quale partecipò una folla di 3000 persone.

Il 7 settembre nelle miniere di Buggerru fu ripreso il lavoro: solo dopo lunghe trattative il direttore concesse che per tutto il mese di settembre l’intervallo fosse di 3 ore invece che 2. Tutto qui.
I morti di Buggerru valevano solo un’ora di riposo?
No. I morti di Buggerru col loro sacrificio erano riusciti ad accendere la fiaccola che negli anni, nei decenni a seguire avrebbe illuminato la strada del movimento operaio.

Accadde infatti che l’11 settembre, la Camera del Lavoro di Milano, per protestare contro l’eccidio di Buggerru, proclamava il primo sciopero generale nazionale, che fu anche il primo d’Europa.
Dal 16 al 21 settembre i lavoratori italiani di tutte le categorie scesero in strada non per difendere i propri diritti, ancora inesistenti, ma per conquistarli.
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