I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola

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La guerra in Spagna, e ancor prima la guerra in Etiopia, segnò una svolta nelle condizioni economiche dell’isola agendo da valvola di sfogo alla disoccupazione.
L’arruolamento di volontari, con relativi salari e sussidi alle famiglie, spinse molti sardi a imbarcarsi a Napoli convinti di andare in Africa, per ritrovarsi invece a Cadice come soldati del CTV, il corpo di spedizione italiano in Spagna.
Ogni legionario riceveva 20 lire al giorno, più un’integrazione di 150 lire al mese versata dal governo golpista: basti pensare che in quegli stessi anni i salari dei minatori sardi andavano da 15-18 a 17-23 lire al giorno, quelli degli operai da 10-12 a 14-15.

Ben presto in Spagna si ritrovarono a combattere, gli uni contro gli altri, gli italiani del CTV e gli italiani delle Brigate Internazionali: più disperati e meno motivati quelli di parte fascista, più maturi e decisi quelli che appoggiarono la causa repubblicana, grazie all’esperienza maturata con l’emigrazione e alla consapevolezza di dover combattere il fascismo che li aveva espulsi dall’isola.

Alcuni sardi furono tra i primi ad accorrere in aiuto della Repubblica.
A monte Pelato, nel primo scontro militare tra formazioni delle due parti, dei 9 caduti italiani della colonna Ascaso-Rosselli due erano sardi: Giuseppe Zuddas (nato a Monserrato nel 1898), che morirà in trincea, e Pompeo Franchi (nato a Nuoro nel 1905) che, ferito nella battaglia, perderà la vita pochi giorni dopo nell’ospedale di Lerida.
Zuddas, dirigente della gioventù regionale sardista, era emigrato a Parigi sin dal 1924; dopo l’arrivo di Lussu, che lo avrebbe impiegato per inviare messaggi ai gruppi clandestini in Sardegna, aderì al Comitato Centrale di Giustizia e Libertà e partì per la Spagna al primo appello di Rosselli. Cadde sul campo di guerra il 28 agosto, appena un mese dopo l’Alziamiento dei generali: all’interno del suo portafoglio la tessera del Psd’A.
Franchi, invece, era anarchico. La presenza a Barcellona delle grandi organizzazioni dell’anarchismo iberico attirò gli anarchici sardi dell’emigrazione alla difesa della Repubblica: Franchi, emigrato in Francia nel 1926, arrivò in Spagna nei primi giorni della guerra insieme col fratello, anche lui combattente a Monte Pelato.

Nella stessa colonna Ascaso-Rosselli combattè anche l’anarchico Tommaso Serra (nato a Lanusei nel 1900). Perseguitato da tutte le polizie europee, lascerà la Spagna nell’autunno del 1937, dopo essere stato incarcerato dalla polizia comunista per aver organizzato la commemorazione di Francisco Ascaso.

Non solo anarchici, anche diversi comunisti sardi parteciparono fin dalle prime fasi alla guerra spagnola. Esemplare il caso di Paolo Comida (nato a Ozieri nel 1899), che allo scoppio della rivolta si trovava già a Barcellona per assistere alle Olimpiadi Popolari organizzate dalla Repubblica. Si arruolò immediatamente e cadde a Tardienta il 22 agosto.
Ma ancor prima dei comunisti, che solo più avanti si organizzarono nelle Brigate Internazionali, furono gli anarchici a respingere l’offensiva franchista nelle fasi iniziali della guerra. Fra questi anche tanti sardi come Pasquale Fancello (nato a Dorgali nel 1891) e sua moglie Giovanna Maria Gisellu (nata a Dorgali nel 1893), Pietro Golosio (nato a Mamoiada nel 1904) e suo fratello Domenico Golosio (nato a Mamoiada nel 1910), Giovanni Dettori (nato a Orgosolo nel 1899).
Dettori fu uno degli uomini più rilevanti della colonia sarda a Tunisi: arrestato nel 1931, fu assegnato per tre anni al confino di Ponza e, emigrato in Tunisia, aveva intavolato le comunicazioni tra il nucleo parigino di GL e la Sardegna. Ferito una prima volta, ritornerà al fronte dove verrà colpito a morte, presso Teruel, nel gennaio del 1937.

La morte di Dettori darà vita a un episodio drammatico dell’antifascismo sardo: una lettera che annunciava la sua morte fu letta, con parole commosse, da due amiche nuoresi, Graziella Sechi (moglie di Dino Giacobbe) e l’insegnante Mariangela Maccioni Marchi.
La polizia, informata dell’accaduto, arrestò le due donne che furono poi oggetto di un velenoso commento del giornale fascista “Nuoro Littoria”. Quando Giacobbe sfidò a duello l’autore, questo, essendo il federale, lo fece arrestare.
Sempre più sensibile agli appelli di Lussu, che sosteneva come nell’esercito repubblicano ci fosse bisogno di ufficiali che avessero maturato esperienza di guerra, poco dopo la liberazione della moglie espatriò clandestinamente, raggiunse dalla Corsica Parigi e poi Albacete. Qui comandò, nelle fasi finali della guerra, una batteria di artiglieria intitolata a Carlo Rosselli, con la bandiera rossa a fare da sfondo ai Quattro mori.

Mariangela Maccioni non solo venne arrestata, ma fu anche sospesa dall’insegnamento. Fu l’unica tra gli insegnanti sardi ad aver subito una misura così drastica, probabilmente perchè il regime voleva impaurire il combattivo antifascismo nuorese o forse perchè in questo modo si colpiva il prestigio della Maccioni, attorniata da amicizie “pericolose”, come la sardista Marianna Bussalay, nata a Orani nel 1904, più volte inquisita dalla polizia fascista.

Raccolse l’invito di Lussu anche un altro sardo, il cagliaritano Cornelio Martis, nato a Guspini nel 1905. Anch’egli espatriò clandestinamente passando per Tunisi e raggiungendo Parigi. Dopo la battaglia dell’Ebro, quando nell’esercito repubblicano si scatenò il sospetto stalinista della “quinta colonna”, fu giustiziato da un commissario politico del suo battaglione.

Anche Velio Spano, incaricato prima della propaganda da Radio Barcellona e poi da Radio Milano Libertà, arrivò al fronte e combattè sullo Jarama.

Lussu si recò in Spagna nel giugno del 1937, per rendersi conto delle reali possibilità di dar vita alla “Legione Italiana”. Dopo alcuni giorni, però, venne informato della morte dei fratelli Rosselli e si precipitò a Parigi per assumere la direzione di GL.

Ma quanti furono i caduti sardi che combatterono nella guerra di Spagna?
La Sardegna, che aveva il 2,4% della popolazione nazionale, contò 219 vittime, 149 nell’esercito e 70 nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che rappresentavano l’8,3% dei caduti italiani del Corpo Truppe Volontarie e il 4% di quelli della Milizia.
Sul fronte repubblicano, i circa 20 caduti sono oltre il 3% dei circa 600 caduti fra i combattenti per la libertà della Spagna.

In Africa i caduti sardi erano stati soltanto 94.

Come si spiega questo dato? Perchè tanti sardi decisero di combattere in Spagna?
Per i “volontari” fascisti potrebbe aver influito la problematica condizione economico-sociale dell’isola; per i volontari antifascisti le difficoltà della vita dell’emigrazione, oppure la forza di attrazione di alcune figure leggendarie come Lussu.

Di certo, fin da allora fu possibile intuire la natura dell’antifascismo sardo: il carattere popolare, per molti versi istintivo, nutrito da una forte carica etica che portò ad una spontanea radicalizzazione nei confronti del potere istituzionalizzato.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

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Portami il girasole…

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Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

Eugenio Montale

Pozzo sacro Is Pirois, Villaputzu

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Pozzo sacro “Is Pirois”, Villaputzu

La profonda religiosità dei Sardi nuragici si manifestò non solo nei santuari più famosi (pensiamo a S. Vittoria -Serri- o a S. Cristina -Paulilatino-), ma anche in edifici di culto minori, presenti nei villaggi e nelle campagne.

Tipica costruzione sacra dell’epoca è il tempio a pozzo, di cui oggi se ne contano una quarantina. Presentano uno schema uguale in tutto il territorio isolano, dal Bronzo, nel quale sono stati costruiti i primi esemplari, all’età del Ferro, periodo del massimo sviluppo.

Templi e fonti sono testimonianze significative di una religione che ben conosceva i problemi legati alla penuria di acqua; la civiltà nuragica cercò di raccogliere, di conservare l’elemento liquido prezioso per i campi, il bestiame, l’uomo stesso.
Ma quali divinità le genti nuragiche evocavano per contrastare la siccità?
Certamente lo spirito “infernale”, sotterraneo, che esse ritenevano albergasse nei pozzi e nelle fonti, ossia il toro. Le teste taurine scolpite in alcuni templi lo confermano, così come oggetti in terracotta e bronzo che raffigurano l’animale divino.
Il Dio-Toro rappresentava le virtù mediche fisiche e psichiche delle acqua di vena. E’ possibile che lo stesso essere infernale avesse un ruolo importante nel giudicare i malvagi. Svelare la colpevolezza o l’innocenza si riteneva appartenesse al sovrasensibile, che si esternava attraverso misteriosi fenomeni naturali. Sull’effetto di questi si fondava la pena o l’assoluzione del reato.

Le fonti antiche narrano che in Sardegna il giudizio di Dio fosse affidato alle acque calde (le stesse che curavano e guarivano le malattie degli uomini). Il sospettato di furto (pensiamo al reato dell’abigeato), dopo il giuramento, veniva sottoposto al giudizio di Dio, immergendo la testa nell’acqua calda e frizzante. Se l’indiziato non riusciva a sopportare il terribile effetto, diventava cieco per aver giurato il falso, e ne risultava così affermata la colpevolezza. Se invece lo superava e anzi, ci vedeva più chiaro, voleva dire che non aveva spergiurato e dunque era innocente.

Tra gli edifici di culto meglio conservati, vi è il pozzo sacro di “Is Pirois”, situato nel territorio di Villaputzu, nella valle percorsa dal Rio Quirra.
La sua scoperta è avvenuta in modo occasionale negli anni Settanta, quando già era stata costruita nelle vicinanze una stalla e una piccola abitazione. Le prime campagne di scavo, avviate negli anni Ottanta dalla prof.ssa Maria Luisa Ferrarese Ceruti, permisero la rimozione dei crolli che ricoprivano l’edificio.

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Is Pirois, Villaputzu. Visione frontale

Il pozzo sacro “Is Pirois” sorge su una collina e si adatta al pendio; la muratura presenta un elevato di maggior altezza a monte contenendo così, nel dislivello, l’intero sviluppo del vano che racchiude il pozzo e di un secondo ambiente che lo sovrasta.
Il paramento a vista è realizzato da blocchi poliedrici e quadrangolari, inzeppati, secondo filari murari irregolari (alti 3,80 metri) i quali, sviluppandosi, si allargano costituendo, come di consueto, una struttura di pianta trapezoidale.

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Interno Pozzo sacro Is Pirois

Dall’ingresso trapezoidale, architravato (metri 2,00 x 0,30 x 0,85), che si apre orientato a N. N. O., si accede alla scalinata, composta da 8 gradini (lung. m. 2,80), attraverso la quale si scende nella camera del pozzo, chiusa sulla sommità da una pseudo cupola di buona fattura (alta m. 5 circa).
Nella struttura interna ed esterna, i paramenti si compongono di filari di lastrine di pietra locale (scisto verde e azzurro) disposte con regolarità e accuratezza; ben lavorati anche gli otto gradini che portano al pozzo e la serie di architravi a scala rovescia che ripetono l’andamento della scala.

L’acqua, alimentata da una sorgente, normalmente copre i gradini più bassi ma dopo piogge abbondanti può arrivare a sommergere tutta la scala. Il pozzo, a struttura cilindrica, ha un diametro piuttosto modesto ed è ricoperto da un ambiente che si sviluppa notevolmente in altezza. Al di sopra dell’edificio è presente un secondo vano (privo di accessi dall’esterno) che presenta al centro un foro in corrispondenza della chiave di volta della tholos interna. Tra il pavimento e la parete è possibile notare una nicchia di piccole dimensioni.

L’ingresso, protetto da due bracci murari di tecnica simile a quella del paramento esterno, si apre a valle, a breve distanza dal corso del modesto rio e di fronte a una collina più elevata, sulla cui sommità sorgono i resti di una struttura di tipo nuragico –nuraghe Nurresu-, nella quale le murature integrano gli spuntoni di roccia definendo una sorta di recinto.

La pulizia effettuata in superficie ha evidenziato, a monte dell’edificio, l’affioramento di alcuni allineamenti di pietre che potrebbero essere pertinenti a capanne di diametro diverso. Tale ipotesi appare verosimile se si considera che anche sulla sommità della collina, di fronte all’ovile, una indagine ha messo in luce, a diretto contatto con la roccia, i resti di due capanne di dimensioni differenti.
La loro presenza, non accompagnata da informazioni utili a stabilirne la funzione e la durata del loro utilizzo, consente di stabilire analogie con altri pozzi nuragici che presentano capanne nelle vicinanze. Nel settore antistante il pozzo è stata rilevata la presenza di due murature, evidentemente testimonianza di altra struttura interrata, realizzata sull’asse dell’ingresso al pozzo. Al suo interno potrebbe corrispondere una sorta di foro, o di cedimento, emerso durante i lavori di ripulitura del piano di calpestio antico.

Nei dintorni del pozzo sono stati ritrovati frammenti di ceramica comune di età romana difficilmente inquadrabili per forma e tipologia, fatta eccezione per alcuni frammenti d’anfora (uno pertinente ad una Dressel 2/4 di I sec. d.C. e uno a uno spatheion di VI d.C.) e, in minima parte, materiale di età nuragica con le stesse difficoltà di lettura. Reperti provenienti da raccolta di superficie effettuata nelle campagne circostanti confermano la continuità di vita nell’area anche per l’età storica.

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Ingresso Is Pirois

L’edificio, che richiama da vicino la struttura del pozzo di Funtana Coberta di Ballao, presenta due caratteristiche che lo distinguono da analoghi monumenti: il primo è dato dalla tecnica edilizia che unisce all’uso delle pietre di grandi dimensioni, semplicemente sbozzate o naturalmente informi, quello delle lastrine intenzionalmente ricavate dalla pietra locale: lo stacco netto fra le due tecniche che si percepisce nell’atrio fra le due ali e il prospetto è un chiaro frutto di scelte estetiche più che funzionali, per quanto le ridotte dimensioni del diametro interno sia del pozzo che della tholos, e lo sviluppo verticale di quest’ultima, potevano essere realizzate con più facilità con materiale di ridotte dimensioni. Il fatto però che tale tecnica sia stata estesa anche al prospetto esterno denuncia la volontà di “dichiarare” la scelta e di conferire all’ingresso un maggior grado di rifinitura, accentuato dall’adozione, come architrave, di un blocco parallelepipedo analogo nel taglio alle lastrine ma in contrasto, con il colore chiaro, al grigio scuro dello scisto.

Chiare d’altra parte le unità murarie e la sequenza delle fasi di costruzione: i bracci che delimitano l’atrio risultano realizzati in un’unica soluzione con la struttura esterna e si appoggiano al prospetto nella sua parte superiore, ma risultano perfettamente legati alla base. È evidente perciò l’organicità della realizzazione e la sua corrispondenza ad un progetto chiaramente definito. Qualche dubbio tuttavia sull’originario aspetto del monumento, soprattutto per quanto riguarda l’elevato superiore, solleva l’analisi della documentazione fotografica realizzata in occasione dei primi interventi che mostra un crollo costituito quasi esclusivamente da lastre di scisto e non, come si potrebbe supporre dall’elevato residuo, da blocchi non lavorati.

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Camera superiore Is Pirois: nicchia e foro centrale

Il secondo elemento nuovo è costituito dalla presenza della camera superiore, “di diametro maggiore al vano del pozzo e priva di accessi nell’elevato che si conserva. Non è possibile escludere, perciò, che un’apertura potesse essere ricavata a maggior altezza, ma sarebbe comunque risultata priva di corrispondenza sia con il piano di campagna esterno che con il pavimento interno dell’ambiente. Tuttavia la presenza della nicchia ricavata a livello del pavimento ed il foro, cilindrico, che corrisponde al culmine della tholos inferiore – ma certamente poco funzionale e insufficiente per attingere-, insieme alla comoda agibilità del vano, dimostrano che qualcuno, o qualcosa, vi dovesse trovare posto, forse in occasioni particolari legati al rituale.

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La maestria con cui è stato costruito il pozzo sacro, denota una perfetta conoscenza della tecnica di esecuzione nuragica e suggerisce l’appartenenza di questa struttura al Bronzo Medio.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “La civiltà nuragica. Nuove acquisizioni, II: atti del Convegno (Senorbì, 14-16 dicembre 2000)”. Scritti di Donatella Salvi: Il popolamento antico del Sarrabus: Is pirois e San Priamo
  • “Censimento archeologico nel territorio del comune di Villaputzu”, Roberto Ledda
  • “Sardegna nuragica”, Giovanni Lilliu

Nuraghe Arrubiu, Orroli

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Nuraghe Arrubiu, Orroli

Se “Su Nuraxi” può essere definito il nuraghe più famoso al mondo, al “Nuraghe Arrubiu” spetta invece il primato del complesso archeologico più grande e imponente finora scoperto in Sardegna. “Nuraghe Arrubiu” è infatti l’unico nuraghe pentalobato conosciuto, sebbene alcuni modellini ritrovati a Mont’e Prama suggeriscano l’esistenza di costruzioni ancora più maestose formate da 8 torri.

Situato nella regione storica del Sarcidano, in territorio di Orroli, il complesso megalitico sorge su un altopiano basaltico denominato Pranemuru, a circa 500 metri di altitudine.
La struttura si estende per almeno 3 ettari ed è rimasta inesplorata fino agli anni Trenta, celata dai suoi stessi crolli e dalla fitta vegetazione, oggi quasi totalmente scomparsa.
Rare sono state le menzioni di questo nuraghe prima degli anni Cinquanta, data dei primi studi ufficiali che hanno reso possibile una descrizione più dettagliata del sito. Dobbiamo invece arrivare al 1981 per documentare le prime campagne di scavo che si sono susseguite negli anni e che hanno riportato il Nuraghe Arrubiu allo stato attuale.

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Ricostruzione Nuraghe Arrubiu

Il grande complesso archeologico è formato da una torre centrale che in origine doveva essere alta almeno 30 metri (oggi ne rimangono 14 metri). In questa torre, oltre ad ammirare la tholos perfettamente conservata (alta 9,65 metri, diametro 5 metri), si osserva la presenza di un vaso quadriansato deposto, molto probabilmente, durante un rituale. Si è ipotizzato che il vaso contenesse un liquido che, grazie a delle piccole fratture presenti nella ciotola, penetrava lentamente nel terreno, come offerta propiziatrice alle divinità. Poco tempo dopo però, la camera e il complesso furono abbandonati e sigillati a causa di un crollo delle strutture superiori. E’ evidente che il ritrovamento di questo vaso integro è oggi oggetto di interessanti discussioni e lascia aperta ogni tipo di ipotesi.
Attualmente della torre si conserva una parte della camera del primo piano, che doveva essere sovrastata da un’altra camera al secondo piano e da un terrazzo. La pianta della camera è irregolarmente circolare; presenti tre nicchie che si aprono ai lati e di fronte all’ingresso. Gli scavi hanno rivelato che sul pavimento sono stati accesi numerosi fuochi che hanno lasciato tracce di cenere e carbone.

Il nuraghe principale è circondato da un bastione a cinque torri, collegate l’una all’altra da possenti muraglioni rettilinei, con un cortile al centro.
Il pentalobato è a sua volta circondato da un’altra struttura murale, l’antemurale con sette torri, visibili solo in parte, e tre cortili.

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Capanna delle riunioni, Orroli

Sono ancora individuabili i resti di una terza cinta, rafforzata da altre quattro o cinque torri. Intorno, ma soprattutto lungo il lato meridionale, vi sono capanne a pianta rettangolare e circolare, di epoche diverse. Tra queste va evidenziata la costruzione più grande (diametro 10 metri), che probabilmente in origine fungeva da capanna delle riunioni. La riutilizzazione dell’edificio in età tardo-romana e alto-medievale, con la conseguente rimozione del materiale nuragico, non consente di accertare la destinazione d’uso iniziale.

Tra gli oltre 50.000 reperti rinvenuti, quello che desta particolare interesse è un vasetto miceneo ridotto in frantumi. Rispetto agli altri materiali di importazione micenea, questo risulta essere il più antico (1400 – 1300 a.C.) ed è anche quello rinvenuto più all’interno nell’isola. Due frammenti provengono dal cortile, uno dalla camera a livello del vespaio, mentre la gran parte sono stati trovati nell’andito. Da ciò si può dedurre che il vaso sia arrivato nel nuraghe Arrubiu quando la costruzione non era ancora completata e la rottura sia avvenuta a causa della caduta del vaso sulle pietre dell’andito. I frammenti sono stati spostati in seguito al movimento delle persone e della terra entro un raggio limitato e pochi sono finiti inglobati nelle opere di costruzione. Grazie a ciò si può stabilire che la torre e il cortile centrale, con il pentalobato, sono stati costruiti contemporaneamente, intorno al XIV secolo a.C.

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Torre C, nuraghe Arrubiu

Un’altra importante scoperta è stata fatta nel cortile centrale quando gli scavi del 1982 hanno riportato alla luce i resti di un ambiente di età romana.
Intorno al II secolo a.C., la popolazione locale romanizzata arrivò a regolarizzare l’area dei crolli, al di sopra della quale venne realizzato un pavimento con lastre di scisto. L’ambiente, frequentato fino al V secolo d.C., fu utilizzato per attività legate all’agricoltura, come dimostrano i reperti ritrovati. Una grande vasca rettangolare con un canale-versatoio era utilizzata, probabilmente, per pigiare l’uva; accanto presenti un contrappeso, la base di un torchio in basalto, numerosi bacili di varie dimensioni e ancora anfore vinarie, vasi con beccuccio e bicchieri in vetro, a testimoniare un’intesa attività legata alla vinificazione.
Davanti all’ingresso del bastione pentalobato è stato rinvenuto un secondo laboratorio enologico con altre due vasche, parti di un torchio e bacili.

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Licheni rossi, Nuraghe Arrubiu

Ma perchè il monumento è conosciuto con il nome di nuraghe Arrubiu?
Un sardo neppure si pone la domanda, se ha già avuto modo di osservare il complesso archeologico: “Arrubiu” significa infatti “rosso”, e rossi sono i licheni che ricoprono i grandi massi del nuraghe, conferendogli una colorazione caratteristica da cui il monumento prende il nome.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Il nuraghe Arrubiu di Orroli”, Fulvia Lo Schiavo e Mario Sanges
  • “Sardegna nuragica”, Giovanni Lilliu

Su Nuraxi, Barumini

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Su Nuraxi, Barumini

Il paesaggio sardo è disseminato di costruzioni rotonde che agli occhi dei visitatori rappresentano l’elemento caratteristico di una terra e di una civiltà straordinaria. Sono l’emblema, sono la bandiera del popolo sardo, sono quegli elementi che rafforzano ulteriormente il fascino della Sardegna, oltre la natura selvaggia, oltre il mare.
I nuraghi sono parte integrante dell’isola.

A oggi, se ne contano almeno settemila e sono presenti in ogni angolo della regione, dalle coste fino alla montagna. Uno studio sulla loro distribuzione ha rivelato la presenza di un nuraghe ogni 4,81 km, addirittura un nuraghe per chilometro quadrato nella regione della Marmilla.

E proprio nella Marmilla, in territorio di Barumini, fa bella mostra di sè il complesso nuragico simbolo dell’antica civiltà dei sardi, meta ogni anno di decine di migliaia di visitatori: “Su Nuraxi”, ovvero “Il Nuraghe”.

La scoperta della reggia archeologica di Barumini è stata una delle più clamorose del XX secolo.
Il sito, frequentato da volpi e lepri che trovavano riparo nei cunicoli sotterranei, si presentava completamente sepolto sotto una collina artificiale che da sempre i locali chiamavano Su Nuraxi. Giovanni Lilliu, archeologo di fama internazionale e massimo conoscitore della civiltà nuragica, nonchè nativo di Barumini, condusse gli scavi dal 1951 al 1956 riportando alla luce l’imponente complesso.

Per quanto riguarda la sua realizzazione si possono distinguere diverse fasi evolutive riscontrabili dalle strutture e dalle tecniche usate per la sua costruzione. Il principale materiale utilizzato è il basalto, una pietra vulcanica molto resistente proveniente dal vicino altopiano della Giara.

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Ricostruzione “Su Nuraxi”

Nel Bronzo Medio (1500 – 1300 a.C.) venne costruita la torre maggiore (il mastio), un nuraghe semplice a tholos. Per dare un’idea della dimensione monumentale, basti sapere che la torre centrale si elevava, quando era integra, per 18,60 metri su una base di circa 10 metri di diametro (volume stretto e lanciato). Era costituita da tre camere sovrapposte comunicanti tra loro attraverso delle scale ricavate all’interno dello spessore murario.

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Cortile interno

Successivamente, nel Bronzo Recente (1300 – 1100 a.C.) fu costruito attorno al mastio il quadrilobo, un bastione composto da quattro torri minori che dovevano raggiungere i 14 metri d’altezza, disposte ai quattro punti cardinali. L’ingresso al bastione dava accesso ad un cortile, a forma di semiluna e provvisto di pozzo, che univa i vani delle varie torri. Tutte e quattro erano composte da due camere sovrapposte, anch’esse di pianta circolare con volte a tholos. Le camere a terra presentano delle feritoie, disposte su due ordini, in origine separate da un ballatoio ligneo.
E’ databile al Bronzo Recente anche la parte più antica del villaggio (del quale restano poche tracce) e la costruzione delle 3 torri dell’antemurale, la cintura muraria costruita per la difesa del quadrilobo.

Nel Bronzo Finale (1100 – IX sec. a.C.) l’antemurale venne restaurato e ampliato dalla costruzione di altre torri, mentre la struttura del quadrilobo venne rifasciata da un anello murario spesso 3 metri che andò ad occludere l’ingresso originario a terra, così sostituito da un nuovo ingresso sopraelevato, ricavato nella cortina muraria di Nord-Est. Questo intervento chiuse anche le feritoie delle torri del quadrilobo.

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Capanna con bacile

Attorno alla fortezza, il villaggio composto da almeno 50 capanne costruite tra la fase finale dell’età del Bronzo e la prima età del Ferro. Nelle abitazioni è spesso riconoscibile la cucina, il forno, il pozzo e il focolare. Altri vani, aventi sedili in pietra alla base della parete, possono essere identificati come soggiorno e quelli provvisti di nicchie sul muro potrebbero essere state stanze da letto. Due capanne in particolare presentano una panca e un grande bacino di pietra, forse legato al culto dell’acqua.
Anche a Barumini, come in altri complessi nuragici, è presente la capanna delle riunioni, un vasto edificio circolare caratterizzato da una panca anulare e da 5 nicchie. Il ritrovamento al suo interno di elementi riconducibili alla sacralità, fanno supporre che all’interno della costruzione avessero luogo le assemblee del villaggio. Nella fase del Bronzo Finale vennero costruite la maggior parte delle abitazioni di forma circolare, costituite da un unico ambiente e con copertura lignea di forma conica.
Il villaggio infine è stato circondato da una cortina muraria costruita nell’età del Ferro.

Nel V sec a.C. alla civiltà nuragica subentrò l’occupazione punica e tra il II – I sec. a.C. l’insediamento venne riutilizzato anche dai romani, che usarono alcuni ambienti come luogo di sepoltura. La struttura continuò ad essere abitata fino al III sec. d.C. e successivamente frequentata occasionalmente fino al periodo alto-medievale, VII sec. d.C.

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Villaggio nuragico

Gli scavi e le scoperte avvenute a Barumini sono state di vitale importanza per gli studi sulla civiltà nuragica, in quanto il fortilizio e il villaggio di capanne presentavano una stratigrafia architettonica e culturale esemplare. Nei vari livelli si potevano leggere e ricostruire le vicende quotidiane, di vita e di lavoro d’una tipica comunità nuragica.

L’importanza del sito “Su Nuraxi” è testimoniata anche dall’interesse dell’UNESCO che, nel 1997, ha riconosciuto il complesso archeologico sardo Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Che il periodo nuragico sia stato qualcosa di eccezionale, lo dimostra la grandiosa manifestazione artistica dei bronzetti, la maestosità delle statue di Mont’e Prama, i solenni monumenti di culto, la prepotente originalità dell’architettura.
La guida che ci ha accompagnato alla scoperta de “Su Nuraxi” ha introdotto la visita con una frase emblematica: “Mentre in Sardegna si realizzavano i nuraghi, nel resto del Paese si costruivano palafitte…”.
Credo basti questo per spiegare l’importanza di quel raggio di luce che fu la civiltà degli antichi sardi nella preistoria.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Su Nuraxi di Barumini”, Giovanni Lilliu e Raimondo Zucca
  • “Sardegna nuragica”, Giovanni Lilliu
  • Fondazione Barumini

 

Parco dei Sette Fratelli

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Parco Sette Fratelli

Il parco regionale dei Setti Fradis (Sette Fratelli) con i suoi diecimila ettari di foreste rappresenta il polmone verde della Sardegna sud-orientale, essendo situato nei territori comunali di Sinnai, San Vito, Quartu, Quartucciu, Maracalagonis, Castiadas, Burcei, Villasalto e Villasimius.

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Giardino botanico

Il complesso montuoso è caratterizzato dalla presenza di sette cime (da cui prende il nome), di cui solo due raggiungono l’altezza dei 1000 metri: monte Serpeddì (1067 m) e punta Sa Ceraxa (1016 m). L’area è costellata da rocce granitiche e metamorfiche.

Il parco è una riserva naturale di straordinaria bellezza.
E così, all’ombra dei lecci, è possibile notare con estrema facilità gli scavi notturni effettuati da instancabili cinghiali e udire il verso lontano dell’aquila reale e dell’astore sardo.

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Cervo sardo

Se i gatti selvatici sono tra gli animali più difficili da scorgere, altrettanto non si può dire dei cervi sardi che, all’interno dell’area di ripopolamento, si lasciano osservare mentre sonnecchiano adagiati tra le foglie caduche degli alti alberi. Ormai sanno di essere le star del parco e non rinunceranno ad avvicinarsi a pochi metri da voi, se avrete la fortuna di trovarvi di fronte alla recinzione nel momento in cui una guardia forestale zelante arrichisce il loro pasto con del foraggio.

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Segnaletica


Il museo del cervo sardo, che si trova all’interno del parco, saprà arricchire la visita con tantissime informazioni sulla vita, sulle caratteristiche dell’animale e sul ripopolamento in atto in altre aree della Sardegna e della Corsica.
Anche i mufloni, seppur in numero limitato, sono presenti nel parco e hanno un’area a loro dedicata. Purtroppo, negli ultimi tempi, frequenti sono gli attacchi da parte di un branco di cani randagi che mettono in pericolo la vita di questi animali selvatici così delicati.

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Sentieri parco Sette Fratelli

All’interno del parco è presente la caserma forestale e un centro visita gestito dall’agenzia FoReSTAS dove non solo si potrà visitare il museo già menzionato, ma si potranno avere informazioni dettagliate sui sentieri escursionistici presenti.
Questi sono diversi, divisi in base alla lunghezza del percorso e percorribili in sicurezza grazie alla segnaletica del CAI.
Tra gli altri ricordiamo il Sentiero Italia, il più impegnativo con i suoi 9,2 km di percorso e un dislivello di 540 metri.

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Rio Maidopis

In località Maidopis è presente un piccolo giardino botanico, accessibile anche ai non vedenti, dove sarà possibile osservare varie specie vegetali della macchia mediterranea. Tutta l’area è caratterizzata dalla presenza di graziosi ponticelli che attraversano il rio Maidopis, da aree pic-nic e da panche per poter godere del fresco all’ombra dei lecci.

Se la ricerca di martore, lepri, conigli o falchi pellegrini non ripagasse la vostra curiosità, si può sempre optare per una visita ai vari siti archeologici sparsi per il parco: nuraghi, tombe dei giganti, insediamenti neolitici e le rovine di un convento.
E non è finita qui.

Non si può non menzionare la grotta Fra’ Conti, che leggenda vuole sia stata il rifugio di un eremita, su Stampu ‘e Giumpau, un bastione granitico e Sa Perda ‘e sa Pipia, un immenso monolite facilmente individuabile lungo il percorso che porta alla località Maidopis. Proprio le maestose dimensioni della roccia, e la sua particolare posizione, hanno dato vita alla leggenda che si tramanda da generazioni e che ha finito col dar il nome alla roccia (“Sa pipia” in italiano significa la bambina). Si narra che l’immensa pietra franò dalla montagna travolgendo una bimba che da allora piange disperata in cerca di aiuto. E in effetti non è così difficile sentire questi lamenti in particolari giornate: tranquilli, si tratta solo del sibilo del vento… forse.

 

La preistoria parte V: l’età del Ferro

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Statua di guerriero, Mont’e Prama (Cabras)

Agli inizi del I millennio la Sardegna sembra registrare diversi mutamenti rispetto alla precedente epoca della civiltà nuragica. I cambiamenti non riguardano solo l’economia, l’arte e l’architettura ma investono l’intera civiltà a tal punto che gli studiosi pensano non si possano catalogare in una fase tarda dell’età nuragica, quanto piuttosto in un’epoca differente.

Tuttavia va evidenziato come le caratteristiche dell’età del Ferro (IX – VIII secolo a.C.) non emergono con chiarezza e anzi, le esperienze maturate nell’età del Bronzo continuano ad essere mantenute e integrate con quelle dei nuovi tempi. La Sardegna in questa fase subisce l’influenza dei popoli del Mediterraneo, la presenza costante dei Fenici e ancora dei Cartaginesi, vede l’emergere di una struttura sociale più articolata, la formazione di nuove aristocrazie.

Il cambiamento più significativo nel campo dell’architettura è che, a partire dal X – IX secolo a.C., non vengono più edificati nuovi nuraghi. Quelli già esistenti vengono riutilizzati, in diversi casi vengono ristrutturati e anche in parte demoliti per modificare la destinazione d’uso: Genna Maria di Villanovaforru, San Pietro di Torpè, solo per citarne alcuni, da torri diventano luoghi di culto.
Alla fine del IX secolo a.C. la struttura esterna di difesa del nuraghe di Genna Maria viene demolita e le pietre riutilizzate per costruire le capanne del villaggio: segno evidente del cambiamento dei tempi che non rendevano più necessaria la presenza della fortificazione.
Il nuraghe diventa così simbolo di culto, come dimostrano i modellini di nuraghe rinvenuti in tutta l’isola nei luoghi sacri e nelle “capanne delle riunioni”.

Anche l’architettura civile registra importanti novità, come documentano i villaggi di Barumini e di Serrucci. Le capanne circolari con un solo vano vengono sostituite da capanne di varie forme, costituite da uno spazio centrale intorno al quale sono presenti dai sei agli otto vani (come a Barumini).
Tra il IX e il VIII secolo a.C, in alcuni villaggi della Sardegna centro-meridionale – Monte Olladiri e Monte Zara a Monastir, Santa Anastasia a Sardara -, vengono utilizzati mattoni crudi per la costruzione delle capanne, mentre a Barumini viene realizzata una rete stradale e le prime fognature.

Per quel che riguarda l’architettura funeraria, così come per i nuraghi, neanche le “tombe dei giganti” vengono più edificate: si preferisce tumulare i defunti nelle grotte, riutilizzare gli antichi ipogei, e la sepoltura individuale sostituisce quella collettiva.
A Cabras, a Mont’e Prama, in un’area delimitata da lastre infisse a coltello, sono state rinvenute una trentina di tombe individuali con pozzetto conico coperto da una grande lastra di arenaria. I defunti erano stati sistemati seduti, la testa protetta da una piccola lastra e il viso rivolto a oriente. 

I monumenti legati al culto – templi a pozzo, fonti sacre, tempietti a megaron – sebbene costruiti nel Bronzo recente hanno restituito reperti che risalgono in gran parte all’età del Ferro, a testimoniare che gli edifici sacri sono stati utilizzati con soluzione di continuità in varie epoche.

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Madre dell’ucciso

Legati al sacro come ex-voto, i bronzetti sardi costituiscono il più importante simbolo artistico dell’età nuragica. Le statuine, ritrovate in gran numero nei pozzi sacri e nelle “tombe dei giganti”, raggiungono un’altezza massima di 35 cm e rappresentano capitribù, arcieri, guerrieri, sacerdoti e sacerdotesse, suonatori di flauto (forse anche di launeddas), pastori, contadini. Non mancano neppure le figure femminili con il loro bambino tra le braccia, e non si può non menzionare la “Madre dell’ucciso”, una donna seduta che sostiene in grembo un giovane guerriero. E ancora figure surreali, come guerrieri con occhi e braccia raddoppiati, doppi scudi ad augurare maggior forza durante i combattimenti.
Anche gli animali sono ben rappresentati: tra i tanti sono numerosi i buoi, daini, mufloni, volpi, colombe mentre le circa 130 navicelle ritrovate documentano la conoscenza della navigazione da parte delle popolazioni nuragiche.
I bronzetti sardi sono documenti preziosissimi per gli studi sull’età nuragica; grazie a essi si è potuta conoscere la stratificazione sociale dell’epoca, la quotidianità dei popoli nuragici, gli oggetti utilizzati, dalle armi agli strumenti musicali.

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Modello nuraghe, Mont’e Prama

Un’importante scoperta, che ha permesso di arricchire il patrimonio artistico della prima età del Ferro, è stata quella fatta a Mont’e Prama (Cabras), dove sono state rinvenute numerose statue in arenaria di altezza variabile (dai 2 ai 2,50 metri) raffiguranti arceri, lottatori, fanti con elmo, spada e scudo.
Migliaia sono i frammenti ritrovati durante le campagne di scavo (peraltro ancora in corso) e a oggi, le sculture ricomposte sono 38: cinque arcieri, quattro non definiti, sedici pugilatori, tredici modelli di nuraghe.

A questi ritrovamenti si possono sommare anche altri strumenti di bronzo, come quelli di uso comune (asce, falci, seghe,…), armi (pugnali, spade,…), gioielli (bracciali, anelli, parti di collana), oggetti personali (rasoi, spilloni, specchi,…) indicativi di una grande abbondanza di metalli nell’isola.
Sarà proprio la notevole presenza di piombo, rame e argento ad attirare i navigatori da varie aree del Mediterraneo e a far maturare l’incredibile abilità tecnica delle popolazioni nuragiche, capaci di produrre oggetti talmente raffinati da essere esportati nella penisola.

In questa epoca la ceramica presenta nuove forme ed è decorata con motivi geometrici, mostrando una forte analogia con i manufatti della penisola.
Fra le ceramiche più caratteristiche sono da segnalare i vasi piriformi (a forma di pera) con decori raffinati, diffusi nella Sardegna meridionale, e le brocche askoidi (con la forma dell’askos greco).

 


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Storia della Sardegna 1. Dalle origini al Settecento”. A cura di M. Brigaglia, A. Mastino, G.G. Ortu