Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

Lino Businco: un sardo tra i firmatari del manifesto della razza.

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La manifestazione più aberrante del fascismo fu l’introduzione, nell’autunno del 1938, di una serie di leggi discriminatorie rivolte prevalentemente contro i cittadini di religione ebraica. Queste leggi, molto simili a quelle naziste del 1935, escludevano gli israeliti dagli uffici e dalle scuole pubbliche, ne limitavano l’attività professionale, vietavano i matrimoni misti. Preannunciata da un manifesto di sedicenti scienziati che sostenevano l’esistenza di una “pura razza italiana” di indiscutibile origine ariana, la legislazione fu introdotta in un paese che fino ad allora, a differenza della Germania, della Francia e della Russia, non aveva mai conosciuto forme di antisemitismo diffuso.

Il manifesto della razza, diviso in dieci punti, si proponeva di insinuare nel popolo italiano il germe dell’orgoglio razziale per farne scaturire l’aggressività: “E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, evidenziava il settimo punto.

Tra i dieci scienziati che firmarono il vergognoso manifesto, uno proveniva dalla Sardegna: Lino Businco (1908-1997).
Laureato in medicina, a Cagliari, Businco fino al 1937 fu “aiuto incaricato” presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Cagliari, passò poi all’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Roma. Divenne vice direttore dell’Ufficio Studi sulla razza  del Ministero della Cultura Popolare nel 1938 e, nel dicembre dello stesso anno, membro del Comitato segreto italo-germanico per le questioni razziali, lavorando con Himmler ed Hess. Fu insignito da Hitler della Croce rossa tedesca di seconda classe.

Ma il contributo di Businco alla causa della razza non si limitò alla stesura del manifesto. Pubblicò sulla rivista “La Difesa della razza”,  l’articolo Sardegna Ariana che aveva come scopo quello di dimostrare l’appartenenza dei sardi al “gruppo purissimo degli ariani mediterranei“. Basandosi su metodi pseudo scientifici, analizzando le ossa nuragiche per ottenere dati biologici, arrivò alla conclusione che i sardi avevano conservato la purezza del loro sangue attraverso i millenni e “non potevano appartenere a opachi raggruppamenti razziali africani“.

Lino Businco non fu il solo a sostenere questa tesi.
Un importante contributo lo diedero anche Paolo Rubiu, e ancora Claudio Colosso, sempre nel 1939, che cercarono di allontanare dalla “pura razza sarda” possibili equivoci sulla provenienza africana.
L’Unione Sarda, il maggior quotidiano dell’isola, a seguito delle leggi razziali del 1938 pubblicò un articolo, senza firma, in cui celebrava “la razza sarda, parte integrante della razza italica […] di cui costituisce una delle espressioni più elevate“.

Ma la voce dell’opposizione era molto forte anche in Sardegna e il suo simbolo fu ancora una volta Emilio Lussu che, con un testo straordinario pubblicato nel 1938, seppe smontare in modo ironico il Manifesto punto per punto.
In riferimento al IV comandamento del Manifesto: “questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola” rispose che “siccome la Sardegna non fa parte della penisola ma è un’isola, l’affermazione suesposta non tocca i Sardi nè punto nè poco”.
E ancora: “Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poichè ci siamo, ci vogliamo stare. E’ tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti”.
Reclamando in modo alquanto divertente: “il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani” e mobilitando “a difesa della razza sarda […] le impavide zanzare, di pura razza semitica” per fermare gli ariani arrivati nell’isola.

Nonostante il passato così inglorioso, Lino Businco non ha mai pagato per le sue tesi razziali, al contrario. Nel 1962 venne insignito dell’onorificenza di “Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica”.

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A proposito dei firmatari del Manifesto della Razza, Franco Cuomo ha scritto:

“Nessuno li dimentichi. Nessuno si scordi mai di ciò che impersonarono nella storia del razzismo italiano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari.
Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono”.

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Per approfondire l’argomento:

 

 
 
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Indifferenti

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Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perchè alcuni vogliono che avvenga, quanto perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto a ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato, perchè non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 

Antonio Gramsci

11 febbraio 1917

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Testo integrale tratto dalla rivista “La città futura”, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. 

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A te.

Image for Terremoto Abruzzo.

Non entrerò più nella casa grande dal portone rosso, col Bouganville a incorniciare l’ingresso e le rose bianche aggrappate faticosamente sul muro alla destra.

La pianta di limoni ombreggiava una parte del cortile e tutto intorno, quasi a voler ingentilire la rudezza dei muri, i fiori dai mille colori nell’aiuola rialzata. Quanto era bello quel piccolo angolo di paradiso.

Era questo quello che scorgevo da una piccola fessura sul portone. E poi iniziava il rituale che era sempre lo stesso. Suonavo il campanello, mi aggrappavo con i piedi alla sporgenza del cancello e con un salto riuscivo ad andare oltre il ferro che mi impediva la visuale. E la vedevo arrivare, col passo lento, facendo attenzione ai pochi scalini che ci separavano.

Ciao nonna, come stai?

Era l’archetipo della nonna da fiaba, quelle con i capelli grigi, gli immancabili occhiali, la vocina dolce, il fazzoletto sulla testa perfettamente ripiegato. Magari poteva essere stata una mamma severa, una zia impicciona, una vicina chiacchierona, ma a me non riguardava. Come nonna, badate bene, non si poteva chiedere di più. E io avevo avuto questa fortuna, ricoprivo il ruolo della nipotina e lei era la mia nonna perfetta.

Come nelle fiabe, bastava chiedere qualcosa e questa grazie a lei si materializzava. Certo, non potevo chiedere una carrozza di zucca o un pesciolino d’oro, ma i dolci quelli li chiedevo e quelli magicamente arrivavano, e le mani che me li porgevano erano le sue.
E se la Ferrero è diventata quello che è, sono convinta che un po’ lo debba anche a mia nonna.

Sì è vero, le nonne delle fiabe amano fare le torte in casa e non parliamo dei biscotti caldi appena tolti dal forno!
Ecco, questo non lo faceva, ma se ci fosse stata una nonna delle fiabe bravissima nell’ordinare e comprare i dolci più buoni al mondo, sì, ancora una volta sarebbe stata la persona giusta per la parte.

Non abitava in un castello, ma in una bella casa sarda che è stata la cornice del nostro cammino insieme.

Le sere d’estate le passavamo in quel cortile con l’albero dei limoni, punto di ritrovo per zii e cuginetti venuti da tutta l’Italia. Chiacchiere, risate, qualche immancabile zanzara. La casa si rianimava, si riempiva di voci, era tutto così bello, così familiare.
Non me l’ha mai detto, ma sono sempre stata certa che la sua stagione preferita fosse l’estate. Poi arrivava un altro autunno, gli zii partivano, i cugini crescevano, qualcuno passava le vacanze altrove e ancora una volta restavamo di nuovo solo io e lei.
E io un po’ ero felice: tornavo a essere la sua nipotina preferita.

C’era una stanza, nella sua casa, a cui teneva particolarmente.
Da piccola mi prendeva per mano, mi portava nel salotto e lì, sopra la credenza una grande biscottiera con dentro le caramelle. Ma stavolta non erano i dolci ad attirare la mia attenzione. No, era quella scrivania sulla sinistra che mi interessava. Era così bella, e soprattutto c’era quella strana scatola grigia arricchita da tanti tastini bianchi con delle lettere che ancora non conoscevo. Che magnifico gioco sembrava essere. Seppi più tardi che era la macchina da scrivere di mio nonno. Al di sotto della macchina ancora i fogli e i suoi ultimi appunti. Quanto avrei voluto curiosare tra le sue carte in quei momenti. Quanto avrei voluto conoscerlo davvero, continuo a ripetermi oggi.
Perchè io, di nonno, non ho mai avuto un ricordo nitido; come in un sogno riappare nella mia mente seduto in una grande sdraio, con una copertina a proteggergli le gambe. Io che lo saluto dandogli la mano e lui che sorride, no anzi, ride. L’unica immagine che ho di mio nonno è quella di lui che ride. Nient’altro. E’ poco, sì, ma è davvero bella.

Mia nonna se ne è andata il giorno di Ferragosto, nella sua stagione preferita.
Come nelle fiabe, lei è stata la nonna perfetta, io nel mio ruolo di nipote cresciuta non ho saputo fare altrettanto. Ma neanche le fiabe sono come le vorremmo.

Quella casa così piena di ricordi, che ha costituito una parte importante della mia vita, è stata venduta poco dopo. Stanno già ristrutturando: cadranno muri, ne innalzeranno altri. Quel giardino non sarà più il giardino della mia infanzia.
Sarà il giardino di altri bambini, altri ragazzi costruiranno i propri ricordi, e i miei continueranno a vivere solo dentro di me.
Qualche tempo fa sono capitata in quella strada, e mentre camminavo lungo il muro esterno non sono riuscita a trattenere le lacrime.

Il portone rosso c’è ancora, tu non ci sei più.

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Noi coglieremo fiori…

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Ode ai morti di Buggerru

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Noi coglieremo fiori di bufera
Lungo il sonante mare.
Li copriremo d’elce,
li cingeremo di selvaggio ulivo,
e con fiori di sole, o Primavera!
Ché non son morti. Nell’ignava fossa
non posan essi verdi azzurri stanchi
Cadaveri? Ma vanno
oltre letée fiumane, sul profondo
cuor della terra, e scavano
ancora. Van tra il rombo di altre mine
per altre vie. Su loro
è il festoso scrosciar delle acque e il coro
delle selve, divino. Ardon le lampane
pari ad astri non mai prima veduti.
E a loro innanzi fuggono gli impuri
spiriti della tenebra, gli oscuri
spiriti della terra: Avanti, neri
compagni mal sepolti! Oltre il sepolcro,
giù! Oltre la radice aspra dei monti,
oltre l’alvo sereno delle fonti,
oltre ogni umana mole,
oltre ogni sogno infranto,
oltre la terra che matura al sole
la sua messe di pianto .
Sardegna! Dolce madre taciturna,
non mai sangue più puro
e innocente di questo ti bruciò
il core e tanto ne stillò dall’urna
della morte! Pastore,
Re del silenzio, sul tuo sogno immobile
passan le rosse nuvole,
passano i venti sul tuo chiuso cuore
Ascolti? Il tuo silenzio
Vinto è dai colpi dei vendicatori:
e già sulla collina
bela e svaria la mandra,
e canta la calandra.
Che l’aurora è vicina.

Sebastiano Satta

 

L’eccidio di Buggerru

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In pochi sanno che il primo sciopero generale della storia d’Italia scaturì da un evento che ebbe luogo in un piccolo centro della Sardegna, Buggerru, nell’iglesiente.

La fondazione di Buggerru fu conseguente all’inizio dell’attività mineraria nella zona, iniziata nel 1860 con la ricerca di zinco e piombo. In breve tempo il paese superò gli 8000 abitanti, lavoratori provenienti da diverse parti della Sardegna che subirono il richiamo della miniera; un lavoro faticoso, poco retribuito ma pur sempre prezioso in una regione con un altissimo tasso di povertà.
Le misere condizioni di vita dei minatori si riflettevano nelle povere e fatiscenti abitazioni in cui trovavano alloggio le numerose famiglie operaie.
Tutto, proprio tutto, apparteneva ai proprietari francesi del complesso minerario, la “Société Anonyme des mines de Malfidano”: pozzi, officine, case (gli operai pagavano l’affitto ai dirigenti), scuola, emporio, terra, anche la vita dei minatori era di loro proprietà. Non desterà dunque sorpresa il nome con la quale Buggerru era nota all’epoca: la “Petit Paris”, con il suo cinema e un grazioso teatro riservato alla ristretta élite dei dirigenti francesi.

Non avevano tempo libero gli operai, costretti a lavorare in condizioni durissime: non meno di 9 ore lavorative al giorno, niente riposo settimanale, turni massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro.
I minatori a Buggerru erano più di 2000 e a essi si aggiungevano le donne e i ragazzi più giovani che si occupavano della selezione dei minerali. I salari erano bassissimi: meno di 3 lire al giorno per gli armatori che lavoravano all’interno della miniera, neppure 1 lira per le cernitici.

Erano i primi anni del secolo questi, i tempi in cui muoveva i primi passi il movimento operaio. E anche a Buggerru i lavoratori iniziarono a riunirsi nella “Lega di Resistenza”, che partecipò attivamente al congresso nazionale della Federazione dei minatori.
Forte del sostegno dei due sindacalisti Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, il malcontento si incanalò in una grande protesta quando, il 2 settembre 1904, fu anticipata di un mese l’entrata in vigore dell’orario lavorativo invernale, che avrebbe significato la riduzione di un’ora della pausa tra un turno e l’altro.
Gli operai si rifiutarono di eseguire quest’ordine, si presentarono all’orario consueto e i dirigenti, in tutta risposta, minacciarono di licenziare chiunque non avesse rispettato le nuove direttive.
Iniziava così lo sciopero dei minatori di Buggerru, spontaneo in quanto non guidato dalla Lega di Resistenza che cercò in tutti i modi di riportare la calma tra gli operai. Ma ormai la protesta era in moto, niente poteva trattenere la rabbia dei minatori: tutti gli impianti rimasero deserti, perfino l’energia elettrica venne interrotta lasciando il paese al buio.

Nel frattempo, il direttore della miniera Achille Georgiades, chiese aiuto della forza pubblica e due compagnie di soldati del 42° Fanteria al comando dei capitani Bernardone e D’Anna partirono da Cagliari all’alba del 4 settembre, per arrivare a Buggerru nel pomeriggio. Tre operai furono incaricati di provvedere alla sistemazione dei soldati in un locale provvisorio, e una sentinella venne messa al posto di guardia.
Mentre negli uffici della direzione una commissione cercava di trovare una soluzione allo sciopero, gli operai si radunavano nella piazza ad attendere una risposta. Fu allora che un gruppo di manifestanti si diresse verso i locali dell’improvvisata caserma per convincere i tre operai, rimasti agli ordini dei soldati, a unirsi allo sciopero. La situazione si fece via via più tesa, le grida lasciarono il posto a una fitta sassaiola mentre i soldati puntavano i moschetti sulla folla.
Alle 16.45 i militari, tolta ogni remora, spararono sui lavoratori, lasciando a terra una decina di operai.
Due morirono sul colpo, Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara e Felice Littera di 31 anni, di Masullas. Il 21 settembre Giustino Pittau, di Serramanna, morì in ospedale; un mese dopo la stessa sorte toccò a Giovanni Pilloni di Tramatza.

Il 5 settembre ritornò la calma anche grazie alla preziosa mediazione di Cavallera e Battelli, e l’energia elettrica riprese a funzionare illuminando il paese nel giorno del lutto. Il 6 si tennero i funerali alla quale partecipò una folla di 3000 persone.

Il 7 settembre nelle miniere di Buggerru fu ripreso il lavoro: solo dopo lunghe trattative il direttore concesse che per tutto il mese di settembre l’intervallo fosse di 3 ore invece che 2. Tutto qui.
I morti di Buggerru valevano solo un’ora di riposo?
No. I morti di Buggerru col loro sacrificio erano riusciti ad accendere la fiaccola che negli anni, nei decenni a seguire avrebbe illuminato la strada del movimento operaio.

Accadde infatti che l’11 settembre, la Camera del Lavoro di Milano, per protestare contro l’eccidio di Buggerru, proclamava il primo sciopero generale nazionale, che fu anche il primo d’Europa.
Dal 16 al 21 settembre i lavoratori italiani di tutte le categorie scesero in strada non per difendere i propri diritti, ancora inesistenti, ma per conquistarli.
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Relax zen sardo 2

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Relax zen sardo

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10 anni di blog

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Caro Lettore,
sei capitato su Tre Passi Avanti in un giorno particolare.

Molto probabilmente sei finito qui per caso, reindirizzato da un motore di ricerca più o meno noto o da un link di una pagina sconosciuta ai più. Se hai avuto fortuna hai trovato l’argomento che cercavi, ma probabilmente non è così.

Avrai dato una veloce occhiata al titolo, starai scorrendo frasi generiche che non dicono molto per essere sinceri, ti starai soffermando sulle parole in grassetto.
Fatto un breve giro di ricognizione, ti prepari a riconoscere il filo conduttore del sito. Aspetta, no, non lo riconosci affatto. Ma, a pensarci bene, chi l’ha detto che questo blog debba avere uno stile, un tema particolare? Non perdere tempo a cercarlo, non c’è.

Scorri le pagine dell’archivio e decine di post differenti l’uno dall’altro ti si presentano davanti: Argomenti di Attualità Passata, Argomenti Stile Diario Adolescenziale Che Devi Cercare Immediatamente Il Tasto Indietro, Argomenti Che Sembrano Essere Un Inno Alla Noia, Argomenti Storici A Te Che La Scuola L’hai Finita Già Da Un Pezzo, Argomenti Sulla Sardegna Che Conosci Solo Per Averla Vista In Tv O Assaporata Dentro Un Piatto Di Pasta Condita Al Pecorino. Scappa da qui, subito, non hai nulla da perdere.
Forse sei già ritornato al fedele motore di ricerca, pronto per una nuova avventura, e io sto parlando al vento.

O hai deciso di darmi una seconda opportunità?
Bene, accomodati, qui sei il benvenuto.
Magari sei al tuo tavolo di lavoro, il portatile è circondato da carte, appoggi i gomiti sul tavolo e le mani ti tengono le tempie. Adagi la schiena alla spalliera e sposti lo schermo del computer affinché l’illuminazione sia ottimale. No aspetta, tu sei più tipo da smartphone, una lettura veloce e via, non hai tempo da perdere. Ecco dunque ora sei pronto ad attaccare le prime righe della prima pagina, cerchi di capirci qualcosa. Questo non ti piace, quello nemmeno, quell’altro forse, questo… sì.
Bene, se sei arrivato a leggere anche l’ultima frase puoi lasciare un commento, perché è da anni che non se ne vede uno. E la cosa farebbe molto piacere all’autrice. Coraggio, sappi che puoi farlo!

Dunque, mio caro Lettore conteggiato nelle statistiche, dicevamo che oggi è un giorno importante per Tre Passi Avanti e hai il privilegio – sì addirittura!- di condividere con me questo traguardo.

Oggi questo piccolo spazio sperduto nella blogosfera compie la bellezza di 10 anni che per un blog, di questi tempi, è quasi come raggiungere i cento.
10 anni di passi avanti, molti anche indietro per essere sinceri, ma ognuno di questi affrontato con la presunzione di aver realizzato qualcosa di bello, se non per gli altri almeno per me.
Grazie Lettore sconosciuto, grazie per avermi tenuto compagnia in tutto questo tempo e per avermi dato la motivazione di andare avanti.
Sempre avanti con il sorriso. E si continua…

10 anni di blog
8 maggio 2007 – 8 maggio 2017

1940-1943: la Sardegna sotto le bombe

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Nel Secondo conflitto mondiale la Sardegna è stata l’unica regione d’Italia in cui non si è avuta una guerra guerreggiata tra eserciti combattenti.
Il motivo principale è da ricondursi alla condizione di insularità della regione, isolamento geografico che divenne totale nel momento in cui vennero sospesi i collegamenti navali tra il continente e la Sardegna. Per questo motivo, l’isola dal gennaio del 1944 sperimentò anche l’autogoverno, con la creazione dell’Alto Commissariato per la Sardegna riconosciuto dallo Stato.

Per via della sua posizione geografica, la Sardegna svolgeva un ruolo fondamentale sotto il profilo strategico-militare: le  basi aeree e navali presenti nell’isola permettevano un controllo delle vie di comunicazione tra il Mediterraneo occidentale e quello centrale, e i primi bombardamenti da parte degli Alleati non tardarono ad arrivare. Già da lungo tempo l’Unione Nazionale Protezione Antiaerea informava sui rischi dei raid, fornendo le elementari nozioni per scampare agli attacchi. Ma la città, che vide cadere le prime bombe nel giugno del ’40, mancava totalmente di rifugi adeguati. I Cagliaritani potevano contare su alcuni anfratti naturali scavati nella roccia, insufficienti per accogliere le migliaia di persone terrorizzate dalle bombe. I ripari improvvisati in legno erano inutili a salvare dalla furia delle esplosioni e, nonostante la costruzione di alcuni bunker, gran parte dei cittadini restava sprovvista di un rifugio.

Il 16 giugno alle 17 e trenta, appena 6 giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, 5 bombardieri inglesi sganciavano diverse bombe sull’aeroporto di Elmas. Molti ordigni finirono nel vicino stagno, i danni riportati furono piuttosto limitati e riguardarono la distruzione di alcuni hangar e della postazione contraerea, ma non ci furono vittime tra i civili. Un secondo attacco avvenuto il 24 giugno, colpì le riserve di carburante a Monte Urpinu.

Completato lo sbarco alleato in Nord Africa e con gli Alleati che si preparavano a liberare l’Europa, nel 1943 i bombardamenti tornarono a colpire anche la Sardegna.

Quelli del 1943 furono opera degli americani e investirono direttamente la popolazione civile. Il 17 febbraio vennero colpite Cagliari e Gonnosfanadiga, provocando oltre 200 morti. Gli aerei americani, ostacolati da una fitta nuvolosità, colpirono l’area portuale di Cagliari e una zona centrale della città, in particolare via Sant’Efisio, tra la chiesa di Sant’Anna e quella di Santa Restituta, adibita a rifugio. La tragedia si svolse nella cripta di quest’ultima, dove si ebbe una strage di civili. L’allarme fu tardivo, quando le sirene fischiarono gli aerei erano già sui quartieri occidentali (Castello e Stampace). Vennero colpite anche Quartu S. Elena e Monserrato, ma la sorte peggiore tocco a Gonnosfanadiga. Probabilmente convinti di aver individuato il campo di aviazione di Villacidro, le fortezze volanti sganciarono nel paese il loro carico di bombe a frammentazione, colpendo varie zone dell’abitato e in particolare la via contigua alle scuole elementari. Nel centro del Medio Campidano, che contava solo 5.000 abitanti, vi furono 118 vittime, tra cui 27 bambini appena usciti da scuola e molte donne intente a lavare i panni sul greto del fiume. 

Pochi giorni dopo, il 26 febbraio, aerei B17 sganciarono su Cagliari 50 tonnellate di bombe, devastando i quartieri storici di Stampace, Castello e Bonaria. Del Municipio rimase solo la facciata, il Bastione di San Remy, colpito da 3 bombe, perse l’arco e parte della scalinata, numerosissisme le distruzioni di palazzi civili. Il bombardamento durò appena quindici minuti e provocò 73 morti e 286 feriti.

Il 28 febbraio si ripeteva l’orrore.
Erano le 12.55 quando i cagliaritani ancora rimasti in città videro apparire gli aerei. Era una domenica, un giorno di festa, e nessuno immaginava un nuovo tremendo attacco, anche perchè non venne lanciato nessun allarme dal sistema difensivo. La città era ormai in ginocchio, interi quartieri come Villanova, Stampace, Castello, Marina ridotti in macerie. Solo il 28 febbraio si erano avuti oltre 200 morti e centinaia di feriti.

L’opera di distruzione fu completata il 31 marzo dello stesso anno. Gli obiettivi principali furono il porto e la stazione, gravi danneggiamenti subì la chiesa del Carmine, con la statua della Madonna, al centro della piazza, che si girò di 20 gradi a causa dello spostamento d’aria provocato dalle deflagazioni. Una sessantina furono le vittime, la maggior parte nella vicina Monserrato.

Nel mese di aprile vennero bombardate Carloforte (12 morti e 30 feriti), La Maddalena e Palau, dove venne affondato il Trieste provocando la morte di centinaia di marinai, l’aeroporto di Alghero-Fertilia (18 morti e 50 feriti), Villacidro (16 morti e 56 feriti), Arbatax (12 morti e 6 feriti), Sant’Antioco e Porto Torres (5 morti). Anche maggio non fu da meno, finirono sotto il mirino degli aerei Alleati Olbia (oltre 20 morti), la stazione di Sassari (3 morti), Alghero-Fertilia (6 morti), Porto Torres, Abbasanta, Capo Frasca, Sant’Antioco, Calasetta, e ancora Alghero (52 morti). Continui erano i bombardamenti nell’isola, giorno e notte.

Il 13 maggio toccò nuovamente a Cagliari subire due nuove incursioni: quella diurna da parte degli americani e quella notturna degli inglesi. Fu l’attacco più massiccio mai visto, opera di 103 quadrimotori e 94 bimotori americani e 23 bimotori inglesi. A questo punto Cagliari assunse un’aria spettrale, i morti in questa circostanza furono solo 50 segno di una città oramai deserta. Appena 7000 persone erano rimaste nel capoluogo e gli sfollati, riversatisi a decine di migliaia dalle zone colpite ai centri dell’interno raccontavano di lutti e distruzioni.

La guerra per la Sardegna volgeva al termine; l’ultimo bombardamento fu il pomeriggio dell’8 settembre sull’aeroporto di Pabillonis.
Poche ore dopo Badoglio annunciava alla radio l’armistizio.

Il bilancio finale dei bombardamenti aerei fu di un migliaio di vittime e molte centinaia di feriti: l’elenco, però, è incompleto perché molti non furono identificati, di tanti si ritrovarono solo parti dei corpi dilaniati e altri si dissolsero nelle esplosioni o furono inghiottiti sotto le macerie. Circa due terzi delle abitazioni di Cagliari furono rase al suolo o gravemente danneggiate dai bombardamenti. Ancora oggi, nei quartieri storici della città, sono visibili le tracce di quelle devastazioni: restano i vuoti dei palazzi mai ricostuiti, le ferite architettoniche. Nel 1950 alla città fu conferita la medaglia d’oro al Valor Militare, a Gonnosfanadiga la Medaglia di Bronzo al Merito Civile.
Pochi ricordano che Cagliari, dopo Napoli, è stata la città più bombardata in Italia. Pochissimi che è stata la città che ha subito maggiori danni a livello di Conventry (Inghilterra) o di Dresda (Germania), senza tra l’altro una ragione plausibile.

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Per approfondire l’argomento:

La caduta del fascismo in Sardegna

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In Sardegna la guerra arriva presto.

Non è attraversata direttamente dal fronte, ma subisce la notevole presenza dei contingenti militari che ne condiziona la vita; una generazione, in particolare quella nata tra il ’18 e il ’24, che vive l’esperienza della guerra in Europa e ancora nelle file della Resistenza o nella Repubblica di Salò, la prigionia nei campi di concentramento; diversi centri conoscono gli effetti dei bombardamenti.
Le città costiere devono fare i conti con le terribili distruzioni. Cagliari è la città maggiormente colpita, migliaia sono le vittime e decine di migliaia gli sfollati che si rifugiano nelle zone dell’interno per sfuggire alla morte. Sassari, salvata dalle bombe, ne ha accolto centinaia. A Nuoro il prefetto ordina che possano trovarvi rifugio solo gli sfollati che abbiano parenti e mezzi di sostentamento.
Il trauma dovuto ai continui bombardamenti e l’isolamento psicologico e materiale in cui è piombata l’isola, fanno riemergere tendenze separatiste.

La destituzione e l’arresto di Mussolini, avvenuto il 25 luglio del 1943, non provocano grandi reazioni nell’isola, anche perchè in tanti temono i pericolosi effetti che potrebbe provocare un probabile sbarco Alleato. Ma questo non avverrà.
Dopo l’8 settembre, con l’accordo tra il generale Antonio Basso -comandante militare dell’isola- e i tedeschi, le truppe presenti lasciano l’isola senza una significativa opposizione, accompagnati da un gruppo d’ufficiali e soldati della divisione Nembo che, nei pressi di Macomer, hanno ucciso il loro Capo di Stato maggiore, il colonello Alberto Bechi Luserna. A La Maddalena, passaggio obbligato verso la Corsica e il Continente, la battaglia provoca ventotto morti italiani e otto tedeschi.
L’altro episodio di resistenza registrato avviene a Oristano, all’altezza del ponte sul Tirso, quando alcuni reparti italiani riescono a impedire che i tedeschi facciano saltare il ponte.
Il generale Basso, a seguito del comportamento tenuto nell’isola all’indomani dell’armistizio, fu destituito e arrestato. Fu assolto dopo due anni di prigionia.
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L’occupazione angloamericana -formalmente l’isola non è occupata ma sottoposta al controllo di una commissione alleata- è discreta e da subito si occupa degli aiuti alimentari alla popolazione e della ricostruzione della vita civile. Gli americani dimostrano di avere una conoscenza approfondita della vita economica, culturale e politica.
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La situazione nel 1944 è comunque spaventosa.
I moli del porto di Cagliari sono fuori uso, a Olbia e Porto Torres praticamente chiusi. Ciò che arriva in Sardegna (grano, cereali, latte condensato, minestrone in scatola, sapone, patate da semina) viene portato dagli americani. Ogni idea di Sardegna autarchica si dissolve. A causa dei difficili collegamenti mancano perfino i generi di prima necessità, anche il mercato nero ne è privo. I fiammiferi, 25 al mese, sono razionati, e nei negozi sono presenti solo prodotti locali: carbone, pelli, pochi ortaggi.
L’unico prodotto autosufficiente per il consumo è il vino, nonostante siano andati distrutti oltre 1.200.000 ceppi di vite. Vi è un’eccedenza di cuoio, pelli ovine e lana, ma senza un calzaturificio e una fabbrica tessile completa di tutti i macchinari per la produzione, quantità enormi di pelli marciscono senza poter essere utilizzate. Non solo i minatori lavorano scalzi, anche i carabinieri lo sono e molti di essi non escono dalle caserme perchè senza scarpe.

Ferrovie e strade sono intatte, ma manca il carburante, l’olio e i pezzi di ricambio, le gomme d’aereo sono adattate per essere utilizzare negli automezzi.
Le saline di Cagliari accumulano montagne di sale, di kalite e di solfato di magnesio, le miniere sono in stato di manutenzione perchè manca l’alimentazione, il carbon coke e il cloro.
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Mentre nell’isola la popolazione vive una situazione di estremo disagio provocato dalla guerra e dall’isolamento, tantissimi sono i sardi che partecipano alla Resistenza combattendo in ogni parte d’Italia.

Per fare un esempio ricordiamo in questo spazio, come episodio simbolo, l’attentato compiuto a Roma dai Gap il 23 marzo 1944 in via Rasella, con la partecipazione dei sardi Marisa Musu, Silvio Serra e Francesco Curreli, a cui fa seguito la fucilazione per rappresaglia di 335 persone alle Fosse Ardeatine.
Fra i fucilati, se si escludono gli ebrei e i cittadini romani, il gruppo dei sardi è il più numeroso fra quelli regionali.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

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