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L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net

I Giusti sardi

L’ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, lo Yad Vashem, ha riconosciuto 671 italiani “Giusti tra le nazioni”, numero aggiornato al 1 gennaio 2016. Con questo termine si vogliono indicare i non ebrei che, a rischio della propria vita e senza avere interessi personali, hanno salvato la vita anche a un solo ebreo dal genocidio nazista.

Nel giardino di Israele, sul Muro d’Onore che ricorda i Giusti, sono scolpiti anche i nomi di 4 eroi sardi: Salvatore Corrias, Vittorio Tredici, Girolamo Sotgiu e la moglie Bianca Ripepi.

salvatore-corrias-2Salvatore Corrias, nato a San Nicolò Gerrei il 18 novembre 1909, arruolatosi nella Guardia di Finanza nel 1929, dopo l’8 settembre 1943 entrò a far parte delle Brigate partigiane nella formazione “Giustizia e Libertà”. Corrias scelse di continuare a indossare la divisa per potersi muovere liberamente lungo la frontiera italo-svizzera, aiutando in questo modo centinaia di ebrei, oppositori politici e perseguitati a oltrepassare il confine per raggiungere la salvezza. Catturato dalle Brigate Nere il 28 gennaio 1945, mentre rientrava dal confine dopo aver aiutato un prigioniero inglese, venne fucilato dalla “Banda Tucci” nel recinto della sua caserma.
Oggi riposa nel cimitero di Moltrasio. Medaglia d’Oro al Merito Civile, è dal 2006, il 10.957° “Giusto tra le Nazioni”.

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Vittorio Tredici, nato a Iglesias nel 1892, ufficiale decorato nella Grande Guerra, fu, con Emilio Lussu, uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione. Dopo aver combattuto lo squadrismo con le Camicie Grigie (formazioni paramilitari del PSd’A), aderì al sardo-fascismo coprendo da prima il ruolo di segretario del Fascio cagliaritano e, dal 1927, quello di Podestà di Cagliari. Trasferitosi a Roma, partecipò attivamente durante l’occupazione tedesca alle operazioni di soccorso promosse dal parroco Ettore Cunial. Durante il rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, nascose nel suo appartamento la famiglia Funaro, gli unici ebrei del suo edificio, e li aiutò a trovare una sistemazione sicura. Vittorio Tredici, insieme al parroco Cunial, aiutò altri perseguitati, sia ebrei che resistenti, salvandoli dalla furia nazi-fascista. E’ il 7.494° “Giusto tra le Nazioni”, riconoscimento ottenuto nel 1997.

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Girolamo Sotgiu, nato a La Maddalena nel 1915 ma di famiglia olbiese, emigrò a Rodi, possedimento italiano dopo la guerra italo-turca, sul finire degli anni Trenta. Professore, conobbe e sposò Bianca Ripepi, calabrese, arrivata anche lei nell’isola per insegnare. Dichiarato sovversivo, Girolamo Sotgiu fu espulso dalla scuola locale e, insieme alla moglie, iniziò a dare lezioni private. Tra gli alunni, molti erano i bambini ebrei, impossibilitati a seguito delle leggi antiebraiche a frequentare la scuola. Quando, dopo l’armistizio, i tedeschi invasero Rodi, iniziarono le deportazioni. Fu a questo punto che i due coniugi salvarono una bambina ebrea, Lina Kantor Amato, i cui genitori erano già stati deportati dai tedeschi. Con dei documenti falsi, riuscirono a far passare la bimba come loro figlia naturale che, fortunatamente, a guerra finita, riuscirà a ricongiungersi con i suoi genitori. La bambina non fu la sola ad essere salvata, altri ebrei ottennero dei documenti falsi per mano di Girolamo e Bianca. Grazie alla segnalazione di Lina Kantor, lo Yad Vashem nel 2015 ha riconosciuto Girolamo Sotgiu e Bianca Ripepi come i 13.066 “Giusti tra le Nazioni”.

Questi sono i Giusti riconosciuti fino a oggi, ma tanti sono gli eroi ancora nell’ombra, che hanno voluto tener nascosto il loro passato e le cui storie riemergono lentamente a distanza di decenni.

suor-de-muro-con-bimboE’ il caso di Suor Giuseppina (Rosina) De Muro, nata a Lanusei il 2 novembre 1903. Suor Giuseppina, durante l’occupazione di Torino, riuscì a far liberare tanti detenuti politici, a revocare la condanna a morte di un antifascista e a sottrarre alle SS un bimbo di soli 9 mesi tenuto in carcere, nascondendolo tra le lenzuola. Due coniugi ebrei arrestati e destinati alla deportazione, vennero da lei liberati, mentre una giovane ebrea riuscì a salvarsi perchè Suor Giuseppina bloccò la partenza facendo appello al Regolamento penitenziario, che impediva il trasferimento del detenuto se non fosse stata resa nota la destinazione. Aiutò i detenuti nascondendo delle uova sbriciolate tra i medicinali, scambiando referti medici per permettere il trasferimento in infermeria, e trasmise di nascosto notizie tra familiari e prigionieri. Per lei è in atto la pratica per essere riconosciuta “Giusta tra le Nazioni”.

image1Un’altra storia è quella di Giovanni Gavino Tolis. Nato a Chiaramonti (SS), finanziere, venne impiegato al confine italo-elvetico presso la Brigata della frontiera di Chiasso. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, attraverso il valico trasportò i messaggi che le organizzazioni partigiane si scambiavano tra Italia e Svizzera, e aiutò tanti ebrei e antifascisti a rifugiarsi nel territorio elvetico, con la collaborazione della famiglia Panzica che risiedeva nei pressi del confine. Scoperto dai nazisti, venne arrestato insieme alla signora Panzica (che riuscirà a sopravvivere) e internato presso il campo di Mauthausen, dove morì il 28 dicembre 1944. Nel 2010 è stato insignito della Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente motivazione: «Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale contribuì alla lotta di liberazione con l’attività di postino delle organizzazioni partigiane e, con eccezionale coraggio, si prodigò in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati politici, aiutandoli ad espatriare clandestinamente nella vicina Svizzera. Arrestato dalle autorità tedesche fu infine trasferito in un campo di concentramento austriaco, dove perse la giovane vita. Mirabile esempio di umana solidarietà e di altissima dignità morale, spinte fino all’estremo sacrificio».

In questa ricerca, un ruolo importante spetta al Capitano Gerardo Severino, che ha il merito di riportare alla luce le figure dei finanzieri eroi, il cui ricordo rischia di perdersi tra gli archivi e gli schedari impolverati dal tempo.

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