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Mincemeat: storia del falso sbarco in Sardegna.

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I piani ideati dagli Alleati per conquistare la Sardegna durante la Seconda guerra mondiale furono offuscati dall’avventurosa operazione segreta denominata “Mincemeat”, ovvero “Carne tritata”; terminato il conflitto, il piano divenne così famoso da diventare argomento di romanzi e film, mentre le altre operazioni finirono nel dimenticatoio.

L’operazione Mincemeat doveva, nei piani degli anglo-americani, far credere ai tedeschi e agli italiani che lo sbarco sarebbe avvenuto non in Sicilia, ma in Sardegna e, cosa a dir poco incredibile, le forze dell’Asse finirono col crederci davvero.

Tutto iniziò il 30 aprile 1943 quando un pescatore portoghese recuperò un cadavere con indosso l’uniforme inglese, un giubotto della Raf e, legata alla cintura, una misteriosa valigetta. Le autorità spagnole lo identificarono come il maggiore William Martin grazie ai documenti presenti; causa della morte un incidente aereo. Nella valigetta furono trovate alcune lettere dirette ai comandi inglesi.

Le autorità spagnole consegnarono ai servizi segreti nazisti tutte le carte ritrovate e, dopo le proteste del consolato, i documenti vennero restituiti agli inglesi. Le buste apparentemente sembravano intatte, ma non era così. Mancavano delle piccole ciglia poste appositamente per svelare un eventuale manomissione. I tedeschi erano caduti nella trappola e la finta operazione alleata aveva raggiunto la giusta destinazione: Berlino.

Due divisioni tedesche furono così spostate in Sardegna e Corsica, altre sette dalla Sicilia alla Grecia. La Sicilia rimase scoperta, difesa solo da truppe demoralizzate, male equipaggiate e senza sistemi antisbarco.
L’offensiva in Sicilia iniziò il 12 giugno 1943 con la conquista dell’isola di Pantelleria; un mese dopo, il 10 luglio, i primi contingenti sbarcavano in Sicilia e in poche settimane si impadronirono dell’isola, senza difficoltà.

Ma come si era arrivati a tanto?

Nella valigetta del maggiore William Martin erano contenuti i falsi piani segreti degli alleati.
Una lettera faceva riferimento a uno sbarco in Grecia e indicava falsamente come finto obiettivo la Sicilia, accennando ad un altro attacco contemporaneo nel Mediterraneo. I falsi obiettivi erano chiari ma non troppo appariscenti, inoltre venivano indicati due assalti chiamati operazione Husky (che è il vero nome dell’attacco alla Sicilia, ma che nella lettera veniva riferito alla Grecia in modo che se i tedeschi avessero intercettato messaggi contenente tale nome, avrebbero pensato alla manovra citata nella lettera) e operazione Brimstone (riferita ad un punto non precisato del Mediterraneo).
Il secondo messaggio parlava di un passaggio in Nord Africa in preparazione del successivo assalto nella “patria delle sardine”, con riferimento alla Sardegna e dunque al piano Brimstone.

I tedeschi una volta intercettate le informazioni, pensarono che gli sbarchi sarebbero avvenuti in Sardegna e in Grecia e, in preparazione a ciò, spostarono mezzi e truppe, lasciando sguarnito il vero obiettivo.

william_martinMa non solo le missive erano una totale invenzione. Persino il maggiore William Martin non era mai esistito.
Il corpo rinvenuto dai pescatori era quello dello scozzese Glyndwr Michael, un senzatetto di 34 anni, morto suicida a seguito di un’ingestione di veleno per topi, che gli aveva gonfiato i polmoni proprio come quelli di un annegato. Rimase per  mesi in una cella frigorifera, prima di essere vestito da ufficiale e scaricato dal sottomarino britannico al largo di Huelva. Per rendere più reale il tutto, vennero infilati nelle sue tasche dei biglietti per il teatro, un sollecito bancario per uno scoperto di 80 sterline, la fotografia della fidanzata Pam, lettere d’amore e una lettera dell’affezionatissimo padre, senza dimenticare il necrologio che venne pubblicato sul Times.

La lapide posta in suo ricordo nel cimitero di Huelva riporta la frase:
“Qui giace Glyndwr Michael, che servì come il maggiore William Martin nei Royal Marines”.

Il senzatetto scozzese, senza saperlo, aveva servito il suo paese salvando migliaia di vite. Ci pensò la morte a innalzarlo al ruolo di eroe.

 

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Stati Uniti d’Italia

immagine1risorgimentoCarlo Cattaneo, scienziato, storico ed economista, più volte si interessò all’isola in quella visione di federalismo totale che fu sua, pensieri che ancora oggi sono spunto per le riflessioni sulla società, la politica, l’economia sarda e non solo.

L’isola, in quanto tale non aperta alle grandi invasioni per via di terra, e dunque più conservativa di antichi usi, costumi, dialetti e istituzioni, dovette sembrargli un ottimo argomento di studio per le sue teorie. Cattaneo non concepiva lo studio della Storia come un’indagine teorica, bensì come presupposto necessario per provvedere al miglioramento delle condizioni di vita dei popoli. Per questo motivo prese in esame la situazione della Sardegna, dell’Irlanda e della Lombardia che, essendo ricca, faceva da contrappunto alle altre due povere realtà.

Resta ben chiaro che Cattaneo, essendo federalista e perciò riformista, non poteva che attenersi al gradualismo nel progettare una nuova realtà politica e, dunque, per la nuova Italia, bisognava mantenere e migliorare l’esistente. Per questa ragione, la progredita Lombardia e l’arretrata Sardegna, facenti parte dello stesso organismo, della stessa nazione, dovevano dapprima avere dei miglioramenti interni, nell’ambito degli Stati italiani esistenti. Solo in un secondo momento si sarebbe provveduto all’unione, in senso federale, agli altri Stati italiani. Ma gli eventi politici e sociali che, all’improvviso, portarono al compimento dell’Unità d’Italia “sabauda”, diedero inizio al massimo accentramento, ovvero esattamente il contrario di quanto aveva auspicato Carlo Cattaneo.

Al momento del compimento dell’impresa dei Mille, quando Garibaldi lo volle consigliere a Napoli, cercò di convincerlo che sarebbe stato meglio conservare l’autonomia della Sicilia, della Sardegna e delle provincie meridionali fino alla convocazione di un’Assemblea generale in cui fossero rappresentate tutte le regioni italiane; Assemblea che avrebbe dovuto decidere l’assetto istituzionale del Paese.

Purtroppo Cattaneo rimase isolato e rimane ancora oggi uno dei vinti del Risorgimento; egli non fu compreso neppure quando raccomandava almeno l’autonomia sarda e siciliana: “La mia formula è Stati Uniti, se volete Regni Uniti… i siciliani potrebbero fare un grande beneficio all’Italia dando all’annessione il vero senso della parola, che non è assorbimento: Congresso comune per le cose comuni; e ogni fratello padrone in casa sua. Quando ogni fratello ha la casa sua, le cognate non fanno liti. Fate subito, prima di cadere in balia di un Parlamento generale, che crederà di fare alla Sicilia una carità, occupandosi di essa tre o quattro sedute all’anno. Vedete la Sardegna che dopo 12 anni di vita parlamentare sta peggio della Sicilia?”

Questa era la visione di Carlo Cattaneo, una visione federalista, che si scontrò con la realtà storica che rese più facilmente realizzabile l’unitarismo politico di Mazzini, in quanto pareva l’unica via per superare le tensioni dei reazionari e le resistenze dei moderati.

Per approfondire, si consiglia la lettura:
Patria, Nazione e Stato tra unità e federalismo. Mazzini, Cattaneo e Tuveri.
Scritti di: Cosimo Ceccuti, Leopoldo Ortu, Nicola Gabriele.

 

Mazzini e la Sardegna

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Diversi furono i giornali della Penisola che si occuparono, intorno al 1860, delle vicende della Sardegna a tredici anni di distanza della perfetta fusione firmata il 29 novembre 1847.

Tra questi giornali ricordiamo “Il Diritto” di Torino, espressione della sinistra subalpina e contrario a Cavour, ma soprattutto quelli mazziniani, grazie agli articoli di Vincenzo Brusco Onnis che vennero pubblicati nel giornale “I popoli uniti”, con il titolo Un Processo al Governo, che faceva riferimento a Il Governo e i comuni del Tuveri che lo stesso Mazzini avrebbe citato nel suo scritto del 1861 sulla Sardegna, pubblicato da “L’Unità Italiana”.

Giuseppe Mazzini aveva fatto pubblicare l’articolo sulla Sardegna per opporsi alle voci sempre più insistenti riguardanti una cessione dell’isola alla Francia; voci che stavano circolando negli stessi giorni in cui si stava preparando il trattato di Torino che, il 15 aprile 1860, avrebbe sancito la cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Anche la stampa francese, persino dopo la morte di Cavour, continuava a pubblicare articoli sottolineando che l’Italia avrebbe dovuto dare alla Francia un’ulteriore prova della sua gratitudine con la cessione della Sardegna.
Per dimostrare la veridicità di quelle voci, Mazzini faceva riferimento a informazioni riservate, ben conosciute anche a Garibaldi, e a note diplomatiche riservate. I grandi giornali democratici, tra cui “L’Unità Italiana”, riportavano la vasta eco di opposizione che andava da Giovanni Siotto Pintor a Gian Battista Tuveri, che nella peggiore delle ipotesi avrebbe preferito l’Inghilterra alla Francia, fino a Giorgio Asproni, contrario a qualsiasi dominazione straniera.

Ecco cosa scriveva Mazzini:
“La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo sardo; sistematicamente negletta, poi calunniata; bisogna dirlo altamente perchè quella importante frazione del nostro Popolo sappia che noi non siamo complici delle colpe governative, che conosciamo e numeriamo quelle colpe, e che poi intendiamo cancellarle, appena l’Unità conquistata ci darà campo di provvedere alla libertà e all’ordinamento interno, sociale, e politico. Sì, i molti e lunghi dolori della Sardegna non trovano che indifferenza tra noi; se Bonaparte scende una seconda volta a combattere a fianco del nostro esercito, sulle nostre terre, la Sardegna è perduta per noi. […] Nelle condizioni interne della Sardegna vive un pericolo, sul quale probabilmente il Governo calcola per consumare l’atto nefando. Quel povero Popolo, i cui istinti son tutti italiani, che ricorda in parecchie fogge del suo vestire la tradizione romana e nel suo dialetto più largo numero di parole latine che non è in alcun altro dei nostri dialetti, fu trattato come straniero da un Governo al quale dava sangue, oro ed asilo quando i tempi e le proprie colpe minacciavano di disfarlo. […] Quell’isola dal clima temperato, dal suolo mirabilmente fecondo, destinato dalla natura alla produzione del frumento, dell’olio, del tabacco, del cotone, dei vini, dei melaranci, dell’indaco; ricca di legname da costruzioni marittime, e di miniere segnatamente di piombo argentifero, e posta a sole 45 leghe dal lido d’Italia, fu guardata da un Governo che non fu mai se non piemontese, come terra inutile, buona al più a raccogliere monopolizzatori di uffici, gli uomini i quali, se impiegati nella capitale, avrebbero screditato il Governo. La Sardegna, terra di 1560 leghe quadrate, capace e forse popolata, ai tempi di Roma, di due milioni di uomini, numera oggi meno di 600.000 abitanti. Un quarto appena della superficie agricola è dato alla coltivazione. V’incontri per ogni dove fiumi senza ponti, sentieri affondati, terre insalubri per lungo soggiorno di acque stagnanti, che potrebbero coi più semplici provvedimenti derivarsi al profondo delle valli. Il commercio interno, privo di vie di comunicazione, è pressochè nullo. La Gallura, circoscrizione che comprende un quinto dell’isola, non ha una strada che la rileghi all’altre provincie. Le crisi di miseria vi sono tremende. Negli anni 1846 e 1847, un quinto della popolazione mendicava da Cagliari a Sassari. L’emigrazione dovè talora interrompersi per decreto. Come nel primo periodo d’incivilimento, sola ricchezza del paese è la pastorizia errante. Un secolo e mezzo di dominio di Casa Savoia non ha conchiuso che a provocare l’insulto del francese Thouvenel. La condizione della Sardegna è condizione di barbarie ch’è vergogna al Governo sardo […]. Il Governo non curò l’isola che per le esazioni. […] In questa Italia che un nostro storico chiamava un corpo di martire. La Sicilia e la Sardegna furono di certo le membre più tormentate. […] Spetta a noi, agli uomini di parte nostra poich’altri non fa, d’impedire quel delitto di lesa-nazione, di ripetere ogni giorno alle popolazioni sarde: «Non badate al presente; è cosa di un giorno; non tradite la patria per esso. Aiutateci a conquistare Venezia e Roma; il dì dopo, la questione della Libertà, oggi sospesa per la stolta idea che le concessioni e il silenzio giovino alla conquista più rapida dell’Unità, concentrerà in sè tutta l’Italia. E in quel giorno l’Italia farà ampia ammenda alla Sardegna delle colpe del Piemonte.»”

Le altre parti degli scritti del Mazzini, possono essere usate ancor oggi come una sintesi della storia della Sardegna a partire dal momento in cui “Vittorio Amedeo accettò a malincuore, e dopo ripetute proteste, nel 1720, da Governi Stranieri, al solito, la Sardegna in cambio della Sicilia. E diresti che la ripugnanza, colla quale egli accettò quella terra in dominio, si perpetuasse, aumentando, attraverso la dinastia…”.
Mazzini assolve, almeno in parte, il regno di Carlo Emanuele III per via delle migliorie introdotte dal Bogino, sottolineando però la raccomandazione che veniva fatta al re di non abbellire soverchiamente la sposa, perchè altri non se ne invaghisse. Poi il licenziamento del ministro, e il peggioramento delle condizioni dell’isola, che diventò “una spugna da premersi per cavarne lucro, un campo d’esazioni e di traffichi disonesti”.
Giuseppe Mazzini presenta dunque un lungo elenco di ingiustizie, intrecciandole con i fatti storici. “La Sardegna scrisse nel 1792 e nel 1793 una delle più gloriose pagine della nostra storia: pagina di fedeltà al re e d’aborrimento contro lo straniero, che serbò l’isola all’Italia; i discendenti degli uomini che respinsero il primo Bonaparte dalle piazze della Maddalena non possono cedere alle seduzioni dell’ultimo. Non parlo della difesa contro gli assalti dell’ammiraglio  Truguet, ma dell’ardore di sacrificio col quale fu preparata. Mentre il Governo operava a rilento, e peggio, tanto da far credere allora, come oggi, che s’avesse in animo di cedere l’isola alla conquista straniera, i sardi, al primo minacciar dei francesi, sorgevano energici, operosi, devoti. Tale si mostrò la Sardegna in quella tempesta. E se oggi l’entusiasmo fosse, nei ventidue milioni d’Italiani indipendenti, la metà di quel che era nei Sardi d’allora, due mesi ci darebbero l’Unità della Patria compita. E invece respinto lo straniero, il Governo, che non temeva più, cominciò a sentirsi libero di mostrarsi ingrato, e si mostrò tale in modo imprudente davvero. Gli uomini che avevano salvato il Paese dall’invasione, furono negletti, sprezzati. Il Governo aveva sulle prime chiesto al Popolo sardo d’esprimere i suoi desideri; e furono inviate solennemente a Torino dai tre Ordini o Stamenti dell’isola, cinque domande, due delle quali – ristabilimento delle corti o parlamentari decennali, e ristabilimento degli uffici agli indigeni – erano vitali. In margine alla seconda il Graneri scriveva: solite ripetizioni. L’una e l’altra erano ricusate e con insolenza di modi, dacchè il rifiuto, mandato direttamente al vice-re, non era comunicato agli inviati che aspettavano risposta in Torino. E nell’isola, gl’impiegati piemontesi beffeggiavano i sardi, e canzoni villane contro essi si cantavano alla mensa del vice-re. Le cose andarono tanto oltre che, mancata la pazienza ai sardi, una sollevazione di popolo costrinse vice-re e piemontesi, quanti erano, a imbarcarsi, il 7 maggio 1794, pel continente, rispettando gelosamente persone e sostanze. Il Governo non dimenticò mai quella vittoria dei sardi e diresti ne durasse tuttavia la vendetta”.

Giuseppe Mazzini racconta inoltre le gravi ingiustizie che ancora venivano perpetrate a danno dei Sardi nella prima metà dell’Ottocento, come il feudalesimo, i tributi feudali e i privilegi del clero. Le tre leggi fondamentali per la modernizzazione della Sardegna, quella delle chiudende, dell’abolizione del feudalesimo e delle decime al clero, erano poi state condotte non a vantaggio, bensì a danno del popolo.

Nell’ultima parte dei suoi scritti sull’isola, dice: “Verso la Sardegna fu peggio: fu governo di tirannide, d’arbitri, di corrutela. Se oggi il Governo pensasse a cedere l’isola allo straniero, e additasse, per diminuirne l’effetto, agli Italiani le condizioni interne, sarebbe senz’altro colpevole di tradimento verso la Nazione: verso la Sardegna […]. No; l’Italia non sarà una seconda volta rea di suicidio e d’ingratitudine. E le colpe del Governo da me accennate, saranno ad essa una nuova cagione per proteggere dalle trame altrui la Sardegna. Abbiamo tutti debito, fatto più sacro da quelle colpe, ed è di lavarle col beneficio reso più che agevole dagl’istinti buoni e dall’ingegno svegliato dei sardi. Bastano a maturare nuovi e migliori fatti alla Sardegna una amministrazione onesta, fidata in gran parte ad uomini suoi – una rete di strade – una serie di provvedimenti riguardanti le foreste, le arginature, i ponti, i canali di scolo, una scuola normale per architetti civili ed ingegneri -due o tre grandi imprese agricole e industriali. Il popolo sardo non ha bisogno che di fiducia in sè, d’amore dato e ricambiato, per essere attivo e capace. Fedele all’istinto italiano fu sempre. Ho ricordato la generosa difesa contro l’invasione francese; e ricordo il numeroso contingente di volontari mandato nel 1848 dall’isola: e i giovani sassaresi, ai quali strinsi la mano quando accorsero per far parte della spedizione che noi disegnavamo sull’Umbria e le Marche, diedero, per prontezza di sagrifizio, virtù d’affetti fraterni e capacità modesta, un’arra, che non dimentico, dell’avvenire dell’isola. […] Dicano ai loro concittadini di non guardare al Piemonte, ma all’Italia che sta facendosi, e che, fatta appena, terrà la Sardegna come una delle più splendide gemme del suo diadema. […]” Giugno 1861.

Mazzini, il grande patriota, che previde l’Europa unita delle patrie, dei popoli, ognuno con una missione complementare rispetto a quelle degli altri, non solo conosceva la realtà europea e dell’Italia che andava formandosi, ma conosceva bene anche la Sardegna. Conosceva la sua triste storia, e riusciva ad inquadrarla nella visione della patria italiana che stava nascendo…

Per approfondire, si consiglia la lettura:
Patria, Nazione e Stato tra unità e federalismo. Mazzini, Cattaneo e Tuveri.
Scritti di: Cosimo Ceccuti, Leopoldo Ortu, Nicola Gabriele.

Le false Carte di Arborea

Tra i falsi storici più noti che riguardano la Sardegna, un posto di rilievo spetta alle Carte d’Arborea, documenti che nulla hanno a che fare con la nota Carta de Logu della giudicessa Eleonora.

Quando, nel 1845, il direttore della Biblioteca universitaria di Cagliari Pietro Martini ricevette dalle mani del frate Cosimo Manca un’antica pergamena, non ebbe la minima esitazione nel credere che quello strano documento illeggibile e dalle dimensioni così inusuali potesse finalmente far luce sul passato più oscuro della Sardegna. Da quel momento in poi, continui nuovi ritrovamenti di pergamene, codici e fogli diedero vita a un ingegnoso castello di menzogne in grado, per qualche tempo, di creare una pagina di storia totalmente fittizia e immaginaria.

Le Carte d’Arborea, così chiamate perché rimandavano al palazzo dei giudici d’Arborea, si riagganciavano cronologicamente alla figura della nota Eleonora e della sua corte, contribuendo, durante il periodo delle preziose scoperte, a rafforzarne il mito e l’immagine gloriosa.
Ma la parte più interessante riguardava non tanto i nuovi personaggi portati alla ribalta, quanto piuttosto, il fatto che in Sardegna fosse presente una produzione letteraria in italiano già nella seconda metà del Trecento, a dispetto dei vecchi studi che la rimandavano addirittura alla fine del Cinquecento. Questo fatto portava a ricostruire la guerra tra Aragona e Arborea come una stagione di resistenza, anche culturale, all’influenza iberica, rafforzata dagli stretti legami tra la Sardegna e la penisola italiana.

Altre sei pergamene si aggiunsero alla prima due anni più tardi, provenivano sempre dalle mani del frate Manca e destarono particolare interesse soprattutto per la presenza del Ritmo di Deletone, il documento più antico. Il Ritmo spiegava il modo in cui i sardi, alla fine del VII secolo, riuscirono a liberarsi dal dominio bizantino riuscendo poi a istituire i quattro Giudicati. Tutto questo poté avvenire grazie all’insurrezione portata avanti da Gialeto, fino ad allora completamente sconosciuto agli studiosi, che divenne poi giudice di Cagliari e spartì ai suoi fratelli i Giudicati di Arborea, Gallura e Torres. Grazie al Ritmo di Deletone, ora, era possibile far luce sulla misteriosa quanto buia origine dei Giudicati, un vero e proprio enigma che pareva essersi risolto proprio con le preziose Carte.
Innumerevoli nuovi documenti vennero scoperti in modo più o meno avventuroso negli anni a seguire, e tutti sembravano aver fatto chiarezza su importanti questioni come la vita civile al tempo della corte d’Arborea, le prime attività letterarie in italiano nell’isola e, come già accennato, l’origine dei Giudicati.

Per l’interpretazione di questi misteriosi quanto incomprensibili fogli, Martini si affidò allo scrivano cagliaritano Pillito, considerato un abile paleografo, che prestava servizio presso l’Archivio Patrimoniale della città.
Facile risultava per Pillito decifrare ogni singola pergamena, nonostante la scrittura dei testi apparisse illeggibile anche agli occhi dei più esperti, e tanto bastò a Martini per magnificare le grandi capacità del paleografo. Martini, del resto, giustificava quello stile alquanto originale proprio con l’incapacità dei vari popoli di trascrivere l’antico romano e fu in definitiva proprio la grossolanità della compilazione a convincerlo dell’autenticità delle Carte, caratteristica che invece sarebbe stata fondamentale per decretarne la totale falsità.
Scrupolosi esami avrebbero accertato come molte delle pergamene fossero effettivamente antiche e provenissero, con tutta probabilità, proprio dagli archivi cagliaritani che, è utile ricordarlo, in quegli anni erano caratterizzati da uno stato di quasi abbandono. Non rappresentava dunque un problema trovare il materiale per redigere le Carte, mentre molto più complessa risultò essere, come si è visto, la loro effettiva realizzazione.
Dagli inizi, quindi, l’archivista cagliaritano fu uno dei grandi protagonisti nella vicenda delle Carte d’Arborea, sia trascrivendone i testi ma anche contribuendo alla loro divulgazione, sebbene preferì sempre occupare un ruolo di secondo piano sulla scena.
Non poche furono le tracce che portarono a identificare nella persona del Pillito l’autore dei falsi, anche se incerto risulta ancora oggi l’obiettivo di questa macchinazione. Poco plausibili motivi come carriera e denaro, rimangono in piedi spiegazioni più romantiche, come quella di aver voluto elevare la grandezza degli archivi e, ancor di più, il desiderio di creare un passato glorioso per la sua cara isola.

Le Carte d’Arborea custodivano un vero e proprio tesoro perché concretizzavano i sogni e le speranze di chi, da sempre, accarezzava l’idea di un’illustre storia nazionale per la Sardegna.
In molti, con le dovute differenze, speravano che la Sardegna prima delle dominazioni fosse stata italiana e che avesse potuto vantare una civiltà politica e letteraria all’avanguardia, ma se gli studiosi sardi arrivarono a magnificare la liberazione contro l’invasore, parlare del sardo come lingua nazionale ed esaltare la corte d’Arborea, non lo dovevano a una loro idea politica. Il loro unico desiderio era quello di creare un profondo interesse nei confronti della storia sarda troppo a lungo trascurata e, perché no, anche poter essere legittimati come studiosi nell’ambito culturale italiano.
Ma le Carte non avevano sostenitori solo nell’isola, potevano vantarne anche al di fuori. Alberto La Marmora, Carlo Baudi di Vesme riuscirono addirittura a far accogliere le pergamene all’Accademia delle Scienze di Torino.
E’ utile ricordare che fu proprio dalla capitale del Regno che nel Settecento si cercò di limitare nell’isola le trattazioni di storia per poter allentare i legami e i valori culturali della civiltà spagnola presenti nel nuovo possedimento sardo. E anche in questo contesto vanno collocate le Carte d’Arborea, che cercarono di dare una risposta ai tanti dubbi e ai vuoti presenti nella storiografia sarda. Illusioni, sogni e speranze finirono poi col infrangersi mestamente in seguito alla sentenza dell’Accademia di Berlino.

Acceso sostenitore delle Carte d’Arborea, Baudi di Vesme riuscì ad assicurarsi da Theodor Mommsen la promessa di far analizzare le pergamene all’Accademia delle Scienze di Berlino, al fine di ottenere una loro piena legittimazione.
Fu nel marzo del 1869 che ebbe inizio la fitta corrispondenza tra i due studiosi, le cui lettere da una parte svelavano le incertezze del Mommsen di fronte ai documenti sardi, e dall’altra le speranze e i timori del Baudi di Vesme.
La commissione esaminò solo una parte delle pergamene, privilegiando il lavoro paleografico, ma tanto bastò per arrivare ad una conclusione netta, che venne poi ufficializzata il 31 gennaio 1870 quando fu reso pubblico il verdetto.
Le Carte, sentenziava chiaramente la relazione finale, erano tutte false.
Ingenua, grossolana, volgare era stata la contraffazione e questa sentenza così pesante non poté che coinvolgere tutti quegli studiosi che fino ad allora l’avevano fortemente appoggiata. Baudi di Vesme, dal canto suo, non esitò a dichiararsi poco convinto da quel giudizio, ma la gran parte degli eruditi sardi finì con l’accettare il verdetto anche per non peggiorare ulteriormente la già scarsa considerazione che nutriva nei loro confronti l’ambiente scientifico.

La dura sentenza dell’Accademia di Berlino non rallentò minimamente la tendenza alla commemorazione dei sardi illustri, che proprio alla fine del secolo ebbe un’importante impennata con le rievocazioni di Eleonora e del fantasioso Gialeto.

Ma le Carte d’Arborea continuavano comunque a suscitare una forte attrazione e, sebbene non vi fossero più dubbi sulla loro falsità, continuavano ad avere numerosi sostenitori. Besta, dal canto suo, sostenne con un articolo apparso su “Archivio Storico Sardo” l’autenticità di alcune pergamene, inserite appositamente tra le false per far avvalorare l’intero blocco.

Le Carte d’Arborea nella loro fantasia avevano ricostruito un’immagine della Sardegna più negativa rispetto alla realtà che stava emergendo dagli ultimi veri ritrovamenti. E dopo aver appurato l’inganno del Ritmo di Deletone, la pagina più silenziosa della storia sarda continuava a rimanere il capitolo sull’origine dei giudicati.

L’ultimo degli studiosi ad aver avuto qualche flebile contatto con il clima delle Carte d’Arborea fu, nel secondo dopoguerra, l’archeologo Giovanni Lilliu, scopritore dell’imponente fortezza Su Nuraxi a Barumini e autore degli importanti studi su “La civiltà dei Sardi”.
Fu Lilliu a definire quella delle false pergamene una pagina imbarazzante per la storiografia sarda, voltando definitivamente le spalle a una vicenda che tanto polverone aveva sollevato tra gli illustri capitoli di storia antica.

Per approfondire l’argomento si consiglia:
Theodor Mommsen nell’isola dei falsari, Luciano Marrocu, CUEC

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