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Lino Businco: un sardo tra i firmatari del manifesto della razza.

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La manifestazione più aberrante del fascismo fu l’introduzione, nell’autunno del 1938, di una serie di leggi discriminatorie rivolte prevalentemente contro i cittadini di religione ebraica. Queste leggi, molto simili a quelle naziste del 1935, escludevano gli israeliti dagli uffici e dalle scuole pubbliche, ne limitavano l’attività professionale, vietavano i matrimoni misti. Preannunciata da un manifesto di sedicenti scienziati che sostenevano l’esistenza di una “pura razza italiana” di indiscutibile origine ariana, la legislazione fu introdotta in un paese che fino ad allora, a differenza della Germania, della Francia e della Russia, non aveva mai conosciuto forme di antisemitismo diffuso.

Il manifesto della razza, diviso in dieci punti, si proponeva di insinuare nel popolo italiano il germe dell’orgoglio razziale per farne scaturire l’aggressività: “E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, evidenziava il settimo punto.

Tra i dieci scienziati che firmarono il vergognoso manifesto, uno proveniva dalla Sardegna: Lino Businco (1908-1997).
Laureato in medicina, a Cagliari, Businco fino al 1937 fu “aiuto incaricato” presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Cagliari, passò poi all’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Roma. Divenne vice direttore dell’Ufficio Studi sulla razza  del Ministero della Cultura Popolare nel 1938 e, nel dicembre dello stesso anno, membro del Comitato segreto italo-germanico per le questioni razziali, lavorando con Himmler ed Hess. Fu insignito da Hitler della Croce rossa tedesca di seconda classe.

Ma il contributo di Businco alla causa della razza non si limitò alla stesura del manifesto. Pubblicò sulla rivista “La Difesa della razza”,  l’articolo Sardegna Ariana che aveva come scopo quello di dimostrare l’appartenenza dei sardi al “gruppo purissimo degli ariani mediterranei“. Basandosi su metodi pseudo scientifici, analizzando le ossa nuragiche per ottenere dati biologici, arrivò alla conclusione che i sardi avevano conservato la purezza del loro sangue attraverso i millenni e “non potevano appartenere a opachi raggruppamenti razziali africani“.

Lino Businco non fu il solo a sostenere questa tesi.
Un importante contributo lo diedero anche Paolo Rubiu, e ancora Claudio Colosso, sempre nel 1939, che cercarono di allontanare dalla “pura razza sarda” possibili equivoci sulla provenienza africana.
L’Unione Sarda, il maggior quotidiano dell’isola, a seguito delle leggi razziali del 1938 pubblicò un articolo, senza firma, in cui celebrava “la razza sarda, parte integrante della razza italica […] di cui costituisce una delle espressioni più elevate“.

Ma la voce dell’opposizione era molto forte anche in Sardegna e il suo simbolo fu ancora una volta Emilio Lussu che, con un testo straordinario pubblicato nel 1938, seppe smontare in modo ironico il Manifesto punto per punto.
In riferimento al IV comandamento del Manifesto: “questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola” rispose che “siccome la Sardegna non fa parte della penisola ma è un’isola, l’affermazione suesposta non tocca i Sardi nè punto nè poco”.
E ancora: “Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poichè ci siamo, ci vogliamo stare. E’ tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti”.
Reclamando in modo alquanto divertente: “il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani” e mobilitando “a difesa della razza sarda […] le impavide zanzare, di pura razza semitica” per fermare gli ariani arrivati nell’isola.

Nonostante il passato così inglorioso, Lino Businco non ha mai pagato per le sue tesi razziali, al contrario. Nel 1962 venne insignito dell’onorificenza di “Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica”.

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A proposito dei firmatari del Manifesto della Razza, Franco Cuomo ha scritto:

“Nessuno li dimentichi. Nessuno si scordi mai di ciò che impersonarono nella storia del razzismo italiano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari.
Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono”.

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Per approfondire l’argomento:

 

 
 
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1940-1943: la Sardegna sotto le bombe

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Nel Secondo conflitto mondiale la Sardegna è stata l’unica regione d’Italia in cui non si è avuta una guerra guerreggiata tra eserciti combattenti.
Il motivo principale è da ricondursi alla condizione di insularità della regione, isolamento geografico che divenne totale nel momento in cui vennero sospesi i collegamenti navali tra il continente e la Sardegna. Per questo motivo, l’isola dal gennaio del 1944 sperimentò anche l’autogoverno, con la creazione dell’Alto Commissariato per la Sardegna riconosciuto dallo Stato.

Per via della sua posizione geografica, la Sardegna svolgeva un ruolo fondamentale sotto il profilo strategico-militare: le  basi aeree e navali presenti nell’isola permettevano un controllo delle vie di comunicazione tra il Mediterraneo occidentale e quello centrale, e i primi bombardamenti da parte degli Alleati non tardarono ad arrivare. Già da lungo tempo l’Unione Nazionale Protezione Antiaerea informava sui rischi dei raid, fornendo le elementari nozioni per scampare agli attacchi. Ma la città, che vide cadere le prime bombe nel giugno del ’40, mancava totalmente di rifugi adeguati. I Cagliaritani potevano contare su alcuni anfratti naturali scavati nella roccia, insufficienti per accogliere le migliaia di persone terrorizzate dalle bombe. I ripari improvvisati in legno erano inutili a salvare dalla furia delle esplosioni e, nonostante la costruzione di alcuni bunker, gran parte dei cittadini restava sprovvista di un rifugio.

Il 16 giugno alle 17 e trenta, appena 6 giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, 5 bombardieri inglesi sganciavano diverse bombe sull’aeroporto di Elmas. Molti ordigni finirono nel vicino stagno, i danni riportati furono piuttosto limitati e riguardarono la distruzione di alcuni hangar e della postazione contraerea, ma non ci furono vittime tra i civili. Un secondo attacco avvenuto il 24 giugno, colpì le riserve di carburante a Monte Urpinu.

Completato lo sbarco alleato in Nord Africa e con gli Alleati che si preparavano a liberare l’Europa, nel 1943 i bombardamenti tornarono a colpire anche la Sardegna.

Quelli del 1943 furono opera degli americani e investirono direttamente la popolazione civile. Il 17 febbraio vennero colpite Cagliari e Gonnosfanadiga, provocando oltre 200 morti. Gli aerei americani, ostacolati da una fitta nuvolosità, colpirono l’area portuale di Cagliari e una zona centrale della città, in particolare via Sant’Efisio, tra la chiesa di Sant’Anna e quella di Santa Restituta, adibita a rifugio. La tragedia si svolse nella cripta di quest’ultima, dove si ebbe una strage di civili. L’allarme fu tardivo, quando le sirene fischiarono gli aerei erano già sui quartieri occidentali (Castello e Stampace). Vennero colpite anche Quartu S. Elena e Monserrato, ma la sorte peggiore tocco a Gonnosfanadiga. Probabilmente convinti di aver individuato il campo di aviazione di Villacidro, le fortezze volanti sganciarono nel paese il loro carico di bombe a frammentazione, colpendo varie zone dell’abitato e in particolare la via contigua alle scuole elementari. Nel centro del Medio Campidano, che contava solo 5.000 abitanti, vi furono 118 vittime, tra cui 27 bambini appena usciti da scuola e molte donne intente a lavare i panni sul greto del fiume. 

Pochi giorni dopo, il 26 febbraio, aerei B17 sganciarono su Cagliari 50 tonnellate di bombe, devastando i quartieri storici di Stampace, Castello e Bonaria. Del Municipio rimase solo la facciata, il Bastione di San Remy, colpito da 3 bombe, perse l’arco e parte della scalinata, numerosissisme le distruzioni di palazzi civili. Il bombardamento durò appena quindici minuti e provocò 73 morti e 286 feriti.

Il 28 febbraio si ripeteva l’orrore.
Erano le 12.55 quando i cagliaritani ancora rimasti in città videro apparire gli aerei. Era una domenica, un giorno di festa, e nessuno immaginava un nuovo tremendo attacco, anche perchè non venne lanciato nessun allarme dal sistema difensivo. La città era ormai in ginocchio, interi quartieri come Villanova, Stampace, Castello, Marina ridotti in macerie. Solo il 28 febbraio si erano avuti oltre 200 morti e centinaia di feriti.

L’opera di distruzione fu completata il 31 marzo dello stesso anno. Gli obiettivi principali furono il porto e la stazione, gravi danneggiamenti subì la chiesa del Carmine, con la statua della Madonna, al centro della piazza, che si girò di 20 gradi a causa dello spostamento d’aria provocato dalle deflagazioni. Una sessantina furono le vittime, la maggior parte nella vicina Monserrato.

Nel mese di aprile vennero bombardate Carloforte (12 morti e 30 feriti), La Maddalena e Palau, dove venne affondato il Trieste provocando la morte di centinaia di marinai, l’aeroporto di Alghero-Fertilia (18 morti e 50 feriti), Villacidro (16 morti e 56 feriti), Arbatax (12 morti e 6 feriti), Sant’Antioco e Porto Torres (5 morti). Anche maggio non fu da meno, finirono sotto il mirino degli aerei Alleati Olbia (oltre 20 morti), la stazione di Sassari (3 morti), Alghero-Fertilia (6 morti), Porto Torres, Abbasanta, Capo Frasca, Sant’Antioco, Calasetta, e ancora Alghero (52 morti). Continui erano i bombardamenti nell’isola, giorno e notte.

Il 13 maggio toccò nuovamente a Cagliari subire due nuove incursioni: quella diurna da parte degli americani e quella notturna degli inglesi. Fu l’attacco più massiccio mai visto, opera di 103 quadrimotori e 94 bimotori americani e 23 bimotori inglesi. A questo punto Cagliari assunse un’aria spettrale, i morti in questa circostanza furono solo 50 segno di una città oramai deserta. Appena 7000 persone erano rimaste nel capoluogo e gli sfollati, riversatisi a decine di migliaia dalle zone colpite ai centri dell’interno raccontavano di lutti e distruzioni.

La guerra per la Sardegna volgeva al termine; l’ultimo bombardamento fu il pomeriggio dell’8 settembre sull’aeroporto di Pabillonis.
Poche ore dopo Badoglio annunciava alla radio l’armistizio.

Il bilancio finale dei bombardamenti aerei fu di un migliaio di vittime e molte centinaia di feriti: l’elenco, però, è incompleto perché molti non furono identificati, di tanti si ritrovarono solo parti dei corpi dilaniati e altri si dissolsero nelle esplosioni o furono inghiottiti sotto le macerie. Circa due terzi delle abitazioni di Cagliari furono rase al suolo o gravemente danneggiate dai bombardamenti. Ancora oggi, nei quartieri storici della città, sono visibili le tracce di quelle devastazioni: restano i vuoti dei palazzi mai ricostuiti, le ferite architettoniche. Nel 1950 alla città fu conferita la medaglia d’oro al Valor Militare, a Gonnosfanadiga la Medaglia di Bronzo al Merito Civile.
Pochi ricordano che Cagliari, dopo Napoli, è stata la città più bombardata in Italia. Pochissimi che è stata la città che ha subito maggiori danni a livello di Conventry (Inghilterra) o di Dresda (Germania), senza tra l’altro una ragione plausibile.

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Per approfondire l’argomento:

Mincemeat: storia del falso sbarco in Sardegna.

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I piani ideati dagli Alleati per conquistare la Sardegna durante la Seconda guerra mondiale furono offuscati dall’avventurosa operazione segreta denominata “Mincemeat”, ovvero “Carne tritata”; terminato il conflitto, il piano divenne così famoso da diventare argomento di romanzi e film, mentre le altre operazioni finirono nel dimenticatoio.

L’operazione Mincemeat doveva, nei piani degli anglo-americani, far credere ai tedeschi e agli italiani che lo sbarco sarebbe avvenuto non in Sicilia, ma in Sardegna e, cosa a dir poco incredibile, le forze dell’Asse finirono col crederci davvero.

Tutto iniziò il 30 aprile 1943 quando un pescatore portoghese recuperò un cadavere con indosso l’uniforme inglese, un giubotto della Raf e, legata alla cintura, una misteriosa valigetta. Le autorità spagnole lo identificarono come il maggiore William Martin grazie ai documenti presenti; causa della morte un incidente aereo. Nella valigetta furono trovate alcune lettere dirette ai comandi inglesi.

Le autorità spagnole consegnarono ai servizi segreti nazisti tutte le carte ritrovate e, dopo le proteste del consolato, i documenti vennero restituiti agli inglesi. Le buste apparentemente sembravano intatte, ma non era così. Mancavano delle piccole ciglia poste appositamente per svelare un eventuale manomissione. I tedeschi erano caduti nella trappola e la finta operazione alleata aveva raggiunto la giusta destinazione: Berlino.

Due divisioni tedesche furono così spostate in Sardegna e Corsica, altre sette dalla Sicilia alla Grecia. La Sicilia rimase scoperta, difesa solo da truppe demoralizzate, male equipaggiate e senza sistemi antisbarco.
L’offensiva in Sicilia iniziò il 12 giugno 1943 con la conquista dell’isola di Pantelleria; un mese dopo, il 10 luglio, i primi contingenti sbarcavano in Sicilia e in poche settimane si impadronirono dell’isola, senza difficoltà.

Ma come si era arrivati a tanto?

Nella valigetta del maggiore William Martin erano contenuti i falsi piani segreti degli alleati.
Una lettera faceva riferimento a uno sbarco in Grecia e indicava falsamente come finto obiettivo la Sicilia, accennando ad un altro attacco contemporaneo nel Mediterraneo. I falsi obiettivi erano chiari ma non troppo appariscenti, inoltre venivano indicati due assalti chiamati operazione Husky (che è il vero nome dell’attacco alla Sicilia, ma che nella lettera veniva riferito alla Grecia in modo che se i tedeschi avessero intercettato messaggi contenente tale nome, avrebbero pensato alla manovra citata nella lettera) e operazione Brimstone (riferita ad un punto non precisato del Mediterraneo).
Il secondo messaggio parlava di un passaggio in Nord Africa in preparazione del successivo assalto nella “patria delle sardine”, con riferimento alla Sardegna e dunque al piano Brimstone.

I tedeschi una volta intercettate le informazioni, pensarono che gli sbarchi sarebbero avvenuti in Sardegna e in Grecia e, in preparazione a ciò, spostarono mezzi e truppe, lasciando sguarnito il vero obiettivo.

william_martinMa non solo le missive erano una totale invenzione. Persino il maggiore William Martin non era mai esistito.
Il corpo rinvenuto dai pescatori era quello dello scozzese Glyndwr Michael, un senzatetto di 34 anni, morto suicida a seguito di un’ingestione di veleno per topi, che gli aveva gonfiato i polmoni proprio come quelli di un annegato. Rimase per  mesi in una cella frigorifera, prima di essere vestito da ufficiale e scaricato dal sottomarino britannico al largo di Huelva. Per rendere più reale il tutto, vennero infilati nelle sue tasche dei biglietti per il teatro, un sollecito bancario per uno scoperto di 80 sterline, la fotografia della fidanzata Pam, lettere d’amore e una lettera dell’affezionatissimo padre, senza dimenticare il necrologio che venne pubblicato sul Times.

La lapide posta in suo ricordo nel cimitero di Huelva riporta la frase:
“Qui giace Glyndwr Michael, che servì come il maggiore William Martin nei Royal Marines”.

Il senzatetto scozzese, senza saperlo, aveva servito il suo paese salvando migliaia di vite. Ci pensò la morte a innalzarlo al ruolo di eroe.

 

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