Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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Indifferenti

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Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perchè alcuni vogliono che avvenga, quanto perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto a ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato, perchè non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 

Antonio Gramsci

11 febbraio 1917

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Testo integrale tratto dalla rivista “La città futura”, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. 

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L’eccidio di Buggerru

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In pochi sanno che il primo sciopero generale della storia d’Italia scaturì da un evento che ebbe luogo in un piccolo centro della Sardegna, Buggerru, nell’iglesiente.

La fondazione di Buggerru fu conseguente all’inizio dell’attività mineraria nella zona, iniziata nel 1860 con la ricerca di zinco e piombo. In breve tempo il paese superò gli 8000 abitanti, lavoratori provenienti da diverse parti della Sardegna che subirono il richiamo della miniera; un lavoro faticoso, poco retribuito ma pur sempre prezioso in una regione con un altissimo tasso di povertà.
Le misere condizioni di vita dei minatori si riflettevano nelle povere e fatiscenti abitazioni in cui trovavano alloggio le numerose famiglie operaie.
Tutto, proprio tutto, apparteneva ai proprietari francesi del complesso minerario, la “Société Anonyme des mines de Malfidano”: pozzi, officine, case (gli operai pagavano l’affitto ai dirigenti), scuola, emporio, terra, anche la vita dei minatori era di loro proprietà. Non desterà dunque sorpresa il nome con la quale Buggerru era nota all’epoca: la “Petit Paris”, con il suo cinema e un grazioso teatro riservato alla ristretta élite dei dirigenti francesi.

Non avevano tempo libero gli operai, costretti a lavorare in condizioni durissime: non meno di 9 ore lavorative al giorno, niente riposo settimanale, turni massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro.
I minatori a Buggerru erano più di 2000 e a essi si aggiungevano le donne e i ragazzi più giovani che si occupavano della selezione dei minerali. I salari erano bassissimi: meno di 3 lire al giorno per gli armatori che lavoravano all’interno della miniera, neppure 1 lira per le cernitici.

Erano i primi anni del secolo questi, i tempi in cui muoveva i primi passi il movimento operaio. E anche a Buggerru i lavoratori iniziarono a riunirsi nella “Lega di Resistenza”, che partecipò attivamente al congresso nazionale della Federazione dei minatori.
Forte del sostegno dei due sindacalisti Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, il malcontento si incanalò in una grande protesta quando, il 2 settembre 1904, fu anticipata di un mese l’entrata in vigore dell’orario lavorativo invernale, che avrebbe significato la riduzione di un’ora della pausa tra un turno e l’altro.
Gli operai si rifiutarono di eseguire quest’ordine, si presentarono all’orario consueto e i dirigenti, in tutta risposta, minacciarono di licenziare chiunque non avesse rispettato le nuove direttive.
Iniziava così lo sciopero dei minatori di Buggerru, spontaneo in quanto non guidato dalla Lega di Resistenza che cercò in tutti i modi di riportare la calma tra gli operai. Ma ormai la protesta era in moto, niente poteva trattenere la rabbia dei minatori: tutti gli impianti rimasero deserti, perfino l’energia elettrica venne interrotta lasciando il paese al buio.

Nel frattempo, il direttore della miniera Achille Georgiades, chiese aiuto della forza pubblica e due compagnie di soldati del 42° Fanteria al comando dei capitani Bernardone e D’Anna partirono da Cagliari all’alba del 4 settembre, per arrivare a Buggerru nel pomeriggio. Tre operai furono incaricati di provvedere alla sistemazione dei soldati in un locale provvisorio, e una sentinella venne messa al posto di guardia.
Mentre negli uffici della direzione una commissione cercava di trovare una soluzione allo sciopero, gli operai si radunavano nella piazza ad attendere una risposta. Fu allora che un gruppo di manifestanti si diresse verso i locali dell’improvvisata caserma per convincere i tre operai, rimasti agli ordini dei soldati, a unirsi allo sciopero. La situazione si fece via via più tesa, le grida lasciarono il posto a una fitta sassaiola mentre i soldati puntavano i moschetti sulla folla.
Alle 16.45 i militari, tolta ogni remora, spararono sui lavoratori, lasciando a terra una decina di operai.
Due morirono sul colpo, Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara e Felice Littera di 31 anni, di Masullas. Il 21 settembre Giustino Pittau, di Serramanna, morì in ospedale; un mese dopo la stessa sorte toccò a Giovanni Pilloni di Tramatza.

Il 5 settembre ritornò la calma anche grazie alla preziosa mediazione di Cavallera e Battelli, e l’energia elettrica riprese a funzionare illuminando il paese nel giorno del lutto. Il 6 si tennero i funerali alla quale partecipò una folla di 3000 persone.

Il 7 settembre nelle miniere di Buggerru fu ripreso il lavoro: solo dopo lunghe trattative il direttore concesse che per tutto il mese di settembre l’intervallo fosse di 3 ore invece che 2. Tutto qui.
I morti di Buggerru valevano solo un’ora di riposo?
No. I morti di Buggerru col loro sacrificio erano riusciti ad accendere la fiaccola che negli anni, nei decenni a seguire avrebbe illuminato la strada del movimento operaio.

Accadde infatti che l’11 settembre, la Camera del Lavoro di Milano, per protestare contro l’eccidio di Buggerru, proclamava il primo sciopero generale nazionale, che fu anche il primo d’Europa.
Dal 16 al 21 settembre i lavoratori italiani di tutte le categorie scesero in strada non per difendere i propri diritti, ancora inesistenti, ma per conquistarli.
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La caduta del fascismo in Sardegna

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In Sardegna la guerra arriva presto.

Non è attraversata direttamente dal fronte, ma subisce la notevole presenza dei contingenti militari che ne condiziona la vita; una generazione, in particolare quella nata tra il ’18 e il ’24, che vive l’esperienza della guerra in Europa e ancora nelle file della Resistenza o nella Repubblica di Salò, la prigionia nei campi di concentramento; diversi centri conoscono gli effetti dei bombardamenti.
Le città costiere devono fare i conti con le terribili distruzioni. Cagliari è la città maggiormente colpita, migliaia sono le vittime e decine di migliaia gli sfollati che si rifugiano nelle zone dell’interno per sfuggire alla morte. Sassari, salvata dalle bombe, ne ha accolto centinaia. A Nuoro il prefetto ordina che possano trovarvi rifugio solo gli sfollati che abbiano parenti e mezzi di sostentamento.
Il trauma dovuto ai continui bombardamenti e l’isolamento psicologico e materiale in cui è piombata l’isola, fanno riemergere tendenze separatiste.

La destituzione e l’arresto di Mussolini, avvenuto il 25 luglio del 1943, non provocano grandi reazioni nell’isola, anche perchè in tanti temono i pericolosi effetti che potrebbe provocare un probabile sbarco Alleato. Ma questo non avverrà.
Dopo l’8 settembre, con l’accordo tra il generale Antonio Basso -comandante militare dell’isola- e i tedeschi, le truppe presenti lasciano l’isola senza una significativa opposizione, accompagnati da un gruppo d’ufficiali e soldati della divisione Nembo che, nei pressi di Macomer, hanno ucciso il loro Capo di Stato maggiore, il colonello Alberto Bechi Luserna. A La Maddalena, passaggio obbligato verso la Corsica e il Continente, la battaglia provoca ventotto morti italiani e otto tedeschi.
L’altro episodio di resistenza registrato avviene a Oristano, all’altezza del ponte sul Tirso, quando alcuni reparti italiani riescono a impedire che i tedeschi facciano saltare il ponte.
Il generale Basso, a seguito del comportamento tenuto nell’isola all’indomani dell’armistizio, fu destituito e arrestato. Fu assolto dopo due anni di prigionia.
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L’occupazione angloamericana -formalmente l’isola non è occupata ma sottoposta al controllo di una commissione alleata- è discreta e da subito si occupa degli aiuti alimentari alla popolazione e della ricostruzione della vita civile. Gli americani dimostrano di avere una conoscenza approfondita della vita economica, culturale e politica.
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La situazione nel 1944 è comunque spaventosa.
I moli del porto di Cagliari sono fuori uso, a Olbia e Porto Torres praticamente chiusi. Ciò che arriva in Sardegna (grano, cereali, latte condensato, minestrone in scatola, sapone, patate da semina) viene portato dagli americani. Ogni idea di Sardegna autarchica si dissolve. A causa dei difficili collegamenti mancano perfino i generi di prima necessità, anche il mercato nero ne è privo. I fiammiferi, 25 al mese, sono razionati, e nei negozi sono presenti solo prodotti locali: carbone, pelli, pochi ortaggi.
L’unico prodotto autosufficiente per il consumo è il vino, nonostante siano andati distrutti oltre 1.200.000 ceppi di vite. Vi è un’eccedenza di cuoio, pelli ovine e lana, ma senza un calzaturificio e una fabbrica tessile completa di tutti i macchinari per la produzione, quantità enormi di pelli marciscono senza poter essere utilizzate. Non solo i minatori lavorano scalzi, anche i carabinieri lo sono e molti di essi non escono dalle caserme perchè senza scarpe.

Ferrovie e strade sono intatte, ma manca il carburante, l’olio e i pezzi di ricambio, le gomme d’aereo sono adattate per essere utilizzare negli automezzi.
Le saline di Cagliari accumulano montagne di sale, di kalite e di solfato di magnesio, le miniere sono in stato di manutenzione perchè manca l’alimentazione, il carbon coke e il cloro.
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Mentre nell’isola la popolazione vive una situazione di estremo disagio provocato dalla guerra e dall’isolamento, tantissimi sono i sardi che partecipano alla Resistenza combattendo in ogni parte d’Italia.

Per fare un esempio ricordiamo in questo spazio, come episodio simbolo, l’attentato compiuto a Roma dai Gap il 23 marzo 1944 in via Rasella, con la partecipazione dei sardi Marisa Musu, Silvio Serra e Francesco Curreli, a cui fa seguito la fucilazione per rappresaglia di 335 persone alle Fosse Ardeatine.
Fra i fucilati, se si escludono gli ebrei e i cittadini romani, il gruppo dei sardi è il più numeroso fra quelli regionali.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

Apogeo e declino del fascismo in Sardegna

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Carbonia

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Il periodo di maggior consenso del Partito Fascista a Cagliari e in provincia coincide con la fondazione di Carbonia avvenuta nel 1938.

La decisione di erigere una città intorno al grande giacimento del Sulcis fu strettamente collegata alla politica autarchica voluta da Mussolini a seguito delle sanzioni, imposte dalla Società delle Nazioni, all’indomani dell’aggressione all’Etiopia. Mussolini annunciò il rilancio della produzione del carbone durante un viaggio in Sardegna. Tre anni dopo, precisamente nel 1938, Carbonia veniva inaugurata e dagli 8.000 abitanti iniziali passerà a oltre 40.000 già nel 1944.
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La stragrande maggioranza dei sardi, così come degli italiani, accettò il regime senza particolari riserve. Gli antifascisti più noti vanno ricordati nella figura di Giovanni Lay, comunista, imprigionato negli anni Trenta, il sardista Dino Giacobbe che nel 1937 abbandonerà clandestinamente la Sardegna per combattere nella guerra spagnola, Francesco Fancello, anch’egli sardista e il repubblicano Cesare Pintus che verranno condannati dal Tribunale Speciale nel 1931. Il più importante di tutti fu Emilio Lussu.
L’antifascismo non fu in grado di coinvolgere il resto della popolazione, anche perchè confinato in circoli ristrettissimi.
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Nel 1930, secondo una rilevazione statistica prefettizia, su una popolazione della provincia di Cagliari di 461.304 unità si registra la presenza di 164 tra Fasci e Gruppi rionali e di 53 Fasci femminili; il numero dei tesserati è di 15.155 unità; i Fasci giovanili ne raccolgono 5.082, i Guf 490, l’O.N.B. 16.800.
Con le 1.842 iscritte ai Fasci femminili, le 5.696 piccole italiane e 631 giovani italiane, il numero complessivo degli aderenti alle principali organizzazioni del partito è di circa 30.541 unità. Possiamo affermare che circa il dieci per cento della popolazione era inquadrato nel Pnf.

I dati delle province di Nuoro e di Sassari dello stesso anno indicano una percentuale di iscritti e tesserati pari al dodici per cento a Nuoro e del dieci per cento a Sassari.
Quattro anni dopo gli iscritti al Pnf nella provincia di Cagliari erano 17.000 e nel 1938 raggiungevano le 23.000 unità.
Nel 1940, con l’apertura delle iscrizioni ai combattenti, il totale degli iscritti raggiungeva le 32.000 unità anche se, dei 14.000 combattenti iscritti, solo 4.500 avevano pagato la tessera.
Questi numeri, che trasmettono l’immagine di un partito di massa, nascondono una forte adesione dettata anche da ragioni di opportunità sociale; avere la tessera significava aver accesso al pubblico impiego, e finì col divenire più una formalità burocratica che un segno di appartenenza al partito.

Con lo scoppio della guerra e i continui bombardamenti, con l’aumento del costo della vita e delle difficoltà negli approvvigionamenti si registrò un crescente malcontento popolare nei confronti del regime.
L’isolamento, sia morale che materiale, in cui era piombata la Sardegna, finì col ridar forza ai pensieri autonomistici. Una fonte di polizia comunicherà: “Da voci da noi udite ripetutamente, i Sardi, pur di finirla, vedrebbero favorevole un distacco dalla Madre Patria e magari un’occupazione inglese”.

In una lunga relazione del 18 giugno del 1943 al Ministero dell’Interno, un ispettore di pubblica sicurezza, faceva notare che “Ogni intralcio burocratico viene attribuito al preteso disinteresse del continente verso la Sardegna”. E’ evidente come la sfiducia nelle autorità andava di pari passo con il progressivo distacco della popolazione sarda dal regime. Accanto alla lealtà verso la monarchia cominciava a serpeggiare nella popolazione l’insofferenza verso il regime e la consapevolezza che la Sardegna continuava ad essere trascurata e scarsamente difesa (la situazione era drammatica in seguito ai bombardamenti  e alla mancanza di collegamenti sia interni che verso il continente). Riemergeva insomma quel forte sentimento di identità locale che unitamente al rivendicazionismo economico e politico nei confronti dello Stato aveva costituito il punto di forza del programma e degli ideali sardisti del primo dopoguerra.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net

I piani segreti per occupare la Sardegna (1940-1943)

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Sarebbe potuto essere “operazione Yorker“, o più probabilmente “piano Garotter“, o magari “Brimstone”… e invece no, nessuno di questi progetti andò in porto, ma tutti e tre prevedevano la liberazione della “fortezza Europa” passando per la Sardegna, ancor prima di pensare allo sbarco in Normandia e prima che si realizzasse lo sbarco in Sicilia.

Ma facciamo un passo indietro.

La Seconda Guerra Mondiale era già iniziata da un anno quando, alla fine del 1940, si iniziò a pianificare la conquista dell’isola con l’operazione Yorker. Nella primavera del ’40 Hitler controllava già una buona parte dell’Europa centro-settentrionale, il 14 giugno conquistava Parigi e in autunno era costretto a rinviare, a causa della resistenza inglese, l’occupazione della Gran Bretagna. Il 10 giugno anche l’Italia decideva di entrare in guerra affianco all’alleato tedesco.

Fu in questo contesto che gli Alleati (già nel 1940 Roosevelt si impegnò a sostenere economicamente la Gran Bretagna, l’unico Paese rimasto a combattere contro la Germania) progettarono la conquista della Sardegna, per controllare le rotte del Mediterraneo e indebolire l’Asse con l’uscita di scena dell’Italia.

L’operazione Yorker, datata gennaio 1941, prevedeva che alcuni convogli sulla rotta Gibilterra-Malta-Egitto avrebbero dovuto virare a Nord verso la Sardegna, per poi sbarcare a Portoscuso, Muravera, Oristano e Alghero, mentre gli avieri avrebbero preso il controllo degli aeroporti. Conquistato poi il porto di Cagliari, il principale obiettivo, e sbarcato il grosso delle truppe e dei mezzi, dagli aeroporti sarebbero partiti gli aerei per bombardare i porti nel continente e respingere i rinforzi. Il piano, previsto per la primavera dello stesso anno, venne però accantonato perchè troppo rischioso.

All’operazione Yorker seguì ben presto un nuovo progetto: il piano Garotter.
Il piano Garrotter si rifaceva sostanzialmente al progetto Yorker, ma era focalizzato sulla sola conquista di Cagliari. Anche questa operazione verrà messa da parte, troppe poche le informazioni in mano agli Alleati riguardanti il territorio circostante, mancarono soprattutto le ricognizioni fotografiche per la scarsità di aerei.

Il 1942 fu l’anno dell’ideazione dell’operazione Brimstone, i cui destini finirono con l’incrociarsi alla riuscita del piano Husky, ovvero allo sbarco in Sicilia del 1943.
Se le forze alleate avessero trovato in Sicilia una resistenza accanita, a tal punto da rallentare notevolmente l’avanzata e mettere a repentaglio la riuscita dell’operazione, l’alternativa sarebbe stata un nuovo sbarco in Sardegna (piano Brimstone) e uno in Corsica (piano Firebrand). In questo modo si sarebbero utilizzati gli aeroporti isolani per attaccare più frequentemente gli obiettivi dell’Italia centrale e settentrionale e, al tempo stesso, sarebbero state bloccate le divisioni tedesche presenti, impedendo loro di spostarsi in altre aree.
Il piano per la conquista della Sardegna prevedeva che, una volta sbarcata nella costa quartese, la V Armata americana avrebbe dovuto continuare l’avanzata verso nord in preparazione dello scontro con la 90ª Panzergrenadier e la Divisione “Nembo”, dislocate tra Sardara e San Gavino. Ma tutto ciò non fu necessario in quanto l’operazione Brimstone non venne mai attuata.
Lo sbarco in Sicilia, infatti, avvenne senza troppi problemi, con le truppe italiane demoralizzate ormai sicure dell’inevitabile sconfitta e una popolazione che, in buona parte dei casi, accolse gli alleati come liberatori.

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Per approfondire si consiglia la lettura:

La Sardegna nella strategia mediterranea degli Alleati durante la seconda guerra mondiale (1940-1943). I piani di conquista. Mariarosa Cardia.

 

Antifascisti sardi nella guerra civile spagnola -2-

La vicinanza geografica tra la Sardegna e la Corsica favorì l’emigrazione politica degli antifascisti sardi verso l’isola francese. Molti riuscirono a stabilirsi a Portovecchio, Ajaccio, Bastia, diversi furono arrestati mentre tentavano la traversata; per altri la Corsica rappresentò un passaggio obbligato per raggiungere la Francia o per combattere la guerra civile in Spagna. Buona parte di coloro che decisero di raggiungere la Spagna erano contadini, pastori, artigiani, minatori, molti di essi comunisti, diversi anarchici, altri profondamente legati al pensiero sardista di Emilio Lussu con il movimento “Giustizia e Libertà”. 
Per capire il contributo della Sardegna alla causa spagnola prendiamo come riferimento l’indice demografico. L’isola rappresenta circa il 2,3-2,4% della popolazione italiana. Gli internazionali sardi che decisero di partecipare al conflitto sono calcolati in 140-150, ovvero, prendendo come riferimento il numero di 3354 volontari italiani stimati da Togliatti, il 3,6-4,1% della partecipazione italiana. Anche i 20 caduti sono il 3% dei 600 italiani.
Ricordiamo inoltre che i sardi furono l’8,3% dei caduti del CTV, cioè dell’esercito inviato da Mussolini in aiuto a Franco, e il 4% dei caduti della Milizia fascista.

Ecco le storie note degli antifascisti sardi che pagarono con la vita il proprio appoggio alla causa repubblicana:

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G. Massessi -Villaputzu-

Giovannico Massessi, di Pietro e Boy Giuseppina, nato il 09/09/1909 a Villaputzu (CA).
Arrivò in terra  spagnola nel novembre 1936. Proveniente da St. Etienne, in Francia, inizialmente fece parte della formazione Picelli, poi passò nel battaglione Garibaldi.
Perse la vita nel settembre 1938 sul fronte dell’Ebro.

Paolo Comida, classe 1899, di Ozieri (SS), elettricista e comunista, espatriato clandestinamente dalla Corsica nel 1932, visse anche ad Orano e Algeri. Corrispondente de “Il grido del popolo”, giornale antifascista in lingua italiana pubblicato in Francia, si trovava a Barcellona per assistere alle Olimpiadi proletarie (organizzate in opposizione a quelle “naziste” di Berlino) quando decise di correre al fronte prima ancora che Stalin desse il via libera al Cominter. Cadde sul fronte di Tardienta, in Aragona, così come Zuddas e Franchi, componenti della colonna “Ascaso-Rosselli”, caduti nella battaglia di Monte Pelato. La notizia si apprese da una lettera delle Milicias Antifascistas di Barcellona inviata, senza francobollo, direttamente a Ozieri, all’indirizzo della madre, con la quale si annunciava la morte del combattente sardo: “Con gran dolo ponemos en vuestro conoscimento de que el camerada Paolo Comida Campus ha muerto gloriosamente en el fronte de Aragòn”.

Stessa fine fece Sisinnio Dessi. Nato a Monserrato (CA), l’8/09/1892, fu condannato dal Tribunale Speciale in periodo imprecisato. Segnalato con le milizie repubblicane ad Irùn, rimase ferito in combattimento. Morirà il 6 ottobre 1938 a Champigny, in Francia, per le conseguenze delle ferite riportate in Spagna.

La sola notizia al momento esistente riguardo Erminio Fanni, nato nel 1899 a Cagliari, è la denuncia della sua scomparsa durante la guerra di Spagna fatta da parte di suoi familiari, i quali hanno richiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il relativo atto di morte. Non è escluso che abbia appartenuto a formazioni anarchiche.

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Beniamino Mudadu (2° in piedi da sinistra)

Beniamino Mudadu, classe 1904, contadino di Sorso (SS), lasciò la Corsica per arruolarsi nelle file rosse. Inquadrato nella sezione telefonista della brigata Garibaldi, e già firmatario della lettera intestata “Caro grido del popolo” dell’omonima rivista, morì a Tardienta, sul fronte di Aragona, nel 1936 (altre fonti datano la morte nel 1937 a Guadalajara).

Cornelio Martis, nato il 12/09/1905 a Guspini (CA), faceva parte del movimento “Giustizia e Libertà”. Tenente dell’esercito italiano, fuggì dalla Sardegna in Tunisia su una barca a vela. Raggiunse l’ingegnere Dino Giacobbe in Spagna nell’ottobre del 1937. Arruolato nelle Brigate Internazionali, perse la vita il 21 dicembre dello stesso anno: fu giustiziato da un commissario politico comunista dopo la sfortunata battaglia dell’Ebro, sotto il pretesto di appartenere alla fantomatica quinta colonna (elementi nazionalisti infiltrati).

Contadino, comunista, era Bertorio Sanna, nato il 6/05/1900 a Serrenti (CA). Emigrato in Francia per motivi di lavoro nel 1924, il 16 novembre 1936 si trova in Spagna. Fece parte prima del battaglione Garibaldi, viene poi segnalato nel 2º battaglione della XIVª Brigata e nel 15 settembre 1937 in forze alla brigata Garibaldi. Caporale, si presume sia caduto in combattimento, ma non si hanno notizie specifiche del fronte.

Anche Giuseppe Zuddas era emigrato in Francia per motivi di lavoro, quando scelse di partire alla volta della Spagna. Nato nel 1898 a Monserrato (CA), piccolo coltivatore in Sardegna e muratore in Francia, aderì al Partito Sardo d’Azione diventandone segretario regionale, prendendo contatto con le organizzazioni di Giustizia e Libertà dove sarà molto attivo. Allo scoppio della sollevazione franchista, decise di arruolarsi nella Colonna Italiana, perdendo la vita il 28 agosto 1936 sul Monte Pelato.

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Tommaso Congiu -Escalaplano-

Tommaso Congiu, nato a Escalaplano (NU) nel 1901, comunista, minatore, partì per la Francia nel 1925 e fu uno dei fondatori dell’Upi, settore dell’Est (Unione Popolare Italiana, organizzazione delle correnti politiche in esilio). Arrivato in Spagna nel maggio del 1937, si arruolò  nella 1ª compagnia del 2º battaglione della brigata Garibaldi, diventando delegato politico di sezione. Morì il 9 settembre 1938 sul fronte dell’Ebro.

Giovanni Maria Puggioni, nato a Sorso (SS) il 26/07/1907 era repubblicano, professione manovale. Emigrato assieme alla madre per la Corsica nel 1925, fu segnalato come appartenente a Giustizia e Libertà. Condannato nel 1936 per infrazione a un decreto di espulsione dalla Corsica, raggiunse la Spagna e, arruolato nel battaglione Garibaldi, combattè sul fronte di Madrid. Ferito a Guadalajara, morirà nell’ospedale di Benicasim  il 24 marzo 1937.

Raffaele Puddu, classe 1899, di Gairo (NU) era anarchico, professione operaio. Emigrato in Francia nel 1921, si stabilì a Langleville e qui prese parte a tutte le iniziative del Fronte Popolare. Venne indicato dalla Prefettura di Nuoro come presente all’aggressione subita dal fascista Vincenzo Montini a Langleville; nell’autunno del 1936 si trova in Spagna. Inquadrato nel battaglione Garibaldi, morirà l’11 febbraio sul fronte dello Jarama.

Paolo Santandrea, nato a La Maddalena (SS) il 13/03/1907, impiegato, venne iscritto dalla polizia italiana nel Bollettino delle Ricerche come antifascista. Riuscì ad espatriare clandestinamente in Corsica nel maggio del 1931, per poi arrivare in Algeria e infine in Spagna. Rimpatriato da Barcellona, tornò in Italia ma nel maggio del 1937 riuscì  nuovamente  ad espatriare in Spagna, dove si arruolerà nella brigata Garibaldi. Ferito sul fronte dell’Ebro in data imprecisata, morì il 29 aprile 1938 all’ospedale di Matarò.

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Giovanni Dettori -Orgosolo-

Anarchico, molto attivo già nel dopoguerra, Giovanni Dettori classe 1899 di Orgosolo (NU), si trasferì in Tunisia, dove subì l’amputazione di una mano in seguito ad un attentato compiuto contro il consolato italiano. Rimpatriato, fu condannato a tre anni di confino ma riuscì a emigrare clandestinamente nel 1935, arrivando poi in Spagna nell’agosto del 1936. Probabilmente fece parte della XIIª Brigata Internazionale, perdendo la vita in combattimento il 15 gennaio 1937 a Teruel.

Anche Pompeo Franchi era un anarchico. Nato a Nuoro il 1º febbraio 1905, pittore decoratore, si trasferì in Francia, dove subì una condanna per violenze ai carabinieri. Nel 1925 venne espulso per “propaganda comunista” e il 22 ottobre fu segnalato alle Prefetture italiane come individuo da perquisire in caso di rimpatrio. Riuscì a rifugiarsi a Parigi, presso il fratello Ferdinando, e fu denunciato per renitenza alla leva. Cercò, senza successo, di entrare in Svizzera e nell’ottobre del 1932 venne arrestato a Fontenay-sous-Bois insieme a Bruno Gualandi, Ulisse Merli, Ruggero Cingolani e Emilio Predieri, durante una riunione di attivisti anarchici. Condannato a due mesi di carcere per violazione del bando di espulsione, venne accusato dall’Ovra di preparare un atto terroristico in Italia. Nell’ottobre 1935 fu accusato di preparare un altro attentato a Mussolini, insieme a Eugenia Lina Simonetti, ma anche questa volta la “soffiata” si rivelò falsa. Ai primi di agosto del 1936 valicò i Pirenei per arruolarsi, insieme al fratello Ferdinando, nella Colonna Italiana a maggioranza anarchica, comandata dal repubblicano Mario Angeloni. Il 28 agosto rimase ferito nella battaglia di Monte Pelato, sul fronte di Aragona, e all’inizio di settembre si spense nell’ospedale di Lérida, dopo una dolorosa agonia, in presenza del fratello.

Antonio Sanna, nato il 19/05/1906 a Meana Sardo (NU), minatore, fuggì in Francia in quanto ricercato dalla polizia per il suo impegno politico. Il 28 ottobre 1936 si trovava in Spagna, arruolato nel battaglione Garibaldi. Disperso il 23 novembre a Casa de Campo, sul fronte di Madrid.

Di Quirico Canu, anch’egli minatore, nato a Buddusò (SS) il 30/11/1900, si hanno poche notizie. Sconosciuta è la data di emigrazione. Una nota del generale Pozas nomina Canu caporale della XIIª Brigata Internazionale; ferito al braccio destro a Majadahonda, cadde sul fronte di Argallen nel febbraio del 1938.

Scarne anche le informazioni che riguardano Lucio Melis. Nato a Sassari nel 1902, raggiunse la Spagna  nel luglio del 1937, proveniente dall’Algeria. Perse la vita il 28 agosto dello stesso anno a Farlete.

Secondo la testimonianza del combattente Giovanni Caria, anche Gianmaria Nuvoli (SS) morì nel conflitto. Arruolato nel battaglione Garibaldi, rimase ferito a Guadalajara nel marzo del 1937.

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Per approfondire, si consiglia la lettura:
– “La Spagna nel nostro cuore”, edito a cura dell’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.
– “L’ombra lunga dell’esilio: ebraismo e memoria” a cura di Maria Sechi, Giovanna Santoro, Maria Antonietta Santoro.
– Centro Studi Sea.  Ammentu, Bollettino storico, archivistico e consolare del Mediterraneo. N. 1 gennaio – dicembre 2011

Antifascisti sardi nella guerra civile spagnola -1-

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Tra il 1936 e il 1939 la Spagna fu teatro di una sanguinosa guerra civile che, caricandosi di un importante significato ideologico, diventò ben presto uno scontro tra democrazia e fascismo. Numerosi furono gli antifascisti che da tutto il mondo arrivarono in Spagna per sostenere i propri ideali, molti provenivano dalla Sardegna.

Dopo la fine della dittatura di Primo de Rivera e la caduta della monarchia, la Spagna aveva vissuto una forte instabilità economica e sociale, che aveva visto succedersi un fallito colpo di Stato militare e una insurrezione anarchica sanguinosamente repressa.
Quando, nel 1936, le sinistre unite nel Fronte Popolare (comunisti, socialisti e repubblicani schierati assieme per la prima volta) vinsero le elezioni e salirono al governo, la tensione esplose.
Le masse proletarie vittoriose si scagliarono contro i grandi proprietari e il clero cattolico, mentre la vecchia classe dominante reagì dando sfogo alla violenza squadristica della Falange (organizzazione fascista) e tentando un nuovo colpo di Stato per mano militare.
Iniziata nel luglio del 1936, la ribellione ebbe il suo punto di forza nelle truppe coloniani di stanza nel Marocco spagnolo, guidate dal generale Francisco Franco.
A modificare lo stato della situazione che inizialmente vide in vantaggio il governo repubblicano, fu il comportamento delle potenze europee. Mussolini aiutò i franchisti inviando almeno 50.000 volontari (in realtà reparti regolari) e ingente materiale bellico, mentre Hitler potè sperimentare l’aviazione tedesca contro gli obiettivi del governo.
Nessun aiuto arrivò alla Repubblica dalle potenze democratiche.
L’unico sostegno ai repubblicani venne dall’Unione Sovietica che non solo fornì materiale bellico, ma favorì la promozione di Brigate Internazionali: reparti di volontari composti da comunisti ma aperti ad antifascisti di tutte le tendenze e di tutto il mondo (ricordiamo la partecipazione dell’americano Hemingway e dell’inglese Orwell).
Molto numerosi furono gli italiani e i tedeschi che trovarono nella guerra l’occasione per combattere quella battaglia che ancora non potevano affrontare in patria. “Oggi in Spagna, domani in Italia” fu lo slogan degli antifascisti italiani presenti soprattutto nella Brigata Garibaldi.

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Discorso pronunciato da Carlo Rosselli alla radio di Barcellona il 13 novembre 1936

Compagni, fratelli, italiani, ascoltate.
Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di antifascisti italiani esuli che si battono nelle file dell’armata rivoluzionaria.
Una colonna italiana combatte da tre mesi sul fronte di Aragona. Undici morti, venti feriti, la stima dei compagni spagnuoli : ecco la testimonianza del suo sacrificio.
Una seconda colonna italiana, formatasi in questi giorni, difende eroicamente Madrid. In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che avendo perduto la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Ispagna, fucile alla mano.
Giornalmente arrivano volontari italiani: dalla Francia, dal Belgio, dalla Svizzera, dalle lontane Americhe. Dovunque sono comunità italiane, si formano comitati per la Spagna proletaria. Anche dall’Italia oppressa partono volontari. 
Nelle nostre file contiamo a decine i compagni che, a prezzo di mille pericoli, hanno varcato clandestinamente la frontiera. Accanto ai veterani dell’antifascismo lottano i Giovanissimi che hanno abbandonato l’università, la fabbrica e perfino la caserma. Hanno disertato la guerra borghese per partecipare alla guerra rivoluzionaria. […] Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. La Spagna ce ne fornisce la palpitante riprova. Nessuno parla più di de Rivera. Nessuno parlerà più domani di Mussolini. E’ come nel Risorgimento, nell’epoca più buia, quando quasi nessuno osava sperare, dall’estero vennero l’esempio e l’incitamento, cosi oggi noi siamo convinti che da questo sforzo modesto, ma virile dei volontari italiani, troverà alimento domani una possente volontà di riscatto.
E’ con questa speranza segreta che siamo accorsi in Ispagna.
Oggi qui, domani in Italia.

Tanti i sardi che risposero a questo appello. Molti non sono tutt’ora conosciuti, altri dopo il conflitto preferirono rimanere nell’anonimato, questi i volontari di cui si hanno maggiori informazioni.

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Per la provincia di Cagliari:

ALEDDA ANTONIO -Villaputzu-
ARRIU ANTONIO -Gussilis ?-
CONGIU FRANCESCO – Ballao-
CONI EFISIO -Terralba-
CORDA ERNESTO -Selargius-
DEGIOANNIS ANTONIO -Cagliari-
DESSI SISINNIO -Monserrato- caduto in guerra
FANNI ERMINIO -Cagliari- caduto in guerra
FRAU GIUSEPPE -Quartu S.Elena-
LUSSO RAFFAELE -Villasalto-
LUSSU EMILIO -Armungia-
MARTIS CORNELIO -Guspini- caduto in guerra
MARTIS GIUSEPPE -Terralba-
MASSESSI GIOVANNICO -Villaputzu- caduto in guerra
MELIS ANTONIO -San Basilio-
MOCCI SISINNO -Villacidro-
MORI BENEDETTO -Fluminimaggiore-
MULLIRI OLINDO -Cagliari-
MURA EMANUELE -San Vito-
NIOI RAIMONDI -Assemini-
ORTU FRANCESCO -Iglesias-
PERRA ANGELO -Quartu S.Elena-
PULIGA ANTONIO -San Vito-
SANNA BERTORIO -Serrenti- caduto in guerra
SECCI GIOVANNI -San Vito-
SERPI GIOVANNI -Serrenti-
SESTU EUGENIO -San Vito-
SPANO VELIO -Teulada-
TROSSERO MARIO -Guspini-
ZUDDAS GIUSEPPE -Monserrato- caduto in guerra
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Per la provincia di Nuoro:
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BERRINA GIOVANNI -Mamoiada-
BRAU STEFANO -Oniferi-
BURRAI FRANCESCO -Bitti-
CARIA GIOVANNI -Jerzu-
CASULA SALVATORE -Desulo-
CONGIU TOMMASO -Escalaplano- caduto in guerra
DEIANA ANTONIO -Tertenia-
DETTORI GIOVANNI -Orgosolo- caduto in guerra
DORE ETTORE -Olzai-
FRANCHI FERDINANDO -Nuoro-
FRANCHI POMPEO -Nuoro- caduto in guerra
GIACOBBE FELICE -Dorgali-
GOLOSIO DOMENICO -Mamoiada-
GOLOSIO PIETRO -Mamoiada-
LECIS AGOSTINO -Esterzili-
MARCELLO SALVATORE -Sarule-
MELIS PAOLO -Gairo-
MORO SALVATORE -Lula-
PISANO VITTORIO -Gairo-
PORCHERI GIUSEPPE -Nuoro-
PUDDU ANGELO -Gairo-
PUDDU EMILIO -Villagrande-
PUDDU ENRICO -Gairo-
PUDDU RAFFAELE -Gairo- caduto in guerra
PUGGIONI ANTONIO -Orotelli-
DEROSAS BACHISIO -Cuglieri-
SANNA ANTONIO -Meana Sardo- caduto in guerra
SERRA FABIO -Dorgali-
SERRA TOMMASO -Lanusei-
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Per la provincia di Oristano:
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PIRAS POLANO MARIA -Oristano-
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Per la provincia di Sassari:
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BIANCU FRANCESCO -Ozieri-
BIFFA SERAFINO -Bono-
BRUNDU ANTONIO -Ozieri-
CANU QUIRICO -Buddusò- caduto in guerra
CARIA GIOVANNI AMEDEO -Sassari-
COMIDA PAOLO -Ozieri- caduto in guerra
COROSU GIOVANNI -Ozieri-
CORUSO GIOVANNI -Ozieri-
COSSU ANTONIO -La Maddalena-
DAPELLO GIOVANNI -Alghero-
DE CREO ANTONIO -Pozzomaggiore-
DEIANA PIETRO -Terranova Pausania (Olbia)-
FANAL FRANCESCO -Sassari-
FARA MASSIMO -Sassari-
FERINU FRANCESCO -Ozieri-
FRAGHI ANTONIO -Ozieri-
JACOD ENRICO -Sassari-
LUPINO SALVATORE -Ittiri-
MARIANI ANTONIO -Mara-
MELIS LUCIO -Sassari- caduto in guerra
MUDADU BENIAMINO -Sorso- caduto in guerra
NUVOLI GIANMARIA -Sargo?-caduto in guerra
PIRAS GIOVANNI -Nulvi-
PUGGIONI GIOVANNI MARIA -Sorso- caduto in guerra
SALE PIETRINO -Mara-
SANTANDREA PAOLO -La Maddalena- caduto in guerra
SCANO ANDREA -S. Teresa di Gallura-
SERRA DOMENICO -S. Teresa di Gallura-
SIMULA LORENZO -Ittiri-
SOLINAS ANTONIO -Nughedu S. Nicolò-
VIRGILIO GIOVANNI -Cossoine-
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Pochi monumenti ricordano le gesta di questi combattenti.
Eppure il loro contributo fu importantissimo. Terminato il conflitto, quasi tutti questi volontari continueranno la loro lotta al fascismo, diventeranno comandanti e dirigenti politici negli anni della Resistenza Italiana. La guerra civile spagnola, benchè abbia visto la vittoria finale dei franchisti, ha permesso di creare quell’importante unità antifascista che, espressa nella Resistenza, porterà al trionfo della democrazia.
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Elenco dei nomi tratto da:
“La Spagna nel nostro cuore”, edito a cura dell’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.

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