Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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Area mineraria di Baccu Locci

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Situato nella zona interna del Salto di Quirra nel territorio di Villaputzu, a poca distanza dalla bella spiaggia di Murtas, il villaggio di Baccu Locci si estende lungo le sponde dell’omonimo torrente, in un contesto naturalistico di straordinaria bellezza.

I primi insediamenti umani scoperti nella zona risalgono all’età nuragica; lungo la strada che porta all’area geomineraria sono presenti la tomba dei giganti di “Bruncu Pedrarba”, corridoio sepolcrale megalitico, e i resti del nuraghe Mannu.

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Tomba dei giganti

Lo sfruttamento a fini produttivi iniziò nell’Ottocento, quando si provò l’estrazione della galena e della blenda, estrazione che non risultò conveniente per la presenza di minerali minori che rendevano difficile il processo di separazione.

Alla fine del secolo la situazione cambiò con l’arrivo dei francesi, che acquisirono i diritti della miniera.
All’inizio fu l’ingegnere francese Emile Jacob a gestire la cava, dedicandosi all’estrazione di rame, antimonio, argento, arsenico e ferro.

Nel 1919 la cava fu affidata in subconcessione alla “Compagnia Miniere del Laurium” che arrivò a impiegare una cinquantina di lavoratori. Dal 1933 seguì un periodo di inattività (dovuta alla scarsa redditività della miniera), che durò fino al 1938, quando la società Rumianca acquisì il complesso per la presenza di arsenopirite, molto richiesto per l’impiego nell’industria chimica.

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Laveria

Fu in questi anni che l’area mineraria crebbe notevolmente: vennero ammodernizzati gli impianti, costruita la laveria per la lavorazione dei minerali, la diga per la produzione di energia elettrica, il sistema di teleferiche usate per trasferire il materiale estratto dai cantieri alla laveria (necessarie per superare il dislivello di 200 metri). Tutto intorno vennero realizzati uffici, dormitori, officina. In questi anni l’attività mineraria di Baccu Locci raggiunse il maggior numero di lavoratori impiegati, circa seicento.

I grandi investimenti nell’area non furono però utilizzati per tutelare la salute dei lavoratori. Le condizioni di vita degli operai restarono difficilissime.
Mancava un sistema di ventilazione forzata, le perforatrici a umido, e tutti quegli accorgimenti che avrebbero permesso di evitare l’inalazione dei veleni da parte dei minatori.

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Macchinari per l’attività estrattiva

A partire dalla metà degli anni ’50 iniziò, anche per la miniera di Baccu Locci, la fase di decadenza che terminò nel 1965 con la cessazione definitiva dell’attività estrattiva.

Oggi il sito di Baccu Locci è diventato un importante esempio di archeologia mineraria e industriale.
Lungo i tornanti che salgono fino ai 500 metri di quota, tra boschi di leccio e di olivastri, tra incantevoli laghetti e aree pic-nic, è possibile visitare una trentina di edifici storici e rari impianti industriali.
Il primo edificio che si incontra nell’area è la grande laveria, recentemente ristrutturata; a seguito della risistemazione non è più presente, al suo fianco, il traliccio in legno della teleferica.
Tutto intorno sono visibili altri caseggiati, ovvero ciò che resta degli uffici, dormitori, magazzini e dell’officina, dove oggi sono sistemati vari macchinari dell’epoca.

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Sbarramento artificiale

Dalla laveria è ben visibile il piccolo bacino artificiale, la diga Riu Mummusa, che non essendo ancora stata interessata dalle azioni di bonifica (effettuate recentemente nell’area), continua a registrare alte concentrazioni di Arsenico e Zinco.

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Galleria San Riccardo

A poca distanza dalla diga è possibile notare alcuni ingressi minerari, tra i quali spicca la galleria San Riccardo, il cantiere più produttivo della cava.

Risalendo lungo i tornanti si arriva al villaggio di Baccu Locci a 370 metri s.l.m., dove sono visibili le vecchie case del borgo, disseminate lungo i versanti del torrente.

Tutta l’area del Salto di Quirra ha una notevole importanza dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e storico, che vale la pena preservare dall’incuria del tempo: un luogo che custodisce lo scorrere dei secoli, ripercorrendo le tracce che vanno dal nostro passato più recente alla nostra storia millenaria.


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Per approfondire l’argomento:

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Il confino a Lipari

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Lipari

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A seguito della condanna di deportazione sancita dalla commissione fascista, Emilio Lussu venne trasferito nel confino di Lipari, isola dell’arcipelago delle Eolie.

Nel giorno prescelto per la partenza, tutta Cagliari era in fermento.
Si temeva un’evasione in grande stile e per questo, speciali servizi di truppa furono schierati attorno alle carceri e lungo il percorso che portava verso l’imbarco; lo stesso questore volle essere presente al momento della partenza: “L’isola di Lipari produce una vernaccia celeberrima”, gli disse, porgendogli la mano tesa. Ma Lussu non volle intrattenersi in inutili convenevoli e, dopo avergli ricordato di essere astemio, terminò la conversazione.

Il porto era deserto, l’unica traccia umana era rappresentata da sentinelle e pattuglie armate.
Mentre Lussu si apprestava a scendere nel canotto della polizia, un giovane marinaio a bordo della sua barca, di rientro da una giornata di pesca, ritto sulla prua, gridò: “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”.

Fu l’arrivederci di un’isola intera.

Immediatamente dopo aver assistito alla scena, le pattuglie presenti circondarono il marinaio appena rientrato nel porto.
Non si ha notizia a quale destino andò incontro, un gesto così coraggioso poteva avere gravi conseguenze.

Dopo due giorni di viaggio vissuti in condizioni di salute precarie, Lussu arrivò a Lipari accolto dagli amici della lotta politica: Beltramini, Binotti, Grossi, Volpi, Picelli, solo per citarne alcuni.
Prima del fascismo, Lipari era la destinazione dei delinquenti comuni dichiarati incorreggibili, sistemati in una zona riservata di circa un chilometro quadrato.
Per disposizioni fasciste, lo spazio fu ridotto a poche centinaia di metri, con uno/due militari per ogni deportato politico.
I detenuti solitamente vivevano nelle caserme, quelli malati o con famiglia al seguito potevano disporre di una casa all’interno dell’area, ma le condizioni di vita erano difficilissime per tutti.

Il mare era controllato costantemente dalla presenza di barche, motoscafi veloci, perfino un canotto da guerra con un cannone. In ogni angolo riflettori e mitragliatrici a fare da guardiani.
Le navi che arrivavano in porto erano minuziosamente controllate, anche gli estranei che sbarcavano nell’isola erano sottoposti a perquisizioni personali.

Il clima tropicale dell’isola e le dure condizioni di detenzione, rendevano difficili le condizioni di salute dei deportati. Lussu si ammalò di una grave pleurite di cui già aveva sofferto in passato, e come lui tanti erano i prigionieri che si ammalavano.
Non mancavano i morti, ma di fronte a tanti ammalati anche il piccolo ospedale sembrava impossibilitato a svolgere la sua funzione.

Tutti i deportati dovevano sopravvivere nell’isola con una misera indennità giornaliera di 10 lire, ridotte alla metà dopo il 1931. Vitto, vestiario, biancheria, igiene, luce, tutto doveva essere pagato utilizzando questa piccola somma; le malattie legate alla fame erano una realtà molto diffusa a Lipari.
Gli appelli venivano fatti frequentemente, la notte si arrivava addirittura a dodici controlli. Si doveva evitare ogni minima possibilità di fuga, rendere l’isola una fortezza inespugnabile, un simbolo del rigore.

E così tutto l’ambiente pareva essere un’immensa scenografia della passione fascista: la fanfara che suonava inni a ogni ora del giorno,  le canzoni beffa contro gli oppositori. Le guardie fasciste, dal canto loro, avevano l’obbligo di rendere il clima turbolento; la sentinella che non provocava veniva accusata di scarso senso rivoluzionario.

Spesso venivano inviati degli “agenti provocatori”, ovvero finti deportati mandati sull’isola a prender contatti con i veri prigionieri, col compito di suggerire complotti per rovesciare il regime. Chi cadeva nel tranello, finiva subito in stato d’arresto.
Tutto ciò si sommava alle “classiche aggressioni”, sempre più violente, con i deportati ridotti in condizioni così gravi da dover essere ricoverati per lungo tempo in ospedale.
Si passò poi a misure di tortura ancora più deprecabili: deportati feriti da colpi di frusta e costretti a fare bagni nell’acqua salata o nell’aceto; flagellature alle piante dei piedi; feriti cosparsi di olio e aceto.

Alle questioni che non potevano attendere i tempi della giustizia, si sostituiva il giudizio sommario. E così, alcuni deportati venivano ammazzati senza troppi convenevoli, come Giovanni Filippich, ucciso nel 1930 per essersi dichiarato slavo, o il deputato Sollazzo, ucciso a colpi di baionetta per aver criticato duramente il fascismo.

In caso di tentativi di fuga, il regolamento consentiva l’utilizzo delle armi. Se nonostante ciò, il deportato riusciva ad avere salva la vita, la pena contemplava una reclusione non inferiore ai tre anni e una multa salata di 20.000 lire.

Ma non c’era pena che poteva fermare il desiderio di libertà. Tutti, a Lipari, pensavano alla fuga, pochissimi riuscirono a compierla.
Tra questi ci fu Emilio Lussu che, con una rocambolesca evasione, riuscì insieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti, a beffare il regime fascista.
Tre uomini che, una volta abbandonata l’isola, daranno un contributo fondamentale prima nella lotta clandestina e poi nelle fasi finali della Resistenza armata.

… Segue.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu

 

Lo squadrismo in Sardegna -1-

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Che in Sardegna il fascismo nelle sue fasi iniziali non ottenne grandi consensi, è cosa ormai risaputa. I fascisti sardi non presero parte alla “Marcia su Roma” e le prime mobilitazioni nella regione si risolsero in un gran fallimento: malmenati e dispersi, e addirittura scortati dai carabinieri, furono costretti a darsi alla macchia.
L’ostilità al fascismo raggiunse una dimensione tale, che in tutta l’Italia si arrivò a parlare della nascita di un vero e proprio movimento insurrezionale nell’isola.

Mussolini, spaventato, decise di correre ai ripari inviando nell’isola l’on. Pietro Lissia in rappresentanza del governo. Fervente antifascista nella prima ora, appartenente al gruppo parlamentare della democrazia sociale, aveva poi cambiato parere, diventando sottosegretario alle Finanze nel ministero Mussolini.
La sua visita fu accolta con un misto di sorpresa e preoccupazione, erano infatti alquanto rare le apparizioni dei membri del governo nell’isola.
Nonostante il grande risalto dato all’avvenimento dai giornali fascisti, al suo arrivo a Cagliari l’onorevole non trovò altri che le autorità civili e militari, il solito gruppo fascista, ma soprattutto oppositori. Nessuna folla in festa per le strade, solo urla e fischi, e anche nell’aula del Consiglio provinciale, dove tenne un discorso riguardo al programma del governo, l’ambiente era apertamente ostile.

Dopo la seduta provinciale, altri scontri si ebbero nelle piazze della città. La polizia effettuò nuovi arresti tra gli oppositori, qualcuno, aggredito dai fascisti armati, rimase ferito, le stesse guardie regie sostenevano e davano appoggio ai fascisti. Fu in questa occasione che Emilio Lussu fu violentemente colpito alla testa da parte di un graduato delle guardie regie. Rimase ricoverato a lungo in un ospedale cittadino, la sua aggressione suscitò un clamore enorme. Molti misero in relazione l’aggressione subita, al suo discorso d’opposizione tenuto poche ore prima di fronte all’on. Lissia.

A seguito dell’atto di violenza contro Lussu, organizzazioni politiche, deputati, consiglieri si recarono dal prefetto per esprimere la loro protesta, la popolazione si astenne dal lavoro, i negozi rimasero chiusi.
Di fronte a una situazione che poteva diventar ancor più pericolosa, il governo decise che era necessaria la pacificazione della città.
Seguirono accordi tra oppositori e capi fascisti, i detenuti politici vennero rimessi in libertà, l’ordine pubblico pareva ristabilito.

Il 27 novembre 1922 si tenne a Cagliari una grande manifestazione fascista; arrivarono sostenitori da tutta la provincia, il prefetto invitò la popolazione a esporre le bandiere nelle finestre, consiglio che però non venne seguito e le uniche bandiere presenti sventolavano nelle case dei fascisti.
I capi dell’opposizione avevano chiesto di evitare ogni tipo di provocazione e così, in tanti, decisero per un giorno di passare la giornata fuori dalla città.
I fascisti indossavano la camicia nera, erano armati di manganello, pistola e pugnale. In colonna, a precedere il corteo, guardie regie e carabinieri.
La folla presente rimase ostile ma impassibile e i fascisti più intransigenti abbandonarono le file per colpire, coi manganelli, chi non si levava il cappello al loro passaggio. La folla reagì. Gruppi di ragazzi accerchiarono un capo fascista e le trombe suonarono l'”allarmi”. I fascisti abbandonarono i manganelli e con pugnali e pistole colpirono i presenti. Gli oppositori, senza armi, si gettarono sulla colonna che fu prontamente difesa dai carabinieri che aprirono il fuoco. La città cadde nel caos più totale.

Secondo il resoconto ufficiale emanato dal prefetto, si contarono 22 feriti e 57 arresti.
Si trattò di dati faziosi, volutamente incompleti in quanto provenienti dagli ambienti filofascisti. Gli arrestati erano tutti oppositori, il numero di feriti ben superiore a quello indicato dal prefetto e, soprattutto, non fu neppure registrata la morte del primo antifascista sardo caduto vittima delle violenze: Efisio Melis, un ragazzo di ventisette anni.

Efisio Melis era stato un combattente della Grande guerra, decorato con la medaglia al valore militare. Smessa la divisa militare, si era iscritto al partito sardista e lavorava da operaio in officina. Durante la manifestazione fascista si trovava in via Garibaldi tra la folla e fu uno dei tanti che, durante il passaggio della colonna, rifiutò di levarsi il cappello. Fu allora che un fascista del suo rione, conoscendo le sue posizioni politiche, si spostò dalla colonna e gli ordinò di salutare lo stendardo fascista ma lui non si piegò, anzi: portò le mani al cappello, ma solo per sistemarlo meglio.
A questo punto il fascista, colmo di rabbia, traflisse per due volte Melis con la punta del gagliardetto. Melis aveva suo figlio in braccio e, impossibilitato a difendersi, cadde a terra esanime.

Subito la folla attorno a lui si avvicinò per soccorrerlo, ma venne fermata dai manganelli dei fascisti. Arrivato nello stesso ospedale in cui era ricoverato Lussu per la precedente aggressione, chiese di incontrarlo. “La guerra, la guerra”, saranno le ultime parole a lui rivolte. Morirà il 2 dicembre del 1922 e al suo funerale parteciperanno migliaia di persone. Alla vedova, insultata e aggredita, verrà impedito di portare fiori nella tomba del marito.
Nessun aggressore venne perquisito o fermato, la morte di Melis non trovò colpevoli.

Nei giorni seguenti continuarono gli arresti di oppositori e nel frattempo, molti industriali, agrari, commercianti si iscrissero al fascio. Il fascismo riusciva, in questo modo, ad aumentare il “consenso”.

L’episodio di Cagliari dimostra che in Sardegna ci fu una forte resistenza di fronte alle violenze fasciste, superiore alla gran parte delle regioni italiane.
Questo punto viene ulteriormente sottolineato dalle vicende che interessarono Sorso l’8 dicembre 1922.

Nella cittadina in provincia di Sassari, i fascisti vennero addirittura accolti da una fitta sassaiola e costretti ad abbandonare in fretta e furia la zona.

A Terranova, l’attuale Olbia, la popolazione era in larga maggioranza antifascista.
Facevano eccezione alcune famiglie di commercianti che, stanche di questa situazione, si misero in contatto con i fascisti di Civitavecchia per organizzare una spedizione armata.
Da Civitavecchia presero il piroscafo duecento fascisti armati. Una volta arrivati, guidati dai capi locali, accerchiarono le case degli oppositori e le assaltarono. In molti riuscirono a scappare per la campagna, ma una trentina vennero catturati e portati nella piazza della città. Nel frattempo vennero saccheggiate le organizzazioni di lavoro, le sedi, i circoli dei combattenti e dei mutilati di guerra.
La città, colta di sorpresa, era in mano ai fascisti.
Nella piazza centrale avvenne il “battesimo fascista”, non con l’acqua chiaramente, ma con l’olio di ricino simbolo della redenzione dal peccato antifascista. Era la prima volta che in Sardegna si usava un simile trattamento. Solo un prigioniero, contadino ex combattente, si rifiutò di bere e venne così percosso. A un noto esponente antifascista, avvocato, fu intimato di tenere un discorso inneggiante a Mussolini ma si rifiutò; arrivarono allora le figlie, in lacrime chiesero la liberazione del padre che di fronte alla scena straziante non potè far altro che piegarsi alla richiesta: salì sulla tavola predisposta e iniziò un piccolo monologo ma, prostrato da tanto sforzo, cadde a terra svenuto.
la popolazione rimase asserragliata nelle case fino alla loro partenza.
I fascisti esultavano, avevano vinto.

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Per approfondire l’argomento si consiglia le lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu.

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Indifferenti

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Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perchè alcuni vogliono che avvenga, quanto perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto a ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato, perchè non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 

Antonio Gramsci

11 febbraio 1917

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Testo integrale tratto dalla rivista “La città futura”, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. 

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L’eccidio di Buggerru

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In pochi sanno che il primo sciopero generale della storia d’Italia scaturì da un evento che ebbe luogo in un piccolo centro della Sardegna, Buggerru, nell’iglesiente.

La fondazione di Buggerru fu conseguente all’inizio dell’attività mineraria nella zona, iniziata nel 1860 con la ricerca di zinco e piombo. In breve tempo il paese superò gli 8000 abitanti, lavoratori provenienti da diverse parti della Sardegna che subirono il richiamo della miniera; un lavoro faticoso, poco retribuito ma pur sempre prezioso in una regione con un altissimo tasso di povertà.
Le misere condizioni di vita dei minatori si riflettevano nelle povere e fatiscenti abitazioni in cui trovavano alloggio le numerose famiglie operaie.
Tutto, proprio tutto, apparteneva ai proprietari francesi del complesso minerario, la “Société Anonyme des mines de Malfidano”: pozzi, officine, case (gli operai pagavano l’affitto ai dirigenti), scuola, emporio, terra, anche la vita dei minatori era di loro proprietà. Non desterà dunque sorpresa il nome con la quale Buggerru era nota all’epoca: la “Petit Paris”, con il suo cinema e un grazioso teatro riservato alla ristretta élite dei dirigenti francesi.

Non avevano tempo libero gli operai, costretti a lavorare in condizioni durissime: non meno di 9 ore lavorative al giorno, niente riposo settimanale, turni massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro.
I minatori a Buggerru erano più di 2000 e a essi si aggiungevano le donne e i ragazzi più giovani che si occupavano della selezione dei minerali. I salari erano bassissimi: meno di 3 lire al giorno per gli armatori che lavoravano all’interno della miniera, neppure 1 lira per le cernitici.

Erano i primi anni del secolo questi, i tempi in cui muoveva i primi passi il movimento operaio. E anche a Buggerru i lavoratori iniziarono a riunirsi nella “Lega di Resistenza”, che partecipò attivamente al congresso nazionale della Federazione dei minatori.
Forte del sostegno dei due sindacalisti Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, il malcontento si incanalò in una grande protesta quando, il 2 settembre 1904, fu anticipata di un mese l’entrata in vigore dell’orario lavorativo invernale, che avrebbe significato la riduzione di un’ora della pausa tra un turno e l’altro.
Gli operai si rifiutarono di eseguire quest’ordine, si presentarono all’orario consueto e i dirigenti, in tutta risposta, minacciarono di licenziare chiunque non avesse rispettato le nuove direttive.
Iniziava così lo sciopero dei minatori di Buggerru, spontaneo in quanto non guidato dalla Lega di Resistenza che cercò in tutti i modi di riportare la calma tra gli operai. Ma ormai la protesta era in moto, niente poteva trattenere la rabbia dei minatori: tutti gli impianti rimasero deserti, perfino l’energia elettrica venne interrotta lasciando il paese al buio.

Nel frattempo, il direttore della miniera Achille Georgiades, chiese aiuto della forza pubblica e due compagnie di soldati del 42° Fanteria al comando dei capitani Bernardone e D’Anna partirono da Cagliari all’alba del 4 settembre, per arrivare a Buggerru nel pomeriggio. Tre operai furono incaricati di provvedere alla sistemazione dei soldati in un locale provvisorio, e una sentinella venne messa al posto di guardia.
Mentre negli uffici della direzione una commissione cercava di trovare una soluzione allo sciopero, gli operai si radunavano nella piazza ad attendere una risposta. Fu allora che un gruppo di manifestanti si diresse verso i locali dell’improvvisata caserma per convincere i tre operai, rimasti agli ordini dei soldati, a unirsi allo sciopero. La situazione si fece via via più tesa, le grida lasciarono il posto a una fitta sassaiola mentre i soldati puntavano i moschetti sulla folla.
Alle 16.45 i militari, tolta ogni remora, spararono sui lavoratori, lasciando a terra una decina di operai.
Due morirono sul colpo, Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara e Felice Littera di 31 anni, di Masullas. Il 21 settembre Giustino Pittau, di Serramanna, morì in ospedale; un mese dopo la stessa sorte toccò a Giovanni Pilloni di Tramatza.

Il 5 settembre ritornò la calma anche grazie alla preziosa mediazione di Cavallera e Battelli, e l’energia elettrica riprese a funzionare illuminando il paese nel giorno del lutto. Il 6 si tennero i funerali alla quale partecipò una folla di 3000 persone.

Il 7 settembre nelle miniere di Buggerru fu ripreso il lavoro: solo dopo lunghe trattative il direttore concesse che per tutto il mese di settembre l’intervallo fosse di 3 ore invece che 2. Tutto qui.
I morti di Buggerru valevano solo un’ora di riposo?
No. I morti di Buggerru col loro sacrificio erano riusciti ad accendere la fiaccola che negli anni, nei decenni a seguire avrebbe illuminato la strada del movimento operaio.

Accadde infatti che l’11 settembre, la Camera del Lavoro di Milano, per protestare contro l’eccidio di Buggerru, proclamava il primo sciopero generale nazionale, che fu anche il primo d’Europa.
Dal 16 al 21 settembre i lavoratori italiani di tutte le categorie scesero in strada non per difendere i propri diritti, ancora inesistenti, ma per conquistarli.
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Relax zen sardo

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La caduta del fascismo in Sardegna

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In Sardegna la guerra arriva presto.

Non è attraversata direttamente dal fronte, ma subisce la notevole presenza dei contingenti militari che ne condiziona la vita; una generazione, in particolare quella nata tra il ’18 e il ’24, che vive l’esperienza della guerra in Europa e ancora nelle file della Resistenza o nella Repubblica di Salò, la prigionia nei campi di concentramento; diversi centri conoscono gli effetti dei bombardamenti.
Le città costiere devono fare i conti con le terribili distruzioni. Cagliari è la città maggiormente colpita, migliaia sono le vittime e decine di migliaia gli sfollati che si rifugiano nelle zone dell’interno per sfuggire alla morte. Sassari, salvata dalle bombe, ne ha accolto centinaia. A Nuoro il prefetto ordina che possano trovarvi rifugio solo gli sfollati che abbiano parenti e mezzi di sostentamento.
Il trauma dovuto ai continui bombardamenti e l’isolamento psicologico e materiale in cui è piombata l’isola, fanno riemergere tendenze separatiste.

La destituzione e l’arresto di Mussolini, avvenuto il 25 luglio del 1943, non provocano grandi reazioni nell’isola, anche perchè in tanti temono i pericolosi effetti che potrebbe provocare un probabile sbarco Alleato. Ma questo non avverrà.
Dopo l’8 settembre, con l’accordo tra il generale Antonio Basso -comandante militare dell’isola- e i tedeschi, le truppe presenti lasciano l’isola senza una significativa opposizione, accompagnati da un gruppo d’ufficiali e soldati della divisione Nembo che, nei pressi di Macomer, hanno ucciso il loro Capo di Stato maggiore, il colonello Alberto Bechi Luserna. A La Maddalena, passaggio obbligato verso la Corsica e il Continente, la battaglia provoca ventotto morti italiani e otto tedeschi.
L’altro episodio di resistenza registrato avviene a Oristano, all’altezza del ponte sul Tirso, quando alcuni reparti italiani riescono a impedire che i tedeschi facciano saltare il ponte.
Il generale Basso, a seguito del comportamento tenuto nell’isola all’indomani dell’armistizio, fu destituito e arrestato. Fu assolto dopo due anni di prigionia.
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L’occupazione angloamericana -formalmente l’isola non è occupata ma sottoposta al controllo di una commissione alleata- è discreta e da subito si occupa degli aiuti alimentari alla popolazione e della ricostruzione della vita civile. Gli americani dimostrano di avere una conoscenza approfondita della vita economica, culturale e politica.
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La situazione nel 1944 è comunque spaventosa.
I moli del porto di Cagliari sono fuori uso, a Olbia e Porto Torres praticamente chiusi. Ciò che arriva in Sardegna (grano, cereali, latte condensato, minestrone in scatola, sapone, patate da semina) viene portato dagli americani. Ogni idea di Sardegna autarchica si dissolve. A causa dei difficili collegamenti mancano perfino i generi di prima necessità, anche il mercato nero ne è privo. I fiammiferi, 25 al mese, sono razionati, e nei negozi sono presenti solo prodotti locali: carbone, pelli, pochi ortaggi.

L’unico prodotto autosufficiente per il consumo è il vino, nonostante siano andati distrutti oltre 1.200.000 ceppi di vite. Vi è un’eccedenza di cuoio, pelli ovine e lana, ma senza un calzaturificio e una fabbrica tessile completa di tutti i macchinari per la produzione, quantità enormi di pelli marciscono senza poter essere utilizzate. Non solo i minatori lavorano scalzi, anche i carabinieri lo sono e molti di essi non escono dalle caserme perchè senza scarpe.

Ferrovie e strade sono intatte, ma manca il carburante, l’olio e i pezzi di ricambio, le gomme d’aereo sono adattate per essere utilizzare negli automezzi.
Le saline di Cagliari accumulano montagne di sale, di kalite e di solfato di magnesio, le miniere sono in stato di manutenzione perchè manca l’alimentazione, il carbon coke e il cloro.
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Mentre nell’isola la popolazione vive una situazione di estremo disagio provocato dalla guerra e dall’isolamento, tantissimi sono i sardi che partecipano alla Resistenza combattendo in ogni parte d’Italia.

Per fare un esempio ricordiamo in questo spazio, come episodio simbolo, l’attentato compiuto a Roma dai Gap il 23 marzo 1944 in via Rasella, con la partecipazione dei sardi Marisa Musu, Silvio Serra e Francesco Curreli, a cui fa seguito la fucilazione per rappresaglia di 335 persone alle Fosse Ardeatine.
Fra i fucilati, se si escludono gli ebrei e i cittadini romani, il gruppo dei sardi è il più numeroso fra quelli regionali.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

 

Apogeo e declino del fascismo in Sardegna

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Carbonia

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Il periodo di maggior consenso del Partito Fascista a Cagliari e in provincia coincide con la fondazione di Carbonia avvenuta nel 1938.

La decisione di erigere una città intorno al grande giacimento del Sulcis fu strettamente collegata alla politica autarchica voluta da Mussolini a seguito delle sanzioni, imposte dalla Società delle Nazioni, all’indomani dell’aggressione all’Etiopia. Mussolini annunciò il rilancio della produzione del carbone durante un viaggio in Sardegna. Tre anni dopo, precisamente nel 1938, Carbonia veniva inaugurata e dagli 8.000 abitanti iniziali passerà a oltre 40.000 già nel 1944.
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La stragrande maggioranza dei sardi, così come degli italiani, accettò il regime senza particolari riserve. Gli antifascisti più noti vanno ricordati nella figura di Giovanni Lay, comunista, imprigionato negli anni Trenta, il sardista Dino Giacobbe che nel 1937 abbandonerà clandestinamente la Sardegna per combattere nella guerra spagnola, Francesco Fancello, anch’egli sardista e il repubblicano Cesare Pintus che verranno condannati dal Tribunale Speciale nel 1931. Il più importante di tutti fu Emilio Lussu.
L’antifascismo non fu in grado di coinvolgere il resto della popolazione, anche perchè confinato in circoli ristrettissimi.
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Nel 1930, secondo una rilevazione statistica prefettizia, su una popolazione della provincia di Cagliari di 461.304 unità si registra la presenza di 164 tra Fasci e Gruppi rionali e di 53 Fasci femminili; il numero dei tesserati è di 15.155 unità; i Fasci giovanili ne raccolgono 5.082, i Guf 490, l’O.N.B. 16.800.
Con le 1.842 iscritte ai Fasci femminili, le 5.696 piccole italiane e 631 giovani italiane, il numero complessivo degli aderenti alle principali organizzazioni del partito è di circa 30.541 unità. Possiamo affermare che circa il dieci per cento della popolazione era inquadrato nel Pnf.

I dati delle province di Nuoro e di Sassari dello stesso anno indicano una percentuale di iscritti e tesserati pari al dodici per cento a Nuoro e del dieci per cento a Sassari.
Quattro anni dopo gli iscritti al Pnf nella provincia di Cagliari erano 17.000 e nel 1938 raggiungevano le 23.000 unità.
Nel 1940, con l’apertura delle iscrizioni ai combattenti, il totale degli iscritti raggiungeva le 32.000 unità anche se, dei 14.000 combattenti iscritti, solo 4.500 avevano pagato la tessera.
Questi numeri, che trasmettono l’immagine di un partito di massa, nascondono una forte adesione dettata anche da ragioni di opportunità sociale; avere la tessera significava aver accesso al pubblico impiego, e finì col divenire più una formalità burocratica che un segno di appartenenza al partito.

Con lo scoppio della guerra e i continui bombardamenti, con l’aumento del costo della vita e delle difficoltà negli approvvigionamenti si registrò un crescente malcontento popolare nei confronti del regime.
L’isolamento, sia morale che materiale, in cui era piombata la Sardegna, finì col ridar forza ai pensieri autonomistici. Una fonte di polizia comunicherà: “Da voci da noi udite ripetutamente, i Sardi, pur di finirla, vedrebbero favorevole un distacco dalla Madre Patria e magari un’occupazione inglese”.

In una lunga relazione del 18 giugno del 1943 al Ministero dell’Interno, un ispettore di pubblica sicurezza, faceva notare che “Ogni intralcio burocratico viene attribuito al preteso disinteresse del continente verso la Sardegna”. E’ evidente come la sfiducia nelle autorità andava di pari passo con il progressivo distacco della popolazione sarda dal regime. Accanto alla lealtà verso la monarchia cominciava a serpeggiare nella popolazione l’insofferenza verso il regime e la consapevolezza che la Sardegna continuava ad essere trascurata e scarsamente difesa (la situazione era drammatica in seguito ai bombardamenti  e alla mancanza di collegamenti sia interni che verso il continente). Riemergeva insomma quel forte sentimento di identità locale che unitamente al rivendicazionismo economico e politico nei confronti dello Stato aveva costituito il punto di forza del programma e degli ideali sardisti del primo dopoguerra.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

 

L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net

 

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