Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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Le imprese dei Partigiani sardi

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25 aprile 1945

25-aprile

 

La Sardegna non ha conosciuto la guerra di Liberazione sul proprio territorio, ma sono tantissimi i sardi che parteciparono alla Resistenza in ogni parte d’Europa: in Italia innanzitutto, in Francia, nei Balcani. Del resto, anche la Sardegna aveva conosciuto l’antifascismo e la repressione: 208 sardi erano stati giudicati di fronte al Tribunale speciale e 260 erano stati assegnati al confino. 120, infine, furono i sardi accorsi, dal 1936, in difesa della Spagna repubblicana.

Tralasciamo in questa pagina la figura di Gramsci, di Lussu e Fancello, i rappresentanti più emblematici dell’antifascismo sardo, per dedicarci a quelle meno note.

Molto intensa è la partecipazione dei sardi nelle formazioni partigiane che operano a Roma, e molti di loro cadranno nella lotta: lo studente Mario Demartis (nato a Sassari nel 1920), tenente pilota, catturato dai tedeschi a Grosseto l’8 settembre, evade, raggiunge Roma ed entra nella banda “Hazon-Napoli”: arrestato e torturato a via Tasso, è fucilato a Forte Bravetta il 3 giugno 1944.
A Forte Bravetta era stato fucilato, il 31 dicembre 1943, il comunista Antonio Feurra (nato a  Seneghe, 1898), piccolo venditore di ortofrutta a Roma, ma che dopo l’8 settembre era diventato comandante militare dei Gap di Monte Sacro.
L’attentato di via Rasella contro i nazisti occupanti, uno dei fatti più noti della Resistenza romana, vide in prima linea i partigiani sardi Silvio Serra, studente cagliaritano, e Francesco Curreli di Austis, già combattente in Spagna; contribuirono all’azione con il lancio di bombe a mano. Militavano nei Gap romani anche Luigi Pintor, Ines Berlinguer, Marisa Musu e la madre Bastianina Musu Martini dirigente dell’organizzazione femminile assieme a un’altra cagliaritana, Antonietta Marturano Pintor, sempre presente accanto ai suoi figli, antagonisti del fascismo. I tedeschi risposero all’attentato con il terribile massacro delle Fosse Ardeatine, in cui morirono 9 antifascisti sardi.

Notevole fu la presenza degli isolani anche nella Brigata “Garibaldi Trieste”, in cui particolarmente rilevante fu l’opera di un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda conosciuto con il nome “Corvo”.
L’8 settembre Podda ha poco più di 19 anni, soldato a Perugia. Con un gruppo di una sessantina di coetanei, tutti sardi, raggiunge Civitavecchia per cercare un imbarco per la Sardegna: ma la parola d’ordine “tutti a casa” è più difficile per chi deve anche passare il mare. I ragazzi si sbandano, dandosi alla campagna tra Roma e Viterbo, si dividono in tre gruppi secondo i paesi di provenienza. Ma, braccati dai fascisti e dai tedeschi, sono costretti ad arruolarsi, a Roma, in un battaglione di guardie della repubblica di Salò composto in gran parte di sardi e comandato da due ufficiali anch’essi sardi, i colonnelli Barracu e Fronteddu. Nel gennaio del 1944 disertano per raggiungere i partigiani del “Battaglione triestino d’assalto” col quale combatteranno sino alla liberazione. Molti di loro cadono in battaglia, i più maturi diventano capi-formazione.
In tutti, la solidarietà regionale agisce allo stesso modo in cui, su quelle stesse alture, aveva agito nella Brigata Sassari. Non è un’immagine retorica:
«Vi comunichiamo – scrive il capo di stato maggiore della Natisone al comando del 9° Korpus nel dicembre del ’44 – che presso la 158.ma brigata si trova un forte gruppo di sardi, cioè nativi di Sardegna. A noi consta che nella brigata Triestina esiste un nucleo di sardi che desiderano passare alla 158.ma brigata, per formare un battaglione sardo. Dato che il comandante della 158.ma brigata, compagno MoroSalvatore Bulla, nato a Bultei nel 1920), è pure sardo, è ovvio spiegare il significato politico che avrebbe la formazione di un battaglione sardo».
La vicenda verrà ripresa da due ex comandanti partigiani, Giacuzzo e Scotti, nel libro “Quelli della montagna”. I due partigiani descrivono le imprese del Battaglione d’assalto “Trieste” facente parte dell’omonima brigata partigiana “Garibaldi”. In un capitolo intitolato “Arrivano i Sardi”, Giacuzzo e Scotti così raccontano:
«Proprio in quel periodo, verso la fine del gennaio 1944, il Battaglione ha la gradita sorpresa di essere raggiunto da 54 militari italiani, giovani mobilitati dalla Repubblica di Salò, i quali affermano di aver disertato le file del loro Battaglione dislocato a Opicina presso Trieste e chiedono di combattere contro i tedeschi e i fascisti. Sono tutti della Sardegna, completamente equipaggiati (ben vestiti, con armi e munizioni). Con essi il Battaglione triestino raddoppia i propri effettivi […]. A capeggiare la diserzione dei Sardi dalle formazioni “repubblichine” è un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda […]. Tutti si dimostrarono in seguito ottimi combattenti, convalidando la scelta fatta con il sacrificio della propria vita. Non è possibile ricordarli tutti, ma alcuni nomi di caduti restano impressi nella memoria: Francesco Cuccu, Egidio Mesina e Pietro Maria Campus di Orgosolo, su otto di quel paese; Giovanni Sanna, Giorgio Delogu, Ciriaco Cuccu e Giorgio Sanna su nove del paese di Bitti, Carmine Carcangiu e Salvatore Piras del Nuorese. Fra i sopravvissuti, oltre al Podda […] si ricordano: Antonio Francesco Corraine, Antonio Michele Mesina, Pietro Maria Corraine, Giovanni Catgiu, tutti di Orgosolo. Giuseppe Buffo, Salvatore Coccu, Pietro De Roma, Giuseppe Mameli, Pietro Giovanni “Lattu”, tutti di Bitti; Ignazio Ticca di Nuoro, Giulio Buttau di Villanova Strisaili, Angelino Soro di Galtellì, Pietro Bonu di Bono, Giovanni Morozzu di Benetutti, Pasquale Fozzi di Bonorva, che sarà ferito in combattimento e diverrà comandante del Battaglione, Antonio Spanu di Cossoine, Antonio Fenu di Mons (forse Mores o Monti)».
Il battaglione, con la presenza dello stesso Podda,  riuscì a compiere un’importante azione di sabotaggio nell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, occupato dai nazisti. Vennero incendiati almeno 8 aerei tedeschi carichi di bombe, fatto talmente noto da essere ripreso da Radio Londra e Radio Mosca.
Negli scontri morirono due partigiani sardi, Salvatore Piras nato a Dorgali e Carmine Carcangiu di Orgosolo. All’azione parteciparono anche Antonio Michele Mesina di Orgosolo, Bernardino Ruiu di Orune e Giuseppe Carboni di Tonara.
72 partigiani vennero catturati dai fascisti, tra cui lo stesso Podda, per essere fucilati a Gorizia. Rimarranno in carcere fino alla liberazione della città.

E ci sono combattenti di lunga data, che riprenderanno le armi in Italia, come il comunista Sisinnio Mocci, nato a Villacidro nel 1903, combattente in Spagna nelle Brigate Internazionali, deportato nel campo francese Vernet e poi a Ventotene che, liberato dopo il 25 luglio, partecipa all’organizzazione della resistenza romana (ricercato, si nascose nella villa romana del regista Luchino Visconti in qualità di finto maggiordomo), catturato, sarà fra i martiri delle Ardeatine; o come Andrea Scano, nato a  Santa Teresa di Gallura nel 1911, anch’egli comunista, espatriato clandestinamente per andare a combattere in Spagna, rimpatriato dopo la fine della guerra e che, liberato dal confino alla caduta del fascismo, sarà commissario politico dei Gap genovesi e poi della 108.ma brigata Garibaldi nell’Alessandrino.

Fausto Cossu fu uno dei più importanti comandanti della lotta partigiana nel piacentino, contribuì alla liberazione di Bobbio (la prima città del Nord Italia a essere liberata), e alla fondazione della “Repubblica di Torriglia”, nel territorio strappato all’occupazione nazifascista.
Nato a Tempio Pausania nel 1914, laureato in Giurisprudenza, diventa ufficiale dei Carabinieri e nel 1942 viene inviato in Jugoslavia. Dopo l’armistizio viene catturato dai tedeschi, riuscito a fuggire trova riparo nel piacentino dove inizia a reclutare i carabinieri scontenti  di essere inquadrati  nei ranghi dei repubblichini. Con il loro apporto, riesce ad organizzare una formazione autonoma della Resistenza  che chiamò “Compagnia  carabinieri patrioti”, cui faranno parte centinaia di soldati sbandati e giovani che non vollero rispondere alla chiamata della repubblica di Salò.
Il comandante “Fausto” si dichiara antifascista, democratico e apolitico, distaccandosi totalmente sia dai gruppi comunisti che democristiani. La struttura militare che Cossu riesce a organizzare è professionale, militarmente preparata e composta da oltre 600 uomini. I nazifascisti sono costretti a lasciare le zone più insicure a seguito dei ripetuti scontri con i partigiani della Compagnia. La divisione cambia il nome in “Giustizia e Libertà” senza nessun riferimento politico, con Cossu sempre al comando. Nel luglio del ’44 Cossu e i suoi uomini entrano a Bobbio appena abbandonata da tedeschi e fascisti, e dal balcone del municipio proclama la liberazione della città. Le forze partigiane comprendono ormai 4.000 uomini, i tedeschi lanciano un nuovo assalto occupando Bobbio con la divisione Turkestan composta in parte da mongoli. Ma ormai la strada è segnata: le divisioni partigiane attaccano i nazifascisti e sarà proprio Cossu, alla testa dei suoi uomini, a liberare Piacenza il 28 aprile 1945.

Gli Americani lo decorarono con la “Bronze Star”.

Tra i protagonisti della Resistenza veronese ricordiamo il comandante partigiano Pietro Meloni, soprannominato “Misero”.
Nato a Sestu il 23 novembre 1899, di famiglia poverissima, frequentò solo la prima elementare e a sette anni cominciò a lavorare in campagna. Raggiunta l’età della leva, riuscì ad arruolarsi nella Guardia di Finanza dove rimase sino all’età di 24 anni quando, ferito in servizio, fu congedato con una piccola “pensione temporanea” che non gli permetteva di vivere. Fu così che Meloni decise di emigrare in Francia, dove unì un’intensa attività politica allo studio dei testi classici del movimento operaio. Lì conobbe nel 1925 una sua quasi coetanea veronese, Rosa Tosoni; i due emigrati si sposarono e si stabilirono a Lione. Qui entrambi entrarono nell’organizzazione comunista. L’occupazione tedesca trova i coniugi Meloni a Modane, dove Pietro era diventato segretario della sezione comunista. Per un certo periodo di tempo Pietro e Rosa collaborano con la Resistenza francese; poi decidono di tornare in Italia. Nel 1940 i due sposi sono a Verona, lui lavora alla Mondadori e al contempo membro del Comitato federale clandestino del PCI, lei occupata all’Arsenale militare.
Pochi anni di relativa tranquillità, poi l’armistizio, l’occupazione tedesca e l’inizio dell’attività di organizzazione della lotta di liberazione nei comuni della provincia di Verona. Traditi da un conoscente che organizza un finto incontro nei pressi della chiesa parrocchiale di S. Massimo, frazione di Verona, vengono catturati dalle SS tedesche. Era il 12 ottobre del 1944 quando i Meloni finirono nel carcere ricavato dall’ex INA di Verona, in corso Porta Nuova. Vi stettero pochi giorni, e vi uscirono, segnati dalle torture, per essere deportati nel campo di Gries, alla periferia di Bolzano. Un mese dopo Meloni viene trasferito nel lager di Gusen (Mauthausen), dove muore nel marzo del 1945; anche qui organizzerà con i reclusi quella che è stata definita come la “Resistenza del filo spinato”. Rosa riesce a sopravvivere sino alla Liberazione, tornerà a Verona a lavorare all’Arsenale, aspettando il rientro del marito dal campo di concentramento. Anche da pensionata continuerà, sino in età molto avanzata, nel suo impegno nelle organizzazioni democratiche veronesi. Nel 1955, nel primo decennale della Resistenza, il Comune di Verona conferisce alla memoria di Pietro Meloni una medaglia d’oro, per il contributo dato alla lotta partigiana.

Poi c’è l’esempio di Gavino Cherchi, nato a Ittireddu il 15 agosto 1911, si laurea in Lettere e Filosofia e insegna in vari istituti italiani. E’ un intellettuale, giornalista, scrittore, autore di vari romanzi. Dopo l’armistizio decide di far parte della Resistenza con il nome di battaglia “Stella”, nel CLN di Parma. E’ a capo del Servizio Informazioni Partigiano della città, con il compito di controllare gli spostamenti delle truppe tedesche e scoprire eventuali piani militari contro i partigiani. In seguito a una delazione, il 5 marzo del ’45 viene arrestato e torturato dalla polizia tedesca, infine ucciso il 28 marzo con altri due partigiani a colpi di mitra a Casalmaggiore (PR) sulla riva del Po. I loro corpi furono gettati nel fiume e mai più ritrovati.

Claudio Deffenu fu un leggendario comandante dei GAP di Bologna.
Vestito da repubblichino con altri 3 partigiani, si presenterà in carcere con la scusa di dover consegnare 4 resistenti appena catturati. Una volta dentro, riusciranno a legare le guardie, tagliare i fili del telefono e liberare ben 340 detenuti politici e comuni.
Nato a Nuoro nel 1911, laureato in Giurisprudenza, entra nell’esercito e diventa insegnante degli ufficiali di Parma. Liberal-socialista e antifascista, dopo l’8 settembre entra in contatto con il CLN di Ferrara. Nel ’44 si trasferisce a Bologna e con il nome di battaglia “Garavelli” diventa l’ideatore di oltre 50 azioni partigiane. Alcune di queste diverranno famosissime, come l’attacco all’Hotel Baglioni ritrovo di gerarchi nazisti e fascisti, avvenuto il 29 settembre. Vestito in divisa militare, riuscirà a mescolarsi tra gli alti ufficiali tedeschi e fascisti e, una volta uscito dopo aver raccolto preziose informazioni, darà l’incarico ai suoi uomini di far saltare in aria l’albergo. Solo una parte finirà con l’essere distrutto, ma un successivo clamoroso attentato lo farà crollare interamente. Il tribunale del CNL sarà più volte presieduto dallo stesso Deffenu. Gli verrà conferita la Medaglia d’Argento al valor militare.

Tragica sarà la sorte di 17 avieri sardi, sbandati dopo l’8 settembre sulla strada di Civitavecchia, non riusciranno a imbarcarsi per l’isola. Rimasti insieme, vengono scovati a Sutri da fascisti e tedeschi e fucilati sul posto, senza nessun processo. Solo di 12 si conoscerà il nome e solo uno riuscirà a salvarsi; fingendosi morto, verrà curato dalla popolazione del luogo.

Eroica è la storia di Piero Borrotzu, nato a Orani (Nu) nel 1921. Il padre Francesco, reduce della Prima Guerra Mondiale, muore per le ferite riportate lasciando i due figli piccoli alle sole cure della moglie, ligure, laureata in ostetricia. Piero studierà prima nel liceo Asproni di Nuoro, si iscriverà all’università e sarà ammesso nel 1941 all’Accademia Militare di Modena. Al momento dell’armistizio si trova di stanza a Milano: si oppone ai tedeschi che vogliono occupare la Pirelli, arrestando due ufficiali nazisti, viene rimproverato dai superiori e vede i suoi prigionieri ritornare in libertà. E’ in quel momento che decide di scegliere la via della Resistenza. Abbandona la caserma fortunosamente, con abiti borghesi e al braccio di una donna. Ritorna in Liguria, a Vezzano, nel paese originario della madre e allaccia contatti con gli antifascisti della zona. Si reca a Parma per rafforzare legami clandestini e incontra Franco Coni, cagliaritano, suo compagno di Accademia, già  attivo nella lotta partigiana. Insieme, comandano la “Brigata d’Assalto Lunigiana”, compiendo importantissime azioni contro i nazifascisti, facendo bottino di viveri, armi e munizioni. La sera del 4 aprile 1944 si reca a Chiusola per informarsi su ciò che accade nella zona, dorme in paese contro ogni sua abitudine e, all’alba, il paese si sveglia tra le urla e i colpi di mitra dei tedeschi accompagnati da fascisti. La popolazione viene adunata nella piazza della chiesa, lo scopo è quello di una rappresaglia per aver dato ospitalità ai partigiani. Borrotzu non è stato scoperto, potrebbe fuggire, ma decide di consegnarsi ai nemici in cambio della liberazione degli innocenti. I tedeschi lo torturano e lo conducono nella piazza. Qui vengono liberati i 70 prigionieri, i 5 rimasti riusciranno miracolosamente a salvarsi, e viene dato l’ordine di uccidere Borrotzu. Prima dell’esecuzione riesce a urlare “Viva l’Italia”, viene colpito al petto e finito con un colpo di pistola alla nuca.
Il suo gesto susciterà molta impressione tra i suoi compagni e la popolazione, la sua formazione diventa parte integrante della formazione Matteotti e una Brigata assume il nome di Borrotzu, al comando del caro amico Franco Coni: sarà una delle prime formazioni a entrare a Genova per liberarla. Al tenente Borrotzu viene prima conferita la Medaglia d’argento e poi quella d’oro, intitolate varie scuole e strade in Sardegna e Liguria.

Il passaggio alla Resistenza, per molti, è dunque una decisione immediata. E’ il caso di tutti coloro che, in posizioni di comando o come semplici soldati, combattono nei reparti militari che, subito dopo l’armistizio, non accettano di consegnare le armi o di passare nelle formazioni repubblichine. Sono episodi innumerevoli: a Lero il capitano di fregata Luigi Re, cagliaritano, comandante della difesa marittima dell’isola, parteciperà alla lunga resistenza all’attacco tedesco e, dopo la resa, morirà in prigionia; il ten. col. Raffaele Delogu viene fucilato, con altri nove sardi, nel massacro della “Acqui” a Cefalonia; il colonnello Giovannino Biddau (nato a Ploaghe nel 1896), a Spalato con la divisione “Bergamo”, è fatto prigioniero e muore d’inedia a Flossemburg (è medaglia d’argento alla memoria); il colonnello Paolo Tola, sassarese, morirà nel lager di Bergen Belsen, dove era stato internato subito dopo l’8 settembre per avere rifiutato di combattere con i tedeschi e la repubblica di Salò.
Ricordiamo anche i finanzieri Salvatore Corrias di San Nicolò Gerrei, divenuto “Giusto tra le Nazioni” verrà fucilato dalle Brigate Nere e Giovanni Gavino Tolis di Chiaramonti, medaglia d’oro al merito civile, morirà a Mauthausen: operavano lungo il confine svizzero e aiutarono centinaia di antifascisti ed ebrei a passare il confine.

Un altro protagonista della Resistenza fu Bartolomeo Meloni, nato a Cagliari nel 1900 da una famiglia benestante di Santu Lussurgiu. Laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino, diventa ispettore generale delle Ferrovie  di Stato a Venezia. Fa parte del Pd’A e, come tutti i funzionari statali, è iscritto al Partito Fascista. Dopo l’armistizio, contribuisce a fondare la 10ª e 11ª Brigata Matteotti che agisce in tutto il Veneto.
I tedeschi cercavano di convogliare i prigionieri italiani verso la Germania, soldati, ufficiali che dovevano diventare forza lavoro al servizio dei nazisti, mentre per le formazioni partigiane era importante che rimanessero nel Paese per dare il loro contributo alla guerra di liberazione.

Meloni, grazie alle sue conoscenze nella rete ferroviaria, riesce a dare un prezioso aiuto alla Resistenza veneta: attivissimo, con i suoi compagni conduce sabotaggi delle tradotte militari dove transitano i prigionieri italiani, vengono deviati treni verso la Jugoslavia, contribuisce a salvare ebrei del ghetto di Venezia, procura armi, munizioni, equipaggiamenti ai partigiani. Per fermare o rallentare i treni venivano rialzate le traversine, riuscivano a introdurre nei treni alimenti per i prigionieri e, spesso, anche “piedi di porco” per sollevare le assi dei vagoni e fuggire durante le soste. Ben presto si diffuse la leggenda che i treni che passavano da Venezia, arrivavano in Germania vuoti. Non è certo il numero di prigionieri salvati in questo modo dalle deportazioni, ma il ruolo svolto da Meloni e dai ferrovieri contribuì in maniera determinante al rafforzamento del movimento partigiano.
Grazie all’attività politica nel Pd’A, entra in contatto con Silvio Trentin, deputato antifascista, fondatore del Partito d’Azione con Lussu e Rosselli, esule in Francia. Trentin in una lettera a Emilio Lussu del 23 ottobre ’43 scrive:
“Da lunedì mi trovo praticamente investito della Resistenza in tutto il Veneto. Credo che potremmo metter in piedi qualcosa di grande e di bello. Ho per luogotenente un tuo concittadino MAGNIFICO”, dove magnifico è scritto in stampatello a sottolineare la stima verso Meloni.
Bartolomeo Meloni fu arrestato il 4 novembre dalle SS, il suo appartamento saccheggiato e distrutto dai fascisti. Dopo 2 mesi di carcere viene deportato nel campo di concentramento di Dachau. Toccante è la testimonianza di don Giovanni Fortin, suo compagno di prigionia:
“Nella disperazione, nell’abbattimento, nella fame. Chi era la forza morale della piccola schiera? Era l’ing. Meloni. Il suo corpo sembrava di giorno in giorno assottigliarsi, ma il suo spirito ingigantiva maggiormente. I giorni di prigionia veneziana avevano fiaccato il suo corpo, ma egli era ancora sostenuto, pur essendo tanto gracile; era il morale che rinforzava il suo corpo, era una visione lontana di Bene, che egli pensava di dover compiere un giorno tornato in Patria”.
Da Dachau viene spostato in Cecoslovacchia, messo ai lavori forzati nei campi. Fortemente indebolito, denutrito, cade in un sonno comatoso e non riesce a svegliarsi per l’appello; il sorvegliante lo massacra a frustate con il nervo di bue e, trasferito in pessime condizioni di nuovo a Dachau, morirà nel campo il 9 luglio 1944. Gli è stata concessa la medaglia d’argento.

A Teramo, poco prima dell’avanzata alleata, i fascisti catturano un gruppo di partigiani che fanno parte della banda di “Armando Ammazzalorso”: tra di loro c’è il giovanissimo Elio De Cupis, nato ad Aggius nel 1924. Militare sbandato, dopo l’8 settembre 1943 si batté alla testa di una piccola formazione partigiana sui monti della Laga, fra Ascoli Piceno, L’Aquila e Teramo. Elio De Cupis fu sorpreso dai fascisti, mentre stava riposando con altri quattro partigiani nei pressi di Montorio al Vomano. Deferito al Tribunale militare straordinario di Teramo, il giovane fu condannato a morte.
Fu fucilato al cimitero di Teramo, subito dopo il processo, con il teramano Erminio Castelli e il veneziano Sergio Gucchierato. Secondo alcuni testimoni, i tre partigiani, furono condotti sul luogo dell’esecuzione ammanettati. Mentre erano avviati al sacrificio, cantavano inni patriottici, intervallandoli a “Bandiera Rossa”. Quando il manipolo fascista li legò alle sedie, De Cupis raccomandò al comandante di sparare bene e dopo la prima scarica (che finì Castelli e Gucchierato e lo ferì gravemente), ebbe ancora la forza di irridere ai suoi assassini.
Dopo la liberazione di Teramo (il 17 giugno 1944), due dei fascisti, scovati dai patrioti, furono giustiziati sul posto. La motivazione della Medaglia d’oro al valor militare, decretata, nel 1979, alla memoria di Elio De Cupis dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dice:
“Generoso figlio dell’eroica terra sarda, impugnava, tra i primi, le armi per il riscatto del popolo italiano. Dapprima tra i partigiani di Leonessa con l’incarico di staffetta sciatore, poi combattente sui monti della Laga, sempre assolveva il suo compito con serenità, fermezza e coraggio. Sorpreso nel sonno, veniva catturato e sottoposto a tortura perché rivelasse la posizione del suo reparto, ma non parlò. Processato dal Tribunale Speciale, che lo condannava a morte, coglieva l’occasione per vantarsi degli atti eroici compiuti nel nome dell’Italia libera. Davanti al plotone di esecuzione non vacillava, ma rivolgeva ancora parole di sprezzo contro i suoi carnefici accusandoli di tradimento alla Patria. Ferito gravemente alla prima scarica, si rivolgeva ai suoi assassini con un sorriso di scherno dicendo: «Vigliacchi, avete paura persino di sparare; imparate a mirar giusto!». Magnifico esempio di chi sa morire per la giusta causa della libertà”.

Flavio Busonera nasce a Oristano nel 1894, studia al liceo Dettori di Cagliari, presta servizio militare a La Maddalena e nel 1924 si laurea in medicina, diventando tenente medico. Esercita la professione medica in Sardegna, ma per via delle sue idee di sinistra (fu tra i fondatori a Cagliari del Partito Comunista locale) viene convocato dal Consiglio di discliplina, non si presenta, e viene rimosso dal grado di tenente medico.
Perseguitato dai fascisti lascia Cagliari per rifugiarsi in Veneto, continua a manifestare le sue idee e non ottiene importanti incarichi. Si trasferisce vicino a Udine, dove presta servizio per il comune come medico per i più poveri; si specializza in pediatria, ma le continue persecuzioni nei suoi confronti lo portano a peregrinare da una parte all’altra. Diventa medico delle formazioni partigiane, organizza il rifornimento di armi pilotando gli aviolanci degli alleati, assiste i prigionieri alleati e contribuisce alla costituzione di nuove bande partigiane. Durante la guerra di liberazione ritorna nelle file del partito socialista  e diviene commissario politico della “Brigata Venezia”.
Il 27 giugno del 1944, fingendosi partigiani, due brigatisti neri leggermente feriti, chiedono aiuto al medico per essere curati. Stabiliti i rapporti tra Busonera e la Resistenza, i fascisti lo arrestano. Il medico viene rinchiuso in carcere, a Padova, per circa 2 mesi e viene impiccato per rappresaglia il 17 agosto 1944, senza processo, a seguito della morte di Fronteddu, colonello fascista. La rappresaglia, voluta non dai nazisti bensì dai fascisti, non ebbe in realtà nessun vero legame con la morte del colonnello, essendo questo stato ucciso non per motivi politici bensì, probabilmente, a causa di gelosie per una donna contesa. Ciò nonostante l’omicidio fu attribuito ai partigiani e i fascisti, per dare l’esempio, fucilarono 7 detenuti e ne impiccarono altri 3. Tra questi ultimi c’era il medico sardo.

I partigiani, durante la prigionia del medico, pensarono di liberarlo con le armi, ma la moglie, che credeva fosse un’azione troppo pericolosa e pensava di poterlo salvare senza rischi, si oppose. Al momento dell’impiccagione, erano molti i partigiani armati presenti; lo scopo era quello di sparare e, nella confusione, far scappare il medico. Purtroppo il frate Padre Eusebio, al seguito della banda Koch, aveva richiamato una folla di fascisti arringandoli con una predica pubblica di fronte ai partigiani che stavano per essere impiccati. Inoltre la corda per l’impiccagione del medico era troppo lunga, cosa che allungò ancor di più l’agonia di Busonera.
Qualche giorno dopo apparve a Padova un manifesto con la frase:
“Perchè tremate, domandò al boia, io non tremo! Mettete bene il laccio.
Nella stretta del capestro l’ultima sua voce fu per gridare: Viva l’Italia!
Padovani, voi non dimenticherete”.

Secondo gli ultimi studi, i sardi che hanno partecipato alla Resistenza sono stati da 6500 a 7000. Solo in Piemonte ne sono stati contati oltre 550.
Molti combattenti sardi nella lotta per la libertà sono stati insigniti di medaglie al valore militare: 8 d’oro, 34 d’argento, 34 di bronzo.

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“D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia?
Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”

Italo Calvino

 


Fonti e letture:

  • Associazione Nazionale Partigiani d’Italia: //www.anpi.it
  • Antifascisti e partigiani sardi. Antonio Mulas
  • La Sardegna nella Seconda Guerra Mondiale, Manlio Brigaglia. Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia
  • Sezione Anpi Spinea: //anpispinea.blogspot.it/2011/01/bartolomeo-meloni-e-i-ferrovieri.html
  • Istituto spezzino per la storia della Resistenza, Progetto le vie della Resistenza: //www.isrlaspezia.it
  • //ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2001/04/25/SN801.html
  • //www.vicosanlucifero.it/excal/excal24/ex24spe5.html
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In un giorno di maggio a Trieste

Trieste

 

Una strada trafficata, le barche ancorate nel golfo, un bianco castello che riflette le sue forme sull’acqua e lo stereo che passa Riprendere Berlino degli Afterhours.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata perfetta, ma forse lo è comunque.

Dal finestrino passano veloci le immagini di questa città, caotica, rumorosa, rassicurante, pensierosa, leggera. Parrebbe quasi un quadro pennellato con colori intensi e caldi da un pittore legato alla sua passione e alla sua città: se è riuscito a creare quest’opera d’arte doveva amarla sul serio.

Perché più che nei monumenti, alcuni maestosi e alteri, altri sconfortanti e angosciosi, l’aria celestiale di Trieste va cercata nelle tinte concepite dal tramonto: nelle ombre marcate che ricoprono le linee severe dei palazzi di Piazza Unità d’Italia, nelle tonalità candide e rossicce che emergono dalle sue colline, nelle sfumature auree che impreziosiscono il molo, nei toni d’azzurro che dipingono l’Adriatico.

Per noi sardi non è un paesaggio certamente nuovo; anche qui il mare così familiare, le colline costellate da macchie di colore, il porto baciato dal sole, ma è l’atmosfera che è differente.

Dopotutto Trieste è la porta tra Oriente e Occidente, è il punto di ritrovo di tante culture diverse, nessuna delle quali, per tanto tempo, a casa propria. Soffermiamo il pensiero sugli italiani, e li rivediamo con lo sguardo rosso di passione verso l’Italia, verso quella Patria così agognata, vicina ma tremendamente lontana. Poi osserviamo i tedeschi, e li ricordiamo con lo sguardo orgoglioso verso il verde nord, con il pensiero volto alle germaniche terre; o ancora gli sloveni, con gli occhi sognanti rivolti a est, in cerca di una futura patria dorata. Sì, Trieste è stata terra di speranza. Speranza anche per chi, grondante di lacrime scure, ha visto una risiera diventar simbolo di dolore, ha maledetto quei piccoli mattoncini rossi, ha temuto quelle lugubri celle di morte ed è stato poi assorbito in quei lunghi steli che oggi incanalano l’anima del visitatore verso un atroce passato.

Tanti sguardi, tanti occhi, tante speranze così diverse racchiuse tra le tinte forti di questa città.

E si comprende allora che l’agognata Trieste, sacrificata in un piccolo angolo di terra al confine o forse, incastonata al centro dell’immenso continente europeo, in realtà non è mai stata di nessuno perché è sempre stata di tutti.

Di questi ragazzi, che affollano i tavolini della deliziosa piazza Unità d’Italia, sorseggiando l’aperitivo in attesa della notte. Ed è anche di coloro che, davvero numerosi, portano a spasso il cagnolino tra i vicoli della città, sempre abbigliati in modo impeccabile. E’ di questi signori che passeggiano sul molo, di quelle ragazze che si soffermano a leggere un libro di Svevo, di Joyce o di Saba, è di questo bimbo con in mano l’ultima saga di Harry Potter, è di colui che mi ha appena svelato che il caffè triestino è il più buono che esista.

E permettetemi, è pure un po’ mia, che oggi l’ho visitata per la seconda volta e l’ho amata ancora di più.

Risalgo in macchina, la strada è sempre più trafficata, qualche barca ha preso il largo, il castello di Miramare è ancora più bello, la radio passa Bye Bye Bombay degli After.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata imperfetta. Va bene così.

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Gardaland

Lasciamo la parte più riflessiva del viaggio e passiamo a quella molto più leggera e allegra (oh, tranquilli, con oggi concludiamo la lunga puntata sulla vacanza … promesso!).

 

GardalandIl perno, l’idea fissa su cui girava questa bella settimana di svago era essenzialmente una, e aveva il nome di Gardaland.

Avete in mente quanto possa essere divertente una giornata trascorsa in questo famoso parco??!

Io sì, lo sapevo già, visto che l’avevo visitato diversi anni fa durante la mia prima gita “in continente” con la scuola, gita che si rivelò bellissima e indimenticabile.

Una delle cose più belle di Gardaland è che finisci col trovarci pochi bambini e tanti adulti, ma così tanti e con età così diverse che viene da chiederti come possa avere tutto questo appeal.

Io credevo di essere l’unica ad andar matta per questi posti, mi sa che mi sbagliavo!

 

 

Dopo estenuanti ore di viaggio, arriviamo al parco e trovo tanti cambiamenti, alcuni dei quali mi lasciano un po’ titubante: Prezzemolo che con la sua ciurma intona, mano sul cuore, l’Inno d’Italia, per segnalare l’apertura del parco, è uno spettacolo agghiacciante, angoscioso e dal morir da ridere per la sua assurdità… Più ci penso e più non capisco che rapporto esista tra inno, pupazzo e cancelli… Boh.

Ma finalmente si entra.

 

Abbandonato Prezzemolo al suo destino (si rintanerà a casa sua, posto che noi, accortamente, eviteremo come la peste), iniziamo a girare il parco senza una meta precisa, aiutati in questo da una mappa un po’ confusionaria e impresentabile che non ti spiegava minimamente a cosa andavi incontro nelle diverse attrazioni.

Ma a noi… a noi non servivano certi chiarimenti, bastava l’intuito.

“Com’è questo?” (All’entrata di Time Voyagers)

“Tranquillissimo, vai tranquilla”. (E in effetti era così)

 

“E questo, com’è?”

“Ancora più tranquillo, è molto calmo” (All’entrata del Mammut…).

Ora, all’uscita c’erano tra di noi delle facce così sconvolte che per riprendersi non sarebbe bastato un giorno di riposo… sì, tutto a causa di un’attrazione per famiglie.

 

Ma le esagerazioni erano anche dalla parte degli ascoltatori.

“Ma non avevi detto che era tranquillo? È stato terribile, non finiva più!
All’uscita del Peter Pan: già il nome dice tutto.

 

Una delle cose più esilaranti di Gardaland è andare a ricercare le foto all’uscita di alcune attrazioni, solitamente quelle più famose e particolari.

Beh, detto così non è un granché, ma rivedere le nostre facce sconvolte immortalate sull’Ortobruco (una montagna russa per bimbi!) e leggere il terrore impresso nei nostri occhi mentre tutti nel negozio ci guardano stupiti, non ha prezzo! Quante risate si fanno in certe occasioni…

 

Tornando alle attrazioni, le docce forzate non potevano mancare grazie al Colorado (l’attrazione storica, che ha bagnato più del solito visto che eravamo fradici), all’imprevedibile Jungle Rapids (il nostro gommone è finito sotto una cascata, non vi dico come ne siamo usciti) e Fuga da Atlantide (una sorta di Colorado più avvincente e mistico).

Si capisce che i miei preferiti sono i giochi acquatici? Poche storie, dai, sono i più divertenti!

 

La giornata è passata velocissima, non abbiamo perso un solo minuto utile visto che siamo arrivati in anticipo e siamo stati gli ultimi ad andarcene esortati pure dalle guardie (ma dovevo riuscire a spedire almeno qualche cartolina, dovevo testimoniare il mio ritorno qui anche ai più scettici!).

Gli altri giorni li ho passati in giro qui e là, ho visitato la bellissima Trieste (la via sul porto è molto Confinesimile alla nostra Via Roma a Cagliari, peccato non aver girato di più), il maestoso castello di Miramare (quanto mi è piaciuto quel luogo, semplicementeScoiattolo in fuga incantevole), la città romana di Aquileia dove ho incontrato il mio primo scoiattolo (ehm sì, non avevo mai visto uno scoiattolo in vita mia…), e chiaramente tutto il centro di Gorizia, un giro in Slovenia sulla placca di confine (presa d’assalto anche da altri turisti) e la città di Nova Gorica.

 

E questo è tutto.

Alla prossima!

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Sui luoghi della Grande Guerra

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Per la prima volta sono stata a Gorizia, bella cittadina al confine con la Slovenia, dove ho avuto modo di fare un bel tour nel territorio, visitando i primi giorni soprattutto i luoghi in cui si sono svolte le cruente battaglie della Grande guerra.


E sono proprio questi posti che mi hanno emozionato e impressionato più di tutti, e che sono divenuti per me il simbolo di questo viaggio.

Avete in mente cosa si prova ad entrare dentro una trincea, ad osservare i muretti costituiti da pietra carsica, le bocche delle cannoniere nascoste sui monti, e soprattutto scrutare con reverenziale rispetto i luoghi in cui riposano i nostri caduti in guerra?

 

Io, fino a due settimane fa, non avevo neanche la minima idea di cosa si provasse a ripercorrere quei tragici anni, non pensavo si potesse rimanere colpiti in questo modo di fronte alla semplicità di un monumento, di un muro, di un’infinita lista di nomi o di epigrafi poste a ricordo di quel periodo.

 

Ma la potenza di questi luoghi è che in tutta la loro tragicità eColle S.Elia -Ad un ignoto- infelice verità riescono a far materializzare un pezzo di passato di fronte ai tuoi occhi, a riproportelo come una parte del tuo presente.

Quei fatti che sembrano così lontani non sono solo sterili puntini di inchiostro su un noioso libro di storia, non sono solo date, nomi e luoghi da ricordare…  tutto questo è stato realtà.

 

E se tutti volessero percorrere quei sentieri, se avessero il tempo di osservare quei cunicoli carichi di tristezza, se avessero la voglia di leggere quelle dediche così toccanti e la pazienza di riflettere su quella interminabile lista di nomi, si arricchirebbero di un’utilissima lezione, non solo di storia, ma soprattutto di vita.

Tutte queste sensazioni sono scaturite dalla visita al monte di SanMonumento Colle S.Elia Michele, che fu un vero calvario per i soldati, carico di ferite, di difese, di grosse gallerie, dove gli austriaci utilizzarono il gas mortale contro gli italiani e dove si combatterono le più aspre battaglie dell’Isonzo; sono stata al colle S. Elia, oggi chiamato Parco della Rimembranza, che fino al 1938 ospitava 30.000 caduti della III armata. In questo luogo non erano presenti simboli religiosi ma cimeli di guerra, ciascuno dei quali con una propria iscrizione, mentre oggi troviamo 31 cippi costruiti in pietra carsica.

 

«Agli invitti

Che diedero per la Patria

Tutto il sangue,

Solo è degno di accostarsi

Chi ha nel cuore la Patria»

 

Con queste parole impresse all’entrata e scolpite nell’anima si inizia la visita al Redipuglia.

 

Redipuglia è il più grande sacrario militare italiano e tra i più imponenti d’Europa, in quanto custodisce i resti di 100.187 caduti, di cui solo 39.857 noti.

E’ stato costruito nel 1938 per riordinare l’area cimiteriale del colle S.Elia e si configura come una monumentale scalea-ossario che propone al visitatore il superamento di 22 gradoni in pietra, a simboleggiare l’ascesa delle anime al cielo, fino alle 3 alte croci che rappresentano il calvario.

Il monumento riproduce perfettamente lo schieramento I gradonedi un imponente esercito ben ordinato, con alla base i propri generali caduti duranti il conflitto e al centro, isolata, la tomba del comandante della III armata, il Duca d’Aosta (deceduto nel 1931) che, nel suo testamento, ha richiesto di venire tumulato «…In mezzo agli eroi della Terza Armata. Sarò con essi vigile e sicura scolta alle frontiere d’Italia, al cospetto di quel Carso che vide epiche ed innumeri sacrifici, vicino a quel mare che accolse le salme dei marinai d’Italia».

 

Le lastre di bronzo presenti sull’ampio piazzale, riportano i nomi di luoghi teatro dei sanguinosi combattimenti.

 

In mezzo ai nomi dei soldati caduti, al centro del I gradone, è posta la più grande targa in bronzo presente, dedicata all’unica donna del sacrario.

Si tratta della Crocerossina Margherita Kaiser Parodi, morta a soli 20 anni, che aiutò fino all’ultimo istante i feriti che arrivavano dai campi di battaglia. Fu decorata con la medaglia di bronzo al valor militare, «per essere rimasta al suo posto mentre il nemico bombardava la zona dove era situato l’ospedale cui era addetta.»

Ho visitato il sacrario a pomeriggio inoltrato, con le sfumature del tramonto che coloravano il marmo bianco, le scritte in rilievo dei  –Presente- che si fondevano con i nomi sottostanti perdendo la loro maestosità, con il bronzo delle lastre che luccicava e si illuminava di tinte rossastre, quasi a sottolineare tutta la crudeltà di cui si compone una guerra disumana.

 

«O viventi che uscite

Se per voi non duri

E non cresca la gloria della Patria

Noi saremo morti invano.»

 

All’uscita del sacrario un’epigrafe a suggellare la visita e a ricordare che, questo nostro Paese, con tutti i suoi molteplici problemi, con la sua negligenza, le sue croniche difficoltà e incertezze, rimane pur sempre la nostra Patria da amare, da rispettare, la stessa per cui, i ragazzi di tutti i conflitti –senza distinzioni di tempi e di fortune- offrirono il loro immane sacrificio per la libertà della nostra Italia.

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Colle S.Elia -Soldato ignoto-

 

 

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