Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

Archivio per il tag “Emilio Lussu”

Apogeo e declino del fascismo in Sardegna

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Carbonia

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Il periodo di maggior consenso del Partito Fascista a Cagliari e in provincia coincide con la fondazione di Carbonia avvenuta nel 1938.

La decisione di erigere una città intorno al grande giacimento del Sulcis fu strettamente collegata alla politica autarchica voluta da Mussolini a seguito delle sanzioni, imposte dalla Società delle Nazioni, all’indomani dell’aggressione all’Etiopia. Mussolini annunciò il rilancio della produzione del carbone durante un viaggio in Sardegna. Tre anni dopo, precisamente nel 1938, Carbonia veniva inaugurata e dagli 8.000 abitanti iniziali passerà a oltre 40.000 già nel 1944.
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La stragrande maggioranza dei sardi, così come degli italiani, accettò il regime senza particolari riserve. Gli antifascisti più noti vanno ricordati nella figura di Giovanni Lay, comunista, imprigionato negli anni Trenta, il sardista Dino Giacobbe che nel 1937 abbandonerà clandestinamente la Sardegna per combattere nella guerra spagnola, Francesco Fancello, anch’egli sardista e il repubblicano Cesare Pintus che verranno condannati dal Tribunale Speciale nel 1931. Il più importante di tutti fu Emilio Lussu.
L’antifascismo non fu in grado di coinvolgere il resto della popolazione, anche perchè confinato in circoli ristrettissimi.
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Nel 1930, secondo una rilevazione statistica prefettizia, su una popolazione della provincia di Cagliari di 461.304 unità si registra la presenza di 164 tra Fasci e Gruppi rionali e di 53 Fasci femminili; il numero dei tesserati è di 15.155 unità; i Fasci giovanili ne raccolgono 5.082, i Guf 490, l’O.N.B. 16.800.
Con le 1.842 iscritte ai Fasci femminili, le 5.696 piccole italiane e 631 giovani italiane, il numero complessivo degli aderenti alle principali organizzazioni del partito è di circa 30.541 unità. Possiamo affermare che circa il dieci per cento della popolazione era inquadrato nel Pnf.

I dati delle province di Nuoro e di Sassari dello stesso anno indicano una percentuale di iscritti e tesserati pari al dodici per cento a Nuoro e del dieci per cento a Sassari.
Quattro anni dopo gli iscritti al Pnf nella provincia di Cagliari erano 17.000 e nel 1938 raggiungevano le 23.000 unità.
Nel 1940, con l’apertura delle iscrizioni ai combattenti, il totale degli iscritti raggiungeva le 32.000 unità anche se, dei 14.000 combattenti iscritti, solo 4.500 avevano pagato la tessera.
Questi numeri, che trasmettono l’immagine di un partito di massa, nascondono una forte adesione dettata anche da ragioni di opportunità sociale; avere la tessera significava aver accesso al pubblico impiego, e finì col divenire più una formalità burocratica che un segno di appartenenza al partito.

Con lo scoppio della guerra e i continui bombardamenti, con l’aumento del costo della vita e delle difficoltà negli approvvigionamenti si registrò un crescente malcontento popolare nei confronti del regime.
L’isolamento, sia morale che materiale, in cui era piombata la Sardegna, finì col ridar forza ai pensieri autonomistici. Una fonte di polizia comunicherà: “Da voci da noi udite ripetutamente, i Sardi, pur di finirla, vedrebbero favorevole un distacco dalla Madre Patria e magari un’occupazione inglese”.

In una lunga relazione del 18 giugno del 1943 al Ministero dell’Interno, un ispettore di pubblica sicurezza, faceva notare che “Ogni intralcio burocratico viene attribuito al preteso disinteresse del continente verso la Sardegna”. E’ evidente come la sfiducia nelle autorità andava di pari passo con il progressivo distacco della popolazione sarda dal regime. Accanto alla lealtà verso la monarchia cominciava a serpeggiare nella popolazione l’insofferenza verso il regime e la consapevolezza che la Sardegna continuava ad essere trascurata e scarsamente difesa (la situazione era drammatica in seguito ai bombardamenti  e alla mancanza di collegamenti sia interni che verso il continente). Riemergeva insomma quel forte sentimento di identità locale che unitamente al rivendicazionismo economico e politico nei confronti dello Stato aveva costituito il punto di forza del programma e degli ideali sardisti del primo dopoguerra.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net

Le imprese dei Partigiani sardi

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25 aprile 1945

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La Sardegna non ha conosciuto la guerra di Liberazione sul proprio territorio, ma sono tantissimi i sardi che parteciparono alla Resistenza in ogni parte d’Europa: in Italia innanzitutto, in Francia, nei Balcani. Del resto, anche la Sardegna aveva conosciuto l’antifascismo e la repressione: 208 sardi erano stati giudicati di fronte al Tribunale speciale e 260 erano stati assegnati al confino. 120, infine, furono i sardi accorsi, dal 1936, in difesa della Spagna repubblicana.

Tralasciamo in questa pagina la figura di Gramsci, di Lussu e Fancello, i rappresentanti più emblematici dell’antifascismo sardo, per dedicarci a quelle meno note.

Molto intensa è la partecipazione dei sardi nelle formazioni partigiane che operano a Roma, e molti di loro cadranno nella lotta: lo studente Mario Demartis (nato a Sassari nel 1920), tenente pilota, catturato dai tedeschi a Grosseto l’8 settembre, evade, raggiunge Roma ed entra nella banda “Hazon-Napoli”: arrestato e torturato a via Tasso, è fucilato a Forte Bravetta il 3 giugno 1944.
A Forte Bravetta era stato fucilato, il 31 dicembre 1943, il comunista Antonio Feurra (nato a  Seneghe, 1898), piccolo venditore di ortofrutta a Roma, ma che dopo l’8 settembre era diventato comandante militare dei Gap di Monte Sacro.
L’attentato di via Rasella contro i nazisti occupanti, uno dei fatti più noti della Resistenza romana, vide in prima linea i partigiani sardi Silvio Serra, studente cagliaritano, e Francesco Curreli di Austis, già combattente in Spagna; contribuirono all’azione con il lancio di bombe a mano. Militavano nei Gap romani anche Luigi Pintor, Ines Berlinguer, Marisa Musu e la madre Bastianina Musu Martini dirigente dell’organizzazione femminile assieme a un’altra cagliaritana, Antonietta Marturano Pintor, sempre presente accanto ai suoi figli, antagonisti del fascismo. I tedeschi risposero all’attentato con il terribile massacro delle Fosse Ardeatine, in cui morirono 9 antifascisti sardi.

Notevole fu la presenza degli isolani anche nella Brigata “Garibaldi Trieste”, in cui particolarmente rilevante fu l’opera di un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda conosciuto con il nome “Corvo”.
L’8 settembre Podda ha poco più di 19 anni, soldato a Perugia. Con un gruppo di una sessantina di coetanei, tutti sardi, raggiunge Civitavecchia per cercare un imbarco per la Sardegna: ma la parola d’ordine “tutti a casa” è più difficile per chi deve anche passare il mare. I ragazzi si sbandano, dandosi alla campagna tra Roma e Viterbo, si dividono in tre gruppi secondo i paesi di provenienza. Ma, braccati dai fascisti e dai tedeschi, sono costretti ad arruolarsi, a Roma, in un battaglione di guardie della repubblica di Salò composto in gran parte di sardi e comandato da due ufficiali anch’essi sardi, i colonnelli Barracu e Fronteddu. Nel gennaio del 1944 disertano per raggiungere i partigiani del “Battaglione triestino d’assalto” col quale combatteranno sino alla liberazione. Molti di loro cadono in battaglia, i più maturi diventano capi-formazione.
In tutti, la solidarietà regionale agisce allo stesso modo in cui, su quelle stesse alture, aveva agito nella Brigata Sassari. Non è un’immagine retorica:
«Vi comunichiamo – scrive il capo di stato maggiore della Natisone al comando del 9° Korpus nel dicembre del ’44 – che presso la 158.ma brigata si trova un forte gruppo di sardi, cioè nativi di Sardegna. A noi consta che nella brigata Triestina esiste un nucleo di sardi che desiderano passare alla 158.ma brigata, per formare un battaglione sardo. Dato che il comandante della 158.ma brigata, compagno MoroSalvatore Bulla, nato a Bultei nel 1920), è pure sardo, è ovvio spiegare il significato politico che avrebbe la formazione di un battaglione sardo».
La vicenda verrà ripresa da due ex comandanti partigiani, Giacuzzo e Scotti, nel libro “Quelli della montagna”. I due partigiani descrivono le imprese del Battaglione d’assalto “Trieste” facente parte dell’omonima brigata partigiana “Garibaldi”. In un capitolo intitolato “Arrivano i Sardi”, Giacuzzo e Scotti così raccontano:
«Proprio in quel periodo, verso la fine del gennaio 1944, il Battaglione ha la gradita sorpresa di essere raggiunto da 54 militari italiani, giovani mobilitati dalla Repubblica di Salò, i quali affermano di aver disertato le file del loro Battaglione dislocato a Opicina presso Trieste e chiedono di combattere contro i tedeschi e i fascisti. Sono tutti della Sardegna, completamente equipaggiati (ben vestiti, con armi e munizioni). Con essi il Battaglione triestino raddoppia i propri effettivi […]. A capeggiare la diserzione dei Sardi dalle formazioni “repubblichine” è un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda […]. Tutti si dimostrarono in seguito ottimi combattenti, convalidando la scelta fatta con il sacrificio della propria vita. Non è possibile ricordarli tutti, ma alcuni nomi di caduti restano impressi nella memoria: Francesco Cuccu, Egidio Mesina e Pietro Maria Campus di Orgosolo, su otto di quel paese; Giovanni Sanna, Giorgio Delogu, Ciriaco Cuccu e Giorgio Sanna su nove del paese di Bitti, Carmine Carcangiu e Salvatore Piras del Nuorese. Fra i sopravvissuti, oltre al Podda […] si ricordano: Antonio Francesco Corraine, Antonio Michele Mesina, Pietro Maria Corraine, Giovanni Catgiu, tutti di Orgosolo. Giuseppe Buffo, Salvatore Coccu, Pietro De Roma, Giuseppe Mameli, Pietro Giovanni “Lattu”, tutti di Bitti; Ignazio Ticca di Nuoro, Giulio Buttau di Villanova Strisaili, Angelino Soro di Galtellì, Pietro Bonu di Bono, Giovanni Morozzu di Benetutti, Pasquale Fozzi di Bonorva, che sarà ferito in combattimento e diverrà comandante del Battaglione, Antonio Spanu di Cossoine, Antonio Fenu di Mons (forse Mores o Monti)».
Il battaglione, con la presenza dello stesso Podda,  riuscì a compiere un’importante azione di sabotaggio nell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, occupato dai nazisti. Vennero incendiati almeno 8 aerei tedeschi carichi di bombe, fatto talmente noto da essere ripreso da Radio Londra e Radio Mosca.
Negli scontri morirono due partigiani sardi, Salvatore Piras nato a Dorgali e Carmine Carcangiu di Orgosolo. All’azione parteciparono anche Antonio Michele Mesina di Orgosolo, Bernardino Ruiu di Orune e Giuseppe Carboni di Tonara.
72 partigiani vennero catturati dai fascisti, tra cui lo stesso Podda, per essere fucilati a Gorizia. Rimarranno in carcere fino alla liberazione della città.

E ci sono combattenti di lunga data, che riprenderanno le armi in Italia, come il comunista Sisinnio Mocci, nato a Villacidro nel 1903, combattente in Spagna nelle Brigate Internazionali, deportato nel campo francese Vernet e poi a Ventotene che, liberato dopo il 25 luglio, partecipa all’organizzazione della resistenza romana (ricercato, si nascose nella villa romana del regista Luchino Visconti in qualità di finto maggiordomo), catturato, sarà fra i martiri delle Ardeatine; o come Andrea Scano, nato a  Santa Teresa di Gallura nel 1911, anch’egli comunista, espatriato clandestinamente per andare a combattere in Spagna, rimpatriato dopo la fine della guerra e che, liberato dal confino alla caduta del fascismo, sarà commissario politico dei Gap genovesi e poi della 108.ma brigata Garibaldi nell’Alessandrino.

Fausto Cossu fu uno dei più importanti comandanti della lotta partigiana nel piacentino, contribuì alla liberazione di Bobbio (la prima città del Nord Italia a essere liberata), e alla fondazione della “Repubblica di Torriglia”, nel territorio strappato all’occupazione nazifascista.
Nato a Tempio Pausania nel 1914, laureato in Giurisprudenza, diventa ufficiale dei Carabinieri e nel 1942 viene inviato in Jugoslavia. Dopo l’armistizio viene catturato dai tedeschi, riuscito a fuggire trova riparo nel piacentino dove inizia a reclutare i carabinieri scontenti  di essere inquadrati  nei ranghi dei repubblichini. Con il loro apporto, riesce ad organizzare una formazione autonoma della Resistenza  che chiamò “Compagnia  carabinieri patrioti”, cui faranno parte centinaia di soldati sbandati e giovani che non vollero rispondere alla chiamata della repubblica di Salò.
Il comandante “Fausto” si dichiara antifascista, democratico e apolitico, distaccandosi totalmente sia dai gruppi comunisti che democristiani. La struttura militare che Cossu riesce a organizzare è professionale, militarmente preparata e composta da oltre 600 uomini. I nazifascisti sono costretti a lasciare le zone più insicure a seguito dei ripetuti scontri con i partigiani della Compagnia. La divisione cambia il nome in “Giustizia e Libertà” senza nessun riferimento politico, con Cossu sempre al comando. Nel luglio del ’44 Cossu e i suoi uomini entrano a Bobbio appena abbandonata da tedeschi e fascisti, e dal balcone del municipio proclama la liberazione della città. Le forze partigiane comprendono ormai 4.000 uomini, i tedeschi lanciano un nuovo assalto occupando Bobbio con la divisione Turkestan composta in parte da mongoli. Ma ormai la strada è segnata: le divisioni partigiane attaccano i nazifascisti e sarà proprio Cossu, alla testa dei suoi uomini, a liberare Piacenza il 28 aprile 1945.

Gli Americani lo decorarono con la “Bronze Star”.

Tra i protagonisti della Resistenza veronese ricordiamo il comandante partigiano Pietro Meloni, soprannominato “Misero”.
Nato a Sestu il 23 novembre 1899, di famiglia poverissima, frequentò solo la prima elementare e a sette anni cominciò a lavorare in campagna. Raggiunta l’età della leva, riuscì ad arruolarsi nella Guardia di Finanza dove rimase sino all’età di 24 anni quando, ferito in servizio, fu congedato con una piccola “pensione temporanea” che non gli permetteva di vivere. Fu così che Meloni decise di emigrare in Francia, dove unì un’intensa attività politica allo studio dei testi classici del movimento operaio. Lì conobbe nel 1925 una sua quasi coetanea veronese, Rosa Tosoni; i due emigrati si sposarono e si stabilirono a Lione. Qui entrambi entrarono nell’organizzazione comunista. L’occupazione tedesca trova i coniugi Meloni a Modane, dove Pietro era diventato segretario della sezione comunista. Per un certo periodo di tempo Pietro e Rosa collaborano con la Resistenza francese; poi decidono di tornare in Italia. Nel 1940 i due sposi sono a Verona, lui lavora alla Mondadori e al contempo membro del Comitato federale clandestino del PCI, lei occupata all’Arsenale militare.
Pochi anni di relativa tranquillità, poi l’armistizio, l’occupazione tedesca e l’inizio dell’attività di organizzazione della lotta di liberazione nei comuni della provincia di Verona. Traditi da un conoscente che organizza un finto incontro nei pressi della chiesa parrocchiale di S. Massimo, frazione di Verona, vengono catturati dalle SS tedesche. Era il 12 ottobre del 1944 quando i Meloni finirono nel carcere ricavato dall’ex INA di Verona, in corso Porta Nuova. Vi stettero pochi giorni, e vi uscirono, segnati dalle torture, per essere deportati nel campo di Gries, alla periferia di Bolzano. Un mese dopo Meloni viene trasferito nel lager di Gusen (Mauthausen), dove muore nel marzo del 1945; anche qui organizzerà con i reclusi quella che è stata definita come la “Resistenza del filo spinato”. Rosa riesce a sopravvivere sino alla Liberazione, tornerà a Verona a lavorare all’Arsenale, aspettando il rientro del marito dal campo di concentramento. Anche da pensionata continuerà, sino in età molto avanzata, nel suo impegno nelle organizzazioni democratiche veronesi. Nel 1955, nel primo decennale della Resistenza, il Comune di Verona conferisce alla memoria di Pietro Meloni una medaglia d’oro, per il contributo dato alla lotta partigiana.

Poi c’è l’esempio di Gavino Cherchi, nato a Ittireddu il 15 agosto 1911, si laurea in Lettere e Filosofia e insegna in vari istituti italiani. E’ un intellettuale, giornalista, scrittore, autore di vari romanzi. Dopo l’armistizio decide di far parte della Resistenza con il nome di battaglia “Stella”, nel CLN di Parma. E’ a capo del Servizio Informazioni Partigiano della città, con il compito di controllare gli spostamenti delle truppe tedesche e scoprire eventuali piani militari contro i partigiani. In seguito a una delazione, il 5 marzo del ’45 viene arrestato e torturato dalla polizia tedesca, infine ucciso il 28 marzo con altri due partigiani a colpi di mitra a Casalmaggiore (PR) sulla riva del Po. I loro corpi furono gettati nel fiume e mai più ritrovati.

Claudio Deffenu fu un leggendario comandante dei GAP di Bologna.
Vestito da repubblichino con altri 3 partigiani, si presenterà in carcere con la scusa di dover consegnare 4 resistenti appena catturati. Una volta dentro, riusciranno a legare le guardie, tagliare i fili del telefono e liberare ben 340 detenuti politici e comuni.
Nato a Nuoro nel 1911, laureato in Giurisprudenza, entra nell’esercito e diventa insegnante degli ufficiali di Parma. Liberal-socialista e antifascista, dopo l’8 settembre entra in contatto con il CLN di Ferrara. Nel ’44 si trasferisce a Bologna e con il nome di battaglia “Garavelli” diventa l’ideatore di oltre 50 azioni partigiane. Alcune di queste diverranno famosissime, come l’attacco all’Hotel Baglioni ritrovo di gerarchi nazisti e fascisti, avvenuto il 29 settembre. Vestito in divisa militare, riuscirà a mescolarsi tra gli alti ufficiali tedeschi e fascisti e, una volta uscito dopo aver raccolto preziose informazioni, darà l’incarico ai suoi uomini di far saltare in aria l’albergo. Solo una parte finirà con l’essere distrutto, ma un successivo clamoroso attentato lo farà crollare interamente. Il tribunale del CNL sarà più volte presieduto dallo stesso Deffenu. Gli verrà conferita la Medaglia d’Argento al valor militare.

Tragica sarà la sorte di 17 avieri sardi, sbandati dopo l’8 settembre sulla strada di Civitavecchia, non riusciranno a imbarcarsi per l’isola. Rimasti insieme, vengono scovati a Sutri da fascisti e tedeschi e fucilati sul posto, senza nessun processo. Solo di 12 si conoscerà il nome e solo uno riuscirà a salvarsi; fingendosi morto, verrà curato dalla popolazione del luogo.

Eroica è la storia di Piero Borrotzu, nato a Orani (Nu) nel 1921. Il padre Francesco, reduce della Prima Guerra Mondiale, muore per le ferite riportate lasciando i due figli piccoli alle sole cure della moglie, ligure, laureata in ostetricia. Piero studierà prima nel liceo Asproni di Nuoro, si iscriverà all’università e sarà ammesso nel 1941 all’Accademia Militare di Modena. Al momento dell’armistizio si trova di stanza a Milano: si oppone ai tedeschi che vogliono occupare la Pirelli, arrestando due ufficiali nazisti, viene rimproverato dai superiori e vede i suoi prigionieri ritornare in libertà. E’ in quel momento che decide di scegliere la via della Resistenza. Abbandona la caserma fortunosamente, con abiti borghesi e al braccio di una donna. Ritorna in Liguria, a Vezzano, nel paese originario della madre e allaccia contatti con gli antifascisti della zona. Si reca a Parma per rafforzare legami clandestini e incontra Franco Coni, cagliaritano, suo compagno di Accademia, già  attivo nella lotta partigiana. Insieme, comandano la “Brigata d’Assalto Lunigiana”, compiendo importantissime azioni contro i nazifascisti, facendo bottino di viveri, armi e munizioni. La sera del 4 aprile 1944 si reca a Chiusola per informarsi su ciò che accade nella zona, dorme in paese contro ogni sua abitudine e, all’alba, il paese si sveglia tra le urla e i colpi di mitra dei tedeschi accompagnati da fascisti. La popolazione viene adunata nella piazza della chiesa, lo scopo è quello di una rappresaglia per aver dato ospitalità ai partigiani. Borrotzu non è stato scoperto, potrebbe fuggire, ma decide di consegnarsi ai nemici in cambio della liberazione degli innocenti. I tedeschi lo torturano e lo conducono nella piazza. Qui vengono liberati i 70 prigionieri, i 5 rimasti riusciranno miracolosamente a salvarsi, e viene dato l’ordine di uccidere Borrotzu. Prima dell’esecuzione riesce a urlare “Viva l’Italia”, viene colpito al petto e finito con un colpo di pistola alla nuca.
Il suo gesto susciterà molta impressione tra i suoi compagni e la popolazione, la sua formazione diventa parte integrante della formazione Matteotti e una Brigata assume il nome di Borrotzu, al comando del caro amico Franco Coni: sarà una delle prime formazioni a entrare a Genova per liberarla. Al tenente Borrotzu viene prima conferita la Medaglia d’argento e poi quella d’oro, intitolate varie scuole e strade in Sardegna e Liguria.

Il passaggio alla Resistenza, per molti, è dunque una decisione immediata. E’ il caso di tutti coloro che, in posizioni di comando o come semplici soldati, combattono nei reparti militari che, subito dopo l’armistizio, non accettano di consegnare le armi o di passare nelle formazioni repubblichine. Sono episodi innumerevoli: a Lero il capitano di fregata Luigi Re, cagliaritano, comandante della difesa marittima dell’isola, parteciperà alla lunga resistenza all’attacco tedesco e, dopo la resa, morirà in prigionia; il ten. col. Raffaele Delogu viene fucilato, con altri nove sardi, nel massacro della “Acqui” a Cefalonia; il colonnello Giovannino Biddau (nato a Ploaghe nel 1896), a Spalato con la divisione “Bergamo”, è fatto prigioniero e muore d’inedia a Flossemburg (è medaglia d’argento alla memoria); il colonnello Paolo Tola, sassarese, morirà nel lager di Bergen Belsen, dove era stato internato subito dopo l’8 settembre per avere rifiutato di combattere con i tedeschi e la repubblica di Salò.
Ricordiamo anche i finanzieri Salvatore Corrias di San Nicolò Gerrei, divenuto “Giusto tra le Nazioni” verrà fucilato dalle Brigate Nere e Giovanni Gavino Tolis di Chiaramonti, medaglia d’oro al merito civile, morirà a Mauthausen: operavano lungo il confine svizzero e aiutarono centinaia di antifascisti ed ebrei a passare il confine.

Un altro protagonista della Resistenza fu Bartolomeo Meloni, nato a Cagliari nel 1900 da una famiglia benestante di Santu Lussurgiu. Laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino, diventa ispettore generale delle Ferrovie  di Stato a Venezia. Fa parte del Pd’A e, come tutti i funzionari statali, è iscritto al Partito Fascista. Dopo l’armistizio, contribuisce a fondare la 10ª e 11ª Brigata Matteotti che agisce in tutto il Veneto.
I tedeschi cercavano di convogliare i prigionieri italiani verso la Germania, soldati, ufficiali che dovevano diventare forza lavoro al servizio dei nazisti, mentre per le formazioni partigiane era importante che rimanessero nel Paese per dare il loro contributo alla guerra di liberazione.

Meloni, grazie alle sue conoscenze nella rete ferroviaria, riesce a dare un prezioso aiuto alla Resistenza veneta: attivissimo, con i suoi compagni conduce sabotaggi delle tradotte militari dove transitano i prigionieri italiani, vengono deviati treni verso la Jugoslavia, contribuisce a salvare ebrei del ghetto di Venezia, procura armi, munizioni, equipaggiamenti ai partigiani. Per fermare o rallentare i treni venivano rialzate le traversine, riuscivano a introdurre nei treni alimenti per i prigionieri e, spesso, anche “piedi di porco” per sollevare le assi dei vagoni e fuggire durante le soste. Ben presto si diffuse la leggenda che i treni che passavano da Venezia, arrivavano in Germania vuoti. Non è certo il numero di prigionieri salvati in questo modo dalle deportazioni, ma il ruolo svolto da Meloni e dai ferrovieri contribuì in maniera determinante al rafforzamento del movimento partigiano.
Grazie all’attività politica nel Pd’A, entra in contatto con Silvio Trentin, deputato antifascista, fondatore del Partito d’Azione con Lussu e Rosselli, esule in Francia. Trentin in una lettera a Emilio Lussu del 23 ottobre ’43 scrive:
“Da lunedì mi trovo praticamente investito della Resistenza in tutto il Veneto. Credo che potremmo metter in piedi qualcosa di grande e di bello. Ho per luogotenente un tuo concittadino MAGNIFICO”, dove magnifico è scritto in stampatello a sottolineare la stima verso Meloni.
Bartolomeo Meloni fu arrestato il 4 novembre dalle SS, il suo appartamento saccheggiato e distrutto dai fascisti. Dopo 2 mesi di carcere viene deportato nel campo di concentramento di Dachau. Toccante è la testimonianza di don Giovanni Fortin, suo compagno di prigionia:
“Nella disperazione, nell’abbattimento, nella fame. Chi era la forza morale della piccola schiera? Era l’ing. Meloni. Il suo corpo sembrava di giorno in giorno assottigliarsi, ma il suo spirito ingigantiva maggiormente. I giorni di prigionia veneziana avevano fiaccato il suo corpo, ma egli era ancora sostenuto, pur essendo tanto gracile; era il morale che rinforzava il suo corpo, era una visione lontana di Bene, che egli pensava di dover compiere un giorno tornato in Patria”.
Da Dachau viene spostato in Cecoslovacchia, messo ai lavori forzati nei campi. Fortemente indebolito, denutrito, cade in un sonno comatoso e non riesce a svegliarsi per l’appello; il sorvegliante lo massacra a frustate con il nervo di bue e, trasferito in pessime condizioni di nuovo a Dachau, morirà nel campo il 9 luglio 1944. Gli è stata concessa la medaglia d’argento.

A Teramo, poco prima dell’avanzata alleata, i fascisti catturano un gruppo di partigiani che fanno parte della banda di “Armando Ammazzalorso”: tra di loro c’è il giovanissimo Elio De Cupis, nato ad Aggius nel 1924. Militare sbandato, dopo l’8 settembre 1943 si batté alla testa di una piccola formazione partigiana sui monti della Laga, fra Ascoli Piceno, L’Aquila e Teramo. Elio De Cupis fu sorpreso dai fascisti, mentre stava riposando con altri quattro partigiani nei pressi di Montorio al Vomano. Deferito al Tribunale militare straordinario di Teramo, il giovane fu condannato a morte.
Fu fucilato al cimitero di Teramo, subito dopo il processo, con il teramano Erminio Castelli e il veneziano Sergio Gucchierato. Secondo alcuni testimoni, i tre partigiani, furono condotti sul luogo dell’esecuzione ammanettati. Mentre erano avviati al sacrificio, cantavano inni patriottici, intervallandoli a “Bandiera Rossa”. Quando il manipolo fascista li legò alle sedie, De Cupis raccomandò al comandante di sparare bene e dopo la prima scarica (che finì Castelli e Gucchierato e lo ferì gravemente), ebbe ancora la forza di irridere ai suoi assassini.
Dopo la liberazione di Teramo (il 17 giugno 1944), due dei fascisti, scovati dai patrioti, furono giustiziati sul posto. La motivazione della Medaglia d’oro al valor militare, decretata, nel 1979, alla memoria di Elio De Cupis dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dice:
“Generoso figlio dell’eroica terra sarda, impugnava, tra i primi, le armi per il riscatto del popolo italiano. Dapprima tra i partigiani di Leonessa con l’incarico di staffetta sciatore, poi combattente sui monti della Laga, sempre assolveva il suo compito con serenità, fermezza e coraggio. Sorpreso nel sonno, veniva catturato e sottoposto a tortura perché rivelasse la posizione del suo reparto, ma non parlò. Processato dal Tribunale Speciale, che lo condannava a morte, coglieva l’occasione per vantarsi degli atti eroici compiuti nel nome dell’Italia libera. Davanti al plotone di esecuzione non vacillava, ma rivolgeva ancora parole di sprezzo contro i suoi carnefici accusandoli di tradimento alla Patria. Ferito gravemente alla prima scarica, si rivolgeva ai suoi assassini con un sorriso di scherno dicendo: «Vigliacchi, avete paura persino di sparare; imparate a mirar giusto!». Magnifico esempio di chi sa morire per la giusta causa della libertà”.

Flavio Busonera nasce a Oristano nel 1894, studia al liceo Dettori di Cagliari, presta servizio militare a La Maddalena e nel 1924 si laurea in medicina, diventando tenente medico. Esercita la professione medica in Sardegna, ma per via delle sue idee di sinistra (fu tra i fondatori a Cagliari del Partito Comunista locale) viene convocato dal Consiglio di discliplina, non si presenta, e viene rimosso dal grado di tenente medico.
Perseguitato dai fascisti lascia Cagliari per rifugiarsi in Veneto, continua a manifestare le sue idee e non ottiene importanti incarichi. Si trasferisce vicino a Udine, dove presta servizio per il comune come medico per i più poveri; si specializza in pediatria, ma le continue persecuzioni nei suoi confronti lo portano a peregrinare da una parte all’altra. Diventa medico delle formazioni partigiane, organizza il rifornimento di armi pilotando gli aviolanci degli alleati, assiste i prigionieri alleati e contribuisce alla costituzione di nuove bande partigiane. Durante la guerra di liberazione ritorna nelle file del partito socialista  e diviene commissario politico della “Brigata Venezia”.
Il 27 giugno del 1944, fingendosi partigiani, due brigatisti neri leggermente feriti, chiedono aiuto al medico per essere curati. Stabiliti i rapporti tra Busonera e la Resistenza, i fascisti lo arrestano. Il medico viene rinchiuso in carcere, a Padova, per circa 2 mesi e viene impiccato per rappresaglia il 17 agosto 1944, senza processo, a seguito della morte di Fronteddu, colonello fascista. La rappresaglia, voluta non dai nazisti bensì dai fascisti, non ebbe in realtà nessun vero legame con la morte del colonnello, essendo questo stato ucciso non per motivi politici bensì, probabilmente, a causa di gelosie per una donna contesa. Ciò nonostante l’omicidio fu attribuito ai partigiani e i fascisti, per dare l’esempio, fucilarono 7 detenuti e ne impiccarono altri 3. Tra questi ultimi c’era il medico sardo.

I partigiani, durante la prigionia del medico, pensarono di liberarlo con le armi, ma la moglie, che credeva fosse un’azione troppo pericolosa e pensava di poterlo salvare senza rischi, si oppose. Al momento dell’impiccagione, erano molti i partigiani armati presenti; lo scopo era quello di sparare e, nella confusione, far scappare il medico. Purtroppo il frate Padre Eusebio, al seguito della banda Koch, aveva richiamato una folla di fascisti arringandoli con una predica pubblica di fronte ai partigiani che stavano per essere impiccati. Inoltre la corda per l’impiccagione del medico era troppo lunga, cosa che allungò ancor di più l’agonia di Busonera.
Qualche giorno dopo apparve a Padova un manifesto con la frase:
“Perchè tremate, domandò al boia, io non tremo! Mettete bene il laccio.
Nella stretta del capestro l’ultima sua voce fu per gridare: Viva l’Italia!
Padovani, voi non dimenticherete”.

Secondo gli ultimi studi, i sardi che hanno partecipato alla Resistenza sono stati da 6500 a 7000. Solo in Piemonte ne sono stati contati oltre 550.
Molti combattenti sardi nella lotta per la libertà sono stati insigniti di medaglie al valore militare: 8 d’oro, 34 d’argento, 34 di bronzo.

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“D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia?
Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”

Italo Calvino

 


Fonti e letture:

  • Associazione Nazionale Partigiani d’Italia: //www.anpi.it
  • Antifascisti e partigiani sardi. Antonio Mulas
  • La Sardegna nella Seconda Guerra Mondiale, Manlio Brigaglia. Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia
  • Sezione Anpi Spinea: //anpispinea.blogspot.it/2011/01/bartolomeo-meloni-e-i-ferrovieri.html
  • Istituto spezzino per la storia della Resistenza, Progetto le vie della Resistenza: //www.isrlaspezia.it
  • //ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2001/04/25/SN801.html
  • //www.vicosanlucifero.it/excal/excal24/ex24spe5.html

Un Anno sull’Altipiano

E’ che quando mi fisso su qualcosa, per diverso tempo finisco col focalizzare i miei pensieri su quello specifico argomento, cerco di approfondirlo, di capirlo, e perchè no, quando possibile di immedesimarmi in esso.
Ed è accaduto anche stavolta.
Non che la cosa mi dispiaccia o mi arrechi un benchè minimo fastidio, sia chiaro, ma quando questo pensiero è così forte dal dover dire: “Potrei addirittura farne un articolo sul mio blog”, beh, sappiate che probabilmente non ho raggiunto, ma bensì superato, quel sottile confine tra la pazzia e il non ho nien’altro da fare che va parecchio di moda oggi.

Per assecondare la follia, nel mio comodino è comparso il libro di Emilio Lussu, Un Anno sull’Altipiano, ricercato avidamente nella biblioteca impolverata di paese. L’ho letto tre volte di seguito, lo adoro, e ora rientra pienamente di diritto tra i libri che devo assolutamente comprare.

Ma facciamo un passo indietro, e capiamo chi è l’autore.
Per i pochi che non lo conoscessero, Emilio Lussu nasce ad Armungia (CA) nel 1890 da una famiglia benestante. Completati gli studi di Giurisprudenza a Cagliari, si schiera con gli interventisti affinchè l’Italia entri in guerra contro gli imperi centrali. Prende parte al Primo Conflitto Mondiale come ufficiale della Brigata Sassari, rendendosi conto dell’assurda carneficina che è la guerra e della disciplina militare pretesa da generali impreparati e spietati.  Dopo la guerra è tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione, per il quale viene eletto deputato. Arrestato nel 1926 per aver ucciso un fascista durante un’aggressione, sebbene assolto per legittima difesa, viene deportato a Lipari, da dove evade pochi anni dopo fuggendo a Parigi. Fonda il movimento “Giustizia e Libertà”, protagonista della Resistenza, pubblica i suoi libri, tra cui Un Anno sull’Altipiano, e nel 1943 rientra clandestinamente in Italia, dove è tra i dirigenti della Resistenza e del suo partito. Dopo la liberazione viene eletto più volte come ministro, è deputato dell’Assemblea Costituente, e diventa senatore del Partito Socialista Italiano. Muore a Roma il 5 marzo 1975.

La sua opera più famosa, Un Anno sull’Altipiano, è uno dei libri più interessanti sulla Grande Guerra.
L’anno è quello che va da giugno 1916 a luglio 1917, un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie inutili e morti assurde; l’altipiano è quello di Asiago.
Lussu, che pure era stato un acceso interventista e si era battuto con grande coraggio durante tutta la guerra, assume un atteggiamento fortemente critico nei confronti dei comandi militari dell’epoca. Nel libro è ben evidenziato l’atteggiamento dei generali impreparati e presuntuosi, incapaci di rendersi conto dei propri sbagli, disposti a sacrificare migliaia di vite umane pur di conquistare pochi palmi di terreno. Sempre più spesso i generali finiscono col essere considerati come dei veri nemici dai combattenti, che addirittura pensano ad un ammutinamento generale.
Il racconto è narrato in prima persona, ed Emilio Lussu, più che raccontare, è come se vivesse la guerra sotto i nostri occhi. Così, appena iniziamo a scorrere le prime righe, Un Anno sull’Altipiano ha la forza di riportarci in quei terribili anni, farci vivere la terribile esperienza della trincea, degli assalti che lasciano sulla “terra di nessuno” i cadaveri dei nostri amici, fa conoscere l’umanità dei soldati semplici, i racconti dei combattenti e le loro personalità così differenti. Perchè se nel libro prevale l’angoscia e l’insensatezza della guerra, non mancano spazi dedicati alla vita più tranquilla, col pensiero rivolto alle famiglie lontane, le letture per far passare i momenti d’attesa, o ancora il lato comico di alcune situazioni che non solo strappano il sorriso ma addirittura esplodono in una fragorosa risata.

Sono passati cento anni dalla Grande Guerra, e se davvero per capire il presente e orientarci nel futuro è necessario conoscere il passato, cosa a cui io credo fermamente, non si può non approffittare di questa occasione per approfondire un pezzo di storia così tragico e così vicino a noi.
D’altronde non saremmo lontani dalla realtà, se pensassimo ai nostri nonni o bisnonni come protagonisti di questo libro…

I sardi nella Grande Guerra

Vicenza accoglie i Sassarini

Esattamente cento anni fa, il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco uccise con due colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie mentre attraversavano le vie di Sarajevo, capitale della Bosnia. Questo attentato terroristico mise in moto una catena di reazioni che catapultarono l’Europa in un conflitto di proporzioni mai viste, segnando una svolta decisiva nella storia del mondo, ridisegnando i confini e trasformando la società stessa.

La Prima Guerra Mondiale costò alla Sardegna lutti e desolazione di maggior portata rispetto alle altre regioni italiane. Su 800.000 abitanti circa 100.000 uomini (quasi tutta la popolazione maschile adulta) partirono per la guerra. Caso unico in Italia, la “Sassari” era costituita  da soldati provenienti dalla stessa regione, la Sardegna.

Ora pensate a migliaia di ragazzi di ogni età, contadini, agricoltori, minatori che non si erano mai mossi dalla propria terra; analfabeti, senza nessuna nozione di politica, di economia, di strategie militari, senza nessun pensiero che non fosse quello del duro lavoro, del sacrificio e della famiglia. Giovani che non sapevano neppure dove fosse e cosa fosse l’Austria, e probabilmente, nemmeno l’Italia. Questi ragazzi ignari di tutto ciò, vennero strappati dalle loro case per divenire carne da macello nelle trincee, per l’Italia da farsi, per la vittoria da conquistare a costo della vita, mai come in questo caso deprezzata. Eppure, la solidarietà che si sviluppò all’interno di questa Brigata fu tale da far riscoprire l’orgoglio etnico, far rifiorire la forza e il coraggio per la vita, o magari, più semplicemente,  fu l’istinto di sopravvivenza ad essere più forte della morte.

La “Sassari” ebbe il più alto tributo di eroismo, mai eguagliato da nessuno, nel Primo Conflitto Mondiale: le quattro citazioni sul Bollettino del Comando Supremo, le 2 medaglie d’oro al valor militare ai Reggimenti 151° e 152° (caso unico nell’Esercito), imposero la Brigata, e quindi la Sardegna, all’attenzione del Paese che le riservò sentimenti di ammirazione e stima.
La Sardegna, finalmente, col suo sangue versato, era stata accettata nell’Italia grazie al mito della Brigata invincibile.

Dal discorso del Presidente del Consiglio Orlando:
“Quando vidi quei valorosi sardi della Brigata Sassari, sentii l’impulso di inginocchiarmi dinanzi a loro, perchè vidi riassunte in Essi tutte le virtù dell’esercito. L’Italia ha contratto verso la Sardegna un grande debito di riconoscenza e questo debitò pagherà…”
Ma pochi capirono il dramma vissuto dalla Sardegna che sacrificò alla Patria le sue giovani generazioni.

La coesione della Brigata Sassari era tale che la lingua sarda divenne la lingua ufficiale, ciò sia per esigenze pratiche dovute all’alto tasso di analfabetismo, ma anche per precauzione: “Sis ses italianu fuedda in sardu” veniva detto, contro i tentativi di infiltrazione da parte del nemico nelle linee sarde, con le sentinelle che avevano l’ordine di sparare in caso di risposta in una lingua differente.

I nemici indicavano i Sassarini con l’epiteto di “Rote Teufel” (Diavoli Rossi), per il colore delle mostrine (che stingevano con la pioggia e macchiavano la parte bianca, ma anche per il fango del Carso che macchiava di rosso le divise) e per la violenza dei loro assalti, soprattutto nel duello corpo a corpo con i sardi bravissimi nell’uso della baionetta e del coltello. Forte era la straordinaria solidarietà che legava i soldati ai loro Ufficiali, fra tutti il capitano Emilio Lussu, il tenente Graziani e il Maggiore Musinu, il cui battaglione fu l’ultimo dell’intero esercito a ripiegare dopo la disfatta di Caporetto e, a passare il Piave, inquadrato e al passo.

I pastori e i contadini rappresentavano il 95% dei soldati, artigiani e minatori il resto. L’unione del gruppo era dovuta all’appartenenza regionale, soldati abituati al mondo rurale, all’onore e rispetto della “balentia” intesa come coraggio e arditezza.  I minatori dell’Iglesiente erano abilissimi nell’uso dell’esplosivo, lanciatori di bombe e guastatori che facevano brillare le mine sotto i reticolati nemici, accendendo le micce con il sigaro tenuto in bocca ma a “fogu a intru” (fuoco in dentro) per non essere visti dal nemico. I pastori del Logudoro e del Nuorese erano abilissimi nel muoversi nel terreno impervio, dotati di coraggio, agilità e freddezza, erano gli Arditi della Sassari. Nelle pietre carsiche, i Sassarini mettevano in pratica quanto appreso nel duro addestramento sui monti del Limbara e del Sette Fratelli.

Anche il grido di guerra, usato sia per scaricare la tensione che per incutere timore all’avversario, finì col differire da quello degli altri reggimenti: “Avanti Savoia” veniva sostituito con “Avanti Sardegna” o “Forza Paris”.

La Sassari ha combattuto su tutti i fronti italiani: nel Carso Isontino, sull’Altipiano di Bainsizza, a Vittorio Veneto, sull’Altipiano di Asiago. Per colmare le enormi perdite della Brigata, i pochi sardi sparsi negli altri reggimenti confluirono tutti nella Sassari, sottolineando ancora una volta il carattere regionale della Brigata.

La Grande Guerra costò alla Sassari oltre 13.000 perdite  (138 sardi ogni 1000 chiamati alle armi, la media nazionale fu di 104).

Migliaia di dispersi, migliaia di ragazzi riposano ancora tra le balze rocciose dell’Altopiano di Asiago, nelle pietraie del Carso, lungo le sponde del Piave, in quelle terre che hanno accolto gli ultimi respiri di una giovinezza andata via per sempre.

In questo giorno, a loro, va il mio ricordo.

“… Voi non sapete,
e forse non saprete mai,
quanto avete fatto per l’Italia.”

Armando Diaz
(dal discorso alla Brigata Sassari tenuto a Vicenza il 7 febbraio 1918)


Informazioni tratte da:
"I Diavoli Rossi"
comando Brigata Sassari
a cura dell'Aiutante Antonio Pinna

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