Frammenti di dissenso -parte 2-

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[Parte 1]

Terminiamo il nostro excursus sul dissenso, prendendo in esame il periodo dal 1936 al 1941. In questa fase evidenziamo, tra tutte, tre importanti tappe storiche, eventi che hanno finito con l’avere ripercussioni profonde nell’animo della popolazione:

  • Luglio 1936 inizio della Guerra civile spagnola;
  • 1° settembre 1939 scoppio della Seconda guerra mondiale;
  • 10 giugno 1940 entrata in guerra dell’Italia.

La Guerra di Spagna fu qualcosa di più di una guerra civile, fu un evento bellico che si caricò di un forte significato ideologico, fu il primo scontro tra democrazia e fascismo.
Per questo motivo la guerra spagnola ebbe ampia risonanza anche in Sardegna, e forte fu l’attenzione dei Prefetti e dei questori nel segnalare ogni reazione della popolazione:

14 settembre 1936, il giornale “Arbeiter Zeitung” di Basilea scrive che un gruppo di operai cagliaritani ha inviato 200 franchi al “Grido del popolo” di Parigi a favore di combattenti italiani antifascisti nella guerra di Spagna.
24 aprile 1937. Fermato e denunciato un cagliaritano per avere propalato notizie tendenziose sulla guerra di Spagna.
9 maggio 1937. Relazione del Questore di Sassari: “Gli avvenimenti spagnoli hanno interessato e interessano anncora vivamente queste popolazioni perchè non pochi volontari Sardi – ufficiali e soldati – militano tra le truppe di Franco mentre poche eccezioni, che qui non hanno seguito, sono andate tra le file dei rossi”.
Maggio 1937. Arrestato a Mores un cittadino “socialista”, per aver “manifestato simpatia per i miliziani spagnuoli esprimendo il desiderio di combattere contro i nazionalisti”. Assegnato al confino per 5 anni.

Sempre presente l’esempio di Emilio Lussu:

Luglio 1936, in possesso di un bracciante desulese vengono rinvenuti, a Bonorva, cinque foglietti manoscritti con frasi contro il fascismo e a favore di Lussu. Il materiale è stato distribuito da un pastore ex-confinato, anche lui di Desulo, cui viene trovata anche una cartolina inviatagli da Lipari dallo stesso Lussu, quando vi era confinato. Proposto per una nuova assegnazione al confino.
9 aprile 1937. Nella lunga relazione presentata dal Questore di Cagliari si segnala l’individuazione, a Serramanna, sul muro della casa del fascio e nella stazione, le scritte “Viva Lussu – Viva la libertà – Viva Lenin”: seguirà spedizione punitiva di fascisti cagliaritani che obbligano “- d’accordo con quel Segretario politico e il Podestà – 4 individui ritenuti antifascisti a bere l’olio di ricino”; a Cagliari alcuni fascisti hanno accompagnato al Gruppo “Fois” 7 persone ritenute antifasciste “obbligandole a bere dell’olio di ricino”.
11 marzo 1937. Il giudice conciliatore di Genoni esalta Emilio Lussu “sino a dire che avrebbe piuttosto rinunziato alla tessera del Fascio che alla sua ammirazione per Lussu”. Assegnato al confino per 3 anni.
1 marzo 1939. Arresto del pittore Carmelo Floris, di Olzai, e del muratore Giovanni Gadoni “per avere accettato l’incarico da Emilio Lussu di riorganizzare” il Psd’A in Sardegna. Antonio Dore, comunista, già confinato, è arrestato e denunciato per lo stesso motivo a Firenze il 7 marzo.

Con l’autarchia economica e con lo spettro di una guerra imminente, il dissenso si fece sempre più forte:

30 giugno 1936, manifestini di carta rossa affissi in piazza Municipio ad Iglesias. Ne viene denunciato come autore un minatore di 24 anni, che viene proposto al confino.
5 luglio 1936, “Manifestazione sediziosa, con affissione di manifestini sovversivi incintanti all’odio di classe e al dispregio del Fascismo”, nella miniera di Bacu Abis. Sei operai sono stati assegnati al confino di polizia”.
31 gennaio 1937. Fischietta, a Cagliari, l’Internazionale e la Marsigliese. Diffidato.
8 marzo 1937, un minatore di Bacu Abis pronuncia frasi offensive contro il regime. Assegnato al confino per 3 anni.
18 marzo 1937. Durante la notte qualcuno traccia scritte sovversive e falce e martello sulla parete della casa del fascio di Serramanna e nella ritirata del locale scalo ferroviario. I fascisti obbligano a bere l’olio di ricino l’ex-comunista Bonaventura Pinna, ritenuto “se non l’autore, almeno l’ispiratore” delle scritte. Deferito alla commissione provinciale per il confino, ammonito.
25 aprile 1937. L’on. Angelo Corsi viene ferito ad Iglesias da un fascista, perchè, secondo quello – dice il Questore – “per non salutare il gagliardetto del Fascio aveva svoltato le spalle”.
1 maggio 1937. Durante la notte viene issata una bandiera rossa sul Monte Mannu, che sovrasta l’abitato di Guspini. Arrestate 30 persone, di cui 3 vengono diffidate.
25 maggio 1938. Durante la notte, in vari punti di Cagliari, vengono affissi manifestini a stampa contro il Fuhrer, contro Mussolini, l’occupazione dell’Austria e l’intervento italiano in Spagna.
Ottobre – Novembre 1938. A Nuoro e Bari Sardo, in diverse occasioni, la parola “Mussolini” o l’effigie del Duce vengono imbrattate con sterco di bue. Quattro diffidati a Bari Sardo.

Anche l’abbigliamento poteva diventare un problema:

22-23 marzo 1937. Vari fascisti avvicinano, a Cagliari, persone che indossano cravatte nere o rosse o a fondo rosso “e persino – dice il Questore – bambine vestite di rosso, ordinando loro di togliersi tali indumenti”.
6 giugno 1937. Due minatori di Monteponi, in gita dopolavoristica a Oristano, vengono fermati (e poi rilasciati) perchè portano cravatte rosse.

Non sempre era il colpevole a essere punito:

4 luglio 1937. Iglesias: alcuni fascisti si scontrano con un gruppo di persone che, fuori dall’abitato, cantano una canzone sovversiva. Un fascista spara tre solpi di rivoltella. Otto fermati: tre (uno dei quali è il ferito) assegnati al confino, cinque diffidati (ma non lo sparatore).

Con il decreto regio del 1938, il fascismo pose delle limitazioni all’ascolto delle radio estere finchè, con lo scoppio della guerra, ascoltare Radio Londra divenne illegale:

4 settembre 1937. A Guspini, nella casa dell’autista Eugenio Massa (fascista dal 1923) si riuniscono il dottor Luigi Murgia, 61 anni, l’avv. Riccardo Lisci, 60 anni, e Ettore Manis, per ascoltare “alla radio comunista di Barcellona un messaggio del fuoriuscito Velio Spano che combatte coi rossi in Spagna”. Denunciati e assegnati al confino: Massa per 3 anni, gli altri per 1 anno ciascuno.
24 ottobre 1938. Cinque persone arrestate a Cagliari per aver ascoltato la radio della Spagna rossa. Il padrone di casa è assegnato al confino per due anni, gli altri per uno.
30 agosto 1939. L’OVRA segnala che a Cagliari, in un bar, si ascoltano le stazioni radio estere “antitaliane”. Ritirata la licenza per un mese.
25 novembre 1940. A Cagliari agenti dell’OVRA sentono distintamente, dalle finestre di un appartamento a pianterreno di via San Benedetto, le trasmissioni di Radio Londra. Il padrone di casa, un industriale, conferma che il figlio diciassettenne riceve spesso la trasmissione “perchè ne ha parlato in casa”. Diffidati entrambi.
9 dicembre 1940. Arrestato a Bacu Abis un operaio che “organizza la ricezione clandestina di trasmissioni di stazioni estere.” Sequestrata la radio.
Maggio 1941. Sequestrati nella provincia otto apparecchi radio di proprietà di altrettanti cittadini sorpresi ad ascoltare le trasmissioni di Radio Londra.

Sarà stato davvero uno scherzo o un tentativo di discolpa? Poco importava, il risultato era lo stesso:

23 gennaio 1937. A Ilbono un contadino analfabeta, non avendo potuto ottenere di recarsi come operaio in A.O.I. (Africa Orientale Italiana, n.d.r.), si fa scrivere da un compaesano, camicia nera della Coorte di Isili, una lettera diretta al “capo del governo rosso in Ispagna, Caballero” per farsi arruolare nelle truppe repubblicane (!). La lettera è intercettata dalla censura: sebbene sia chiaro che si tratta d’uno scherzo, i due sono assegnati al confino per 3 anni.

Noto avvenimento antifascista, già ricordato nell’articolo “I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola”:

17 marzo 1937. A Nuoro l’insegnante elementare Mariangela Maccioni, nota antifascista, e la signora Graziella Sechi, moglie dell’ing. Dino Giacobbe, sono arrestate “per avere esaltato la figura dell’anarchico Dettori Giovanni, morto combattendo fra i rossi in Ispagna”. Rilasciate il 13 maggio, la signora Giacobbe viene diffidata, Mariangela Maccioni viene, il 27 maggio, “presentata alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia” che la diffida. Successivamente, la Maccioni sarà espulsa dai ruoli scolastici.

Il controllo sistematico della comunicazione portò a intercettare molte lettere che esprimevano il malcontento e il dissenso nell’Italia fascista:

8 maggio 1937. La censura segnala una lettera, spedita da Bosa da una suora, che racconta al suo corrispondente in Francia che “a Bosa hanno bruciato le fotografie del Re, della Regina e di Mussolini e vi è stata una vera rivoluzione e a Cagliari hanno issato un drappo rosso sui bastoni della città e alla testa di un corteo”.
Febbraio 1940. Una lettera inviata a Lussu da Bitti viene intercettata dalla censura. Una lunga indagine scoprirà che si tratta di un tentativo di coinvolgere nell’accusa di complotto antifascista le persone più influenti del paese.

Molti sono gli antifascisti sardi che decidevano di emigrare a Parigi o partire per la guerra spagnola. La Corsica era il passaggio obbligato per i sardi che lasciavano l’isola:

12 luglio 1938. Due pescatori di Marceddì emigrano clandestinamente in Corsica per arruolarsi nelle milizie rosse. Un loro compagno, che li ha convinti, viene arrestato insieme con uno dei due, ritornato dalla Corsica.
28 gennaio 1938. Relazione del Questore di Sassari: gli espatri clandestini verso la Corsica, tentati o mandati ed effetto dal settembre del 1937, sono 20.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale aumentava la preoccupazione della popolazione…

12 ottobre 1939. Un sacerdote di Monserrato “conduce propaganda contro la guerra con velate critiche all’operato del regime, ha cominciato a tenere discorsi con amici e conoscenti esaltando la Francia, sparlando del regime e criticando anche le provvidenze economiche adottate dal governo”. E’ pedinato dall’OVRA fin dall’aprile.
7 ottobre 1939. Relazione del Questore di Sassari: lo stato d’animo della popolazione ha subito, nell’ultima decade di agosto, “una sensibile depressione”, riavendosi però alla dichiarazione italiana di non belligeranza.
20 novembre 1939. Arrestata a Sassari una cuoca che ha più volte pronunciato frasi offensive contro il capo del Governo. Ammonita.
1 maggio 1939. Relazione del Questore di Nuoro: “La notizia dell’azione militare in Albania, assolutamente inattesa, ha suscitato evidenti ondate di giubilo. L’orientamento della politica nazionale diretto a definire la supremazia dell’Italia nel Mediterraneo non ha qui oppositori”.
23 aprile 1939. Fermato a Seui un sardo che afferma, in un locale pubblico, che “l’Italia non può sostenere la guerra per deficienza di mezzi” e che “l’impero” francese sulla Tunisia è “legittimo”. Diffidato.
28 maggio 1940. Il viceparroco di Oschiri don Francesco Giua pronuncia frasi contro la guerra. Denunciato, assegnato al confino.
9 marzo 1941. Scritte antifasciste sui muri a Bonarcado: “W l’Inghilterra e fuori l’Italia. Stiamo morendo di fame”.
27 dicembre 1941. Relazione del Questore di Sassari: ” I recenti avvenimenti internazionali d’importanza storica, tra cui la estensione della guerra agli S.U.A. non hanno influito gran che sullo spirito della popolazione che ne segue gli sviluppi con calma sempre fiduciosa nella vittoria finale. Una certa apprensione ha ingenerato invece la perdita dell’Abissinia e l’attuale andamento della battaglia della Marmarica”.

… e iniziavano le prime privazioni (non solo alimentari):

6 ottobre 1939. Relazione del Questore di Nuoro: “Soddisfacente preparazione spirituale delle masse”, che “continuano a dare prova di assoluta fiducia nel Duce, rivelando encomiabile serenità nel seguire le vicende internazionali”. La situazione economica è stazionaria. “L’eliminazione del caffè dal generale consumo è stata avvertita, ma non ha causato alcun malcontento”.
29 luglio 1940. Relazione del Questore di Cagliari: raccolto del grano scarso; abbondante invece la produzione frutticola; attivissima l’attività estrattiva. “I diminuiti rifornimenti dal Continente hanno ineluttabilmente fatto alzare i prezzi”. “Notevolissimo aumento del costo della vita, acuito anche, talora, dalla mancanza di generi di prima necessità quale il sapone. Quando questo genere non arriva dal Continente, data la scarsezza delle assegnazioni, si tende ora a fabbricarlo in famiglia, adoperando l’olio di ulivo, e da ciò la rarefazione anche di tale prodotto. […] Notevole impressione ha prodotto il razionamento del pane nei pubblici esercizi, che fa temere il razionamento generale”. “Il clero locale non è soverchiamente incline alla politica. Qualche apprezzamento, in prediche, contrario alla Germania, effetto della propaganda dell’Osservatore romano è stato stroncato”.
24 dicembre 1940. Relazione del Questore di Nuoro: la riduzione alle assegnazioni di grano duro impedisce la fabbricazione della “carta da musica”, “vi è stata al riguardo qualche sporadica e sintomatica manifestazione”. “Una delle cause di grave disagio è la mancanza assoluto di commercio della suola. Inoltre i contadini e i pastori che in passato usavano per le riparazioni delle calzature la cosidetta suola di gomma, che ora non esiste, vanno già per la maggior parte, adulti e bambini, completamente scalzi, con conseguenze che indubbiamente si ripercuoteranno nella salute delle popolazioni”.

Anche l’antifascismo, durante la guerra, si rafforzò ulteriormente:

24 giugno 1941. Sì è avuto sentore – dice il Questore di Cagliari – di un tentativo di costituzione di un nucleo antifascista nell’Università. Si dovrebbe chiamare MURA (Movimento Universitario Rivoluzionario Antifascista). Pare che l’iniziativa sia partita dall’Università di Sassari.
25 settembre 1941. Rapporto del Questore di Cagliari. “Fra i sardisti – affetti tutti da pessimismo circa i risultati finali della guerra – pare siano sorte speranze di vedere attuate le loro ideologie. Da ciò forse derivano le voci, ogni tanto ricorrenti, di uno “sbarco” del noto Lussu Emilio in Sardegna. Ma codesto movimento, peraltro molto modesto, non credo debba destare impressioni. I Sardi, in fondo, sono tutti sardisti, nel senso che sentono, nell’intimo, assai forte l’orgoglio della propria terra e della propria razza. Ma sono egualmente buoni patrioti e posso aggiungere – dice il Questore – che, per quanto riguarda il carattere del cagliaritano, v’è gran passo fra sentimento e azione”.
29 ottobre 1941. A Cagliari l’OVRA procede all’arresto di “un gruppetto di antifascisti che avevano ripreso contatti a scopo politico”. Due assegnati al confino, quattro ammoniti, uno diffidato”.

Particolare la forma di protesta dell’avv. Mura:

31 gennaio 1941. A Sassari l’avvocato Giovanni Antioco Mura è ripreso da un cancelliere del Tribunale perchè insiste a incollare le marche da bollo (con l’effige del re) a testa in giù. L’avvocato Stefano Saba ribatte al cancelliere: “Non ti conviene, le cose possono cambiare, domani ci sarà un altro partito e comanderà lui”. I due avvocati sono proposti per la diffida.

La censura colpiva anche la stampa cattolica:

A gennaio e febbraio 1941 continui sono i sequestri del settimanale cattolico “Libertà” per articoli ritenuti incompatibili con lo spirito della Nazione in guerra.

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Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei Questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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Frammenti di dissenso -parte 1-

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Durante il Ventennio, il dissenso antifascista si diffuse nei modi più vari:

  • C’è chi rimase in silenzio, temendo le reazioni del regime, esprimendo il suo non conformismo solo nell’ambito privato;
  • Chi manifestò il suo rifiuto con piccole infrazioni che si fecero col tempo sempre più numerose;
  • C’era, poi, chi protestava apertamente contro il regime o contro una qualche singola misura;
  • Infine, c’era l’individuo che nutriva un rifiuto totale per il fascismo, colui che aveva come obiettivo finale la sua caduta e che agì per arrivare a raggiungere questo fine. Questi individui avrebbero dato vita alla Resistenza italiana.

I ricordi della vecchia generazione continuano a testimoniare le numerose manifestazioni di malcontento, le azioni, i comportamenti non conformi al fascismo; anche i servizi di informazione dei partiti costretti alla clandestinità o all’esilio misero in luce molti fenomeni di dissenso. La comunità fascista unita e armonica che avrebbe voluto Mussolini non si realizzò mai.

I prefetti e i questori delle province sarde erano obbligati a comunicare ogni manifestazione di dissenso registrata tra la popolazione, inviando relazioni, prima semestrali e poi trimestrali, al Ministero dell’Interno.
Questi resoconti sulla situazione e sullo stato d’animo dei sardi riferiscono di una profonda insoddisfazione della popolazione riguardante soprattutto le difficoltà economiche, la disoccupazione, l’aumento delle tasse e dei prezzi, le ingerenze del regime nella sfera della vita privata. Non mancano neppure le annotazioni riguardanti le proteste nei confronti del Duce, l’individuazione della stampa clandestina e il nascere dei primi gruppi antifascisti.

Qui di seguito, una piccolissima selezione¹ di episodi che ben esprimono il malessere della società sarda tra il 19271935.

Il 2 ottobre 1927, i carabinieri di Buddusò sequestrano 3 opuscoli di carattere sovversivo intestati “Sindacato muratori e manovali di Lione e dintorni”, editi a Lione e scritti in italiano. Risultano spediti da un cittadino del luogo, emigrato nel 1924, che chiede “di consegnare gli opuscoli stessi ai piccoli figli”, aggiungendo che, come padre, ha il diritto di educare i propri figli a modo suo.

Numerose le segnalazioni che indicano come Emilio Lussu, dopo il confino e la fuga a Parigi, continuasse ad essere un personaggio di primo piano nell’Antifascismo isolano.

11 settembre 1928, il Prefetto di Cagliari segnala che: “Da qualche sardista del gruppo Lussu, si tentò nell’agosto di tenere vivo il ricordo del capo, con distribuzione di poche fotografie dello stesso, ma per l’azione tempestiva spiegata vennero sequestrate sette copie della fotografia nonchè la negativa. Detto gruppo va sempre più perdendo terreno e i pochi adepti sono costantemente sorvegliati. Uguale sorveglianza viene anche attuata sugli elementi sovversivi in genere, specie sui pochi comunisti”.

Attività antifasciste:

10 maggio 1928, viene segnalato che alcuni antifascisti si riuniscono  “specie in casa dell’ex deputato oppositore avv. Mastinu”. Vengono diffidati.
11 dicembre 1928, scoperto alla frontiera un pacco di giornali diretto al comunista di Serramanna Bonaventura Pinna. Ammonito.
14 luglio 1929, a Iglesias, su una “chiesa isolata” (Buoncammino) drappi rossi e “una scritta oltraggiosa pel Duce”. Ammoniti i fratelli Guglielmo e Vittorio Lebiu di Gonnesa, minatori, “capeggiatori del disciolto partito comunista, che con la condotta avevano dato adito a qualche sospetto”.

Il Prefetto di Cagliari cerca di minimizzare i voti contrari ottenuti dal regime:

Il 24 aprile 1929, il Prefetto di Cagliari nella sua relazione periodica comunica che “Nelle elezioni plebiscitarie si sono avuti in tutta la Provincia soltanto 943 voti contrari al Regime, ma una buona parte di essi provengono da errore commesso dagli elettori e non da opposizione al Governo Nazionale”.

Segnalati anche 2 fascisti (!), probabilmente indicati come tali perchè iscritti al partito:

2 settembre 1929, in un sugherificio di Sorgono tre operai (di cui due fascisti) cantano Bandiera Rossa, e uno rivolge frasi ingiuriose all’indirizzo del Capo del Governo. Arrestati e denunciati al Tribunale Speciale.
18 settembre 1929, scritte sovversive tracciate col carbone vengono rinvenute sulla strada Nurallao-Laconi.

Da considerare, come si noterà anche più avanti, che le donne sarde furono in prima linea nelle proteste contro gli amministratori locali.

Settembre 1929. A Lula manifestazioni di “donnicciole” contro il podestà e il segretario comunale.

Diffusione stampa clandestina e condanne del Tribunale Speciale:

5 luglio 1930 Relazione del prefetto: “A Domusnovas sono stati abbandonati per le strade dei foglietti staccati di antichi libri sovversivi, riproducenti fotografie di personalità politiche sovversive dei tempi andati, che portavano nel retro la scritta “Viva il socialismo – Abbasso i preti”. Si tratterebbe di una protesta contro i continui licenziamenti di minatori.
26 novembre 1930. Arrestato a Cagliari l’avv. Cesare Pintus, accusato di essere uno dei dirigenti di “Giustizia e Libertà” in Sardegna. Altri arrestati saranno prosciolti in istruttoria: Pintus sarà condannato dal Tribunale speciale, con F. Fancello, a 15 anni di carcere.

La legge commina l’arresto anche per inni sovversivi:

9 novembre 1930 Arrestato a Bortigiadas un cittadino che canta “in una pubblica via” degli inni sovversivi.

Molte comunicazioni dei prefetti riguardano la crisi economica in atto nell’isola:

Luglio 1930 relazione del Prefetto di Nuoro: “le popolazioni soffrono parecchio per la crisi economica derivante specialmente dalla diminuzione del prezzo del latte, del formaggio, del vino e dell’olio che costituiscono la principale risorsa di questa zone centrale”.
6 aprile 1933 Relazione del Prefetto: Lo spirito pubblico è sempre depresso per le stesse cause accennate, e cioè aggravi fiscali, esagerati prezzi di vendita al minuto, disoccupazione in genere, e specialmente minerario, che tende ad aumentare”.

Anche i parroci si ribellano:

3 luglio 1931 relazione Prefetto di Cagliari: nel trimestre aprile-giugno si sono registrate scritte “contro il Duce e il Fascismo e la deturpazione del labaro del fascio di Usellus” e in occasione dello scioglimento dei circoli di Azione Cattolica, l’ordine pubblico è turbato a Iglesias e Villamassargia; il parroco di Goni è stato diffidato perchè in occasione dello stesso avvenimento, ha inviato al comando stazione dei CC del paese una lettera irriguardosa.

Proteste e scioperi (vietati per legge) per l’abbassamento dei salari nell’attività estrattiva:

2 giugno 1931, sei operai della miniera di Montevecchio invitano “la massa operaia” a scioperare per protesta contro la riduzione dell’8% sui salari. Denunciati.
7-8 luglio 1931, 58 operai della miniera di Ingurtosu (Arbus) non si presentano al lavoro, dopo l’annuncio che dal 1° i salari saranno decurtati del 14 per cento. Vengono tutti denunciati per contravvenzione alla legge 3 aprile 1926 n. 563, sui rapporti collettivi di lavoro e sei di loro come promotori dello sciopero.

Opposizione giovanile?

6 dicembre 1931, a Siligo un corteo di una ventina fra balilla e avanguardisti è impedito nella sua marcia da sette ragazzi, “per pura spavalderia, puerile inconsideratezza”. Il corteo torna in sede perchè i balilla non vogliono compromettersi. Nel fatto è da escludere il movente politico – dice il Prefetto -, ma i ragazzi vengono denunciati all’autorità giudiziaria.

Donne in prima linea anche a Jerzu, Seui, Ollolai e Portoscuso.

9 – 10 dicembre 1931 A Jerzu dimostrazione di circa 200 persone (“esclusivamente donne il primo giorno”) contro l’applicazione della tassa consiliare.
10/18 giugno 1932, manifestazioni di donne contro le tasse a Seui e Ollolai.
9 aprile 1934. Relazione del Prefetto di Cagliari: “In qualche Comune per lo stato di disagio si è verificata qualche piccola dimostrazione. A Portoscuso per il poco tatto usato dal Messo Esattoriale nell’effettuare i pignoramenti e ritirare gli effetti pignorati, si è avuta una dimostrazione di donne le quali sono riuscite a impossessarsi degli oggetti pignorati depositati in una stanza del Municipio riportandoli nelle rispettive abitazioni.

Dal continente arriva in Sardegna nuova propaganda antifascista:

9 gennaio 1932, a Cagliari uno studente, “più per leggerezza che per malanimo” dà da leggere ad amici i manifestini gettati su Roma dall’aeroplano pilotato da Lauro De Bosis.
A Monserrato un operaio ha strappato in una sala da parrucchiere una foto di Mussolini: arrestato e deferito al Tribunale Speciale.
22 gennaio 1932 opuscoli di propaganda comunista vengono distribuiti ai minatori di Iglesias ed Arbus e fra i lavoratori delle bonifiche di Mussolinia. Essi sarebbero stati introdotti in Italia, in una valigia a doppio fondo, dal comunista Giuseppe Saba, rientrato dalla Francia nel dicembre precedente. A conclusione delle indagini, 18 persone verranno denunciate al Tribunale Speciale. Di essi 13 verranno assolti in istruttoria nel luglio per insufficienza di prove e 5 condannati per “propaganda comunista” a pene varie: saranno poi liberati in seguito all’amnistia “del decennale” (novembre 1932).
Febbraio 1932 a Guspini vengono arrestati un contadino e un minatore sospettati di custodire la bandiera rossa nelle disciolte sezioni socialiste. Saranno prosciolti.
6 aprile 1932. Nel trimestre gennaio – marzo, intensificazione della propaganda sovversiva e antifascista da parte di fuoriusciti sardi residenti in Francia e in Tunisia. Molti opuscoli vengono sequestrati dalla censura, altri consegnati spontaneamente dai destinatari.
A Iglesias e Guspini vengono affissi manifesti antifascisti incitanti alla ribellione e inneggianti al Psd’A e a Monserrato vengono sfregiate tre effigi di Mussolini apposte sui muri di alcune case della via principale del centro.

Malessere ben evidente in numerose cittadine:

6 aprile 1932, a Carloforte, Silius, Guspini, Villaputzu, Santadi, Mandas, Sestu, Sanluri e Villasor “pacifiche manifestazioni” per la disoccupazione e una contro le tasse.
12 aprile 1932, a Villacidro circa 200 proprietari restituiscono in Municipio gli avvisi dell’imposta di famiglia. Otto arrestati.

Si fanno sempre più numerose le segnalazioni di cittadini non allineati:

14 marzo 1932. Il farmacista di Aritzo e un commerciante vengono denunciati per detenzione e diffusione di opuscoli sovversivi provenienti dall’estero (è l’opuscolo La rivoluzione antifascista di E. Lussu).
21 giugno 1932, viene arrestata una donna di Sindia, Francesca Palia, per aver cantato: “Chi se ne frega della galera, camicia nerà brucerà”.
6 luglio 1932. Relazione del Prefetto : nel trimestre aprile – giugno ad Iglesias è stato danneggiato l’albero piantato in memoria di Arnaldo Mussolini. All’ingresso della galleria di Domusnovas è stata apposta una scritta offensiva contro Mussolini. A Gonnosfanadiga è stato affisso un manifestino antifascista. Un altro, scritto a lapis, è stato affisso a Cagliari.
30 luglio 1932. Un contadino di Donori dice che “il governo attuale pensa per sè e sfrutta i comuni. Se tutti fossero come me cadrebbe dalla sedia”. Denunciato
4 giugno 1933, fermato a Sassari un calzolaio per avere pronunciato una frase offensiva contro la MVSN. Diffidato.
5 ottobre 1933. Una guardia municipale sente che uno scalpellino, addetto ai lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia a Sassari, canta l’inno All’armi siam fascisti sostituendo la finale con le parole “Abbasso il Fascio, viva Lenin”. Lo invita a seguirlo, ma lo scalpellino si rifiuta. Interviene un vice-caposquadra della vicina caserma della MVSN, ma lo scalpellino dice di voler obbedire solo ai carabinieri. Denunciato, condannato a 6 mesi e 15 gg. di reclusione, 1 mese di arresti.
Agosto 1934. Appare a Fonni una scritta di protesta contro il fascismo a firma del podestà: in realtà se ne scopre autore un pastore, sottoposto perciò a provvedimento di polizia.
15 dicembre 1935. A Guspini un ingegnere delle miniere di Montevecchio trova in galleria, “eseguita a grandi caratteri col fumo di una lampada” la scritta “Evviva… Morte a Mussolini”.

Condanne al confino sempre più frequenti:

1 gennaio 1933. A Serri, arrestato un pastore per offese al capo del Governo. Assegnato al confino.
18 agosto 1934. Funerali del socialista Giulio Marongiu, a Cagliari. Per il discorso pronunciato durante le esequie Augusto Dragoni verrà condannato al confino.

Scoperta di organizzazioni clandestine:

16 maggio 1935, a Guspini viene scoperta “una vera e propria organizzazione sovversiva a sfondo comunista” denominata “Nucleo”, “la quale raccoglierebbe un centinaio di aderenti vincolati da giuramento i quali verserebbero un contributo mensile di lire 2,5 per l’esistenza dell’organizzazione”. Ne sarebbe capo un medico abitante a Cagliari, ne sarebbe segretario il calzolaio Pio Degioannis, 32 anni, “mai molestato sebbene notoriamente propagandista sovversivo”. Nel corso della perquisizione vengono ritrovati i testi manoscritti di canzoni comuniste (Marcia della Guardia Rossa, La Legge di Lenin, L’Internazionale) e opuscoli sovversivi. 14 arresti: 5 verranno denunciati alla Commissione provinciale per il confino e 9 proposti per l’ammonizione.

Raccolta fondi per Emilio Lussu:

20 maggio 1935, arrestati a Sassari gli avvocati Michele e Stefano Saba e il fattorino del loro studio professionale, Ettore Taras. Sono accusati di avere inviato al prof. Michele Giua, a Torino, una somma (18.000 lire circa) raccolta fra gli amici sardi di Lussu, che dovrebbe servire a pagare le cure del leader di Giustizia e Libertà, ricoverato in un sanatorio in Svizzera. Giua è sorvegliato da tempo dall’OVRA attraverso le segnalazioni dello scrittore Dino Segre, detto “Pittigrilli”, assoldato dalla polizia fascista. Stefano Saba e Taras saranno rilasciati il 21 giugno, Michele Saba il 25, senza che contro di loro venga elevata alcuna imputazione.

Anche in Sardegna si raccoglie l’oro, con risultati non esaltanti:

Novembre 1935. Nei centri della provincia di Nuoro la raccolta dell'”oro per la patria” non dà frutti: a fine mese raccolti solo 500 grammi.

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¹Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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Fuga da Lipari

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Emilio Lussu riuscì a evadere dal confino di Lipari alla fine del luglio del 1929 con altri due celebri amici: Carlo Rosselli e Fausto Nitti, anch’essi condannati a cinque anni di deportazione.
Importante nella preparazione della fuga fu la presenza della moglie di Rosselli, l’inglese Marion Cave, che ottenne l’autorizzazione di abitare con il marito a Lipari. Grazie al suo passaporto inglese potè viaggiare liberamente senza controllo, riuscendo a mantere i contatti con gli oppositori già rifugiatisi all’estero.

Le menti dell’operazione furono Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani e Alberto Cianca, aiutati da Raffaele Rossetti (protagonista, nel 1918, dell’affondamento della Viribus Unitis, fiore all’occhiello della Marina militare austriaca), Italo Oxilia (che aveva guidato il motoscafo per la fuga di Turati e Pertini) e Gioacchino Dolci (operaio repubblicano, compagno di deportazione dei tre, che avendo scontato la pena era già espatriato in Francia).

Il progetto di evasione prevedeva che Lussu, Rosselli e Nitti, scelto un angolo della costa meno controllato, avrebbero dovuto nuotare fino al largo, dove sarebbero stati raggiunti da un’imbarcazione “amica”.
Per ben quattro volte, però, come raccontò Lussu, dal mare non arrivò nessuno.
In un caso il problema fu il motoscafo “Sigma IV”, i cui motori così pesanti rischiarono di far affondare l’imbarcazione che fu così costretta a rientrare a Tunisi appena dopo la partenza. I tre fuggitivi dovettero così abbandonare momentaneamente l’azione, con le guardie fasciste che, fortunatamente, non si accorsero di nulla.

Il quinto tentativo riuscì il 27 luglio 1929, in una notte di luna nuova.

Anche stavolta Lussu, Rosselli e Nitti riuscirono a eludere il controllo delle guardie e a raggiungere il largo a nuoto. Stavolta, dopo una pasmodica attesa, il motoscafo “Dream V” arrivò con a bordo Italo Oxilia e Gioacchino Dolci che seguirono i punti luminosi indicati da Lussu. Il motoscafo riuscì a entrare nel porto a motori e fari spenti, senza essere visto dalle guardie.

Il primo a salire a bordo fu Nitti, seguito da Rosselli e Lussu.
Nel motoscafo, oltre a una grande riserva di carburante, per volere di Lussu furono sistemati anche fucili e bombe a mano.
Ma l’uso delle armi non fu necessario.
Con le sue trenta miglie orarie, frutto dei motori truccati, il Dream virò rapido e si lanciò in mare aperto senza che nessuno a Lipari si accorgesse di nulla.
Man mano che il motoscafo andava, l’isola diventava un incubo sempre più lontano mentre il sogno della libertà conquistata diventava sempre più vicino.

Nel frattempo scattò l’allarme a Lipari, ma ormai era troppo tardi. I fuggitivi erano al largo, impossibile raggiungerli.

L’indomani, nel primo pomeriggio, il motoscafo arrivava a destinazione: Tunisi.
Da Tunisi, passando per Marsiglia, Lussu, Nitti e Rosselli, assieme a Tarchiani, raggiunsero in treno Parigi dove fuori alla Gare de Lyon trovarono ad attendergli Gaetano Salvemini, Filippo Turati e Alberto Cianca.

Pochi giorni dopo nasceva Giustizia e Libertà, movimento che avrebbe dato un contributo importantissimo alla Resistenza italiana.

La fuga dei tre oppositori fu un grandissimo successo per tutto l’antifascismo italiano; trovò spazio nei giornali di mezzo mondo, rafforzò il dibattito democratico.
Fu il simbolo dell’esistenza di un’Italia che non si piegava al fascismo, di quell’Italia che grazie ai nuclei clandestini e alla voce degli esuli, stava dando vita alla lotta contro il nazifascismo.

La fuga rappresentò invece una vera umiliazione per il regime fascista.
I servizi segreti erano al corrente che a Lipari si stava programmando un tentativo di evasione, ma non riuscirono a far nulla per impedirlo.
Solo il 9 agosto la notizia trovò spazio sul “Popolo d’Italia“, il giornale di Mussolini: “Nella notte dal 27 al 28 luglio sono evasi da Lipari i confinati ex deputato Emilio Lussu, prof. Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti”.
Tutto qui. E fu in qualche modo obbligato a farlo visto che la notizia, ormai, faceva il giro del mondo.

Mussolini cercò di rivalersi in un modo o nell’altro. E così la moglie di Rosselli, incinta, venne arrestata in Valle d’Aosta, ma a seguito del clamore suscitato in Inghilterra ottenne un’immediata liberazione. Nello Rosselli, accusato di aver organizzato la fuga del fratello, venne confinato a Ustica.
La clamorosa fuga del 1929 finì con inasprire ulteriormente la detenzione in tutte le zone di confino, e a Lipari in particolare, dove la Milizia prese il posto della polizia.

Per quel che riguarda il futuro dei tre fuggiaschi, questo è ormai noto ai più.
Lussu prima partecipò alla Guerra civile spagnola nel fronte antifranchista, con funzioni di dirigente politico della Colonna Rosselli. Leader prima di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione, partecipò attivamente alla Resistenza romana. Nel 1945, fu Ministro dell’assistenza postbellica nel primo governo di unità nazionale dell’Italia libera e poi ancora eletto più volte senatore. Si ritirerà dalla vita politica nel 1968.

Anche Nitti fu uno dei fondatori di Giustizia e Libertà.
Partecipò alla Guerra civile spagnola e tornato in Francia fu internato nel campo di Argelès-sur-Mer. Durante la Seconda guerra mondiale fu uno dei promotori della rete spionistica clandestina per la Francia libera e, dopo essere stato arrestato, fu deportato dai nazisti verso il campo di concentramento di Dachau. Durante il viaggio però, riuscì a compiere un’altra avventurosa evasione e si aggregò alla Resistenza francese grazie al quale ottenne la medaglia per la Resistenza. Eletto consigliere comunale a Roma, aderì alla Massoneria.

Rosselli, fondatore del movimento Giustizia e Libertà assieme a Nitti e Lussu, fu subito attivo nella Guerra spagnola sostenendo le forze repubblicane. Celebre divenne il discorso pronunciato alla Radio di Barcellona nel novembre del 1936: “Oggi qui, domani in Italia”, divenuto il motto degli antifascisti italiani.
Tragica fu la sua fine.
Nel giugno del 1937, mentre si trovava a Bagnoles-de-l’Orne per delle cure termali, venne raggiunto dal fratello Nello che probabilmente era stato seguito dai suoi aguzzini sulle tracce del fratello. Il 9 giugno, con un pretesto, vennero fatti scendere dall’automobile e colpiti con raffiche di pistola dai miliziani della Cagoule, formazione dell’estrema destra, su mandato ricevuto da Galeazzo Ciano.
Carlo morì sul colpo, Nello venne finito da un’arma da taglio.

Sulla tomba, l’epitaffio di Calamandrei:

“Giustizia e Libertà. Per questo morirono, per questo vivono”.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu
  •  http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/antifascismo2c.html

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Il confino a Lipari

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Lipari

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A seguito della condanna di deportazione sancita dalla commissione fascista, Emilio Lussu venne trasferito nel confino di Lipari, isola dell’arcipelago delle Eolie.

Nel giorno prescelto per la partenza, tutta Cagliari era in fermento.
Si temeva un’evasione in grande stile e per questo, speciali servizi di truppa furono schierati attorno alle carceri e lungo il percorso che portava verso l’imbarco; lo stesso questore volle essere presente al momento della partenza: “L’isola di Lipari produce una vernaccia celeberrima”, gli disse, porgendogli la mano tesa. Ma Lussu non volle intrattenersi in inutili convenevoli e, dopo avergli ricordato di essere astemio, terminò la conversazione.

Il porto era deserto, l’unica traccia umana era rappresentata da sentinelle e pattuglie armate.
Mentre Lussu si apprestava a scendere nel canotto della polizia, un giovane marinaio a bordo della sua barca, di rientro da una giornata di pesca, ritto sulla prua, gridò: “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”.

Fu l’arrivederci di un’isola intera.

Immediatamente dopo aver assistito alla scena, le pattuglie presenti circondarono il marinaio appena rientrato nel porto.
Non si ha notizia a quale destino andò incontro, un gesto così coraggioso poteva avere gravi conseguenze.

Dopo due giorni di viaggio vissuti in condizioni di salute precarie, Lussu arrivò a Lipari accolto dagli amici della lotta politica: Beltramini, Binotti, Grossi, Volpi, Picelli, solo per citarne alcuni.
Prima del fascismo, Lipari era la destinazione dei delinquenti comuni dichiarati incorreggibili, sistemati in una zona riservata di circa un chilometro quadrato.
Per disposizioni fasciste, lo spazio fu ridotto a poche centinaia di metri, con uno/due militari per ogni deportato politico.
I detenuti solitamente vivevano nelle caserme, quelli malati o con famiglia al seguito potevano disporre di una casa all’interno dell’area, ma le condizioni di vita erano difficilissime per tutti.

Il mare era controllato costantemente dalla presenza di barche, motoscafi veloci, perfino un canotto da guerra con un cannone. In ogni angolo riflettori e mitragliatrici a fare da guardiani.
Le navi che arrivavano in porto erano minuziosamente controllate, anche gli estranei che sbarcavano nell’isola erano sottoposti a perquisizioni personali.

Il clima tropicale dell’isola e le dure condizioni di detenzione, rendevano difficili le condizioni di salute dei deportati. Lussu si ammalò di una grave pleurite di cui già aveva sofferto in passato, e come lui tanti erano i prigionieri che si ammalavano.
Non mancavano i morti, ma di fronte a tanti ammalati anche il piccolo ospedale sembrava impossibilitato a svolgere la sua funzione.

Tutti i deportati dovevano sopravvivere nell’isola con una misera indennità giornaliera di 10 lire, ridotte alla metà dopo il 1931. Vitto, vestiario, biancheria, igiene, luce, tutto doveva essere pagato utilizzando questa piccola somma; le malattie legate alla fame erano una realtà molto diffusa a Lipari.
Gli appelli venivano fatti frequentemente, la notte si arrivava addirittura a dodici controlli. Si doveva evitare ogni minima possibilità di fuga, rendere l’isola una fortezza inespugnabile, un simbolo del rigore.

E così tutto l’ambiente pareva essere un’immensa scenografia della passione fascista: la fanfara che suonava inni a ogni ora del giorno,  le canzoni beffa contro gli oppositori. Le guardie fasciste, dal canto loro, avevano l’obbligo di rendere il clima turbolento; la sentinella che non provocava veniva accusata di scarso senso rivoluzionario.

Spesso venivano inviati degli “agenti provocatori”, ovvero finti deportati mandati sull’isola a prender contatti con i veri prigionieri, col compito di suggerire complotti per rovesciare il regime. Chi cadeva nel tranello, finiva subito in stato d’arresto.
Tutto ciò si sommava alle “classiche aggressioni”, sempre più violente, con i deportati ridotti in condizioni così gravi da dover essere ricoverati per lungo tempo in ospedale.
Si passò poi a misure di tortura ancora più deprecabili: deportati feriti da colpi di frusta e costretti a fare bagni nell’acqua salata o nell’aceto; flagellature alle piante dei piedi; feriti cosparsi di olio e aceto.

Alle questioni che non potevano attendere i tempi della giustizia, si sostituiva il giudizio sommario. E così, alcuni deportati venivano ammazzati senza troppi convenevoli, come Giovanni Filippich, ucciso nel 1930 per essersi dichiarato slavo, o il deputato Sollazzo, ucciso a colpi di baionetta per aver criticato duramente il fascismo.

In caso di tentativi di fuga, il regolamento consentiva l’utilizzo delle armi. Se nonostante ciò, il deportato riusciva ad avere salva la vita, la pena contemplava una reclusione non inferiore ai tre anni e una multa salata di 20.000 lire.

Ma non c’era pena che poteva fermare il desiderio di libertà. Tutti, a Lipari, pensavano alla fuga, pochissimi riuscirono a compierla.
Tra questi ci fu Emilio Lussu che, con una rocambolesca evasione, riuscì insieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti, a beffare il regime fascista.
Tre uomini che, una volta abbandonata l’isola, daranno un contributo fondamentale prima nella lotta clandestina e poi nelle fasi finali della Resistenza armata.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu

 

 

Il processo a Emilio Lussu

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Dopo l’uccisione, avvenuta per legittima difesa, del fascista Battista Porrà, Emilio Lussu rimase in prigione per tredici mesi.

In carcere gli fu comunicata la decisione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, ormai sotto il controllo fascista, della sua radiazione dall’albo in quanto nemico del regime.
Nel frattempo, nei giornali si susseguivano gli appelli dei deputati fascisti ai magistrati, appelli ai limiti della minaccia, affinchè applicassero la pena più severa possibile al sardista accusato dell’uccisione del camerata.
“E’ un delitto contro la patria, contro l’umanità”, arrivò a scrivere qualcuno.

Lo stesso prefetto, accusato di avere “protetto” Lussu (cosa peraltro non veritiera), venne messo a riposo per aver consentito l’intervento di carabinieri e polizia appena dopo l’aggressione.
Dal canto suo, anche Mussolini cercò di prodigarsi affinchè Lussu ottenesse la massima pena. A tal proposito cercò, inutilmente, di spostare il processo fuori dalla Sardegna, a Chieti; la Corte d’Assise della città era infatti nota perchè i giurati, rigorosamente fascisti, durante il processo contro gli assassini di Matteotti arrivarono a complimentarsi con gli imputati.

Ma il disegno di Mussolini, stavolta, non si realizzò.
L’opinione pubblica isolana reagì a tal punto da impedire il progetto, e addirittura lo stesso padre del fascista ucciso rifiutò di costituirsi parte civile contro l’imputato, arrivando a dolersi con Lussu dell’eccessiva persecuzione a suo danno.

Nonostante le fortissime pressioni a cui fu sottoposta la magistratura sarda, questa, non ancora soggiogata al regime, assolse Emilio Lussu per legittima difesa.

La rabbia dei fascisti esplose ogni oltre misura.
Troppo grande era stato l’affronto subito per colpa dei giudici, per non parlare poi dello stesso Lussu. Non solo non si era riusciti ad ucciderlo, ma lui stesso aveva ucciso un camerata, ed era stato addirittura assolto!
I giornali le settimane successive traboccavano di lunghi articoli contro la sentenza, si parlò di evidente errore giudiziario, alcuni proposero addirittura il linciaggio.

I fascisti non potevano lasciar passare la questione e infatti, nonostante l’assoluzione, Lussu non venne scarcerato.
Le carceri dipendevano dal ministero degli Interni e così fu trattenuto per “misure di ordine pubblico”, finchè una commissione eletta dal regime, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato fascista, condannò Lussu a cinque anni di deportazione come “avversario incorreggibile del regime”.

Le dure condizioni della detenzione dovute alla lunga permanenza in una piccola cella fredda e umida, e le correnti d’aria durante le continue ispezioni notturne, finirono col provocargli una bronchite e una grave pleurite.
La febbre alta di cui soffriva Lussu convinse i medici a scrivere una dichiarazione medica sulle sue pessime condizioni di salute, riferendo che una deportazione in un’isola sarebbe stata letale a causa del clima marino.
Fu Mussolini in persona a interessarsi della questione.
Pochi giorni dopo arrivò l’ordine di immediato trasferimento: destinazione, la piccola isola di Lipari.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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L’aggressione a Lussu e la morte del fascista Porrà

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Piazza Martiri, Cagliari

Il 31 ottobre 1926, durante una manifestazione fascista a Bologna, il sedicenne Anteo Zamboni sparò un colpo di pistola contro Mussolini, mancandolo di poco.
La reazione fascista non si fece attendere e la furia contro gli oppositori al regime si scatenò in ogni parte d’Italia. In molti caddero vittime delle violenze, altri riuscirono a darsi alla fuga, le loro case vennero saccheggiate, le sedi dei giornali distrutte.
Ovunque si respirava un clima di terrore.

Nella lunga lista degli avversari da eliminare era presente anche il nome di Emilio Lussu, noto antifascista, leader del Partito Sardo d’Azione.

La stessa notte dell’attentato al duce, alcuni amici più fidati del dirigente sardista, corsero da lui per riferigli che anche a Cagliari la macchina repressiva del regime si era messa in moto e la sua vita correva un grave pericolo.
La città era effettivamente in fermento. I vari rioni suonavano l’adunata, i fascisti accorrevano da ogni parte per ritrovarsi nella sede centrale e preparare gli assalti.

La casa di Lussu era situata nella Piazza Martiri d’Italia (dove oggi è affissa una targa in ricordo), al primo piano di un appartamento con cinque balconi.
Non ebbe il tempo di abbandonare la città e decise di rifugiarsi in casa, da solo, con le luci spente e le pistole di guerra a portata di mano, pronte per essere utilizzate.
Lui, così abituato agli assalti della Grande guerra, vide la sua casa trasformarsi in una nuova trincea.

Ma il suo appartamento non fu l’unico obiettivo dei fascisti.
Lussu sentì la colonna fascista avvicinarsi, ma prima di arrivare a lui ebbero la premura di saccheggiare la vicina tipografia del giornale democratico-cristiano il “Corriere” e distruggere lo studio legale dell’avv. Angius.

La colonna era comandata dal avv. Cao di San Marco, vecchio compagno di Lussu.

Una volta ammassatasi di fronte alla casa di Lussu, la colonna fascista riuscì senza troppa fatica a sfondare il grande portone. Solo la porta dell’appartamento ora faceva da ostacolo alla furia delle camicie nere.
Interessante, soprattutto ai fini del processo, furono le dichiarazioni delle due parti. Lussu dichiarò di aver avvisato i fascisti della sua presenza in casa, e di essere inoltre armato, mentre questi dichiararono che l’assalto fu ordinato solo perchè convinti che la casa fosse deserta.

Una volta sfondato il portone principale, la colonna si divise in tre parti: un gruppo di fascisti cercò di forzare la porta dell’appartamento, un altro cominciò la scalata ai balconi e l’ultimo fece il giro della casa per passare dal cortile sul retro.
Di fronte alla casa, sulla piazza, la folla simpatizzante incitava gli aggressori alla grande impresa.

Battista Porrà, aiutato dalla folla, fu il primo che riuscì a raggiungere il balcone. Gli porsero il ramo di un albero vicino, per forzare la persiana chiusa, e fu a questo punto che Lussu, armato della sua pistola di guerra, sparò verso di lui.
L’assalitore, colpito a morte, cadde nella strada sottostante, tra le braccia dei camerati.

Nel frattempo la folla lasciava in tutta fretta la piazza. Più volte Cao di San Marco tentò di riordinare la colonna ma i suoi appelli furono vani.

Al processo contesterà il ruolo svolto, dicendo di essersi trovato nella Piazza solo ed esclusivamente per difendere Lussu dall’aggressione fascista.

Mezz’ora dopo, polizia e carabinieri avevano accerchiato la casa, almeno mille erano le forze militari presenti nella piazza. Il questore e il commissario si presentarono alla porta e Lussu, ancora armato, chiese che solo il commissario, con le mani alzate, potesse entrare. Appurata la presenza di “autorità legali”, anche il questore venne ricevuto nella casa.

Di fronte alla comunicazione dell’arresto, Lussu cercò, con il codice penale in mano, di far leva sulla legittima difesa e ancora, sull’immunità parlamentare, essendo egli un deputato, ma tutto ciò non servì. Fu ammanettato e condotto in carcere dai carabinieri.

Al fascista ucciso vennero concesse onoreficienze e funerali solenni, con la partecipazione delle autorità, la magistratura, il prefetto e le camicie nere provenienti da tutta la provincia.

… segue.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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Lino Businco: un sardo tra i firmatari del manifesto della razza.

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La manifestazione più aberrante del fascismo fu l’introduzione, nell’autunno del 1938, di una serie di leggi discriminatorie rivolte prevalentemente contro i cittadini di religione ebraica. Queste leggi, molto simili a quelle naziste del 1935, escludevano gli israeliti dagli uffici e dalle scuole pubbliche, ne limitavano l’attività professionale, vietavano i matrimoni misti. Preannunciata da un manifesto di sedicenti scienziati che sostenevano l’esistenza di una “pura razza italiana” di indiscutibile origine ariana, la legislazione fu introdotta in un paese che fino ad allora, a differenza della Germania, della Francia e della Russia, non aveva mai conosciuto forme di antisemitismo diffuso.

Il manifesto della razza, diviso in dieci punti, si proponeva di insinuare nel popolo italiano il germe dell’orgoglio razziale per farne scaturire l’aggressività: “E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, evidenziava il settimo punto.

Tra i dieci scienziati che firmarono il vergognoso manifesto, uno proveniva dalla Sardegna: Lino Businco (1908-1997).
Laureato in medicina, a Cagliari, Businco fino al 1937 fu “aiuto incaricato” presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Cagliari, passò poi all’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Roma. Divenne vice direttore dell’Ufficio Studi sulla razza  del Ministero della Cultura Popolare nel 1938 e, nel dicembre dello stesso anno, membro del Comitato segreto italo-germanico per le questioni razziali, lavorando con Himmler ed Hess. Fu insignito da Hitler della Croce rossa tedesca di seconda classe.

Ma il contributo di Businco alla causa della razza non si limitò alla stesura del manifesto. Pubblicò sulla rivista “La Difesa della razza”,  l’articolo Sardegna Ariana che aveva come scopo quello di dimostrare l’appartenenza dei sardi al “gruppo purissimo degli ariani mediterranei“. Basandosi su metodi pseudo scientifici, analizzando le ossa nuragiche per ottenere dati biologici, arrivò alla conclusione che i sardi avevano conservato la purezza del loro sangue attraverso i millenni e “non potevano appartenere a opachi raggruppamenti razziali africani“.

Lino Businco non fu il solo a sostenere questa tesi.
Un importante contributo lo diedero anche Paolo Rubiu, e ancora Claudio Colosso, sempre nel 1939, che cercarono di allontanare dalla “pura razza sarda” possibili equivoci sulla provenienza africana.
L’Unione Sarda, il maggior quotidiano dell’isola, a seguito delle leggi razziali del 1938 pubblicò un articolo, senza firma, in cui celebrava “la razza sarda, parte integrante della razza italica […] di cui costituisce una delle espressioni più elevate“.

Ma la voce dell’opposizione era molto forte anche in Sardegna e il suo simbolo fu ancora una volta Emilio Lussu che, con un testo straordinario pubblicato nel 1938, seppe smontare in modo ironico il Manifesto punto per punto.
In riferimento al IV comandamento del Manifesto: “questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola” rispose che “siccome la Sardegna non fa parte della penisola ma è un’isola, l’affermazione suesposta non tocca i Sardi nè punto nè poco”.
E ancora: “Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poichè ci siamo, ci vogliamo stare. E’ tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti”.
Reclamando in modo alquanto divertente: “il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani” e mobilitando “a difesa della razza sarda […] le impavide zanzare, di pura razza semitica” per fermare gli ariani arrivati nell’isola.

Nonostante il passato così inglorioso, Lino Businco non ha mai pagato per le sue tesi razziali, al contrario. Nel 1962 venne insignito dell’onorificenza di “Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica”.

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A proposito dei firmatari del Manifesto della Razza, Franco Cuomo ha scritto:

“Nessuno li dimentichi. Nessuno si scordi mai di ciò che impersonarono nella storia del razzismo italiano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari.
Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono”.

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Per approfondire l’argomento:

 

 

 

 

Apogeo e declino del fascismo in Sardegna

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Carbonia

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Il periodo di maggior consenso del Partito Fascista a Cagliari e in provincia coincide con la fondazione di Carbonia avvenuta nel 1938.

La decisione di erigere una città intorno al grande giacimento del Sulcis fu strettamente collegata alla politica autarchica voluta da Mussolini a seguito delle sanzioni, imposte dalla Società delle Nazioni, all’indomani dell’aggressione all’Etiopia. Mussolini annunciò il rilancio della produzione del carbone durante un viaggio in Sardegna. Tre anni dopo, precisamente nel 1938, Carbonia veniva inaugurata e dagli 8.000 abitanti iniziali passerà a oltre 40.000 già nel 1944.

La stragrande maggioranza dei sardi, così come degli italiani, accettò il regime senza particolari riserve. Gli antifascisti più noti vanno ricordati nella figura di Giovanni Lay, comunista, imprigionato negli anni Trenta, il sardista Dino Giacobbe che nel 1937 abbandonerà clandestinamente la Sardegna per combattere nella guerra spagnola, Francesco Fancello, anch’egli sardista e il repubblicano Cesare Pintus che verranno condannati dal Tribunale Speciale nel 1931. Il più importante di tutti fu Emilio Lussu.
L’antifascismo non fu in grado di coinvolgere il resto della popolazione, anche perchè confinato in circoli ristrettissimi.

Nel 1930, secondo una rilevazione statistica prefettizia, su una popolazione della provincia di Cagliari di 461.304 unità si registra la presenza di 164 tra Fasci e Gruppi rionali e di 53 Fasci femminili; il numero dei tesserati è di 15.155 unità; i Fasci giovanili ne raccolgono 5.082, i Guf 490, l’O.N.B. 16.800.
Con le 1.842 iscritte ai Fasci femminili, le 5.696 piccole italiane e 631 giovani italiane, il numero complessivo degli aderenti alle principali organizzazioni del partito è di circa 30.541 unità. Possiamo affermare che circa il dieci per cento della popolazione era inquadrato nel Pnf.

I dati delle province di Nuoro e di Sassari dello stesso anno indicano una percentuale di iscritti e tesserati pari al dodici per cento a Nuoro e del dieci per cento a Sassari.
Quattro anni dopo gli iscritti al Pnf nella provincia di Cagliari erano 17.000 e nel 1938 raggiungevano le 23.000 unità.
Nel 1940, con l’apertura delle iscrizioni ai combattenti, il totale degli iscritti raggiungeva le 32.000 unità anche se, dei 14.000 combattenti iscritti, solo 4.500 avevano pagato la tessera.
Questi numeri, che trasmettono l’immagine di un partito di massa, nascondono una forte adesione dettata anche da ragioni di opportunità sociale; avere la tessera significava aver accesso al pubblico impiego, e finì col divenire più una formalità burocratica che un segno di appartenenza al partito.

Con lo scoppio della guerra e i continui bombardamenti, con l’aumento del costo della vita e delle difficoltà negli approvvigionamenti si registrò un crescente malcontento popolare nei confronti del regime.
L’isolamento, sia morale che materiale, in cui era piombata la Sardegna, finì col ridar forza ai pensieri autonomistici. Una fonte di polizia comunicherà: “Da voci da noi udite ripetutamente, i Sardi, pur di finirla, vedrebbero favorevole un distacco dalla Madre Patria e magari un’occupazione inglese”.

In una lunga relazione del 18 giugno del 1943 al Ministero dell’Interno, un ispettore di pubblica sicurezza, faceva notare che “Ogni intralcio burocratico viene attribuito al preteso disinteresse del continente verso la Sardegna”. E’ evidente come la sfiducia nelle autorità andava di pari passo con il progressivo distacco della popolazione sarda dal regime. Accanto alla lealtà verso la monarchia cominciava a serpeggiare nella popolazione l’insofferenza verso il regime e la consapevolezza che la Sardegna continuava ad essere trascurata e scarsamente difesa (la situazione era drammatica in seguito ai bombardamenti  e alla mancanza di collegamenti sia interni che verso il continente). Riemergeva insomma quel forte sentimento di identità locale che unitamente al rivendicazionismo economico e politico nei confronti dello Stato aveva costituito il punto di forza del programma e degli ideali sardisti del primo dopoguerra.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

 

 

L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net

 

 

Le imprese dei Partigiani sardi

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25 aprile 1945

25-aprile

 

La Sardegna non ha conosciuto la guerra di Liberazione sul proprio territorio, ma sono tantissimi i sardi che parteciparono alla Resistenza in ogni parte d’Europa: in Italia innanzitutto, in Francia, nei Balcani. Del resto, anche la Sardegna aveva conosciuto l’antifascismo e la repressione: 208 sardi erano stati giudicati di fronte al Tribunale speciale e 260 erano stati assegnati al confino. 120, infine, furono i sardi accorsi, dal 1936, in difesa della Spagna repubblicana.

Tralasciamo in questa pagina la figura di Gramsci, di Lussu e Fancello, i rappresentanti più emblematici dell’antifascismo sardo, per dedicarci a quelle meno note.

Molto intensa è la partecipazione dei sardi nelle formazioni partigiane che operano a Roma, e molti di loro cadranno nella lotta: lo studente Mario Demartis (nato a Sassari nel 1920), tenente pilota, catturato dai tedeschi a Grosseto l’8 settembre, evade, raggiunge Roma ed entra nella banda “Hazon-Napoli”: arrestato e torturato a via Tasso, è fucilato a Forte Bravetta il 3 giugno 1944.
A Forte Bravetta era stato fucilato, il 31 dicembre 1943, il comunista Antonio Feurra (nato a  Seneghe, 1898), piccolo venditore di ortofrutta a Roma, ma che dopo l’8 settembre era diventato comandante militare dei Gap di Monte Sacro.
L’attentato di via Rasella contro i nazisti occupanti, uno dei fatti più noti della Resistenza romana, vide in prima linea i partigiani sardi Silvio Serra, studente cagliaritano, e Francesco Curreli di Austis, già combattente in Spagna; contribuirono all’azione con il lancio di bombe a mano. Militavano nei Gap romani anche Luigi Pintor, Ines Berlinguer, Marisa Musu e la madre Bastianina Musu Martini dirigente dell’organizzazione femminile assieme a un’altra cagliaritana, Antonietta Marturano Pintor, sempre presente accanto ai suoi figli, antagonisti del fascismo. I tedeschi risposero all’attentato con il terribile massacro delle Fosse Ardeatine, in cui morirono 9 antifascisti sardi.

Notevole fu la presenza degli isolani anche nella Brigata “Garibaldi Trieste”, in cui particolarmente rilevante fu l’opera di un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda conosciuto con il nome “Corvo”.
L’8 settembre Podda ha poco più di 19 anni, soldato a Perugia. Con un gruppo di una sessantina di coetanei, tutti sardi, raggiunge Civitavecchia per cercare un imbarco per la Sardegna: ma la parola d’ordine “tutti a casa” è più difficile per chi deve anche passare il mare. I ragazzi si sbandano, dandosi alla campagna tra Roma e Viterbo, si dividono in tre gruppi secondo i paesi di provenienza. Ma, braccati dai fascisti e dai tedeschi, sono costretti ad arruolarsi, a Roma, in un battaglione di guardie della repubblica di Salò composto in gran parte di sardi e comandato da due ufficiali anch’essi sardi, i colonnelli Barracu e Fronteddu. Nel gennaio del 1944 disertano per raggiungere i partigiani del “Battaglione triestino d’assalto” col quale combatteranno sino alla liberazione. Molti di loro cadono in battaglia, i più maturi diventano capi-formazione.
In tutti, la solidarietà regionale agisce allo stesso modo in cui, su quelle stesse alture, aveva agito nella Brigata Sassari. Non è un’immagine retorica:
«Vi comunichiamo – scrive il capo di stato maggiore della Natisone al comando del 9° Korpus nel dicembre del ’44 – che presso la 158.ma brigata si trova un forte gruppo di sardi, cioè nativi di Sardegna. A noi consta che nella brigata Triestina esiste un nucleo di sardi che desiderano passare alla 158.ma brigata, per formare un battaglione sardo. Dato che il comandante della 158.ma brigata, compagno MoroSalvatore Bulla, nato a Bultei nel 1920), è pure sardo, è ovvio spiegare il significato politico che avrebbe la formazione di un battaglione sardo».
La vicenda verrà ripresa da due ex comandanti partigiani, Giacuzzo e Scotti, nel libro “Quelli della montagna”. I due partigiani descrivono le imprese del Battaglione d’assalto “Trieste” facente parte dell’omonima brigata partigiana “Garibaldi”. In un capitolo intitolato “Arrivano i Sardi”, Giacuzzo e Scotti così raccontano:
«Proprio in quel periodo, verso la fine del gennaio 1944, il Battaglione ha la gradita sorpresa di essere raggiunto da 54 militari italiani, giovani mobilitati dalla Repubblica di Salò, i quali affermano di aver disertato le file del loro Battaglione dislocato a Opicina presso Trieste e chiedono di combattere contro i tedeschi e i fascisti. Sono tutti della Sardegna, completamente equipaggiati (ben vestiti, con armi e munizioni). Con essi il Battaglione triestino raddoppia i propri effettivi […]. A capeggiare la diserzione dei Sardi dalle formazioni “repubblichine” è un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda […]. Tutti si dimostrarono in seguito ottimi combattenti, convalidando la scelta fatta con il sacrificio della propria vita. Non è possibile ricordarli tutti, ma alcuni nomi di caduti restano impressi nella memoria: Francesco Cuccu, Egidio Mesina e Pietro Maria Campus di Orgosolo, su otto di quel paese; Giovanni Sanna, Giorgio Delogu, Ciriaco Cuccu e Giorgio Sanna su nove del paese di Bitti, Carmine Carcangiu e Salvatore Piras del Nuorese. Fra i sopravvissuti, oltre al Podda […] si ricordano: Antonio Francesco Corraine, Antonio Michele Mesina, Pietro Maria Corraine, Giovanni Catgiu, tutti di Orgosolo. Giuseppe Buffo, Salvatore Coccu, Pietro De Roma, Giuseppe Mameli, Pietro Giovanni “Lattu”, tutti di Bitti; Ignazio Ticca di Nuoro, Giulio Buttau di Villanova Strisaili, Angelino Soro di Galtellì, Pietro Bonu di Bono, Giovanni Morozzu di Benetutti, Pasquale Fozzi di Bonorva, che sarà ferito in combattimento e diverrà comandante del Battaglione, Antonio Spanu di Cossoine, Antonio Fenu di Mons (forse Mores o Monti)».
Il battaglione, con la presenza dello stesso Podda,  riuscì a compiere un’importante azione di sabotaggio nell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, occupato dai nazisti. Vennero incendiati almeno 8 aerei tedeschi carichi di bombe, fatto talmente noto da essere ripreso da Radio Londra e Radio Mosca.
Negli scontri morirono due partigiani sardi, Salvatore Piras nato a Dorgali e Carmine Carcangiu di Orgosolo. All’azione parteciparono anche Antonio Michele Mesina di Orgosolo, Bernardino Ruiu di Orune e Giuseppe Carboni di Tonara.
72 partigiani vennero catturati dai fascisti, tra cui lo stesso Podda, per essere fucilati a Gorizia. Rimarranno in carcere fino alla liberazione della città.

E ci sono combattenti di lunga data, che riprenderanno le armi in Italia, come il comunista Sisinnio Mocci, nato a Villacidro nel 1903, combattente in Spagna nelle Brigate Internazionali, deportato nel campo francese Vernet e poi a Ventotene che, liberato dopo il 25 luglio, partecipa all’organizzazione della resistenza romana (ricercato, si nascose nella villa romana del regista Luchino Visconti in qualità di finto maggiordomo), catturato, sarà fra i martiri delle Ardeatine; o come Andrea Scano, nato a  Santa Teresa di Gallura nel 1911, anch’egli comunista, espatriato clandestinamente per andare a combattere in Spagna, rimpatriato dopo la fine della guerra e che, liberato dal confino alla caduta del fascismo, sarà commissario politico dei Gap genovesi e poi della 108.ma brigata Garibaldi nell’Alessandrino.

Fausto Cossu fu uno dei più importanti comandanti della lotta partigiana nel piacentino, contribuì alla liberazione di Bobbio (la prima città del Nord Italia a essere liberata), e alla fondazione della “Repubblica di Torriglia”, nel territorio strappato all’occupazione nazifascista.
Nato a Tempio Pausania nel 1914, laureato in Giurisprudenza, diventa ufficiale dei Carabinieri e nel 1942 viene inviato in Jugoslavia. Dopo l’armistizio viene catturato dai tedeschi, riuscito a fuggire trova riparo nel piacentino dove inizia a reclutare i carabinieri scontenti  di essere inquadrati  nei ranghi dei repubblichini. Con il loro apporto, riesce ad organizzare una formazione autonoma della Resistenza  che chiamò “Compagnia  carabinieri patrioti”, cui faranno parte centinaia di soldati sbandati e giovani che non vollero rispondere alla chiamata della repubblica di Salò.
Il comandante “Fausto” si dichiara antifascista, democratico e apolitico, distaccandosi totalmente sia dai gruppi comunisti che democristiani. La struttura militare che Cossu riesce a organizzare è professionale, militarmente preparata e composta da oltre 600 uomini. I nazifascisti sono costretti a lasciare le zone più insicure a seguito dei ripetuti scontri con i partigiani della Compagnia. La divisione cambia il nome in “Giustizia e Libertà” senza nessun riferimento politico, con Cossu sempre al comando. Nel luglio del ’44 Cossu e i suoi uomini entrano a Bobbio appena abbandonata da tedeschi e fascisti, e dal balcone del municipio proclama la liberazione della città. Le forze partigiane comprendono ormai 4.000 uomini, i tedeschi lanciano un nuovo assalto occupando Bobbio con la divisione Turkestan composta in parte da mongoli. Ma ormai la strada è segnata: le divisioni partigiane attaccano i nazifascisti e sarà proprio Cossu, alla testa dei suoi uomini, a liberare Piacenza il 28 aprile 1945.

Gli Americani lo decorarono con la “Bronze Star”.

Tra i protagonisti della Resistenza veronese ricordiamo il comandante partigiano Pietro Meloni, soprannominato “Misero”.
Nato a Sestu il 23 novembre 1899, di famiglia poverissima, frequentò solo la prima elementare e a sette anni cominciò a lavorare in campagna. Raggiunta l’età della leva, riuscì ad arruolarsi nella Guardia di Finanza dove rimase sino all’età di 24 anni quando, ferito in servizio, fu congedato con una piccola “pensione temporanea” che non gli permetteva di vivere. Fu così che Meloni decise di emigrare in Francia, dove unì un’intensa attività politica allo studio dei testi classici del movimento operaio. Lì conobbe nel 1925 una sua quasi coetanea veronese, Rosa Tosoni; i due emigrati si sposarono e si stabilirono a Lione. Qui entrambi entrarono nell’organizzazione comunista. L’occupazione tedesca trova i coniugi Meloni a Modane, dove Pietro era diventato segretario della sezione comunista. Per un certo periodo di tempo Pietro e Rosa collaborano con la Resistenza francese; poi decidono di tornare in Italia. Nel 1940 i due sposi sono a Verona, lui lavora alla Mondadori e al contempo membro del Comitato federale clandestino del PCI, lei occupata all’Arsenale militare.
Pochi anni di relativa tranquillità, poi l’armistizio, l’occupazione tedesca e l’inizio dell’attività di organizzazione della lotta di liberazione nei comuni della provincia di Verona. Traditi da un conoscente che organizza un finto incontro nei pressi della chiesa parrocchiale di S. Massimo, frazione di Verona, vengono catturati dalle SS tedesche. Era il 12 ottobre del 1944 quando i Meloni finirono nel carcere ricavato dall’ex INA di Verona, in corso Porta Nuova. Vi stettero pochi giorni, e vi uscirono, segnati dalle torture, per essere deportati nel campo di Gries, alla periferia di Bolzano. Un mese dopo Meloni viene trasferito nel lager di Gusen (Mauthausen), dove muore nel marzo del 1945; anche qui organizzerà con i reclusi quella che è stata definita come la “Resistenza del filo spinato”. Rosa riesce a sopravvivere sino alla Liberazione, tornerà a Verona a lavorare all’Arsenale, aspettando il rientro del marito dal campo di concentramento. Anche da pensionata continuerà, sino in età molto avanzata, nel suo impegno nelle organizzazioni democratiche veronesi. Nel 1955, nel primo decennale della Resistenza, il Comune di Verona conferisce alla memoria di Pietro Meloni una medaglia d’oro, per il contributo dato alla lotta partigiana.

Poi c’è l’esempio di Gavino Cherchi, nato a Ittireddu il 15 agosto 1911, si laurea in Lettere e Filosofia e insegna in vari istituti italiani. E’ un intellettuale, giornalista, scrittore, autore di vari romanzi. Dopo l’armistizio decide di far parte della Resistenza con il nome di battaglia “Stella”, nel CLN di Parma. E’ a capo del Servizio Informazioni Partigiano della città, con il compito di controllare gli spostamenti delle truppe tedesche e scoprire eventuali piani militari contro i partigiani. In seguito a una delazione, il 5 marzo del ’45 viene arrestato e torturato dalla polizia tedesca, infine ucciso il 28 marzo con altri due partigiani a colpi di mitra a Casalmaggiore (PR) sulla riva del Po. I loro corpi furono gettati nel fiume e mai più ritrovati.

Claudio Deffenu fu un leggendario comandante dei GAP di Bologna.
Vestito da repubblichino con altri 3 partigiani, si presenterà in carcere con la scusa di dover consegnare 4 resistenti appena catturati. Una volta dentro, riusciranno a legare le guardie, tagliare i fili del telefono e liberare ben 340 detenuti politici e comuni.
Nato a Nuoro nel 1911, laureato in Giurisprudenza, entra nell’esercito e diventa insegnante degli ufficiali di Parma. Liberal-socialista e antifascista, dopo l’8 settembre entra in contatto con il CLN di Ferrara. Nel ’44 si trasferisce a Bologna e con il nome di battaglia “Garavelli” diventa l’ideatore di oltre 50 azioni partigiane. Alcune di queste diverranno famosissime, come l’attacco all’Hotel Baglioni ritrovo di gerarchi nazisti e fascisti, avvenuto il 29 settembre. Vestito in divisa militare, riuscirà a mescolarsi tra gli alti ufficiali tedeschi e fascisti e, una volta uscito dopo aver raccolto preziose informazioni, darà l’incarico ai suoi uomini di far saltare in aria l’albergo. Solo una parte finirà con l’essere distrutto, ma un successivo clamoroso attentato lo farà crollare interamente. Il tribunale del CNL sarà più volte presieduto dallo stesso Deffenu. Gli verrà conferita la Medaglia d’Argento al valor militare.

Tragica sarà la sorte di 17 avieri sardi, sbandati dopo l’8 settembre sulla strada di Civitavecchia, non riusciranno a imbarcarsi per l’isola. Rimasti insieme, vengono scovati a Sutri da fascisti e tedeschi e fucilati sul posto, senza nessun processo. Solo di 12 si conoscerà il nome e solo uno riuscirà a salvarsi; fingendosi morto, verrà curato dalla popolazione del luogo.

Eroica è la storia di Piero Borrotzu, nato a Orani (Nu) nel 1921. Il padre Francesco, reduce della Prima Guerra Mondiale, muore per le ferite riportate lasciando i due figli piccoli alle sole cure della moglie, ligure, laureata in ostetricia. Piero studierà prima nel liceo Asproni di Nuoro, si iscriverà all’università e sarà ammesso nel 1941 all’Accademia Militare di Modena. Al momento dell’armistizio si trova di stanza a Milano: si oppone ai tedeschi che vogliono occupare la Pirelli, arrestando due ufficiali nazisti, viene rimproverato dai superiori e vede i suoi prigionieri ritornare in libertà. E’ in quel momento che decide di scegliere la via della Resistenza. Abbandona la caserma fortunosamente, con abiti borghesi e al braccio di una donna. Ritorna in Liguria, a Vezzano, nel paese originario della madre e allaccia contatti con gli antifascisti della zona. Si reca a Parma per rafforzare legami clandestini e incontra Franco Coni, cagliaritano, suo compagno di Accademia, già  attivo nella lotta partigiana. Insieme, comandano la “Brigata d’Assalto Lunigiana”, compiendo importantissime azioni contro i nazifascisti, facendo bottino di viveri, armi e munizioni. La sera del 4 aprile 1944 si reca a Chiusola per informarsi su ciò che accade nella zona, dorme in paese contro ogni sua abitudine e, all’alba, il paese si sveglia tra le urla e i colpi di mitra dei tedeschi accompagnati da fascisti. La popolazione viene adunata nella piazza della chiesa, lo scopo è quello di una rappresaglia per aver dato ospitalità ai partigiani. Borrotzu non è stato scoperto, potrebbe fuggire, ma decide di consegnarsi ai nemici in cambio della liberazione degli innocenti. I tedeschi lo torturano e lo conducono nella piazza. Qui vengono liberati i 70 prigionieri, i 5 rimasti riusciranno miracolosamente a salvarsi, e viene dato l’ordine di uccidere Borrotzu. Prima dell’esecuzione riesce a urlare “Viva l’Italia”, viene colpito al petto e finito con un colpo di pistola alla nuca.
Il suo gesto susciterà molta impressione tra i suoi compagni e la popolazione, la sua formazione diventa parte integrante della formazione Matteotti e una Brigata assume il nome di Borrotzu, al comando del caro amico Franco Coni: sarà una delle prime formazioni a entrare a Genova per liberarla. Al tenente Borrotzu viene prima conferita la Medaglia d’argento e poi quella d’oro, intitolate varie scuole e strade in Sardegna e Liguria.

Il passaggio alla Resistenza, per molti, è dunque una decisione immediata. E’ il caso di tutti coloro che, in posizioni di comando o come semplici soldati, combattono nei reparti militari che, subito dopo l’armistizio, non accettano di consegnare le armi o di passare nelle formazioni repubblichine. Sono episodi innumerevoli: a Lero il capitano di fregata Luigi Re, cagliaritano, comandante della difesa marittima dell’isola, parteciperà alla lunga resistenza all’attacco tedesco e, dopo la resa, morirà in prigionia; il ten. col. Raffaele Delogu viene fucilato, con altri nove sardi, nel massacro della “Acqui” a Cefalonia; il colonnello Giovannino Biddau (nato a Ploaghe nel 1896), a Spalato con la divisione “Bergamo”, è fatto prigioniero e muore d’inedia a Flossemburg (è medaglia d’argento alla memoria); il colonnello Paolo Tola, sassarese, morirà nel lager di Bergen Belsen, dove era stato internato subito dopo l’8 settembre per avere rifiutato di combattere con i tedeschi e la repubblica di Salò.
Ricordiamo anche i finanzieri Salvatore Corrias di San Nicolò Gerrei, divenuto “Giusto tra le Nazioni” verrà fucilato dalle Brigate Nere e Giovanni Gavino Tolis di Chiaramonti, medaglia d’oro al merito civile, morirà a Mauthausen: operavano lungo il confine svizzero e aiutarono centinaia di antifascisti ed ebrei a passare il confine.

Un altro protagonista della Resistenza fu Bartolomeo Meloni, nato a Cagliari nel 1900 da una famiglia benestante di Santu Lussurgiu. Laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino, diventa ispettore generale delle Ferrovie  di Stato a Venezia. Fa parte del Pd’A e, come tutti i funzionari statali, è iscritto al Partito Fascista. Dopo l’armistizio, contribuisce a fondare la 10ª e 11ª Brigata Matteotti che agisce in tutto il Veneto.
I tedeschi cercavano di convogliare i prigionieri italiani verso la Germania, soldati, ufficiali che dovevano diventare forza lavoro al servizio dei nazisti, mentre per le formazioni partigiane era importante che rimanessero nel Paese per dare il loro contributo alla guerra di liberazione.

Meloni, grazie alle sue conoscenze nella rete ferroviaria, riesce a dare un prezioso aiuto alla Resistenza veneta: attivissimo, con i suoi compagni conduce sabotaggi delle tradotte militari dove transitano i prigionieri italiani, vengono deviati treni verso la Jugoslavia, contribuisce a salvare ebrei del ghetto di Venezia, procura armi, munizioni, equipaggiamenti ai partigiani. Per fermare o rallentare i treni venivano rialzate le traversine, riuscivano a introdurre nei treni alimenti per i prigionieri e, spesso, anche “piedi di porco” per sollevare le assi dei vagoni e fuggire durante le soste. Ben presto si diffuse la leggenda che i treni che passavano da Venezia, arrivavano in Germania vuoti. Non è certo il numero di prigionieri salvati in questo modo dalle deportazioni, ma il ruolo svolto da Meloni e dai ferrovieri contribuì in maniera determinante al rafforzamento del movimento partigiano.
Grazie all’attività politica nel Pd’A, entra in contatto con Silvio Trentin, deputato antifascista, fondatore del Partito d’Azione con Lussu e Rosselli, esule in Francia. Trentin in una lettera a Emilio Lussu del 23 ottobre ’43 scrive:
“Da lunedì mi trovo praticamente investito della Resistenza in tutto il Veneto. Credo che potremmo metter in piedi qualcosa di grande e di bello. Ho per luogotenente un tuo concittadino MAGNIFICO”, dove magnifico è scritto in stampatello a sottolineare la stima verso Meloni.
Bartolomeo Meloni fu arrestato il 4 novembre dalle SS, il suo appartamento saccheggiato e distrutto dai fascisti. Dopo 2 mesi di carcere viene deportato nel campo di concentramento di Dachau. Toccante è la testimonianza di don Giovanni Fortin, suo compagno di prigionia:
“Nella disperazione, nell’abbattimento, nella fame. Chi era la forza morale della piccola schiera? Era l’ing. Meloni. Il suo corpo sembrava di giorno in giorno assottigliarsi, ma il suo spirito ingigantiva maggiormente. I giorni di prigionia veneziana avevano fiaccato il suo corpo, ma egli era ancora sostenuto, pur essendo tanto gracile; era il morale che rinforzava il suo corpo, era una visione lontana di Bene, che egli pensava di dover compiere un giorno tornato in Patria”.
Da Dachau viene spostato in Cecoslovacchia, messo ai lavori forzati nei campi. Fortemente indebolito, denutrito, cade in un sonno comatoso e non riesce a svegliarsi per l’appello; il sorvegliante lo massacra a frustate con il nervo di bue e, trasferito in pessime condizioni di nuovo a Dachau, morirà nel campo il 9 luglio 1944. Gli è stata concessa la medaglia d’argento.

A Teramo, poco prima dell’avanzata alleata, i fascisti catturano un gruppo di partigiani che fanno parte della banda di “Armando Ammazzalorso”: tra di loro c’è il giovanissimo Elio De Cupis, nato ad Aggius nel 1924. Militare sbandato, dopo l’8 settembre 1943 si batté alla testa di una piccola formazione partigiana sui monti della Laga, fra Ascoli Piceno, L’Aquila e Teramo. Elio De Cupis fu sorpreso dai fascisti, mentre stava riposando con altri quattro partigiani nei pressi di Montorio al Vomano. Deferito al Tribunale militare straordinario di Teramo, il giovane fu condannato a morte.
Fu fucilato al cimitero di Teramo, subito dopo il processo, con il teramano Erminio Castelli e il veneziano Sergio Gucchierato. Secondo alcuni testimoni, i tre partigiani, furono condotti sul luogo dell’esecuzione ammanettati. Mentre erano avviati al sacrificio, cantavano inni patriottici, intervallandoli a “Bandiera Rossa”. Quando il manipolo fascista li legò alle sedie, De Cupis raccomandò al comandante di sparare bene e dopo la prima scarica (che finì Castelli e Gucchierato e lo ferì gravemente), ebbe ancora la forza di irridere ai suoi assassini.
Dopo la liberazione di Teramo (il 17 giugno 1944), due dei fascisti, scovati dai patrioti, furono giustiziati sul posto. La motivazione della Medaglia d’oro al valor militare, decretata, nel 1979, alla memoria di Elio De Cupis dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dice:
“Generoso figlio dell’eroica terra sarda, impugnava, tra i primi, le armi per il riscatto del popolo italiano. Dapprima tra i partigiani di Leonessa con l’incarico di staffetta sciatore, poi combattente sui monti della Laga, sempre assolveva il suo compito con serenità, fermezza e coraggio. Sorpreso nel sonno, veniva catturato e sottoposto a tortura perché rivelasse la posizione del suo reparto, ma non parlò. Processato dal Tribunale Speciale, che lo condannava a morte, coglieva l’occasione per vantarsi degli atti eroici compiuti nel nome dell’Italia libera. Davanti al plotone di esecuzione non vacillava, ma rivolgeva ancora parole di sprezzo contro i suoi carnefici accusandoli di tradimento alla Patria. Ferito gravemente alla prima scarica, si rivolgeva ai suoi assassini con un sorriso di scherno dicendo: «Vigliacchi, avete paura persino di sparare; imparate a mirar giusto!». Magnifico esempio di chi sa morire per la giusta causa della libertà”.

Flavio Busonera nasce a Oristano nel 1894, studia al liceo Dettori di Cagliari, presta servizio militare a La Maddalena e nel 1924 si laurea in medicina, diventando tenente medico. Esercita la professione medica in Sardegna, ma per via delle sue idee di sinistra (fu tra i fondatori a Cagliari del Partito Comunista locale) viene convocato dal Consiglio di discliplina, non si presenta, e viene rimosso dal grado di tenente medico.
Perseguitato dai fascisti lascia Cagliari per rifugiarsi in Veneto, continua a manifestare le sue idee e non ottiene importanti incarichi. Si trasferisce vicino a Udine, dove presta servizio per il comune come medico per i più poveri; si specializza in pediatria, ma le continue persecuzioni nei suoi confronti lo portano a peregrinare da una parte all’altra. Diventa medico delle formazioni partigiane, organizza il rifornimento di armi pilotando gli aviolanci degli alleati, assiste i prigionieri alleati e contribuisce alla costituzione di nuove bande partigiane. Durante la guerra di liberazione ritorna nelle file del partito socialista  e diviene commissario politico della “Brigata Venezia”.
Il 27 giugno del 1944, fingendosi partigiani, due brigatisti neri leggermente feriti, chiedono aiuto al medico per essere curati. Stabiliti i rapporti tra Busonera e la Resistenza, i fascisti lo arrestano. Il medico viene rinchiuso in carcere, a Padova, per circa 2 mesi e viene impiccato per rappresaglia il 17 agosto 1944, senza processo, a seguito della morte di Fronteddu, colonello fascista. La rappresaglia, voluta non dai nazisti bensì dai fascisti, non ebbe in realtà nessun vero legame con la morte del colonnello, essendo questo stato ucciso non per motivi politici bensì, probabilmente, a causa di gelosie per una donna contesa. Ciò nonostante l’omicidio fu attribuito ai partigiani e i fascisti, per dare l’esempio, fucilarono 7 detenuti e ne impiccarono altri 3. Tra questi ultimi c’era il medico sardo.

I partigiani, durante la prigionia del medico, pensarono di liberarlo con le armi, ma la moglie, che credeva fosse un’azione troppo pericolosa e pensava di poterlo salvare senza rischi, si oppose. Al momento dell’impiccagione, erano molti i partigiani armati presenti; lo scopo era quello di sparare e, nella confusione, far scappare il medico. Purtroppo il frate Padre Eusebio, al seguito della banda Koch, aveva richiamato una folla di fascisti arringandoli con una predica pubblica di fronte ai partigiani che stavano per essere impiccati. Inoltre la corda per l’impiccagione del medico era troppo lunga, cosa che allungò ancor di più l’agonia di Busonera.
Qualche giorno dopo apparve a Padova un manifesto con la frase:
“Perchè tremate, domandò al boia, io non tremo! Mettete bene il laccio.
Nella stretta del capestro l’ultima sua voce fu per gridare: Viva l’Italia!
Padovani, voi non dimenticherete”.

Secondo gli ultimi studi, i sardi che hanno partecipato alla Resistenza sono stati da 6500 a 7000. Solo in Piemonte ne sono stati contati oltre 550.
Molti combattenti sardi nella lotta per la libertà sono stati insigniti di medaglie al valore militare: 8 d’oro, 34 d’argento, 34 di bronzo.

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“D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia?
Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”

Italo Calvino

 


Fonti e letture:

  • Associazione Nazionale Partigiani d’Italia: //www.anpi.it
  • Antifascisti e partigiani sardi. Antonio Mulas
  • La Sardegna nella Seconda Guerra Mondiale, Manlio Brigaglia. Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia
  • Sezione Anpi Spinea: //anpispinea.blogspot.it/2011/01/bartolomeo-meloni-e-i-ferrovieri.html
  • Istituto spezzino per la storia della Resistenza, Progetto le vie della Resistenza: //www.isrlaspezia.it
  • //ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2001/04/25/SN801.html
  • //www.vicosanlucifero.it/excal/excal24/ex24spe5.html

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