Fuga da Lipari

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Emilio Lussu riuscì a evadere dal confino di Lipari alla fine del luglio del 1929 con altri due celebri amici: Carlo Rosselli e Fausto Nitti, anch’essi condannati a cinque anni di deportazione.
Importante nella preparazione della fuga fu la presenza della moglie di Rosselli, l’inglese Marion Cave, che ottenne l’autorizzazione di abitare con il marito a Lipari. Grazie al suo passaporto inglese potè viaggiare liberamente senza controllo, riuscendo a mantere i contatti con gli oppositori già rifugiatisi all’estero.

Le menti dell’operazione furono Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani e Alberto Cianca, aiutati da Raffaele Rossetti (protagonista, nel 1918, dell’affondamento della Viribus Unitis, fiore all’occhiello della Marina militare austriaca), Italo Oxilia (che aveva guidato il motoscafo per la fuga di Turati e Pertini) e Gioacchino Dolci (operaio repubblicano, compagno di deportazione dei tre, che avendo scontato la pena era già espatriato in Francia).

Il progetto di evasione prevedeva che Lussu, Rosselli e Nitti, scelto un angolo della costa meno controllato, avrebbero dovuto nuotare fino al largo, dove sarebbero stati raggiunti da un’imbarcazione “amica”.
Per ben quattro volte, però, come raccontò Lussu, dal mare non arrivò nessuno.
In un caso il problema fu il motoscafo “Sigma IV”, i cui motori così pesanti rischiarono di far affondare l’imbarcazione che fu così costretta a rientrare a Tunisi appena dopo la partenza. I tre fuggitivi dovettero così abbandonare momentaneamente l’azione, con le guardie fasciste che, fortunatamente, non si accorsero di nulla.

Il quinto tentativo riuscì il 27 luglio 1929, in una notte di luna nuova.

Anche stavolta Lussu, Rosselli e Nitti riuscirono a eludere il controllo delle guardie e a raggiungere il largo a nuoto. Stavolta, dopo una pasmodica attesa, il motoscafo “Dream V” arrivò con a bordo Italo Oxilia e Gioacchino Dolci che seguirono i punti luminosi indicati da Lussu. Il motoscafo riuscì a entrare nel porto a motori e fari spenti, senza essere visto dalle guardie.

Il primo a salire a bordo fu Nitti, seguito da Rosselli e Lussu.
Nel motoscafo, oltre a una grande riserva di carburante, per volere di Lussu furono sistemati anche fucili e bombe a mano.
Ma l’uso delle armi non fu necessario.
Con le sue trenta miglie orarie, frutto dei motori truccati, il Dream virò rapido e si lanciò in mare aperto senza che nessuno a Lipari si accorgesse di nulla.
Man mano che il motoscafo andava, l’isola diventava un incubo sempre più lontano mentre il sogno della libertà conquistata diventava sempre più vicino.

Nel frattempo scattò l’allarme a Lipari, ma ormai era troppo tardi. I fuggitivi erano al largo, impossibile raggiungerli.

L’indomani, nel primo pomeriggio, il motoscafo arrivava a destinazione: Tunisi.
Da Tunisi, passando per Marsiglia, Lussu, Nitti e Rosselli, assieme a Tarchiani, raggiunsero in treno Parigi dove fuori alla Gare de Lyon trovarono ad attendergli Gaetano Salvemini, Filippo Turati e Alberto Cianca.

Pochi giorni dopo nasceva Giustizia e Libertà, movimento che avrebbe dato un contributo importantissimo alla Resistenza italiana.

La fuga dei tre oppositori fu un grandissimo successo per tutto l’antifascismo italiano; trovò spazio nei giornali di mezzo mondo, rafforzò il dibattito democratico.
Fu il simbolo dell’esistenza di un’Italia che non si piegava al fascismo, di quell’Italia che grazie ai nuclei clandestini e alla voce degli esuli, stava dando vita alla lotta contro il nazifascismo.

La fuga rappresentò invece una vera umiliazione per il regime fascista.
I servizi segreti erano al corrente che a Lipari si stava programmando un tentativo di evasione, ma non riuscirono a far nulla per impedirlo.
Solo il 9 agosto la notizia trovò spazio sul “Popolo d’Italia“, il giornale di Mussolini: “Nella notte dal 27 al 28 luglio sono evasi da Lipari i confinati ex deputato Emilio Lussu, prof. Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti”.
Tutto qui. E fu in qualche modo obbligato a farlo visto che la notizia, ormai, faceva il giro del mondo.

Mussolini cercò di rivalersi in un modo o nell’altro. E così la moglie di Rosselli, incinta, venne arrestata in Valle d’Aosta, ma a seguito del clamore suscitato in Inghilterra ottenne un’immediata liberazione. Nello Rosselli, accusato di aver organizzato la fuga del fratello, venne confinato a Ustica.
La clamorosa fuga del 1929 finì con inasprire ulteriormente la detenzione in tutte le zone di confino, e a Lipari in particolare, dove la Milizia prese il posto della polizia.

Per quel che riguarda il futuro dei tre fuggiaschi, questo è ormai noto ai più.
Lussu prima partecipò alla Guerra civile spagnola nel fronte antifranchista, con funzioni di dirigente politico della Colonna Rosselli. Leader prima di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione, partecipò attivamente alla Resistenza romana. Nel 1945, fu Ministro dell’assistenza postbellica nel primo governo di unità nazionale dell’Italia libera e poi ancora eletto più volte senatore. Si ritirerà dalla vita politica nel 1968.

Anche Nitti fu uno dei fondatori di Giustizia e Libertà.
Partecipò alla Guerra civile spagnola e tornato in Francia fu internato nel campo di Argelès-sur-Mer. Durante la Seconda guerra mondiale fu uno dei promotori della rete spionistica clandestina per la Francia libera e, dopo essere stato arrestato, fu deportato dai nazisti verso il campo di concentramento di Dachau. Durante il viaggio però, riuscì a compiere un’altra avventurosa evasione e si aggregò alla Resistenza francese grazie al quale ottenne la medaglia per la Resistenza. Eletto consigliere comunale a Roma, aderì alla Massoneria.

Rosselli, fondatore del movimento Giustizia e Libertà assieme a Nitti e Lussu, fu subito attivo nella Guerra spagnola sostenendo le forze repubblicane. Celebre divenne il discorso pronunciato alla Radio di Barcellona nel novembre del 1936: “Oggi qui, domani in Italia”, divenuto il motto degli antifascisti italiani.
Tragica fu la sua fine.
Nel giugno del 1937, mentre si trovava a Bagnoles-de-l’Orne per delle cure termali, venne raggiunto dal fratello Nello che probabilmente era stato seguito dai suoi aguzzini sulle tracce del fratello. Il 9 giugno, con un pretesto, vennero fatti scendere dall’automobile e colpiti con raffiche di pistola dai miliziani della Cagoule, formazione dell’estrema destra, su mandato ricevuto da Galeazzo Ciano.
Carlo morì sul colpo, Nello venne finito da un’arma da taglio.

Sulla tomba, l’epitaffio di Calamandrei:

“Giustizia e Libertà. Per questo morirono, per questo vivono”.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu
  •  http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/antifascismo2c.html

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Il confino a Lipari

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Lipari

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A seguito della condanna di deportazione sancita dalla commissione fascista, Emilio Lussu venne trasferito nel confino di Lipari, isola dell’arcipelago delle Eolie.

Nel giorno prescelto per la partenza, tutta Cagliari era in fermento.
Si temeva un’evasione in grande stile e per questo, speciali servizi di truppa furono schierati attorno alle carceri e lungo il percorso che portava verso l’imbarco; lo stesso questore volle essere presente al momento della partenza: “L’isola di Lipari produce una vernaccia celeberrima”, gli disse, porgendogli la mano tesa. Ma Lussu non volle intrattenersi in inutili convenevoli e, dopo avergli ricordato di essere astemio, terminò la conversazione.

Il porto era deserto, l’unica traccia umana era rappresentata da sentinelle e pattuglie armate.
Mentre Lussu si apprestava a scendere nel canotto della polizia, un giovane marinaio a bordo della sua barca, di rientro da una giornata di pesca, ritto sulla prua, gridò: “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”.

Fu l’arrivederci di un’isola intera.

Immediatamente dopo aver assistito alla scena, le pattuglie presenti circondarono il marinaio appena rientrato nel porto.
Non si ha notizia a quale destino andò incontro, un gesto così coraggioso poteva avere gravi conseguenze.

Dopo due giorni di viaggio vissuti in condizioni di salute precarie, Lussu arrivò a Lipari accolto dagli amici della lotta politica: Beltramini, Binotti, Grossi, Volpi, Picelli, solo per citarne alcuni.
Prima del fascismo, Lipari era la destinazione dei delinquenti comuni dichiarati incorreggibili, sistemati in una zona riservata di circa un chilometro quadrato.
Per disposizioni fasciste, lo spazio fu ridotto a poche centinaia di metri, con uno/due militari per ogni deportato politico.
I detenuti solitamente vivevano nelle caserme, quelli malati o con famiglia al seguito potevano disporre di una casa all’interno dell’area, ma le condizioni di vita erano difficilissime per tutti.

Il mare era controllato costantemente dalla presenza di barche, motoscafi veloci, perfino un canotto da guerra con un cannone. In ogni angolo riflettori e mitragliatrici a fare da guardiani.
Le navi che arrivavano in porto erano minuziosamente controllate, anche gli estranei che sbarcavano nell’isola erano sottoposti a perquisizioni personali.

Il clima tropicale dell’isola e le dure condizioni di detenzione, rendevano difficili le condizioni di salute dei deportati. Lussu si ammalò di una grave pleurite di cui già aveva sofferto in passato, e come lui tanti erano i prigionieri che si ammalavano.
Non mancavano i morti, ma di fronte a tanti ammalati anche il piccolo ospedale sembrava impossibilitato a svolgere la sua funzione.

Tutti i deportati dovevano sopravvivere nell’isola con una misera indennità giornaliera di 10 lire, ridotte alla metà dopo il 1931. Vitto, vestiario, biancheria, igiene, luce, tutto doveva essere pagato utilizzando questa piccola somma; le malattie legate alla fame erano una realtà molto diffusa a Lipari.
Gli appelli venivano fatti frequentemente, la notte si arrivava addirittura a dodici controlli. Si doveva evitare ogni minima possibilità di fuga, rendere l’isola una fortezza inespugnabile, un simbolo del rigore.

E così tutto l’ambiente pareva essere un’immensa scenografia della passione fascista: la fanfara che suonava inni a ogni ora del giorno,  le canzoni beffa contro gli oppositori. Le guardie fasciste, dal canto loro, avevano l’obbligo di rendere il clima turbolento; la sentinella che non provocava veniva accusata di scarso senso rivoluzionario.

Spesso venivano inviati degli “agenti provocatori”, ovvero finti deportati mandati sull’isola a prender contatti con i veri prigionieri, col compito di suggerire complotti per rovesciare il regime. Chi cadeva nel tranello, finiva subito in stato d’arresto.
Tutto ciò si sommava alle “classiche aggressioni”, sempre più violente, con i deportati ridotti in condizioni così gravi da dover essere ricoverati per lungo tempo in ospedale.
Si passò poi a misure di tortura ancora più deprecabili: deportati feriti da colpi di frusta e costretti a fare bagni nell’acqua salata o nell’aceto; flagellature alle piante dei piedi; feriti cosparsi di olio e aceto.

Alle questioni che non potevano attendere i tempi della giustizia, si sostituiva il giudizio sommario. E così, alcuni deportati venivano ammazzati senza troppi convenevoli, come Giovanni Filippich, ucciso nel 1930 per essersi dichiarato slavo, o il deputato Sollazzo, ucciso a colpi di baionetta per aver criticato duramente il fascismo.

In caso di tentativi di fuga, il regolamento consentiva l’utilizzo delle armi. Se nonostante ciò, il deportato riusciva ad avere salva la vita, la pena contemplava una reclusione non inferiore ai tre anni e una multa salata di 20.000 lire.

Ma non c’era pena che poteva fermare il desiderio di libertà. Tutti, a Lipari, pensavano alla fuga, pochissimi riuscirono a compierla.
Tra questi ci fu Emilio Lussu che, con una rocambolesca evasione, riuscì insieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti, a beffare il regime fascista.
Tre uomini che, una volta abbandonata l’isola, daranno un contributo fondamentale prima nella lotta clandestina e poi nelle fasi finali della Resistenza armata.

… Segue.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu

 

Il processo a Emilio Lussu

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Dopo l’uccisione, avvenuta per legittima difesa, del fascista Battista Porrà, Emilio Lussu rimase in prigione per tredici mesi.

In carcere gli fu comunicata la decisione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, ormai sotto il controllo fascista, della sua radiazione dall’albo in quanto nemico del regime.
Nel frattempo, nei giornali si susseguivano gli appelli dei deputati fascisti ai magistrati, appelli ai limiti della minaccia, affinchè applicassero la pena più severa possibile al sardista accusato dell’uccisione del camerata.
“E’ un delitto contro la patria, contro l’umanità”, arrivò a scrivere qualcuno.

Lo stesso prefetto, accusato di avere “protetto” Lussu (cosa peraltro non veritiera), venne messo a riposo per aver consentito l’intervento di carabinieri e polizia appena dopo l’aggressione.
Dal canto suo, anche Mussolini cercò di prodigarsi affinchè Lussu ottenesse la massima pena. A tal proposito cercò, inutilmente, di spostare il processo fuori dalla Sardegna, a Chieti; la Corte d’Assise della città era infatti nota perchè i giurati, rigorosamente fascisti, durante il processo contro gli assassini di Matteotti arrivarono a complimentarsi con gli imputati.

Ma il disegno di Mussolini, stavolta, non si realizzò.
L’opinione pubblica isolana reagì a tal punto da impedire il progetto, e addirittura lo stesso padre del fascista ucciso rifiutò di costituirsi parte civile contro l’imputato, arrivando a dolersi con Lussu dell’eccessiva persecuzione a suo danno.

Nonostante le fortissime pressioni a cui fu sottoposta la magistratura sarda, questa, non ancora soggiogata al regime, assolse Emilio Lussu per legittima difesa.

La rabbia dei fascisti esplose ogni oltre misura.
Troppo grande era stato l’affronto subito per colpa dei giudici, per non parlare poi dello stesso Lussu. Non solo non si era riusciti ad ucciderlo, ma lui stesso aveva ucciso un camerata, ed era stato addirittura assolto!
I giornali le settimane successive traboccavano di lunghi articoli contro la sentenza, si parlò di evidente errore giudiziario, alcuni proposero addirittura il linciaggio.

I fascisti non potevano lasciar passare la questione e infatti, nonostante l’assoluzione, Lussu non venne scarcerato.
Le carceri dipendevano dal ministero degli Interni e così fu trattenuto per “misure di ordine pubblico”, finchè una commissione eletta dal regime, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato fascista, condannò Lussu a cinque anni di deportazione come “avversario incorreggibile del regime”.

Le dure condizioni della detenzione dovute alla lunga permanenza in una piccola cella fredda e umida, e le correnti d’aria durante le continue ispezioni notturne, finirono col provocargli una bronchite e una grave pleurite.
La febbre alta di cui soffriva Lussu convinse i medici a scrivere una dichiarazione medica sulle sue pessime condizioni di salute, riferendo che una deportazione in un’isola sarebbe stata letale a causa del clima marino.
Fu Mussolini in persona a interessarsi della questione.
Pochi giorni dopo arrivò l’ordine di immediato trasferimento: destinazione, la piccola isola di Lipari.

Segue…

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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L’aggressione a Lussu e la morte del fascista Porrà

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Piazza Martiri, Cagliari

Il 31 ottobre 1926, durante una manifestazione fascista a Bologna, il sedicenne Anteo Zamboni sparò un colpo di pistola contro Mussolini, mancandolo di poco.
La reazione fascista non si fece attendere e la furia contro gli oppositori al regime si scatenò in ogni parte d’Italia. In molti caddero vittime delle violenze, altri riuscirono a darsi alla fuga, le loro case vennero saccheggiate, le sedi dei giornali distrutte.
Ovunque si respirava un clima di terrore.

Nella lunga lista degli avversari da eliminare era presente anche il nome di Emilio Lussu, noto antifascista, leader del Partito Sardo d’Azione.

La stessa notte dell’attentato al duce, alcuni amici più fidati del dirigente sardista, corsero da lui per riferigli che anche a Cagliari la macchina repressiva del regime si era messa in moto e la sua vita correva un grave pericolo.
La città era effettivamente in fermento. I vari rioni suonavano l’adunata, i fascisti accorrevano da ogni parte per ritrovarsi nella sede centrale e preparare gli assalti.

La casa di Lussu era situata nella Piazza Martiri d’Italia (dove oggi è affissa una targa in ricordo), al primo piano di un appartamento con cinque balconi.
Non ebbe il tempo di abbandonare la città e decise di rifugiarsi in casa, da solo, con le luci spente e le pistole di guerra a portata di mano, pronte per essere utilizzate.
Lui, così abituato agli assalti della Grande guerra, vide la sua casa trasformarsi in una nuova trincea.

Ma il suo appartamento non fu l’unico obiettivo dei fascisti.
Lussu sentì la colonna fascista avvicinarsi, ma prima di arrivare a lui ebbero la premura di saccheggiare la vicina tipografia del giornale democratico-cristiano il “Corriere” e distruggere lo studio legale dell’avv. Angius.

La colonna era comandata dal avv. Cao di San Marco, vecchio compagno di Lussu.

Una volta ammassatasi di fronte alla casa di Lussu, la colonna fascista riuscì senza troppa fatica a sfondare il grande portone. Solo la porta dell’appartamento ora faceva da ostacolo alla furia delle camicie nere.
Interessante, soprattutto ai fini del processo, furono le dichiarazioni delle due parti. Lussu dichiarò di aver avvisato i fascisti della sua presenza in casa, e di essere inoltre armato, mentre questi dichiararono che l’assalto fu ordinato solo perchè convinti che la casa fosse deserta.

Una volta sfondato il portone principale, la colonna si divise in tre parti: un gruppo di fascisti cercò di forzare la porta dell’appartamento, un altro cominciò la scalata ai balconi e l’ultimo fece il giro della casa per passare dal cortile sul retro.
Di fronte alla casa, sulla piazza, la folla simpatizzante incitava gli aggressori alla grande impresa.

Battista Porrà, aiutato dalla folla, fu il primo che riuscì a raggiungere il balcone. Gli porsero il ramo di un albero vicino, per forzare la persiana chiusa, e fu a questo punto che Lussu, armato della sua pistola di guerra, sparò verso di lui.
L’assalitore, colpito a morte, cadde nella strada sottostante, tra le braccia dei camerati.

Nel frattempo la folla lasciava in tutta fretta la piazza. Più volte Cao di San Marco tentò di riordinare la colonna ma i suoi appelli furono vani.

Al processo contesterà il ruolo svolto, dicendo di essersi trovato nella Piazza solo ed esclusivamente per difendere Lussu dall’aggressione fascista.

Mezz’ora dopo, polizia e carabinieri avevano accerchiato la casa, almeno mille erano le forze militari presenti nella piazza. Il questore e il commissario si presentarono alla porta e Lussu, ancora armato, chiese che solo il commissario, con le mani alzate, potesse entrare. Appurata la presenza di “autorità legali”, anche il questore venne ricevuto nella casa.

Di fronte alla comunicazione dell’arresto, Lussu cercò, con il codice penale in mano, di far leva sulla legittima difesa e ancora, sull’immunità parlamentare, essendo egli un deputato, ma tutto ciò non servì. Fu ammanettato e condotto in carcere dai carabinieri.

Al fascista ucciso vennero concesse onoreficienze e funerali solenni, con la partecipazione delle autorità, la magistratura, il prefetto e le camicie nere provenienti da tutta la provincia.

… segue.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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Lino Businco: un sardo tra i firmatari del manifesto della razza.

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La manifestazione più aberrante del fascismo fu l’introduzione, nell’autunno del 1938, di una serie di leggi discriminatorie rivolte prevalentemente contro i cittadini di religione ebraica. Queste leggi, molto simili a quelle naziste del 1935, escludevano gli israeliti dagli uffici e dalle scuole pubbliche, ne limitavano l’attività professionale, vietavano i matrimoni misti. Preannunciata da un manifesto di sedicenti scienziati che sostenevano l’esistenza di una “pura razza italiana” di indiscutibile origine ariana, la legislazione fu introdotta in un paese che fino ad allora, a differenza della Germania, della Francia e della Russia, non aveva mai conosciuto forme di antisemitismo diffuso.

Il manifesto della razza, diviso in dieci punti, si proponeva di insinuare nel popolo italiano il germe dell’orgoglio razziale per farne scaturire l’aggressività: “E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, evidenziava il settimo punto.

Tra i dieci scienziati che firmarono il vergognoso manifesto, uno proveniva dalla Sardegna: Lino Businco (1908-1997).
Laureato in medicina, a Cagliari, Businco fino al 1937 fu “aiuto incaricato” presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Cagliari, passò poi all’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Roma. Divenne vice direttore dell’Ufficio Studi sulla razza  del Ministero della Cultura Popolare nel 1938 e, nel dicembre dello stesso anno, membro del Comitato segreto italo-germanico per le questioni razziali, lavorando con Himmler ed Hess. Fu insignito da Hitler della Croce rossa tedesca di seconda classe.

Ma il contributo di Businco alla causa della razza non si limitò alla stesura del manifesto. Pubblicò sulla rivista “La Difesa della razza”,  l’articolo Sardegna Ariana che aveva come scopo quello di dimostrare l’appartenenza dei sardi al “gruppo purissimo degli ariani mediterranei“. Basandosi su metodi pseudo scientifici, analizzando le ossa nuragiche per ottenere dati biologici, arrivò alla conclusione che i sardi avevano conservato la purezza del loro sangue attraverso i millenni e “non potevano appartenere a opachi raggruppamenti razziali africani“.

Lino Businco non fu il solo a sostenere questa tesi.
Un importante contributo lo diedero anche Paolo Rubiu, e ancora Claudio Colosso, sempre nel 1939, che cercarono di allontanare dalla “pura razza sarda” possibili equivoci sulla provenienza africana.
L’Unione Sarda, il maggior quotidiano dell’isola, a seguito delle leggi razziali del 1938 pubblicò un articolo, senza firma, in cui celebrava “la razza sarda, parte integrante della razza italica […] di cui costituisce una delle espressioni più elevate“.

Ma la voce dell’opposizione era molto forte anche in Sardegna e il suo simbolo fu ancora una volta Emilio Lussu che, con un testo straordinario pubblicato nel 1938, seppe smontare in modo ironico il Manifesto punto per punto.
In riferimento al IV comandamento del Manifesto: “questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola” rispose che “siccome la Sardegna non fa parte della penisola ma è un’isola, l’affermazione suesposta non tocca i Sardi nè punto nè poco”.
E ancora: “Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poichè ci siamo, ci vogliamo stare. E’ tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti”.
Reclamando in modo alquanto divertente: “il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani” e mobilitando “a difesa della razza sarda […] le impavide zanzare, di pura razza semitica” per fermare gli ariani arrivati nell’isola.

Nonostante il passato così inglorioso, Lino Businco non ha mai pagato per le sue tesi razziali, al contrario. Nel 1962 venne insignito dell’onorificenza di “Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica”.

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A proposito dei firmatari del Manifesto della Razza, Franco Cuomo ha scritto:

“Nessuno li dimentichi. Nessuno si scordi mai di ciò che impersonarono nella storia del razzismo italiano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari.
Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono”.

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Per approfondire l’argomento:

 

 
 

Apogeo e declino del fascismo in Sardegna

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Il periodo di maggior consenso del Partito Fascista a Cagliari e in provincia coincide con la fondazione di Carbonia avvenuta nel 1938.

La decisione di erigere una città intorno al grande giacimento del Sulcis fu strettamente collegata alla politica autarchica voluta da Mussolini a seguito delle sanzioni, imposte dalla Società delle Nazioni, all’indomani dell’aggressione all’Etiopia. Mussolini annunciò il rilancio della produzione del carbone durante un viaggio in Sardegna. Tre anni dopo, precisamente nel 1938, Carbonia veniva inaugurata e dagli 8.000 abitanti iniziali passerà a oltre 40.000 già nel 1944.
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La stragrande maggioranza dei sardi, così come degli italiani, accettò il regime senza particolari riserve. Gli antifascisti più noti vanno ricordati nella figura di Giovanni Lay, comunista, imprigionato negli anni Trenta, il sardista Dino Giacobbe che nel 1937 abbandonerà clandestinamente la Sardegna per combattere nella guerra spagnola, Francesco Fancello, anch’egli sardista e il repubblicano Cesare Pintus che verranno condannati dal Tribunale Speciale nel 1931. Il più importante di tutti fu Emilio Lussu.
L’antifascismo non fu in grado di coinvolgere il resto della popolazione, anche perchè confinato in circoli ristrettissimi.
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Nel 1930, secondo una rilevazione statistica prefettizia, su una popolazione della provincia di Cagliari di 461.304 unità si registra la presenza di 164 tra Fasci e Gruppi rionali e di 53 Fasci femminili; il numero dei tesserati è di 15.155 unità; i Fasci giovanili ne raccolgono 5.082, i Guf 490, l’O.N.B. 16.800.
Con le 1.842 iscritte ai Fasci femminili, le 5.696 piccole italiane e 631 giovani italiane, il numero complessivo degli aderenti alle principali organizzazioni del partito è di circa 30.541 unità. Possiamo affermare che circa il dieci per cento della popolazione era inquadrato nel Pnf.

I dati delle province di Nuoro e di Sassari dello stesso anno indicano una percentuale di iscritti e tesserati pari al dodici per cento a Nuoro e del dieci per cento a Sassari.
Quattro anni dopo gli iscritti al Pnf nella provincia di Cagliari erano 17.000 e nel 1938 raggiungevano le 23.000 unità.
Nel 1940, con l’apertura delle iscrizioni ai combattenti, il totale degli iscritti raggiungeva le 32.000 unità anche se, dei 14.000 combattenti iscritti, solo 4.500 avevano pagato la tessera.
Questi numeri, che trasmettono l’immagine di un partito di massa, nascondono una forte adesione dettata anche da ragioni di opportunità sociale; avere la tessera significava aver accesso al pubblico impiego, e finì col divenire più una formalità burocratica che un segno di appartenenza al partito.

Con lo scoppio della guerra e i continui bombardamenti, con l’aumento del costo della vita e delle difficoltà negli approvvigionamenti si registrò un crescente malcontento popolare nei confronti del regime.
L’isolamento, sia morale che materiale, in cui era piombata la Sardegna, finì col ridar forza ai pensieri autonomistici. Una fonte di polizia comunicherà: “Da voci da noi udite ripetutamente, i Sardi, pur di finirla, vedrebbero favorevole un distacco dalla Madre Patria e magari un’occupazione inglese”.

In una lunga relazione del 18 giugno del 1943 al Ministero dell’Interno, un ispettore di pubblica sicurezza, faceva notare che “Ogni intralcio burocratico viene attribuito al preteso disinteresse del continente verso la Sardegna”. E’ evidente come la sfiducia nelle autorità andava di pari passo con il progressivo distacco della popolazione sarda dal regime. Accanto alla lealtà verso la monarchia cominciava a serpeggiare nella popolazione l’insofferenza verso il regime e la consapevolezza che la Sardegna continuava ad essere trascurata e scarsamente difesa (la situazione era drammatica in seguito ai bombardamenti  e alla mancanza di collegamenti sia interni che verso il continente). Riemergeva insomma quel forte sentimento di identità locale che unitamente al rivendicazionismo economico e politico nei confronti dello Stato aveva costituito il punto di forza del programma e degli ideali sardisti del primo dopoguerra.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

 

L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net