Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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Un’ungherese a febbraio

Lo dico subito. A me il Carnevale non piace.

– Oh, ma guarda che bello quel carro!- No, non mi piace.
– Eh, ma quel vestito è troppo originale. – No, non mi piace.
– Ah, è proprio simpatico quel clown. – No, non mi piace.

Ebbene, per colpa dell’Ungheria io odio il Carnevale.
Ecco un’altra prova che inchioda l’autrice di questo blog. E’ una pazza.
Lo so che state pensando questo, vi ho capiti miei cari inesistenti lettori, ma vi state sbagliando perchè esiste un legame profondo tra l’Ungheria e il mio Carnevale, e se avrete la pazienza di leggermi, capirete presto.

Erano gli anni della caduta del muro di Berlino, del crollo dell’Unione Sovietica, del faccione di Gorbaciov e di quella strana macchia sulla fronte che ci colpiva molto e attirava la nostra attenzione quando parlava alla tv.
Non so bene se tutto ciò fosse legato o meno, ma in questo periodo iniziò a comparire in qualche negozio di paese un nuovo vestito di Carnevale: l’abito da Ungheresina.
Gonna lunga a fiori fino ai piedi, bordo spesso azzurro, corpetto nero e bretelle in coordinato, camicia bianca con colletto e, per finire, piccolo cappello tondo con  nastri colorati laterali e campanellini.
Tutto intorno a me giocavano pirati, principesse, moschettieri, fatine, dame e poi c’ero io, a tenere alta la bandiera dell’indipendenza ungherese.
– Da che cosa sei mascherata? – Da ungheresina.
– Ah. Cos’è, un cartone animato di Bim Bum Bam?
– No.
– Un personaggio di Poochie?
– No.
– E allora?
– E’ l’abito tipico dell’Ungheria, un paese lontano che si trova nell’Europa orientale.
– Ah.

Ora, che vogliate crederci o meno, la risposta era più o meno questa. Perchè se nessun bimbo chiedeva informazioni sull’abito a un moschettiere, a un Cappuccetto Rosso, o a una fatina, un abito da ungheresina era una fonte di mistero, da cui si svisceravano continui Cos’è, Perchè, Dov’é a cui io dovevo moralmente dare una risposta.
Fu così che iniziai a fare una piccola ricerca sul mio abito e divenni in breve tempo l’unica bambina di 7 anni che non solo sapeva cos’era l’Ungheria, ma ti spiegava persino da che parte del mondo stava.
Non so se capite l’importanza simbolica del mio vestito: io ho contribuito a far conoscere  il lontano Paese dell’Est alla mia generazione, visto che fui praticamente costretta ad indossare l’abito per tutto il corso delle elementari.
I miei genitori, poco avvezzi al Carnevale, ritenevano sbagliato spendere dei soldi per questa festa che sì, era divertente, ma durava bene o male 2 giorni. Molto meglio ritoccarlo, sistemare di qui allargare di là, la gonna lunga fino ai piedi si accorciò fino a metà gamba, con il jeans bene in vista.
Finite le elementari, il vestito ritornò nella sua scatola e io che a febbraio diventavo per qualche giorno l’ambasciatrice dell’Ungheria, decisi che nessun altro vestito avrebbe mai potuto prendere il suo posto.
Il Carnevale da quel momento iniziò ad apparirmi vuoto, senza più significato, aveva perso tutta la sua attrattiva.
Questa freddezza continua ancora oggi, ma durante le sfilate delle maschere, ogni tanto mi vien da pensare se esista ancora una bimba un po’ più curiosa delle altre, che abbia deciso di abbandonare l’abito delle Winx per uno di un paese mai sentito prima.
..

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Non si esce vivi dagli anni ’80

Coriandoli coloratissimi che volano dappertutto e di cui non riesci a liberartene neanche a pagarli, le stelle filanti che vengono soffiate dai bambini più piccoli e si attaccano alle scarpe, un mucchio di gente rigorosamente mascherata che ti saluta e ti abbraccia e tu, naturalmente non riconosci, essere coinvolta accidentalmente al centro di una battaglia di schiuma tra ragazzini urlanti, ed uscirne con i capelli (appena asciugati al limite della perfezione) completamente impiastricciati, fare una fila interminabile e, quando tocca a te, scoprire che hanno appena terminato le frittelle.  Tutto questo, per avere, anche quest’anno, un ulteriore conferma che rafforza le tue considerazioni più certe: il Carnevale è proprio una festa di M****.

 

Ho aperto la parentesi carnevalesca solo per Voi, per dovere di cronaca siamo a febbraio e dovevo pur accennare a questa festa che ci fa ritornare tutti piccini piccini (…), se fossi stata egoista, non ne avrei proprio parlato, questa festa non mi va giù…

Mi sono promessa che l’anno prossimo prenderò in considerazione l’eventualità di un travestimento in maschera, voglio sperimentare da dove si tiri fuori tutta questa gioia derivante dal mettersi addosso un pezzo di stoffa colorata, travestirti da qualcosa che nessuno capirà mai, aspettare per 4 ore che la sfilata inizi, lanciare mucchi di coriandoli in aria senza una motivazione apparente, salutare gente che non si conosce, e morire dal freddo.

Ne riparleremo (fortunatamente tra 12 mesi).



 

Bene, tra una zeppola ed un’altra, mentre guardavo la tv, ho sentito una notizia veramente inquietante, che mi ha tolto l’appetito e plasmato in me pensieri molto cupi.

 

Spinti dalla consapevolezza che in questo periodo di forte crisi politica ed economica il Paese avesse bisogno di un incoraggiamento morale e spirituale, 5 nostri connazionali hanno deciso di donarci la loro saggezza e il loro appoggio, rigorosamente in versi attorniati da qualche nota musicale come sottofondo.

È con gioia che vi consiglio di precipitarvi nel più vicino negozio di musica perché sono in arrivo loro… direttamente dal ristorante di Zio Marrabbio i Bee Hive torneranno ad allietarci le serate!!!

 


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