Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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I piani segreti per occupare la Sardegna (1940-1943)

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Sarebbe potuto essere “operazione Yorker“, o più probabilmente “piano Garotter“, o magari “Brimstone”… e invece no, nessuno di questi progetti andò in porto, ma tutti e tre prevedevano la liberazione della “fortezza Europa” passando per la Sardegna, ancor prima di pensare allo sbarco in Normandia e prima che si realizzasse lo sbarco in Sicilia.

Ma facciamo un passo indietro.

La Seconda Guerra Mondiale era già iniziata da un anno quando, alla fine del 1940, si iniziò a pianificare la conquista dell’isola con l’operazione Yorker. Nella primavera del ’40 Hitler controllava già una buona parte dell’Europa centro-settentrionale, il 14 giugno conquistava Parigi e in autunno era costretto a rinviare, a causa della resistenza inglese, l’occupazione della Gran Bretagna. Il 10 giugno anche l’Italia decideva di entrare in guerra affianco all’alleato tedesco.

Fu in questo contesto che gli Alleati (già nel 1940 Roosevelt si impegnò a sostenere economicamente la Gran Bretagna, l’unico Paese rimasto a combattere contro la Germania) progettarono la conquista della Sardegna, per controllare le rotte del Mediterraneo e indebolire l’Asse con l’uscita di scena dell’Italia.

L’operazione Yorker, datata gennaio 1941, prevedeva che alcuni convogli sulla rotta Gibilterra-Malta-Egitto avrebbero dovuto virare a Nord verso la Sardegna, per poi sbarcare a Portoscuso, Muravera, Oristano e Alghero, mentre gli avieri avrebbero preso il controllo degli aeroporti. Conquistato poi il porto di Cagliari, il principale obiettivo, e sbarcato il grosso delle truppe e dei mezzi, dagli aeroporti sarebbero partiti gli aerei per bombardare i porti nel continente e respingere i rinforzi. Il piano, previsto per la primavera dello stesso anno, venne però accantonato perchè troppo rischioso.

All’operazione Yorker seguì ben presto un nuovo progetto: il piano Garotter.
Il piano Garrotter si rifaceva sostanzialmente al progetto Yorker, ma era focalizzato sulla sola conquista di Cagliari. Anche questa operazione verrà messa da parte, troppe poche le informazioni in mano agli Alleati riguardanti il territorio circostante, mancarono soprattutto le ricognizioni fotografiche per la scarsità di aerei.

Il 1942 fu l’anno dell’ideazione dell’operazione Brimstone, i cui destini finirono con l’incrociarsi alla riuscita del piano Husky, ovvero allo sbarco in Sicilia del 1943.
Se le forze alleate avessero trovato in Sicilia una resistenza accanita, a tal punto da rallentare notevolmente l’avanzata e mettere a repentaglio la riuscita dell’operazione, l’alternativa sarebbe stata un nuovo sbarco in Sardegna (piano Brimstone) e uno in Corsica (piano Firebrand). In questo modo si sarebbero utilizzati gli aeroporti isolani per attaccare più frequentemente gli obiettivi dell’Italia centrale e settentrionale e, al tempo stesso, sarebbero state bloccate le divisioni tedesche presenti, impedendo loro di spostarsi in altre aree.
Il piano per la conquista della Sardegna prevedeva che, una volta sbarcata nella costa quartese, la V Armata americana avrebbe dovuto continuare l’avanzata verso nord in preparazione dello scontro con la 90ª Panzergrenadier e la Divisione “Nembo”, dislocate tra Sardara e San Gavino. Ma tutto ciò non fu necessario in quanto l’operazione Brimstone non venne mai attuata.
Lo sbarco in Sicilia, infatti, avvenne senza troppi problemi, con le truppe italiane demoralizzate ormai sicure dell’inevitabile sconfitta e una popolazione che, in buona parte dei casi, accolse gli alleati come liberatori.

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Per approfondire si consiglia la lettura:

La Sardegna nella strategia mediterranea degli Alleati durante la seconda guerra mondiale (1940-1943). I piani di conquista. Mariarosa Cardia.

 

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I falsi idoletti

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Museo Archeologico di Cagliari

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Le Carte d’Arborea non furono l’unico falso celebre in Sardegna.

Non si possono non menzionare gli “idoletti sardo-fenici”, che per lungo tempo furono tra le attrattive maggiori del Museo di Antichità di Cagliari fino all’arrivo del Pais, direttore tra il 1883 e il 1886. Le piccole statuette sarde si caratterizzavano per la forma alquanto eccentrica, ma così come era avvenuto per le Carte, fu proprio questa loro particolarità a renderle autentiche agli occhi di diversi studiosi, primo fra tutti La Marmora.

Un certo numero di statuette (tra i 12 e i 30 cm di altezza) erano già presenti nel museo dal 1821, quando ne aveva parlato lo studioso danese Munter, che le aveva giudicate autentiche. Gli idoletti erano poi andati aumentando, fino a raggiungere il numero di 265.
Probabilmente i falsari non avevano particolari intenzioni, se non quella di guadagnare denaro, ma le statuette suscitarono così tanto interesse che stimolarono presso i sostenitori fantasiose interpretazioni.
A rendere tutto più intrigante, era stata la comparsa delle Carte d’Arborea e tra esse il Manoscritto Gilj, un minutario da notaio del XV secolo che includeva otto fogli volanti con disegni simili agli idoletti. La falsificazione non mancava di una fantasiosa abilità, appoggiandosi a un documento autentico, il minutario appunto, a cui i falsari avevano allegato una lettera indirizzata allo stesso Gilj di un immaginario archeologo che aveva disegnato figure simili agli idoli.

La Marmora non si limitò a interpretarne il significato con astrusi concetti legati al simbolismo, ma si spinse ad accantonare l’oramai accettata tesi fenicia a favore di un’altra di sua invenzione, che datava gli idoli in epoca più recente, risalendo al culto pagano prima della definitiva conversione dei sardi sotto il pontificato di Gregorio Magno. Secondo lo studioso infatti, erano stati i preti cristiani a nascondere le statuette per non permettere più i riti pagani alle popolazioni della Barbagia: “La mancanza totale di ogni principio di arte in quelle orrende figure, quasi sempre composte di rame puro senza lega, e la loro provenienza dalle regioni centrali e montuose dell’isola, sarebbe indizio di un lavoro assai moderno, da assegnarsi a quel tempo in cui i Barbaricini, confinati nei loro monti e privi di ogni sorta d’industria, dovettero fondere e modellare loro medesimi gli oggetti del grossolano ed osceno loro culto.”

La polemica sulla loro autenticità riesplose tra il 1873 e il 1876, tra il direttore del museo archeologico di Cagliari Gaetano Cara, e il suo giovane assistente Vincenzo Crespi. Quest’ultimo accusò Cara di incompetenza per aver accreditato gli idoletti, e di connivenza con i falsari. Cara cercò di difendere gli idoli e il suo onore ma, morto il La Marmora e con lo Spano che quasi sorprendentemente aveva cambiato opinione sulla loro veridicità, le 265 statuette finirono col non avere più autorevoli sostenitori e, per volontà del Pais, abbandonarono silenziosamente gli scaffali.

Ettore Pais, piemontese originario della Sardegna, visse per lungo tempo nell’isola dedicandosi proficuamente agli studi della storia antica e occupando il posto di direttore nel museo cagliaritano. Da direttore prese la scottante vicenda delle statuette con molta serietà, arrivando quasi a creare una sorta di prontuario anti-falsari: secondo Pais, la ricerca storica doveva procedere gradualmente, gradino dopo gradino.
La scoperta di reperti spettacolari, di eroi sconosciuti e di eccezionali e stonati periodi passati sarebbero stati con tutta probabilità dei falsi. D’altronde Pais, rifacendosi agli idoletti, sottolineava che la religiosità degli antichi barbaricini era povera e rozza, una religiosità semplice che nulla aveva a che fare con gli astrusi simbolismi delle statuette, che non assomigliavano a nulla che si fosse visto precedentemente. Non assomigliavano neanche ai bronzetti nuragici di comprovata autenticità, che rappresentavano figure umane o animali, ma raramente un essere fantastico o immaginario.
Disse il Pais: “Figure della maggior rozzezza possibile, dalle forme le più capricciose, le più stravaganti, le più ributtanti che mente umana possa immaginare”. Con queste parole si chiuse definitivamente il sipario sui falsi idoletti-fenici.

Per approfondire l’argomento:
Theodor Mommsen nell’isola dei falsari, Luciano Marrocu, CUEC

One Day in Sardegna

Abiti in questa fetta di Sardegna, conosci bene questi posti, questi colori, ma l’abitudine ha il brutto vizio di far assopire certe emozioni, la monotonia prende il sopravvento, e a volte tende ad annebbiare la vista.
E allora immerso in tutti i tuoi problemi, non riesci a capire che hai una grande fortuna nell’essere parte integrante di questi luoghi incantati, fino a quando non ti soffermi un poco su ciò che ti circonda, e l’interesse per la tua terra diventa orgoglio nel viverla…

Il  video è stato realizzato da due ragazzi tedeschi in vacanza nel sud-est dell”isola.

Acchiappiamo uno sceicco

Cellino vuole il Leeds, e si è stufato del giocattolino sardo, questo si è capito.

Cellino ha deciso di vendere? Questo non si capisce.

Ma ancor di più, non si capisce chi stia scarabocchiando questa storia fantasiosa sulla squadra, importunata ora da cinesi, americani e sceicchi in ordine cronologico sparso. La questione più seriosa è stata, da una parte, il continuo rincorrersi di date, e dall’altra, la pseudo sicurezza della stampa di un nuovo proprietario arabo, lo sceicco qatariota che prima ha acquistato la Costa Smeralda, e ora sarebbe intenzionato ad accaparrarsi il Cagliari.
La cosa è fatta, Cellino aspetterebbe il 14 febbraio per ufficializzare… ma il giorno di S. Valentino arriva e passa, e non succede nulla.
E’ solo questione di ore, continuano a dire, appena si saprà il vincitore delle regionali avrete in nome del compratore. Va bene che lo spoglio è stato di una lentezza indicibile, ma non è durato settimane, e ancora silenzio assoluto. Nel frattempo un noto giornale di finanza afferma che gli sceicchi non sono assolutamente intenzionati ad acquisire una squadra di calcio italiana e tantomeno sarda. Apriti cielo: tifosi che, inferociti, commentano la falsa notizia e si dicono sicuri di un contratto già depositato e firmato da un celebre notaio cagliaritano.

Ma non è finita qui. Su alcuni blog compare una vignetta ironica in cui Ibrahimovic racconta che il suo sogno è sempre stato quello di giocare al Cagliari, e nel frattempo certa stampa ipotizza il prossimo ricco mercato della squadra isolana. Diversi giornali parigini, traendo spunto dal chiacchiericcio italiano, danno spazio alle loro preoccupazioni sull’eventuale passaggio del loro Ibra al Cagliari e la situazione diventa sempre più grottesca.

Fatto sta che, a oggi, dei qatarioti non c’è neppure l’ombra, dei cinesi nemmeno e degli americani, chi lo sà.

E noi stiamo lì lì per retrocedere. Alla faccia dello sceicco, incurante del nostro destino.

Il tifoso sconfitto

calcio...

Oggi, in una classica domenica di campionato, ho maturato un pensiero profondo che merita di essere condiviso.

Lo scrivo ora, dopo l’ennesima sconfitta immeritata: è troppo facile fare il tifo per le grandi squadre, potersi rallegrare, cioè, all’occorrenza, per uno scudetto, per una qualsiasi coppa, per un’ottima posizione in classifica.
Tifare per la Juve, per l’Inter, per il Milan significa provare euforia, felicità, qualche volta un po’ di rabbia quando si interrompe il record di vittorie consecutive. Poi, se dovesse andar male una stagione, andrà sicuramente meglio la prossima, se non c’è la Champions, c’è la Uefa. Insomma, si può scegliere per cosa gioire, un motivo ci sarà sempre.

Per me… tutto è diverso. Io seguo il Cagliari. Afferrate il concetto?
Qualcuno di voi vorrà ben compiangermi (è così facile), immaginando le sofferenze di una disgraziata che puntualmente vede la sconfitta materializzarsi all’ultimo minuto con la fortunata di turno e con la classifica che … sì, niente, insomma: non si smuove neppure a pagarla; e vorrà pure indignarsi pensando alle ingiustizie del calcio, ai torti arbitrali nei confronti delle piccole, alla svendita dei calciatori migliori, che tanto male possono causare a una povera tifosa di basso rango. Ebbene, accomodatevi, c’è posto per tutti. Ma badate bene, non si tratta propriamente di autocommiserazione.
E allora?

Voglio semplicemente soffermarmi sulla figura del sostenitore.
In questa vita costellata da ripetitive sconfitte calcistiche, ho scoperto che ci sono tifosi e tifosi: quelli che soffrono (sempre) e quelli che gioiscono (spesso).
In questa moltitudine di emozioni è possibile trovare i veri appassionati. Saranno mica quelli che conoscono solo l’ebbrezza della vittoria? Assolutamente no. L’idea che mi sono fatta è che i veri amanti del calcio andrebbero ricercati nella prima categoria, che chiameremo degli sconfitti, perchè loro nel seguire la propria squadra ricevono ben poco in cambio e sicuramente non vengono ricompensati con continue vittorie e coppe.

Siamo noi che conosciamo benissimo il sapore amaro della sconfitta, con quel triplice fischio che è quasi sempre una condanna. Non alziamo nessuna coppa al cielo, a parte quella del gelato, e a fine stagione festeggiamo solo per esserci ancora, soddisfatti per aver allontanato anche stavolta lo spettro della B.
E come siamo lunsigati dei complimenti sulla Gazzetta quando riusciamo a fermare una Grande, con tanto di salvataggio ossessivo degli articoli sul Pc!

Ecco, le nostre emozioni sono così diverse da chi twitta con Buffon o con Totti, perchè noi twittiamo con Cossu o con Brighenti, che al massimo escono con le cugine della velina. E non gliene importa a nessuno.
E se Radja comunica di essere passato alla Roma, i tifosi gli augurano il meglio, sperando che fra una quindicina d’anni possa venire a chiudere la carriera proprio qui. Mica siamo così stolti da pensare di ricomprarlo più in là per rafforzare la squadra… no, no, vai, diventa un campione goditi il successo e poi, se non hai altro da fare, ricordati di noi. E quanta emozione nel vedere che lo stesso Radja mentre si appresta ad affrontare le partite che contano, indossa un calzino con il simbolo della vecchia squadra. Brividi e relativi ringraziamenti per questo gesto così intimo e profondo. Portaci con te Radja, non nel cuore, sarebbe troppo, in un piede ci va bene comunque.

Eh sì, ci facciamo tenerezza da soli, noi grandi tifosi di una piccola squadra, che per vedere un replay della partita alla Domenica Sportiva dobbiamo aspettare le 2 di notte. Per sentire che poi, la nostra vittoria era dovuta a un calo fisico degli avversari, a poca concentrazione, a un modulo sbagliato: insomma, non siamo noi a vincere, sono gli altri a perdere.
Ma noi siamo pochini, contiamo poco,
non come l’Inter o la Roma che sono squadroni con tifosi sparsi per l’Italia, loro!

Ed è verissima questa cosa, gli appassionati di Juve e Inter sono in ogni angolo. E che rabbia sentire i tuoi concittadini “Ah, ma io tifo Juve”, quando Torino non sanno neppure dov’è: e li vedi festeggiare di fronte alla tv quando lo squadrone vince e con che orgoglio fanno sventolare la bandiera bianconera sul balcone, in uno sperduto paese della Sardegna… Felicità a me sconosciute, queste! Eh già, tu sei un grande, caro mio, tu che vai a cercare la facile vittoria e puoi vantarti con gli amici “Vi abbiamo schiacciato anche stavolta”, ma che senso ha?

Forse non c’è proprio nessun senso nel mondo del calcio, dove le piccole giocano per stare in basso e le grandi sono sempre lassù, dove i vincitori sono sempre gli stessi e gli altri stanno lì a guardare. Dove ciò che conta sono i soldi, i grandi nomi, i titoli e le vittorie. Ma ogni volta che la partita sta per iniziare, pensi che davvero i giocatori sono 11 per parte, che realmente il pallone è rotondo, che forse oggi è la volta buona per fare qualche punticino e chissà che non si riesca a fare un passo avanti in classifica. E ci ricadi di nuovo, accendi la radio e senti il benvenuto del cronista: cori in sottofondo, fischio dell’arbitro e si riparte. Rete!

Non era la nostra, chiaramente. Abbiamo perso anche stavolta, siamo abituati è vero, però…
Che faccio, cambio??

Una visita speciale

Premessa. Non so perché questa volta ho deciso di trattare un argomento così profondo a dispetto del taglio più frivolo che ho dato a questo blog. Sentivo la necessità di esprimere le belle sensazioni di questi ultimi giorni e non mi sono chiesta se era giusto o meno scriverle in questo contesto… l’ho fatto e basta.

Spero non vi dispiaccia troppo.

 

 

Da piccola i miei genitori mi portavano spesso in questa enorme chiesa, dove dall’altare maggiore spiccava una bellissima signora che con la sua figura rassicurante e allo stesso tempo imponente, riempiva i grandi spazi sottostanti di una percettibile serenità.  

 

Ero piccina, non conoscevo ancora la sua storia, le sue gesta, la venerazione che tutti i sardi  provano per Lei. Sapevo solo che dovevo incrociare lo sguardo di Bonaria per provare un senso di protezione; ogni volta era così, e questo mi bastava.

 

Ora sono cresciuta, e la mia fede verso Bonaria è cresciuta anch’essa e continua a crescere con me. So che io e la mia famiglia dobbiamo tanto a questa Signora venuta dal mare, e una certezza ferma nella mia vita è che il suo sguardo continuerà a seguirmi, sempre.

 

Continuo a recarmi spesso nel suo bellissimo santuario, e ogni volta che devo percorrere quei pochi scalini sulla destra dell’altare provo delle emozioni indescrivibili, le stesse che ho provato in questi giorni, stavolta nel contesto diverso del mio paese.

 

Da tempo è in corso un pellegrinaggio nelle Diocesi sarde, stavolta è toccato a noi.

Abbiamo così accolto la Madonna di Bonaria (una copia in quanto l’originale non può essere spostata) nella nostra chiesa e mai ho visto un tale senso di devozione nei miei compaesani.

Ragazzi, bambini, adulti di ogni età affollavano la chiesa anche nelle ore più impensabili, e dimostravano una volta di più che la figura di questa Signora crea un’attrazione senza eguali. Sono stati due giorni intrisi di una forte commozione,  non li scorderò mai.

 

E’ stata lei a scegliere la Sardegna come dimora, diventandone la Patrona massima.

 

La Madonna approda a Cagliari il 25 marzo del 1370 quando una nave spagnola nel bel mezzo di una tempesta, è costretta a gettare il carico per salvare l’equipaggio. Quando viene lanciata una pesante cassa, la tempesta si placa improvvisamente. Il baule misterioso giunge sulla spiaggia ai piedi del colle di Bonaria dove, dal 1335, i frati dell’Ordine della Mercede officiano in una chiesa donata dal re Alfonso d’Aragona.

Le prime persone sul posto tentano inutilmente di aprire la cassa, fino a quando un bimbo consiglia di chiamare i Frati delle Mercede che, aiutati, portano il baule di legno fino alla chiesa. E qua, dinnanzi a numerosi fedeli, riescono ad aprirlo senza il minimo sforzo, scoprendo al suo interno il simulacro della Madonna che teneva sulla mano destra una candela accesa.

Da quel momento la storia di Bonaria raggiunge ogni angolo della Sardegna diventando luogo di pellegrinaggio, in primo luogo tra i marinai che la invocano prima di partire in mare.

 

La stessa città di Buenos Aires deve il suo nome a Bonaria: Buenos Aires è infatti la traduzione di Bon-Aria. I Conquistadores, partiti dal colle di Cagliari per approdare nelle terre del Sud America, scampati a una violenta tempesta durante il viaggio, diedero il nome della Madonna di Bonaria alla città appena fondata, per sciogliere il voto fatto durante la tormenta.

 

La devozione alla Madonna è visibile nell’importante museo che sorge nel chiostro della Basilica, dove, tra gli innumerevoli ex voto, si trovano le corone d’oro offerte dal re Vittorio Emanuele I e da Maria Teresa, e la grande ancora d’argento donata dalla regina Margherita di Savoia come ringraziamento per il successo della spedizione polare di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi. Uno degli ex voto più famosi riguarda una piccola navicella d’avorio, tutt’ora appesa di fronte alla statua, che segna misteriosamente i venti che soffiano sul golfo di Cagliari, dando un’importante indicazione soprattutto ai marinai che prima di attraversare il mare facevano (e fanno) visita alla Madonna.

 

Sono stati 3 i Papi che hanno reso omaggio alla Santa: Paolo VI nel 1970 e Giovanni Paolo II nel 1985, oltre a Benedetto XVI arrivato a Cagliari il 7 settembre, che ha donato alla Santa la “Rosa d’Oro”, collocando Bonaria tra gli otto santuari mariani più importanti al mondo. 

Non lamentiamoci…

… dopotutto siamo pur sempre a pari merito col Milan!

                          

Ora non ci rimane che aspettare il primo, vero, scontro-salvezza previsto per il 5 ottobre. 

 

Un calcio al pallone

Ormai ci siamo.

Finalmente (o purtroppo, a seconda dei punti di vista), gli stadi riapriranno i cancelli per l’inizio del campionato, pronti ad accogliere oltre ai calciatori anche folti gruppi di persone decise a sostenere la propria squadra.

Sì, migliaia di persone che urlano, imprecano, sudano e si emozionano di fronte a 11 ragazzi che per 90 minuti rincorrono una palla rotonda con l’obiettivo di lanciarla a rete, avversari permettendo.

Questo è in sintesi il calcio, animato poi dalle decisioni arbitrali con relativi cartellini colorati, rigori, punizioni etc. etc. che servono soprattutto a frammentare il gioco e farlo durare oltre il tempo regolamentare, il tutto condito dal vociare dei cosiddetti tifosi, ossia una sorta di sportivi complici della propria fazione.

 

Ma perché una persona si emoziona nel vedere la propria squadra segnare un gol o deve soffrire quando gli avversari fanno entrare il pallone in rete?

Il calcio potrebbe essere visto come un’emulazione all’arte della guerra, dice qualcuno, 11 soldati che fanno di tutto per vincere e tenere alto l’onore della propria patria e, disgraziatamente, è proprio questa idea che si materializza alle volte sugli spalti, dove le battaglie finiscono con i feriti all’ospedale e, ahimé il morto al cimitero.

C’è anche chi, come Pasolini, considerava il calcio come una forma di religione che si traduce in simboli e “pellegrinaggi” verso i luoghi di…ritiro, e inoltre viene paragonato alla poesia e allo spettacolo teatrale:

«Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro». 

 

E questo concetto non lo si può mettere in discussione; d’altronde il calcio ha in sé l’imprevedibilità, il caso, la fortuna che negli altri spettacoli non sono presenti, e il finale, si sa, è nel palcoscenico sempre lo stesso…Al cinema, al teatro, alla tv, grazie alle prove puoi arrivare a toccare la perfezione, puoi calcolare ogni minimo dettaglio; nel calcio non succede, c’è la sorpresa, nessuno sa come andrà a finire, si parte tutti con le stesse probabilità: un campo, 11 giocatori, un pallone e sarà il fischio finale a decretare definitivamente vinti e vincitori.

 

E poi… il calcio non guarda il portafoglio di nessuno, è uno dei sogni più ricorrenti nei pensieri dei bimbi e può trasformarsi seriamente in realtà, basta essere bravi: se abiti nella zona più povera del Paese ma hai classe, avrai le porte aperte negli stadi più importanti del mondo, se sei pieno di soldi, tuo padre è l’uomo più importante del continente, conosce tutti gli allenatori del pianeta ma tu… sei una schiappa… beh, avrai il ruolo assicurato di portiere nella squadretta dell’oratorio.

 

Il calcio ha le sue regole che sono fuori dal convenzionale, che ti permettono di divertirti usando solo i piedi, la testa e il petto, con le mani che in questo caso diventano un inutile accessorio (e che riprendono il loro potere solo nel ruolo dell’estremo difensore); l’assurda regola del fuorigioco, che rende importanti degli omini con in mano delle bandierine e allo stesso tempo fa sbraitare il pubblico.

 

Ma perché il calcio è così amato, come si può spiegare questa passione che non ha limiti?

Il tifo (che guarda caso ha lo stesso nome di una brutta malattia…) porta al completo abbandono, allo scostamento dalla realtà, l’irrazionale che prende il posto della ragione e ci pervade (e tutto questo senza l’utilizzo di sostanze strane!) e la voglia, almeno per una volta di sentirsi attivamente parte della propria città o della propria Patria, l’orgoglio e la voglia di appartenenza alle proprie radici…

 

E allora via, inizino pure le palpitazioni, le emozioni forti e le arrabbiature verso un rigore non concesso o un fallo troppo cattivo, un gol da repertorio o un’autorete sfortunata, nella speranza che tutto rimanga caratterizzato dal rispetto e dalla lealtà, sia dentro che fuori dal campo.

Perché si sa, in fondo, il calcio, è solo un gioco, 11 ragazzi straviziati che rincorrono una palla di cuoio… O forse è qualcosa di più?

 



“Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest’ultimo è il caso dell’Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia […]. Se dribbling e goal sono i momenti individualistici-poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia.”

Pier Paolo Pasolini

Io preferisco la prosa estetizzante alla poesia, la trovo più libera e  più affascinante… e poi, la poesia secondo me può portare all’errore più facilmente.

Ora, la Francia in che categoria possiamo definirla? Attendendo l’8 settembre con trepidazione (e un pizzico di inquietudine), da brava sportiva faccio l’imbocca al lupo alla mia squadra del cuore, che non è né la Juve, né il Milan né l’Inter (e per una sarda è veramente strano…).

Forza Cagliari, e speriamo sia un anno pieno di grandi soddisfazioni!

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