Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

Archivio per il tag “bombardamenti Cagliari”

1940-1943: la Sardegna sotto le bombe

bastione_di_s-_remy___copia_full
.
Nel Secondo conflitto mondiale la Sardegna è stata l’unica regione d’Italia in cui non si è avuta una guerra guerreggiata tra eserciti combattenti.
Il motivo principale è da ricondursi alla condizione di insularità della regione, isolamento geografico che divenne totale nel momento in cui vennero sospesi i collegamenti navali tra il continente e la Sardegna. Per questo motivo, l’isola dal gennaio del 1944 sperimentò anche l’autogoverno, con la creazione dell’Alto Commissariato per la Sardegna riconosciuto dallo Stato.

Per via della sua posizione geografica, la Sardegna svolgeva un ruolo fondamentale sotto il profilo strategico-militare: le  basi aeree e navali presenti nell’isola permettevano un controllo delle vie di comunicazione tra il Mediterraneo occidentale e quello centrale, e i primi bombardamenti da parte degli Alleati non tardarono ad arrivare. Già da lungo tempo l’Unione Nazionale Protezione Antiaerea informava sui rischi dei raid, fornendo le elementari nozioni per scampare agli attacchi. Ma la città, che vide cadere le prime bombe nel giugno del ’40, mancava totalmente di rifugi adeguati. I Cagliaritani potevano contare su alcuni anfratti naturali scavati nella roccia, insufficienti per accogliere le migliaia di persone terrorizzate dalle bombe. I ripari improvvisati in legno erano inutili a salvare dalla furia delle esplosioni e, nonostante la costruzione di alcuni bunker, gran parte dei cittadini restava sprovvista di un rifugio.

Il 16 giugno alle 17 e trenta, appena 6 giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, 5 bombardieri inglesi sganciavano diverse bombe sull’aeroporto di Elmas. Molti ordigni finirono nel vicino stagno, i danni riportati furono piuttosto limitati e riguardarono la distruzione di alcuni hangar e della postazione contraerea, ma non ci furono vittime tra i civili. Un secondo attacco avvenuto il 24 giugno, colpì le riserve di carburante a Monte Urpinu.

Completato lo sbarco alleato in Nord Africa e con gli Alleati che si preparavano a liberare l’Europa, nel 1943 i bombardamenti tornarono a colpire anche la Sardegna.

Quelli del 1943 furono opera degli americani e investirono direttamente la popolazione civile. Il 17 febbraio vennero colpite Cagliari e Gonnosfanadiga, provocando oltre 200 morti. Gli aerei americani, ostacolati da una fitta nuvolosità, colpirono l’area portuale di Cagliari e una zona centrale della città, in particolare via Sant’Efisio, tra la chiesa di Sant’Anna e quella di Santa Restituta, adibita a rifugio. La tragedia si svolse nella cripta di quest’ultima, dove si ebbe una strage di civili. L’allarme fu tardivo, quando le sirene fischiarono gli aerei erano già sui quartieri occidentali (Castello e Stampace). Vennero colpite anche Quartu S. Elena e Monserrato, ma la sorte peggiore tocco a Gonnosfanadiga. Probabilmente convinti di aver individuato il campo di aviazione di Villacidro, le fortezze volanti sganciarono nel paese il loro carico di bombe a frammentazione, colpendo varie zone dell’abitato e in particolare la via contigua alle scuole elementari. Nel centro del Medio Campidano, che contava solo 5.000 abitanti, vi furono 118 vittime, tra cui 27 bambini appena usciti da scuola e molte donne intente a lavare i panni sul greto del fiume. 

Pochi giorni dopo, il 26 febbraio, aerei B17 sganciarono su Cagliari 50 tonnellate di bombe, devastando i quartieri storici di Stampace, Castello e Bonaria. Del Municipio rimase solo la facciata, il Bastione di San Remy, colpito da 3 bombe, perse l’arco e parte della scalinata, numerosissisme le distruzioni di palazzi civili. Il bombardamento durò appena quindici minuti e provocò 73 morti e 286 feriti.

Il 28 febbraio si ripeteva l’orrore.
Erano le 12.55 quando i cagliaritani ancora rimasti in città videro apparire gli aerei. Era una domenica, un giorno di festa, e nessuno immaginava un nuovo tremendo attacco, anche perchè non venne lanciato nessun allarme dal sistema difensivo. La città era ormai in ginocchio, interi quartieri come Villanova, Stampace, Castello, Marina ridotti in macerie. Solo il 28 febbraio si erano avuti oltre 200 morti e centinaia di feriti.

L’opera di distruzione fu completata il 31 marzo dello stesso anno. Gli obiettivi principali furono il porto e la stazione, gravi danneggiamenti subì la chiesa del Carmine, con la statua della Madonna, al centro della piazza, che si girò di 20 gradi a causa dello spostamento d’aria provocato dalle deflagazioni. Una sessantina furono le vittime, la maggior parte nella vicina Monserrato.

Nel mese di aprile vennero bombardate Carloforte (12 morti e 30 feriti), La Maddalena e Palau, dove venne affondato il Trieste provocando la morte di centinaia di marinai, l’aeroporto di Alghero-Fertilia (18 morti e 50 feriti), Villacidro (16 morti e 56 feriti), Arbatax (12 morti e 6 feriti), Sant’Antioco e Porto Torres (5 morti). Anche maggio non fu da meno, finirono sotto il mirino degli aerei Alleati Olbia (oltre 20 morti), la stazione di Sassari (3 morti), Alghero-Fertilia (6 morti), Porto Torres, Abbasanta, Capo Frasca, Sant’Antioco, Calasetta, e ancora Alghero (52 morti). Continui erano i bombardamenti nell’isola, giorno e notte.

Il 13 maggio toccò nuovamente a Cagliari subire due nuove incursioni: quella diurna da parte degli americani e quella notturna degli inglesi. Fu l’attacco più massiccio mai visto, opera di 103 quadrimotori e 94 bimotori americani e 23 bimotori inglesi. A questo punto Cagliari assunse un’aria spettrale, i morti in questa circostanza furono solo 50 segno di una città oramai deserta. Appena 7000 persone erano rimaste nel capoluogo e gli sfollati, riversatisi a decine di migliaia dalle zone colpite ai centri dell’interno raccontavano di lutti e distruzioni.

La guerra per la Sardegna volgeva al termine; l’ultimo bombardamento fu il pomeriggio dell’8 settembre sull’aeroporto di Pabillonis.
Poche ore dopo Badoglio annunciava alla radio l’armistizio.

Il bilancio finale dei bombardamenti aerei fu di un migliaio di vittime e molte centinaia di feriti: l’elenco, però, è incompleto perché molti non furono identificati, di tanti si ritrovarono solo parti dei corpi dilaniati e altri si dissolsero nelle esplosioni o furono inghiottiti sotto le macerie. Circa due terzi delle abitazioni di Cagliari furono rase al suolo o gravemente danneggiate dai bombardamenti. Ancora oggi, nei quartieri storici della città, sono visibili le tracce di quelle devastazioni: restano i vuoti dei palazzi mai ricostuiti, le ferite architettoniche. Nel 1950 alla città fu conferita la medaglia d’oro al Valor Militare, a Gonnosfanadiga la Medaglia di Bronzo al Merito Civile.
Pochi ricordano che Cagliari, dopo Napoli, è stata la città più bombardata in Italia. Pochissimi che è stata la città che ha subito maggiori danni a livello di Conventry (Inghilterra) o di Dresda (Germania), senza tra l’altro una ragione plausibile.

.


Per approfondire l’argomento:

La caduta del fascismo in Sardegna

20030907_armistizio_corsera_327x267

.

In Sardegna la guerra arriva presto.

Non è attraversata direttamente dal fronte, ma subisce la notevole presenza dei contingenti militari che ne condiziona la vita; una generazione, in particolare quella nata tra il ’18 e il ’24, che vive l’esperienza della guerra in Europa e ancora nelle file della Resistenza o nella Repubblica di Salò, la prigionia nei campi di concentramento; diversi centri conoscono gli effetti dei bombardamenti.
Le città costiere devono fare i conti con le terribili distruzioni. Cagliari è la città maggiormente colpita, migliaia sono le vittime e decine di migliaia gli sfollati che si rifugiano nelle zone dell’interno per sfuggire alla morte. Sassari, salvata dalle bombe, ne ha accolto centinaia. A Nuoro il prefetto ordina che possano trovarvi rifugio solo gli sfollati che abbiano parenti e mezzi di sostentamento.
Il trauma dovuto ai continui bombardamenti e l’isolamento psicologico e materiale in cui è piombata l’isola, fanno riemergere tendenze separatiste.

La destituzione e l’arresto di Mussolini, avvenuto il 25 luglio del 1943, non provocano grandi reazioni nell’isola, anche perchè in tanti temono i pericolosi effetti che potrebbe provocare un probabile sbarco Alleato. Ma questo non avverrà.
Dopo l’8 settembre, con l’accordo tra il generale Antonio Basso -comandante militare dell’isola- e i tedeschi, le truppe presenti lasciano l’isola senza una significativa opposizione, accompagnati da un gruppo d’ufficiali e soldati della divisione Nembo che, nei pressi di Macomer, hanno ucciso il loro Capo di Stato maggiore, il colonello Alberto Bechi Luserna. A La Maddalena, passaggio obbligato verso la Corsica e il Continente, la battaglia provoca ventotto morti italiani e otto tedeschi.
L’altro episodio di resistenza registrato avviene a Oristano, all’altezza del ponte sul Tirso, quando alcuni reparti italiani riescono a impedire che i tedeschi facciano saltare il ponte.
Il generale Basso, a seguito del comportamento tenuto nell’isola all’indomani dell’armistizio, fu destituito e arrestato. Fu assolto dopo due anni di prigionia.
.
L’occupazione angloamericana -formalmente l’isola non è occupata ma sottoposta al controllo di una commissione alleata- è discreta e da subito si occupa degli aiuti alimentari alla popolazione e della ricostruzione della vita civile. Gli americani dimostrano di avere una conoscenza approfondita della vita economica, culturale e politica.
.
La situazione nel 1944 è comunque spaventosa.
I moli del porto di Cagliari sono fuori uso, a Olbia e Porto Torres praticamente chiusi. Ciò che arriva in Sardegna (grano, cereali, latte condensato, minestrone in scatola, sapone, patate da semina) viene portato dagli americani. Ogni idea di Sardegna autarchica si dissolve. A causa dei difficili collegamenti mancano perfino i generi di prima necessità, anche il mercato nero ne è privo. I fiammiferi, 25 al mese, sono razionati, e nei negozi sono presenti solo prodotti locali: carbone, pelli, pochi ortaggi.
L’unico prodotto autosufficiente per il consumo è il vino, nonostante siano andati distrutti oltre 1.200.000 ceppi di vite. Vi è un’eccedenza di cuoio, pelli ovine e lana, ma senza un calzaturificio e una fabbrica tessile completa di tutti i macchinari per la produzione, quantità enormi di pelli marciscono senza poter essere utilizzate. Non solo i minatori lavorano scalzi, anche i carabinieri lo sono e molti di essi non escono dalle caserme perchè senza scarpe.

Ferrovie e strade sono intatte, ma manca il carburante, l’olio e i pezzi di ricambio, le gomme d’aereo sono adattate per essere utilizzare negli automezzi.
Le saline di Cagliari accumulano montagne di sale, di kalite e di solfato di magnesio, le miniere sono in stato di manutenzione perchè manca l’alimentazione, il carbon coke e il cloro.
 .
Mentre nell’isola la popolazione vive una situazione di estremo disagio provocato dalla guerra e dall’isolamento, tantissimi sono i sardi che partecipano alla Resistenza combattendo in ogni parte d’Italia.

Per fare un esempio ricordiamo in questo spazio, come episodio simbolo, l’attentato compiuto a Roma dai Gap il 23 marzo 1944 in via Rasella, con la partecipazione dei sardi Marisa Musu, Silvio Serra e Francesco Curreli, a cui fa seguito la fucilazione per rappresaglia di 335 persone alle Fosse Ardeatine.
Fra i fucilati, se si escludono gli ebrei e i cittadini romani, il gruppo dei sardi è il più numeroso fra quelli regionali.


.
Per approfondire si consiglia la lettura:

  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: