Storia di un giornale clandestino

Tra il maggio e il luglio del 1943, mentre l’esercito tedesco rafforzava la sua presenza lungo le coste sarde in vista di un probabile sbarco degli Alleati, alcuni antifascisti sardi realizzarono l’idea di pubblicare un giornale clandestino al fine di mobilitare il popolo contro i nazifascisti.
In realtà il giornale, che prese il nome di “Avanti, Sardegna!” non fu mai stampato nel vero senso del termine, vista l’impossibilità di usufruire delle poche tipografie presenti nell’isola, peraltro tutte sorvegliate dagli uomini del regime. Si decise allora di ovviare al problema con un metodo artigianale che non solo si rivelò efficace per l’obiettivo che ci si proponeva, ma che avrebbe finito anche con l’esaltare l’originalità della pubblicazione.

Il giornale vide i suoi albori grazie all’utilizzo di macchine da scrivere prelevate da uffici pubblici (come quella del Comando della 406.a Divisione Costiera) e dagli studi professionali di Mario Berlinguer, di Michele Saba e di Salvatore Cottoni, con cui vennero battute le prime copie. Solo più avanti si riuscì a usare un ciclostile, che permetteva una tiratura decisamente più ampia.
La fucina di questo ambizioso progetto fu Sassari. Parteciparono alla realizzazione e alla diffusione delle copie uno sparuto numero di uomini appartenenti al Partito d’Azione, repubblicani, comunisti e sardisti. Chi riceveva la copia doveva riprodurla e poteva anche apportarvi modifiche; fu questo continuo lavoro di tagli e aggiunte che finì col dare originalità a un giornale che poteva legittimamente definirsi di popolo: una strana collaborazione fra sconosciuti, un giornale che non era mai uguale a sè stesso.

Avanti, Sardegna!” non proponeva obiettivi futuri ma era indirizzato al presente, quindi alla violenta critica contro il fascismo, alle accuse nei confronti dei gerarchi sardi, ma soprattutto, molto spazio era dedicato agli appelli all’azione diretta, alla guerriglia, con tanto di dettagliate istruzioni per atti di sabotaggio, creazioni di bande clandestine e aiuti alle truppe liberatrici. Si può affermare che “Avanti, Sardegna!” anticipò quei tipi di giornali che si pubblicarono dopo l’8 settembre nei territori occupati dalle truppe nazifasciste.

1° numero

Il primo numero di “Avanti, Sardegna!”, datato 3 giugno 1943, vuol essere un generale incitamento alla ribellione. Dure parole vengono espresse nei confronti della monarchia: “il re traditore”, il “Savoia tiranno” e nei confronti de “l’odioso regime“, senza peraltro mai citare espressamente il termine fascismo. Al fine di smuovere le coscienze, si ricorda che la Sardegna è sempre stata “una terra ribelle”, ricordando i nomi illustri di chi, come Amsicora, si sollevò alle tirannidi passate.
Due sono le domande presenti sul finale dell’articolo:
“Si deve attendere senza un gesto di reazione, che l’odio di tutto il mondo civile si scateni contro il popolo dell’Italia e della Sardegna considerandoli complici del fascismo e avvelenando, dopo la sconfitta, la nostra e le future generazioni?”;
Sottomettersi o riscattarsi in tempo?”.
Il numero si conclude con alcuni significativi versi dell’inno sardo “Su patriotu sardu a sos feudatarios”.

2° numero

Il 23 giugno segue il secondo numero, dove ampio spazio viene dato alla smentita della morte di Emilio Lussu, notizia fatta circolare, si legge sul giornale, dal colonnello Frau e dall’ispettore Offeddu. A più riprese, durante il Ventennio, la morte di Lussu veniva diffusa in Sardegna anche da quotidiani come l’Unione Sarda ma, scrivono i redattori di “Avanti, Sardegna!”, “Lussu è vivo e tornerà da trionfatore fra i suoi fratelli di Sardegna, compagno e guida nella battaglia e nella rinascita”.

3° numero

La successiva pubblicazione del giornale ha come data quella del 13 luglio, lo sbarco degli Alleati in Sicilia era avvenuto 3 giorni prima. Viene scritto che “nella penisola gruppi di animosi stringono le file e preparano l’insurrezione. L’esercito si sgretola […] i figli del popolo sono pronti ad unirsi ai liberatori contro i tedeschi. Noi vogliamo che la prima scintilla venga dalla Sardegna. E’ giunta l’ora di agire. Domani sarebbe troppo tardi. E’ necessario dimostrare al mondo che sappiamo riscattarci e liberarci con le nostre forze”.
Viene anche precisato a chi si rivolge l’appello: “questo giornale non è scritto per chi ha già ricevuto le istruzioni segrete; è scritto per gli amici ignoti che sono anch’essi ansiosi di agire, e per chi sia ancora esitante”.
Seguono una lunga serie di consigli rivolti a chi vorrà partecipare alla lotta: “cittadini, agite in gruppi, se possibile; se no, isolatamente. Moltiplicate le scritte sui muri, lanciate altre boccette di inchiostro rosso sulle sedi fasciste, fate esplodere le cartucce di dinamite ovunque, sicchè non si sappia dove esiste un centro del movimento e le forze della repressione siano frazionate“.
Ampio spazio trovano le istruzioni per sabotare i fili telefonici tedeschi, tagliare le gomme degli automezzi, appiccare incendi, attentare ai ponti e colpire i soldati tedeschi. Il numero si conclude con un appello: “Azione! Ecco la parola d’ordine”.

4° numero

Nel numero del 12 agosto si fa riferimento alla mozione trasmessa al re (voluta dal Comitato Nazionale costituito dai partiti della libertà) in cui si reclama “la cessazione di una guerra contraria alle tradizioni e agli interessi nazionali, la responsabilità della quale grava e deve gravare soltanto sul regime fascista”.
E ancora: “la Sardegna deve manifestare la sua decisa ostilità alla guerra di Hitler e di Mussolini; bisogna stringere nuovamente le fila e prepararsi a quell’azione che fu interrotta il 25 luglio” (25 luglio 1943, giorno in cui il Gran Consiglio del fascismo decise la deposizione di Mussolini, n.d.r).
Viene inoltre dato l’annuncio della liberazione di Francesco Fancello, comunicando che presto rientrerà in italia con Emilio Lussu.

5° numero

“Avanti, Sardegna!” chiuderà con il supplemento del 21 agosto. Siamo nel bel mezzo dei 45 giorni del governo Badoglio, 45 giorni di caos e incertezza che emergono anche dalle parole scritte in questo ultimo numero.
“Mentre a Roma la dittatura di Badoglio tenta di ottenere che l’esercito e il popolo italiano assumano la funesta responsabilità della guerra fascista che il paese non volle e che dovrebbe prolungare, con la rovina e con il disonore dell’Italia, l’estrema resistenza di Hitler; mentre il nuovo dittatore confida nel salvataggio della monarchia, complice del fascismo […]; mentre i fascisti si rianimano e sperano una nuova investitura dai tedeschi e dal re per riprendere l’opera loro, opprimere il popolo e trarre vendetta degli oppositori, in Sardegna […] persevera una politica tipicamente fascista”.
Segue un ultimo appello: “Organizzatevi senza indugio! Le bande siano subito ricomposte. I cittadini si raccolgano. Gli ufficiali, i soldati sardi e non sardi si preparino ancora per l’azione, senza attendere lo sbarco dei liberatori, e sia l’Italia la prima nazione che insorge contro la tirannide tedesca, sia la Sardegna la prima regione d’Italia che accende la scintilla insurrezionale”.

Ma questo non potè accadere.
Al momento dell’armistizio, in Sardegna erano presenti 32.000 soldati tedeschi ben armati, ma notevolmente inferiori di numero rispetto ai 130.000 soldati italiani. Si trattava di truppe sarde e non sarde che, come dirà lo stesso Mario Berlinguer, in gran parte sarebbero state pronte a battersi contro i nazisti, potendo contare anche sull’appoggio del popolo sardo. I fatti che accaddero dopo l’armistizio, e in particolare le decisioni del generale Basso, impedirono, però, lo scontro diretto, e il 17 settembre del 1943 i tedeschi poterono imbarcarsi per la Corsica in tutta tranquillità dopo la breve battaglia di La Maddalena.

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Per approndire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Avanti, Sardegna! Un giornale clandestino del 1943”, di Mario Berlinguer.
  • “Il Dio seduto. Storia e cronaca della Sardegna 1942-1946”, di Francesco Spanu Satta.

I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola

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La guerra in Spagna, e ancor prima la guerra in Etiopia, segnò una svolta nelle condizioni economiche dell’isola agendo da valvola di sfogo alla disoccupazione.
L’arruolamento di volontari, con relativi salari e sussidi alle famiglie, spinse molti sardi a imbarcarsi a Napoli convinti di andare in Africa, per ritrovarsi invece a Cadice come soldati del CTV, il corpo di spedizione italiano in Spagna.
Ogni legionario riceveva 20 lire al giorno, più un’integrazione di 150 lire al mese versata dal governo golpista: basti pensare che in quegli stessi anni i salari dei minatori sardi andavano da 15-18 a 17-23 lire al giorno, quelli degli operai da 10-12 a 14-15.

Ben presto in Spagna si ritrovarono a combattere, gli uni contro gli altri, gli italiani del CTV e gli italiani delle Brigate Internazionali: più disperati e meno motivati quelli di parte fascista, più maturi e decisi quelli che appoggiarono la causa repubblicana, grazie all’esperienza maturata con l’emigrazione e alla consapevolezza di dover combattere il fascismo che li aveva espulsi dall’isola.

Alcuni sardi furono tra i primi ad accorrere in aiuto della Repubblica.
A monte Pelato, nel primo scontro militare tra formazioni delle due parti, dei 9 caduti italiani della colonna Ascaso-Rosselli due erano sardi: Giuseppe Zuddas (nato a Monserrato nel 1898), che morirà in trincea, e Pompeo Franchi (nato a Nuoro nel 1905) che, ferito nella battaglia, perderà la vita pochi giorni dopo nell’ospedale di Lerida.
Zuddas, dirigente della gioventù regionale sardista, era emigrato a Parigi sin dal 1924; dopo l’arrivo di Lussu, che lo avrebbe impiegato per inviare messaggi ai gruppi clandestini in Sardegna, aderì al Comitato Centrale di Giustizia e Libertà e partì per la Spagna al primo appello di Rosselli. Cadde sul campo di guerra il 28 agosto, appena un mese dopo l’Alziamiento dei generali: all’interno del suo portafoglio la tessera del Psd’A.
Franchi, invece, era anarchico. La presenza a Barcellona delle grandi organizzazioni dell’anarchismo iberico attirò gli anarchici sardi dell’emigrazione alla difesa della Repubblica: Franchi, emigrato in Francia nel 1926, arrivò in Spagna nei primi giorni della guerra insieme col fratello, anche lui combattente a Monte Pelato.

Nella stessa colonna Ascaso-Rosselli combattè anche l’anarchico Tommaso Serra (nato a Lanusei nel 1900). Perseguitato da tutte le polizie europee, lascerà la Spagna nell’autunno del 1937, dopo essere stato incarcerato dalla polizia comunista per aver organizzato la commemorazione di Francisco Ascaso.

Non solo anarchici, anche diversi comunisti sardi parteciparono fin dalle prime fasi alla guerra spagnola. Esemplare il caso di Paolo Comida (nato a Ozieri nel 1899), che allo scoppio della rivolta si trovava già a Barcellona per assistere alle Olimpiadi Popolari organizzate dalla Repubblica. Si arruolò immediatamente e cadde a Tardienta il 22 agosto.
Ma ancor prima dei comunisti, che solo più avanti si organizzarono nelle Brigate Internazionali, furono gli anarchici a respingere l’offensiva franchista nelle fasi iniziali della guerra. Fra questi anche tanti sardi come Pasquale Fancello (nato a Dorgali nel 1891) e sua moglie Giovanna Maria Gisellu (nata a Dorgali nel 1893), Pietro Golosio (nato a Mamoiada nel 1904) e suo fratello Domenico Golosio (nato a Mamoiada nel 1910), Giovanni Dettori (nato a Orgosolo nel 1899).
Dettori fu uno degli uomini più rilevanti della colonia sarda a Tunisi: arrestato nel 1931, fu assegnato per tre anni al confino di Ponza e, emigrato in Tunisia, aveva intavolato le comunicazioni tra il nucleo parigino di GL e la Sardegna. Ferito una prima volta, ritornerà al fronte dove verrà colpito a morte, presso Teruel, nel gennaio del 1937.

La morte di Dettori darà vita a un episodio drammatico dell’antifascismo sardo: una lettera che annunciava la sua morte fu letta, con parole commosse, da due amiche nuoresi, Graziella Sechi (moglie di Dino Giacobbe) e l’insegnante Mariangela Maccioni Marchi.
La polizia, informata dell’accaduto, arrestò le due donne che furono poi oggetto di un velenoso commento del giornale fascista “Nuoro Littoria”. Quando Giacobbe sfidò a duello l’autore, questo, essendo il federale, lo fece arrestare.
Sempre più sensibile agli appelli di Lussu, che sosteneva come nell’esercito repubblicano ci fosse bisogno di ufficiali che avessero maturato esperienza di guerra, poco dopo la liberazione della moglie espatriò clandestinamente, raggiunse dalla Corsica Parigi e poi Albacete. Qui comandò, nelle fasi finali della guerra, una batteria di artiglieria intitolata a Carlo Rosselli, con la bandiera rossa a fare da sfondo ai Quattro mori.

Mariangela Maccioni non solo venne arrestata, ma fu anche sospesa dall’insegnamento. Fu l’unica tra gli insegnanti sardi ad aver subito una misura così drastica, probabilmente perchè il regime voleva impaurire il combattivo antifascismo nuorese o forse perchè in questo modo si colpiva il prestigio della Maccioni, attorniata da amicizie “pericolose”, come la sardista Marianna Bussalay, nata a Orani nel 1904, più volte inquisita dalla polizia fascista.

Raccolse l’invito di Lussu anche un altro sardo, il cagliaritano Cornelio Martis, nato a Guspini nel 1905. Anch’egli espatriò clandestinamente passando per Tunisi e raggiungendo Parigi. Dopo la battaglia dell’Ebro, quando nell’esercito repubblicano si scatenò il sospetto stalinista della “quinta colonna”, fu giustiziato da un commissario politico del suo battaglione.

Anche Velio Spano, incaricato prima della propaganda da Radio Barcellona e poi da Radio Milano Libertà, arrivò al fronte e combattè sullo Jarama.

Lussu si recò in Spagna nel giugno del 1937, per rendersi conto delle reali possibilità di dar vita alla “Legione Italiana”. Dopo alcuni giorni, però, venne informato della morte dei fratelli Rosselli e si precipitò a Parigi per assumere la direzione di GL.

Ma quanti furono i caduti sardi che combatterono nella guerra di Spagna?
La Sardegna, che aveva il 2,4% della popolazione nazionale, contò 219 vittime, 149 nell’esercito e 70 nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che rappresentavano l’8,3% dei caduti italiani del Corpo Truppe Volontarie e il 4% di quelli della Milizia.
Sul fronte repubblicano, i circa 20 caduti sono oltre il 3% dei circa 600 caduti fra i combattenti per la libertà della Spagna.

In Africa i caduti sardi erano stati soltanto 94.

Come si spiega questo dato? Perchè tanti sardi decisero di combattere in Spagna?
Per i “volontari” fascisti potrebbe aver influito la problematica condizione economico-sociale dell’isola; per i volontari antifascisti le difficoltà della vita dell’emigrazione, oppure la forza di attrazione di alcune figure leggendarie come Lussu.

Di certo, fin da allora fu possibile intuire la natura dell’antifascismo sardo: il carattere popolare, per molti versi istintivo, nutrito da una forte carica etica che portò ad una spontanea radicalizzazione nei confronti del potere istituzionalizzato.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

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Fuga da Lipari

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Emilio Lussu riuscì a evadere dal confino di Lipari alla fine del luglio del 1929 con altri due celebri amici: Carlo Rosselli e Fausto Nitti, anch’essi condannati a cinque anni di deportazione.
Importante nella preparazione della fuga fu la presenza della moglie di Rosselli, l’inglese Marion Cave, che ottenne l’autorizzazione di abitare con il marito a Lipari. Grazie al suo passaporto inglese potè viaggiare liberamente senza controllo, riuscendo a mantere i contatti con gli oppositori già rifugiatisi all’estero.

Le menti dell’operazione furono Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani e Alberto Cianca, aiutati da Raffaele Rossetti (protagonista, nel 1918, dell’affondamento della Viribus Unitis, fiore all’occhiello della Marina militare austriaca), Italo Oxilia (che aveva guidato il motoscafo per la fuga di Turati e Pertini) e Gioacchino Dolci (operaio repubblicano, compagno di deportazione dei tre, che avendo scontato la pena era già espatriato in Francia).

Il progetto di evasione prevedeva che Lussu, Rosselli e Nitti, scelto un angolo della costa meno controllato, avrebbero dovuto nuotare fino al largo, dove sarebbero stati raggiunti da un’imbarcazione “amica”.
Per ben quattro volte, però, come raccontò Lussu, dal mare non arrivò nessuno.
In un caso il problema fu il motoscafo “Sigma IV”, i cui motori così pesanti rischiarono di far affondare l’imbarcazione che fu così costretta a rientrare a Tunisi appena dopo la partenza. I tre fuggitivi dovettero così abbandonare momentaneamente l’azione, con le guardie fasciste che, fortunatamente, non si accorsero di nulla.

Il quinto tentativo riuscì il 27 luglio 1929, in una notte di luna nuova.

Anche stavolta Lussu, Rosselli e Nitti riuscirono a eludere il controllo delle guardie e a raggiungere il largo a nuoto. Stavolta, dopo una pasmodica attesa, il motoscafo “Dream V” arrivò con a bordo Italo Oxilia e Gioacchino Dolci che seguirono i punti luminosi indicati da Lussu. Il motoscafo riuscì a entrare nel porto a motori e fari spenti, senza essere visto dalle guardie.

Il primo a salire a bordo fu Nitti, seguito da Rosselli e Lussu.
Nel motoscafo, oltre a una grande riserva di carburante, per volere di Lussu furono sistemati anche fucili e bombe a mano.
Ma l’uso delle armi non fu necessario.
Con le sue trenta miglie orarie, frutto dei motori truccati, il Dream virò rapido e si lanciò in mare aperto senza che nessuno a Lipari si accorgesse di nulla.
Man mano che il motoscafo andava, l’isola diventava un incubo sempre più lontano mentre il sogno della libertà conquistata diventava sempre più vicino.

Nel frattempo scattò l’allarme a Lipari, ma ormai era troppo tardi. I fuggitivi erano al largo, impossibile raggiungerli.

L’indomani, nel primo pomeriggio, il motoscafo arrivava a destinazione: Tunisi.
Da Tunisi, passando per Marsiglia, Lussu, Nitti e Rosselli, assieme a Tarchiani, raggiunsero in treno Parigi dove fuori alla Gare de Lyon trovarono ad attendergli Gaetano Salvemini, Filippo Turati e Alberto Cianca.

Pochi giorni dopo nasceva Giustizia e Libertà, movimento che avrebbe dato un contributo importantissimo alla Resistenza italiana.

La fuga dei tre oppositori fu un grandissimo successo per tutto l’antifascismo italiano; trovò spazio nei giornali di mezzo mondo, rafforzò il dibattito democratico.
Fu il simbolo dell’esistenza di un’Italia che non si piegava al fascismo, di quell’Italia che grazie ai nuclei clandestini e alla voce degli esuli, stava dando vita alla lotta contro il nazifascismo.

La fuga rappresentò invece una vera umiliazione per il regime fascista.
I servizi segreti erano al corrente che a Lipari si stava programmando un tentativo di evasione, ma non riuscirono a far nulla per impedirlo.
Solo il 9 agosto la notizia trovò spazio sul “Popolo d’Italia“, il giornale di Mussolini: “Nella notte dal 27 al 28 luglio sono evasi da Lipari i confinati ex deputato Emilio Lussu, prof. Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti”.
Tutto qui. E fu in qualche modo obbligato a farlo visto che la notizia, ormai, faceva il giro del mondo.

Mussolini cercò di rivalersi in un modo o nell’altro. E così la moglie di Rosselli, incinta, venne arrestata in Valle d’Aosta, ma a seguito del clamore suscitato in Inghilterra ottenne un’immediata liberazione. Nello Rosselli, accusato di aver organizzato la fuga del fratello, venne confinato a Ustica.
La clamorosa fuga del 1929 finì con inasprire ulteriormente la detenzione in tutte le zone di confino, e a Lipari in particolare, dove la Milizia prese il posto della polizia.

Per quel che riguarda il futuro dei tre fuggiaschi, questo è ormai noto ai più.
Lussu prima partecipò alla Guerra civile spagnola nel fronte antifranchista, con funzioni di dirigente politico della Colonna Rosselli. Leader prima di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione, partecipò attivamente alla Resistenza romana. Nel 1945, fu Ministro dell’assistenza postbellica nel primo governo di unità nazionale dell’Italia libera e poi ancora eletto più volte senatore. Si ritirerà dalla vita politica nel 1968.

Anche Nitti fu uno dei fondatori di Giustizia e Libertà.
Partecipò alla Guerra civile spagnola e tornato in Francia fu internato nel campo di Argelès-sur-Mer. Durante la Seconda guerra mondiale fu uno dei promotori della rete spionistica clandestina per la Francia libera e, dopo essere stato arrestato, fu deportato dai nazisti verso il campo di concentramento di Dachau. Durante il viaggio però, riuscì a compiere un’altra avventurosa evasione e si aggregò alla Resistenza francese grazie al quale ottenne la medaglia per la Resistenza. Eletto consigliere comunale a Roma, aderì alla Massoneria.

Rosselli, fondatore del movimento Giustizia e Libertà assieme a Nitti e Lussu, fu subito attivo nella Guerra spagnola sostenendo le forze repubblicane. Celebre divenne il discorso pronunciato alla Radio di Barcellona nel novembre del 1936: “Oggi qui, domani in Italia”, divenuto il motto degli antifascisti italiani.
Tragica fu la sua fine.
Nel giugno del 1937, mentre si trovava a Bagnoles-de-l’Orne per delle cure termali, venne raggiunto dal fratello Nello che probabilmente era stato seguito dai suoi aguzzini sulle tracce del fratello. Il 9 giugno, con un pretesto, vennero fatti scendere dall’automobile e colpiti con raffiche di pistola dai miliziani della Cagoule, formazione dell’estrema destra, su mandato ricevuto da Galeazzo Ciano.
Carlo morì sul colpo, Nello venne finito da un’arma da taglio.

Sulla tomba, l’epitaffio di Calamandrei:

“Giustizia e Libertà. Per questo morirono, per questo vivono”.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu
  •  http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/antifascismo2c.html

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Il processo a Emilio Lussu

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Dopo l’uccisione, avvenuta per legittima difesa, del fascista Battista Porrà, Emilio Lussu rimase in prigione per tredici mesi.

In carcere gli fu comunicata la decisione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, ormai sotto il controllo fascista, della sua radiazione dall’albo in quanto nemico del regime.
Nel frattempo, nei giornali si susseguivano gli appelli dei deputati fascisti ai magistrati, appelli ai limiti della minaccia, affinchè applicassero la pena più severa possibile al sardista accusato dell’uccisione del camerata.
“E’ un delitto contro la patria, contro l’umanità”, arrivò a scrivere qualcuno.

Lo stesso prefetto, accusato di avere “protetto” Lussu (cosa peraltro non veritiera), venne messo a riposo per aver consentito l’intervento di carabinieri e polizia appena dopo l’aggressione.
Dal canto suo, anche Mussolini cercò di prodigarsi affinchè Lussu ottenesse la massima pena. A tal proposito cercò, inutilmente, di spostare il processo fuori dalla Sardegna, a Chieti; la Corte d’Assise della città era infatti nota perchè i giurati, rigorosamente fascisti, durante il processo contro gli assassini di Matteotti arrivarono a complimentarsi con gli imputati.

Ma il disegno di Mussolini, stavolta, non si realizzò.
L’opinione pubblica isolana reagì a tal punto da impedire il progetto, e addirittura lo stesso padre del fascista ucciso rifiutò di costituirsi parte civile contro l’imputato, arrivando a dolersi con Lussu dell’eccessiva persecuzione a suo danno.

Nonostante le fortissime pressioni a cui fu sottoposta la magistratura sarda, questa, non ancora soggiogata al regime, assolse Emilio Lussu per legittima difesa.

La rabbia dei fascisti esplose ogni oltre misura.
Troppo grande era stato l’affronto subito per colpa dei giudici, per non parlare poi dello stesso Lussu. Non solo non si era riusciti ad ucciderlo, ma lui stesso aveva ucciso un camerata, ed era stato addirittura assolto!
I giornali le settimane successive traboccavano di lunghi articoli contro la sentenza, si parlò di evidente errore giudiziario, alcuni proposero addirittura il linciaggio.

I fascisti non potevano lasciar passare la questione e infatti, nonostante l’assoluzione, Lussu non venne scarcerato.
Le carceri dipendevano dal ministero degli Interni e così fu trattenuto per “misure di ordine pubblico”, finchè una commissione eletta dal regime, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato fascista, condannò Lussu a cinque anni di deportazione come “avversario incorreggibile del regime”.

Le dure condizioni della detenzione dovute alla lunga permanenza in una piccola cella fredda e umida, e le correnti d’aria durante le continue ispezioni notturne, finirono col provocargli una bronchite e una grave pleurite.
La febbre alta di cui soffriva Lussu convinse i medici a scrivere una dichiarazione medica sulle sue pessime condizioni di salute, riferendo che una deportazione in un’isola sarebbe stata letale a causa del clima marino.
Fu Mussolini in persona a interessarsi della questione.
Pochi giorni dopo arrivò l’ordine di immediato trasferimento: destinazione, la piccola isola di Lipari.

Segue…

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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