Il processo a Emilio Lussu

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Dopo l’uccisione, avvenuta per legittima difesa, del fascista Battista Porrà, Emilio Lussu rimase in prigione per tredici mesi.

In carcere gli fu comunicata la decisione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, ormai sotto il controllo fascista, della sua radiazione dall’albo in quanto nemico del regime.
Nel frattempo, nei giornali si susseguivano gli appelli dei deputati fascisti ai magistrati, appelli ai limiti della minaccia, affinchè applicassero la pena più severa possibile al sardista accusato dell’uccisione del camerata.
“E’ un delitto contro la patria, contro l’umanità”, arrivò a scrivere qualcuno.

Lo stesso prefetto, accusato di avere “protetto” Lussu (cosa peraltro non veritiera), venne messo a riposo per aver consentito l’intervento di carabinieri e polizia appena dopo l’aggressione.
Dal canto suo, anche Mussolini cercò di prodigarsi affinchè Lussu ottenesse la massima pena. A tal proposito cercò, inutilmente, di spostare il processo fuori dalla Sardegna, a Chieti; la Corte d’Assise della città era infatti nota perchè i giurati, rigorosamente fascisti, durante il processo contro gli assassini di Matteotti arrivarono a complimentarsi con gli imputati.

Ma il disegno di Mussolini, stavolta, non si realizzò.
L’opinione pubblica isolana reagì a tal punto da impedire il progetto, e addirittura lo stesso padre del fascista ucciso rifiutò di costituirsi parte civile contro l’imputato, arrivando a dolersi con Lussu dell’eccessiva persecuzione a suo danno.

Nonostante le fortissime pressioni a cui fu sottoposta la magistratura sarda, questa, non ancora soggiogata al regime, assolse Emilio Lussu per legittima difesa.

La rabbia dei fascisti esplose ogni oltre misura.
Troppo grande era stato l’affronto subito per colpa dei giudici, per non parlare poi dello stesso Lussu. Non solo non si era riusciti ad ucciderlo, ma lui stesso aveva ucciso un camerata, ed era stato addirittura assolto!
I giornali le settimane successive traboccavano di lunghi articoli contro la sentenza, si parlò di evidente errore giudiziario, alcuni proposero addirittura il linciaggio.

I fascisti non potevano lasciar passare la questione e infatti, nonostante l’assoluzione, Lussu non venne scarcerato.
Le carceri dipendevano dal ministero degli Interni e così fu trattenuto per “misure di ordine pubblico”, finchè una commissione eletta dal regime, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato fascista, condannò Lussu a cinque anni di deportazione come “avversario incorreggibile del regime”.

Le dure condizioni della detenzione dovute alla lunga permanenza in una piccola cella fredda e umida, e le correnti d’aria durante le continue ispezioni notturne, finirono col provocargli una bronchite e una grave pleurite.
La febbre alta di cui soffriva Lussu convinse i medici a scrivere una dichiarazione medica sulle sue pessime condizioni di salute, riferendo che una deportazione in un’isola sarebbe stata letale a causa del clima marino.
Fu Mussolini in persona a interessarsi della questione.
Pochi giorni dopo arrivò l’ordine di immediato trasferimento: destinazione, la piccola isola di Lipari.

Segue…

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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L’aggressione a Lussu e la morte del fascista Porrà

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Piazza Martiri, Cagliari

Il 31 ottobre 1926, durante una manifestazione fascista a Bologna, il sedicenne Anteo Zamboni sparò un colpo di pistola contro Mussolini, mancandolo di poco.
La reazione fascista non si fece attendere e la furia contro gli oppositori al regime si scatenò in ogni parte d’Italia. In molti caddero vittime delle violenze, altri riuscirono a darsi alla fuga, le loro case vennero saccheggiate, le sedi dei giornali distrutte.
Ovunque si respirava un clima di terrore.

Nella lunga lista degli avversari da eliminare era presente anche il nome di Emilio Lussu, noto antifascista, leader del Partito Sardo d’Azione.

La stessa notte dell’attentato al duce, alcuni amici più fidati del dirigente sardista, corsero da lui per riferigli che anche a Cagliari la macchina repressiva del regime si era messa in moto e la sua vita correva un grave pericolo.
La città era effettivamente in fermento. I vari rioni suonavano l’adunata, i fascisti accorrevano da ogni parte per ritrovarsi nella sede centrale e preparare gli assalti.

La casa di Lussu era situata nella Piazza Martiri d’Italia (dove oggi è affissa una targa in ricordo), al primo piano di un appartamento con cinque balconi.
Non ebbe il tempo di abbandonare la città e decise di rifugiarsi in casa, da solo, con le luci spente e le pistole di guerra a portata di mano, pronte per essere utilizzate.
Lui, così abituato agli assalti della Grande guerra, vide la sua casa trasformarsi in una nuova trincea.

Ma il suo appartamento non fu l’unico obiettivo dei fascisti.
Lussu sentì la colonna fascista avvicinarsi, ma prima di arrivare a lui ebbero la premura di saccheggiare la vicina tipografia del giornale democratico-cristiano il “Corriere” e distruggere lo studio legale dell’avv. Angius.

La colonna era comandata dal avv. Cao di San Marco, vecchio compagno di Lussu.

Una volta ammassatasi di fronte alla casa di Lussu, la colonna fascista riuscì senza troppa fatica a sfondare il grande portone. Solo la porta dell’appartamento ora faceva da ostacolo alla furia delle camicie nere.
Interessante, soprattutto ai fini del processo, furono le dichiarazioni delle due parti. Lussu dichiarò di aver avvisato i fascisti della sua presenza in casa, e di essere inoltre armato, mentre questi dichiararono che l’assalto fu ordinato solo perchè convinti che la casa fosse deserta.

Una volta sfondato il portone principale, la colonna si divise in tre parti: un gruppo di fascisti cercò di forzare la porta dell’appartamento, un altro cominciò la scalata ai balconi e l’ultimo fece il giro della casa per passare dal cortile sul retro.
Di fronte alla casa, sulla piazza, la folla simpatizzante incitava gli aggressori alla grande impresa.

Battista Porrà, aiutato dalla folla, fu il primo che riuscì a raggiungere il balcone. Gli porsero il ramo di un albero vicino, per forzare la persiana chiusa, e fu a questo punto che Lussu, armato della sua pistola di guerra, sparò verso di lui.
L’assalitore, colpito a morte, cadde nella strada sottostante, tra le braccia dei camerati.

Nel frattempo la folla lasciava in tutta fretta la piazza. Più volte Cao di San Marco tentò di riordinare la colonna ma i suoi appelli furono vani.

Al processo contesterà il ruolo svolto, dicendo di essersi trovato nella Piazza solo ed esclusivamente per difendere Lussu dall’aggressione fascista.

Mezz’ora dopo, polizia e carabinieri avevano accerchiato la casa, almeno mille erano le forze militari presenti nella piazza. Il questore e il commissario si presentarono alla porta e Lussu, ancora armato, chiese che solo il commissario, con le mani alzate, potesse entrare. Appurata la presenza di “autorità legali”, anche il questore venne ricevuto nella casa.

Di fronte alla comunicazione dell’arresto, Lussu cercò, con il codice penale in mano, di far leva sulla legittima difesa e ancora, sull’immunità parlamentare, essendo egli un deputato, ma tutto ciò non servì. Fu ammanettato e condotto in carcere dai carabinieri.

Al fascista ucciso vennero concesse onoreficienze e funerali solenni, con la partecipazione delle autorità, la magistratura, il prefetto e le camicie nere provenienti da tutta la provincia.

… segue.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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