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Mazzini e la Sardegna

giuseppe_mazzini

Diversi furono i giornali della Penisola che si occuparono, intorno al 1860, delle vicende della Sardegna a tredici anni di distanza della perfetta fusione firmata il 29 novembre 1847.

Tra questi giornali ricordiamo “Il Diritto” di Torino, espressione della sinistra subalpina e contrario a Cavour, ma soprattutto quelli mazziniani, grazie agli articoli di Vincenzo Brusco Onnis che vennero pubblicati nel giornale “I popoli uniti”, con il titolo Un Processo al Governo, che faceva riferimento a Il Governo e i comuni del Tuveri che lo stesso Mazzini avrebbe citato nel suo scritto del 1861 sulla Sardegna, pubblicato da “L’Unità Italiana”.

Giuseppe Mazzini aveva fatto pubblicare l’articolo sulla Sardegna per opporsi alle voci sempre più insistenti riguardanti una cessione dell’isola alla Francia; voci che stavano circolando negli stessi giorni in cui si stava preparando il trattato di Torino che, il 15 aprile 1860, avrebbe sancito la cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Anche la stampa francese, persino dopo la morte di Cavour, continuava a pubblicare articoli sottolineando che l’Italia avrebbe dovuto dare alla Francia un’ulteriore prova della sua gratitudine con la cessione della Sardegna.
Per dimostrare la veridicità di quelle voci, Mazzini faceva riferimento a informazioni riservate, ben conosciute anche a Garibaldi, e a note diplomatiche riservate. I grandi giornali democratici, tra cui “L’Unità Italiana”, riportavano la vasta eco di opposizione che andava da Giovanni Siotto Pintor a Gian Battista Tuveri, che nella peggiore delle ipotesi avrebbe preferito l’Inghilterra alla Francia, fino a Giorgio Asproni, contrario a qualsiasi dominazione straniera.

Ecco cosa scriveva Mazzini:
“La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo sardo; sistematicamente negletta, poi calunniata; bisogna dirlo altamente perchè quella importante frazione del nostro Popolo sappia che noi non siamo complici delle colpe governative, che conosciamo e numeriamo quelle colpe, e che poi intendiamo cancellarle, appena l’Unità conquistata ci darà campo di provvedere alla libertà e all’ordinamento interno, sociale, e politico. Sì, i molti e lunghi dolori della Sardegna non trovano che indifferenza tra noi; se Bonaparte scende una seconda volta a combattere a fianco del nostro esercito, sulle nostre terre, la Sardegna è perduta per noi. […] Nelle condizioni interne della Sardegna vive un pericolo, sul quale probabilmente il Governo calcola per consumare l’atto nefando. Quel povero Popolo, i cui istinti son tutti italiani, che ricorda in parecchie fogge del suo vestire la tradizione romana e nel suo dialetto più largo numero di parole latine che non è in alcun altro dei nostri dialetti, fu trattato come straniero da un Governo al quale dava sangue, oro ed asilo quando i tempi e le proprie colpe minacciavano di disfarlo. […] Quell’isola dal clima temperato, dal suolo mirabilmente fecondo, destinato dalla natura alla produzione del frumento, dell’olio, del tabacco, del cotone, dei vini, dei melaranci, dell’indaco; ricca di legname da costruzioni marittime, e di miniere segnatamente di piombo argentifero, e posta a sole 45 leghe dal lido d’Italia, fu guardata da un Governo che non fu mai se non piemontese, come terra inutile, buona al più a raccogliere monopolizzatori di uffici, gli uomini i quali, se impiegati nella capitale, avrebbero screditato il Governo. La Sardegna, terra di 1560 leghe quadrate, capace e forse popolata, ai tempi di Roma, di due milioni di uomini, numera oggi meno di 600.000 abitanti. Un quarto appena della superficie agricola è dato alla coltivazione. V’incontri per ogni dove fiumi senza ponti, sentieri affondati, terre insalubri per lungo soggiorno di acque stagnanti, che potrebbero coi più semplici provvedimenti derivarsi al profondo delle valli. Il commercio interno, privo di vie di comunicazione, è pressochè nullo. La Gallura, circoscrizione che comprende un quinto dell’isola, non ha una strada che la rileghi all’altre provincie. Le crisi di miseria vi sono tremende. Negli anni 1846 e 1847, un quinto della popolazione mendicava da Cagliari a Sassari. L’emigrazione dovè talora interrompersi per decreto. Come nel primo periodo d’incivilimento, sola ricchezza del paese è la pastorizia errante. Un secolo e mezzo di dominio di Casa Savoia non ha conchiuso che a provocare l’insulto del francese Thouvenel. La condizione della Sardegna è condizione di barbarie ch’è vergogna al Governo sardo […]. Il Governo non curò l’isola che per le esazioni. […] In questa Italia che un nostro storico chiamava un corpo di martire. La Sicilia e la Sardegna furono di certo le membre più tormentate. […] Spetta a noi, agli uomini di parte nostra poich’altri non fa, d’impedire quel delitto di lesa-nazione, di ripetere ogni giorno alle popolazioni sarde: «Non badate al presente; è cosa di un giorno; non tradite la patria per esso. Aiutateci a conquistare Venezia e Roma; il dì dopo, la questione della Libertà, oggi sospesa per la stolta idea che le concessioni e il silenzio giovino alla conquista più rapida dell’Unità, concentrerà in sè tutta l’Italia. E in quel giorno l’Italia farà ampia ammenda alla Sardegna delle colpe del Piemonte.»”

Le altre parti degli scritti del Mazzini, possono essere usate ancor oggi come una sintesi della storia della Sardegna a partire dal momento in cui “Vittorio Amedeo accettò a malincuore, e dopo ripetute proteste, nel 1720, da Governi Stranieri, al solito, la Sardegna in cambio della Sicilia. E diresti che la ripugnanza, colla quale egli accettò quella terra in dominio, si perpetuasse, aumentando, attraverso la dinastia…”.
Mazzini assolve, almeno in parte, il regno di Carlo Emanuele III per via delle migliorie introdotte dal Bogino, sottolineando però la raccomandazione che veniva fatta al re di non abbellire soverchiamente la sposa, perchè altri non se ne invaghisse. Poi il licenziamento del ministro, e il peggioramento delle condizioni dell’isola, che diventò “una spugna da premersi per cavarne lucro, un campo d’esazioni e di traffichi disonesti”.
Giuseppe Mazzini presenta dunque un lungo elenco di ingiustizie, intrecciandole con i fatti storici. “La Sardegna scrisse nel 1792 e nel 1793 una delle più gloriose pagine della nostra storia: pagina di fedeltà al re e d’aborrimento contro lo straniero, che serbò l’isola all’Italia; i discendenti degli uomini che respinsero il primo Bonaparte dalle piazze della Maddalena non possono cedere alle seduzioni dell’ultimo. Non parlo della difesa contro gli assalti dell’ammiraglio  Truguet, ma dell’ardore di sacrificio col quale fu preparata. Mentre il Governo operava a rilento, e peggio, tanto da far credere allora, come oggi, che s’avesse in animo di cedere l’isola alla conquista straniera, i sardi, al primo minacciar dei francesi, sorgevano energici, operosi, devoti. Tale si mostrò la Sardegna in quella tempesta. E se oggi l’entusiasmo fosse, nei ventidue milioni d’Italiani indipendenti, la metà di quel che era nei Sardi d’allora, due mesi ci darebbero l’Unità della Patria compita. E invece respinto lo straniero, il Governo, che non temeva più, cominciò a sentirsi libero di mostrarsi ingrato, e si mostrò tale in modo imprudente davvero. Gli uomini che avevano salvato il Paese dall’invasione, furono negletti, sprezzati. Il Governo aveva sulle prime chiesto al Popolo sardo d’esprimere i suoi desideri; e furono inviate solennemente a Torino dai tre Ordini o Stamenti dell’isola, cinque domande, due delle quali – ristabilimento delle corti o parlamentari decennali, e ristabilimento degli uffici agli indigeni – erano vitali. In margine alla seconda il Graneri scriveva: solite ripetizioni. L’una e l’altra erano ricusate e con insolenza di modi, dacchè il rifiuto, mandato direttamente al vice-re, non era comunicato agli inviati che aspettavano risposta in Torino. E nell’isola, gl’impiegati piemontesi beffeggiavano i sardi, e canzoni villane contro essi si cantavano alla mensa del vice-re. Le cose andarono tanto oltre che, mancata la pazienza ai sardi, una sollevazione di popolo costrinse vice-re e piemontesi, quanti erano, a imbarcarsi, il 7 maggio 1794, pel continente, rispettando gelosamente persone e sostanze. Il Governo non dimenticò mai quella vittoria dei sardi e diresti ne durasse tuttavia la vendetta”.

Giuseppe Mazzini racconta inoltre le gravi ingiustizie che ancora venivano perpetrate a danno dei Sardi nella prima metà dell’Ottocento, come il feudalesimo, i tributi feudali e i privilegi del clero. Le tre leggi fondamentali per la modernizzazione della Sardegna, quella delle chiudende, dell’abolizione del feudalesimo e delle decime al clero, erano poi state condotte non a vantaggio, bensì a danno del popolo.

Nell’ultima parte dei suoi scritti sull’isola, dice: “Verso la Sardegna fu peggio: fu governo di tirannide, d’arbitri, di corrutela. Se oggi il Governo pensasse a cedere l’isola allo straniero, e additasse, per diminuirne l’effetto, agli Italiani le condizioni interne, sarebbe senz’altro colpevole di tradimento verso la Nazione: verso la Sardegna […]. No; l’Italia non sarà una seconda volta rea di suicidio e d’ingratitudine. E le colpe del Governo da me accennate, saranno ad essa una nuova cagione per proteggere dalle trame altrui la Sardegna. Abbiamo tutti debito, fatto più sacro da quelle colpe, ed è di lavarle col beneficio reso più che agevole dagl’istinti buoni e dall’ingegno svegliato dei sardi. Bastano a maturare nuovi e migliori fatti alla Sardegna una amministrazione onesta, fidata in gran parte ad uomini suoi – una rete di strade – una serie di provvedimenti riguardanti le foreste, le arginature, i ponti, i canali di scolo, una scuola normale per architetti civili ed ingegneri -due o tre grandi imprese agricole e industriali. Il popolo sardo non ha bisogno che di fiducia in sè, d’amore dato e ricambiato, per essere attivo e capace. Fedele all’istinto italiano fu sempre. Ho ricordato la generosa difesa contro l’invasione francese; e ricordo il numeroso contingente di volontari mandato nel 1848 dall’isola: e i giovani sassaresi, ai quali strinsi la mano quando accorsero per far parte della spedizione che noi disegnavamo sull’Umbria e le Marche, diedero, per prontezza di sagrifizio, virtù d’affetti fraterni e capacità modesta, un’arra, che non dimentico, dell’avvenire dell’isola. […] Dicano ai loro concittadini di non guardare al Piemonte, ma all’Italia che sta facendosi, e che, fatta appena, terrà la Sardegna come una delle più splendide gemme del suo diadema. […]” Giugno 1861.

Mazzini, il grande patriota, che previde l’Europa unita delle patrie, dei popoli, ognuno con una missione complementare rispetto a quelle degli altri, non solo conosceva la realtà europea e dell’Italia che andava formandosi, ma conosceva bene anche la Sardegna. Conosceva la sua triste storia, e riusciva ad inquadrarla nella visione della patria italiana che stava nascendo…

Per approfondire, si consiglia la lettura:
Patria, Nazione e Stato tra unità e federalismo. Mazzini, Cattaneo e Tuveri.
Scritti di: Cosimo Ceccuti, Leopoldo Ortu, Nicola Gabriele.

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L’esser sardi…

Nella facciata del Consiglio Regionale sventolano come ogni giorno le tre bandiere simbolo: la bandiera dei Quattro Mori, il Tricolore e quella dell’Unione Europea. Sarebbe tutto nella norma se fosse anche oggi un giorno comune, ma non è così, oggi arriva in città il Presidente Napolitano e questa normalità non è consentita. Mentre la gente si accalca lungo la strada principale in attesa del corteo di Napolitano, ecco che dal Consiglio Regionale viene levata la bandiera dei Quattro Mori per far posto allo stendardo Presidenziale. Mai questa fu cosa così sgradita: proteste, urla, fischi si levano dai manifestanti che richiedono ad alta voce che la bandiera riprenda il suo posto, qualcuno con in mano i Quattro Mori corre verso il Consiglio Regionale, la tensione sale. Poco dopo nel palazzo ricompare timidamente il vessillo.

Gli animi si placano, la lezione è chiara: il simbolo dei sardi non si tocca, per nessuna ragione.

Ma cos’è tutto questo attaccamento verso una bandiera “minore”? Perché la si porta in giro con tanto orgoglio? Perché la sua popolarità non è comparabile con quella degli altri vessilli regionali?
I Quattro Mori rappresentano la Sardegna. Non uno Stato politico, non una semplice isola, ma nemmeno una regione amministrativa. Incarnano un continente e il suo popolo.
Sì, i Quattro Mori rappresentano un piccolo continente con la propria cultura, le proprie usanze e la propria storia che, con la “perfetta fusione” ha unito il suo destino con quello dell’Italia.

La fusione con il resto della terraferma avvenne il 29 novembre del 1847 su concessione di Carlo Alberto di Savoia, per volere del popolo sardo. Il Regno di Sardegna perse quel giorno la sua piena autonomia e il suo antico parlamento, trasformandosi da Stato composto in Stato unitario, sempre sotto la corona dei Savoia. La Sardegna rinunciava ai suoi privilegi, metteva a disposizione dello Stato ciò che aveva, e in cambio chiedeva l’estensione all’isola dello Statuto adattandolo alle particolarità locali, parità di trattamento, diffusione della cultura, miglioramento delle condizioni di vita.

Curioso il fatto che, mentre il 29 novembre, giorno della fusione, oggi non rappresenti più nulla, il 28 aprile invece venga celebrata “Sa die de sa Sardigna” per ricordare, pensate un po’, la cacciata dei Piemontesi dall’isola avvenuta nel 1794!

Fu pochissimi anni dopo il 1847 che iniziò a serpeggiare il malcontento tra gli isolani, che non solo non avevano avuto nessun tipo di miglioramento della propria condizione ma addirittura divennero oggetto di scelte scellerate e dannose da parte del governo che non conosceva assolutamente nulla della realtà sarda.
In una società arcaica impreparata ad accogliere il liberismo economico, già prima della fusione vennero imposti dei provvedimenti che miravano a distruggere le antiche consuetudini dell’isola, portando solo povertà, miseria, spaventose carestie e continue rivolte nel popolo sardo.

L’episodio simbolo fu “la legge delle chiudende”, imposta nel 1820, che annullava l’antico uso collettivo della terra a favore della proprietà privata, svantaggiando i contadini ma soprattutto i pastori che così perdevano il diritto al pascolo negli ademprivi. L’allevamento semi-brado caratteristico dell’isola veniva visto come un problema, e come tale era necessario debellarlo. Alla promulgazione della legge seguì dapprima una corsa alla chiusura selvaggia dei campi e un forte malcontento da parte di chi non aveva più terre a disposizione. L’insofferenza sfociò in terribili violenze e disordini contro i beni e le persone soprattutto nelle zone della Barbagia che più di tutte soffrivano la mancanza di terreni liberi per i pascoli. I diseredati finirono col ingrossare le fila dei malviventi dando origine al fenomeno del banditismo sardo. Seguirono arresti e impiccagioni senza regolari processi.

Al crescente malcontento dei sardi per il duro trattamento che veniva loro riservato, il governo rispose promulgando editti contro i banditi, vietando l’utilizzo di armi, imponendo la soluzione della “terra bruciata” come avvenne quando, per colpire un gruppo di latitanti, si diede fuoco a un’intera foresta dell’oristanese. Niente fu fatto per migliorare la grave situazione.
La Sardegna rimase isolata non solo dal resto del Paese ma anche internamente, l’istruzione per lungo tempo rimase praticamente assente, nonostante si chiedesse da più parti di ampliare gli strumenti formativi anche nell’isola; fu soggetta a una feroce tassazione fiscale senza avere nessun ritorno economico, le foreste devastate per ricavare il legname da spedire nel resto del Paese, i sardi esclusi dai pubblici impieghi più rilevanti.

Come risposta alle continue richieste del popolo, alla crescente insofferenza nei confronti del nuovo Stato, alla povertà, alla miseria più totale, il governo pensò bene di mitigare gli animi inviando nell’isola quattro cannoni (probabilmente formati con una piccola parte del bronzo dei numerosi cannoni che erano stati prelevati dall’isola poco tempo prima), e battezzando “Sardegna” una corazzata da guerra.
Il governo, ora, aveva l’anima in pace.

E’ da questo momento che si inizia a parlare di questione sarda, di territorio colonizzato, di indipendenza. Già nel 1852 (solo 5 anni dopo la fusione) gli studiosi sardi prendevano in esame la situazione della Corsica, dell’Irlanda e persino degli indiani d’America confrontandola con la realtà sarda.
Vari furono gli appelli degli intellettuali al popolo sardo, affinché l’intera isola dimostrasse di avere una dignità, la forza di farsi rispettare, in modo che l’urlo di un intero popolo abbandonato arrivasse all’orecchio del governante.
La questione ha finito col riguardare anche il principio della libertà e dell’uguaglianza e il diritto di manovrare le sorti della propria terra, visto che chi aveva avuto il compito non si era dimostrato all’altezza. Così si è sempre sentita l’isola, completamente abbandonata al suo destino, una terra alla deriva, lontana e per lungo tempo sconosciuta e ignorata, con pochi punti in comune con il resto del Paese. Ma la fierezza di essere sardi, il senso di apparenza del popolo verso la sua isola accresceva sempre più, e con essa anche l’attaccamento alla sua bandiera.

Anche con il Regno d’Italia la condizione dei sardi non mutava, anzi, il razzismo nei loro confronti dilagava ed ebbe il suo culmine con i fatti di Itri, nel 1911. A costruire le linee ferroviarie che collegavano Roma e Napoli, tra i tanti operai di varie regioni vi era anche un nutrito gruppo di sardi che, a differenza degli altri, era molto sindacalizzato avendo partecipato alle rivolte salariali di Buggerru che scaturirono poi nell’intervento dell’esercito (provocando diverse vittime e il conseguente primo sciopero nazionale italiano). Avere operai sardi risultava molto vantaggioso: il loro salario era inferiore rispetto a quello degli altri operai italiani e lavoravano sodo. Gli abitanti di Itri, fomentati dai pregiudizi esistenti in tutto il Paese, e dalla stessa Camorra, iniziarono ad avere veri e propri atteggiamenti razzisti nei confronti dei “Sardegnoli” che sfociarono in atti ancora più gravi.
A differenza degli altri operai che pagavano regolarmente il pizzo, i sardi rifiutarono l’imposizione mafiosa e, per paura che l’atteggiamento fosse imitato dagli altri operai, la Camorra e gli itrani iniziarono quella che venne definita la caccia ai sardi.
Al grido “morte ai Sardegnoli”, il 12 e 13 luglio gli operai furono vittime della violenza da parte di centinaia di itrani armati, con le autorità che sparavano ai sardi in fuga e in cerca di riparo nelle campagne circostanti. Quando, il giorno seguente, gli operai rientrarono in paese per raccogliere le spoglie dei colleghi trucidati, la folla assaltò nuovamente i lavoratori sardi, provocando ulteriori vittime. Il numero esatto dei morti non si seppe mai con certezza perché molti corpi vennero nascosti dagli stessi itrani, ma al momento si contarono una decina di vittime, una sessantina di feriti (alcuni moriranno successivamente) e diversi operai torturati.
Al processo tutti gli imputati vennero assolti, i latitanti non vennero mai scovati, mentre sì, molti sardi vennero arrestati…! Nei giornali nazionali l’accaduto non ebbe risalto, e poco dopo l’orrore era già dimenticato.

Sarà la Prima guerra mondiale ad affievolire il clima razzista nei confronti dei sardi che si sentiranno finalmente accettati dall’Italia. Il prezzo di questa conquista sarà però molto alto. La Brigata Sassari , costituita nel 1915 e composta in questi anni esclusivamente da uomini sardi, verrà definita la migliore unità dell’intero esercito italiano, lasciando sul campo il più alto numero di vittime tra i reparti.
Sacrifici che valsero 6 Ordini Militari di Savoia, 9 medaglie d’oro, 405 medaglie d’argento, 551 medaglie di bronzo, e due Medaglie d’oro al valor militare per ognuno dei due reggimenti.
La Sardegna, solo ora, entrava ufficiosamente in Italia e lo faceva piangendo i suoi caduti e stringendo tra le mani la sua bandiera insanguinata. Ma il clima razzista stentava a scomparire.

E’ ancora intorno agli anni Sessanta che, per bocca di certi professori, si parla di gruppo etnico sardo, “razza arcaica paleosarda”, ponendo in rilievo l’ambiente che avrebbe ostacolato la naturale evoluzione dei caratteri somatici, soprattutto della statura, provocando “un vero immiserimento del tipo umano”, si legge in alcuni testi.

Come al solito, ci vorrà il calcio a stemperare gli animi, e la Sardegna entrerà a pieno titolo tra le grandi del pallone grazie allo scudetto del Cagliari conquistato nel 1970.
Ai più la questione potrà sembrare una leggera virata dal tema, ma così non è.
Lo scudetto infatti, contribuì enormemente ad attenuare gli stereotipi che legavano l’isola alla figura dei pastori rozzi e incivili, dei banditi sanguinari, dell’isola selvaggia e inospitale. Il calcio è cultura popolare, e come tale ha avuto un grande contributo nel far conoscere la Sardegna al popolo italiano, seppur scrutandola dietro a un pallone di calcio o alle moviole in tv.
E la stessa figura di Gigi Riva, che decideva di stabilire la sua residenza nell’isola sordo ai richiami del denaro, appariva quasi una sfida: dalla Sardegna si scappava, si emigrava e basta, perché un calciatore così importante decideva di stare in un posto abbandonato da Dio? Sarà lui a spiegarlo abilmente, e ancor oggi ricorda la rabbia che provava a ogni trasferta, quando in ogni campo da calcio le ingiurie contro i sardi, pastori e banditi, non mancavano mai. Ma poco importava: ad ogni partita i tifosi sardi c’erano sempre ad incitare la loro squadra, arrivavano da ogni parte d’Italia, immancabilmente con i Quattro Mori da sventolare con orgoglio, rivendicando la propria identità.

E si potrebbe continuare ad oltranza descrivendo la diffidenza di chi questo popolo proprio non riesce a capirlo. Come quando, intorno agli anni Ottanta, vennero schedati tutti gli immigrati sardi presenti nell’Italia centrale con l’obiettivo di debellare la criminalità, o ancora, quando in Germania un sardo condannato per stupro ottenne un’attenuante perché “il quadro dell’uomo e della donna nella sua patria doveva essere considerato come attenuante”, tralasciando il fatto che, al contrario, la società sarda si basa su una cultura matriarcale.

Passano gli anni, i secoli, ma l’identità sarda è sempre presente, l’orgoglio, la fierezza di appartenere a questa meravigliosa terra non è da riscontrarsi solo come reazione collettiva verso chi ci vedeva, e ci vede tuttora come una comunità arcaica e primitiva, secondaria oserei dire, ma è stata indubbiamente una forza ulteriore verso il radicamento alla nostra terra. L’isolamento non è stato geografico quanto, piuttosto, umano.

Sardegna “granaio, miniera, serbatoio di carne da macello per l’Italia da farsi” dice Marcello Fois, colonia dell’Italia si continua a mormorare. L’indipendentismo è un pensiero celato ma sempre presente nell’animo sardo, a volte viene urlato, a volte lo si nasconde quasi intimoriti, ma è sempre lì, immobile, vigile e attento. Poco ha a che fare con quei partiti che si reputano tali, più folcloristici e pittoreschi che concreti e autorevoli, abili creatori di slogan e stereotipi ma inefficienti ideatori di programmi seri e ragionevoli, che vengono relegati ai margini del voto politico. Ed è giusto così per il momento. L’indipendentismo deve formarsi dal basso, il popolo sardo dovrebbe interrogarsi sulla questione, capirla per poter capire se, in futuro si potrà mai diventare i reali padroni dell’amata Sardegna. Era difficile prima, è ancor più difficile oggi, l’Unione Europea ci mette di fronte ad un mondo che non cerca indipendenza quanto, piuttosto unità, ma è sempre l’Europa che si dimostra abile esempio di come anche la centralità del potere è tutt’altro che semplice. Uno Stato esteso non è sinonimo di forza, così come uno piccino non lo è di debolezza.

Tra tutti questi interrogativi, l’unica certezza rimane la nostra bandiera, simbolo di un popolo fiero, fedele alla sua Patria, qualunque essa sia, ma ancor più legato alla sua isola magica. E che sventoli libera affianco al vessillo presidenziale, siamo italiani ma prima di tutto sardi.

Il simbolo della Sardegna non si tocca, per nessuna ragione.

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