22.09.13 Papa Francesco a Cagliari

Sono poche le persone che riescono a suscitare emozioni positive e profonde, e Papa Francesco è una di queste.

E’ venuto a trovarci nella nostra terra così tanto povera: povera economicamente, povera di lavoro, di futuro, e forse anche povera di speranza, ma ricca di coraggio, ricca di amore, di dignità, e di voglia di farcela.

C’ero anche io in mezzo a quella folla immensa. Mi sono commossa come tutti durante l’abbraccio ai disoccupati, ho seguito la messa dal maxischermo, ho passato ore e ore al sole ad aspettare sulle transenne della Carlo Felice, ho riso delle battute all’incontro giovani, e ho pensato tanto di fronte alle  sue riflessioni che ci esortano a guardare avanti, a non essere tristi, a lottare di fronte agli ostacoli della nostra vita e a riprendere in mano quel futuro che sembra così sfuggente.

Ho deciso di andare all’incontro del Papa un po’ per caso, per trascorrere una giornata particolare, forse per poter dire “Io c’ero”, ma senza aspettarmi un coinvolgimento emotivo. Ed è proprio qui che mi sbagliavo.

Sono rientrata a casa senza sentire la stanchezza di una situazione fisicamente pesante, e con la consapevolezza di aver realmente vissuto un intero giorno. Un giorno intero di emozioni che aleggiavano nel pensiero cardine delle sue parole: la promessa del cambiamento, che passa da noi, per diventare persone migliori di quelle che il tempo e gli eventi ci hanno fatto diventare.

 E dopo aver risvegliato questa speranza, non ha neppure chiesto un voto in cambio. Non ci siamo più abituati.

Continuità territoriale… questa sconosciuta

Luglio, mese di partenze e arrivi, di viaggi e di vacanze…

Probabilmente non mi muoverò da qui quest’anno, starò in Sardegna, in questa terra magnifica, per carità, ma il bisogno di scoprire nuovi posti è sempre presente e in questi mesi diventa quasi un piccolo tormento. Rivedo parenti e amici che ritornano nella loro amata regione, e che raccontano tutti estasiati i loro giri per il “continente” e, nei casi più fortunati, per l’Europa e per il mondo.

Qui anche una semplice gita diventa complicata.  Non voglio star lì a giustificare questo immobilismo che l’insularità ci costringe ad avere, ma è innegabile che noi senza l’aereo e il traghetto non possiamo andare da nessuna parte… E quando la tua vacanza contempla questi mezzi di trasporto, l’idea che si materializza nella tua mente non è più quella di una semplice gita di due giorni, ma diventa qualcosa di più impegnativo, un viaggio vero e proprio, una vacanza più complessa. Vuoi per motivazioni economiche ma ancor di più logistiche, non posso pensare di andare il sabato e la domenica a Firenze. Mi ci vorrebbe già mezza giornata per raggiungere l’aeroporto, perchè da noi non esiste una vera linea ferroviaria, i pulman sono carenti e seguono le strade più lunghe proprio per dare un servizio a tutti i paesini. Le nuove statali più veloci che non attraversano i paesi non vengono così percorse, e noi ci ritroviamo a percorrere 70 km di strada in due ore!

La continuità territoriale è ancora un sogno.

Non capisco perchè ai sardi non vengano date le stesse oppurtunità di mobilità come al resto degli italiani. L’isolamento non dipende dalla Sardegna, badate bene, perchè in questa condizione ci è nata e non può di certo modificarla. L’isolamento è colpa del governo che non ci permette di avere gli stessi diritti degli italiani che vivono dall’altra parte del mare. Perchè non posso andare a Firenze con poche decine di euro? Perchè non posso spostarmi nella Capitale senza dover fare un mutuo? Perchè devo seguire le assurde tratte dei traghetti nei pochi giorni stabiliti? Perchè non posso avere dei mezzi di trasporto pubblici che mi permettano almeno di avere una mobilità all’interno della mia isola?

Fortunatamente esistono le compagnie low cost, tanto criticate e invise, che permettono a tanti di noi di varcare il “confine”. E non esistono lamentele sul fatto di dover raggiungere aeroporti lontani dalla destinazione, o tumultuose preparazioni di bagagli a mano… Siamo tutti esperti in materia! Purtroppo anche in questo campo la situazione non è ben chiara, con continue minacce di spostare i collegamenti in altre regioni, e con la paura costante di veder eliminate le tratte a noi più utili. La cosa alquanto curiosa è che grazie a queste compagnie, per noi è molto più facile ed economico raggiungere l’Europa che l’Italia!

La verità è che siamo una regione poco popolata, il che significa poco potere politico, e pochi voti da rendere. Ma ci siamo anche noi, e non solo nei mesi estivi quando le tratte aumentano vertiginosamente, e pure i prezzi, ma anche d’inverno, quando l’Italia ci sembra ancor più lontana. Perchè se noi chiamiamo Italia il resto del Paese, è perchè tante volte ci sentiamo dimenticati e quindi separati da essa, non solo fisicamente ma ormai anche mentalmente. E l’isolamento si può combattere, ma solo se lo si vuole.

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Rossella è libera!

Mi vedo costretta a rettificare la notizia, purtroppo!

Ci avevo creduto… E’ che in tanti esultavano, mettevano la loro faccia sullo schermo, rendevano concreta quella che si è rivelata essere soltanto una lontana voce di corridoio, interpretata male. Verificare la fonte è la regola basilare del giornalismo, ancor più dovrebbe esserlo per il governatore della regione, che non si è neppure degnato di chiedere conferma alla Farnesina prima di apparire trionfante nei vari canali e farci illudere inutilmente. Speriamo che la prossima volta sia quella buona.

Forza Rossella, noi ci siamo!

Rossella libera

C’è una ragazza, priva di divisa e lustrini, che dal 23 ottobre si è vista negata la sua libertà senza che questo facesse troppo scalpore.

Bisognerebbe star in silenzio, ha detto qualcuno, dobbiamo evitare che diventi un ostaggio troppo noto, prezioso per i suoi detentori che potrebbero complicare la già delicata situazione.
Sarebbe più utile parlarne, ribattono altri, nel totale oblio la ragazza potrebbe al contrario diventare un peso inutile, con chissà quali conseguenze.

Il condizionale prevede l’esistenza di un margine di valutazione personale, e anche io, in questo piccolo spazio periferico della rete, ho deciso di scalzare dalla penombra la figura di Rossella Urru e degli altri cooperanti spagnoli, affinché i nostri governanti non si dimentichino di loro, e i volontari di pace possano così tornare a fare ciò che in questo momento è loro impedito.

Rossella lavora per una ONG, è coordinatrice del campo profughi per rifugiati saharawi di Hassi Raduni, in Algeria. Il 23 ottobre è stata portata via assieme ad altri due collaboratori, Ainhoa Fernández de Rincón e Enric Gonyalons, da una banda di uomini armati. Tralasciando la presenza di un unico video dalle immagini confuse, non si sono più avute notizie chiare riguardo ai tre sequestrati. Il tempo passa, il ricordo e la speranza no.

Rossella, Ainhoa ed Enric sono operatori di pace, rischiano la propria incolumità per amore del prossimo, lottano ogni giorno nella miseria e nella disperazione per rendere meno amaro il destino dei fratelli che sono nati nella parte più sfortunata del mondo.

Se non a loro, a chi dovrebbe essere data tutta la nostra stima, la nostra solidarietà, la nostra ammirazione?

Rossella, non mollare!

A Splinder

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Caro piccolo vecchio Splinder, mi mancherai…

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Quali sono state le tue colpe? Perchè questo fuggi fuggi?
Non ci hai trattato bene? Ti sei reso antipatico? Magari poco attraente? Ti sei montato la testa?

O forse la colpa è sola nostra, troppo attenti ad andar dietro alle ultime novità della rete e troppo veloci a dimenticare le vecchie. Migliaia di formichine addestrate che rincorrono freneticamente la nuova moda del momento e tu lì, in un angolo, agonizzante, senza più idee, senza più stimoli… moribondo.
 
Mi spiace di aver contribuito a questo sfacelo, abbandonandoti alle maree, alle correnti, mentre una vocina mi diceva torna a bordo, torna a bordo, cazzo. Ma il buio della mia mente mi impediva di farlo.
Io però ci sono sempre stata. Osservandoti da lontano, seduta su uno scoglio sono stata una testimone del tuo lento e triste supplizio.
 
Sono scivolata, Splinder, mi sono ritrovata, senza volerlo, lontana da te e ora sono qui a scriverti una lettera d’addio.
Mi hai permesso di rendere pubbliche le mie parole, hai accolto le mie stravaganze, le mie riflessioni; ho potuto dar sfogo alla mia passione per la scrittura, mi hai traghettato verso altri mondi, altri pensieri, altre concezioni di vita.
Mi mancherai, accidenti.

Grazie di tutto, Splinder, grazie di cuore!

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In un giorno di maggio a Trieste

Trieste

 

Una strada trafficata, le barche ancorate nel golfo, un bianco castello che riflette le sue forme sull’acqua e lo stereo che passa Riprendere Berlino degli Afterhours.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata perfetta, ma forse lo è comunque.

Dal finestrino passano veloci le immagini di questa città, caotica, rumorosa, rassicurante, pensierosa, leggera. Parrebbe quasi un quadro pennellato con colori intensi e caldi da un pittore legato alla sua passione e alla sua città: se è riuscito a creare quest’opera d’arte doveva amarla sul serio.

Perché più che nei monumenti, alcuni maestosi e alteri, altri sconfortanti e angosciosi, l’aria celestiale di Trieste va cercata nelle tinte concepite dal tramonto: nelle ombre marcate che ricoprono le linee severe dei palazzi di Piazza Unità d’Italia, nelle tonalità candide e rossicce che emergono dalle sue colline, nelle sfumature auree che impreziosiscono il molo, nei toni d’azzurro che dipingono l’Adriatico.

Per noi sardi non è un paesaggio certamente nuovo; anche qui il mare così familiare, le colline costellate da macchie di colore, il porto baciato dal sole, ma è l’atmosfera che è differente.

Dopotutto Trieste è la porta tra Oriente e Occidente, è il punto di ritrovo di tante culture diverse, nessuna delle quali, per tanto tempo, a casa propria. Soffermiamo il pensiero sugli italiani, e li rivediamo con lo sguardo rosso di passione verso l’Italia, verso quella Patria così agognata, vicina ma tremendamente lontana. Poi osserviamo i tedeschi, e li ricordiamo con lo sguardo orgoglioso verso il verde nord, con il pensiero volto alle germaniche terre; o ancora gli sloveni, con gli occhi sognanti rivolti a est, in cerca di una futura patria dorata. Sì, Trieste è stata terra di speranza. Speranza anche per chi, grondante di lacrime scure, ha visto una risiera diventar simbolo di dolore, ha maledetto quei piccoli mattoncini rossi, ha temuto quelle lugubri celle di morte ed è stato poi assorbito in quei lunghi steli che oggi incanalano l’anima del visitatore verso un atroce passato.

Tanti sguardi, tanti occhi, tante speranze così diverse racchiuse tra le tinte forti di questa città.

E si comprende allora che l’agognata Trieste, sacrificata in un piccolo angolo di terra al confine o forse, incastonata al centro dell’immenso continente europeo, in realtà non è mai stata di nessuno perché è sempre stata di tutti.

Di questi ragazzi, che affollano i tavolini della deliziosa piazza Unità d’Italia, sorseggiando l’aperitivo in attesa della notte. Ed è anche di coloro che, davvero numerosi, portano a spasso il cagnolino tra i vicoli della città, sempre abbigliati in modo impeccabile. E’ di questi signori che passeggiano sul molo, di quelle ragazze che si soffermano a leggere un libro di Svevo, di Joyce o di Saba, è di questo bimbo con in mano l’ultima saga di Harry Potter, è di colui che mi ha appena svelato che il caffè triestino è il più buono che esista.

E permettetemi, è pure un po’ mia, che oggi l’ho visitata per la seconda volta e l’ho amata ancora di più.

Risalgo in macchina, la strada è sempre più trafficata, qualche barca ha preso il largo, il castello di Miramare è ancora più bello, la radio passa Bye Bye Bombay degli After.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata imperfetta. Va bene così.

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Storie italiane

Immagina di abitare in un luogo affetto da un grave problema.
Cosa pensi di fare?

Scegli di parlarne mettendo in conto la pericolosità della parola o preferisci la serenità del silenzio? L’effimera tranquillità o l’inquietudine opprimente?

Perché qualsiasi cosa tu scelga, finirai o col rendere concreto un problema rimasto fino ad ora nebuloso, oppure allontanarlo dalla tua testa, farlo scomparire momentaneamente come un banale incubo che poi, così comune, non è.

Scegli di parlare? Bene.

Siamo in un luogo incantevole; bel mare, belle spiagge, natura, storia e diversi poligoni militari sparsi un po’ ovunque, perché noi, il contributo alla salvaguardia della Patria lo diamo eccome, anche senza aver bisogno di sventolare bandiere. Ma i tricolori ci sono comunque, perché l’amore per l’Italia qua è reale. E probabilmente per quei poligoni, uno in particolare, si muore pure.
Da lungo tempo tra gli abitanti che vivono nelle zone adiacenti alla base militare si registra un numero impressionante di malattie e decessi dovuti a patologie tumorali alla quale vanno aggiunte nascite di animali deformi, senza che nessuno sappia quale sia la causa. Un’ipotesi ci sarebbe, eccome, ed è quella che spaventa più di tutte: uranio impoverito, utilizzato nelle segretissime azioni militari fatte periodicamente nel poligono. Esiste un’inchiesta portata avanti dalla Procura, che sta indirizzando le sue indagini proprio in tal senso. Le ultime indiscrezioni parlano addirittura della base utilizzata come discarica radioattiva; armamenti di ogni genere, addirittura interi camion carichi fatti esplodere all’aria aperta con buona pace della popolazione e della natura.

Hai parlato… Sai che succede?

La già fragile economia della zona sta risentendo pericolosamente del clima di paura che prima rimaneva confinato ma  che ora si sta espandendo: la voce corre, e l’ignoranza pure. Turisti che disdicono prenotazioni, prodotti agricoli che non vengono più accettati negli ingrossi e chissà cos’altro.
Se sei favorevole all’inchiesta vieni tacciato di essere, nell’ordine:
un pacifista (chiaramente uno sfigato);
un vecchio comunista (non muoiono mai…);
un egoista (perché tu non ci lavori lì, e non pensi a chi mangia grazie alla base);
uno sconsiderato (non sai che male stai facendo al tuo paese…).

Vuoi star zitto?

Sì, se credi sinceramente che la base in tutto questo non c’entri nulla. Quindi inizi una tua indagine personale sciorinando dati, numeri e nuove possibili teorie che si colleghino alle “vere” cause di queste patologie, e in questo caso vieni additato come fascista, militarista e pure berlusconiano. Oppure ti affianchi alla linea del procuratore ma preferisci che il problema venga tenuto nascosto.
E non va meglio.

Perché la cosa più brutta del silenzio è l’angoscia che riesce a provocarti. Tu vedi, capisci esattamente ciò che succede intorno a te ma non puoi dir nulla, perché grazie a quel poligono guadagni quegli spiccioli che ti permettono di andare avanti, e se parli rischi quel lavoro o minacci quei pochi interessi che hai in una zona già abbastanza povera di suo.
Ma sai pure che non puoi mettere in pericolo il bene più prezioso, la salute tua e dei tuoi cari.

Lotti per il tuo diritto alla vita e metti a repentaglio tutto ciò che hai o stai zitto e speri che quello che è capitato agli altri non capiti anche a te? 

Qualsiasi cosa tu scelga di fare, sei spacciato. Altro non sei che una povera vittima.

E su quelle bandiere che sventolano per i 150 anni dell’Unità d’Italia, soffermi un attimo lo sguardo chiedendoti se davvero quei colori ricambino il tuo rispetto e se l’affetto che nutri per lei sia poi così meritato.
Perché c’è un colpevole. C’è qualcuno che ti ha messo i piedi in testa e pensa che la tua incolumità non sia poi così importante. C’è qualcuno dietro quella bandiera che ha assassinato un angolo di terra bellissimo, una macchia mediterranea incantevole con un mare verde smeraldo da favola, chilometriche spiagge bianche macchiate dal dubbio. C’è qualcuno che ha tradito una comunità intera, che ha minato il tuo diritto alla salute, che ti ha mentito e non ha pensato minimamente alle sorti di una piccola parte di terra italiana.
Qualcuno ti ha rubato tutto questo. E noi abbiamo il diritto di sapere chi è. 

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Gita a Orgosolo

All

Quando nel 1969 i Dioniso, un gruppo di anarchici milanesi, giunsero a Orgosolo, Mesina girava le prigioni di mezza Italia escogitando nuove evasioni, le faide insanguinavano le strade del Supramonte, i banditi non si sapeva più come contarli, l’anonima sarda diventava un marchio e i muri del paese erano ancora dormienti e silenziosi.

 

Di fronte ai loro occhi solo un’immensa distesa di foreste selvagge, di terra sassosa e dura, intrisa di mistero e di fascino, di riti magici e pagani, di forza e onore, di leggende e di paura.

 

Ma era il 1969 questo, e quindi anche l’anno della rivolta di Pratobello.

Sulle pareti grigie, che stavano per svegliarsi bruscamente dalla sonnolenza, in un giorno di maggio comparirono degli oscuri manifesti che imponevano a pastori e contadini di abbandonare la zona di Pratobello per permettere la creazione di un poligono militare.

Ma potevano, gli abitanti della Barbagia, battezzati barbari dai romani proprio perché impossibili da sconfiggere, lasciarsi manipolare dall’arroganza di un pezzo di carta straccia?

La risposta stava tutta nelle parole di quei 3500 orgolesi, uomini, donne e bambini di ogni età, che per diverso tempo occuparono la zona e riuscirono a spiegare le proprie ragioni ai giovani militari, che dovettero così abbandonare l’immagine stereotipata di un paese spietato, sanguinario e pericoloso.

La rivolta di Pratobello fu infatti pacifica, nessuna azione di violenza venne registrata in quei giorni.

L’Esercito Italiano, dopo due mesi fu costretto ad abbandonare il progetto.

Il popolo di Orgosolo aveva vinto, e da questo successo nacque una canzone, che tradotta in italiano dice più o meno così:

 

Pratobello     

 

Orgosolo come terra di banditi

Fino a ieri da tutti eri conosciuta

Ma oggi a Pratobello tutti uniti

I tuoi figli scesi sono in lotta

Contro l’invasione militare

Che lì stava facendo lotta

 

Invece di trattori per arare

Arrivano carri armati e cannoni

E truppe da macello da addestrare

Mandati dai soliti buffoni

Che vogliono che rinasca la Barbagia

Con parchi per mufloni e cinghiali

 

Dicono pure che la gente è malvagia

Che vive di furti e ricatti

Nelle montagne infide e selvagge

 

Per far finire questi cattivi fatti

E dare alla Sardegna altra via

Questi buffoni decidono compatti

Di mandare ancora polizia

 

I contadini e i pastori

E tutta quanta la gente affamata

Aspettavano concimi e trattori

Per avere più latte e più pane

Invece tutto hanno dato ai signori

A Rovelli, Moratti e all’Aga Khan

 

Poverino e misero l’agnello

Che aspetta il latte dalla volpe:

che di lui poi si riempie il boccone

 

Orgosolo fiera e coraggiosa

Tutta quanta la popolazione

Tutto questo ha capito e minacciosa

Si arma di bastone per scacciare

Quelle truppe fasciste e odiose

Che sono costrette a tornare indietro

Lasciando le montagne e le pianure

Attraversando di nuovo il mare

 

Non come banditi ma come partigiani

Hanno dimostrato ai capitalisti

Che solo col bastone e con le mani

Orgosolo scaccia i fascisti

Orgosolo scaccia i fascisti

 

Parti di questo testo verranno poi riprese per arricchire diversi murales, che proprio dal 1969 inizieranno ad animare i muri della cittadina sarda.

I primi dipinti furono firmati dal gruppo Dioniso, ma è nel 1975 che comincia la fase più prolifica grazie alle idee di Francesco Del Casino, insegnante di educazione artistica che assieme ai suoi studenti tratteggiò sui muri delle case di Orgosolo le idee politiche di quegli anni, le problematiche della Sardegna, le espressioni di denuncia sociale sia a livello locale che a livello internazionale, e tanti altri artisti si aggiunsero negli anni.

Col tempo i muri del paese hanno smesso di bisbigliare e la loro voce si è fatta sempre più forte, accompagnata dalla ricchezza dei colori, dall’unicità delle immagini e dalle verità sentenziate da semplici calligrafie.

Oggi si possono contare circa 350 murales sparsi per tutte le vie, alcuni, quelli più recenti, hanno lo stile trompe-l’oeil, molti ripercorrono quello cubista, ma tutti rappresentano l’espressione ribelle del popolo barbaricino contro le ingiustizie del sistema, le lunghe lotte ideologiche contrarie all’omologazione del popolo sardo, i malesseri, le speranze, i problemi di un’intera comunità mai soggiogata dal potere.

Un libro a cielo aperto ci spiegherà il golpe in Cile, Chaplin con gli abiti da soldato prenderà le distanze dalla guerra, ci sarà spazio per un po’ di pubblicità, con la scritta Coca Cola sostituita da quella di Orgo-Solo, ripercorreremo le vicende di Pratobello, ricorderemo i partigiani morti in guerra e scopriremo la durezza della vita da pastore.

Un abitante semi nascosto da una pietra ci esaminerà attento prima di entrare in paese, con il popolo sardo chiederemo la rinascita dal muro del vecchio municipio, realmente crivellato da colpi di fucile, assisteremo alla mattanza dei latitanti, prenderemo posizione sulle servitù militari, voleremo nell’America dell’11 settembre, ci uniremo alla lotta per l’emancipazione e la parità dei diritti, faremo sosta a Gaza e poco dopo leggeremo le didascalie con Gino Strada e Einstein, le parole di Gramsci e di Emilio Lussu, mentre una cartina della Sardegna ci ricorderà che in realtà non ci siamo mai spostati da Orgosolo… 

 

Sì, Orgosolo… ancora sinonimo pregiudiziale di banditi e rapitori?

O meglio di pastori e ignoranti?

 

No, semplicemente un paese un po’ speciale che custodisce le verità del mondo intero.

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Festa della liberazione

CA’ DI MALANCA 

Se non sai leggere
negli occhi rossi
delle ginestre
nate dal sangue
della libertà
la muta preghiera
che scuote le catene
dei tiranni . . . .
Se non t’inginocchi
sulla brace
della carne accesa . . . .
Se non piangi
sui muri di corallo
delle case arse
e se non baci
la paglia insanguinata
dalle vene di tuo fratello
sei solo un fardello inutile
che non paga
il giusto prezzo ai Morti
Solo quando capirai
tutto questo . . . .
Solo quando ricorderai
come mordevi con dente di lupo
l’ultimo pane
nel cavo della mano contadina
potrai rivivere
quella primavera colma di rosso
per il primo fiore della Libertà 

Giuseppe Bartoli

8 marzo

 

 

A tutte le lavoratrici, alle disoccupate, alle casalinghe, alle studentesse.

A chi è oggetto di vessazioni, soprusi, violenze, mutilazioni e non riesce a trovare aiuto.

A chi non ci sta.

A chi esige rispetto.

E a chi saprà rialzare la testa.

A chi crede nella libertà.

E a chi ama l’indipendenza.

A chi sa ragionare col proprio cervello.

A chi non si lascia sopraffare.

Alle mamme, alle nonne, alle sorelle.

A chi crede che la bellezza è quasi niente e la conoscenza è quasi tutto.

A chi non ha un soldo e non può permettersi di vestirsi da modella.

A chi è piena di soldi e non si vestirà mai così.

A chi non ha come sogno quello di finire in tv.

E a chi è interessata al calendario solo per leggerne i giorni.

A chi non sposerà un milionario.

A chi sposerà un operaio.

E a chi non si sposerà affatto.

Alle bambine, che donne lo diventeranno.

Alle ragazze di oggi, che continuano a lottare.

Alle donne di ieri, che hanno combattuto per i diritti e per la libertà.

A chi vive in quei Paesi dove la vita di una donna vale meno del nulla.

E a chi sacrifica la propria vita nella speranza che il futuro possa cambiare.

A chi non crede di dover assomigliare per forza a un prototipo.

A chi si costruirà la propria vita da sola.

A chi sarà in grado di cambiare in meglio la storia.

A chi diventerà la prima presidente del Consiglio.

A chi deciderà di fare la mamma.

E a chi deciderà di fare quello che le passerà per la testa.

A chi non sopporta l’odore della mimosa.

A chi non ha poi così voglia di festeggiare.

A chi si è soffermato sul suo significato reale.

E a chi crede che un importante scopo, questa festa, lo abbia ancora.

 

Auguri

 .

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