Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

Archivio per la categoria “vita”

I Giusti sardi

L’ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, lo Yad Vashem, ha riconosciuto 671 italiani “Giusti tra le nazioni”, numero aggiornato al 1 gennaio 2016. Con questo termine si vogliono indicare i non ebrei che, a rischio della propria vita e senza avere interessi personali, hanno salvato la vita anche a un solo ebreo dal genocidio nazista.

Nel giardino di Israele, sul Muro d’Onore che ricorda i Giusti, sono scolpiti anche i nomi di 4 eroi sardi: Salvatore Corrias, Vittorio Tredici, Girolamo Sotgiu e la moglie Bianca Ripepi.

salvatore-corrias-2Salvatore Corrias, nato a San Nicolò Gerrei il 18 novembre 1909, arruolatosi nella Guardia di Finanza nel 1929, dopo l’8 settembre 1943 entrò a far parte delle Brigate partigiane nella formazione “Giustizia e Libertà”. Corrias scelse di continuare a indossare la divisa per potersi muovere liberamente lungo la frontiera italo-svizzera, aiutando in questo modo centinaia di ebrei, oppositori politici e perseguitati a oltrepassare il confine per raggiungere la salvezza. Catturato dalle Brigate Nere il 28 gennaio 1945, mentre rientrava dal confine dopo aver aiutato un prigioniero inglese, venne fucilato dalla “Banda Tucci” nel recinto della sua caserma.
Oggi riposa nel cimitero di Moltrasio. Medaglia d’Oro al Merito Civile, è dal 2006, il 10.957° “Giusto tra le Nazioni”.

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Vittorio Tredici, nato a Iglesias nel 1892, ufficiale decorato nella Grande Guerra, fu, con Emilio Lussu, uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione. Dopo aver combattuto lo squadrismo con le Camicie Grigie (formazioni paramilitari del PSd’A), aderì al sardo-fascismo coprendo da prima il ruolo di segretario del Fascio cagliaritano e, dal 1927, quello di Podestà di Cagliari. Trasferitosi a Roma, partecipò attivamente durante l’occupazione tedesca alle operazioni di soccorso promosse dal parroco Ettore Cunial. Durante il rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, nascose nel suo appartamento la famiglia Funaro, gli unici ebrei del suo edificio, e li aiutò a trovare una sistemazione sicura. Vittorio Tredici, insieme al parroco Cunial, aiutò altri perseguitati, sia ebrei che resistenti, salvandoli dalla furia nazi-fascista. E’ il 7.494° “Giusto tra le Nazioni”, riconoscimento ottenuto nel 1997.

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Girolamo Sotgiu, nato a La Maddalena nel 1915 ma di famiglia olbiese, emigrò a Rodi, possedimento italiano dopo la guerra italo-turca, sul finire degli anni Trenta. Professore, conobbe e sposò Bianca Ripepi, calabrese, arrivata anche lei nell’isola per insegnare. Dichiarato sovversivo, Girolamo Sotgiu fu espulso dalla scuola locale e, insieme alla moglie, iniziò a dare lezioni private. Tra gli alunni, molti erano i bambini ebrei, impossibilitati a seguito delle leggi antiebraiche a frequentare la scuola. Quando, dopo l’armistizio, i tedeschi invasero Rodi, iniziarono le deportazioni. Fu a questo punto che i due coniugi salvarono una bambina ebrea, Lina Kantor Amato, i cui genitori erano già stati deportati dai tedeschi. Con dei documenti falsi, riuscirono a far passare la bimba come loro figlia naturale che, fortunatamente, a guerra finita, riuscirà a ricongiungersi con i suoi genitori. La bambina non fu la sola ad essere salvata, altri ebrei ottennero dei documenti falsi per mano di Girolamo e Bianca. Grazie alla segnalazione di Lina Kantor, lo Yad Vashem nel 2015 ha riconosciuto Girolamo Sotgiu e Bianca Ripepi come i 13.066 “Giusti tra le Nazioni”.

Questi sono i Giusti riconosciuti fino a oggi, ma tanti sono gli eroi ancora nell’ombra, che hanno voluto tener nascosto il loro passato e le cui storie riemergono lentamente a distanza di decenni.

suor-de-muro-con-bimboE’ il caso di Suor Giuseppina (Rosina) De Muro, nata a Lanusei il 2 novembre 1903. Suor Giuseppina, durante l’occupazione di Torino, riuscì a far liberare tanti detenuti politici, a revocare la condanna a morte di un antifascista e a sottrarre alle SS un bimbo di soli 9 mesi tenuto in carcere, nascondendolo tra le lenzuola. Due coniugi ebrei arrestati e destinati alla deportazione, vennero da lei liberati, mentre una giovane ebrea riuscì a salvarsi perchè Suor Giuseppina bloccò la partenza facendo appello al Regolamento penitenziario, che impediva il trasferimento del detenuto se non fosse stata resa nota la destinazione. Aiutò i detenuti nascondendo delle uova sbriciolate tra i medicinali, scambiando referti medici per permettere il trasferimento in infermeria, e trasmise di nascosto notizie tra familiari e prigionieri. Per lei è in atto la pratica per essere riconosciuta “Giusta tra le Nazioni”.

image1Un’altra storia è quella di Giovanni Gavino Tolis. Nato a Chiaramonti (SS), finanziere, venne impiegato al confine italo-elvetico presso la Brigata della frontiera di Chiasso. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, attraverso il valico trasportò i messaggi che le organizzazioni partigiane si scambiavano tra Italia e Svizzera, e aiutò tanti ebrei e antifascisti a rifugiarsi nel territorio elvetico, con la collaborazione della famiglia Panzica che risiedeva nei pressi del confine. Scoperto dai nazisti, venne arrestato insieme alla signora Panzica (che riuscirà a sopravvivere) e internato presso il campo di Mauthausen, dove morì il 28 dicembre 1944. Nel 2010 è stato insignito della Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente motivazione: «Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale contribuì alla lotta di liberazione con l’attività di postino delle organizzazioni partigiane e, con eccezionale coraggio, si prodigò in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati politici, aiutandoli ad espatriare clandestinamente nella vicina Svizzera. Arrestato dalle autorità tedesche fu infine trasferito in un campo di concentramento austriaco, dove perse la giovane vita. Mirabile esempio di umana solidarietà e di altissima dignità morale, spinte fino all’estremo sacrificio».

In questa ricerca, un ruolo importante spetta al Capitano Gerardo Severino, che ha il merito di riportare alla luce le figure dei finanzieri eroi, il cui ricordo rischia di perdersi tra gli archivi e gli schedari impolverati dal tempo.

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I sette fratelli Cervi

…Un paese senza memoria è un paese che non esiste…

Oggi ricorre il 72° anniversario della morte di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore, i sette fratelli Cervi, e di Quarto Camurri, fucilati per mano dei fascisti il 28 dicembre 1943.

I Cervi erano una numerosa famiglia contadina originaria della bassa reggiana. Poverissimi, riuscirono a prendere in affitto il podere di Campi Rossi e a renderlo produttivo, iniziando a praticare nuove tecniche per la produzione e la rotazione delle colture. Di fortissimi sentimenti antifascisti, presero fin da subito le distanze dal regime, portando avanti l’opposizione con atti di sabotaggio e aiuto agli alleati dispersi. Moltissimi saranno gli antifascisti che troveranno rifugio nella loro casa.

Il 25 novembre i fratelli Cervi, il padre e Quarto Camurri vengono catturati dai fascisti e portati al carcere dei Servi di Reggio Emilia. I sette fratelli Cervi verranno fucilati senza processo all’alba del 28 dicembre 1943, al Poligono di tiro di Reggio Emilia, insieme a Quarto Camurri. L’azione dei fascisti è un’azione di rappresaglia: i Cervi vengono infatti accusati di aver complottato per l’uccisione del segretario fascista di Bagnolo in Piano (Reggio Emilia). Il padre viene risparmiato, e grazie alla sua opera ha tramandato il ricordo della famiglia attraverso la sua casa, oggi diventata il Museo Cervi.

Epigrafe alla Madre

Quando la sera tornavano dai campi
Sette figli ed otto col padre
Il suo sorriso attendeva sull’uscio
per annunciare che il desco era pronto.
Ma quando in un unico sparo
caddero in sette dinanzi a quel muro
la madre disse
non vi rimprovero o figli
d’avermi dato tanto dolore
l’avete fatto per un’idea
perché mai più nel mondo altre madri
debban soffrire la stessa mia pena.
Ma che ci faccio qui sulla soglia
se più la sera non tornerete.
Il padre è forte e rincuora i nipoti
Dopo un raccolto ne viene un altro
ma io sono soltanto una mamma
o figli cari
vengo con voi.

Piero Calamandrei

La Ville Lumière

Stavo di fronte alla tv, quel venerdì sera.
E non chiedermi cosa ho provato quando ho visto le prime immagini. Rabbia, preoccupazione, angoscia, dolore? So solo che guardavo impietrita la gente affollata nello stadio, i tavolini divelti, quelle luci blu.
E poi il Bataclan. Durante un concerto rock… potevo esserci io, poteva esserci un’amica, potevi esserci tu lì dentro, a cantare, saltare, ballare. E’ accaduto allo stadio, al ristorante, al concerto, al bar. Luoghi vivi. Sì, intimi per te e per me.

129 cittadini del mondo hanno perso la vita in questo bellissimo paese chiamato Francia.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che è stata elaborata durante la Rivoluzione francese, rappresenta ancor oggi uno dei più alti riconoscimenti della libertà e della dignità umana, quella libertà che consiste nel potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui. Già lo si pensava nel 1789, a Parigi, e neppure andava di moda!
Ma oggi, a distanza di 226 anni si cerca, nuovamente, di mettere in discussione un concetto così importante.

Tra le vittime degli attentati avvenuti a Parigi, compaiono anche diversi musulmani, assassinati da un gruppo di criminali annebbiati dal fanatismo religioso, lo stesso fanatismo che nel Medio Oriente uccide ragazze musulmane che vogliono andare a scuola, donne accusate di adulterio o che si rifiutano di indossare il velo. Che si muoia in Francia, in Tunisia, in Libano o nel resto del mondo non importa, sempre morte è.

Questa inaudita violenza ci ha portati a guardare con diffidenza al mondo islamico, ancora con più preoccupazione rispetto a prima. A titoli di giornali xenofobi, a interviste discutibili, si affianca la voglia di chiarezza, la necessaria ricerca del nemico da abbattere una volta per tutte, che arriva a prendere le sembianze di un mostro impalpabile. Tutti ormai parlano di terrorismo islamico, mettendo in evidenza il legame tra l’Islam e il terrore. Ma sono stati dei criminali ad uccidere. Non è stata una religione, non è stato un paese, non sono stati gli islamici tutti, così come non sono stati gli italiani tutti a mettere le bombe alla stazione di Bologna o a uccidere Falcone e Borsellino. Sono criminali che hanno nomi e cognomi terreni, e che si elevano a una sorta di dio immaginario, che nulla ha a che vedere con la vera religione.
Gli imam che in questi giorni hanno intonato la Marsigliese a Parigi, sono musulmani nemici dell’Occidente o sono francesi nemici dell’Isis?

Sai, l’Islam proibisce l’uccisione di civili, donne, uomini, bambini che siano. Chiunque uccida se stesso sarà punito per l’eternità nel fuoco dell’inferno. Questa è la religione islamica. Tutto il resto è un’interpretazione errata, folle, è fanatismo omicida.
Il fondamentalista terrorista è contro i principi fondamentali dell’uomo. Contro la democrazia, contro i diritti delle donne, contro l’istruzione, contro tutto ciò in cui io e te crediamo, libertà, fratellanza, uguaglianza. Il nemico da combattere è allora l’organizzazione, è l’idea che semina morte, non la religione usata come scudo, come punto d’unità per l’indiscriminata violenza.
E nonostante tutta la rabbia, il dolore, la preoccupazione che abbiamo provato alla visione di quelle immagini provenienti dalla Francia, non dovremmo dimenticare che il mondo continua anche fuori dal dorato confine Occidentale. Capiremmo così che la verità è ancora più ampia di ciò che ci vogliono far intendere.

Perchè le vittime di questo nuovo odio, e la cosa forse ti stupirà, sono soprattutto musulmane… Che ruolo ha, allora, la religione?

Liberté, Egalité, Fraternité

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Solidarité

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25 aprile 1945

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“Cittadini, lavoratori!
Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine.
Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.
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Annuncio via radio del Comandante Sandro Pertini, che chiama il popolo all’insurrezione per la spallata finale al nazifascismo.

Vittime delle Fosse Ardeatine

Conosciamo tutti, o almeno dovremmo, il terribile eccidio delle Fosse Ardeatine.

Meno note, o in certi casi sconosciute, sono le storie personali delle vittime della strage, le accuse che portarono all’arresto, il loro contributo alla lotta antifascista. A parte qualche eccezione, il percorso di vita di questi martiri non è stato ancora ricostruito del tutto.

Tra le 335 vittime dell’eccedio compiuto il 24 marzo 1944, sono presenti anche nove ragazzi sardi.
Grazie a internet sono riuscita a scovare qualche informazione sulla vita dei miei corregionali condotti al massacro da assassini senza scrupoli. Di alcuni si hanno più dettagli, di altri meno, perchè la tendenza è sempre stata quella di leggere il fatto generale senza soffermarsi sull’individuo, facendo così annebbiare i ricordi sull’uomo. Chi erano questi ragazzi? Cosa facevano? Da dove venivano? La morte di massa altro non è che la morte dei singoli, e anche come tali, questi martiri, andrebbero ricordati.
Ecco le vittime sarde:

  • Salvatore Canalis nato a Tula nel 1908, professore di latino e greco;
  • Pasquale Cocco nato a Sedilo nel 1920, sergente pilota;
  • Gavino Luna nato a Padria nel 1895, poeta-cantore;
  • Candido Manca nato a Dolianova nel 1907, brigadiere dei Regi Carabinieri;
  • Giuseppe Medas nato a Narbolia nel 1908, avvocato;
  • Sisinnio Mocci nato a Villacidro nel 1903, operaio, appartenente al PCI;
  • Agostino Napoleone nato a Cagliari nel 1918, sottotenente di vascello;
  • Ignazio Piras nato a Illorai nel 1879, contadino, legato al movimento comunista;
  • Gerardo Sergi nato a Portoscuso nel 1918, brigadiere dei Regi Carabinieri.

Salvatore Canalis, 36 anni, professore di lettere, si rifiutò di aderire al governo repubblichino per poter continuare ad insegnare. Già militante del Partito d’Azione, dopo aver risposto ai fascisti “Meglio la morte che aderire a questo governo” venne arrestato dalla famosa Banda Koch (reparto specializzato in torture) il 14 marzo 1944. Torturato e accusato di connivenza con i partigiani, detenuto prima a San Gregorio al Celio e poi a Regina Coeli, non rivelò i nomi dei suoi compagni. Fu 39mo dei cinquanta della lista di italiani che i nazisti avevano richiesto al questore Caruso per essere trucidati alle Cave Ardeatine.

Pasquale Cocco, 24 anni, sergente pilota a Foligno, dopo l’occupazione dell’aeroporto si rifiutò di collaborare con i tedeschi e tentò di ritornare in Sardegna. Ciò si rivelò impossibile, tantissimi erano i sardi allo sbando che affollavano Civitavecchia e il Lazio per tentare di imbarcarsi per l’isola. Da questo momento la famiglia perse i contatti con Pasquale; si sa per certo che venne ospitato da una famiglia sarda a Tivoli e divenne amico di Gavino Luna, un’altra vittima dell’eccidio. Sospettato di appoggiare la lotta clandestina venne arrestato probabilmente a febbraio finendo nella cella numero 5 della prigione di Via Tasso.

Gavino Luna, 49 anni, iscritto nei registri delle vittime col nome di Cavino Luna, era stato un combattente nella Grande Guerra e prestava servizio di ufficiale postelegrafonico in Sardegna. Rifiutato il tesseramento al Partito Fascista, venne trasferito dapprima all’Aquila e infine a Roma. Nonostante fosse inquadrato nel Battaglione Volontari di Sardegna “Giovanni Maria Angioj”, formazione della Repubblica Sociale Italiana, collaborò con la resistenza romana e venne recluso nelle prigioni di Via Tasso dalle SS il 26 febbraio 1944 con l’accusa di appartenere al Comitato di Liberazione Nazionale e di aver effettuato atti di sabotaggio nei confronti delle truppe di occupazione tedesca.
Gavino Luna è stato uno dei massimi rappresentanti del canto sardo a chitarra. Compositore e poeta si esibì di fronte al re Vittorio Emanuele III, raggiungendo grande notorietà negli anni Trenta grazie alla pubblicazione di diversi dischi con una nota casa discografica milanese.

Candido Manca, 37 anni, l’8 settembre 1943 si trovava a Roma come brigadiere dei Regi Carabinieri. Riuscito a fuggire mentre i tedeschi iniziavano l’occupazione delle caserme, entrò nella banda partigiana Caruso partecipando a numerose azioni militari contro l’occupante. Arrestato dalla Gestapo il 10 dicembre 1943, finì nella prigione di Via Tasso assieme a due compagni. Torturato, non diede nessuna informazione e venne ucciso nelle Fosse Ardeatine tre mesi dopo la cattura.

Giuseppe Medas, 36 anni, intellettuale e antifascista, dopo la laurea in legge a Roma decise di rimanere nella Capitale. Aderì al gruppo romano di Giustizia e Libertà e, dopo la caduta di Mussolini, entrò nel Partito d’Azione. Il 3 marzo 1944 andò a casa dell’amico Donato Bendicenti proprio mentre i tedeschi lo stavano prelevando e subì la stessa sorte, finendo a Regina Coeli. Non gli fu contestato nessun illecito ma i tedeschi non lo scarcerarono e finì nella lista dei condannati a morte.

Sisinnio Mocci, 41 anni, operaio, comunista e militante del PCI, emigrò prima in Francia, poi in Argentina e nell’ex URSS dove volle conoscere la realtà socialista. Partecipò alla Rivoluzione Spagnola nelle Brigate Internazionali, arrestato venne deportato nel famigerato campo francese di Vernet e poi a Ventotene. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla resistenza romana come comandante di una formazione partigiana e, ricercato, si nascose nella villa romana del regista Luchino Visconti in qualità di finto maggiordomo. Venne catturato dalla Banda Koch il 28 febbraio 1944, fu torturato e in seguito fucilato nelle Fosse Ardeatine.

Agostino Napoleone, 26 anni, si diploma all’istituto Nautico di Cagliari, nel 1939 è ammesso a frequentare il corso Allievi Ufficiale di Complemento e, come sottotenente di vascello è imbarcato sulla Regia Torpediniera “Polluce” fino al 4 settembre 1942, giorno in cui venne affondata da un siluro. Dopo l’8 settembre si diresse a Voltri dove partecipò a uno scontro a fuoco contro i tedeschi che stavano bloccando gli accessi ai porti liguri. Unitosi ad altri colleghi si recò a Roma e collaborò con il Fronte Clandestino di Resistenza della Marina. Il 19 marzo 1944 venne arrestato dalle SS e rinchiuso nelle carceri di Via Tasso per essere interrogato e torturato.

Ignazio Piras, 65 anni, probabilmente faceva parte della Banda Partigiana Maroncelli che operava nel Lazio. Il suo nome di battaglia era Antonio.

Gerardo Sergi, 26 anni, aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, impegnato nella campagna di Grecia. Rientrato in Italia era stato assegnato, a Roma, al Battaglione Carabinieri. Dopo l’8 settembre 1943 era riuscito a sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi e si era impegnato nel Fronte della resistenza militare, attivo nella Capitale. Caduto nelle mani dei nazifascisti fu sottoposto a tortura, condotto nelle carceri di Via Tasso e fucilato alle Fosse Ardeatine.

Nella speranza che il ricordo del loro sacrificio rimanga vivo per sempre.

Chi salviamo oggi?

Giusto per farvi capire che non tutte le foto finiscono nel cestino…

Ninfea laghetto

23 luglio 1994

Il mio amato cagnolino, oggi avrebbe compiuto 20 anni.

Chicco...Adoro questa foto che lo rappresenta nel modo a lui più congeniale, pronto ad abbaiare per qualcosa che, evidentemente, non gli andava bene, ed erano tante.

Ha sempre ambito al ruolo di padrone di casa, in costante competizione con mia madre che fu costretta a cedergli lo scettro diverse volte. Gli era stato proibito di salire sul divano nuovo e apparentemente sembrava aver accettato questa regola. Peccato che solo dopo diverso tempo, insospettiti, scoprimmo che non aspettava altro di vederci uscire fuori di casa per salirci sù… Fu necessaria un’azione a sorpresa per coglierlo sul fatto: dopo aver chiuso il portoncino a chiave (riconosceva bene il rumore della serratura), nel silenzio più assoluto rientrammo in casa e lui era lì, addormentato tra i cuscini ben sistemati, e sapendo di essere stato scoperto non ci fece le solite feste ma rimase imbronciato per diverso tempo… lui, il colpevole! Ci aveva fregati, di nuovo.

O come quando iniziò a giocare con il suo sonaglio preferito alle 4 di notte, svegliando tutti e facendo infuriare mia mamma che, per punizione, gli ritirò il giochino per una settimana intera.

Potrei raccontare decine e decine di altri episodi, uno più divertente dell’altro, ma oggi preferisco tenerli per me, in quell’immagine di famiglia imperfetta che per sedici anni ha avuto l’onore di ospitare un piccolo re. Vi pare poco?

Ciao Murphy!

Un Anno sull’Altipiano

E’ che quando mi fisso su qualcosa, per diverso tempo finisco col focalizzare i miei pensieri su quello specifico argomento, cerco di approfondirlo, di capirlo, e perchè no, quando possibile di immedesimarmi in esso.
Ed è accaduto anche stavolta.
Non che la cosa mi dispiaccia o mi arrechi un benchè minimo fastidio, sia chiaro, ma quando questo pensiero è così forte dal dover dire: “Potrei addirittura farne un articolo sul mio blog”, beh, sappiate che probabilmente non ho raggiunto, ma bensì superato, quel sottile confine tra la pazzia e il non ho nien’altro da fare che va parecchio di moda oggi.

Per assecondare la follia, nel mio comodino è comparso il libro di Emilio Lussu, Un Anno sull’Altipiano, ricercato avidamente nella biblioteca impolverata di paese. L’ho letto tre volte di seguito, lo adoro, e ora rientra pienamente di diritto tra i libri che devo assolutamente comprare.

Ma facciamo un passo indietro, e capiamo chi è l’autore.
Per i pochi che non lo conoscessero, Emilio Lussu nasce ad Armungia (CA) nel 1890 da una famiglia benestante. Completati gli studi di Giurisprudenza a Cagliari, si schiera con gli interventisti affinchè l’Italia entri in guerra contro gli imperi centrali. Prende parte al Primo Conflitto Mondiale come ufficiale della Brigata Sassari, rendendosi conto dell’assurda carneficina che è la guerra e della disciplina militare pretesa da generali impreparati e spietati.  Dopo la guerra è tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione, per il quale viene eletto deputato. Arrestato nel 1926 per aver ucciso un fascista durante un’aggressione, sebbene assolto per legittima difesa, viene deportato a Lipari, da dove evade pochi anni dopo fuggendo a Parigi. Fonda il movimento “Giustizia e Libertà”, protagonista della Resistenza, pubblica i suoi libri, tra cui Un Anno sull’Altipiano, e nel 1943 rientra clandestinamente in Italia, dove è tra i dirigenti della Resistenza e del suo partito. Dopo la liberazione viene eletto più volte come ministro, è deputato dell’Assemblea Costituente, e diventa senatore del Partito Socialista Italiano. Muore a Roma il 5 marzo 1975.

La sua opera più famosa, Un Anno sull’Altipiano, è uno dei libri più interessanti sulla Grande Guerra.
L’anno è quello che va da giugno 1916 a luglio 1917, un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie inutili e morti assurde; l’altipiano è quello di Asiago.
Lussu, che pure era stato un acceso interventista e si era battuto con grande coraggio durante tutta la guerra, assume un atteggiamento fortemente critico nei confronti dei comandi militari dell’epoca. Nel libro è ben evidenziato l’atteggiamento dei generali impreparati e presuntuosi, incapaci di rendersi conto dei propri sbagli, disposti a sacrificare migliaia di vite umane pur di conquistare pochi palmi di terreno. Sempre più spesso i generali finiscono col essere considerati come dei veri nemici dai combattenti, che addirittura pensano ad un ammutinamento generale.
Il racconto è narrato in prima persona, ed Emilio Lussu, più che raccontare, è come se vivesse la guerra sotto i nostri occhi. Così, appena iniziamo a scorrere le prime righe, Un Anno sull’Altipiano ha la forza di riportarci in quei terribili anni, farci vivere la terribile esperienza della trincea, degli assalti che lasciano sulla “terra di nessuno” i cadaveri dei nostri amici, fa conoscere l’umanità dei soldati semplici, i racconti dei combattenti e le loro personalità così differenti. Perchè se nel libro prevale l’angoscia e l’insensatezza della guerra, non mancano spazi dedicati alla vita più tranquilla, col pensiero rivolto alle famiglie lontane, le letture per far passare i momenti d’attesa, o ancora il lato comico di alcune situazioni che non solo strappano il sorriso ma addirittura esplodono in una fragorosa risata.

Sono passati cento anni dalla Grande Guerra, e se davvero per capire il presente e orientarci nel futuro è necessario conoscere il passato, cosa a cui io credo fermamente, non si può non approffittare di questa occasione per approfondire un pezzo di storia così tragico e così vicino a noi.
D’altronde non saremmo lontani dalla realtà, se pensassimo ai nostri nonni o bisnonni come protagonisti di questo libro…

I sardi nella Grande Guerra

Vicenza accoglie i Sassarini

Esattamente cento anni fa, il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco uccise con due colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie mentre attraversavano le vie di Sarajevo, capitale della Bosnia. Questo attentato terroristico mise in moto una catena di reazioni che catapultarono l’Europa in un conflitto di proporzioni mai viste, segnando una svolta decisiva nella storia del mondo, ridisegnando i confini e trasformando la società stessa.

La Prima Guerra Mondiale costò alla Sardegna lutti e desolazione di maggior portata rispetto alle altre regioni italiane. Su 800.000 abitanti circa 100.000 uomini (quasi tutta la popolazione maschile adulta) partirono per la guerra. Caso unico in Italia, la “Sassari” era costituita  da soldati provenienti dalla stessa regione, la Sardegna.

Ora pensate a migliaia di ragazzi di ogni età, contadini, agricoltori, minatori che non si erano mai mossi dalla propria terra; analfabeti, senza nessuna nozione di politica, di economia, di strategie militari, senza nessun pensiero che non fosse quello del duro lavoro, del sacrificio e della famiglia. Giovani che non sapevano neppure dove fosse e cosa fosse l’Austria, e probabilmente, nemmeno l’Italia. Questi ragazzi ignari di tutto ciò, vennero strappati dalle loro case per divenire carne da macello nelle trincee, per l’Italia da farsi, per la vittoria da conquistare a costo della vita, mai come in questo caso deprezzata. Eppure, la solidarietà che si sviluppò all’interno di questa Brigata fu tale da far riscoprire l’orgoglio etnico, far rifiorire la forza e il coraggio per la vita, o magari, più semplicemente,  fu l’istinto di sopravvivenza ad essere più forte della morte.

La “Sassari” ebbe il più alto tributo di eroismo, mai eguagliato da nessuno, nel Primo Conflitto Mondiale: le quattro citazioni sul Bollettino del Comando Supremo, le 2 medaglie d’oro al valor militare ai Reggimenti 151° e 152° (caso unico nell’Esercito), imposero la Brigata, e quindi la Sardegna, all’attenzione del Paese che le riservò sentimenti di ammirazione e stima.
La Sardegna, finalmente, col suo sangue versato, era stata accettata nell’Italia grazie al mito della Brigata invincibile.

Dal discorso del Presidente del Consiglio Orlando:
“Quando vidi quei valorosi sardi della Brigata Sassari, sentii l’impulso di inginocchiarmi dinanzi a loro, perchè vidi riassunte in Essi tutte le virtù dell’esercito. L’Italia ha contratto verso la Sardegna un grande debito di riconoscenza e questo debitò pagherà…”
Ma pochi capirono il dramma vissuto dalla Sardegna che sacrificò alla Patria le sue giovani generazioni.

La coesione della Brigata Sassari era tale che la lingua sarda divenne la lingua ufficiale, ciò sia per esigenze pratiche dovute all’alto tasso di analfabetismo, ma anche per precauzione: “Sis ses italianu fuedda in sardu” veniva detto, contro i tentativi di infiltrazione da parte del nemico nelle linee sarde, con le sentinelle che avevano l’ordine di sparare in caso di risposta in una lingua differente.

I nemici indicavano i Sassarini con l’epiteto di “Rote Teufel” (Diavoli Rossi), per il colore delle mostrine (che stingevano con la pioggia e macchiavano la parte bianca, ma anche per il fango del Carso che macchiava di rosso le divise) e per la violenza dei loro assalti, soprattutto nel duello corpo a corpo con i sardi bravissimi nell’uso della baionetta e del coltello. Forte era la straordinaria solidarietà che legava i soldati ai loro Ufficiali, fra tutti il capitano Emilio Lussu, il tenente Graziani e il Maggiore Musinu, il cui battaglione fu l’ultimo dell’intero esercito a ripiegare dopo la disfatta di Caporetto e, a passare il Piave, inquadrato e al passo.

I pastori e i contadini rappresentavano il 95% dei soldati, artigiani e minatori il resto. L’unione del gruppo era dovuta all’appartenenza regionale, soldati abituati al mondo rurale, all’onore e rispetto della “balentia” intesa come coraggio e arditezza.  I minatori dell’Iglesiente erano abilissimi nell’uso dell’esplosivo, lanciatori di bombe e guastatori che facevano brillare le mine sotto i reticolati nemici, accendendo le micce con il sigaro tenuto in bocca ma a “fogu a intru” (fuoco in dentro) per non essere visti dal nemico. I pastori del Logudoro e del Nuorese erano abilissimi nel muoversi nel terreno impervio, dotati di coraggio, agilità e freddezza, erano gli Arditi della Sassari. Nelle pietre carsiche, i Sassarini mettevano in pratica quanto appreso nel duro addestramento sui monti del Limbara e del Sette Fratelli.

Anche il grido di guerra, usato sia per scaricare la tensione che per incutere timore all’avversario, finì col differire da quello degli altri reggimenti: “Avanti Savoia” veniva sostituito con “Avanti Sardegna” o “Forza Paris”.

La Sassari ha combattuto su tutti i fronti italiani: nel Carso Isontino, sull’Altipiano di Bainsizza, a Vittorio Veneto, sull’Altipiano di Asiago. Per colmare le enormi perdite della Brigata, i pochi sardi sparsi negli altri reggimenti confluirono tutti nella Sassari, sottolineando ancora una volta il carattere regionale della Brigata.

La Grande Guerra costò alla Sassari oltre 13.000 perdite  (138 sardi ogni 1000 chiamati alle armi, la media nazionale fu di 104).

Migliaia di dispersi, migliaia di ragazzi riposano ancora tra le balze rocciose dell’Altopiano di Asiago, nelle pietraie del Carso, lungo le sponde del Piave, in quelle terre che hanno accolto gli ultimi respiri di una giovinezza andata via per sempre.

In questo giorno, a loro, va il mio ricordo.

“… Voi non sapete,
e forse non saprete mai,
quanto avete fatto per l’Italia.”

Armando Diaz
(dal discorso alla Brigata Sassari tenuto a Vicenza il 7 febbraio 1918)


Informazioni tratte da:
"I Diavoli Rossi"
comando Brigata Sassari
a cura dell'Aiutante Antonio Pinna

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