Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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Scorci di Sardegna, Murtas.

 

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Ode all’ombrellone

A strisce rosse, bianche o viola
o in tinta unita come le lenzuola,
ma poco importa il tuo aspetto esteriore
di fronte a un’ondata di calore.

Non temere il vento, il nemico più sgradito,
il rischio di planar in alto si è ora affievolito
da quando ho deciso di legarti con l’acciaio,
alla mia vecchia e sbilenca sdraio.

Purtroppo l’imprevisto è lì che ci aspetta
l’ombra si sposta, va via troppo in fretta.
E il mio infradito al sole è rimasto
se ci metti su un piede abbiam l’antipasto.

Oh caro amico delle mie calde giornate,
ancora qualche tempo e non sarà più estate,
il tuo angolo in garage con impazienza aspetta
che tu possa tornar a far la bella statuetta.

Ma quanti ricordi conserverò di questi momenti,
la borsa frigo che si scalda e il panino tra i denti,
tu hai vegliato il mio dormire, mi hai dato protezione
nel sogno ci sei tu, amico mio ombrellone.

Continuità territoriale… questa sconosciuta

Luglio, mese di partenze e arrivi, di viaggi e di vacanze…

Probabilmente non mi muoverò da qui quest’anno, starò in Sardegna, in questa terra magnifica, per carità, ma il bisogno di scoprire nuovi posti è sempre presente e in questi mesi diventa quasi un piccolo tormento. Rivedo parenti e amici che ritornano nella loro amata regione, e che raccontano tutti estasiati i loro giri per il “continente” e, nei casi più fortunati, per l’Europa e per il mondo.

Qui anche una semplice gita diventa complicata.  Non voglio star lì a giustificare questo immobilismo che l’insularità ci costringe ad avere, ma è innegabile che noi senza l’aereo e il traghetto non possiamo andare da nessuna parte… E quando la tua vacanza contempla questi mezzi di trasporto, l’idea che si materializza nella tua mente non è più quella di una semplice gita di due giorni, ma diventa qualcosa di più impegnativo, un viaggio vero e proprio, una vacanza più complessa. Vuoi per motivazioni economiche ma ancor di più logistiche, non posso pensare di andare il sabato e la domenica a Firenze. Mi ci vorrebbe già mezza giornata per raggiungere l’aeroporto, perchè da noi non esiste una vera linea ferroviaria, i pulman sono carenti e seguono le strade più lunghe proprio per dare un servizio a tutti i paesini. Le nuove statali più veloci che non attraversano i paesi non vengono così percorse, e noi ci ritroviamo a percorrere 70 km di strada in due ore!

La continuità territoriale è ancora un sogno.

Non capisco perchè ai sardi non vengano date le stesse oppurtunità di mobilità come al resto degli italiani. L’isolamento non dipende dalla Sardegna, badate bene, perchè in questa condizione ci è nata e non può di certo modificarla. L’isolamento è colpa del governo che non ci permette di avere gli stessi diritti degli italiani che vivono dall’altra parte del mare. Perchè non posso andare a Firenze con poche decine di euro? Perchè non posso spostarmi nella Capitale senza dover fare un mutuo? Perchè devo seguire le assurde tratte dei traghetti nei pochi giorni stabiliti? Perchè non posso avere dei mezzi di trasporto pubblici che mi permettano almeno di avere una mobilità all’interno della mia isola?

Fortunatamente esistono le compagnie low cost, tanto criticate e invise, che permettono a tanti di noi di varcare il “confine”. E non esistono lamentele sul fatto di dover raggiungere aeroporti lontani dalla destinazione, o tumultuose preparazioni di bagagli a mano… Siamo tutti esperti in materia! Purtroppo anche in questo campo la situazione non è ben chiara, con continue minacce di spostare i collegamenti in altre regioni, e con la paura costante di veder eliminate le tratte a noi più utili. La cosa alquanto curiosa è che grazie a queste compagnie, per noi è molto più facile ed economico raggiungere l’Europa che l’Italia!

La verità è che siamo una regione poco popolata, il che significa poco potere politico, e pochi voti da rendere. Ma ci siamo anche noi, e non solo nei mesi estivi quando le tratte aumentano vertiginosamente, e pure i prezzi, ma anche d’inverno, quando l’Italia ci sembra ancor più lontana. Perchè se noi chiamiamo Italia il resto del Paese, è perchè tante volte ci sentiamo dimenticati e quindi separati da essa, non solo fisicamente ma ormai anche mentalmente. E l’isolamento si può combattere, ma solo se lo si vuole.

Kobarid

Qualcuno di voi ha mai sentito questo nome?
Chissà quante volte l’abbiamo letta sui libri di storia, la nostra tragica disfatta nella Grande Guerra…

Perché Kobarid non è altro che il nome di Caporetto in sloveno.

E’ in una bella giornata di sole, che si apre questo primo pomeriggio di maggio. Ci addentriamo a Caporetto sicuri della nostra destinazione e in pochi minuti ci troviamo di fronte a un grande edificio bianco con infissi scuri ma ben aperti; quasi a sorreggere il portone, un pezzo d’artiglieria pesante da un lato e un vecchio cannone dall’altro.

Kobariski muzej recita un grande bandierone bianco.

Il museo di questa cittadina non poteva che essere dedicato alla Prima Guerra Mondiale, con richiami anche alla Seconda. Nell’ingresso sono presenti decine di croci originali che vennero usate per contrassegnare le inumazioni dei soldati morti sul campo di battaglia; non fai in tempo a leggere tutte le targhette che vieni accompagnato in una elegante stanza attigua.
La gentile signora carica il filmato in italiano ed ecco che in mezz’ora, seduti comodamente su sedie imbottite di raso bianco e rosso, ripercorriamo con la tv le scene che cent’anni fa decine di migliaia di ragazzi della nostra età, impreparati ad un simile orrore, hanno vissuto sulla loro pelle. Il resoconto finale è lancinante. Il video finisce, rimaniamo al buio ancora qualche secondo, le luci si riaccendono. Usciamo e percorriamo la luminosa scalinata.
Le altre sale, disposte su più livelli, ci mostrano i reperti del conflitto, dalle munizioni fino alle atroci tagliole, dalle varie divise e calzature, alle scritte imploranti sui portoni delle carceri,  le maschere anti-gas che non riuscirono a proteggere tanti ragazzi, fotografie e riproduzioni in scala dei vari combattimenti e tante tante armi diverse, grandi e piccole, lucide o rovinate: quanto devono aver ucciso queste orrende mazze chiodate. Strazianti sono le lettere scritte dal fronte, in una sala al buio viene riprodotta una commovente scena di trincea e, all’ultimo piano, appena saliti gli scalini finali, ecco apparire il grande bollettino finale dell’agognata e stridente vittoria italiana.

Esci da quel museo con un senso di profonda oppressione nel cuore.
Inizia a piovere, è pioggia vera. Percorriamo una tortuosa salita immersa in una piccola ma buia foresta, per omaggiare i tanti soldati italiani che riposano nel vicino Sacrario di Sant’Antonio. Anche alcuni ragazzi del ’99, dormono qui.
Un fulmine cade non poco distante da noi, non possiamo scendere dall’auto.
Guardiamo il grande cimitero che si innalza sulla collina dai suoi piedi, mentre lo scrosciare della pioggia è sempre più intenso. Dal finestrino annebbiato e grondante di rivoli d’acqua ci soffermiamo verso il grigio santuario avvolto dalle nuvole basse. E i pensieri iniziano a veleggiare anche nella tua mente, hanno il retrogusto di sensazioni passate: chissà quante sofferenze possono aver patito i ragazzi che hanno combattuto una guerra a loro così estranea, quanto orrore devono aver visto quei poveri occhi nel tempo in cui furono, quanto dolorosa è stata la morte che gli ha colti così lontano da casa, soli e ignoti.
Ma i perché? non hanno senso di esistere, qui. Il temporale non ha nessuna intenzione di placarsi, decidiamo di ritornare a casa, diamo un ultimo sguardo a quell’immenso cimitero senza croci pietose, battuto dall’acqua, e ripercorriamo a ritroso la via del ritorno accorgendoci che il monte del calvario è costellato dalle stazioni della via Crucis.

Una grandinata ci costringe a fermarci, ci troviamo nei pressi di Tolmin, dove iniziò lo sfondamento sull’Isonzo, non siamo riusciti a lasciare ancora questi monti saziati da tanto sangue. Non abbiamo scelto il giorno migliore per conoscere Caporetto, ma probabilmente una giornata di pieno sole avrebbe stonato con questi luoghi, non avrebbe permesso il compimento di un seppur minimo ma doveroso pensiero.

E Kobarid o Caporetto che sia, simbolo di atroci sofferenze e morte, merita, se non un misero fiore, almeno una piccola lacrima confusa tra la pioggia.

 

In un giorno di maggio a Trieste

Trieste

 

Una strada trafficata, le barche ancorate nel golfo, un bianco castello che riflette le sue forme sull’acqua e lo stereo che passa Riprendere Berlino degli Afterhours.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata perfetta, ma forse lo è comunque.

Dal finestrino passano veloci le immagini di questa città, caotica, rumorosa, rassicurante, pensierosa, leggera. Parrebbe quasi un quadro pennellato con colori intensi e caldi da un pittore legato alla sua passione e alla sua città: se è riuscito a creare quest’opera d’arte doveva amarla sul serio.

Perché più che nei monumenti, alcuni maestosi e alteri, altri sconfortanti e angosciosi, l’aria celestiale di Trieste va cercata nelle tinte concepite dal tramonto: nelle ombre marcate che ricoprono le linee severe dei palazzi di Piazza Unità d’Italia, nelle tonalità candide e rossicce che emergono dalle sue colline, nelle sfumature auree che impreziosiscono il molo, nei toni d’azzurro che dipingono l’Adriatico.

Per noi sardi non è un paesaggio certamente nuovo; anche qui il mare così familiare, le colline costellate da macchie di colore, il porto baciato dal sole, ma è l’atmosfera che è differente.

Dopotutto Trieste è la porta tra Oriente e Occidente, è il punto di ritrovo di tante culture diverse, nessuna delle quali, per tanto tempo, a casa propria. Soffermiamo il pensiero sugli italiani, e li rivediamo con lo sguardo rosso di passione verso l’Italia, verso quella Patria così agognata, vicina ma tremendamente lontana. Poi osserviamo i tedeschi, e li ricordiamo con lo sguardo orgoglioso verso il verde nord, con il pensiero volto alle germaniche terre; o ancora gli sloveni, con gli occhi sognanti rivolti a est, in cerca di una futura patria dorata. Sì, Trieste è stata terra di speranza. Speranza anche per chi, grondante di lacrime scure, ha visto una risiera diventar simbolo di dolore, ha maledetto quei piccoli mattoncini rossi, ha temuto quelle lugubri celle di morte ed è stato poi assorbito in quei lunghi steli che oggi incanalano l’anima del visitatore verso un atroce passato.

Tanti sguardi, tanti occhi, tante speranze così diverse racchiuse tra le tinte forti di questa città.

E si comprende allora che l’agognata Trieste, sacrificata in un piccolo angolo di terra al confine o forse, incastonata al centro dell’immenso continente europeo, in realtà non è mai stata di nessuno perché è sempre stata di tutti.

Di questi ragazzi, che affollano i tavolini della deliziosa piazza Unità d’Italia, sorseggiando l’aperitivo in attesa della notte. Ed è anche di coloro che, davvero numerosi, portano a spasso il cagnolino tra i vicoli della città, sempre abbigliati in modo impeccabile. E’ di questi signori che passeggiano sul molo, di quelle ragazze che si soffermano a leggere un libro di Svevo, di Joyce o di Saba, è di questo bimbo con in mano l’ultima saga di Harry Potter, è di colui che mi ha appena svelato che il caffè triestino è il più buono che esista.

E permettetemi, è pure un po’ mia, che oggi l’ho visitata per la seconda volta e l’ho amata ancora di più.

Risalgo in macchina, la strada è sempre più trafficata, qualche barca ha preso il largo, il castello di Miramare è ancora più bello, la radio passa Bye Bye Bombay degli After.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata imperfetta. Va bene così.

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Gardaland

Lasciamo la parte più riflessiva del viaggio e passiamo a quella molto più leggera e allegra (oh, tranquilli, con oggi concludiamo la lunga puntata sulla vacanza … promesso!).

 

GardalandIl perno, l’idea fissa su cui girava questa bella settimana di svago era essenzialmente una, e aveva il nome di Gardaland.

Avete in mente quanto possa essere divertente una giornata trascorsa in questo famoso parco??!

Io sì, lo sapevo già, visto che l’avevo visitato diversi anni fa durante la mia prima gita “in continente” con la scuola, gita che si rivelò bellissima e indimenticabile.

Una delle cose più belle di Gardaland è che finisci col trovarci pochi bambini e tanti adulti, ma così tanti e con età così diverse che viene da chiederti come possa avere tutto questo appeal.

Io credevo di essere l’unica ad andar matta per questi posti, mi sa che mi sbagliavo!

 

 

Dopo estenuanti ore di viaggio, arriviamo al parco e trovo tanti cambiamenti, alcuni dei quali mi lasciano un po’ titubante: Prezzemolo che con la sua ciurma intona, mano sul cuore, l’Inno d’Italia, per segnalare l’apertura del parco, è uno spettacolo agghiacciante, angoscioso e dal morir da ridere per la sua assurdità… Più ci penso e più non capisco che rapporto esista tra inno, pupazzo e cancelli… Boh.

Ma finalmente si entra.

 

Abbandonato Prezzemolo al suo destino (si rintanerà a casa sua, posto che noi, accortamente, eviteremo come la peste), iniziamo a girare il parco senza una meta precisa, aiutati in questo da una mappa un po’ confusionaria e impresentabile che non ti spiegava minimamente a cosa andavi incontro nelle diverse attrazioni.

Ma a noi… a noi non servivano certi chiarimenti, bastava l’intuito.

“Com’è questo?” (All’entrata di Time Voyagers)

“Tranquillissimo, vai tranquilla”. (E in effetti era così)

 

“E questo, com’è?”

“Ancora più tranquillo, è molto calmo” (All’entrata del Mammut…).

Ora, all’uscita c’erano tra di noi delle facce così sconvolte che per riprendersi non sarebbe bastato un giorno di riposo… sì, tutto a causa di un’attrazione per famiglie.

 

Ma le esagerazioni erano anche dalla parte degli ascoltatori.

“Ma non avevi detto che era tranquillo? È stato terribile, non finiva più!
All’uscita del Peter Pan: già il nome dice tutto.

 

Una delle cose più esilaranti di Gardaland è andare a ricercare le foto all’uscita di alcune attrazioni, solitamente quelle più famose e particolari.

Beh, detto così non è un granché, ma rivedere le nostre facce sconvolte immortalate sull’Ortobruco (una montagna russa per bimbi!) e leggere il terrore impresso nei nostri occhi mentre tutti nel negozio ci guardano stupiti, non ha prezzo! Quante risate si fanno in certe occasioni…

 

Tornando alle attrazioni, le docce forzate non potevano mancare grazie al Colorado (l’attrazione storica, che ha bagnato più del solito visto che eravamo fradici), all’imprevedibile Jungle Rapids (il nostro gommone è finito sotto una cascata, non vi dico come ne siamo usciti) e Fuga da Atlantide (una sorta di Colorado più avvincente e mistico).

Si capisce che i miei preferiti sono i giochi acquatici? Poche storie, dai, sono i più divertenti!

 

La giornata è passata velocissima, non abbiamo perso un solo minuto utile visto che siamo arrivati in anticipo e siamo stati gli ultimi ad andarcene esortati pure dalle guardie (ma dovevo riuscire a spedire almeno qualche cartolina, dovevo testimoniare il mio ritorno qui anche ai più scettici!).

Gli altri giorni li ho passati in giro qui e là, ho visitato la bellissima Trieste (la via sul porto è molto Confinesimile alla nostra Via Roma a Cagliari, peccato non aver girato di più), il maestoso castello di Miramare (quanto mi è piaciuto quel luogo, semplicementeScoiattolo in fuga incantevole), la città romana di Aquileia dove ho incontrato il mio primo scoiattolo (ehm sì, non avevo mai visto uno scoiattolo in vita mia…), e chiaramente tutto il centro di Gorizia, un giro in Slovenia sulla placca di confine (presa d’assalto anche da altri turisti) e la città di Nova Gorica.

 

E questo è tutto.

Alla prossima!

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Sui luoghi della Grande Guerra

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Per la prima volta sono stata a Gorizia, bella cittadina al confine con la Slovenia, dove ho avuto modo di fare un bel tour nel territorio, visitando i primi giorni soprattutto i luoghi in cui si sono svolte le cruente battaglie della Grande guerra.


E sono proprio questi posti che mi hanno emozionato e impressionato più di tutti, e che sono divenuti per me il simbolo di questo viaggio.

Avete in mente cosa si prova ad entrare dentro una trincea, ad osservare i muretti costituiti da pietra carsica, le bocche delle cannoniere nascoste sui monti, e soprattutto scrutare con reverenziale rispetto i luoghi in cui riposano i nostri caduti in guerra?

 

Io, fino a due settimane fa, non avevo neanche la minima idea di cosa si provasse a ripercorrere quei tragici anni, non pensavo si potesse rimanere colpiti in questo modo di fronte alla semplicità di un monumento, di un muro, di un’infinita lista di nomi o di epigrafi poste a ricordo di quel periodo.

 

Ma la potenza di questi luoghi è che in tutta la loro tragicità eColle S.Elia -Ad un ignoto- infelice verità riescono a far materializzare un pezzo di passato di fronte ai tuoi occhi, a riproportelo come una parte del tuo presente.

Quei fatti che sembrano così lontani non sono solo sterili puntini di inchiostro su un noioso libro di storia, non sono solo date, nomi e luoghi da ricordare…  tutto questo è stato realtà.

 

E se tutti volessero percorrere quei sentieri, se avessero il tempo di osservare quei cunicoli carichi di tristezza, se avessero la voglia di leggere quelle dediche così toccanti e la pazienza di riflettere su quella interminabile lista di nomi, si arricchirebbero di un’utilissima lezione, non solo di storia, ma soprattutto di vita.

Tutte queste sensazioni sono scaturite dalla visita al monte di SanMonumento Colle S.Elia Michele, che fu un vero calvario per i soldati, carico di ferite, di difese, di grosse gallerie, dove gli austriaci utilizzarono il gas mortale contro gli italiani e dove si combatterono le più aspre battaglie dell’Isonzo; sono stata al colle S. Elia, oggi chiamato Parco della Rimembranza, che fino al 1938 ospitava 30.000 caduti della III armata. In questo luogo non erano presenti simboli religiosi ma cimeli di guerra, ciascuno dei quali con una propria iscrizione, mentre oggi troviamo 31 cippi costruiti in pietra carsica.

 

«Agli invitti

Che diedero per la Patria

Tutto il sangue,

Solo è degno di accostarsi

Chi ha nel cuore la Patria»

 

Con queste parole impresse all’entrata e scolpite nell’anima si inizia la visita al Redipuglia.

 

Redipuglia è il più grande sacrario militare italiano e tra i più imponenti d’Europa, in quanto custodisce i resti di 100.187 caduti, di cui solo 39.857 noti.

E’ stato costruito nel 1938 per riordinare l’area cimiteriale del colle S.Elia e si configura come una monumentale scalea-ossario che propone al visitatore il superamento di 22 gradoni in pietra, a simboleggiare l’ascesa delle anime al cielo, fino alle 3 alte croci che rappresentano il calvario.

Il monumento riproduce perfettamente lo schieramento I gradonedi un imponente esercito ben ordinato, con alla base i propri generali caduti duranti il conflitto e al centro, isolata, la tomba del comandante della III armata, il Duca d’Aosta (deceduto nel 1931) che, nel suo testamento, ha richiesto di venire tumulato «…In mezzo agli eroi della Terza Armata. Sarò con essi vigile e sicura scolta alle frontiere d’Italia, al cospetto di quel Carso che vide epiche ed innumeri sacrifici, vicino a quel mare che accolse le salme dei marinai d’Italia».

 

Le lastre di bronzo presenti sull’ampio piazzale, riportano i nomi di luoghi teatro dei sanguinosi combattimenti.

 

In mezzo ai nomi dei soldati caduti, al centro del I gradone, è posta la più grande targa in bronzo presente, dedicata all’unica donna del sacrario.

Si tratta della Crocerossina Margherita Kaiser Parodi, morta a soli 20 anni, che aiutò fino all’ultimo istante i feriti che arrivavano dai campi di battaglia. Fu decorata con la medaglia di bronzo al valor militare, «per essere rimasta al suo posto mentre il nemico bombardava la zona dove era situato l’ospedale cui era addetta.»

Ho visitato il sacrario a pomeriggio inoltrato, con le sfumature del tramonto che coloravano il marmo bianco, le scritte in rilievo dei  –Presente- che si fondevano con i nomi sottostanti perdendo la loro maestosità, con il bronzo delle lastre che luccicava e si illuminava di tinte rossastre, quasi a sottolineare tutta la crudeltà di cui si compone una guerra disumana.

 

«O viventi che uscite

Se per voi non duri

E non cresca la gloria della Patria

Noi saremo morti invano.»

 

All’uscita del sacrario un’epigrafe a suggellare la visita e a ricordare che, questo nostro Paese, con tutti i suoi molteplici problemi, con la sua negligenza, le sue croniche difficoltà e incertezze, rimane pur sempre la nostra Patria da amare, da rispettare, la stessa per cui, i ragazzi di tutti i conflitti –senza distinzioni di tempi e di fortune- offrirono il loro immane sacrificio per la libertà della nostra Italia.

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Colle S.Elia -Soldato ignoto-

 

 

Ritorno a casa

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Rieccomi qua!

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E’ necessaria una precisazione.

 

 

Qualcuno avrà obiettato che stavolta ho infranto il comma 3 dell’articolo 5 riguardante i “Doveri Del Perfetto Blogger, Periodo 1 Dicembre – 31 Gennaio” (edizione tascabile), ma ho un’attenuante piuttosto valida.

 

Non sia mai che io, proprietaria del blog, non volessi augurarvi un Felice o, nelle sue varianti, Buono, Sereno, Gioioso, Tranquillo, Onesto, Irreprensibile Anno Nuovo, ma nei miei auspici di un Buon Natale erano compresi tutti i festeggiamenti che vanno dal 25 dicembre al 6 gennaio.

 

In questo pacchetto, venivano inoltre inclusi, solo per voi, gli Auguri di un Raggiante addobbamento natalizio, di uno Sfavillante scartamento regali, di un Gaio e Scoppiettante Veglione, e per finire non potevano mancare gli Auguri più sentiti per una ricca e sontuosa calza befanizia.

 

Essendomi io giustificata in modo esaustivo, mi riterrò giustamente sdegnata nel caso in cui la redazione di Splinder osasse avanzare un eventuale richiamo al blog suddetto per non aver rispettato un articolo di cotanta vitale importanza, a cui noi tutti riconosciamo un’innata grandezza morale, un valore etico fondamentale e un’ineccepibile rilevanza sociale.

 

Vorrei inoltre precisare che, prendendo in esame il comma 7 bello dell’articolo 5, non viene assolutamente dimostrata la non validità degli auguri dal 8 al 25 gennaio (discorso a parte meritano compleanni e/o onomastici e/o feste patronali i cui auguri, secondo l’articolo 11, hanno durata ben più limitata nel tempo e nello spazio. Per battesimi e comunioni, leggere attentamente l’art. 15 -comma non pervenuto al momento della stesura del post-).

 

Detto questo, se proprio vogliamo mettere la gambetta sulla O, avrei potuto buttare lì un Giocondo 2009 anche in data odierna, ma non l’ho fatto perché avevo, appunto, inglobato tutto nel già citato Buon Natale.

 

A chi inoltre, mi ha fatto notare che il comma 2 e 3/4 dell’articolo 5 prevede specificatamente una foto da accompagnare all’augurio dell’anno nuovo, che deve avere come tema 2 coppe di spumante o, in alternativa (previa avvertenza):

  • Numero 2 fuochi d’artificio;
  • Numero 1 cane o 3 gatti con cappello rosso;
  • Numero 1 piatto lenticchie + 2 cotechini;
  • Numero 5 cuori rossi, a scelta 4 stelle beige o un orsacchiotto verde;
  • Numero 1 Johnny Depp;
  • Numero 1 Valeria Marini;

rispondo citando l’importantissimo comma 98 dell’articolo 6, che vieta inoppugnabilmente di accostare gli auguri con foto, immagini, citazioni, canzoni, frasi e sproloqui di Anna Tatangelo: «Solo in questo caso estremo, l’autore indignato, facendo riferimento al comma 56 dell’art. 23 dei Diritti del Blogger e del Lettore che sancisce le libertà di sciopero, di espressione e di autocommiserazione, può esimersi dal pubblicare immagini di accompagnamento all’augurio».

 

Ora, con la mia coscienza pulitissima e luccicante, rispetto la parte del comma 67 (che inizia con “Per oggi…” continua con “…hai scritto…” e finisce con “…troppe sciocchezze”) dell’art. 8 del Varie ed Eventuali, e vi saluto, rispettando l’art. 83 che dal giovedì sera al sabato mattina mi obbliga ad augurarvi un Simpatico Fine Settimana (immagine non obbligatoria, vedi comma 56 e 1/2 dell’art. 23 dell’apocrifo Diritti e Doveri del Blogger Fan di Tatangelo Anna).

 

Divertitevi!

ferragosto

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