Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

Archivio per la categoria “Uncategorized”

Ode all’ombrellone

A strisce rosse, bianche o viola
o in tinta unita come le lenzuola,
ma poco importa il tuo aspetto esteriore
di fronte a un’ondata di calore.

Non temere il vento, il nemico più sgradito,
il rischio di planar in alto si è ora affievolito
da quando ho deciso di legarti con l’acciaio,
alla mia vecchia e sbilenca sdraio.

Purtroppo l’imprevisto è lì che ci aspetta
l’ombra si sposta, va via troppo in fretta.
E il mio infradito al sole è rimasto
se ci metti su un piede abbiam l’antipasto.

Oh caro amico delle mie calde giornate,
ancora qualche tempo e non sarà più estate,
il tuo angolo in garage con impazienza aspetta
che tu possa tornar a far la bella statuetta.

Ma quanti ricordi conserverò di questi momenti,
la borsa frigo che si scalda e il panino tra i denti,
tu hai vegliato il mio dormire, mi hai dato protezione
nel sogno ci sei tu, amico mio ombrellone.

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Un’ungherese a febbraio

Lo dico subito. A me il Carnevale non piace.

– Oh, ma guarda che bello quel carro!- No, non mi piace.
– Eh, ma quel vestito è troppo originale. – No, non mi piace.
– Ah, è proprio simpatico quel clown. – No, non mi piace.

Ebbene, per colpa dell’Ungheria io odio il Carnevale.
Ecco un’altra prova che inchioda l’autrice di questo blog. E’ una pazza.
Lo so che state pensando questo, vi ho capiti miei cari inesistenti lettori, ma vi state sbagliando perchè esiste un legame profondo tra l’Ungheria e il mio Carnevale, e se avrete la pazienza di leggermi, capirete presto.

Erano gli anni della caduta del muro di Berlino, del crollo dell’Unione Sovietica, del faccione di Gorbaciov e di quella strana macchia sulla fronte che ci colpiva molto e attirava la nostra attenzione quando parlava alla tv.
Non so bene se tutto ciò fosse legato o meno, ma in questo periodo iniziò a comparire in qualche negozio di paese un nuovo vestito di Carnevale: l’abito da Ungheresina.
Gonna lunga a fiori fino ai piedi, bordo spesso azzurro, corpetto nero e bretelle in coordinato, camicia bianca con colletto e, per finire, piccolo cappello tondo con  nastri colorati laterali e campanellini.
Tutto intorno a me giocavano pirati, principesse, moschettieri, fatine, dame e poi c’ero io, a tenere alta la bandiera dell’indipendenza ungherese.
– Da che cosa sei mascherata? – Da ungheresina.
– Ah. Cos’è, un cartone animato di Bim Bum Bam?
– No.
– Un personaggio di Poochie?
– No.
– E allora?
– E’ l’abito tipico dell’Ungheria, un paese lontano che si trova nell’Europa orientale.
– Ah.

Ora, che vogliate crederci o meno, la risposta era più o meno questa. Perchè se nessun bimbo chiedeva informazioni sull’abito a un moschettiere, a un Cappuccetto Rosso, o a una fatina, un abito da ungheresina era una fonte di mistero, da cui si svisceravano continui Cos’è, Perchè, Dov’é a cui io dovevo moralmente dare una risposta.
Fu così che iniziai a fare una piccola ricerca sul mio abito e divenni in breve tempo l’unica bambina di 7 anni che non solo sapeva cos’era l’Ungheria, ma ti spiegava persino da che parte del mondo stava.
Non so se capite l’importanza simbolica del mio vestito: io ho contribuito a far conoscere  il lontano Paese dell’Est alla mia generazione, visto che fui praticamente costretta ad indossare l’abito per tutto il corso delle elementari.
I miei genitori, poco avvezzi al Carnevale, ritenevano sbagliato spendere dei soldi per questa festa che sì, era divertente, ma durava bene o male 2 giorni. Molto meglio ritoccarlo, sistemare di qui allargare di là, la gonna lunga fino ai piedi si accorciò fino a metà gamba, con il jeans bene in vista.
Finite le elementari, il vestito ritornò nella sua scatola e io che a febbraio diventavo per qualche giorno l’ambasciatrice dell’Ungheria, decisi che nessun altro vestito avrebbe mai potuto prendere il suo posto.
Il Carnevale da quel momento iniziò ad apparirmi vuoto, senza più significato, aveva perso tutta la sua attrattiva.
Questa freddezza continua ancora oggi, ma durante le sfilate delle maschere, ogni tanto mi vien da pensare se esista ancora una bimba un po’ più curiosa delle altre, che abbia deciso di abbandonare l’abito delle Winx per uno di un paese mai sentito prima.
..

Vittime delle Fosse Ardeatine

Conosciamo tutti, o almeno dovremmo, il terribile eccidio delle Fosse Ardeatine.

Meno note, o in certi casi sconosciute, sono le storie personali delle vittime della strage, le accuse che portarono all’arresto, il loro contributo alla lotta antifascista. A parte qualche eccezione, il percorso di vita di questi martiri non è stato ancora ricostruito del tutto.

Tra le 335 vittime dell’eccedio compiuto il 24 marzo 1944, sono presenti anche nove ragazzi sardi.
Grazie a internet sono riuscita a scovare qualche informazione sulla vita dei miei corregionali condotti al massacro da assassini senza scrupoli. Di alcuni si hanno più dettagli, di altri meno, perchè la tendenza è sempre stata quella di leggere il fatto generale senza soffermarsi sull’individuo, facendo così annebbiare i ricordi sull’uomo. Chi erano questi ragazzi? Cosa facevano? Da dove venivano? La morte di massa altro non è che la morte dei singoli, e anche come tali, questi martiri, andrebbero ricordati.
Ecco le vittime sarde:

  • Salvatore Canalis nato a Tula nel 1908, professore di latino e greco;
  • Pasquale Cocco nato a Sedilo nel 1920, sergente pilota;
  • Gavino Luna nato a Padria nel 1895, poeta-cantore;
  • Candido Manca nato a Dolianova nel 1907, brigadiere dei Regi Carabinieri;
  • Giuseppe Medas nato a Narbolia nel 1908, avvocato;
  • Sisinnio Mocci nato a Villacidro nel 1903, operaio, appartenente al PCI;
  • Agostino Napoleone nato a Cagliari nel 1918, sottotenente di vascello;
  • Ignazio Piras nato a Illorai nel 1879, contadino, legato al movimento comunista;
  • Gerardo Sergi nato a Portoscuso nel 1918, brigadiere dei Regi Carabinieri.

Salvatore Canalis, 36 anni, professore di lettere, si rifiutò di aderire al governo repubblichino per poter continuare ad insegnare. Già militante del Partito d’Azione, dopo aver risposto ai fascisti “Meglio la morte che aderire a questo governo” venne arrestato dalla famosa Banda Koch (reparto specializzato in torture) il 14 marzo 1944. Torturato e accusato di connivenza con i partigiani, detenuto prima a San Gregorio al Celio e poi a Regina Coeli, non rivelò i nomi dei suoi compagni. Fu 39mo dei cinquanta della lista di italiani che i nazisti avevano richiesto al questore Caruso per essere trucidati alle Cave Ardeatine.

Pasquale Cocco, 24 anni, sergente pilota a Foligno, dopo l’occupazione dell’aeroporto si rifiutò di collaborare con i tedeschi e tentò di ritornare in Sardegna. Ciò si rivelò impossibile, tantissimi erano i sardi allo sbando che affollavano Civitavecchia e il Lazio per tentare di imbarcarsi per l’isola. Da questo momento la famiglia perse i contatti con Pasquale; si sa per certo che venne ospitato da una famiglia sarda a Tivoli e divenne amico di Gavino Luna, un’altra vittima dell’eccidio. Sospettato di appoggiare la lotta clandestina venne arrestato probabilmente a febbraio finendo nella cella numero 5 della prigione di Via Tasso.

Gavino Luna, 49 anni, iscritto nei registri delle vittime col nome di Cavino Luna, era stato un combattente nella Grande Guerra e prestava servizio di ufficiale postelegrafonico in Sardegna. Rifiutato il tesseramento al Partito Fascista, venne trasferito dapprima all’Aquila e infine a Roma. Nonostante fosse inquadrato nel Battaglione Volontari di Sardegna “Giovanni Maria Angioj”, formazione della Repubblica Sociale Italiana, collaborò con la resistenza romana e venne recluso nelle prigioni di Via Tasso dalle SS il 26 febbraio 1944 con l’accusa di appartenere al Comitato di Liberazione Nazionale e di aver effettuato atti di sabotaggio nei confronti delle truppe di occupazione tedesca.
Gavino Luna è stato uno dei massimi rappresentanti del canto sardo a chitarra. Compositore e poeta si esibì di fronte al re Vittorio Emanuele III, raggiungendo grande notorietà negli anni Trenta grazie alla pubblicazione di diversi dischi con una nota casa discografica milanese.

Candido Manca, 37 anni, l’8 settembre 1943 si trovava a Roma come brigadiere dei Regi Carabinieri. Riuscito a fuggire mentre i tedeschi iniziavano l’occupazione delle caserme, entrò nella banda partigiana Caruso partecipando a numerose azioni militari contro l’occupante. Arrestato dalla Gestapo il 10 dicembre 1943, finì nella prigione di Via Tasso assieme a due compagni. Torturato, non diede nessuna informazione e venne ucciso nelle Fosse Ardeatine tre mesi dopo la cattura.

Giuseppe Medas, 36 anni, intellettuale e antifascista, dopo la laurea in legge a Roma decise di rimanere nella Capitale. Aderì al gruppo romano di Giustizia e Libertà e, dopo la caduta di Mussolini, entrò nel Partito d’Azione. Il 3 marzo 1944 andò a casa dell’amico Donato Bendicenti proprio mentre i tedeschi lo stavano prelevando e subì la stessa sorte, finendo a Regina Coeli. Non gli fu contestato nessun illecito ma i tedeschi non lo scarcerarono e finì nella lista dei condannati a morte.

Sisinnio Mocci, 41 anni, operaio, comunista e militante del PCI, emigrò prima in Francia, poi in Argentina e nell’ex URSS dove volle conoscere la realtà socialista. Partecipò alla Rivoluzione Spagnola nelle Brigate Internazionali, arrestato venne deportato nel famigerato campo francese di Vernet e poi a Ventotene. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla resistenza romana come comandante di una formazione partigiana e, ricercato, si nascose nella villa romana del regista Luchino Visconti in qualità di finto maggiordomo. Venne catturato dalla Banda Koch il 28 febbraio 1944, fu torturato e in seguito fucilato nelle Fosse Ardeatine.

Agostino Napoleone, 26 anni, si diploma all’istituto Nautico di Cagliari, nel 1939 è ammesso a frequentare il corso Allievi Ufficiale di Complemento e, come sottotenente di vascello è imbarcato sulla Regia Torpediniera “Polluce” fino al 4 settembre 1942, giorno in cui venne affondata da un siluro. Dopo l’8 settembre si diresse a Voltri dove partecipò a uno scontro a fuoco contro i tedeschi che stavano bloccando gli accessi ai porti liguri. Unitosi ad altri colleghi si recò a Roma e collaborò con il Fronte Clandestino di Resistenza della Marina. Il 19 marzo 1944 venne arrestato dalle SS e rinchiuso nelle carceri di Via Tasso per essere interrogato e torturato.

Ignazio Piras, 65 anni, probabilmente faceva parte della Banda Partigiana Maroncelli che operava nel Lazio. Il suo nome di battaglia era Antonio.

Gerardo Sergi, 26 anni, aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, impegnato nella campagna di Grecia. Rientrato in Italia era stato assegnato, a Roma, al Battaglione Carabinieri. Dopo l’8 settembre 1943 era riuscito a sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi e si era impegnato nel Fronte della resistenza militare, attivo nella Capitale. Caduto nelle mani dei nazifascisti fu sottoposto a tortura, condotto nelle carceri di Via Tasso e fucilato alle Fosse Ardeatine.

Nella speranza che il ricordo del loro sacrificio rimanga vivo per sempre.

Habemus Papam Francesco

Già ci piace!

Ricordi s’impossessano della mia mente

Ogni volta che passano Gianni Morandi in tv, mi viene in mente la sua collaborazione con gli Elii…

Fossi figo frequenterei il locale giusto,
fossi figo conoscerei la gente giusta
fossi figo indosserei vestiti trendy,
certe volte son dei capi orrendi
che a nessuno li rivendi.

Fossi figo tutti i giorni sarei in palestra
fossi figo starei ignudo alla finestra
fossi figo sarei il principe dell’adduttore,
sarei il re dell’addominale,
sarei il re della finestra,
ammirerebbero i miei capelli,
si, sono finti ma comunque sono molto belli

quelli veri son volati via col vento
e anche la foto sul documento
non mi rassomiglia più.
Capelli, capelli sono andati via
e non torneranno mai,
in piazza li rimpiazzo
con un prodigio della tecnica
frutto di ricerche e sperimentazioni
che ci aiutano nel look.

Fossi figo guiderei una grande jeep
fino in disco, attesissimo in zona V.I.P.
il mio nome sarebbe sempre incluso nella lista
non dico proprio il primo della lista
ma neanche l’ultimo degli stronzi.

Cubista, cubista
come balli tu
io non ho ballato mai
ti guardo, tu mi guardi
e si scatena nel mio corpo
quella strana sensazione
che noi giovani chiamiamo…

Forse non sono figo, forse no,
ma sono bello dentro,
Voi stranamente mi vivete come un solitario
ma a me piace stare con la gente.
Io, per piacervi,
mi epilerei per tutto il santo giorno
come le balle di un attore porno.

Auguri!

  

Un sincero augurio di Buon Natale a tutti voi

notspeakinginmyname

Sono tantissimi gli italiani che hanno scelto di «chiedere scusa» agli americani, e non solo a loro, per la recente battuta di Berlusconi su Obama “è bello, giovane e abbronzato”. Una frase che ha provocato polemiche politiche e che è rimbalzata anche oltreoceano causando pure un battibecco tra il premier e un reporter Usa.

NON IN MIO NOME – E così, tra le molte risposte spuntate qua e là in Rete negli ultimi giorni, è nato un sito notspeakinginmyname che raccoglie le foto degli italiani «indignati» contro il presidente del Consiglio. Ciascuno si è fatto fotografare reggendo tra le mani un semplice foglio di carta con la scritta «I’m italian and prime minister Silvio Berlusconi is not speaking in my name» e poi ha spedito l’immagine in Rete, con tanto di firma.

 -Corriere della Sera-

Auguri

Buona Pasqua!

Si apre il sipario

È da un po’ di tempo che avevo in mente di aprire un blog tutto mio, ma vari motivi mi frenavano:

Che cavolo dovrei scriverci?

Chi è il pazzo che dovrebbe perdere del tempo a leggere i miei pensieri?

Non sarà un altro diversivo che farà rallentare la mia penosa carriera universitaria?

Però mi piace scrivere, e tanto.. E le idee non mi mancherebbero..

Magari non passerà mai nessuno in questo blog, ma non importerebbe..

L’università non andava molto bene già da prima, dunque il mio scrivere non peggiorerebbe la cosa..

Sì, un bel chissenefrega a tutti i miei dubbi e decido di aprire il mio blog. Il sottotitolo è preso in prestito dagli Afterhours, spero non se ne abbiano a male. Racchiude perfettamente la mia condizione attuale e non potevo non sfruttarlo. Resta sottointeso che Manuel può prendere tranquillamente in prestito qualche stralcio dei miei post, ha tutta la mia approvazione.

Un ringraziamento particolare a chi vorrà, e avrà voglia di seguire questo mio folle progetto! Thanks!

 

Non si scrive perché si ha qualcosa da dire
Ma perché si ha “voglia” di dire qualcosa.

Emile M. Cioran

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