L’esser sardi…

Nella facciata del Consiglio Regionale sventolano come ogni giorno le tre bandiere simbolo: la bandiera dei Quattro Mori, il Tricolore e quella dell’Unione Europea. Sarebbe tutto nella norma se fosse anche oggi un giorno comune, ma non è così, oggi arriva in città il Presidente Napolitano e questa normalità non è consentita. Mentre la gente si accalca lungo la strada principale in attesa del corteo di Napolitano, ecco che dal Consiglio Regionale viene levata la bandiera dei Quattro Mori per far posto allo stendardo Presidenziale. Mai questa fu cosa così sgradita: proteste, urla, fischi si levano dai manifestanti che richiedono ad alta voce che la bandiera riprenda il suo posto, qualcuno con in mano i Quattro Mori corre verso il Consiglio Regionale, la tensione sale. Poco dopo nel palazzo ricompare timidamente il vessillo.

Gli animi si placano, la lezione è chiara: il simbolo dei sardi non si tocca, per nessuna ragione.

Ma cos’è tutto questo attaccamento verso una bandiera “minore”? Perché la si porta in giro con tanto orgoglio? Perché la sua popolarità non è comparabile con quella degli altri vessilli regionali?
I Quattro Mori rappresentano la Sardegna. Non uno Stato politico, non una semplice isola, ma nemmeno una regione amministrativa. Incarnano un continente e il suo popolo.
Sì, i Quattro Mori rappresentano un piccolo continente con la propria cultura, le proprie usanze e la propria storia che, con la “perfetta fusione” ha unito il suo destino con quello dell’Italia.

La fusione con il resto della terraferma avvenne il 29 novembre del 1847 su concessione di Carlo Alberto di Savoia, per volere del popolo sardo. Il Regno di Sardegna perse quel giorno la sua piena autonomia e il suo antico parlamento, trasformandosi da Stato composto in Stato unitario, sempre sotto la corona dei Savoia. La Sardegna rinunciava ai suoi privilegi, metteva a disposizione dello Stato ciò che aveva, e in cambio chiedeva l’estensione all’isola dello Statuto adattandolo alle particolarità locali, parità di trattamento, diffusione della cultura, miglioramento delle condizioni di vita.

Curioso il fatto che, mentre il 29 novembre, giorno della fusione, oggi non rappresenti più nulla, il 28 aprile invece venga celebrata “Sa die de sa Sardigna” per ricordare, pensate un po’, la cacciata dei Piemontesi dall’isola avvenuta nel 1794!

Fu pochissimi anni dopo il 1847 che iniziò a serpeggiare il malcontento tra gli isolani, che non solo non avevano avuto nessun tipo di miglioramento della propria condizione ma addirittura divennero oggetto di scelte scellerate e dannose da parte del governo che non conosceva assolutamente nulla della realtà sarda.
In una società arcaica impreparata ad accogliere il liberismo economico, già prima della fusione vennero imposti dei provvedimenti che miravano a distruggere le antiche consuetudini dell’isola, portando solo povertà, miseria, spaventose carestie e continue rivolte nel popolo sardo.

L’episodio simbolo fu “la legge delle chiudende”, imposta nel 1820, che annullava l’antico uso collettivo della terra a favore della proprietà privata, svantaggiando i contadini ma soprattutto i pastori che così perdevano il diritto al pascolo negli ademprivi. L’allevamento semi-brado caratteristico dell’isola veniva visto come un problema, e come tale era necessario debellarlo. Alla promulgazione della legge seguì dapprima una corsa alla chiusura selvaggia dei campi e un forte malcontento da parte di chi non aveva più terre a disposizione. L’insofferenza sfociò in terribili violenze e disordini contro i beni e le persone soprattutto nelle zone della Barbagia che più di tutte soffrivano la mancanza di terreni liberi per i pascoli. I diseredati finirono col ingrossare le fila dei malviventi dando origine al fenomeno del banditismo sardo. Seguirono arresti e impiccagioni senza regolari processi.

Al crescente malcontento dei sardi per il duro trattamento che veniva loro riservato, il governo rispose promulgando editti contro i banditi, vietando l’utilizzo di armi, imponendo la soluzione della “terra bruciata” come avvenne quando, per colpire un gruppo di latitanti, si diede fuoco a un’intera foresta dell’oristanese. Niente fu fatto per migliorare la grave situazione.
La Sardegna rimase isolata non solo dal resto del Paese ma anche internamente, l’istruzione per lungo tempo rimase praticamente assente, nonostante si chiedesse da più parti di ampliare gli strumenti formativi anche nell’isola; fu soggetta a una feroce tassazione fiscale senza avere nessun ritorno economico, le foreste devastate per ricavare il legname da spedire nel resto del Paese, i sardi esclusi dai pubblici impieghi più rilevanti.

Come risposta alle continue richieste del popolo, alla crescente insofferenza nei confronti del nuovo Stato, alla povertà, alla miseria più totale, il governo pensò bene di mitigare gli animi inviando nell’isola quattro cannoni (probabilmente formati con una piccola parte del bronzo dei numerosi cannoni che erano stati prelevati dall’isola poco tempo prima), e battezzando “Sardegna” una corazzata da guerra.
Il governo, ora, aveva l’anima in pace.

E’ da questo momento che si inizia a parlare di questione sarda, di territorio colonizzato, di indipendenza. Già nel 1852 (solo 5 anni dopo la fusione) gli studiosi sardi prendevano in esame la situazione della Corsica, dell’Irlanda e persino degli indiani d’America confrontandola con la realtà sarda.
Vari furono gli appelli degli intellettuali al popolo sardo, affinché l’intera isola dimostrasse di avere una dignità, la forza di farsi rispettare, in modo che l’urlo di un intero popolo abbandonato arrivasse all’orecchio del governante.
La questione ha finito col riguardare anche il principio della libertà e dell’uguaglianza e il diritto di manovrare le sorti della propria terra, visto che chi aveva avuto il compito non si era dimostrato all’altezza. Così si è sempre sentita l’isola, completamente abbandonata al suo destino, una terra alla deriva, lontana e per lungo tempo sconosciuta e ignorata, con pochi punti in comune con il resto del Paese. Ma la fierezza di essere sardi, il senso di apparenza del popolo verso la sua isola accresceva sempre più, e con essa anche l’attaccamento alla sua bandiera.

Anche con il Regno d’Italia la condizione dei sardi non mutava, anzi, il razzismo nei loro confronti dilagava ed ebbe il suo culmine con i fatti di Itri, nel 1911. A costruire le linee ferroviarie che collegavano Roma e Napoli, tra i tanti operai di varie regioni vi era anche un nutrito gruppo di sardi che, a differenza degli altri, era molto sindacalizzato avendo partecipato alle rivolte salariali di Buggerru che scaturirono poi nell’intervento dell’esercito (provocando diverse vittime e il conseguente primo sciopero nazionale italiano). Avere operai sardi risultava molto vantaggioso: il loro salario era inferiore rispetto a quello degli altri operai italiani e lavoravano sodo. Gli abitanti di Itri, fomentati dai pregiudizi esistenti in tutto il Paese, e dalla stessa Camorra, iniziarono ad avere veri e propri atteggiamenti razzisti nei confronti dei “Sardegnoli” che sfociarono in atti ancora più gravi.
A differenza degli altri operai che pagavano regolarmente il pizzo, i sardi rifiutarono l’imposizione mafiosa e, per paura che l’atteggiamento fosse imitato dagli altri operai, la Camorra e gli itrani iniziarono quella che venne definita la caccia ai sardi.
Al grido “morte ai Sardegnoli”, il 12 e 13 luglio gli operai furono vittime della violenza da parte di centinaia di itrani armati, con le autorità che sparavano ai sardi in fuga e in cerca di riparo nelle campagne circostanti. Quando, il giorno seguente, gli operai rientrarono in paese per raccogliere le spoglie dei colleghi trucidati, la folla assaltò nuovamente i lavoratori sardi, provocando ulteriori vittime. Il numero esatto dei morti non si seppe mai con certezza perché molti corpi vennero nascosti dagli stessi itrani, ma al momento si contarono una decina di vittime, una sessantina di feriti (alcuni moriranno successivamente) e diversi operai torturati.
Al processo tutti gli imputati vennero assolti, i latitanti non vennero mai scovati, mentre sì, molti sardi vennero arrestati…! Nei giornali nazionali l’accaduto non ebbe risalto, e poco dopo l’orrore era già dimenticato.

Sarà la Prima guerra mondiale ad affievolire il clima razzista nei confronti dei sardi che si sentiranno finalmente accettati dall’Italia. Il prezzo di questa conquista sarà però molto alto. La Brigata Sassari , costituita nel 1915 e composta in questi anni esclusivamente da uomini sardi, verrà definita la migliore unità dell’intero esercito italiano, lasciando sul campo il più alto numero di vittime tra i reparti.
Sacrifici che valsero 6 Ordini Militari di Savoia, 9 medaglie d’oro, 405 medaglie d’argento, 551 medaglie di bronzo, e due Medaglie d’oro al valor militare per ognuno dei due reggimenti.
La Sardegna, solo ora, entrava ufficiosamente in Italia e lo faceva piangendo i suoi caduti e stringendo tra le mani la sua bandiera insanguinata. Ma il clima razzista stentava a scomparire.

E’ ancora intorno agli anni Sessanta che, per bocca di certi professori, si parla di gruppo etnico sardo, “razza arcaica paleosarda”, ponendo in rilievo l’ambiente che avrebbe ostacolato la naturale evoluzione dei caratteri somatici, soprattutto della statura, provocando “un vero immiserimento del tipo umano”, si legge in alcuni testi.

Come al solito, ci vorrà il calcio a stemperare gli animi, e la Sardegna entrerà a pieno titolo tra le grandi del pallone grazie allo scudetto del Cagliari conquistato nel 1970.
Ai più la questione potrà sembrare una leggera virata dal tema, ma così non è.
Lo scudetto infatti, contribuì enormemente ad attenuare gli stereotipi che legavano l’isola alla figura dei pastori rozzi e incivili, dei banditi sanguinari, dell’isola selvaggia e inospitale. Il calcio è cultura popolare, e come tale ha avuto un grande contributo nel far conoscere la Sardegna al popolo italiano, seppur scrutandola dietro a un pallone di calcio o alle moviole in tv.
E la stessa figura di Gigi Riva, che decideva di stabilire la sua residenza nell’isola sordo ai richiami del denaro, appariva quasi una sfida: dalla Sardegna si scappava, si emigrava e basta, perché un calciatore così importante decideva di stare in un posto abbandonato da Dio? Sarà lui a spiegarlo abilmente, e ancor oggi ricorda la rabbia che provava a ogni trasferta, quando in ogni campo da calcio le ingiurie contro i sardi, pastori e banditi, non mancavano mai. Ma poco importava: ad ogni partita i tifosi sardi c’erano sempre ad incitare la loro squadra, arrivavano da ogni parte d’Italia, immancabilmente con i Quattro Mori da sventolare con orgoglio, rivendicando la propria identità.

E si potrebbe continuare ad oltranza descrivendo la diffidenza di chi questo popolo proprio non riesce a capirlo. Come quando, intorno agli anni Ottanta, vennero schedati tutti gli immigrati sardi presenti nell’Italia centrale con l’obiettivo di debellare la criminalità, o ancora, quando in Germania un sardo condannato per stupro ottenne un’attenuante perché “il quadro dell’uomo e della donna nella sua patria doveva essere considerato come attenuante”, tralasciando il fatto che, al contrario, la società sarda si basa su una cultura matriarcale.

Passano gli anni, i secoli, ma l’identità sarda è sempre presente, l’orgoglio, la fierezza di appartenere a questa meravigliosa terra non è da riscontrarsi solo come reazione collettiva verso chi ci vedeva, e ci vede tuttora come una comunità arcaica e primitiva, secondaria oserei dire, ma è stata indubbiamente una forza ulteriore verso il radicamento alla nostra terra. L’isolamento non è stato geografico quanto, piuttosto, umano.

Sardegna “granaio, miniera, serbatoio di carne da macello per l’Italia da farsi” dice Marcello Fois, colonia dell’Italia si continua a mormorare. L’indipendentismo è un pensiero celato ma sempre presente nell’animo sardo, a volte viene urlato, a volte lo si nasconde quasi intimoriti, ma è sempre lì, immobile, vigile e attento. Poco ha a che fare con quei partiti che si reputano tali, più folcloristici e pittoreschi che concreti e autorevoli, abili creatori di slogan e stereotipi ma inefficienti ideatori di programmi seri e ragionevoli, che vengono relegati ai margini del voto politico. Ed è giusto così per il momento. L’indipendentismo deve formarsi dal basso, il popolo sardo dovrebbe interrogarsi sulla questione, capirla per poter capire se, in futuro si potrà mai diventare i reali padroni dell’amata Sardegna. Era difficile prima, è ancor più difficile oggi, l’Unione Europea ci mette di fronte ad un mondo che non cerca indipendenza quanto, piuttosto unità, ma è sempre l’Europa che si dimostra abile esempio di come anche la centralità del potere è tutt’altro che semplice. Uno Stato esteso non è sinonimo di forza, così come uno piccino non lo è di debolezza.

Tra tutti questi interrogativi, l’unica certezza rimane la nostra bandiera, simbolo di un popolo fiero, fedele alla sua Patria, qualunque essa sia, ma ancor più legato alla sua isola magica. E che sventoli libera affianco al vessillo presidenziale, siamo italiani ma prima di tutto sardi.

Il simbolo della Sardegna non si tocca, per nessuna ragione.

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A Splinder

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Caro piccolo vecchio Splinder, mi mancherai…

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Quali sono state le tue colpe? Perchè questo fuggi fuggi?
Non ci hai trattato bene? Ti sei reso antipatico? Magari poco attraente? Ti sei montato la testa?

O forse la colpa è sola nostra, troppo attenti ad andar dietro alle ultime novità della rete e troppo veloci a dimenticare le vecchie. Migliaia di formichine addestrate che rincorrono freneticamente la nuova moda del momento e tu lì, in un angolo, agonizzante, senza più idee, senza più stimoli… moribondo.
 
Mi spiace di aver contribuito a questo sfacelo, abbandonandoti alle maree, alle correnti, mentre una vocina mi diceva torna a bordo, torna a bordo, cazzo. Ma il buio della mia mente mi impediva di farlo.
Io però ci sono sempre stata. Osservandoti da lontano, seduta su uno scoglio sono stata una testimone del tuo lento e triste supplizio.
 
Sono scivolata, Splinder, mi sono ritrovata, senza volerlo, lontana da te e ora sono qui a scriverti una lettera d’addio.
Mi hai permesso di rendere pubbliche le mie parole, hai accolto le mie stravaganze, le mie riflessioni; ho potuto dar sfogo alla mia passione per la scrittura, mi hai traghettato verso altri mondi, altri pensieri, altre concezioni di vita.
Mi mancherai, accidenti.

Grazie di tutto, Splinder, grazie di cuore!

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In un giorno di maggio a Trieste

Trieste

 

Una strada trafficata, le barche ancorate nel golfo, un bianco castello che riflette le sue forme sull’acqua e lo stereo che passa Riprendere Berlino degli Afterhours.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata perfetta, ma forse lo è comunque.

Dal finestrino passano veloci le immagini di questa città, caotica, rumorosa, rassicurante, pensierosa, leggera. Parrebbe quasi un quadro pennellato con colori intensi e caldi da un pittore legato alla sua passione e alla sua città: se è riuscito a creare quest’opera d’arte doveva amarla sul serio.

Perché più che nei monumenti, alcuni maestosi e alteri, altri sconfortanti e angosciosi, l’aria celestiale di Trieste va cercata nelle tinte concepite dal tramonto: nelle ombre marcate che ricoprono le linee severe dei palazzi di Piazza Unità d’Italia, nelle tonalità candide e rossicce che emergono dalle sue colline, nelle sfumature auree che impreziosiscono il molo, nei toni d’azzurro che dipingono l’Adriatico.

Per noi sardi non è un paesaggio certamente nuovo; anche qui il mare così familiare, le colline costellate da macchie di colore, il porto baciato dal sole, ma è l’atmosfera che è differente.

Dopotutto Trieste è la porta tra Oriente e Occidente, è il punto di ritrovo di tante culture diverse, nessuna delle quali, per tanto tempo, a casa propria. Soffermiamo il pensiero sugli italiani, e li rivediamo con lo sguardo rosso di passione verso l’Italia, verso quella Patria così agognata, vicina ma tremendamente lontana. Poi osserviamo i tedeschi, e li ricordiamo con lo sguardo orgoglioso verso il verde nord, con il pensiero volto alle germaniche terre; o ancora gli sloveni, con gli occhi sognanti rivolti a est, in cerca di una futura patria dorata. Sì, Trieste è stata terra di speranza. Speranza anche per chi, grondante di lacrime scure, ha visto una risiera diventar simbolo di dolore, ha maledetto quei piccoli mattoncini rossi, ha temuto quelle lugubri celle di morte ed è stato poi assorbito in quei lunghi steli che oggi incanalano l’anima del visitatore verso un atroce passato.

Tanti sguardi, tanti occhi, tante speranze così diverse racchiuse tra le tinte forti di questa città.

E si comprende allora che l’agognata Trieste, sacrificata in un piccolo angolo di terra al confine o forse, incastonata al centro dell’immenso continente europeo, in realtà non è mai stata di nessuno perché è sempre stata di tutti.

Di questi ragazzi, che affollano i tavolini della deliziosa piazza Unità d’Italia, sorseggiando l’aperitivo in attesa della notte. Ed è anche di coloro che, davvero numerosi, portano a spasso il cagnolino tra i vicoli della città, sempre abbigliati in modo impeccabile. E’ di questi signori che passeggiano sul molo, di quelle ragazze che si soffermano a leggere un libro di Svevo, di Joyce o di Saba, è di questo bimbo con in mano l’ultima saga di Harry Potter, è di colui che mi ha appena svelato che il caffè triestino è il più buono che esista.

E permettetemi, è pure un po’ mia, che oggi l’ho visitata per la seconda volta e l’ho amata ancora di più.

Risalgo in macchina, la strada è sempre più trafficata, qualche barca ha preso il largo, il castello di Miramare è ancora più bello, la radio passa Bye Bye Bombay degli After.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata imperfetta. Va bene così.

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Gita a Orgosolo

All

Quando nel 1969 i Dioniso, un gruppo di anarchici milanesi, giunsero a Orgosolo, Mesina girava le prigioni di mezza Italia escogitando nuove evasioni, le faide insanguinavano le strade del Supramonte, i banditi non si sapeva più come contarli, l’anonima sarda diventava un marchio e i muri del paese erano ancora dormienti e silenziosi.

 

Di fronte ai loro occhi solo un’immensa distesa di foreste selvagge, di terra sassosa e dura, intrisa di mistero e di fascino, di riti magici e pagani, di forza e onore, di leggende e di paura.

 

Ma era il 1969 questo, e quindi anche l’anno della rivolta di Pratobello.

Sulle pareti grigie, che stavano per svegliarsi bruscamente dalla sonnolenza, in un giorno di maggio comparirono degli oscuri manifesti che imponevano a pastori e contadini di abbandonare la zona di Pratobello per permettere la creazione di un poligono militare.

Ma potevano, gli abitanti della Barbagia, battezzati barbari dai romani proprio perché impossibili da sconfiggere, lasciarsi manipolare dall’arroganza di un pezzo di carta straccia?

La risposta stava tutta nelle parole di quei 3500 orgolesi, uomini, donne e bambini di ogni età, che per diverso tempo occuparono la zona e riuscirono a spiegare le proprie ragioni ai giovani militari, che dovettero così abbandonare l’immagine stereotipata di un paese spietato, sanguinario e pericoloso.

La rivolta di Pratobello fu infatti pacifica, nessuna azione di violenza venne registrata in quei giorni.

L’Esercito Italiano, dopo due mesi fu costretto ad abbandonare il progetto.

Il popolo di Orgosolo aveva vinto, e da questo successo nacque una canzone, che tradotta in italiano dice più o meno così:

 

Pratobello     

 

Orgosolo come terra di banditi

Fino a ieri da tutti eri conosciuta

Ma oggi a Pratobello tutti uniti

I tuoi figli scesi sono in lotta

Contro l’invasione militare

Che lì stava facendo lotta

 

Invece di trattori per arare

Arrivano carri armati e cannoni

E truppe da macello da addestrare

Mandati dai soliti buffoni

Che vogliono che rinasca la Barbagia

Con parchi per mufloni e cinghiali

 

Dicono pure che la gente è malvagia

Che vive di furti e ricatti

Nelle montagne infide e selvagge

 

Per far finire questi cattivi fatti

E dare alla Sardegna altra via

Questi buffoni decidono compatti

Di mandare ancora polizia

 

I contadini e i pastori

E tutta quanta la gente affamata

Aspettavano concimi e trattori

Per avere più latte e più pane

Invece tutto hanno dato ai signori

A Rovelli, Moratti e all’Aga Khan

 

Poverino e misero l’agnello

Che aspetta il latte dalla volpe:

che di lui poi si riempie il boccone

 

Orgosolo fiera e coraggiosa

Tutta quanta la popolazione

Tutto questo ha capito e minacciosa

Si arma di bastone per scacciare

Quelle truppe fasciste e odiose

Che sono costrette a tornare indietro

Lasciando le montagne e le pianure

Attraversando di nuovo il mare

 

Non come banditi ma come partigiani

Hanno dimostrato ai capitalisti

Che solo col bastone e con le mani

Orgosolo scaccia i fascisti

Orgosolo scaccia i fascisti

 

Parti di questo testo verranno poi riprese per arricchire diversi murales, che proprio dal 1969 inizieranno ad animare i muri della cittadina sarda.

I primi dipinti furono firmati dal gruppo Dioniso, ma è nel 1975 che comincia la fase più prolifica grazie alle idee di Francesco Del Casino, insegnante di educazione artistica che assieme ai suoi studenti tratteggiò sui muri delle case di Orgosolo le idee politiche di quegli anni, le problematiche della Sardegna, le espressioni di denuncia sociale sia a livello locale che a livello internazionale, e tanti altri artisti si aggiunsero negli anni.

Col tempo i muri del paese hanno smesso di bisbigliare e la loro voce si è fatta sempre più forte, accompagnata dalla ricchezza dei colori, dall’unicità delle immagini e dalle verità sentenziate da semplici calligrafie.

Oggi si possono contare circa 350 murales sparsi per tutte le vie, alcuni, quelli più recenti, hanno lo stile trompe-l’oeil, molti ripercorrono quello cubista, ma tutti rappresentano l’espressione ribelle del popolo barbaricino contro le ingiustizie del sistema, le lunghe lotte ideologiche contrarie all’omologazione del popolo sardo, i malesseri, le speranze, i problemi di un’intera comunità mai soggiogata dal potere.

Un libro a cielo aperto ci spiegherà il golpe in Cile, Chaplin con gli abiti da soldato prenderà le distanze dalla guerra, ci sarà spazio per un po’ di pubblicità, con la scritta Coca Cola sostituita da quella di Orgo-Solo, ripercorreremo le vicende di Pratobello, ricorderemo i partigiani morti in guerra e scopriremo la durezza della vita da pastore.

Un abitante semi nascosto da una pietra ci esaminerà attento prima di entrare in paese, con il popolo sardo chiederemo la rinascita dal muro del vecchio municipio, realmente crivellato da colpi di fucile, assisteremo alla mattanza dei latitanti, prenderemo posizione sulle servitù militari, voleremo nell’America dell’11 settembre, ci uniremo alla lotta per l’emancipazione e la parità dei diritti, faremo sosta a Gaza e poco dopo leggeremo le didascalie con Gino Strada e Einstein, le parole di Gramsci e di Emilio Lussu, mentre una cartina della Sardegna ci ricorderà che in realtà non ci siamo mai spostati da Orgosolo… 

 

Sì, Orgosolo… ancora sinonimo pregiudiziale di banditi e rapitori?

O meglio di pastori e ignoranti?

 

No, semplicemente un paese un po’ speciale che custodisce le verità del mondo intero.

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40 anni fa

 

12 aprile 1970

 

CAGLIARI CAMPIONE D’ITALIA

 

 

 

CAGLIARI-BARI 2-0 (1-0)

(Cagliari, 12 aprile 1970)

Cagliari: Albertosi; Martiradonna, Mancin; Cera, Niccolai, Poli; Domenghini, Nenè, Gori, Brugnera, Riva – All.: Scopigno.

Bari: Spalazzi; Loseto, Zuckowski; Diomedi (61’ D’Addosio), Spimi, Muccini; Canè, Fara, Spadetto, Colautti, Pienti – All.: Matteucci.

Arbitro: De Robbio di Torre Annunziata.

Reti: 39’ Riva, 88’ Gori.

 

 

 

“Lo scudetto del Cagliari rappresentò il vero ingresso della Sardegna in Italia. Fu l’evento che sancì l’inserimento definitivo della Sardegna nella storia del costume italiano. Questa regione rappresentava fino agli anni Sessanta un’altra galassia. Per venirci, bisognava prendere l’aereo e gli italiani avevano una paura atavica di questo mezzo di trasporto. La Sardegna aveva bisogno di una grande affermazione e l’ha avuta con il calcio, battendo gli squadroni di Milano e Torino, tradizionalmente le capitali del football italiano. Lo scudetto ha permesso alla Sardegna di liberarsi da antichi complessi di inferiorità ed è stata un’impresa positiva, un evento gioioso. La Sardegna era fino ad allora nota per la brigata “Sassari”, ma le sue vicende furono un massacro”

 

Gianni Brera

 

 

 

“Il Cagliari campione esalta e i sardi e chi gli ha creduto. E’ stato e rimarrà autore di una impresa sportiva che trascende il mero significato di un torneo di calcio pur tanto importante e seguito. Il valore della sua affermazione è almeno doppio rispetto alle precedenti in libro d’oro. Ha vinto superando squadroni famosi da quando calcio è calcio; ha dissolto gli avvilenti tabù del clima mediterraneo, avverso per generale convinzione alle grandi prestazioni atletiche ed al durevole mantenimento della condizione psicofisica, ha smentito ancora la conclamata psicologia degli italiani che si vuole comicamente traumatizzata dai continui viaggi in aereo. Le conseguenze dell’impresa cagliaritana possono veramente incidere sull’evoluzione del costume nazionale, non soltanto per quanto riguarda lo sport. Smentire dei tabù psicologici significa altresì costringere un popolo a rivedere le proprie superstizioni, rettificare dati che si volevano scientifici e non sono, dimensionare certi alibi fin troppo comodi per tutti. Il Cagliari ha potuto tanto giocando a calcio. Né sembra arguibile che tale affermazione venga accolta con il minimo dubbio. Lo sport è indice primario di vita civile”.

 

Gianni Brera

 

 

 

L’isola dei famosi

Non fatevi ingannare dal titolo, nelle prossime righe non si parlerà di reality per criticarne la qualità e tantomeno per tesserne le lodi.

E’ diventata una moda analizzare ogni programma televisivo esistente, ma stavolta starò ben lontana da questa tendenza, in fondo le grandi testate giornalistiche svolgono così bene questo compito…

 

Volevo invece incentrare l’argomento su una persona in particolare, il cui nome è stato più volte accostato al reality di Raidue:

 

E’ giusto che a Graziano Mesina sia data l’opportunità di parteciparvi?

 

Sappiamo tutti che Mesina è stato un bandito, ma la sua “fama” è dovuta più alle evasioni (su 20 tentate, ben 9 riuscite) come quella spettacolare dal carcere di Sassari con lo spagnolo Atienza, e alle lunghe latitanze, che al suo ruolo nei sequestri di persona. E’ stato accusato di un solo omicidio, da giovanissimo vendicò la morte di suo fratello. Il 2 luglio 1992, mentre scontava la sua pena, tornò in Sardegna per un permesso speciale e fece da mediatore nel sequestro Kassam. Il bambino venne liberato pochi giorni dopo.

Graziano Mesina è stato in carcere per quarant’anni e 6 mesi, di cui circa la metà in isolamento.

Nessun altro in Italia, neanche il peggiore dei terroristi, ha pagato un prezzo così alto.

 

Questo appena scritto non è che un riassunto della sua carriera da Balente.

Poi ci sono le piccole curiosità, quelle che forse agli occhi di molti ne fanno un bandito romantico.

Come quando rapì un bimbo per 5 ore e lo rilasciò regalandogli 1000 lire per le caramelle, o quando diede i 60 milioni guadagnati per una famosa intervista durante la latitanza, alla famiglia di un bambino poliomielitico che aveva bisogno di cure.

Una volta rinunciò a un’evasione ormai quasi compiuta solo per non far incolpare un giovane agente di custodia, “Un brav’uomo, non se lo meritava” avrebbe detto poi.

Un’altra volta annunciò al direttore di un carcere di massima sicurezza che sarebbe scappato. Evase il giorno dopo.

O come quando da ragazzino mostrò già il suo lato più audace: promise, in cambio di una sigaretta, di saltare da una roccia ad un’altra. Ci riuscì, ma se avesse sbagliato sarebbe caduto in uno strapiombo di 80 metri. Per nulla.

E le donne di Mesina… Divenne un mito per loro, fino alla fine della carcerazione continuava a ricevere lettere di ammiratrici da tutta Europa. Per una di queste, una ragazza di Vigevano, non rientrò dopo un permesso: li trovarono assieme nell’appartamento della donna.

Si racconta che durante la latitanza, camuffato, giocasse a carte con un maresciallo e che in un’altra occasione riuscì a scappare durante un controllo indossando l’abito femminile tipico di Orgosolo.

In tutta la Sardegna ricordano ancora quando da latitante, Mesina mandò una lettera al giornalista sportivo Gianni Brera per ringraziarlo del sostegno accordato al Cagliari nella stagione in cui conquistò lo scudetto, o quando Gigi Riva riceveva le sue cartoline, che distruggeva immediatamente…

 

Chi era allora Mesina? Sicuramente un bandito che si è macchiato di azioni vergognose.

Nessuno può smentirlo, lo è stato e su questo non ci sono dubbi. Non è stato mai condannato all’ergastolo ma lo ha ricevuto per la somma di tre diverse condanne, 24, 8 e 6  anni, caso unico in Italia.

 

Ma adesso, chi è Mesina? Un uomo libero, un uomo che ha scontato la sua pena, un uomo che, a quanto sembra, si è pentito. Un uomo a cui è stata concessa la grazia dal presidente Ciampi, un uomo che ha ricevuto l’appoggio del grande  Indro Montanelli, uno dei pochi che riuscì a conoscerlo veramente.

 

Perché per capire Mesina bisogna andare oltre la semplice visione del criminale comune, è necessario capirne la vita, quella particolarissima realtà in cui è vissuto, in cui si è plasmato. La Sardegna di quegli anni, la Barbagia in particolare, quella fitta rete di mistero che è parte di quelle terre, la famosa Balentia, l’orgoglio sardo, la diffidenza e la contrarietà all’imposizione del potere estraneo, la terribile legge delle chiudende che venne imposta al popolo e che sradicò le antiche tradizioni, portando solo povertà e rabbia.

Un sistema locale sicuro e collaudato come quello delle terre libere venne completamente sfracellato da una legge estranea che non conosceva la realtà sarda e che compromise irrimediabilmente l’economia della regione. L’unico guadagno fu la povertà.

Basti pensare che il polo industriale di Ottana venne creato proprio per favorire nuovi posti di lavoro in modo da arrestare l’impennata della criminalità e far quindi rinascere l’economia della zona ormai a pezzi.

E da queste imposizioni nacque l’ostilità verso il potere e chiunque lo rappresentasse, verso l’Arma in particolare, verso chi osava governare da  lontano, verso chi non riusciva a capire la realtà e a rispettare il popolo.
E purtroppo questo clima ha finito col creare situazioni assolutamente fuori dalla logica umana.

A Orune, un ragazzo che era stato fermato da un carabiniere per un controllo, il giorno dopo andò a casa dell’agente e lo ammazzò con un colpo in testa. “Mi aveva chiesto i documenti” disse al processo. Mancanza di rispetto, il movente.

Un fatto mostruoso e ingiustificabile.

 

Ma ha forse ragione Cossiga quando dice che i continentali non possono capire i sardi?

Si tratta di culture, civiltà, modi di vita diversi, difficili da comprendere, che il tempo però sta cambiando lentamente, sta avvicinando, con un ex bandito di Orgosolo che vorrebbe addirittura finire in tv…
Ora, tralasciando il fatto che già la partecipazione al reality potrebbe essere un ulteriore punizione, pensate che un ex bandito debba avere questo privilegio? E’ un uomo libero, è vero, ma ha pur sempre un passato poco invidiabile.

 

”Vorrei andare all’Isola dei Famosi. Ho pagato per le mie colpe. Non bastano i quaranta anni e sei mesi di galera che ho scontato? Oggi, in Italia, c’è gente che si è macchiata di orrendi delitti e dopo qualche anno di carcere, puntualmente, appare in televisione. La mia è invece soltanto la storia di un povero Cristo, che da giovane ha imboccato una strada sbagliata, in una terra selvaggia e abbandonata da tutti e che però ha scontato interamente la sua lunga pena, ha ottenuto il perdono delle persone offese e ora vive tranquillo e onestamente . Perchè non potrei partecipare a un reality?

27 ottobre 2009, Graziano Mesina.

 

 

Per saperne di più vi consiglio la lettura del libro:

Sequestro di persona, Pino Scaccia, Editori Riuniti 2000

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C’era una volta…

 

Questa è la storia di un paio di scarpe azzurre, rigorosamente eleganti, che trovammo per caso sullo scaffale di un negozio e che divennero il simbolo concreto delle nostre ansie e preoccupazioni per diverso tempo.

 

Entrammo lì per caso, in un giorno qualunque di un mese qualsiasi, un po’ per curiosare un po’ per commentare e capitò tutto all’ improvviso, senza nessun avvertimento che ci avesse potuto preparare alla stangata.

Ovviamente c’era anche Lei, l’unica che tra di noi acquistasse veramente e si ingraziasse il commesso sempre sorridente, che tra cumuli di vestiti, maglie e gonne riusciva sempre a trovare la taglia giusta senza neanche aver bisogno di cercare più di tanto.

Tutto scorreva come al solito insomma, tra risate e commenti, tra magliette bianche e rosse, pantaloni lunghi e corti, gonne rosa e rosse, e scarpe nere, bianche, marroni e… celesti.

La nostra Lei era riuscita a scovare in mezzo a cataste di capi e calzature un paio di scarpe celesti col tacco alto, orribili quanto basta, pronunciando queste poche ma inquietanti parole: Eccole, saranno simili. Ci staranno proprio bene.”

 

-Così, senza batter ciglio-.

 

Non poteva essere, dai… ognuna di noi cercava negli occhi dell’altra un accenno di ripugnanza, orrore, non fu difficile interpretare le nostre sensazioni e tutte, capita la battuta, esplodemmo in una fragorosa risata tanto da far voltare il commesso che, solitamente, si faceva tranquillamente i cavoli suoi.

Mentre ci davamo pacche sulle spalle, complimentandoci con la Lei per lo scherzetto che voleva farci, prese le scarpette raccapriccianti in mano e accompagnò il gesto con Perché? Sarà celeste!”.

 

-Gelo-.

 

Il sole si oscurò e un vento di Maestrale iniziò a soffiare; in un momento di totale impassibilità Sara iniziò a ripetere filo e per segno una strofa di una mai sentita canzone  del D’Alessio, la radio interruppe “Vertigo” degli U2 e mise “Doppiamente Fragili” della Tatangelo, il commesso iniziò a parlare un italiano scorrevole, riuscendo a scandire la sua prima frase con l’utilizzo di un verbo coniugato, lasciandoci poi gentilmente sole dentro al negozio per cercare anch’egli di superare il trauma fumando una sigaretta. No, anzi, diciamo che c’era il vento e non riuscì neanche ad accenderla, sprecando un’intera scatola di cerini (poteva comunque ricomprarli facilmente, era ormai capito da tutti).

 

-Dunque era vero.-

 

L’attaccamento morboso della nostra Lei verso il suo colore preferito era arrivato davvero a questo punto? Possibile che noi non c’eravamo mai accorte di questa sua propensione pericolosissima verso il celeste? Oddio… i sintomi c’erano tutti.

Stiamo parlando di Lei, dunque non c’è da meravigliarsi, anzi… strano sarebbe stato il contrario.

Dopo aver arricchito metà dei tabacchi della zona, il commesso rientrò in negozio pronunciando il suo primo congiuntivo e noi, con lo sguardo basso e trascinando le gambe abbandonammo quella fonte di perdizione che fu, per un pomeriggio, quel terribile scaffale bianco.

 

Passarono giorni, settimane e mesi e la curiosità mista all’ansia si faceva sempre più insopportabile, le domande non trovavano risposta, gli indizi non si facevano trovare, il vento riprese a soffiare e la paura si fece sempre più concreta, anche perché lo scaffale era rimasto orfano di quelle orribili scarpe celesti.

 

29 marzo 2008.

Arriviamo appena in tempo, prima che tutto sia iniziato.

La nostra Lei è già lì, io sono ancora lontana e un raggio di luce non mi permette di capirne subito il colore, ma qualunque sia, avrà fatto la sua scelta più ragionevole, è giusto così.

I miei occhi iniziano ad abituarsi alla luce più tenue e ora la vedo bene. Inizio a sorridere e non riesco a smettere, eppure dovrei, mi trovo pur sempre in Chiesa!

Non si sarebbe mai piegata alla tradizione, ci avrei scommesso, è una “dolce”, carinissima sposina in rosa.

Noi, le amiche storiche, siamo sedute in banchi diversi, ci cerchiamo con gli sguardi (come al solito) durante tutta la cerimonia, d’altronde la Lei la conosciamo dalle elementari, le avremmo perdonato anche il celeste, il nostro incubo durato quasi un anno, ma alla fine ha risolto la situazione da sola.

Ora gli sposi stanno per uscire dalla Chiesa, tutti gli invitati pronti a lanciare il riso, noi ci mettiamo in prima linea, vogliamo vedere se la nostra Lei prende a urla gli eventuali invitati che esagerassero con i lanci. Non accade nulla, l’emozione l’ha resa più tranquilla.

 

Scende lo scalino all’entrata della piazza, solleva il vestito giusto il tanto per non inciampare, e noi, riusciamo a intravedere le scarpette.

Sono sul beige rosato, le nostre preoccupazioni erano infondate…

 

Fu così che quel paio di indescrivibili scarpe celesti protagoniste dei nostri più malvagi, scellerati e lugubri pensieri uscirono dignitosamente dalla scena e chissà, magari proprio in questo momento, staranno ornando una bella fanciulla che, grazie al cielo, non ci è dato conoscere.

 

E vivemmo tutti noi una bellissima giornata, felici, contenti e… rasserenati.

 

Auguri!

 

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