Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

Archivio per la categoria “storie”

Storiella di Halloween 2.0

Lettura non indicata alle persone sensibili.

fantasmaE’ una notte buia e tempestosa a Ussaramanna, tutti sono rinchiusi in casa a vedere l’ultima puntata di Chi l’ha visto che si preannuncia ricca di colpi di scena. Ma è anche la notte di Halloween questa, e il nostro team di spettri ha da lavorare. Tutto ad un tratto una fitta nebbia avvolge il piccolo paese, inghiottendo case, libri, auto, viaggi e fogli di giornale. Ma Tzia Peppa, completamente assorta dal caso del ragazzone, è poco interessata a ciò che succede fuori.

Qualcuno suona alla porta.
Tzia Peppa si alza controvoglia, cerca le chiavi nella tasca del grembiule e apre. Una musica angosciante si diffonde nella casa, arrivando a coprire la voce di Federica Sciarelli. Il terribile spettro Adalgiso dai lunghi capelli corvini, un tempo conosciuto con il nome di Manuel Agnelli, si presenta davanti a Tzia Peppa, che dimostrando ancora una volta la sua innata ospitalità, lo fa accomodare nella stanza buona. Ma Adalgiso non è venuto fin qui per mangiare i gueffus, non stavolta…

Inizia a cantare con tutta la sua forza, Adalgiso, testi senza un senso apparente, diabolici, maligni, dal significato irreale. Ma Tzia Peppa non ha molto tempo da dedicargli ora, abbassa il volume del microfono, corre di fronte alla tv e abbandona il povero Adalgiso a se stesso. C’è un servizio di Paola Grauso, non può intrattenere l’ospite.

Adalgiso non crede ai suoi occhi. Mai nessuno gli aveva fatto un affronto del genere. Nel lontano 1837 Tziu Luigi era morto di stenti dopo aver sentito la prima strofa di Dea, e Tziu Sebresti era diventato un appassionato di canzoni neomelodiche giapponesi appena gli aveva cantato all’orecchio 1.9.9.6..
Il povero Adalgiso abbandona la casa gonfio di rabbia, ma non prima di aver chiamato in suo aiuto il primo spettro di pura razza italica della storia: Gotino.

Gotino è uno spettrino davvero carino. Fa parte dell’antica casata del marchese Formaggino, tipi che avevano colonizzato l’Etiopia a suon di lenzuola volanti, per dirvi. Fantasma all’apparezza rispettabile, ottimo lavoratore, tasse pagate in anticipo, vacanze sempre e solo a Nord del fiume Po, vuole dare il suo contributo alla serata di terrore.

Il nostro spettro non ha tempo di bussare alla porta, sceglierà un’entrata ad effetto, la stessa che tante vittime ha mietuto in questi anni. Vestito di un lungo lenzuolo nero, moschetto e manganello in mano, muovendosi al passo romano inizia a percorrere tutta la casa con lamenti lancinanti proprio mentre sta partendo il servizio di Pino Rinaldi.
Questo è davvero troppo. Tzia Peppa apre lo scaffale e gli porge lo spray Italicum, usato come trattamento sintomatico di stati infiammatori associati al dolore del tratto oro-faringeo italiano, da usare lontano dai pasti. Gotino rimane impressionato dalla gentilezza di Tzia Peppa, vorrebbe spaventarla almeno un pochino, prova a fare una piccola barricata nell’andito per impedirgli l’accesso al resto della casa, ma l’influenza l’ha debilitato troppo, rinuncia e va via.

gianloreto-carboneTzia Peppa, libera dagli ospiti, può finalmente concedersi l’ultimo servizio di Gianloreto Carbone, ma qualcosa non va per il verso giusto. Il segnale sparisce, tzia Peppa cambia freneticamente canale, ed ecco che da quello che sembrava lo studio di Porta a Porta esce lui, lo zombie Renziello. Tzia Peppa lo prende a colpi di bastone, ricambia a Chi l’ha visto dove nel frattempo è ritornato il caro Gianloreto, ma ormai lo spettro è di fronte a lei, e non sembra avere buone intenzioni.

E’ una situazione troppo angosciante per Tzia Peppa. Renziello inizia a vomitare fiumi di parole scandendo continui Sì tra termini quali referendum e strofe incomprensibili di Fedez e J.Ax. Tzia Peppa, che sarebbe anche interessata a capire perchè lo spettro Renziello si è preso così a cuore la questione Costituzione, da brava padrona di casa si incammina verso il frigo a prendere della Sambuca per l’ospite, ma chiusa la portiera troppo forte sveglia il terrificante elettrodomestico. Un No urlato a squarciagola da Tzia Peppa gela il volto di Renziello. Cerca di svegliarsi dal torpore in cui è caduto, ha un mancamento, si accascia sulla poltrona e inizia a compitare delle insane parole che danno via a un incantesimo: A R I G G, G I G R A, I R G G A, R A G G I.

A questo punto tutti i frigoriferi d’Italia al grido di “andiamo a raffreddare”, si risvegliano, escono dagli appartamenti e, percorrendo le vie di Roma capeggiati da Renziello, invadono le strade dei vivi e il parlamento dei morti, mentre Tzia Peppa può finalmente tornare di fronte alla tv a seguire il saluto finale della Sciarelli.

 

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Antifascisti sardi nella guerra civile spagnola -2-

La vicinanza geografica tra la Sardegna e la Corsica favorì l’emigrazione politica degli antifascisti sardi verso l’isola francese. Molti riuscirono a stabilirsi a Portovecchio, Ajaccio, Bastia, diversi furono arrestati mentre tentavano la traversata; per altri la Corsica rappresentò un passaggio obbligato per raggiungere la Francia o per combattere la guerra civile in Spagna. Buona parte di coloro che decisero di raggiungere la Spagna erano contadini, pastori, artigiani, minatori, molti di essi comunisti, diversi anarchici, altri profondamente legati al pensiero sardista di Emilio Lussu con il movimento “Giustizia e Libertà”. 
Per capire il contributo della Sardegna alla causa spagnola prendiamo come riferimento l’indice demografico. L’isola rappresenta circa il 2,3-2,4% della popolazione italiana. Gli internazionali sardi che decisero di partecipare al conflitto sono calcolati in 140-150, ovvero, prendendo come riferimento il numero di 3354 volontari italiani stimati da Togliatti, il 3,6-4,1% della partecipazione italiana. Anche i 20 caduti sono il 3% dei 600 italiani.
Ricordiamo inoltre che i sardi furono l’8,3% dei caduti del CTV, cioè dell’esercito inviato da Mussolini in aiuto a Franco, e il 4% dei caduti della Milizia fascista.

Ecco le storie note degli antifascisti sardi che pagarono con la vita il proprio appoggio alla causa repubblicana:

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G. Massessi -Villaputzu-

Giovannico Massessi, di Pietro e Boy Giuseppina, nato il 09/09/1909 a Villaputzu (CA).
Arrivò in terra  spagnola nel novembre 1936. Proveniente da St. Etienne, in Francia, inizialmente fece parte della formazione Picelli, poi passò nel battaglione Garibaldi.
Perse la vita nel settembre 1938 sul fronte dell’Ebro.

Paolo Comida, classe 1899, di Ozieri (SS), elettricista e comunista, espatriato clandestinamente dalla Corsica nel 1932, visse anche ad Orano e Algeri. Corrispondente de “Il grido del popolo”, giornale antifascista in lingua italiana pubblicato in Francia, si trovava a Barcellona per assistere alle Olimpiadi proletarie (organizzate in opposizione a quelle “naziste” di Berlino) quando decise di correre al fronte prima ancora che Stalin desse il via libera al Cominter. Cadde sul fronte di Tardienta, in Aragona, così come Zuddas e Franchi, componenti della colonna “Ascaso-Rosselli”, caduti nella battaglia di Monte Pelato. La notizia si apprese da una lettera delle Milicias Antifascistas di Barcellona inviata, senza francobollo, direttamente a Ozieri, all’indirizzo della madre, con la quale si annunciava la morte del combattente sardo: “Con gran dolo ponemos en vuestro conoscimento de que el camerada Paolo Comida Campus ha muerto gloriosamente en el fronte de Aragòn”.

Stessa fine fece Sisinnio Dessi. Nato a Monserrato (CA), l’8/09/1892, fu condannato dal Tribunale Speciale in periodo imprecisato. Segnalato con le milizie repubblicane ad Irùn, rimase ferito in combattimento. Morirà il 6 ottobre 1938 a Champigny, in Francia, per le conseguenze delle ferite riportate in Spagna.

La sola notizia al momento esistente riguardo Erminio Fanni, nato nel 1899 a Cagliari, è la denuncia della sua scomparsa durante la guerra di Spagna fatta da parte di suoi familiari, i quali hanno richiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il relativo atto di morte. Non è escluso che abbia appartenuto a formazioni anarchiche.

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Beniamino Mudadu (2° in piedi da sinistra)

Beniamino Mudadu, classe 1904, contadino di Sorso (SS), lasciò la Corsica per arruolarsi nelle file rosse. Inquadrato nella sezione telefonista della brigata Garibaldi, e già firmatario della lettera intestata “Caro grido del popolo” dell’omonima rivista, morì a Tardienta, sul fronte di Aragona, nel 1936 (altre fonti datano la morte nel 1937 a Guadalajara).

Cornelio Martis, nato il 12/09/1905 a Guspini (CA), faceva parte del movimento “Giustizia e Libertà”. Tenente dell’esercito italiano, fuggì dalla Sardegna in Tunisia su una barca a vela. Raggiunse l’ingegnere Dino Giacobbe in Spagna nell’ottobre del 1937. Arruolato nelle Brigate Internazionali, perse la vita il 21 dicembre dello stesso anno: fu giustiziato da un commissario politico comunista dopo la sfortunata battaglia dell’Ebro, sotto il pretesto di appartenere alla fantomatica quinta colonna (elementi nazionalisti infiltrati).

Contadino, comunista, era Bertorio Sanna, nato il 6/05/1900 a Serrenti (CA). Emigrato in Francia per motivi di lavoro nel 1924, il 16 novembre 1936 si trova in Spagna. Fece parte prima del battaglione Garibaldi, viene poi segnalato nel 2º battaglione della XIVª Brigata e nel 15 settembre 1937 in forze alla brigata Garibaldi. Caporale, si presume sia caduto in combattimento, ma non si hanno notizie specifiche del fronte.

Anche Giuseppe Zuddas era emigrato in Francia per motivi di lavoro, quando scelse di partire alla volta della Spagna. Nato nel 1898 a Monserrato (CA), piccolo coltivatore in Sardegna e muratore in Francia, aderì al Partito Sardo d’Azione diventandone segretario regionale, prendendo contatto con le organizzazioni di Giustizia e Libertà dove sarà molto attivo. Allo scoppio della sollevazione franchista, decise di arruolarsi nella Colonna Italiana, perdendo la vita il 28 agosto 1936 sul Monte Pelato.

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Tommaso Congiu -Escalaplano-

Tommaso Congiu, nato a Escalaplano (NU) nel 1901, comunista, minatore, partì per la Francia nel 1925 e fu uno dei fondatori dell’Upi, settore dell’Est (Unione Popolare Italiana, organizzazione delle correnti politiche in esilio). Arrivato in Spagna nel maggio del 1937, si arruolò  nella 1ª compagnia del 2º battaglione della brigata Garibaldi, diventando delegato politico di sezione. Morì il 9 settembre 1938 sul fronte dell’Ebro.

Giovanni Maria Puggioni, nato a Sorso (SS) il 26/07/1907 era repubblicano, professione manovale. Emigrato assieme alla madre per la Corsica nel 1925, fu segnalato come appartenente a Giustizia e Libertà. Condannato nel 1936 per infrazione a un decreto di espulsione dalla Corsica, raggiunse la Spagna e, arruolato nel battaglione Garibaldi, combattè sul fronte di Madrid. Ferito a Guadalajara, morirà nell’ospedale di Benicasim  il 24 marzo 1937.

Raffaele Puddu, classe 1899, di Gairo (NU) era anarchico, professione operaio. Emigrato in Francia nel 1921, si stabilì a Langleville e qui prese parte a tutte le iniziative del Fronte Popolare. Venne indicato dalla Prefettura di Nuoro come presente all’aggressione subita dal fascista Vincenzo Montini a Langleville; nell’autunno del 1936 si trova in Spagna. Inquadrato nel battaglione Garibaldi, morirà l’11 febbraio sul fronte dello Jarama.

Paolo Santandrea, nato a La Maddalena (SS) il 13/03/1907, impiegato, venne iscritto dalla polizia italiana nel Bollettino delle Ricerche come antifascista. Riuscì ad espatriare clandestinamente in Corsica nel maggio del 1931, per poi arrivare in Algeria e infine in Spagna. Rimpatriato da Barcellona, tornò in Italia ma nel maggio del 1937 riuscì  nuovamente  ad espatriare in Spagna, dove si arruolerà nella brigata Garibaldi. Ferito sul fronte dell’Ebro in data imprecisata, morì il 29 aprile 1938 all’ospedale di Matarò.

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Giovanni Dettori -Orgosolo-

Anarchico, molto attivo già nel dopoguerra, Giovanni Dettori classe 1899 di Orgosolo (NU), si trasferì in Tunisia, dove subì l’amputazione di una mano in seguito ad un attentato compiuto contro il consolato italiano. Rimpatriato, fu condannato a tre anni di confino ma riuscì a emigrare clandestinamente nel 1935, arrivando poi in Spagna nell’agosto del 1936. Probabilmente fece parte della XIIª Brigata Internazionale, perdendo la vita in combattimento il 15 gennaio 1937 a Teruel.

Anche Pompeo Franchi era un anarchico. Nato a Nuoro il 1º febbraio 1905, pittore decoratore, si trasferì in Francia, dove subì una condanna per violenze ai carabinieri. Nel 1925 venne espulso per “propaganda comunista” e il 22 ottobre fu segnalato alle Prefetture italiane come individuo da perquisire in caso di rimpatrio. Riuscì a rifugiarsi a Parigi, presso il fratello Ferdinando, e fu denunciato per renitenza alla leva. Cercò, senza successo, di entrare in Svizzera e nell’ottobre del 1932 venne arrestato a Fontenay-sous-Bois insieme a Bruno Gualandi, Ulisse Merli, Ruggero Cingolani e Emilio Predieri, durante una riunione di attivisti anarchici. Condannato a due mesi di carcere per violazione del bando di espulsione, venne accusato dall’Ovra di preparare un atto terroristico in Italia. Nell’ottobre 1935 fu accusato di preparare un altro attentato a Mussolini, insieme a Eugenia Lina Simonetti, ma anche questa volta la “soffiata” si rivelò falsa. Ai primi di agosto del 1936 valicò i Pirenei per arruolarsi, insieme al fratello Ferdinando, nella Colonna Italiana a maggioranza anarchica, comandata dal repubblicano Mario Angeloni. Il 28 agosto rimase ferito nella battaglia di Monte Pelato, sul fronte di Aragona, e all’inizio di settembre si spense nell’ospedale di Lérida, dopo una dolorosa agonia, in presenza del fratello.

Antonio Sanna, nato il 19/05/1906 a Meana Sardo (NU), minatore, fuggì in Francia in quanto ricercato dalla polizia per il suo impegno politico. Il 28 ottobre 1936 si trovava in Spagna, arruolato nel battaglione Garibaldi. Disperso il 23 novembre a Casa de Campo, sul fronte di Madrid.

Di Quirico Canu, anch’egli minatore, nato a Buddusò (SS) il 30/11/1900, si hanno poche notizie. Sconosciuta è la data di emigrazione. Una nota del generale Pozas nomina Canu caporale della XIIª Brigata Internazionale; ferito al braccio destro a Majadahonda, cadde sul fronte di Argallen nel febbraio del 1938.

Scarne anche le informazioni che riguardano Lucio Melis. Nato a Sassari nel 1902, raggiunse la Spagna  nel luglio del 1937, proveniente dall’Algeria. Perse la vita il 28 agosto dello stesso anno a Farlete.

Secondo la testimonianza del combattente Giovanni Caria, anche Gianmaria Nuvoli (SS) morì nel conflitto. Arruolato nel battaglione Garibaldi, rimase ferito a Guadalajara nel marzo del 1937.

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Per approfondire, si consiglia la lettura:
– “La Spagna nel nostro cuore”, edito a cura dell’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.
– “L’ombra lunga dell’esilio: ebraismo e memoria” a cura di Maria Sechi, Giovanna Santoro, Maria Antonietta Santoro.
– Centro Studi Sea.  Ammentu, Bollettino storico, archivistico e consolare del Mediterraneo. N. 1 gennaio – dicembre 2011

Le false Carte di Arborea

Tra i falsi storici più noti che riguardano la Sardegna, un posto di rilievo spetta alle Carte d’Arborea, documenti che nulla hanno a che fare con la nota Carta de Logu della giudicessa Eleonora.

Quando, nel 1845, il direttore della Biblioteca universitaria di Cagliari Pietro Martini ricevette dalle mani del frate Cosimo Manca un’antica pergamena, non ebbe la minima esitazione nel credere che quello strano documento illeggibile e dalle dimensioni così inusuali potesse finalmente far luce sul passato più oscuro della Sardegna. Da quel momento in poi, continui nuovi ritrovamenti di pergamene, codici e fogli diedero vita a un ingegnoso castello di menzogne in grado, per qualche tempo, di creare una pagina di storia totalmente fittizia e immaginaria.

Le Carte d’Arborea, così chiamate perché rimandavano al palazzo dei giudici d’Arborea, si riagganciavano cronologicamente alla figura della nota Eleonora e della sua corte, contribuendo, durante il periodo delle preziose scoperte, a rafforzarne il mito e l’immagine gloriosa.
Ma la parte più interessante riguardava non tanto i nuovi personaggi portati alla ribalta, quanto piuttosto, il fatto che in Sardegna fosse presente una produzione letteraria in italiano già nella seconda metà del Trecento, a dispetto dei vecchi studi che la rimandavano addirittura alla fine del Cinquecento. Questo fatto portava a ricostruire la guerra tra Aragona e Arborea come una stagione di resistenza, anche culturale, all’influenza iberica, rafforzata dagli stretti legami tra la Sardegna e la penisola italiana.

Altre sei pergamene si aggiunsero alla prima due anni più tardi, provenivano sempre dalle mani del frate Manca e destarono particolare interesse soprattutto per la presenza del Ritmo di Deletone, il documento più antico. Il Ritmo spiegava il modo in cui i sardi, alla fine del VII secolo, riuscirono a liberarsi dal dominio bizantino riuscendo poi a istituire i quattro Giudicati. Tutto questo poté avvenire grazie all’insurrezione portata avanti da Gialeto, fino ad allora completamente sconosciuto agli studiosi, che divenne poi giudice di Cagliari e spartì ai suoi fratelli i Giudicati di Arborea, Gallura e Torres. Grazie al Ritmo di Deletone, ora, era possibile far luce sulla misteriosa quanto buia origine dei Giudicati, un vero e proprio enigma che pareva essersi risolto proprio con le preziose Carte.
Innumerevoli nuovi documenti vennero scoperti in modo più o meno avventuroso negli anni a seguire, e tutti sembravano aver fatto chiarezza su importanti questioni come la vita civile al tempo della corte d’Arborea, le prime attività letterarie in italiano nell’isola e, come già accennato, l’origine dei Giudicati.

Per l’interpretazione di questi misteriosi quanto incomprensibili fogli, Martini si affidò allo scrivano cagliaritano Pillito, considerato un abile paleografo, che prestava servizio presso l’Archivio Patrimoniale della città.
Facile risultava per Pillito decifrare ogni singola pergamena, nonostante la scrittura dei testi apparisse illeggibile anche agli occhi dei più esperti, e tanto bastò a Martini per magnificare le grandi capacità del paleografo. Martini, del resto, giustificava quello stile alquanto originale proprio con l’incapacità dei vari popoli di trascrivere l’antico romano e fu in definitiva proprio la grossolanità della compilazione a convincerlo dell’autenticità delle Carte, caratteristica che invece sarebbe stata fondamentale per decretarne la totale falsità.
Scrupolosi esami avrebbero accertato come molte delle pergamene fossero effettivamente antiche e provenissero, con tutta probabilità, proprio dagli archivi cagliaritani che, è utile ricordarlo, in quegli anni erano caratterizzati da uno stato di quasi abbandono. Non rappresentava dunque un problema trovare il materiale per redigere le Carte, mentre molto più complessa risultò essere, come si è visto, la loro effettiva realizzazione.
Dagli inizi, quindi, l’archivista cagliaritano fu uno dei grandi protagonisti nella vicenda delle Carte d’Arborea, sia trascrivendone i testi ma anche contribuendo alla loro divulgazione, sebbene preferì sempre occupare un ruolo di secondo piano sulla scena.
Non poche furono le tracce che portarono a identificare nella persona del Pillito l’autore dei falsi, anche se incerto risulta ancora oggi l’obiettivo di questa macchinazione. Poco plausibili motivi come carriera e denaro, rimangono in piedi spiegazioni più romantiche, come quella di aver voluto elevare la grandezza degli archivi e, ancor di più, il desiderio di creare un passato glorioso per la sua cara isola.

Le Carte d’Arborea custodivano un vero e proprio tesoro perché concretizzavano i sogni e le speranze di chi, da sempre, accarezzava l’idea di un’illustre storia nazionale per la Sardegna.
In molti, con le dovute differenze, speravano che la Sardegna prima delle dominazioni fosse stata italiana e che avesse potuto vantare una civiltà politica e letteraria all’avanguardia, ma se gli studiosi sardi arrivarono a magnificare la liberazione contro l’invasore, parlare del sardo come lingua nazionale ed esaltare la corte d’Arborea, non lo dovevano a una loro idea politica. Il loro unico desiderio era quello di creare un profondo interesse nei confronti della storia sarda troppo a lungo trascurata e, perché no, anche poter essere legittimati come studiosi nell’ambito culturale italiano.
Ma le Carte non avevano sostenitori solo nell’isola, potevano vantarne anche al di fuori. Alberto La Marmora, Carlo Baudi di Vesme riuscirono addirittura a far accogliere le pergamene all’Accademia delle Scienze di Torino.
E’ utile ricordare che fu proprio dalla capitale del Regno che nel Settecento si cercò di limitare nell’isola le trattazioni di storia per poter allentare i legami e i valori culturali della civiltà spagnola presenti nel nuovo possedimento sardo. E anche in questo contesto vanno collocate le Carte d’Arborea, che cercarono di dare una risposta ai tanti dubbi e ai vuoti presenti nella storiografia sarda. Illusioni, sogni e speranze finirono poi col infrangersi mestamente in seguito alla sentenza dell’Accademia di Berlino.

Acceso sostenitore delle Carte d’Arborea, Baudi di Vesme riuscì ad assicurarsi da Theodor Mommsen la promessa di far analizzare le pergamene all’Accademia delle Scienze di Berlino, al fine di ottenere una loro piena legittimazione.
Fu nel marzo del 1869 che ebbe inizio la fitta corrispondenza tra i due studiosi, le cui lettere da una parte svelavano le incertezze del Mommsen di fronte ai documenti sardi, e dall’altra le speranze e i timori del Baudi di Vesme.
La commissione esaminò solo una parte delle pergamene, privilegiando il lavoro paleografico, ma tanto bastò per arrivare ad una conclusione netta, che venne poi ufficializzata il 31 gennaio 1870 quando fu reso pubblico il verdetto.
Le Carte, sentenziava chiaramente la relazione finale, erano tutte false.
Ingenua, grossolana, volgare era stata la contraffazione e questa sentenza così pesante non poté che coinvolgere tutti quegli studiosi che fino ad allora l’avevano fortemente appoggiata. Baudi di Vesme, dal canto suo, non esitò a dichiararsi poco convinto da quel giudizio, ma la gran parte degli eruditi sardi finì con l’accettare il verdetto anche per non peggiorare ulteriormente la già scarsa considerazione che nutriva nei loro confronti l’ambiente scientifico.

La dura sentenza dell’Accademia di Berlino non rallentò minimamente la tendenza alla commemorazione dei sardi illustri, che proprio alla fine del secolo ebbe un’importante impennata con le rievocazioni di Eleonora e del fantasioso Gialeto.

Ma le Carte d’Arborea continuavano comunque a suscitare una forte attrazione e, sebbene non vi fossero più dubbi sulla loro falsità, continuavano ad avere numerosi sostenitori. Besta, dal canto suo, sostenne con un articolo apparso su “Archivio Storico Sardo” l’autenticità di alcune pergamene, inserite appositamente tra le false per far avvalorare l’intero blocco.

Le Carte d’Arborea nella loro fantasia avevano ricostruito un’immagine della Sardegna più negativa rispetto alla realtà che stava emergendo dagli ultimi veri ritrovamenti. E dopo aver appurato l’inganno del Ritmo di Deletone, la pagina più silenziosa della storia sarda continuava a rimanere il capitolo sull’origine dei giudicati.

L’ultimo degli studiosi ad aver avuto qualche flebile contatto con il clima delle Carte d’Arborea fu, nel secondo dopoguerra, l’archeologo Giovanni Lilliu, scopritore dell’imponente fortezza Su Nuraxi a Barumini e autore degli importanti studi su “La civiltà dei Sardi”.
Fu Lilliu a definire quella delle false pergamene una pagina imbarazzante per la storiografia sarda, voltando definitivamente le spalle a una vicenda che tanto polverone aveva sollevato tra gli illustri capitoli di storia antica.

Per approfondire l’argomento si consiglia:
Theodor Mommsen nell’isola dei falsari, Luciano Marrocu, CUEC

Storiella di Halloween

Lettura non indicata alle persone sensibili.

E’ una notte buia e tempestosa a Quartucciu, tutti sono rinchiusi in casa, anche i Nonna Isa hanno già spento le insegne e ritirato i carrelli.
Tzia Maria, una giovane donna di 38 anni, è arrivata in città da pochi minuti, e vedendo quest’atmosfera così inquietante si pente subito della scelta fatta.
Il taxi la lascia di fronte all’hotel più famoso del posto, il Shiningtoll che, nonostante tutto, sembra agli occhi della ragazza tranquillo e ospitale.
Ad aprire la porta due gemelline vestite uguali, Sharon e Raffiella, una più brutta dell’altra. Maria non si lascia certo intimorire dal loro aspetto, sono pur sempre due tenere bimbe, e le segue mentre si incamminano per il lungo corridoio.
La bambina con le trecce, si blocca di fronte alla stanza 1408, l’unica ancora libera in tutto l’hotel, inizia a emettere sordide grida malefiche e si allontana, non prima che Tzia Maria le allunghi una bustina di “Galvingol” contro il reflusso gastrico.

Rimasta sola, la nostra protagonista spalanca la porta.
Non crede ai suoi occhi: è davvero la stanza 1408, la camera più paurosa di tutta Quartucciu, abitata da tre inquietanti presenze sin dal 1550 a.c..

[Se solo avesse avuto un po’ più di fortuna le sarebbe toccata la vicina stanza 1409, abitata dal simpatico Fantasma Formaggino, ma noi oggi abbiamo bisogno di una storia terrificante, molto horror…]

Appena arrivata, sistema la sua nuova scrivania come è solita fare: penna a destra del quaderno, pinzatrice a sinistra e bottiglione di vino al centro. E’ una brava scrittrice Tzia Maria, ha già qualche idea sul nuovo soggetto e senza perdere tempo inizia a redarre il suo romanzo.
Quartucciu è il posto ideale per scrivere, lei adora l’ambiente intimo e tranquillo della campagna sarda, e guardate che se ne intende di geografia, non è come noi che non sappiamo neanche dov’è Norbello.
Ma torniamo alla storia.

Ecco che improvvisamente, da dietro la porta compare il Signor Spettrometro che lancia secchiate di sangue alla povera donna. Tzia Maria urla, si dispera e piange: lo Spettro ha cancellato una pagina appena scritta. Cosa fare? Fortunatamente ha in borsa il famoso “Mastro Lindo Vanish” smacchiatore che, con una sola passata, fa risplendere il foglio e dona alla stanza una delicata fragranza di limoni di Castiadas. Purtroppo il signor Spettrometro è allergico agli agrumi e, a causa dei continui starnuti, è costretto a scappar via. Nel frattempo chiama rinforzi, ed ecco che appare lo spettro Geppetto, un simpatico falegname con un figlio un po’ strambo, Presidente del Consiglio dei Ministri.

La vendetta di Geppo si consumerà di notte.

Contrario agli accoltellamenti, il malefico spiritello porta con sè solo le sue catene, utili a strangolare la povera donna. Purtroppo la nostra scrittrice ha dimenticato la valigia davanti alla porta, Geppetto cade malamente, sveglia Maria che un po’ dispiaciuta per l’incidente, gli porge il famoso brillantante “Oxi ActionGhost” che dona un’incredibile brillantezza a tutti gli oggetti in metallo. Geppetto tutto sommato è soddisfatto del dono, ringrazia e corre a lucidare le sue catene.

[Credete che sia finita qui? E no… Ne manca ancora uno, erano tre abbiam detto…]

Ora è il turno dello Spettro Ridge Forrester, il più figo di tutti. Lega la sua mascella sbilenca con un po’ di fil di ferro, giusto per non far rumore, e si avvicina silenziosamente armato di martello alle caviglie di Maria che dorme, ancora, nel suo letto.
Frantumare le sottili gambette della nostra, sentire le sue urla disperate e compiere la profezia di Halloween! Un’altra vittima immolata in nome della grande strega madre Stephanie.

Ma chi si immaginava che un bambino con il triciclo dovesse passare proprio ora nell’andito, svegliando tutti gli ospiti dell’albergo? Tzia Maria si sveglia improvvisamente, saluta Ridge Forrester in modo malizioso e pare anche scoccare una scintilla di intesa tra i due…
Purtroppo, a rovinare il tenero momento, arrivano le gemelle con una cartella di Equitalia in mano, la consegnano a Ridge (pare si trattasse di un conto sospetto in un noto ristorante) che dalla preoccupazione diventa bianco come un umano e non riesce a trattenere una frase che sembra quasi una maledizione: Oexp Xepo Poxe Expo.
A questo punto tutti i morti d’Italia al grido di “A noi il Giappone” si risvegliano, escono dalle tombe e, biglietto allo scheletro, si incolonnano verso Rho Fiera, invadendo il mondo dei vivi e gli accessi di Triulza e Fiorenza.

Giuseppe Pinelli

Ci sono due targhe in Piazza Fontana, l’una di fianco all’altra, dedicate a Giuseppe Pinelli.

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La prima lapide a sinistra, quella originale, voluta dagli studenti e dai democratici, riporta la versione dell’assassinio, mentre quella a destra, sistemata nel marzo del 2006 dal sindaco Albertini, tralascia la parte accusatoria.

La lapide commemorativa che ricordava il ferroviere “ucciso innocente”, venne sostituita di notte per evitare disordini.  Al suo posto veniva collocata una nuova targa che allontanava l’ipotesi dell’omicidio, con la dicitura  “innocente morto tragicamente”.

Pochi giorni dopo, anche la targa originale venne ricollocata dagli anarchici, e ora in Piazza Fontana sono ben due le lapidi che ricordano il ferroviere Pinelli.

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Un’ungherese a febbraio

Lo dico subito. A me il Carnevale non piace.

– Oh, ma guarda che bello quel carro!- No, non mi piace.
– Eh, ma quel vestito è troppo originale. – No, non mi piace.
– Ah, è proprio simpatico quel clown. – No, non mi piace.

Ebbene, per colpa dell’Ungheria io odio il Carnevale.
Ecco un’altra prova che inchioda l’autrice di questo blog. E’ una pazza.
Lo so che state pensando questo, vi ho capiti miei cari inesistenti lettori, ma vi state sbagliando perchè esiste un legame profondo tra l’Ungheria e il mio Carnevale, e se avrete la pazienza di leggermi, capirete presto.

Erano gli anni della caduta del muro di Berlino, del crollo dell’Unione Sovietica, del faccione di Gorbaciov e di quella strana macchia sulla fronte che ci colpiva molto e attirava la nostra attenzione quando parlava alla tv.
Non so bene se tutto ciò fosse legato o meno, ma in questo periodo iniziò a comparire in qualche negozio di paese un nuovo vestito di Carnevale: l’abito da Ungheresina.
Gonna lunga a fiori fino ai piedi, bordo spesso azzurro, corpetto nero e bretelle in coordinato, camicia bianca con colletto e, per finire, piccolo cappello tondo con  nastri colorati laterali e campanellini.
Tutto intorno a me giocavano pirati, principesse, moschettieri, fatine, dame e poi c’ero io, a tenere alta la bandiera dell’indipendenza ungherese.
– Da che cosa sei mascherata? – Da ungheresina.
– Ah. Cos’è, un cartone animato di Bim Bum Bam?
– No.
– Un personaggio di Poochie?
– No.
– E allora?
– E’ l’abito tipico dell’Ungheria, un paese lontano che si trova nell’Europa orientale.
– Ah.

Ora, che vogliate crederci o meno, la risposta era più o meno questa. Perchè se nessun bimbo chiedeva informazioni sull’abito a un moschettiere, a un Cappuccetto Rosso, o a una fatina, un abito da ungheresina era una fonte di mistero, da cui si svisceravano continui Cos’è, Perchè, Dov’é a cui io dovevo moralmente dare una risposta.
Fu così che iniziai a fare una piccola ricerca sul mio abito e divenni in breve tempo l’unica bambina di 7 anni che non solo sapeva cos’era l’Ungheria, ma ti spiegava persino da che parte del mondo stava.
Non so se capite l’importanza simbolica del mio vestito: io ho contribuito a far conoscere  il lontano Paese dell’Est alla mia generazione, visto che fui praticamente costretta ad indossare l’abito per tutto il corso delle elementari.
I miei genitori, poco avvezzi al Carnevale, ritenevano sbagliato spendere dei soldi per questa festa che sì, era divertente, ma durava bene o male 2 giorni. Molto meglio ritoccarlo, sistemare di qui allargare di là, la gonna lunga fino ai piedi si accorciò fino a metà gamba, con il jeans bene in vista.
Finite le elementari, il vestito ritornò nella sua scatola e io che a febbraio diventavo per qualche giorno l’ambasciatrice dell’Ungheria, decisi che nessun altro vestito avrebbe mai potuto prendere il suo posto.
Il Carnevale da quel momento iniziò ad apparirmi vuoto, senza più significato, aveva perso tutta la sua attrattiva.
Questa freddezza continua ancora oggi, ma durante le sfilate delle maschere, ogni tanto mi vien da pensare se esista ancora una bimba un po’ più curiosa delle altre, che abbia deciso di abbandonare l’abito delle Winx per uno di un paese mai sentito prima.
..

Vittime delle Fosse Ardeatine

Conosciamo tutti, o almeno dovremmo, il terribile eccidio delle Fosse Ardeatine.

Meno note, o in certi casi sconosciute, sono le storie personali delle vittime della strage, le accuse che portarono all’arresto, il loro contributo alla lotta antifascista. A parte qualche eccezione, il percorso di vita di questi martiri non è stato ancora ricostruito del tutto.

Tra le 335 vittime dell’eccedio compiuto il 24 marzo 1944, sono presenti anche nove ragazzi sardi.
Grazie a internet sono riuscita a scovare qualche informazione sulla vita dei miei corregionali condotti al massacro da assassini senza scrupoli. Di alcuni si hanno più dettagli, di altri meno, perchè la tendenza è sempre stata quella di leggere il fatto generale senza soffermarsi sull’individuo, facendo così annebbiare i ricordi sull’uomo. Chi erano questi ragazzi? Cosa facevano? Da dove venivano? La morte di massa altro non è che la morte dei singoli, e anche come tali, questi martiri, andrebbero ricordati.
Ecco le vittime sarde:

  • Salvatore Canalis nato a Tula nel 1908, professore di latino e greco;
  • Pasquale Cocco nato a Sedilo nel 1920, sergente pilota;
  • Gavino Luna nato a Padria nel 1895, poeta-cantore;
  • Candido Manca nato a Dolianova nel 1907, brigadiere dei Regi Carabinieri;
  • Giuseppe Medas nato a Narbolia nel 1908, avvocato;
  • Sisinnio Mocci nato a Villacidro nel 1903, operaio, appartenente al PCI;
  • Agostino Napoleone nato a Cagliari nel 1918, sottotenente di vascello;
  • Ignazio Piras nato a Illorai nel 1879, contadino, legato al movimento comunista;
  • Gerardo Sergi nato a Portoscuso nel 1918, brigadiere dei Regi Carabinieri.

Salvatore Canalis, 36 anni, professore di lettere, si rifiutò di aderire al governo repubblichino per poter continuare ad insegnare. Già militante del Partito d’Azione, dopo aver risposto ai fascisti “Meglio la morte che aderire a questo governo” venne arrestato dalla famosa Banda Koch (reparto specializzato in torture) il 14 marzo 1944. Torturato e accusato di connivenza con i partigiani, detenuto prima a San Gregorio al Celio e poi a Regina Coeli, non rivelò i nomi dei suoi compagni. Fu 39mo dei cinquanta della lista di italiani che i nazisti avevano richiesto al questore Caruso per essere trucidati alle Cave Ardeatine.

Pasquale Cocco, 24 anni, sergente pilota a Foligno, dopo l’occupazione dell’aeroporto si rifiutò di collaborare con i tedeschi e tentò di ritornare in Sardegna. Ciò si rivelò impossibile, tantissimi erano i sardi allo sbando che affollavano Civitavecchia e il Lazio per tentare di imbarcarsi per l’isola. Da questo momento la famiglia perse i contatti con Pasquale; si sa per certo che venne ospitato da una famiglia sarda a Tivoli e divenne amico di Gavino Luna, un’altra vittima dell’eccidio. Sospettato di appoggiare la lotta clandestina venne arrestato probabilmente a febbraio finendo nella cella numero 5 della prigione di Via Tasso.

Gavino Luna, 49 anni, iscritto nei registri delle vittime col nome di Cavino Luna, era stato un combattente nella Grande Guerra e prestava servizio di ufficiale postelegrafonico in Sardegna. Rifiutato il tesseramento al Partito Fascista, venne trasferito dapprima all’Aquila e infine a Roma. Nonostante fosse inquadrato nel Battaglione Volontari di Sardegna “Giovanni Maria Angioj”, formazione della Repubblica Sociale Italiana, collaborò con la resistenza romana e venne recluso nelle prigioni di Via Tasso dalle SS il 26 febbraio 1944 con l’accusa di appartenere al Comitato di Liberazione Nazionale e di aver effettuato atti di sabotaggio nei confronti delle truppe di occupazione tedesca.
Gavino Luna è stato uno dei massimi rappresentanti del canto sardo a chitarra. Compositore e poeta si esibì di fronte al re Vittorio Emanuele III, raggiungendo grande notorietà negli anni Trenta grazie alla pubblicazione di diversi dischi con una nota casa discografica milanese.

Candido Manca, 37 anni, l’8 settembre 1943 si trovava a Roma come brigadiere dei Regi Carabinieri. Riuscito a fuggire mentre i tedeschi iniziavano l’occupazione delle caserme, entrò nella banda partigiana Caruso partecipando a numerose azioni militari contro l’occupante. Arrestato dalla Gestapo il 10 dicembre 1943, finì nella prigione di Via Tasso assieme a due compagni. Torturato, non diede nessuna informazione e venne ucciso nelle Fosse Ardeatine tre mesi dopo la cattura.

Giuseppe Medas, 36 anni, intellettuale e antifascista, dopo la laurea in legge a Roma decise di rimanere nella Capitale. Aderì al gruppo romano di Giustizia e Libertà e, dopo la caduta di Mussolini, entrò nel Partito d’Azione. Il 3 marzo 1944 andò a casa dell’amico Donato Bendicenti proprio mentre i tedeschi lo stavano prelevando e subì la stessa sorte, finendo a Regina Coeli. Non gli fu contestato nessun illecito ma i tedeschi non lo scarcerarono e finì nella lista dei condannati a morte.

Sisinnio Mocci, 41 anni, operaio, comunista e militante del PCI, emigrò prima in Francia, poi in Argentina e nell’ex URSS dove volle conoscere la realtà socialista. Partecipò alla Rivoluzione Spagnola nelle Brigate Internazionali, arrestato venne deportato nel famigerato campo francese di Vernet e poi a Ventotene. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla resistenza romana come comandante di una formazione partigiana e, ricercato, si nascose nella villa romana del regista Luchino Visconti in qualità di finto maggiordomo. Venne catturato dalla Banda Koch il 28 febbraio 1944, fu torturato e in seguito fucilato nelle Fosse Ardeatine.

Agostino Napoleone, 26 anni, si diploma all’istituto Nautico di Cagliari, nel 1939 è ammesso a frequentare il corso Allievi Ufficiale di Complemento e, come sottotenente di vascello è imbarcato sulla Regia Torpediniera “Polluce” fino al 4 settembre 1942, giorno in cui venne affondata da un siluro. Dopo l’8 settembre si diresse a Voltri dove partecipò a uno scontro a fuoco contro i tedeschi che stavano bloccando gli accessi ai porti liguri. Unitosi ad altri colleghi si recò a Roma e collaborò con il Fronte Clandestino di Resistenza della Marina. Il 19 marzo 1944 venne arrestato dalle SS e rinchiuso nelle carceri di Via Tasso per essere interrogato e torturato.

Ignazio Piras, 65 anni, probabilmente faceva parte della Banda Partigiana Maroncelli che operava nel Lazio. Il suo nome di battaglia era Antonio.

Gerardo Sergi, 26 anni, aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, impegnato nella campagna di Grecia. Rientrato in Italia era stato assegnato, a Roma, al Battaglione Carabinieri. Dopo l’8 settembre 1943 era riuscito a sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi e si era impegnato nel Fronte della resistenza militare, attivo nella Capitale. Caduto nelle mani dei nazifascisti fu sottoposto a tortura, condotto nelle carceri di Via Tasso e fucilato alle Fosse Ardeatine.

Nella speranza che il ricordo del loro sacrificio rimanga vivo per sempre.

La scelta d’un comitato

Hai già assistito tante di quelle volte alla festa di paese, quella più importante dell’anno per intenderci, e mai una volta che ti sia piaciuta davvero. Sei un ascoltatore sensibile, attento alla musica di un certo tipo, tu, pronto a criticare le decisioni del gruppo di volontari a cui spetta l’organizzazione, ma preoccupati solo a fare la scelta più comoda, più sicura, più popolare. Di fronte alla monotonia di questa situazione, inizi a provare un certo disappunto e un pensiero si fa spazio nella tua mente.

Bene, cosa aspetti?
Dai, nessuna vergogna, si è capito cosa hai per la testa. Ci sono tanti, giovani e meno giovani di te, che a un certo punto decidono di  entrare all’interno del sistema per modificarlo, non certo per sposarne i principi, e stavolta sarai uno di loro. Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questa avventura in particolare. Sei uno che per principio non s’aspetta più niente di niente: il meglio deve ancora venire? Non proprio, tu sei convinto che il meglio sia evitare il peggio, ma in questo campo così come in pochi altri un po’ di speranza rinasce, e questo delicato piacere riaffiora nella mente. D’altronde quest’avventura può finir bene o male, ma il rischio della delusione non è poi così grave.

Dunque, quest’anno sei entrato anche tu nel comitato dei festeggiamenti di un paesino di 5000 anime, hai fatto bene.
Hai partecipato alle riunioni, hai simpaticamente importunato i tuoi compaesani con le questue, hai aiutato come hai potuto insomma, e ora arriva il momento più importante, quello per cui hai deciso di far parte del sistema, il momento emozionante della scelta. Quale scelta? Ma quella dell’artista che si esibirà nel giorno principale, dovrebbe essere ovvio!

Già alla prima riunione con gli impresari delle varie agenzie, hai individuato il genere di artista che cercavi. Seguendo questa traccia musicale hai scansato il fitto sbarramento degli Artisti Che Non Avranno Nessuna Speranza Di Metter Piede Su Questo Palco, che ti guardavano accigliati dai dvd e dai depliant cercando di intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari e ettari i Comici Che Non Hanno Mai fatto Ridere Nessuno, i Comici Le Cui Battute Conosciamo Ormai a Memoria, i Comici Che Sono Già Venuti Una Ventina Di Volte E Per Quest’Anno Possiamo Evitare. E così superi le retrovie, ma ti piomba addosso la cavalleria dei Cantanti Che Se tu Avessi Più Soldi Certamente Li Chiameresti Volentieri Ma Purtroppo Gli Euro Che Hai Sono Quelli Che Sono. Con abilità da felino li scansi dall’altra parte, ma ecco che si presentano di fronte i Cantanti Che nemmeno Paolo Limiti Si Ricorda Più, quelli che Credevi Morti Da Un Pezzo, gli Pseudo Cantanti di Maria De Filippi Che L’Ultima Volta Che Ne Hai Visto Uno Era A Bordo di Un Volo Low Cost A 10 Euro Senza Bagaglio Da Stiva. Sventando questo terribile assalto arrivi di fronte alla trincea nemica, ma ecco che a fare l’ultima disperata resistenza ci sono loro, i temutissimi Tributi:
Tributi Ai Vari Cantanti Deceduti Sì Ma Sempre Presenti Nei Nostri Cuori, Tributo di Antonello Cuomo Venditti Che Con Lui Vai Sul Sicuro, Tributi agli 883 Nelle Varie Fasi Prima Dopo Durante La Cura Dimagrante Del Pezzali, Tributo al Tributo Ufficiale di Celentano Perchè Il Tributo Originale Non Te Lo Puoi Permettere.
Ecco, sei riuscito a ridurre il numero di forze in campo, puoi farcela, puoi arrivare alla meta, ma a sorpresa vieni insidiato dalle imboscate dei Cantanti Regionali Che I Soldi Sarebbe Meglio Lasciarli in Sardegna e dei Cantanti Che Han Sempre Riempito La Piazza E Che Viene Tanta Gente.
Respingi l’attacco frontale, ti muovi con rapide mosse per non essere sotto tiro, ci sei quasi, ma ecco che inciampi contro la Band Regionale Vista Qualche tempo Fa Che sarebbe Ora di Riproporre… Azz.

Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni pensiero che non sia quello del tuo obiettivo. E’ venuto il momento che anche tu dica la tua. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio sentire di nuovo i Tazenda!” Alza la voce se no non ti sentono: “Sono già venuti quattro anni fa!” Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: “Novità, ci serve una novità!”

Niente, il vociare aumenta, non ti ascoltano e il fronte si è spaccato.
Si vota 1-2-3 17 mani al cielo, ci siamo, hai vinto. No, aspetta, qualcuno si arrende all’avversario, c’è uno sbaglio, ma come? Ecco, di nuovo 1-2-3 15 pari non ci credi, non può essere, ci sono traditori tra voi, è così eh? Vorresti lanciare i Tazenda fuori dalla finestra, tra le lame affilate delle persiane, farli volare oltre il campanile, ridurli in atomi, in molecole, frammentarli, disintegrarli in impulsi luminosi, in segnali utili solo a far funzionare il tuo modem wi-fi. E’ proprio ciò che si meritano, nè più, nè meno.
Invece no: ti calmi, cerchi di ragionare. Sappiamo che sei piuttosto impulsivo, ma ormai in mezzo a queste discussioni hai imparato a controllarti.
Si riprende la votazione, la terza, l’ultima decisiva. Si spera.

Ora sei di fronte al palco.
E’ il 12 ottobre, la festa sembra essere un gran successo, c’è tanta gente, e molti giovani, e tu non riesci a levarti dalla faccia quel sorriso così compiaciuto. Brava, ce l’hai fatta.
Simone Cristicchi si avvicina, ti ringrazia, e incuriosito chiede: “Contro chi ho vinto la sfida, stavolta?”.

Comitato Villaputzu 2014, io c’ero.

Un Anno sull’Altipiano

E’ che quando mi fisso su qualcosa, per diverso tempo finisco col focalizzare i miei pensieri su quello specifico argomento, cerco di approfondirlo, di capirlo, e perchè no, quando possibile di immedesimarmi in esso.
Ed è accaduto anche stavolta.
Non che la cosa mi dispiaccia o mi arrechi un benchè minimo fastidio, sia chiaro, ma quando questo pensiero è così forte dal dover dire: “Potrei addirittura farne un articolo sul mio blog”, beh, sappiate che probabilmente non ho raggiunto, ma bensì superato, quel sottile confine tra la pazzia e il non ho nien’altro da fare che va parecchio di moda oggi.

Per assecondare la follia, nel mio comodino è comparso il libro di Emilio Lussu, Un Anno sull’Altipiano, ricercato avidamente nella biblioteca impolverata di paese. L’ho letto tre volte di seguito, lo adoro, e ora rientra pienamente di diritto tra i libri che devo assolutamente comprare.

Ma facciamo un passo indietro, e capiamo chi è l’autore.
Per i pochi che non lo conoscessero, Emilio Lussu nasce ad Armungia (CA) nel 1890 da una famiglia benestante. Completati gli studi di Giurisprudenza a Cagliari, si schiera con gli interventisti affinchè l’Italia entri in guerra contro gli imperi centrali. Prende parte al Primo Conflitto Mondiale come ufficiale della Brigata Sassari, rendendosi conto dell’assurda carneficina che è la guerra e della disciplina militare pretesa da generali impreparati e spietati.  Dopo la guerra è tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione, per il quale viene eletto deputato. Arrestato nel 1926 per aver ucciso un fascista durante un’aggressione, sebbene assolto per legittima difesa, viene deportato a Lipari, da dove evade pochi anni dopo fuggendo a Parigi. Fonda il movimento “Giustizia e Libertà”, protagonista della Resistenza, pubblica i suoi libri, tra cui Un Anno sull’Altipiano, e nel 1943 rientra clandestinamente in Italia, dove è tra i dirigenti della Resistenza e del suo partito. Dopo la liberazione viene eletto più volte come ministro, è deputato dell’Assemblea Costituente, e diventa senatore del Partito Socialista Italiano. Muore a Roma il 5 marzo 1975.

La sua opera più famosa, Un Anno sull’Altipiano, è uno dei libri più interessanti sulla Grande Guerra.
L’anno è quello che va da giugno 1916 a luglio 1917, un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie inutili e morti assurde; l’altipiano è quello di Asiago.
Lussu, che pure era stato un acceso interventista e si era battuto con grande coraggio durante tutta la guerra, assume un atteggiamento fortemente critico nei confronti dei comandi militari dell’epoca. Nel libro è ben evidenziato l’atteggiamento dei generali impreparati e presuntuosi, incapaci di rendersi conto dei propri sbagli, disposti a sacrificare migliaia di vite umane pur di conquistare pochi palmi di terreno. Sempre più spesso i generali finiscono col essere considerati come dei veri nemici dai combattenti, che addirittura pensano ad un ammutinamento generale.
Il racconto è narrato in prima persona, ed Emilio Lussu, più che raccontare, è come se vivesse la guerra sotto i nostri occhi. Così, appena iniziamo a scorrere le prime righe, Un Anno sull’Altipiano ha la forza di riportarci in quei terribili anni, farci vivere la terribile esperienza della trincea, degli assalti che lasciano sulla “terra di nessuno” i cadaveri dei nostri amici, fa conoscere l’umanità dei soldati semplici, i racconti dei combattenti e le loro personalità così differenti. Perchè se nel libro prevale l’angoscia e l’insensatezza della guerra, non mancano spazi dedicati alla vita più tranquilla, col pensiero rivolto alle famiglie lontane, le letture per far passare i momenti d’attesa, o ancora il lato comico di alcune situazioni che non solo strappano il sorriso ma addirittura esplodono in una fragorosa risata.

Sono passati cento anni dalla Grande Guerra, e se davvero per capire il presente e orientarci nel futuro è necessario conoscere il passato, cosa a cui io credo fermamente, non si può non approffittare di questa occasione per approfondire un pezzo di storia così tragico e così vicino a noi.
D’altronde non saremmo lontani dalla realtà, se pensassimo ai nostri nonni o bisnonni come protagonisti di questo libro…

La ruota del tempo

C’era una volta (e solo una),

un Re che si preoccupava così tanto del veloce scorrere del tempo che distrusse tutti gli orologi del regno. Passava giornate intere a rincorrere con lo sguardo gli spostamenti del sole, stava ore e ore a riposare in giardino all’ombra degli abeti, organizzava pranzi sontuosi e lunghi tornei di carte, ma in men che non si dica il tempo passava sempre più velocemente, all’alba faceva presto seguito il tramonto e  nonostante i suoi sforzi, non riusciva a trattenere le ore.

Fu così, che ormai stanco dei giorni che si susseguivano  senza possibilità di ritorno, decise di mettere in premio la bellezza di mille monete d’oro a chi avesse scoperto un modo che, se anche non avesse congelato il tempo, per lo meno avesse potuto rallentarlo.

Sarà stata la paura di non accontentare il Re, o semplicemente la mancanza di idee, ma nessun noto scienziato si fece avanti. Solo un vecchio minatore, sudicio e con gli abiti stracciati, aiutato da due dei suoi figli, si presentò al suo cospetto e con lo sguardo di una fierezza mai vista, comunicò alla corte di aver inventato una macchina in grado di esaudire il suo desiderio. C’era solo un piccola avvertenza da tenere in considerazione: solo colui che avesse voluto modificare il naturale scorrere delle ore avrebbe potuto utilizzarla. Non era di certo un problema, pensò il Re.

Fece appendere alla macchina uno dei pochi orologi rimasti nel regno, afferrò saldamente la leva e iniziò a girare la ruota. Non era così facile come sembrava, la ruota era pesantissima, e mentre il Re con tutta la sua forza cercava di farla muovere questa proprio non ne voleva sapere. Il poveretto, ormai stremato dalla fatica, osservò l’orologio e quasi non riusciva a credere ai suoi occhi: le lancette si erano spostate appena, ma a lui il tempo passato sembrava un’eternità!

Fu così che il bravo inventore ottenne le sue mille monete d’oro, e il Re la sua macchina del tempo…

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