La preistoria parte III: l’età del Rame e l’età del Bronzo

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Tomba di Bingia ‘e Monti

Con il rallentamento del commercio dell’ossidiana, con la nascente metallurgia e con il frantumarsi delle grandi civiltà del Neolitico, anche in Sardegna inizia la crisi di quell’unità culturale che aveva caratterizzato la cultura di Ozieri.
L’età del Rame (3200 – 2200 a.C.) vide sorgere nuove culture, non sempre fortemente distinte: la cultura di Filigosa, Abealzu, Monte Claro e del Vaso campaniforme.
Le culture di Abealzu e di Filigosa sono state spesso associate in passato, visto che venivano differenziate solo per la produzione vascolare. Studi recenti invece hanno individuato ulteriori discrepanze sia nei contenuti religiosi che negli aspetti socio-economici e materiali.
Nella cultura di Filigosa si registra la ristrutturazione dell’altare a ziqqurat di Monte s’Accoddi, un dromos -corridoio- viene aggiunto nelle tombe ipogeiche, mentre continua l’architettura funeraria dolmenica. Le ceramiche perdono la particolare decorazione della cultura di Ozieri a favore di superfici lisce, non ornate.
La cultura di Abealzu è caratterizzata dalla costruzione di capanne con più vani, tombe dolmeniche, statue-menhir e produzione vascolare a “fiasco”, a “colletto” e tripode (vasi con appoggio), sempre priva di decori.
Se le culture Filigosa e Abealzu evidenziano molte analogie con la cultura di Ozieri, altrettanto non si può dire per quella di Monte Claro che rappresenta una rottura con le epoche precedenti rivelando caratteristiche di forte originalità.
Questa cultura può essere divisa in quattro facies distinte, corrispondenti alla regione dell’Oristanese, Nuorese, Sassarese e Campidanese. Le differenze sono molteplici e riguardano i rituali funerari, la produzione vascolare, le strutture abitative e difensive.
Per fare un esempio, mentre nella Sardegna meridionale sono presenti sepolture in ipogei, ovvero tombe di pietra “a cassa”, in vaso oppure in fossa, le grandi muraglie megalitiche sono limitate alla parte centro-settentrionale dell’isola.
Durante la cultura di Monte Claro, la Sardegna è investita dalla diffusione della corrente culturale del Vaso campaniforme, caratterizzata  dalla ceramica ornata a fasce orizzontali sovrapposte, e che sarebbe perdurata fino al Bronzo antico. I ritrovamenti di materiali si sono avuti soprattutto nei complessi funerari che riutilizzavano tombe preesistenti, mentre più raramente sono stati individuati in ambienti insediativi. Questi oggetti erano utilizzati per marcare lo status sociale dei defunti, probabilmente personaggi di rilievo.
Da evidenziare l’importante ritrovamento avvenuto nella tomba di Bingia’e Monti a Gonnostramatza, all’interno di una struttura ipogeica, con la deposizione di scheletri di vari individui in ciste litiche costruite all’interno della tomba, accompagnati da punte di freccia in ossidiana, pugnali in rame, bicchiere a campana, vasi tripodi, bottoni, parti di collana e, in un caso, una collana in oro, che evidenzia la presenza di un defunto distinto.
In Sardegna l’età del Rame è un periodo di grande vitalità. Verranno costruiti grandi luoghi di culto, pensiamo a Monte d’Accoddi o al santuario di Biriai, eccezionali fortificazioni, muraglie megalitiche, costruzioni che denotano un senso di insicurezza e necessaria difesa, esigenza assente nel Neolitico.

L’età del Bronzo (2200 – X secolo a.C.) può essere divisa in due fasi: la cultura di Bonnànaro nella sua fase iniziale, che si raccorda all’età del Rame, e la cultura di Bonnànaro II o facies di Sa Turricula nella fase finale, che costituisce l’inizio dell’età nuragica.
La cultura di Bonnànaro è identificata con le sue ceramiche senza ornamenti, caratterizzate dalla tipica ansa a forma di ascia. E’ fortemente legata alla cultura del Vaso campaniforme e i ritrovamenti sono avvenuti attraverso i reperti provenienti da tombe, in gran parte sepolture antiche riutilizzate.

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La preistoria parte II: il Neolitico

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Domus de janas, Usini

Il Neolitico sardo (dal VI al III millennio a.C.) viene generalmente suddiviso in tre periodi distinti: antico, medio e recente.

Riconducibili al Neolitico antico sono grotte e ripari situati prevalentemente sulla costa, come testimoniano i ritrovamenti nell’isola di Spargi, nella Grotta Verde di Capo Caccia ad Alghero, nell’arcipelago della Maddalena  e a Torre Foghe di Tresnuraghes.
Le popolazioni di quest’epoca erano dedite alla caccia, alla pesca, alla raccolta, ma anche all’allevamento, all’estrazione e al commercio dell’ossidiana del Monte Arci. L’ossidiana, un vetro vulcanico nero, risultava molto preziosa sia perchè considerata elemento magico, sia per la sua duttilità che permetteva la realizzazione di vari strumenti.
Nel Neolitico antico sono riscontrabili altri tre periodi, ognuno dei quali caratterizzato da mutamenti riguardanti la produzione ceramica.
E così l’epoca più antica (VI – V millennio a.C.), detta anche di “Su Carroppu”, è contraddistinta dalla produzione di olle a forma di globo, ciotole a calotta e piatti decorati con la tecnica “cardiale”: segni impressi sull’argilla fresca servendosi del Cardium Edule, una conchiglia. L’ossidiana veniva utilizzata per fabbricare raschiatoi e bulini di forma geometrica.
La seconda fase (II metà del V millennio a.C.), detta della “Grotta Verde”, vede l’utilizzo di vasellame più raffinato e sobrio, decorato con la tecnica “strumentale” ottenuta con strumenti dentati, l’aggiunta di argilla liquida a rivestire il vaso e l’applicazione di cordoni e anse. Nella Grotta Verde è stato ritrovato un vaso con due anse dalla forma umana, probabilmente la prima raffigurazione umana della preistoria sarda.
La terza fase (fine V millennio a.C.) detta “Facies di Filiestru” è caratterizzata dalla scomparsa di gran parte degli elementi di decorazione. Il ritrovamento di anelloni in pietra verde simili ad altri rinvenuti nella penisola, fanno pensare che in questa fase la Sardegna avesse stretto rapporti con altre comunità neolitiche del Mediterraneo, probabilmente interessate al commercio dell’ossidiana.

Il Neolitico medio sardo (4700 – 4000 a.C.), conosciuto anche come “cultura di Bonuighinu”, era un’epoca in cui il miglioramento delle condizioni di vita è riscontrabile anche nella produzione ceramica che risulta essere molto più raffinata e curata rispetto le epoche precedenti. Si aveva una più vasta disponibilità di strumenti, sia in pietra che in osso, nascevano i villaggi all’aperto, si sviluppavano credenze religiose, riti di sepoltura in grotte artificiali e si diffondeva il culto della Dea Madre, simbolo di fertilità in tutte le comunità agricole del Mediterraneo.
Un ritrovamento molto prezioso è quello avvenuto nella vasta necropoli di Cabras, a Cuccuru s’Arrìu. I defunti, deposti su un fianco in posizione quasi fetale e ricoperti di ocra rossa a simboleggiare il sangue e quindi la vita, erano attorniati da vasi, strumenti in osso e in pietra. Nella mano destra stringevano un idoletto della Dea Madre, simbolo di resurrezione. Diffusi in tutta l’isola, questi idoletti erano rappresentati nell’atto di partorire, di allattare il bambino, erano seduti oppure in piedi e volevano personificare la forza riproduttrice della natura.
Per quel che riguarda la ceramica, venivano prodotte ciotole, olle, vasi a globo, cucchiai la cui decorazione è costituita da bottoni circolari, teste antropomorfe, motivi a scacchiera e a festoni con incisioni molto delicate.
In questa epoca si intensificava il commercio dell’ossidiana che non solo si diffonderà nell’intera isola ma arriverà a raggiungere la Corsica, l’Italia centro-settentrionale e la Francia.
Nelle grotte sono stati ritrovati semi di grano, lenticchie, orzo. Questi ritrovamenti, insieme all’ipotesi di un incremento dell’allevamento bovino, potrebbero indicare un aumento delle pratiche agricole con il conseguente disboscamento di terreno da utilizzare per la semina. L’agricoltura, così come l’attività mineraria dell’ossidiana, l’allevamento, la pastorizia, la caccia, la pesca e la raccolta di molluschi sembrerebbero costituire la base economica del Neolitico medio.

Il Neolitico recente (4000 – 3200 a.C.) era caratterizzato dalla cultura di “San Michele” conosciuta anche come cultura di “Ozieri”, in riferimento ai ritrovamenti avvenuti nella grotta dell’omonima cittadina.
La cultura di Ozieri rappresenta la fase più intensa della preistoria sarda.
Centinaia i siti riferibili a quest’epoca: il villaggio di Conca Illonis e di Cuccuru s’Arriu a Cabras, di Puisteris a Mogoro, numerose grotte funerarie, menhir e dolmen.
Le ceramiche, molto varie e fantasiose, gli oggetti d’ornamento, la ricca produzione di strumenti in pietra evidenziano il notevole sviluppo delle comunità preistoriche della Sardegna. Il culto della Dea Madre continuava a sopravvivere con la produzione di piccole statue femminili in pietra, in osso e in argilla, mentre menhir e corna bovine incise o scolpite sulle tombe suggeriscono l’apparizione di una nuova divinità, stavolta maschile.
E’ in quest’epoca che compaiono le prime domus de janas, ovvero le “case delle fate”. Se ne contano oltre 2500 sparse per tutta la Sardegna, ad eccezione della Gallura, realizzate in forma semplice o pluricellulare, isolate o aggregate. La particolarità di queste tombe ipogeiche è la riproduzione degli schemi architettonici delle case, con la presenza di soffitti, colonne, porte, cornici, sedili, tavoli scolpiti nella roccia in modo che il defunto potesse continuare a vivere nella sua abitazione anche dopo la morte. La presenza di elementi simbolici incisi o dipinti nelle pareti hanno come scopo quello di proteggere l’anima del defunto. L’originalità di questi luoghi ha favorito la diffusione di una celebre leggenda dalla quale deriverebbe il nome delle domus de janas: piccole case abitate dalle fate, che di giorno vi rimanevano rinchiuse per tessere con il telaio i preziosi filati d’oro, e che lasciavano dopo il tramonto per uscire a ballare e celebrare riti magici nascoste dall’oscurità.
Altra forma megalitica è la ziqqurat di Monte d’Accoddi, un grande edificio facente parte di un villaggio nella zona di Sassari. La particolarità di questo complesso, unico nel suo genere, è la struttura tronco-piramidale con un piccolo tempio rettangolare nella sommità.

Questi monumenti, così complessi e ben rifiniti, fanno pensare all’esistenza di una società già ben organizzata, con lavoratori specializzati nella costruzione di elementi funerari, nello scavo, nell’artigianato e nella metallurgia.

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La preistoria parte I: il Paleolitico

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Reperti Grotta Corbeddu, Oliena

Per lungo tempo gli studiosi hanno limitato la presenza dell’uomo in Sardegna al Neolitico, periodo in cui grazie allo sviluppo della navigazione vennero abitate anche le isole più piccole del Mediterraneo.

Saranno due importanti ritrovamenti a spostare la prima presenza dell’uomo al Paleolitico inferiore: nel 1955 le tracce di focolari con carbone e ossa di animali estinti nella Grotta di Ziu Santoru a Dorgali e, soprattutto, nel 1979 il rinvenimento nel Riu Altana di Perfugas di numerosi strumenti in selce realizzati con la tecnica clactoniana (percussione obliqua) tipica, appunto, del Paleolitico.

Le perplessità riguardanti il Paleolitico sardo furono dovute al fatto che gli studiosi non ritenevano possibile che in tempi così remoti l’uomo fosse riuscito a costruire complessi mezzi di navigazione per poter raggiungere l’isola. Semplicemente non era la giusta chiave di lettura. Centinaia di migliaia di anni fa la piattaforma costiera della Sardegna, della Corsica e delle isole dell’arcipelago toscano era emersa, e il continente era separato dalla Corsica da un canale di poche miglia.
In questo modo raggiunsero l’isola diverse specie di animali, come il Cynotherium Sardous, e probabilmente anche l’uomo. Questo spiegherebbe anche la tecnica clactoniana utilizzata per gli strumenti di Perfugas, tecnica di lavorazione molto simile a quelle rinvenute nella penisola.

Se al momento non sono ancora state rinvenute tracce che possano essere ricondotte al Paleolitico medio, molto importanti sono i ritrovamenti riguardanti il Paleolitico superiore. Nella Grotta Corbeddu di Oliena (così chiamata perchè leggenda popolare la volle abitata dal celebre bandito Salis, noto con l’appellativo Corbeddu) sono stati rinvenuti strumenti in pietra risalenti a 14.000 – 8.000 anni fa, parti di un cranio umano con particolarità tali da far presuporre l’esistenza di un Homo sapiens sardo e ancora una falange umana, che documenta la presenza dell’uomo nella zona a partire almeno da 20.000 anni fa. Sono stati scoperti inoltre alcune ossa di Megaceros Cazioti appuntite, incise o lisce, fatto che fa pensare a una lavorazione da parte dell’uomo.

Ma l’uomo rinvenuto nella Grotta Corbeddu, come sarebbe arrivato nell’isola?
Gli studiosi convergono sul possibile attraversamento, da parte di gruppi di uomini che già conoscevano qualche tecnica di navigazione, del canale tra Corsica e continente durante il suo massimo restringimento avvenuto, appunto, 20.000 anni fa.

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La storica alluvione del 1951

Einaudi Villaputzu 1951
Il Presidente Einaudi saluta gli abitanti di Villaputzu, isolati dalla piena del Flumendosa.

Nel lontano ottobre del 1951 la fascia orientale della Sardegna fu flagellata da una devastante alluvione che, per eccezionalità e durata delle piogge, dovrebbe essere catalogata come evento storico.

Negli stessi giorni, la situazione meteo che si venne a creare nel Mediterraneo procurò alluvioni anche nella Sicilia orientale e in Aspromonte. Tutti questi avvenimenti però, nonostante la loro unicità, non ebbero un grande risalto, probabilmente per la mancanza di copertura da parte dei media dell’epoca e perchè le zone interessate risultavano essere periferiche e difficilmente raggiungibili. L’alluvione del Polesine, avvenuta poche settimane dopo, ha finito poi con l’oscurare del tutto il ricordo dei drammatici avvenimenti del Mezzogiorno.

L’eccezionalità dell’alluvione in Sardegna non risiede tanto in singoli eventi di fortissima intensità, quanto nella durata e nella continuità delle piogge: per oltre 4 giorni le precipitazioni non ebbero mai interruzioni, mantenendo per 75 ore consecutive un ritmo molto elevato.

Ma facciamo un passo indietro.

Le prime piogge di quell’autunno sardo vennero salutate con gratitudine dato che da ben tre anni l’isola viveva una situazione di estrema siccità. Le sorgenti erano completamente asciutte, i campi erano secchi e aridi, grandi difficoltà si registravano nell’abbeverare e alimentare le greggi e la situazione diveniva drammatica di giorno in giorno.

Tutto però era destinato a cambiare rapidamente.

Lunedì 14 ottobre: una depressione fredda in quota, originata nella penisola iberica, e la presenza a nord-est di una forte alta pressione, favorì la formazione di intense correnti di scirocco che provocarono sulla fascia orientale della regione, precipitazioni via via sempre più ingenti per il noto effetto stau.

Gli accumuli di quella prima giornata furono importanti, ma fino a quel momento non particolarmente allarmanti: valori superiori ai 50 mm si registrarono nel Golfo di Orosei, nei monti di Capoterra e nell’area sud-orientale, con picchi superiori ai 100 mm nelle zone interne.

131 mm miniera di Tuvuois, in una valle a nord del Serpeddì
102 mm Burcei
89 mm Muravera
70 mm Montes (1060 m s.l.m.)
60 mm a Sa Pira (caserma nella pineta di Sinnai)
85 mm Galtellì
46 mm San Pantaleo
40 mm di Massonedili (tra Tertenia e Quirra)

Martedì 15 ottobre: le piogge si accanirono ulteriormente in tutta la fascia orientale mentre a Cagliari, ancora ignari di ciò che si stava scatenando in una parte dell’isola, si festeggiava il ritorno dell’erogazione dell’acqua.
Il Flumendosa era in piena controllata così come il Cedrino; si registrava l’esondazione di qualche torrente secondario e del Rio Uri.
Le piogge registrate, stavolta, erano eccezionali: dalla fascia costiera del Sarrabus fino a Orosei si superavano i 150 mm, con picchi tra i 350-400 mm sui rilievi. Diverse stazioni gestite dal Servizio Idrografico superarono abbondantemente la soglia dei 400 mm.

539 mm (?) rio de Pardia, tra Quirra e Flumendosa
470 mm Cantoniera Sicca d’Erba (lago Alto Flumendosa)
445 mm Cantoniera Massonedili
416 mm Genna Crexia
395 mm Arzana
350 mm Baunei
349 mm Flumendosa I salto
339 mm Centrale di Sa Teula
312 mm Cantoniera Rio Gironi (Villaputzu)
309 mm Talana

Il maltempo non sembrava voler placare la sua furia, anzi.
Mercoledì 16 ottobre: fu il terzo giorno consecutivo di pioggia intensa, giorno in cui si realizzarono le quantità massime: dato record a Sicca d’Erba (Arzana, sull’Alto Flumendosa). Le piogge iniziarono a diminuire nel Sarrabus per spostarsi lentamente verso il nord-est dell’isola.

544 mm Sicca d’Erba / 1014 mm in 2 giorni
451 mm Flumendosa I salto / 800 mm in 2 giorni
430 mm Bau Mela (lago alto Flumendosa) / 681 mm in 2 giorni
407 mm Cantoniera Pira de Onni / 576 mm in 2 giorni
417 mm Genna Crexia / 833 mm in 2 giorni
400 mm Arzana / 795 mm in 2 giorni
390 mm Cantoniera Giustizieri (nei pressi di Urzulei) / 591 mm in 2 giorni
386 mm Cantoniera Genna Scalas / 624 mm in 2 giorni
385 mm Villagrande / 580 mm in 2 giorni
353 mm Armungia / 428 mm in 2 giorni
348 mm cantoniera Massonedili / 793 mm in 2 giorni
329 mm Bau de Muggeris (lago Alto Flumendosa) / 583 mm in 2 giorni
326 mm Bau Mandara / 607 mm in 2 giorni
308 mm Rio de Pardia / 567 mm in 2 giorni

Iniziavano i problemi.
L’orientale sarda risultava chiusa dal 20° al 113° km.
Il paese di San Vito era parzialmente inondato. Ancora una volta era sospesa l’erogazione dell’acqua a Cagliari, non per la siccità stavolta, ma per problemi riguardanti la qualità delle acque a seguito delle piene dei fiumi.
Il lago dell’alto Flumendosa passava, nell’arco di 24 ore, dal livello minimo di portata a quello massimo. Lo stesso giorno si provvedeva a scaricare dall’invaso l’acqua in eccesso, creando ulteriori danni nei paesi a valle.

Giovedì 17 ottobre: per il quarto giorno consecutivo, la pioggia continuava a cadere incessantemente: l’Ogliastra e il Gennargentu registravano valori altissimi; Sicca d’Erba si confermava ancora una volta come la stazione più piovosa.

417 mm Sicca d’Erba / 1431 mm in 3 giorni
408 mm cantoniera Pira de Onni / 984 mm in 3 giorni
384 mm cantoniera Giustizieri/ 975 mm in 3 giorni
377 mm Genna Scalas / 1001 mm in 3 giorni
371 mm Jerzu / 783 mm in 3 giorni
365 mm Arzana / 1160 mm in 3 giorni
362 mm Flumendosa I salto / 1162 mm in 3 giorni
352 mm Villagrande / 932 mm in 3 giorni
340 mm Talana / 697 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mela / 1007 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mandara / 933 mm in 3 giorni
314 mm Bau de’Muggeris / 897 mm in 3 giorni
300 mm Dorgali / 865 mm in 3 giorni
297 mm cantoniera Correboi / 751 mm in 3 giorni
282 mm Lula / 629 mm in 3 giorni
238 mm Centrale Sa Teula / 917 mm in 3 giorni

A Cagliari non si aveva una reale percezione di ciò che stava accadendo nella fascia orientale dell’isola: le strade erano impercorribili, le linee telefoniche  interrotte, mancavano informazioni.
Le prime notizie sull’alluvione trovavano spazio nell’Unione Sarda: si parlava di 5 morti in Ogliastra ma i dati non sono certi. Il giorno dopo la situazione era ancora lungi dall’esser chiara. Si parlava di centinaia di case travolte dal fango nei paesi a valle, di zone completamente isolate. Si decideva allora di mandare un velivolo in ricognizione per capire, dall’alto, ciò che stava accadendo.
Un primo tentativo venne fatto la mattina, ma la pioggia che continuava a cadere intensa costrinse l’aereo a ritornare a Cagliari.
Poche ore dopo venne fatto un secondo tentativo. I piloti passando per Capo Carbonara arrivarono fino a Villaputzu e registrarono la piena eccezionale di tutti i fiumi e in particolar modo del Flumendosa. Il ponte che collega Villaputzu, San Vito e Muravera appariva intatto ma era stato scavalcato di ben 15 cm dal fiume in piena. Se il ponte era riuscito a rimanere in piedi nonostante la violenza dell’acqua, altrettanto non si poteva dire della relativa strada, che aveva ceduto per 150 metri in direzione Muravera e 70 metri nel lato di Villaputzu.

Venerdì 18 ottobre: la pioggia cadeva su quasi tutta la Sardegna, ma in continua diminuzione nel settore sud-orientale. Danni vennero registrati in Gallura (che raggiunse i 200 mm), numerose furono le interruzioni delle linee ferroviarie in varie zone dell’isola.
In questi giorni i rifornimenti verso i paesi alluvionati avvenivano esclusivamente con gli aerei.
I dati registrati in questo giorno:

370 mm cantoniera Pira de Onni / 1354 mm in 4 giorni
350 mm Oliena / 1002 mm in 4 giorni
257 mm Jerzu / 1040 mm in 4 giorni
226 cantoniera Zuirghe (nel bacino del Coghinas) / 632 mm in 4 giorni
223 mm cantoniera Genna Scalas / 1224 mm in 4 giorni
206 mm Benetutti / 296 mm in 4 giorni
205 mm cantoniera Taroni (sotto monte Sarru) / 488 mm in 4 giorni
180 mm Monti / 408 mm in 4 giorni
180 mm Nuoro / 556 mm in 4 giorni
176 mm Padulo / 410 mm in 4 giorni
174 mm Cantoniera Giustizieri / 1149 mm in 4 giorni
170 mm Talana / 1013 mm in 4 giorni
162 mm Bau Mela / 1169 mm in 4 giorni
160 mm Flumendosa I salto / 1322 mm in 4 giorni
151 mm Noce Secca / 826 mm in 4 giorni
150 mm Dorgali / 1015 mm in 4 giorni
150 mm Mazzinaiu / 362 mm in 4 giorni
146 mm Bau Mandara / 1079 mm in 4 giorni

Sabato 19 ottobre: la depressione, allontanandosi dalla Sardegna, poneva fine alle piogge. Solo nel pomeriggio del 19 si riuscì a raggiungere il paese di Villaputzu, rimasto isolato per tutto questo tempo.

Le piogge, in molte località, si ripresentarono anche domenica 20 ottobre a causa di nuova perturbazione.

I paesi a valle del Flumendosa furono i più disastrati: Muravera contava 30 case distrutte e 250 danneggiate, San Vito 61 case distrutte e 300 lesionate, Villaputzu 70 case crollate e 150 pericolanti. Notevoli i danni anche a causa del vento.
Il governo stanziò 20 miliardi di lire per le zone alluvionate.

La terribile alluvione del 1951 ebbe come ulteriore conseguenza l’abbandono dei centri abitati di Gairo e Osini, interessati da frane e smottamenti e per questo evacuati dalle autorità. Osini venne ricostruito a circa un chilometro di distanza dal vecchio centro abbandonato, mentre Gairo si divise in tre abitati:
Gairo Cardedu, popolato da coloro che vollero ricostruire vicino alla costa;
Gairo Taquisara, una piccola frazione distante 8 chilometri;
Gairo Sant’Elena, il “nuovo” Gairo, che si trova a poche centinaia di metri dall’antico borgo.
I due vecchi centri di Osini e Gairo, con i loro ruderi abbandonati e i muri scostrati che lasciano intravedere tinte rosa e blu, regalano oggi immagini da cartolina molto apprezzate da turisti e appassionati fotografi.

Le devastazioni provocate dall’alluvione furono tali che lo stesso Presidente della Repubblica Luigi Einaudi volle esprimere vicinanza alle popolazioni coinvolte mediante un viaggio nell’isola.
Arrivato a bordo della corazzata Andrea Doria, sbarcò nel porto di Cagliari, dove venne ricevuto dal ministro Segni, dal Presidente della Regione Crespellani, dal Prefetto e altre autorità locali.
Il lungo corteo di auto presidenziali si diresse verso la regione più martoriata, il Sarrabus, soffermandosi prima a Muravera, dove le autorità vennero accolte dal sindaco e dalla popolazione radunata sulla strada principale. Il Presidente Einaudi potè constatare di persona i gravi danni subiti nel paese, e non mancò di distribuire coperte, indumenti e somme di denaro.
Si proseguì poi verso San Vito.
Qui la popolazione accolse il Presidente nella piazza del paese e il sindaco Lussu accompagnò le autorità nella scuola elementare, dove erano ospitate le famiglie rimaste senza casa. Anche a San Vito vennero distribuiti indumenti e denaro, i più piccoli ebbero in dono il cioccolato.
Il corteo di auto si fermò infine a Villaputzu, nei pressi del ponte del Flumendosa rimasto isolato dal cedimento della strada, dove molti abitanti del paese, superato il fiume, andarono incontro al Presidente. Einaudi parlò a lungo con il sindaco, sincerandosi delle condizioni della popolazione e distribuendo, anche in questo caso, generi di conforto e aiuti in denaro.
Alle 14, le auto presidenziali riprendevano il tragitto verso Cagliari, impossibilitate a proseguire oltre per le strade impraticabili. Le autorità di Nuoro e Sassari e i sindaci delle zone alluvionate dell’Ogliastra vennero ricevute in udienza a bordo dell’Andrea Doria, assieme a famiglie e congiunti delle vittime dell’alluvione.
Alle 20, la corazzata Andrea Doria lasciava il porto, non prima che il Presidente Einaudi lanciasse un ultimo saluto all’isola con un radiomessaggio:

“Avrei desiderato che la mia visita alla zone alluvionate si fosse potuta concludere solo dopo la effettiva presa di contatto con tutti i centri colpiti. Purtroppo le permanenti interruzioni nei collegamenti mi hanno invece costretto a limitare il mio programma ed io sto per lasciare l’isola. Mi conforta il pensiero di aver pur sempre arrecato alla generosa gente di Sardegna la testimonianza della solidarietà con cui tutto il Paese le è vicino in questa ora di tristezza, alla quale ho tuttavia fede non tarderà a seguire una serena ripresa. Nel voto che in un prossimo avvenire mi sia concesso di sostare meno fugacemente in terra di Sardegna e di constatare il compimento delle opere che sono già state iniziate e di quelle che saranno ulteriormente predisposte, invio alla popolazioni dell’isola, prima fra esse a quelle delle zone che non mi è stato consentito di raggiungere, il mio saluto e tutti i miei più fervidi auguri”.

26 ottobre 1951

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Qui il video dell’Istituto Luce a documentare la visita:
Il Presidente Einaudi in Sardegna.

 

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Visita Presidente Einaudi. Sarrabus 1951

 

 

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Presidente Einaudi col sindaco di Muravera, 1951

 

 

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Presidente Einaudi. Villaputzu, Muravera, San Vito, 1951

 

 

Einaudi Sarrabus 1951
Presidente Einaudi nel Sarrabus, alluvione 1951

 

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

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Area mineraria di Baccu Locci

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Situato nella zona interna del Salto di Quirra nel territorio di Villaputzu, a poca distanza dalla bella spiaggia di Murtas, il villaggio di Baccu Locci si estende lungo le sponde dell’omonimo torrente, in un contesto naturalistico di straordinaria bellezza.

I primi insediamenti umani scoperti nella zona risalgono all’età nuragica; lungo la strada che porta all’area geomineraria sono presenti la tomba dei giganti di “Bruncu Pedrarba”, corridoio sepolcrale megalitico, e i resti del nuraghe Mannu.

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Tomba dei giganti

Lo sfruttamento a fini produttivi iniziò nell’Ottocento, quando si provò l’estrazione della galena e della blenda, estrazione che non risultò conveniente per la presenza di minerali minori che rendevano difficile il processo di separazione.

Alla fine del secolo la situazione cambiò con l’arrivo dei francesi, che acquisirono i diritti della miniera.
All’inizio fu l’ingegnere francese Emile Jacob a gestire la cava, dedicandosi all’estrazione di rame, antimonio, argento, arsenico e ferro.

Nel 1919 la cava fu affidata in subconcessione alla “Compagnia Miniere del Laurium” che arrivò a impiegare una cinquantina di lavoratori. Dal 1933 seguì un periodo di inattività (dovuta alla scarsa redditività della miniera), che durò fino al 1938, quando la società Rumianca acquisì il complesso per la presenza di arsenopirite, molto richiesto per l’impiego nell’industria chimica.

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Laveria

Fu in questi anni che l’area mineraria crebbe notevolmente: vennero ammodernizzati gli impianti, costruita la laveria per la lavorazione dei minerali, la diga per la produzione di energia elettrica, il sistema di teleferiche usate per trasferire il materiale estratto dai cantieri alla laveria (necessarie per superare il dislivello di 200 metri). Tutto intorno vennero realizzati uffici, dormitori, officina. In questi anni l’attività mineraria di Baccu Locci raggiunse il maggior numero di lavoratori impiegati, circa seicento.

I grandi investimenti nell’area non furono però utilizzati per tutelare la salute dei lavoratori. Le condizioni di vita degli operai restarono difficilissime.
Mancava un sistema di ventilazione forzata, le perforatrici a umido, e tutti quegli accorgimenti che avrebbero permesso di evitare l’inalazione dei veleni da parte dei minatori.

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Macchinari per l’attività estrattiva

A partire dalla metà degli anni ’50 iniziò, anche per la miniera di Baccu Locci, la fase di decadenza che terminò nel 1965 con la cessazione definitiva dell’attività estrattiva.

Oggi il sito di Baccu Locci è diventato un importante esempio di archeologia mineraria e industriale.
Lungo i tornanti che salgono fino ai 500 metri di quota, tra boschi di leccio e di olivastri, tra incantevoli laghetti e aree pic-nic, è possibile visitare una trentina di edifici storici e rari impianti industriali.
Il primo edificio che si incontra nell’area è la grande laveria, recentemente ristrutturata; a seguito della risistemazione non è più presente, al suo fianco, il traliccio in legno della teleferica.
Tutto intorno sono visibili altri caseggiati, ovvero ciò che resta degli uffici, dormitori, magazzini e dell’officina, dove oggi sono sistemati vari macchinari dell’epoca.

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Sbarramento artificiale

Dalla laveria è ben visibile il piccolo bacino artificiale, la diga Riu Mummusa, che non essendo ancora stata interessata dalle azioni di bonifica (effettuate recentemente nell’area), continua a registrare alte concentrazioni di Arsenico e Zinco.

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Galleria San Riccardo

A poca distanza dalla diga è possibile notare alcuni ingressi minerari, tra i quali spicca la galleria San Riccardo, il cantiere più produttivo della cava.

Risalendo lungo i tornanti si arriva al villaggio di Baccu Locci a 370 metri s.l.m., dove sono visibili le vecchie case del borgo, disseminate lungo i versanti del torrente.

Tutta l’area del Salto di Quirra ha una notevole importanza dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e storico, che vale la pena preservare dall’incuria del tempo: un luogo che custodisce lo scorrere dei secoli, ripercorrendo le tracce che vanno dal nostro passato più recente alla nostra storia millenaria.


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Per approfondire l’argomento:

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Fuga da Lipari

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Emilio Lussu riuscì a evadere dal confino di Lipari alla fine del luglio del 1929 con altri due celebri amici: Carlo Rosselli e Fausto Nitti, anch’essi condannati a cinque anni di deportazione.
Importante nella preparazione della fuga fu la presenza della moglie di Rosselli, l’inglese Marion Cave, che ottenne l’autorizzazione di abitare con il marito a Lipari. Grazie al suo passaporto inglese potè viaggiare liberamente senza controllo, riuscendo a mantere i contatti con gli oppositori già rifugiatisi all’estero.

Le menti dell’operazione furono Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani e Alberto Cianca, aiutati da Raffaele Rossetti (protagonista, nel 1918, dell’affondamento della Viribus Unitis, fiore all’occhiello della Marina militare austriaca), Italo Oxilia (che aveva guidato il motoscafo per la fuga di Turati e Pertini) e Gioacchino Dolci (operaio repubblicano, compagno di deportazione dei tre, che avendo scontato la pena era già espatriato in Francia).

Il progetto di evasione prevedeva che Lussu, Rosselli e Nitti, scelto un angolo della costa meno controllato, avrebbero dovuto nuotare fino al largo, dove sarebbero stati raggiunti da un’imbarcazione “amica”.
Per ben quattro volte, però, come raccontò Lussu, dal mare non arrivò nessuno.
In un caso il problema fu il motoscafo “Sigma IV”, i cui motori così pesanti rischiarono di far affondare l’imbarcazione che fu così costretta a rientrare a Tunisi appena dopo la partenza. I tre fuggitivi dovettero così abbandonare momentaneamente l’azione, con le guardie fasciste che, fortunatamente, non si accorsero di nulla.

Il quinto tentativo riuscì il 27 luglio 1929, in una notte di luna nuova.

Anche stavolta Lussu, Rosselli e Nitti riuscirono a eludere il controllo delle guardie e a raggiungere il largo a nuoto. Stavolta, dopo una pasmodica attesa, il motoscafo “Dream V” arrivò con a bordo Italo Oxilia e Gioacchino Dolci che seguirono i punti luminosi indicati da Lussu. Il motoscafo riuscì a entrare nel porto a motori e fari spenti, senza essere visto dalle guardie.

Il primo a salire a bordo fu Nitti, seguito da Rosselli e Lussu.
Nel motoscafo, oltre a una grande riserva di carburante, per volere di Lussu furono sistemati anche fucili e bombe a mano.
Ma l’uso delle armi non fu necessario.
Con le sue trenta miglie orarie, frutto dei motori truccati, il Dream virò rapido e si lanciò in mare aperto senza che nessuno a Lipari si accorgesse di nulla.
Man mano che il motoscafo andava, l’isola diventava un incubo sempre più lontano mentre il sogno della libertà conquistata diventava sempre più vicino.

Nel frattempo scattò l’allarme a Lipari, ma ormai era troppo tardi. I fuggitivi erano al largo, impossibile raggiungerli.

L’indomani, nel primo pomeriggio, il motoscafo arrivava a destinazione: Tunisi.
Da Tunisi, passando per Marsiglia, Lussu, Nitti e Rosselli, assieme a Tarchiani, raggiunsero in treno Parigi dove fuori alla Gare de Lyon trovarono ad attendergli Gaetano Salvemini, Filippo Turati e Alberto Cianca.

Pochi giorni dopo nasceva Giustizia e Libertà, movimento che avrebbe dato un contributo importantissimo alla Resistenza italiana.

La fuga dei tre oppositori fu un grandissimo successo per tutto l’antifascismo italiano; trovò spazio nei giornali di mezzo mondo, rafforzò il dibattito democratico.
Fu il simbolo dell’esistenza di un’Italia che non si piegava al fascismo, di quell’Italia che grazie ai nuclei clandestini e alla voce degli esuli, stava dando vita alla lotta contro il nazifascismo.

La fuga rappresentò invece una vera umiliazione per il regime fascista.
I servizi segreti erano al corrente che a Lipari si stava programmando un tentativo di evasione, ma non riuscirono a far nulla per impedirlo.
Solo il 9 agosto la notizia trovò spazio sul “Popolo d’Italia“, il giornale di Mussolini: “Nella notte dal 27 al 28 luglio sono evasi da Lipari i confinati ex deputato Emilio Lussu, prof. Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti”.
Tutto qui. E fu in qualche modo obbligato a farlo visto che la notizia, ormai, faceva il giro del mondo.

Mussolini cercò di rivalersi in un modo o nell’altro. E così la moglie di Rosselli, incinta, venne arrestata in Valle d’Aosta, ma a seguito del clamore suscitato in Inghilterra ottenne un’immediata liberazione. Nello Rosselli, accusato di aver organizzato la fuga del fratello, venne confinato a Ustica.
La clamorosa fuga del 1929 finì con inasprire ulteriormente la detenzione in tutte le zone di confino, e a Lipari in particolare, dove la Milizia prese il posto della polizia.

Per quel che riguarda il futuro dei tre fuggiaschi, questo è ormai noto ai più.
Lussu prima partecipò alla Guerra civile spagnola nel fronte antifranchista, con funzioni di dirigente politico della Colonna Rosselli. Leader prima di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione, partecipò attivamente alla Resistenza romana. Nel 1945, fu Ministro dell’assistenza postbellica nel primo governo di unità nazionale dell’Italia libera e poi ancora eletto più volte senatore. Si ritirerà dalla vita politica nel 1968.

Anche Nitti fu uno dei fondatori di Giustizia e Libertà.
Partecipò alla Guerra civile spagnola e tornato in Francia fu internato nel campo di Argelès-sur-Mer. Durante la Seconda guerra mondiale fu uno dei promotori della rete spionistica clandestina per la Francia libera e, dopo essere stato arrestato, fu deportato dai nazisti verso il campo di concentramento di Dachau. Durante il viaggio però, riuscì a compiere un’altra avventurosa evasione e si aggregò alla Resistenza francese grazie al quale ottenne la medaglia per la Resistenza. Eletto consigliere comunale a Roma, aderì alla Massoneria.

Rosselli, fondatore del movimento Giustizia e Libertà assieme a Nitti e Lussu, fu subito attivo nella Guerra spagnola sostenendo le forze repubblicane. Celebre divenne il discorso pronunciato alla Radio di Barcellona nel novembre del 1936: “Oggi qui, domani in Italia”, divenuto il motto degli antifascisti italiani.
Tragica fu la sua fine.
Nel giugno del 1937, mentre si trovava a Bagnoles-de-l’Orne per delle cure termali, venne raggiunto dal fratello Nello che probabilmente era stato seguito dai suoi aguzzini sulle tracce del fratello. Il 9 giugno, con un pretesto, vennero fatti scendere dall’automobile e colpiti con raffiche di pistola dai miliziani della Cagoule, formazione dell’estrema destra, su mandato ricevuto da Galeazzo Ciano.
Carlo morì sul colpo, Nello venne finito da un’arma da taglio.

Sulla tomba, l’epitaffio di Calamandrei:

“Giustizia e Libertà. Per questo morirono, per questo vivono”.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu
  •  http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/antifascismo2c.html

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Il confino a Lipari

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Lipari

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A seguito della condanna di deportazione sancita dalla commissione fascista, Emilio Lussu venne trasferito nel confino di Lipari, isola dell’arcipelago delle Eolie.

Nel giorno prescelto per la partenza, tutta Cagliari era in fermento.
Si temeva un’evasione in grande stile e per questo, speciali servizi di truppa furono schierati attorno alle carceri e lungo il percorso che portava verso l’imbarco; lo stesso questore volle essere presente al momento della partenza: “L’isola di Lipari produce una vernaccia celeberrima”, gli disse, porgendogli la mano tesa. Ma Lussu non volle intrattenersi in inutili convenevoli e, dopo avergli ricordato di essere astemio, terminò la conversazione.

Il porto era deserto, l’unica traccia umana era rappresentata da sentinelle e pattuglie armate.
Mentre Lussu si apprestava a scendere nel canotto della polizia, un giovane marinaio a bordo della sua barca, di rientro da una giornata di pesca, ritto sulla prua, gridò: “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”.

Fu l’arrivederci di un’isola intera.

Immediatamente dopo aver assistito alla scena, le pattuglie presenti circondarono il marinaio appena rientrato nel porto.
Non si ha notizia a quale destino andò incontro, un gesto così coraggioso poteva avere gravi conseguenze.

Dopo due giorni di viaggio vissuti in condizioni di salute precarie, Lussu arrivò a Lipari accolto dagli amici della lotta politica: Beltramini, Binotti, Grossi, Volpi, Picelli, solo per citarne alcuni.
Prima del fascismo, Lipari era la destinazione dei delinquenti comuni dichiarati incorreggibili, sistemati in una zona riservata di circa un chilometro quadrato.
Per disposizioni fasciste, lo spazio fu ridotto a poche centinaia di metri, con uno/due militari per ogni deportato politico.
I detenuti solitamente vivevano nelle caserme, quelli malati o con famiglia al seguito potevano disporre di una casa all’interno dell’area, ma le condizioni di vita erano difficilissime per tutti.

Il mare era controllato costantemente dalla presenza di barche, motoscafi veloci, perfino un canotto da guerra con un cannone. In ogni angolo riflettori e mitragliatrici a fare da guardiani.
Le navi che arrivavano in porto erano minuziosamente controllate, anche gli estranei che sbarcavano nell’isola erano sottoposti a perquisizioni personali.

Il clima tropicale dell’isola e le dure condizioni di detenzione, rendevano difficili le condizioni di salute dei deportati. Lussu si ammalò di una grave pleurite di cui già aveva sofferto in passato, e come lui tanti erano i prigionieri che si ammalavano.
Non mancavano i morti, ma di fronte a tanti ammalati anche il piccolo ospedale sembrava impossibilitato a svolgere la sua funzione.

Tutti i deportati dovevano sopravvivere nell’isola con una misera indennità giornaliera di 10 lire, ridotte alla metà dopo il 1931. Vitto, vestiario, biancheria, igiene, luce, tutto doveva essere pagato utilizzando questa piccola somma; le malattie legate alla fame erano una realtà molto diffusa a Lipari.
Gli appelli venivano fatti frequentemente, la notte si arrivava addirittura a dodici controlli. Si doveva evitare ogni minima possibilità di fuga, rendere l’isola una fortezza inespugnabile, un simbolo del rigore.

E così tutto l’ambiente pareva essere un’immensa scenografia della passione fascista: la fanfara che suonava inni a ogni ora del giorno,  le canzoni beffa contro gli oppositori. Le guardie fasciste, dal canto loro, avevano l’obbligo di rendere il clima turbolento; la sentinella che non provocava veniva accusata di scarso senso rivoluzionario.

Spesso venivano inviati degli “agenti provocatori”, ovvero finti deportati mandati sull’isola a prender contatti con i veri prigionieri, col compito di suggerire complotti per rovesciare il regime. Chi cadeva nel tranello, finiva subito in stato d’arresto.
Tutto ciò si sommava alle “classiche aggressioni”, sempre più violente, con i deportati ridotti in condizioni così gravi da dover essere ricoverati per lungo tempo in ospedale.
Si passò poi a misure di tortura ancora più deprecabili: deportati feriti da colpi di frusta e costretti a fare bagni nell’acqua salata o nell’aceto; flagellature alle piante dei piedi; feriti cosparsi di olio e aceto.

Alle questioni che non potevano attendere i tempi della giustizia, si sostituiva il giudizio sommario. E così, alcuni deportati venivano ammazzati senza troppi convenevoli, come Giovanni Filippich, ucciso nel 1930 per essersi dichiarato slavo, o il deputato Sollazzo, ucciso a colpi di baionetta per aver criticato duramente il fascismo.

In caso di tentativi di fuga, il regolamento consentiva l’utilizzo delle armi. Se nonostante ciò, il deportato riusciva ad avere salva la vita, la pena contemplava una reclusione non inferiore ai tre anni e una multa salata di 20.000 lire.

Ma non c’era pena che poteva fermare il desiderio di libertà. Tutti, a Lipari, pensavano alla fuga, pochissimi riuscirono a compierla.
Tra questi ci fu Emilio Lussu che, con una rocambolesca evasione, riuscì insieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti, a beffare il regime fascista.
Tre uomini che, una volta abbandonata l’isola, daranno un contributo fondamentale prima nella lotta clandestina e poi nelle fasi finali della Resistenza armata.

… Segue.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu