Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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Noi coglieremo fiori…

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Ode ai morti di Buggerru

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Noi coglieremo fiori di bufera
Lungo il sonante mare.
Li copriremo d’elce,
li cingeremo di selvaggio ulivo,
e con fiori di sole, o Primavera!
Ché non son morti. Nell’ignava fossa
non posan essi verdi azzurri stanchi
Cadaveri? Ma vanno
oltre letée fiumane, sul profondo
cuor della terra, e scavano
ancora. Van tra il rombo di altre mine
per altre vie. Su loro
è il festoso scrosciar delle acque e il coro
delle selve, divino. Ardon le lampane
pari ad astri non mai prima veduti.
E a loro innanzi fuggono gli impuri
spiriti della tenebra, gli oscuri
spiriti della terra: Avanti, neri
compagni mal sepolti! Oltre il sepolcro,
giù! Oltre la radice aspra dei monti,
oltre l’alvo sereno delle fonti,
oltre ogni umana mole,
oltre ogni sogno infranto,
oltre la terra che matura al sole
la sua messe di pianto .
Sardegna! Dolce madre taciturna,
non mai sangue più puro
e innocente di questo ti bruciò
il core e tanto ne stillò dall’urna
della morte! Pastore,
Re del silenzio, sul tuo sogno immobile
passan le rosse nuvole,
passano i venti sul tuo chiuso cuore
Ascolti? Il tuo silenzio
Vinto è dai colpi dei vendicatori:
e già sulla collina
bela e svaria la mandra,
e canta la calandra.
Che l’aurora è vicina.

Sebastiano Satta

 

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L’eccidio di Buggerru

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In pochi sanno che il primo sciopero generale della storia d’Italia scaturì da un evento che ebbe luogo in un piccolo centro della Sardegna, Buggerru, nell’iglesiente.

La fondazione di Buggerru fu conseguente all’inizio dell’attività mineraria nella zona, iniziata nel 1860 con la ricerca di zinco e piombo. In breve tempo il paese superò gli 8000 abitanti, lavoratori provenienti da diverse parti della Sardegna che subirono il richiamo della miniera; un lavoro faticoso, poco retribuito ma pur sempre prezioso in una regione con un altissimo tasso di povertà.
Le misere condizioni di vita dei minatori si riflettevano nelle povere e fatiscenti abitazioni in cui trovavano alloggio le numerose famiglie operaie.
Tutto, proprio tutto, apparteneva ai proprietari francesi del complesso minerario, la “Société Anonyme des mines de Malfidano”: pozzi, officine, case (gli operai pagavano l’affitto ai dirigenti), scuola, emporio, terra, anche la vita dei minatori era di loro proprietà. Non desterà dunque sorpresa il nome con la quale Buggerru era nota all’epoca: la “Petit Paris”, con il suo cinema e un grazioso teatro riservato alla ristretta élite dei dirigenti francesi.

Non avevano tempo libero gli operai, costretti a lavorare in condizioni durissime: non meno di 9 ore lavorative al giorno, niente riposo settimanale, turni massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro.
I minatori a Buggerru erano più di 2000 e a essi si aggiungevano le donne e i ragazzi più giovani che si occupavano della selezione dei minerali. I salari erano bassissimi: meno di 3 lire al giorno per gli armatori che lavoravano all’interno della miniera, neppure 1 lira per le cernitici.

Erano i primi anni del secolo questi, i tempi in cui muoveva i primi passi il movimento operaio. E anche a Buggerru i lavoratori iniziarono a riunirsi nella “Lega di Resistenza”, che partecipò attivamente al congresso nazionale della Federazione dei minatori.
Forte del sostegno dei due sindacalisti Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, il malcontento si incanalò in una grande protesta quando, il 2 settembre 1904, fu anticipata di un mese l’entrata in vigore dell’orario lavorativo invernale, che avrebbe significato la riduzione di un’ora della pausa tra un turno e l’altro.
Gli operai si rifiutarono di eseguire quest’ordine, si presentarono all’orario consueto e i dirigenti, in tutta risposta, minacciarono di licenziare chiunque non avesse rispettato le nuove direttive.
Iniziava così lo sciopero dei minatori di Buggerru, spontaneo in quanto non guidato dalla Lega di Resistenza che cercò in tutti i modi di riportare la calma tra gli operai. Ma ormai la protesta era in moto, niente poteva trattenere la rabbia dei minatori: tutti gli impianti rimasero deserti, perfino l’energia elettrica venne interrotta lasciando il paese al buio.

Nel frattempo, il direttore della miniera Achille Georgiades, chiese aiuto della forza pubblica e due compagnie di soldati del 42° Fanteria al comando dei capitani Bernardone e D’Anna partirono da Cagliari all’alba del 4 settembre, per arrivare a Buggerru nel pomeriggio. Tre operai furono incaricati di provvedere alla sistemazione dei soldati in un locale provvisorio, e una sentinella venne messa al posto di guardia.
Mentre negli uffici della direzione una commissione cercava di trovare una soluzione allo sciopero, gli operai si radunavano nella piazza ad attendere una risposta. Fu allora che un gruppo di manifestanti si diresse verso i locali dell’improvvisata caserma per convincere i tre operai, rimasti agli ordini dei soldati, a unirsi allo sciopero. La situazione si fece via via più tesa, le grida lasciarono il posto a una fitta sassaiola mentre i soldati puntavano i moschetti sulla folla.
Alle 16.45 i militari, tolta ogni remora, spararono sui lavoratori, lasciando a terra una decina di operai.
Due morirono sul colpo, Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara e Felice Littera di 31 anni, di Masullas. Il 21 settembre Giustino Pittau, di Serramanna, morì in ospedale; un mese dopo la stessa sorte toccò a Giovanni Pilloni di Tramatza.

Il 5 settembre ritornò la calma anche grazie alla preziosa mediazione di Cavallera e Battelli, e l’energia elettrica riprese a funzionare illuminando il paese nel giorno del lutto. Il 6 si tennero i funerali alla quale partecipò una folla di 3000 persone.

Il 7 settembre nelle miniere di Buggerru fu ripreso il lavoro: solo dopo lunghe trattative il direttore concesse che per tutto il mese di settembre l’intervallo fosse di 3 ore invece che 2. Tutto qui.
I morti di Buggerru valevano solo un’ora di riposo?
No. I morti di Buggerru col loro sacrificio erano riusciti ad accendere la fiaccola che negli anni, nei decenni a seguire avrebbe illuminato la strada del movimento operaio.

Accadde infatti che l’11 settembre, la Camera del Lavoro di Milano, per protestare contro l’eccidio di Buggerru, proclamava il primo sciopero generale nazionale, che fu anche il primo d’Europa.
Dal 16 al 21 settembre i lavoratori italiani di tutte le categorie scesero in strada non per difendere i propri diritti, ancora inesistenti, ma per conquistarli.
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Relax zen sardo

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1940-1943: la Sardegna sotto le bombe

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Nel Secondo conflitto mondiale la Sardegna è stata l’unica regione d’Italia in cui non si è avuta una guerra guerreggiata tra eserciti combattenti.
Il motivo principale è da ricondursi alla condizione di insularità della regione, isolamento geografico che divenne totale nel momento in cui vennero sospesi i collegamenti navali tra il continente e la Sardegna. Per questo motivo, l’isola dal gennaio del 1944 sperimentò anche l’autogoverno, con la creazione dell’Alto Commissariato per la Sardegna riconosciuto dallo Stato.

Per via della sua posizione geografica, la Sardegna svolgeva un ruolo fondamentale sotto il profilo strategico-militare: le  basi aeree e navali presenti nell’isola permettevano un controllo delle vie di comunicazione tra il Mediterraneo occidentale e quello centrale, e i primi bombardamenti da parte degli Alleati non tardarono ad arrivare. Già da lungo tempo l’Unione Nazionale Protezione Antiaerea informava sui rischi dei raid, fornendo le elementari nozioni per scampare agli attacchi. Ma la città, che vide cadere le prime bombe nel giugno del ’40, mancava totalmente di rifugi adeguati. I Cagliaritani potevano contare su alcuni anfratti naturali scavati nella roccia, insufficienti per accogliere le migliaia di persone terrorizzate dalle bombe. I ripari improvvisati in legno erano inutili a salvare dalla furia delle esplosioni e, nonostante la costruzione di alcuni bunker, gran parte dei cittadini restava sprovvista di un rifugio.

Il 16 giugno alle 17 e trenta, appena 6 giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, 5 bombardieri inglesi sganciavano diverse bombe sull’aeroporto di Elmas. Molti ordigni finirono nel vicino stagno, i danni riportati furono piuttosto limitati e riguardarono la distruzione di alcuni hangar e della postazione contraerea, ma non ci furono vittime tra i civili. Un secondo attacco avvenuto il 24 giugno, colpì le riserve di carburante a Monte Urpinu.

Completato lo sbarco alleato in Nord Africa e con gli Alleati che si preparavano a liberare l’Europa, nel 1943 i bombardamenti tornarono a colpire anche la Sardegna.

Quelli del 1943 furono opera degli americani e investirono direttamente la popolazione civile. Il 17 febbraio vennero colpite Cagliari e Gonnosfanadiga, provocando oltre 200 morti. Gli aerei americani, ostacolati da una fitta nuvolosità, colpirono l’area portuale di Cagliari e una zona centrale della città, in particolare via Sant’Efisio, tra la chiesa di Sant’Anna e quella di Santa Restituta, adibita a rifugio. La tragedia si svolse nella cripta di quest’ultima, dove si ebbe una strage di civili. L’allarme fu tardivo, quando le sirene fischiarono gli aerei erano già sui quartieri occidentali (Castello e Stampace). Vennero colpite anche Quartu S. Elena e Monserrato, ma la sorte peggiore tocco a Gonnosfanadiga. Probabilmente convinti di aver individuato il campo di aviazione di Villacidro, le fortezze volanti sganciarono nel paese il loro carico di bombe a frammentazione, colpendo varie zone dell’abitato e in particolare la via contigua alle scuole elementari. Nel centro del Medio Campidano, che contava solo 5.000 abitanti, vi furono 118 vittime, tra cui 27 bambini appena usciti da scuola e molte donne intente a lavare i panni sul greto del fiume. 

Pochi giorni dopo, il 26 febbraio, aerei B17 sganciarono su Cagliari 50 tonnellate di bombe, devastando i quartieri storici di Stampace, Castello e Bonaria. Del Municipio rimase solo la facciata, il Bastione di San Remy, colpito da 3 bombe, perse l’arco e parte della scalinata, numerosissisme le distruzioni di palazzi civili. Il bombardamento durò appena quindici minuti e provocò 73 morti e 286 feriti.

Il 28 febbraio si ripeteva l’orrore.
Erano le 12.55 quando i cagliaritani ancora rimasti in città videro apparire gli aerei. Era una domenica, un giorno di festa, e nessuno immaginava un nuovo tremendo attacco, anche perchè non venne lanciato nessun allarme dal sistema difensivo. La città era ormai in ginocchio, interi quartieri come Villanova, Stampace, Castello, Marina ridotti in macerie. Solo il 28 febbraio si erano avuti oltre 200 morti e centinaia di feriti.

L’opera di distruzione fu completata il 31 marzo dello stesso anno. Gli obiettivi principali furono il porto e la stazione, gravi danneggiamenti subì la chiesa del Carmine, con la statua della Madonna, al centro della piazza, che si girò di 20 gradi a causa dello spostamento d’aria provocato dalle deflagazioni. Una sessantina furono le vittime, la maggior parte nella vicina Monserrato.

Nel mese di aprile vennero bombardate Carloforte (12 morti e 30 feriti), La Maddalena e Palau, dove venne affondato il Trieste provocando la morte di centinaia di marinai, l’aeroporto di Alghero-Fertilia (18 morti e 50 feriti), Villacidro (16 morti e 56 feriti), Arbatax (12 morti e 6 feriti), Sant’Antioco e Porto Torres (5 morti). Anche maggio non fu da meno, finirono sotto il mirino degli aerei Alleati Olbia (oltre 20 morti), la stazione di Sassari (3 morti), Alghero-Fertilia (6 morti), Porto Torres, Abbasanta, Capo Frasca, Sant’Antioco, Calasetta, e ancora Alghero (52 morti). Continui erano i bombardamenti nell’isola, giorno e notte.

Il 13 maggio toccò nuovamente a Cagliari subire due nuove incursioni: quella diurna da parte degli americani e quella notturna degli inglesi. Fu l’attacco più massiccio mai visto, opera di 103 quadrimotori e 94 bimotori americani e 23 bimotori inglesi. A questo punto Cagliari assunse un’aria spettrale, i morti in questa circostanza furono solo 50 segno di una città oramai deserta. Appena 7000 persone erano rimaste nel capoluogo e gli sfollati, riversatisi a decine di migliaia dalle zone colpite ai centri dell’interno raccontavano di lutti e distruzioni.

La guerra per la Sardegna volgeva al termine; l’ultimo bombardamento fu il pomeriggio dell’8 settembre sull’aeroporto di Pabillonis.
Poche ore dopo Badoglio annunciava alla radio l’armistizio.

Il bilancio finale dei bombardamenti aerei fu di un migliaio di vittime e molte centinaia di feriti: l’elenco, però, è incompleto perché molti non furono identificati, di tanti si ritrovarono solo parti dei corpi dilaniati e altri si dissolsero nelle esplosioni o furono inghiottiti sotto le macerie. Circa due terzi delle abitazioni di Cagliari furono rase al suolo o gravemente danneggiate dai bombardamenti. Ancora oggi, nei quartieri storici della città, sono visibili le tracce di quelle devastazioni: restano i vuoti dei palazzi mai ricostuiti, le ferite architettoniche. Nel 1950 alla città fu conferita la medaglia d’oro al Valor Militare, a Gonnosfanadiga la Medaglia di Bronzo al Merito Civile.
Pochi ricordano che Cagliari, dopo Napoli, è stata la città più bombardata in Italia. Pochissimi che è stata la città che ha subito maggiori danni a livello di Conventry (Inghilterra) o di Dresda (Germania), senza tra l’altro una ragione plausibile.

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Per approfondire l’argomento:

Apogeo e declino del fascismo in Sardegna

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Il periodo di maggior consenso del Partito Fascista a Cagliari e in provincia coincide con la fondazione di Carbonia avvenuta nel 1938.

La decisione di erigere una città intorno al grande giacimento del Sulcis fu strettamente collegata alla politica autarchica voluta da Mussolini a seguito delle sanzioni, imposte dalla Società delle Nazioni, all’indomani dell’aggressione all’Etiopia. Mussolini annunciò il rilancio della produzione del carbone durante un viaggio in Sardegna. Tre anni dopo, precisamente nel 1938, Carbonia veniva inaugurata e dagli 8.000 abitanti iniziali passerà a oltre 40.000 già nel 1944.
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La stragrande maggioranza dei sardi, così come degli italiani, accettò il regime senza particolari riserve. Gli antifascisti più noti vanno ricordati nella figura di Giovanni Lay, comunista, imprigionato negli anni Trenta, il sardista Dino Giacobbe che nel 1937 abbandonerà clandestinamente la Sardegna per combattere nella guerra spagnola, Francesco Fancello, anch’egli sardista e il repubblicano Cesare Pintus che verranno condannati dal Tribunale Speciale nel 1931. Il più importante di tutti fu Emilio Lussu.
L’antifascismo non fu in grado di coinvolgere il resto della popolazione, anche perchè confinato in circoli ristrettissimi.
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Nel 1930, secondo una rilevazione statistica prefettizia, su una popolazione della provincia di Cagliari di 461.304 unità si registra la presenza di 164 tra Fasci e Gruppi rionali e di 53 Fasci femminili; il numero dei tesserati è di 15.155 unità; i Fasci giovanili ne raccolgono 5.082, i Guf 490, l’O.N.B. 16.800.
Con le 1.842 iscritte ai Fasci femminili, le 5.696 piccole italiane e 631 giovani italiane, il numero complessivo degli aderenti alle principali organizzazioni del partito è di circa 30.541 unità. Possiamo affermare che circa il dieci per cento della popolazione era inquadrato nel Pnf.

I dati delle province di Nuoro e di Sassari dello stesso anno indicano una percentuale di iscritti e tesserati pari al dodici per cento a Nuoro e del dieci per cento a Sassari.
Quattro anni dopo gli iscritti al Pnf nella provincia di Cagliari erano 17.000 e nel 1938 raggiungevano le 23.000 unità.
Nel 1940, con l’apertura delle iscrizioni ai combattenti, il totale degli iscritti raggiungeva le 32.000 unità anche se, dei 14.000 combattenti iscritti, solo 4.500 avevano pagato la tessera.
Questi numeri, che trasmettono l’immagine di un partito di massa, nascondono una forte adesione dettata anche da ragioni di opportunità sociale; avere la tessera significava aver accesso al pubblico impiego, e finì col divenire più una formalità burocratica che un segno di appartenenza al partito.

Con lo scoppio della guerra e i continui bombardamenti, con l’aumento del costo della vita e delle difficoltà negli approvvigionamenti si registrò un crescente malcontento popolare nei confronti del regime.
L’isolamento, sia morale che materiale, in cui era piombata la Sardegna, finì col ridar forza ai pensieri autonomistici. Una fonte di polizia comunicherà: “Da voci da noi udite ripetutamente, i Sardi, pur di finirla, vedrebbero favorevole un distacco dalla Madre Patria e magari un’occupazione inglese”.

In una lunga relazione del 18 giugno del 1943 al Ministero dell’Interno, un ispettore di pubblica sicurezza, faceva notare che “Ogni intralcio burocratico viene attribuito al preteso disinteresse del continente verso la Sardegna”. E’ evidente come la sfiducia nelle autorità andava di pari passo con il progressivo distacco della popolazione sarda dal regime. Accanto alla lealtà verso la monarchia cominciava a serpeggiare nella popolazione l’insofferenza verso il regime e la consapevolezza che la Sardegna continuava ad essere trascurata e scarsamente difesa (la situazione era drammatica in seguito ai bombardamenti  e alla mancanza di collegamenti sia interni che verso il continente). Riemergeva insomma quel forte sentimento di identità locale che unitamente al rivendicazionismo economico e politico nei confronti dello Stato aveva costituito il punto di forza del programma e degli ideali sardisti del primo dopoguerra.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net

Mincemeat: storia del falso sbarco in Sardegna.

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I piani ideati dagli Alleati per conquistare la Sardegna durante la Seconda guerra mondiale furono offuscati dall’avventurosa operazione segreta denominata “Mincemeat”, ovvero “Carne tritata”; terminato il conflitto, il piano divenne così famoso da diventare argomento di romanzi e film, mentre le altre operazioni finirono nel dimenticatoio.

L’operazione Mincemeat doveva, nei piani degli anglo-americani, far credere ai tedeschi e agli italiani che lo sbarco sarebbe avvenuto non in Sicilia, ma in Sardegna e, cosa a dir poco incredibile, le forze dell’Asse finirono col crederci davvero.

Tutto iniziò il 30 aprile 1943 quando un pescatore portoghese recuperò un cadavere con indosso l’uniforme inglese, un giubotto della Raf e, legata alla cintura, una misteriosa valigetta. Le autorità spagnole lo identificarono come il maggiore William Martin grazie ai documenti presenti; causa della morte un incidente aereo. Nella valigetta furono trovate alcune lettere dirette ai comandi inglesi.

Le autorità spagnole consegnarono ai servizi segreti nazisti tutte le carte ritrovate e, dopo le proteste del consolato, i documenti vennero restituiti agli inglesi. Le buste apparentemente sembravano intatte, ma non era così. Mancavano delle piccole ciglia poste appositamente per svelare un eventuale manomissione. I tedeschi erano caduti nella trappola e la finta operazione alleata aveva raggiunto la giusta destinazione: Berlino.

Due divisioni tedesche furono così spostate in Sardegna e Corsica, altre sette dalla Sicilia alla Grecia. La Sicilia rimase scoperta, difesa solo da truppe demoralizzate, male equipaggiate e senza sistemi antisbarco.
L’offensiva in Sicilia iniziò il 12 giugno 1943 con la conquista dell’isola di Pantelleria; un mese dopo, il 10 luglio, i primi contingenti sbarcavano in Sicilia e in poche settimane si impadronirono dell’isola, senza difficoltà.

Ma come si era arrivati a tanto?

Nella valigetta del maggiore William Martin erano contenuti i falsi piani segreti degli alleati.
Una lettera faceva riferimento a uno sbarco in Grecia e indicava falsamente come finto obiettivo la Sicilia, accennando ad un altro attacco contemporaneo nel Mediterraneo. I falsi obiettivi erano chiari ma non troppo appariscenti, inoltre venivano indicati due assalti chiamati operazione Husky (che è il vero nome dell’attacco alla Sicilia, ma che nella lettera veniva riferito alla Grecia in modo che se i tedeschi avessero intercettato messaggi contenente tale nome, avrebbero pensato alla manovra citata nella lettera) e operazione Brimstone (riferita ad un punto non precisato del Mediterraneo).
Il secondo messaggio parlava di un passaggio in Nord Africa in preparazione del successivo assalto nella “patria delle sardine”, con riferimento alla Sardegna e dunque al piano Brimstone.

I tedeschi una volta intercettate le informazioni, pensarono che gli sbarchi sarebbero avvenuti in Sardegna e in Grecia e, in preparazione a ciò, spostarono mezzi e truppe, lasciando sguarnito il vero obiettivo.

william_martinMa non solo le missive erano una totale invenzione. Persino il maggiore William Martin non era mai esistito.
Il corpo rinvenuto dai pescatori era quello dello scozzese Glyndwr Michael, un senzatetto di 34 anni, morto suicida a seguito di un’ingestione di veleno per topi, che gli aveva gonfiato i polmoni proprio come quelli di un annegato. Rimase per  mesi in una cella frigorifera, prima di essere vestito da ufficiale e scaricato dal sottomarino britannico al largo di Huelva. Per rendere più reale il tutto, vennero infilati nelle sue tasche dei biglietti per il teatro, un sollecito bancario per uno scoperto di 80 sterline, la fotografia della fidanzata Pam, lettere d’amore e una lettera dell’affezionatissimo padre, senza dimenticare il necrologio che venne pubblicato sul Times.

La lapide posta in suo ricordo nel cimitero di Huelva riporta la frase:
“Qui giace Glyndwr Michael, che servì come il maggiore William Martin nei Royal Marines”.

Il senzatetto scozzese, senza saperlo, aveva servito il suo paese salvando migliaia di vite. Ci pensò la morte a innalzarlo al ruolo di eroe.

 

I piani segreti per occupare la Sardegna (1940-1943)

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Sarebbe potuto essere “operazione Yorker“, o più probabilmente “piano Garotter“, o magari “Brimstone”… e invece no, nessuno di questi progetti andò in porto, ma tutti e tre prevedevano la liberazione della “fortezza Europa” passando per la Sardegna, ancor prima di pensare allo sbarco in Normandia e prima che si realizzasse lo sbarco in Sicilia.

Ma facciamo un passo indietro.

La Seconda Guerra Mondiale era già iniziata da un anno quando, alla fine del 1940, si iniziò a pianificare la conquista dell’isola con l’operazione Yorker. Nella primavera del ’40 Hitler controllava già una buona parte dell’Europa centro-settentrionale, il 14 giugno conquistava Parigi e in autunno era costretto a rinviare, a causa della resistenza inglese, l’occupazione della Gran Bretagna. Il 10 giugno anche l’Italia decideva di entrare in guerra affianco all’alleato tedesco.

Fu in questo contesto che gli Alleati (già nel 1940 Roosevelt si impegnò a sostenere economicamente la Gran Bretagna, l’unico Paese rimasto a combattere contro la Germania) progettarono la conquista della Sardegna, per controllare le rotte del Mediterraneo e indebolire l’Asse con l’uscita di scena dell’Italia.

L’operazione Yorker, datata gennaio 1941, prevedeva che alcuni convogli sulla rotta Gibilterra-Malta-Egitto avrebbero dovuto virare a Nord verso la Sardegna, per poi sbarcare a Portoscuso, Muravera, Oristano e Alghero, mentre gli avieri avrebbero preso il controllo degli aeroporti. Conquistato poi il porto di Cagliari, il principale obiettivo, e sbarcato il grosso delle truppe e dei mezzi, dagli aeroporti sarebbero partiti gli aerei per bombardare i porti nel continente e respingere i rinforzi. Il piano, previsto per la primavera dello stesso anno, venne però accantonato perchè troppo rischioso.

All’operazione Yorker seguì ben presto un nuovo progetto: il piano Garotter.
Il piano Garrotter si rifaceva sostanzialmente al progetto Yorker, ma era focalizzato sulla sola conquista di Cagliari. Anche questa operazione verrà messa da parte, troppe poche le informazioni in mano agli Alleati riguardanti il territorio circostante, mancarono soprattutto le ricognizioni fotografiche per la scarsità di aerei.

Il 1942 fu l’anno dell’ideazione dell’operazione Brimstone, i cui destini finirono con l’incrociarsi alla riuscita del piano Husky, ovvero allo sbarco in Sicilia del 1943.
Se le forze alleate avessero trovato in Sicilia una resistenza accanita, a tal punto da rallentare notevolmente l’avanzata e mettere a repentaglio la riuscita dell’operazione, l’alternativa sarebbe stata un nuovo sbarco in Sardegna (piano Brimstone) e uno in Corsica (piano Firebrand). In questo modo si sarebbero utilizzati gli aeroporti isolani per attaccare più frequentemente gli obiettivi dell’Italia centrale e settentrionale e, al tempo stesso, sarebbero state bloccate le divisioni tedesche presenti, impedendo loro di spostarsi in altre aree.
Il piano per la conquista della Sardegna prevedeva che, una volta sbarcata nella costa quartese, la V Armata americana avrebbe dovuto continuare l’avanzata verso nord in preparazione dello scontro con la 90ª Panzergrenadier e la Divisione “Nembo”, dislocate tra Sardara e San Gavino. Ma tutto ciò non fu necessario in quanto l’operazione Brimstone non venne mai attuata.
Lo sbarco in Sicilia, infatti, avvenne senza troppi problemi, con le truppe italiane demoralizzate ormai sicure dell’inevitabile sconfitta e una popolazione che, in buona parte dei casi, accolse gli alleati come liberatori.

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Per approfondire si consiglia la lettura:

La Sardegna nella strategia mediterranea degli Alleati durante la seconda guerra mondiale (1940-1943). I piani di conquista. Mariarosa Cardia.

 

Storiella di Halloween 2.0

Lettura non indicata alle persone sensibili.

fantasmaE’ una notte buia e tempestosa a Ussaramanna, tutti sono rinchiusi in casa a vedere l’ultima puntata di Chi l’ha visto che si preannuncia ricca di colpi di scena. Ma è anche la notte di Halloween questa, e il nostro team di spettri ha da lavorare. Tutto ad un tratto una fitta nebbia avvolge il piccolo paese, inghiottendo case, libri, auto, viaggi e fogli di giornale. Ma Tzia Peppa, completamente assorta dal caso del ragazzone, è poco interessata a ciò che succede fuori.

Qualcuno suona alla porta.
Tzia Peppa si alza controvoglia, cerca le chiavi nella tasca del grembiule e apre. Una musica angosciante si diffonde nella casa, arrivando a coprire la voce di Federica Sciarelli. Il terribile spettro Adalgiso dai lunghi capelli corvini, un tempo conosciuto con il nome di Manuel Agnelli, si presenta davanti a Tzia Peppa, che dimostrando ancora una volta la sua innata ospitalità, lo fa accomodare nella stanza buona. Ma Adalgiso non è venuto fin qui per mangiare i gueffus, non stavolta…

Inizia a cantare con tutta la sua forza, Adalgiso, testi senza un senso apparente, diabolici, maligni, dal significato irreale. Ma Tzia Peppa non ha molto tempo da dedicargli ora, abbassa il volume del microfono, corre di fronte alla tv e abbandona il povero Adalgiso a se stesso. C’è un servizio di Paola Grauso, non può intrattenere l’ospite.

Adalgiso non crede ai suoi occhi. Mai nessuno gli aveva fatto un affronto del genere. Nel lontano 1837 Tziu Luigi era morto di stenti dopo aver sentito la prima strofa di Dea, e Tziu Sebresti era diventato un appassionato di canzoni neomelodiche giapponesi appena gli aveva cantato all’orecchio 1.9.9.6..
Il povero Adalgiso abbandona la casa gonfio di rabbia, ma non prima di aver chiamato in suo aiuto il primo spettro di pura razza italica della storia: Gotino.

Gotino è uno spettrino davvero carino. Fa parte dell’antica casata del marchese Formaggino, tipi che avevano colonizzato l’Etiopia a suon di lenzuola volanti, per dirvi. Fantasma all’apparezza rispettabile, ottimo lavoratore, tasse pagate in anticipo, vacanze sempre e solo a Nord del fiume Po, vuole dare il suo contributo alla serata di terrore.

Il nostro spettro non ha tempo di bussare alla porta, sceglierà un’entrata ad effetto, la stessa che tante vittime ha mietuto in questi anni. Vestito di un lungo lenzuolo nero, moschetto e manganello in mano, muovendosi al passo romano inizia a percorrere tutta la casa con lamenti lancinanti proprio mentre sta partendo il servizio di Pino Rinaldi.
Questo è davvero troppo. Tzia Peppa apre lo scaffale e gli porge lo spray Italicum, usato come trattamento sintomatico di stati infiammatori associati al dolore del tratto oro-faringeo italiano, da usare lontano dai pasti. Gotino rimane impressionato dalla gentilezza di Tzia Peppa, vorrebbe spaventarla almeno un pochino, prova a fare una piccola barricata nell’andito per impedirgli l’accesso al resto della casa, ma l’influenza l’ha debilitato troppo, rinuncia e va via.

gianloreto-carboneTzia Peppa, libera dagli ospiti, può finalmente concedersi l’ultimo servizio di Gianloreto Carbone, ma qualcosa non va per il verso giusto. Il segnale sparisce, tzia Peppa cambia freneticamente canale, ed ecco che da quello che sembrava lo studio di Porta a Porta esce lui, lo zombie Renziello. Tzia Peppa lo prende a colpi di bastone, ricambia a Chi l’ha visto dove nel frattempo è ritornato il caro Gianloreto, ma ormai lo spettro è di fronte a lei, e non sembra avere buone intenzioni.

E’ una situazione troppo angosciante per Tzia Peppa. Renziello inizia a vomitare fiumi di parole scandendo continui Sì tra termini quali referendum e strofe incomprensibili di Fedez e J.Ax. Tzia Peppa, che sarebbe anche interessata a capire perchè lo spettro Renziello si è preso così a cuore la questione Costituzione, da brava padrona di casa si incammina verso il frigo a prendere della Sambuca per l’ospite, ma chiusa la portiera troppo forte sveglia il terrificante elettrodomestico. Un No urlato a squarciagola da Tzia Peppa gela il volto di Renziello. Cerca di svegliarsi dal torpore in cui è caduto, ha un mancamento, si accascia sulla poltrona e inizia a compitare delle insane parole che danno via a un incantesimo: A R I G G, G I G R A, I R G G A, R A G G I.

A questo punto tutti i frigoriferi d’Italia al grido di “andiamo a raffreddare”, si risvegliano, escono dagli appartamenti e, percorrendo le vie di Roma capeggiati da Renziello, invadono le strade dei vivi e il parlamento dei morti, mentre Tzia Peppa può finalmente tornare di fronte alla tv a seguire il saluto finale della Sciarelli.

 

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