Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net

Mincemeat: storia del falso sbarco in Sardegna.

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I piani ideati dagli Alleati per conquistare la Sardegna durante la Seconda guerra mondiale furono offuscati dall’avventurosa operazione segreta denominata “Mincemeat”, ovvero “Carne tritata”; terminato il conflitto, il piano divenne così famoso da diventare argomento di romanzi e film, mentre le altre operazioni finirono nel dimenticatoio.

L’operazione Mincemeat doveva, nei piani degli anglo-americani, far credere ai tedeschi e agli italiani che lo sbarco sarebbe avvenuto non in Sicilia, ma in Sardegna e, cosa a dir poco incredibile, le forze dell’Asse finirono col crederci davvero.

Tutto iniziò il 30 aprile 1943 quando un pescatore portoghese recuperò un cadavere con indosso l’uniforme inglese, un giubotto della Raf e, legata alla cintura, una misteriosa valigetta. Le autorità spagnole lo identificarono come il maggiore William Martin grazie ai documenti presenti; causa della morte un incidente aereo. Nella valigetta furono trovate alcune lettere dirette ai comandi inglesi.

Le autorità spagnole consegnarono ai servizi segreti nazisti tutte le carte ritrovate e, dopo le proteste del consolato, i documenti vennero restituiti agli inglesi. Le buste apparentemente sembravano intatte, ma non era così. Mancavano delle piccole ciglia poste appositamente per svelare un eventuale manomissione. I tedeschi erano caduti nella trappola e la finta operazione alleata aveva raggiunto la giusta destinazione: Berlino.

Due divisioni tedesche furono così spostate in Sardegna e Corsica, altre sette dalla Sicilia alla Grecia. La Sicilia rimase scoperta, difesa solo da truppe demoralizzate, male equipaggiate e senza sistemi antisbarco.
L’offensiva in Sicilia iniziò il 12 giugno 1943 con la conquista dell’isola di Pantelleria; un mese dopo, il 10 luglio, i primi contingenti sbarcavano in Sicilia e in poche settimane si impadronirono dell’isola, senza difficoltà.

Ma come si era arrivati a tanto?

Nella valigetta del maggiore William Martin erano contenuti i falsi piani segreti degli alleati.
Una lettera faceva riferimento a uno sbarco in Grecia e indicava falsamente come finto obiettivo la Sicilia, accennando ad un altro attacco contemporaneo nel Mediterraneo. I falsi obiettivi erano chiari ma non troppo appariscenti, inoltre venivano indicati due assalti chiamati operazione Husky (che è il vero nome dell’attacco alla Sicilia, ma che nella lettera veniva riferito alla Grecia in modo che se i tedeschi avessero intercettato messaggi contenente tale nome, avrebbero pensato alla manovra citata nella lettera) e operazione Brimstone (riferita ad un punto non precisato del Mediterraneo).
Il secondo messaggio parlava di un passaggio in Nord Africa in preparazione del successivo assalto nella “patria delle sardine”, con riferimento alla Sardegna e dunque al piano Brimstone.

I tedeschi una volta intercettate le informazioni, pensarono che gli sbarchi sarebbero avvenuti in Sardegna e in Grecia e, in preparazione a ciò, spostarono mezzi e truppe, lasciando sguarnito il vero obiettivo.

william_martinMa non solo le missive erano una totale invenzione. Persino il maggiore William Martin non era mai esistito.
Il corpo rinvenuto dai pescatori era quello dello scozzese Glyndwr Michael, un senzatetto di 34 anni, morto suicida a seguito di un’ingestione di veleno per topi, che gli aveva gonfiato i polmoni proprio come quelli di un annegato. Rimase per  mesi in una cella frigorifera, prima di essere vestito da ufficiale e scaricato dal sottomarino britannico al largo di Huelva. Per rendere più reale il tutto, vennero infilati nelle sue tasche dei biglietti per il teatro, un sollecito bancario per uno scoperto di 80 sterline, la fotografia della fidanzata Pam, lettere d’amore e una lettera dell’affezionatissimo padre, senza dimenticare il necrologio che venne pubblicato sul Times.

La lapide posta in suo ricordo nel cimitero di Huelva riporta la frase:
“Qui giace Glyndwr Michael, che servì come il maggiore William Martin nei Royal Marines”.

Il senzatetto scozzese, senza saperlo, aveva servito il suo paese salvando migliaia di vite. Ci pensò la morte a innalzarlo al ruolo di eroe.

 

Storiella di Halloween 2.0

Lettura non indicata alle persone sensibili.

fantasmaE’ una notte buia e tempestosa a Ussaramanna, tutti sono rinchiusi in casa a vedere l’ultima puntata di Chi l’ha visto che si preannuncia ricca di colpi di scena. Ma è anche la notte di Halloween questa, e il nostro team di spettri ha da lavorare. Tutto ad un tratto una fitta nebbia avvolge il piccolo paese, inghiottendo case, libri, auto, viaggi e fogli di giornale. Ma Tzia Peppa, completamente assorta dal caso del ragazzone, è poco interessata a ciò che succede fuori.

Qualcuno suona alla porta.
Tzia Peppa si alza controvoglia, cerca le chiavi nella tasca del grembiule e apre. Una musica angosciante si diffonde nella casa, arrivando a coprire la voce di Federica Sciarelli. Il terribile spettro Adalgiso dai lunghi capelli corvini, un tempo conosciuto con il nome di Manuel Agnelli, si presenta davanti a Tzia Peppa, che dimostrando ancora una volta la sua innata ospitalità, lo fa accomodare nella stanza buona. Ma Adalgiso non è venuto fin qui per mangiare i gueffus, non stavolta…

Inizia a cantare con tutta la sua forza, Adalgiso, testi senza un senso apparente, diabolici, maligni, dal significato irreale. Ma Tzia Peppa non ha molto tempo da dedicargli ora, abbassa il volume del microfono, corre di fronte alla tv e abbandona il povero Adalgiso a se stesso. C’è un servizio di Paola Grauso, non può intrattenere l’ospite.

Adalgiso non crede ai suoi occhi. Mai nessuno gli aveva fatto un affronto del genere. Nel lontano 1837 Tziu Luigi era morto di stenti dopo aver sentito la prima strofa di Dea, e Tziu Sebresti era diventato un appassionato di canzoni neomelodiche giapponesi appena gli aveva cantato all’orecchio 1.9.9.6..
Il povero Adalgiso abbandona la casa gonfio di rabbia, ma non prima di aver chiamato in suo aiuto il primo spettro di pura razza italica della storia: Gotino.

Gotino è uno spettrino davvero carino. Fa parte dell’antica casata del marchese Formaggino, tipi che avevano colonizzato l’Etiopia a suon di lenzuola volanti, per dirvi. Fantasma all’apparezza rispettabile, ottimo lavoratore, tasse pagate in anticipo, vacanze sempre e solo a Nord del fiume Po, vuole dare il suo contributo alla serata di terrore.

Il nostro spettro non ha tempo di bussare alla porta, sceglierà un’entrata ad effetto, la stessa che tante vittime ha mietuto in questi anni. Vestito di un lungo lenzuolo nero, moschetto e manganello in mano, muovendosi al passo romano inizia a percorrere tutta la casa con lamenti lancinanti proprio mentre sta partendo il servizio di Pino Rinaldi.
Questo è davvero troppo. Tzia Peppa apre lo scaffale e gli porge lo spray Italicum, usato come trattamento sintomatico di stati infiammatori associati al dolore del tratto oro-faringeo italiano, da usare lontano dai pasti. Gotino rimane impressionato dalla gentilezza di Tzia Peppa, vorrebbe spaventarla almeno un pochino, prova a fare una piccola barricata nell’andito per impedirgli l’accesso al resto della casa, ma l’influenza l’ha debilitato troppo, rinuncia e va via.

gianloreto-carboneTzia Peppa, libera dagli ospiti, può finalmente concedersi l’ultimo servizio di Gianloreto Carbone, ma qualcosa non va per il verso giusto. Il segnale sparisce, tzia Peppa cambia freneticamente canale, ed ecco che da quello che sembrava lo studio di Porta a Porta esce lui, lo zombie Renziello. Tzia Peppa lo prende a colpi di bastone, ricambia a Chi l’ha visto dove nel frattempo è ritornato il caro Gianloreto, ma ormai lo spettro è di fronte a lei, e non sembra avere buone intenzioni.

E’ una situazione troppo angosciante per Tzia Peppa. Renziello inizia a vomitare fiumi di parole scandendo continui Sì tra termini quali referendum e strofe incomprensibili di Fedez e J.Ax. Tzia Peppa, che sarebbe anche interessata a capire perchè lo spettro Renziello si è preso così a cuore la questione Costituzione, da brava padrona di casa si incammina verso il frigo a prendere della Sambuca per l’ospite, ma chiusa la portiera troppo forte sveglia il terrificante elettrodomestico. Un No urlato a squarciagola da Tzia Peppa gela il volto di Renziello. Cerca di svegliarsi dal torpore in cui è caduto, ha un mancamento, si accascia sulla poltrona e inizia a compitare delle insane parole che danno via a un incantesimo: A R I G G, G I G R A, I R G G A, R A G G I.

A questo punto tutti i frigoriferi d’Italia al grido di “andiamo a raffreddare”, si risvegliano, escono dagli appartamenti e, percorrendo le vie di Roma capeggiati da Renziello, invadono le strade dei vivi e il parlamento dei morti, mentre Tzia Peppa può finalmente tornare di fronte alla tv a seguire il saluto finale della Sciarelli.

 

Antifascisti sardi nella guerra civile spagnola -3-

Chiudiamo il capitolo dedicato alla guerra spagnola, ricordando alcuni dei volontari sardi che sopravvissero al conflitto.

Salvatore Marcello di La Maddalena, noto comunista, emigrò clandestinamente in Corsica nel 1930, stabilendosi a Portovecchio, dove svolse diversi lavori. La Prefettura di Sassari, nel proprio schedario, traccia il seguente profilo dell’antifascista maddalenino:
“Espatriò in Corsica nel 1930, clandestinamente, e si stabilì a Portovecchio dove lavorò come minatore, poi nelle saline e quindi da bracciante. S’iscrisse nel 1935 al Sindacato C.G.T. di tendenza estremista e partecipò a uno sciopero dei portuali nel 1936. Distribuì in Francia giornali e manifesti antifascisti, mentre la sua figliuola Maddalena di 10 anni distribuiva fiori rossi in occasione di manifestazioni comuniste. Prese parte alla campagna spagnola con i rossi; nel settembre 1938 fu ferito alla gamba destra e al capo. Il 27 settembre 1941 veniva accompagnato dalla gendarmeria francese e consegnato in stato d’arresto alla polizia italiana di confine, reduce dai campi di concentramento francesi di Adde, San Cipriano e Vernet. […]. Appartiene a famiglia di pastori ed è vissuto in un ambiente socialmente e moralmente malsano. È analfabeta, pressoché ottuso di mente, per cui viene facilmente impiegato dagli elementi comunisti e antifascisti in manifestazioni avverse al Fascismo”.

Minatore e comunista era Aledda Antonio, di Giovanni e Mulanu Regina, nato il 23/02/1913, a Villaputzu (CA). Espatriato nel 1929, combatte la guerra spagnola in qualità di tenente della 1ª compagnia del 2º battaglione della Brigata Garibaldi, passa poi alla XVª Brigata Internazionale. Uscito dalla Spagna, è internato a Gurs.

Antonio Deiana di Tertenia è un’altra figura di antifascista emigrato in Corsica che ha combattuto in Spagna. Costui, di ideali comunisti, emigrò clandestinamente in Corsica nel 1931, risiedendo a Bastia, ma anche a Nizza. Nella città corsa lavorò come commerciante presso una ditta di pelli e lana e frequentò ambienti sovversivi, soprattutto comunisti. Nel 1937 si trasferì in Spagna per combattere nelle Milizie Rosse sino al 1939, quando venne internato nel campo di concentramento di Gurs, in Francia. Arruolatosi nelle compagnie di lavoro francesi, nel 1940 fu arrestato dalle forze di occupazione tedesche che lo rinchiusero, come prigioniero, in un campo di concentramento in Germania, dal quale sarebbe uscito nel 1943.
Congiu Francesco, di Salvatore e Lussu Fortunata, 28/09/1898, Ballao (CA). Aggiustatore, comunista. Nel 1922 emigra in Francia continuando in questo Paese l’attività antifascista svolta in Italia. Nell’aprile 1937 si reca in Spagna e viene inquadrato nel 2º battaglione della brigata Garibaldi. Ferito in Estremadura, combatte anche sull’Ebro. Rientrato poi in Francia, il 27 ottobre 1942 è arrestato dalla Feldgendarmerie di Longwy per attività comunista.

Lusso Raffaele, di Pasquale e Congio Brigitta, 06/08/1895, Villasalto (CA). Minatore, comunista. Diverse volte picchiato e perseguitato dai fascisti, nel mese di aprile del 1924 emigra clandestinamente recandosi in Francia. A Parigi prende contatto con le organizzazioni antifasciste italiane. Parte per la Spagna alla fine di ottobre del 1936. E’ arruolato dal 1º novembre nel battaglione Garibaldi, poi passa alla 3ª compagnia del 4º battaglione della brigata omonima. Tenente, è ferito sull’Ebro. In seguito rientra in Francia.

Lussu Emilio, di Giovanni e Mereu Lucia, 04/12/1890, Armungia (CA). Avvocato e giornalista, Giustizia e Libertà. Ufficiale durante la prima guerra mondiale, pluridecorato, è deputato fra il 1921 e il 1924 per il Partito Sardo d’Azione. Nell’ottobre del 1926, in seguito ad un assalto alla sua casa da parte di squadre fasciste, uccide un aggressore. E’ incarcerato, poi assolto per legittima difesa ma confinato per cinque anni. Nel 1929 evade dal confino portandosi in Francia dove svolge un’intensa attività antifascista. In Spagna è per un breve periodo nella Colonna Italiana, con mansioni dirigenti. Rientrato in Francia e poi in Italia nel 1943, è dirigente partigiano. Parlamentare per varie legislature nel secondo dopoguerra, è anche brillante scrittore di opere memorialistiche e saggistiche.

Emanuele Mura, nato a San Vito (CA) il 13/2/1898, contadino, risulta emigrato in Francia nel 1923. Tenuto prigioniero dai franchisti a Santander, venne internato in un campo di concentramento in Spagna. Tradotto in Italia nel 1938, fu confinato a Ventotene.

Antonio Puliga, classe 1915, San Vito (CA), ricercato dalla polizia per le sue convinzioni antifasciste, si rifugiò in Francia in data imprecisata. E’ soldato nella 2ª compagnia del battaglione Garibaldi, segnalato anche dal CTV “da un elenco rinvenuto nella sede abbandonata di un comando repubblicano”. Rientra in Francia dopo il mese di ottobre del 1938.

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G. Secci -San Vito-

Giovanni Secci, di San Vito (CA) nato nel 1896, comunista, pastore, risulta residente in Francia. Si arruolò nella compagnia italiana del battaglione Dimitrov nel gennaio 1937. Ferito a Morata de Tajuna, fu costretto a rientrare come invalido in Francia.

Eugenio Sestu, classe 1904 San Vito (CA), muratore, comunista, a vent’un anni fu costretto a emigrare in Francia in quanto, non volendo aderire al fascio, si ritrovò senza lavoro. In Francia fu molto attivo nelle organizzazioni dell’emigrazione antifascista italiana. Nel 1936 partì per la Spagna, arruolandosi nel mese di ottobre nel battaglione Garibaldi, 1ª compagnia, portaordini. Ferito a Pozuelo, passò alla brigata Garibaldi, 1º battaglione. Rimase nuovamente ferito a Brunete, riportando un’invalidità. Rientrò in Francia nel luglio 1938, nel giugno dell’anno seguente parte per l’Unione Sovietica.

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Antifascisti sardi nella guerra civile spagnola -2-

La vicinanza geografica tra la Sardegna e la Corsica favorì l’emigrazione politica degli antifascisti sardi verso l’isola francese. Molti riuscirono a stabilirsi a Portovecchio, Ajaccio, Bastia, diversi furono arrestati mentre tentavano la traversata; per altri la Corsica rappresentò un passaggio obbligato per raggiungere la Francia o per combattere la guerra civile in Spagna. Buona parte di coloro che decisero di raggiungere la Spagna erano contadini, pastori, artigiani, minatori, molti di essi comunisti, diversi anarchici, altri profondamente legati al pensiero sardista di Emilio Lussu con il movimento “Giustizia e Libertà”. 
Per capire il contributo della Sardegna alla causa spagnola prendiamo come riferimento l’indice demografico. L’isola rappresenta circa il 2,3-2,4% della popolazione italiana. Gli internazionali sardi che decisero di partecipare al conflitto sono calcolati in 140-150, ovvero, prendendo come riferimento il numero di 3354 volontari italiani stimati da Togliatti, il 3,6-4,1% della partecipazione italiana. Anche i 20 caduti sono il 3% dei 600 italiani.
Ricordiamo inoltre che i sardi furono l’8,3% dei caduti del CTV, cioè dell’esercito inviato da Mussolini in aiuto a Franco, e il 4% dei caduti della Milizia fascista.

Ecco le storie note degli antifascisti sardi che pagarono con la vita il proprio appoggio alla causa repubblicana:

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G. Massessi -Villaputzu-

Giovannico Massessi, di Pietro e Boy Giuseppina, nato il 09/09/1909 a Villaputzu (CA).
Arrivò in terra  spagnola nel novembre 1936. Proveniente da St. Etienne, in Francia, inizialmente fece parte della formazione Picelli, poi passò nel battaglione Garibaldi.
Perse la vita nel settembre 1938 sul fronte dell’Ebro.

Paolo Comida, classe 1899, di Ozieri (SS), elettricista e comunista, espatriato clandestinamente dalla Corsica nel 1932, visse anche ad Orano e Algeri. Corrispondente de “Il grido del popolo”, giornale antifascista in lingua italiana pubblicato in Francia, si trovava a Barcellona per assistere alle Olimpiadi proletarie (organizzate in opposizione a quelle “naziste” di Berlino) quando decise di correre al fronte prima ancora che Stalin desse il via libera al Cominter. Cadde sul fronte di Tardienta, in Aragona, così come Zuddas e Franchi, componenti della colonna “Ascaso-Rosselli”, caduti nella battaglia di Monte Pelato. La notizia si apprese da una lettera delle Milicias Antifascistas di Barcellona inviata, senza francobollo, direttamente a Ozieri, all’indirizzo della madre, con la quale si annunciava la morte del combattente sardo: “Con gran dolo ponemos en vuestro conoscimento de que el camerada Paolo Comida Campus ha muerto gloriosamente en el fronte de Aragòn”.

Stessa fine fece Sisinnio Dessi. Nato a Monserrato (CA), l’8/09/1892, fu condannato dal Tribunale Speciale in periodo imprecisato. Segnalato con le milizie repubblicane ad Irùn, rimase ferito in combattimento. Morirà il 6 ottobre 1938 a Champigny, in Francia, per le conseguenze delle ferite riportate in Spagna.

La sola notizia al momento esistente riguardo Erminio Fanni, nato nel 1899 a Cagliari, è la denuncia della sua scomparsa durante la guerra di Spagna fatta da parte di suoi familiari, i quali hanno richiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il relativo atto di morte. Non è escluso che abbia appartenuto a formazioni anarchiche.

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Beniamino Mudadu (2° in piedi da sinistra)

Beniamino Mudadu, classe 1904, contadino di Sorso (SS), lasciò la Corsica per arruolarsi nelle file rosse. Inquadrato nella sezione telefonista della brigata Garibaldi, e già firmatario della lettera intestata “Caro grido del popolo” dell’omonima rivista, morì a Tardienta, sul fronte di Aragona, nel 1936 (altre fonti datano la morte nel 1937 a Guadalajara).

Cornelio Martis, nato il 12/09/1905 a Guspini (CA), faceva parte del movimento “Giustizia e Libertà”. Tenente dell’esercito italiano, fuggì dalla Sardegna in Tunisia su una barca a vela. Raggiunse l’ingegnere Dino Giacobbe in Spagna nell’ottobre del 1937. Arruolato nelle Brigate Internazionali, perse la vita il 21 dicembre dello stesso anno: fu giustiziato da un commissario politico comunista dopo la sfortunata battaglia dell’Ebro, sotto il pretesto di appartenere alla fantomatica quinta colonna (elementi nazionalisti infiltrati).

Contadino, comunista, era Bertorio Sanna, nato il 6/05/1900 a Serrenti (CA). Emigrato in Francia per motivi di lavoro nel 1924, il 16 novembre 1936 si trova in Spagna. Fece parte prima del battaglione Garibaldi, viene poi segnalato nel 2º battaglione della XIVª Brigata e nel 15 settembre 1937 in forze alla brigata Garibaldi. Caporale, si presume sia caduto in combattimento, ma non si hanno notizie specifiche del fronte.

Anche Giuseppe Zuddas era emigrato in Francia per motivi di lavoro, quando scelse di partire alla volta della Spagna. Nato nel 1898 a Monserrato (CA), piccolo coltivatore in Sardegna e muratore in Francia, aderì al Partito Sardo d’Azione diventandone segretario regionale, prendendo contatto con le organizzazioni di Giustizia e Libertà dove sarà molto attivo. Allo scoppio della sollevazione franchista, decise di arruolarsi nella Colonna Italiana, perdendo la vita il 28 agosto 1936 sul Monte Pelato.

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Tommaso Congiu -Escalaplano-

Tommaso Congiu, nato a Escalaplano (NU) nel 1901, comunista, minatore, partì per la Francia nel 1925 e fu uno dei fondatori dell’Upi, settore dell’Est (Unione Popolare Italiana, organizzazione delle correnti politiche in esilio). Arrivato in Spagna nel maggio del 1937, si arruolò  nella 1ª compagnia del 2º battaglione della brigata Garibaldi, diventando delegato politico di sezione. Morì il 9 settembre 1938 sul fronte dell’Ebro.

Giovanni Maria Puggioni, nato a Sorso (SS) il 26/07/1907 era repubblicano, professione manovale. Emigrato assieme alla madre per la Corsica nel 1925, fu segnalato come appartenente a Giustizia e Libertà. Condannato nel 1936 per infrazione a un decreto di espulsione dalla Corsica, raggiunse la Spagna e, arruolato nel battaglione Garibaldi, combattè sul fronte di Madrid. Ferito a Guadalajara, morirà nell’ospedale di Benicasim  il 24 marzo 1937.

Raffaele Puddu, classe 1899, di Gairo (NU) era anarchico, professione operaio. Emigrato in Francia nel 1921, si stabilì a Langleville e qui prese parte a tutte le iniziative del Fronte Popolare. Venne indicato dalla Prefettura di Nuoro come presente all’aggressione subita dal fascista Vincenzo Montini a Langleville; nell’autunno del 1936 si trova in Spagna. Inquadrato nel battaglione Garibaldi, morirà l’11 febbraio sul fronte dello Jarama.

Paolo Santandrea, nato a La Maddalena (SS) il 13/03/1907, impiegato, venne iscritto dalla polizia italiana nel Bollettino delle Ricerche come antifascista. Riuscì ad espatriare clandestinamente in Corsica nel maggio del 1931, per poi arrivare in Algeria e infine in Spagna. Rimpatriato da Barcellona, tornò in Italia ma nel maggio del 1937 riuscì  nuovamente  ad espatriare in Spagna, dove si arruolerà nella brigata Garibaldi. Ferito sul fronte dell’Ebro in data imprecisata, morì il 29 aprile 1938 all’ospedale di Matarò.

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Giovanni Dettori -Orgosolo-

Anarchico, molto attivo già nel dopoguerra, Giovanni Dettori classe 1899 di Orgosolo (NU), si trasferì in Tunisia, dove subì l’amputazione di una mano in seguito ad un attentato compiuto contro il consolato italiano. Rimpatriato, fu condannato a tre anni di confino ma riuscì a emigrare clandestinamente nel 1935, arrivando poi in Spagna nell’agosto del 1936. Probabilmente fece parte della XIIª Brigata Internazionale, perdendo la vita in combattimento il 15 gennaio 1937 a Teruel.

Anche Pompeo Franchi era un anarchico. Nato a Nuoro il 1º febbraio 1905, pittore decoratore, si trasferì in Francia, dove subì una condanna per violenze ai carabinieri. Nel 1925 venne espulso per “propaganda comunista” e il 22 ottobre fu segnalato alle Prefetture italiane come individuo da perquisire in caso di rimpatrio. Riuscì a rifugiarsi a Parigi, presso il fratello Ferdinando, e fu denunciato per renitenza alla leva. Cercò, senza successo, di entrare in Svizzera e nell’ottobre del 1932 venne arrestato a Fontenay-sous-Bois insieme a Bruno Gualandi, Ulisse Merli, Ruggero Cingolani e Emilio Predieri, durante una riunione di attivisti anarchici. Condannato a due mesi di carcere per violazione del bando di espulsione, venne accusato dall’Ovra di preparare un atto terroristico in Italia. Nell’ottobre 1935 fu accusato di preparare un altro attentato a Mussolini, insieme a Eugenia Lina Simonetti, ma anche questa volta la “soffiata” si rivelò falsa. Ai primi di agosto del 1936 valicò i Pirenei per arruolarsi, insieme al fratello Ferdinando, nella Colonna Italiana a maggioranza anarchica, comandata dal repubblicano Mario Angeloni. Il 28 agosto rimase ferito nella battaglia di Monte Pelato, sul fronte di Aragona, e all’inizio di settembre si spense nell’ospedale di Lérida, dopo una dolorosa agonia, in presenza del fratello.

Antonio Sanna, nato il 19/05/1906 a Meana Sardo (NU), minatore, fuggì in Francia in quanto ricercato dalla polizia per il suo impegno politico. Il 28 ottobre 1936 si trovava in Spagna, arruolato nel battaglione Garibaldi. Disperso il 23 novembre a Casa de Campo, sul fronte di Madrid.

Di Quirico Canu, anch’egli minatore, nato a Buddusò (SS) il 30/11/1900, si hanno poche notizie. Sconosciuta è la data di emigrazione. Una nota del generale Pozas nomina Canu caporale della XIIª Brigata Internazionale; ferito al braccio destro a Majadahonda, cadde sul fronte di Argallen nel febbraio del 1938.

Scarne anche le informazioni che riguardano Lucio Melis. Nato a Sassari nel 1902, raggiunse la Spagna  nel luglio del 1937, proveniente dall’Algeria. Perse la vita il 28 agosto dello stesso anno a Farlete.

Secondo la testimonianza del combattente Giovanni Caria, anche Gianmaria Nuvoli (SS) morì nel conflitto. Arruolato nel battaglione Garibaldi, rimase ferito a Guadalajara nel marzo del 1937.

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Per approfondire, si consiglia la lettura:
– “La Spagna nel nostro cuore”, edito a cura dell’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.
– “L’ombra lunga dell’esilio: ebraismo e memoria” a cura di Maria Sechi, Giovanna Santoro, Maria Antonietta Santoro.
– Centro Studi Sea.  Ammentu, Bollettino storico, archivistico e consolare del Mediterraneo. N. 1 gennaio – dicembre 2011

Antifascisti sardi nella guerra civile spagnola -1-

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Tra il 1936 e il 1939 la Spagna fu teatro di una sanguinosa guerra civile che, caricandosi di un importante significato ideologico, diventò ben presto uno scontro tra democrazia e fascismo. Numerosi furono gli antifascisti che da tutto il mondo arrivarono in Spagna per sostenere i propri ideali, molti provenivano dalla Sardegna.

Dopo la fine della dittatura di Primo de Rivera e la caduta della monarchia, la Spagna aveva vissuto una forte instabilità economica e sociale, che aveva visto succedersi un fallito colpo di Stato militare e una insurrezione anarchica sanguinosamente repressa.
Quando, nel 1936, le sinistre unite nel Fronte Popolare (comunisti, socialisti e repubblicani schierati assieme per la prima volta) vinsero le elezioni e salirono al governo, la tensione esplose.
Le masse proletarie vittoriose si scagliarono contro i grandi proprietari e il clero cattolico, mentre la vecchia classe dominante reagì dando sfogo alla violenza squadristica della Falange (organizzazione fascista) e tentando un nuovo colpo di Stato per mano militare.
Iniziata nel luglio del 1936, la ribellione ebbe il suo punto di forza nelle truppe coloniani di stanza nel Marocco spagnolo, guidate dal generale Francisco Franco.
A modificare lo stato della situazione che inizialmente vide in vantaggio il governo repubblicano, fu il comportamento delle potenze europee. Mussolini aiutò i franchisti inviando almeno 50.000 volontari (in realtà reparti regolari) e ingente materiale bellico, mentre Hitler potè sperimentare l’aviazione tedesca contro gli obiettivi del governo.
Nessun aiuto arrivò alla Repubblica dalle potenze democratiche.
L’unico sostegno ai repubblicani venne dall’Unione Sovietica che non solo fornì materiale bellico, ma favorì la promozione di Brigate Internazionali: reparti di volontari composti da comunisti ma aperti ad antifascisti di tutte le tendenze e di tutto il mondo (ricordiamo la partecipazione dell’americano Hemingway e dell’inglese Orwell).
Molto numerosi furono gli italiani e i tedeschi che trovarono nella guerra l’occasione per combattere quella battaglia che ancora non potevano affrontare in patria. “Oggi in Spagna, domani in Italia” fu lo slogan degli antifascisti italiani presenti soprattutto nella Brigata Garibaldi.

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Discorso pronunciato da Carlo Rosselli alla radio di Barcellona il 13 novembre 1936

Compagni, fratelli, italiani, ascoltate.
Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di antifascisti italiani esuli che si battono nelle file dell’armata rivoluzionaria.
Una colonna italiana combatte da tre mesi sul fronte di Aragona. Undici morti, venti feriti, la stima dei compagni spagnuoli : ecco la testimonianza del suo sacrificio.
Una seconda colonna italiana, formatasi in questi giorni, difende eroicamente Madrid. In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che avendo perduto la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Ispagna, fucile alla mano.
Giornalmente arrivano volontari italiani: dalla Francia, dal Belgio, dalla Svizzera, dalle lontane Americhe. Dovunque sono comunità italiane, si formano comitati per la Spagna proletaria. Anche dall’Italia oppressa partono volontari. 
Nelle nostre file contiamo a decine i compagni che, a prezzo di mille pericoli, hanno varcato clandestinamente la frontiera. Accanto ai veterani dell’antifascismo lottano i Giovanissimi che hanno abbandonato l’università, la fabbrica e perfino la caserma. Hanno disertato la guerra borghese per partecipare alla guerra rivoluzionaria. […] Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. La Spagna ce ne fornisce la palpitante riprova. Nessuno parla più di de Rivera. Nessuno parlerà più domani di Mussolini. E’ come nel Risorgimento, nell’epoca più buia, quando quasi nessuno osava sperare, dall’estero vennero l’esempio e l’incitamento, cosi oggi noi siamo convinti che da questo sforzo modesto, ma virile dei volontari italiani, troverà alimento domani una possente volontà di riscatto.
E’ con questa speranza segreta che siamo accorsi in Ispagna.
Oggi qui, domani in Italia.

Tanti i sardi che risposero a questo appello. Molti non sono tutt’ora conosciuti, altri dopo il conflitto preferirono rimanere nell’anonimato, questi i volontari di cui si hanno maggiori informazioni.

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Per la provincia di Cagliari:

ALEDDA ANTONIO -Villaputzu-
ARRIU ANTONIO -Gussilis ?-
CONGIU FRANCESCO – Ballao-
CONI EFISIO -Terralba-
CORDA ERNESTO -Selargius-
DEGIOANNIS ANTONIO -Cagliari-
DESSI SISINNIO -Monserrato- caduto in guerra
FANNI ERMINIO -Cagliari- caduto in guerra
FRAU GIUSEPPE -Quartu S.Elena-
LUSSO RAFFAELE -Villasalto-
LUSSU EMILIO -Armungia-
MARTIS CORNELIO -Guspini- caduto in guerra
MARTIS GIUSEPPE -Terralba-
MASSESSI GIOVANNICO -Villaputzu- caduto in guerra
MELIS ANTONIO -San Basilio-
MOCCI SISINNO -Villacidro-
MORI BENEDETTO -Fluminimaggiore-
MULLIRI OLINDO -Cagliari-
MURA EMANUELE -San Vito-
NIOI RAIMONDI -Assemini-
ORTU FRANCESCO -Iglesias-
PERRA ANGELO -Quartu S.Elena-
PULIGA ANTONIO -San Vito-
SANNA BERTORIO -Serrenti- caduto in guerra
SECCI GIOVANNI -San Vito-
SERPI GIOVANNI -Serrenti-
SESTU EUGENIO -San Vito-
SPANO VELIO -Teulada-
TROSSERO MARIO -Guspini-
ZUDDAS GIUSEPPE -Monserrato- caduto in guerra
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Per la provincia di Nuoro:
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BERRINA GIOVANNI -Mamoiada-
BRAU STEFANO -Oniferi-
BURRAI FRANCESCO -Bitti-
CARIA GIOVANNI -Jerzu-
CASULA SALVATORE -Desulo-
CONGIU TOMMASO -Escalaplano- caduto in guerra
DEIANA ANTONIO -Tertenia-
DETTORI GIOVANNI -Orgosolo- caduto in guerra
DORE ETTORE -Olzai-
FRANCHI FERDINANDO -Nuoro-
FRANCHI POMPEO -Nuoro- caduto in guerra
GIACOBBE FELICE -Dorgali-
GOLOSIO DOMENICO -Mamoiada-
GOLOSIO PIETRO -Mamoiada-
LECIS AGOSTINO -Esterzili-
MARCELLO SALVATORE -Sarule-
MELIS PAOLO -Gairo-
MORO SALVATORE -Lula-
PISANO VITTORIO -Gairo-
PORCHERI GIUSEPPE -Nuoro-
PUDDU ANGELO -Gairo-
PUDDU EMILIO -Villagrande-
PUDDU ENRICO -Gairo-
PUDDU RAFFAELE -Gairo- caduto in guerra
PUGGIONI ANTONIO -Orotelli-
DEROSAS BACHISIO -Cuglieri-
SANNA ANTONIO -Meana Sardo- caduto in guerra
SERRA FABIO -Dorgali-
SERRA TOMMASO -Lanusei-
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Per la provincia di Oristano:
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PIRAS POLANO MARIA -Oristano-
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Per la provincia di Sassari:
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BIANCU FRANCESCO -Ozieri-
BIFFA SERAFINO -Bono-
BRUNDU ANTONIO -Ozieri-
CANU QUIRICO -Buddusò- caduto in guerra
CARIA GIOVANNI AMEDEO -Sassari-
COMIDA PAOLO -Ozieri- caduto in guerra
COROSU GIOVANNI -Ozieri-
CORUSO GIOVANNI -Ozieri-
COSSU ANTONIO -La Maddalena-
DAPELLO GIOVANNI -Alghero-
DE CREO ANTONIO -Pozzomaggiore-
DEIANA PIETRO -Terranova Pausania (Olbia)-
FANAL FRANCESCO -Sassari-
FARA MASSIMO -Sassari-
FERINU FRANCESCO -Ozieri-
FRAGHI ANTONIO -Ozieri-
JACOD ENRICO -Sassari-
LUPINO SALVATORE -Ittiri-
MARIANI ANTONIO -Mara-
MELIS LUCIO -Sassari- caduto in guerra
MUDADU BENIAMINO -Sorso- caduto in guerra
NUVOLI GIANMARIA -Sargo?-caduto in guerra
PIRAS GIOVANNI -Nulvi-
PUGGIONI GIOVANNI MARIA -Sorso- caduto in guerra
SALE PIETRINO -Mara-
SANTANDREA PAOLO -La Maddalena- caduto in guerra
SCANO ANDREA -S. Teresa di Gallura-
SERRA DOMENICO -S. Teresa di Gallura-
SIMULA LORENZO -Ittiri-
SOLINAS ANTONIO -Nughedu S. Nicolò-
VIRGILIO GIOVANNI -Cossoine-
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Pochi monumenti ricordano le gesta di questi combattenti.
Eppure il loro contributo fu importantissimo. Terminato il conflitto, quasi tutti questi volontari continueranno la loro lotta al fascismo, diventeranno comandanti e dirigenti politici negli anni della Resistenza Italiana. La guerra civile spagnola, benchè abbia visto la vittoria finale dei franchisti, ha permesso di creare quell’importante unità antifascista che, espressa nella Resistenza, porterà al trionfo della democrazia.
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Elenco dei nomi tratto da:
“La Spagna nel nostro cuore”, edito a cura dell’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.

Stati Uniti d’Italia

immagine1risorgimentoCarlo Cattaneo, scienziato, storico ed economista, più volte si interessò all’isola in quella visione di federalismo totale che fu sua, pensieri che ancora oggi sono spunto per le riflessioni sulla società, la politica, l’economia sarda e non solo.

L’isola, in quanto tale non aperta alle grandi invasioni per via di terra, e dunque più conservativa di antichi usi, costumi, dialetti e istituzioni, dovette sembrargli un ottimo argomento di studio per le sue teorie. Cattaneo non concepiva lo studio della Storia come un’indagine teorica, bensì come presupposto necessario per provvedere al miglioramento delle condizioni di vita dei popoli. Per questo motivo prese in esame la situazione della Sardegna, dell’Irlanda e della Lombardia che, essendo ricca, faceva da contrappunto alle altre due povere realtà.

Resta ben chiaro che Cattaneo, essendo federalista e perciò riformista, non poteva che attenersi al gradualismo nel progettare una nuova realtà politica e, dunque, per la nuova Italia, bisognava mantenere e migliorare l’esistente. Per questa ragione, la progredita Lombardia e l’arretrata Sardegna, facenti parte dello stesso organismo, della stessa nazione, dovevano dapprima avere dei miglioramenti interni, nell’ambito degli Stati italiani esistenti. Solo in un secondo momento si sarebbe provveduto all’unione, in senso federale, agli altri Stati italiani. Ma gli eventi politici e sociali che, all’improvviso, portarono al compimento dell’Unità d’Italia “sabauda”, diedero inizio al massimo accentramento, ovvero esattamente il contrario di quanto aveva auspicato Carlo Cattaneo.

Al momento del compimento dell’impresa dei Mille, quando Garibaldi lo volle consigliere a Napoli, cercò di convincerlo che sarebbe stato meglio conservare l’autonomia della Sicilia, della Sardegna e delle provincie meridionali fino alla convocazione di un’Assemblea generale in cui fossero rappresentate tutte le regioni italiane; Assemblea che avrebbe dovuto decidere l’assetto istituzionale del Paese.

Purtroppo Cattaneo rimase isolato e rimane ancora oggi uno dei vinti del Risorgimento; egli non fu compreso neppure quando raccomandava almeno l’autonomia sarda e siciliana: “La mia formula è Stati Uniti, se volete Regni Uniti… i siciliani potrebbero fare un grande beneficio all’Italia dando all’annessione il vero senso della parola, che non è assorbimento: Congresso comune per le cose comuni; e ogni fratello padrone in casa sua. Quando ogni fratello ha la casa sua, le cognate non fanno liti. Fate subito, prima di cadere in balia di un Parlamento generale, che crederà di fare alla Sicilia una carità, occupandosi di essa tre o quattro sedute all’anno. Vedete la Sardegna che dopo 12 anni di vita parlamentare sta peggio della Sicilia?”

Questa era la visione di Carlo Cattaneo, una visione federalista, che si scontrò con la realtà storica che rese più facilmente realizzabile l’unitarismo politico di Mazzini, in quanto pareva l’unica via per superare le tensioni dei reazionari e le resistenze dei moderati.

Per approfondire, si consiglia la lettura:
Patria, Nazione e Stato tra unità e federalismo. Mazzini, Cattaneo e Tuveri.
Scritti di: Cosimo Ceccuti, Leopoldo Ortu, Nicola Gabriele.

 

Le imprese dei Partigiani sardi

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25 aprile 1945

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La Sardegna non ha conosciuto la guerra di Liberazione sul proprio territorio, ma sono tantissimi i sardi che parteciparono alla Resistenza in ogni parte d’Europa: in Italia innanzitutto, in Francia, nei Balcani. Del resto, anche la Sardegna aveva conosciuto l’antifascismo e la repressione: 208 sardi erano stati giudicati di fronte al Tribunale speciale e 260 erano stati assegnati al confino. 120, infine, furono i sardi accorsi, dal 1936, in difesa della Spagna repubblicana.

Tralasciamo in questa pagina la figura di Gramsci, di Lussu e Fancello, i rappresentanti più emblematici dell’antifascismo sardo, per dedicarci a quelle meno note.

Molto intensa è la partecipazione dei sardi nelle formazioni partigiane che operano a Roma, e molti di loro cadranno nella lotta: lo studente Mario Demartis (nato a Sassari nel 1920), tenente pilota, catturato dai tedeschi a Grosseto l’8 settembre, evade, raggiunge Roma ed entra nella banda “Hazon-Napoli”: arrestato e torturato a via Tasso, è fucilato a Forte Bravetta il 3 giugno 1944.
A Forte Bravetta era stato fucilato, il 31 dicembre 1943, il comunista Antonio Feurra (nato a  Seneghe, 1898), piccolo venditore di ortofrutta a Roma, ma che dopo l’8 settembre era diventato comandante militare dei Gap di Monte Sacro.
L’attentato di via Rasella contro i nazisti occupanti, uno dei fatti più noti della Resistenza romana, vide in prima linea i partigiani sardi Silvio Serra, studente cagliaritano, e Francesco Curreli di Austis, già combattente in Spagna; contribuirono all’azione con il lancio di bombe a mano. Militavano nei Gap romani anche Luigi Pintor, Ines Berlinguer, Marisa Musu e la madre Bastianina Musu Martini dirigente dell’organizzazione femminile assieme a un’altra cagliaritana, Antonietta Marturano Pintor, sempre presente accanto ai suoi figli, antagonisti del fascismo. I tedeschi risposero all’attentato con il terribile massacro delle Fosse Ardeatine, in cui morirono 9 antifascisti sardi.

Notevole fu la presenza degli isolani anche nella Brigata “Garibaldi Trieste”, in cui particolarmente rilevante fu l’opera di un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda conosciuto con il nome “Corvo”.
L’8 settembre Podda ha poco più di 19 anni, soldato a Perugia. Con un gruppo di una sessantina di coetanei, tutti sardi, raggiunge Civitavecchia per cercare un imbarco per la Sardegna: ma la parola d’ordine “tutti a casa” è più difficile per chi deve anche passare il mare. I ragazzi si sbandano, dandosi alla campagna tra Roma e Viterbo, si dividono in tre gruppi secondo i paesi di provenienza. Ma, braccati dai fascisti e dai tedeschi, sono costretti ad arruolarsi, a Roma, in un battaglione di guardie della repubblica di Salò composto in gran parte di sardi e comandato da due ufficiali anch’essi sardi, i colonnelli Barracu e Fronteddu. Nel gennaio del 1944 disertano per raggiungere i partigiani del “Battaglione triestino d’assalto” col quale combatteranno sino alla liberazione. Molti di loro cadono in battaglia, i più maturi diventano capi-formazione.
In tutti, la solidarietà regionale agisce allo stesso modo in cui, su quelle stesse alture, aveva agito nella Brigata Sassari. Non è un’immagine retorica:
«Vi comunichiamo – scrive il capo di stato maggiore della Natisone al comando del 9° Korpus nel dicembre del ’44 – che presso la 158.ma brigata si trova un forte gruppo di sardi, cioè nativi di Sardegna. A noi consta che nella brigata Triestina esiste un nucleo di sardi che desiderano passare alla 158.ma brigata, per formare un battaglione sardo. Dato che il comandante della 158.ma brigata, compagno MoroSalvatore Bulla, nato a Bultei nel 1920), è pure sardo, è ovvio spiegare il significato politico che avrebbe la formazione di un battaglione sardo».
La vicenda verrà ripresa da due ex comandanti partigiani, Giacuzzo e Scotti, nel libro “Quelli della montagna”. I due partigiani descrivono le imprese del Battaglione d’assalto “Trieste” facente parte dell’omonima brigata partigiana “Garibaldi”. In un capitolo intitolato “Arrivano i Sardi”, Giacuzzo e Scotti così raccontano:
«Proprio in quel periodo, verso la fine del gennaio 1944, il Battaglione ha la gradita sorpresa di essere raggiunto da 54 militari italiani, giovani mobilitati dalla Repubblica di Salò, i quali affermano di aver disertato le file del loro Battaglione dislocato a Opicina presso Trieste e chiedono di combattere contro i tedeschi e i fascisti. Sono tutti della Sardegna, completamente equipaggiati (ben vestiti, con armi e munizioni). Con essi il Battaglione triestino raddoppia i propri effettivi […]. A capeggiare la diserzione dei Sardi dalle formazioni “repubblichine” è un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda […]. Tutti si dimostrarono in seguito ottimi combattenti, convalidando la scelta fatta con il sacrificio della propria vita. Non è possibile ricordarli tutti, ma alcuni nomi di caduti restano impressi nella memoria: Francesco Cuccu, Egidio Mesina e Pietro Maria Campus di Orgosolo, su otto di quel paese; Giovanni Sanna, Giorgio Delogu, Ciriaco Cuccu e Giorgio Sanna su nove del paese di Bitti, Carmine Carcangiu e Salvatore Piras del Nuorese. Fra i sopravvissuti, oltre al Podda […] si ricordano: Antonio Francesco Corraine, Antonio Michele Mesina, Pietro Maria Corraine, Giovanni Catgiu, tutti di Orgosolo. Giuseppe Buffo, Salvatore Coccu, Pietro De Roma, Giuseppe Mameli, Pietro Giovanni “Lattu”, tutti di Bitti; Ignazio Ticca di Nuoro, Giulio Buttau di Villanova Strisaili, Angelino Soro di Galtellì, Pietro Bonu di Bono, Giovanni Morozzu di Benetutti, Pasquale Fozzi di Bonorva, che sarà ferito in combattimento e diverrà comandante del Battaglione, Antonio Spanu di Cossoine, Antonio Fenu di Mons (forse Mores o Monti)».
Il battaglione, con la presenza dello stesso Podda,  riuscì a compiere un’importante azione di sabotaggio nell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, occupato dai nazisti. Vennero incendiati almeno 8 aerei tedeschi carichi di bombe, fatto talmente noto da essere ripreso da Radio Londra e Radio Mosca.
Negli scontri morirono due partigiani sardi, Salvatore Piras nato a Dorgali e Carmine Carcangiu di Orgosolo. All’azione parteciparono anche Antonio Michele Mesina di Orgosolo, Bernardino Ruiu di Orune e Giuseppe Carboni di Tonara.
72 partigiani vennero catturati dai fascisti, tra cui lo stesso Podda, per essere fucilati a Gorizia. Rimarranno in carcere fino alla liberazione della città.

E ci sono combattenti di lunga data, che riprenderanno le armi in Italia, come il comunista Sisinnio Mocci, nato a Villacidro nel 1903, combattente in Spagna nelle Brigate Internazionali, deportato nel campo francese Vernet e poi a Ventotene che, liberato dopo il 25 luglio, partecipa all’organizzazione della resistenza romana (ricercato, si nascose nella villa romana del regista Luchino Visconti in qualità di finto maggiordomo), catturato, sarà fra i martiri delle Ardeatine; o come Andrea Scano, nato a  Santa Teresa di Gallura nel 1911, anch’egli comunista, espatriato clandestinamente per andare a combattere in Spagna, rimpatriato dopo la fine della guerra e che, liberato dal confino alla caduta del fascismo, sarà commissario politico dei Gap genovesi e poi della 108.ma brigata Garibaldi nell’Alessandrino.

Fausto Cossu fu uno dei più importanti comandanti della lotta partigiana nel piacentino, contribuì alla liberazione di Bobbio (la prima città del Nord Italia a essere liberata), e alla fondazione della “Repubblica di Torriglia”, nel territorio strappato all’occupazione nazifascista.
Nato a Tempio Pausania nel 1914, laureato in Giurisprudenza, diventa ufficiale dei Carabinieri e nel 1942 viene inviato in Jugoslavia. Dopo l’armistizio viene catturato dai tedeschi, riuscito a fuggire trova riparo nel piacentino dove inizia a reclutare i carabinieri scontenti  di essere inquadrati  nei ranghi dei repubblichini. Con il loro apporto, riesce ad organizzare una formazione autonoma della Resistenza  che chiamò “Compagnia  carabinieri patrioti”, cui faranno parte centinaia di soldati sbandati e giovani che non vollero rispondere alla chiamata della repubblica di Salò.
Il comandante “Fausto” si dichiara antifascista, democratico e apolitico, distaccandosi totalmente sia dai gruppi comunisti che democristiani. La struttura militare che Cossu riesce a organizzare è professionale, militarmente preparata e composta da oltre 600 uomini. I nazifascisti sono costretti a lasciare le zone più insicure a seguito dei ripetuti scontri con i partigiani della Compagnia. La divisione cambia il nome in “Giustizia e Libertà” senza nessun riferimento politico, con Cossu sempre al comando. Nel luglio del ’44 Cossu e i suoi uomini entrano a Bobbio appena abbandonata da tedeschi e fascisti, e dal balcone del municipio proclama la liberazione della città. Le forze partigiane comprendono ormai 4.000 uomini, i tedeschi lanciano un nuovo assalto occupando Bobbio con la divisione Turkestan composta in parte da mongoli. Ma ormai la strada è segnata: le divisioni partigiane attaccano i nazifascisti e sarà proprio Cossu, alla testa dei suoi uomini, a liberare Piacenza il 28 aprile 1945.

Gli Americani lo decorarono con la “Bronze Star”.

Tra i protagonisti della Resistenza veronese ricordiamo il comandante partigiano Pietro Meloni, soprannominato “Misero”.
Nato a Sestu il 23 novembre 1899, di famiglia poverissima, frequentò solo la prima elementare e a sette anni cominciò a lavorare in campagna. Raggiunta l’età della leva, riuscì ad arruolarsi nella Guardia di Finanza dove rimase sino all’età di 24 anni quando, ferito in servizio, fu congedato con una piccola “pensione temporanea” che non gli permetteva di vivere. Fu così che Meloni decise di emigrare in Francia, dove unì un’intensa attività politica allo studio dei testi classici del movimento operaio. Lì conobbe nel 1925 una sua quasi coetanea veronese, Rosa Tosoni; i due emigrati si sposarono e si stabilirono a Lione. Qui entrambi entrarono nell’organizzazione comunista. L’occupazione tedesca trova i coniugi Meloni a Modane, dove Pietro era diventato segretario della sezione comunista. Per un certo periodo di tempo Pietro e Rosa collaborano con la Resistenza francese; poi decidono di tornare in Italia. Nel 1940 i due sposi sono a Verona, lui lavora alla Mondadori e al contempo membro del Comitato federale clandestino del PCI, lei occupata all’Arsenale militare.
Pochi anni di relativa tranquillità, poi l’armistizio, l’occupazione tedesca e l’inizio dell’attività di organizzazione della lotta di liberazione nei comuni della provincia di Verona. Traditi da un conoscente che organizza un finto incontro nei pressi della chiesa parrocchiale di S. Massimo, frazione di Verona, vengono catturati dalle SS tedesche. Era il 12 ottobre del 1944 quando i Meloni finirono nel carcere ricavato dall’ex INA di Verona, in corso Porta Nuova. Vi stettero pochi giorni, e vi uscirono, segnati dalle torture, per essere deportati nel campo di Gries, alla periferia di Bolzano. Un mese dopo Meloni viene trasferito nel lager di Gusen (Mauthausen), dove muore nel marzo del 1945; anche qui organizzerà con i reclusi quella che è stata definita come la “Resistenza del filo spinato”. Rosa riesce a sopravvivere sino alla Liberazione, tornerà a Verona a lavorare all’Arsenale, aspettando il rientro del marito dal campo di concentramento. Anche da pensionata continuerà, sino in età molto avanzata, nel suo impegno nelle organizzazioni democratiche veronesi. Nel 1955, nel primo decennale della Resistenza, il Comune di Verona conferisce alla memoria di Pietro Meloni una medaglia d’oro, per il contributo dato alla lotta partigiana.

Poi c’è l’esempio di Gavino Cherchi, nato a Ittireddu il 15 agosto 1911, si laurea in Lettere e Filosofia e insegna in vari istituti italiani. E’ un intellettuale, giornalista, scrittore, autore di vari romanzi. Dopo l’armistizio decide di far parte della Resistenza con il nome di battaglia “Stella”, nel CLN di Parma. E’ a capo del Servizio Informazioni Partigiano della città, con il compito di controllare gli spostamenti delle truppe tedesche e scoprire eventuali piani militari contro i partigiani. In seguito a una delazione, il 5 marzo del ’45 viene arrestato e torturato dalla polizia tedesca, infine ucciso il 28 marzo con altri due partigiani a colpi di mitra a Casalmaggiore (PR) sulla riva del Po. I loro corpi furono gettati nel fiume e mai più ritrovati.

Claudio Deffenu fu un leggendario comandante dei GAP di Bologna.
Vestito da repubblichino con altri 3 partigiani, si presenterà in carcere con la scusa di dover consegnare 4 resistenti appena catturati. Una volta dentro, riusciranno a legare le guardie, tagliare i fili del telefono e liberare ben 340 detenuti politici e comuni.
Nato a Nuoro nel 1911, laureato in Giurisprudenza, entra nell’esercito e diventa insegnante degli ufficiali di Parma. Liberal-socialista e antifascista, dopo l’8 settembre entra in contatto con il CLN di Ferrara. Nel ’44 si trasferisce a Bologna e con il nome di battaglia “Garavelli” diventa l’ideatore di oltre 50 azioni partigiane. Alcune di queste diverranno famosissime, come l’attacco all’Hotel Baglioni ritrovo di gerarchi nazisti e fascisti, avvenuto il 29 settembre. Vestito in divisa militare, riuscirà a mescolarsi tra gli alti ufficiali tedeschi e fascisti e, una volta uscito dopo aver raccolto preziose informazioni, darà l’incarico ai suoi uomini di far saltare in aria l’albergo. Solo una parte finirà con l’essere distrutto, ma un successivo clamoroso attentato lo farà crollare interamente. Il tribunale del CNL sarà più volte presieduto dallo stesso Deffenu. Gli verrà conferita la Medaglia d’Argento al valor militare.

Tragica sarà la sorte di 17 avieri sardi, sbandati dopo l’8 settembre sulla strada di Civitavecchia, non riusciranno a imbarcarsi per l’isola. Rimasti insieme, vengono scovati a Sutri da fascisti e tedeschi e fucilati sul posto, senza nessun processo. Solo di 12 si conoscerà il nome e solo uno riuscirà a salvarsi; fingendosi morto, verrà curato dalla popolazione del luogo.

Eroica è la storia di Piero Borrotzu, nato a Orani (Nu) nel 1921. Il padre Francesco, reduce della Prima Guerra Mondiale, muore per le ferite riportate lasciando i due figli piccoli alle sole cure della moglie, ligure, laureata in ostetricia. Piero studierà prima nel liceo Asproni di Nuoro, si iscriverà all’università e sarà ammesso nel 1941 all’Accademia Militare di Modena. Al momento dell’armistizio si trova di stanza a Milano: si oppone ai tedeschi che vogliono occupare la Pirelli, arrestando due ufficiali nazisti, viene rimproverato dai superiori e vede i suoi prigionieri ritornare in libertà. E’ in quel momento che decide di scegliere la via della Resistenza. Abbandona la caserma fortunosamente, con abiti borghesi e al braccio di una donna. Ritorna in Liguria, a Vezzano, nel paese originario della madre e allaccia contatti con gli antifascisti della zona. Si reca a Parma per rafforzare legami clandestini e incontra Franco Coni, cagliaritano, suo compagno di Accademia, già  attivo nella lotta partigiana. Insieme, comandano la “Brigata d’Assalto Lunigiana”, compiendo importantissime azioni contro i nazifascisti, facendo bottino di viveri, armi e munizioni. La sera del 4 aprile 1944 si reca a Chiusola per informarsi su ciò che accade nella zona, dorme in paese contro ogni sua abitudine e, all’alba, il paese si sveglia tra le urla e i colpi di mitra dei tedeschi accompagnati da fascisti. La popolazione viene adunata nella piazza della chiesa, lo scopo è quello di una rappresaglia per aver dato ospitalità ai partigiani. Borrotzu non è stato scoperto, potrebbe fuggire, ma decide di consegnarsi ai nemici in cambio della liberazione degli innocenti. I tedeschi lo torturano e lo conducono nella piazza. Qui vengono liberati i 70 prigionieri, i 5 rimasti riusciranno miracolosamente a salvarsi, e viene dato l’ordine di uccidere Borrotzu. Prima dell’esecuzione riesce a urlare “Viva l’Italia”, viene colpito al petto e finito con un colpo di pistola alla nuca.
Il suo gesto susciterà molta impressione tra i suoi compagni e la popolazione, la sua formazione diventa parte integrante della formazione Matteotti e una Brigata assume il nome di Borrotzu, al comando del caro amico Franco Coni: sarà una delle prime formazioni a entrare a Genova per liberarla. Al tenente Borrotzu viene prima conferita la Medaglia d’argento e poi quella d’oro, intitolate varie scuole e strade in Sardegna e Liguria.

Il passaggio alla Resistenza, per molti, è dunque una decisione immediata. E’ il caso di tutti coloro che, in posizioni di comando o come semplici soldati, combattono nei reparti militari che, subito dopo l’armistizio, non accettano di consegnare le armi o di passare nelle formazioni repubblichine. Sono episodi innumerevoli: a Lero il capitano di fregata Luigi Re, cagliaritano, comandante della difesa marittima dell’isola, parteciperà alla lunga resistenza all’attacco tedesco e, dopo la resa, morirà in prigionia; il ten. col. Raffaele Delogu viene fucilato, con altri nove sardi, nel massacro della “Acqui” a Cefalonia; il colonnello Giovannino Biddau (nato a Ploaghe nel 1896), a Spalato con la divisione “Bergamo”, è fatto prigioniero e muore d’inedia a Flossemburg (è medaglia d’argento alla memoria); il colonnello Paolo Tola, sassarese, morirà nel lager di Bergen Belsen, dove era stato internato subito dopo l’8 settembre per avere rifiutato di combattere con i tedeschi e la repubblica di Salò.
Ricordiamo anche i finanzieri Salvatore Corrias di San Nicolò Gerrei, divenuto “Giusto tra le Nazioni” verrà fucilato dalle Brigate Nere e Giovanni Gavino Tolis di Chiaramonti, medaglia d’oro al merito civile, morirà a Mauthausen: operavano lungo il confine svizzero e aiutarono centinaia di antifascisti ed ebrei a passare il confine.

Un altro protagonista della Resistenza fu Bartolomeo Meloni, nato a Cagliari nel 1900 da una famiglia benestante di Santu Lussurgiu. Laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino, diventa ispettore generale delle Ferrovie  di Stato a Venezia. Fa parte del Pd’A e, come tutti i funzionari statali, è iscritto al Partito Fascista. Dopo l’armistizio, contribuisce a fondare la 10ª e 11ª Brigata Matteotti che agisce in tutto il Veneto.
I tedeschi cercavano di convogliare i prigionieri italiani verso la Germania, soldati, ufficiali che dovevano diventare forza lavoro al servizio dei nazisti, mentre per le formazioni partigiane era importante che rimanessero nel Paese per dare il loro contributo alla guerra di liberazione.

Meloni, grazie alle sue conoscenze nella rete ferroviaria, riesce a dare un prezioso aiuto alla Resistenza veneta: attivissimo, con i suoi compagni conduce sabotaggi delle tradotte militari dove transitano i prigionieri italiani, vengono deviati treni verso la Jugoslavia, contribuisce a salvare ebrei del ghetto di Venezia, procura armi, munizioni, equipaggiamenti ai partigiani. Per fermare o rallentare i treni venivano rialzate le traversine, riuscivano a introdurre nei treni alimenti per i prigionieri e, spesso, anche “piedi di porco” per sollevare le assi dei vagoni e fuggire durante le soste. Ben presto si diffuse la leggenda che i treni che passavano da Venezia, arrivavano in Germania vuoti. Non è certo il numero di prigionieri salvati in questo modo dalle deportazioni, ma il ruolo svolto da Meloni e dai ferrovieri contribuì in maniera determinante al rafforzamento del movimento partigiano.
Grazie all’attività politica nel Pd’A, entra in contatto con Silvio Trentin, deputato antifascista, fondatore del Partito d’Azione con Lussu e Rosselli, esule in Francia. Trentin in una lettera a Emilio Lussu del 23 ottobre ’43 scrive:
“Da lunedì mi trovo praticamente investito della Resistenza in tutto il Veneto. Credo che potremmo metter in piedi qualcosa di grande e di bello. Ho per luogotenente un tuo concittadino MAGNIFICO”, dove magnifico è scritto in stampatello a sottolineare la stima verso Meloni.
Bartolomeo Meloni fu arrestato il 4 novembre dalle SS, il suo appartamento saccheggiato e distrutto dai fascisti. Dopo 2 mesi di carcere viene deportato nel campo di concentramento di Dachau. Toccante è la testimonianza di don Giovanni Fortin, suo compagno di prigionia:
“Nella disperazione, nell’abbattimento, nella fame. Chi era la forza morale della piccola schiera? Era l’ing. Meloni. Il suo corpo sembrava di giorno in giorno assottigliarsi, ma il suo spirito ingigantiva maggiormente. I giorni di prigionia veneziana avevano fiaccato il suo corpo, ma egli era ancora sostenuto, pur essendo tanto gracile; era il morale che rinforzava il suo corpo, era una visione lontana di Bene, che egli pensava di dover compiere un giorno tornato in Patria”.
Da Dachau viene spostato in Cecoslovacchia, messo ai lavori forzati nei campi. Fortemente indebolito, denutrito, cade in un sonno comatoso e non riesce a svegliarsi per l’appello; il sorvegliante lo massacra a frustate con il nervo di bue e, trasferito in pessime condizioni di nuovo a Dachau, morirà nel campo il 9 luglio 1944. Gli è stata concessa la medaglia d’argento.

A Teramo, poco prima dell’avanzata alleata, i fascisti catturano un gruppo di partigiani che fanno parte della banda di “Armando Ammazzalorso”: tra di loro c’è il giovanissimo Elio De Cupis, nato ad Aggius nel 1924. Militare sbandato, dopo l’8 settembre 1943 si batté alla testa di una piccola formazione partigiana sui monti della Laga, fra Ascoli Piceno, L’Aquila e Teramo. Elio De Cupis fu sorpreso dai fascisti, mentre stava riposando con altri quattro partigiani nei pressi di Montorio al Vomano. Deferito al Tribunale militare straordinario di Teramo, il giovane fu condannato a morte.
Fu fucilato al cimitero di Teramo, subito dopo il processo, con il teramano Erminio Castelli e il veneziano Sergio Gucchierato. Secondo alcuni testimoni, i tre partigiani, furono condotti sul luogo dell’esecuzione ammanettati. Mentre erano avviati al sacrificio, cantavano inni patriottici, intervallandoli a “Bandiera Rossa”. Quando il manipolo fascista li legò alle sedie, De Cupis raccomandò al comandante di sparare bene e dopo la prima scarica (che finì Castelli e Gucchierato e lo ferì gravemente), ebbe ancora la forza di irridere ai suoi assassini.
Dopo la liberazione di Teramo (il 17 giugno 1944), due dei fascisti, scovati dai patrioti, furono giustiziati sul posto. La motivazione della Medaglia d’oro al valor militare, decretata, nel 1979, alla memoria di Elio De Cupis dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dice:
“Generoso figlio dell’eroica terra sarda, impugnava, tra i primi, le armi per il riscatto del popolo italiano. Dapprima tra i partigiani di Leonessa con l’incarico di staffetta sciatore, poi combattente sui monti della Laga, sempre assolveva il suo compito con serenità, fermezza e coraggio. Sorpreso nel sonno, veniva catturato e sottoposto a tortura perché rivelasse la posizione del suo reparto, ma non parlò. Processato dal Tribunale Speciale, che lo condannava a morte, coglieva l’occasione per vantarsi degli atti eroici compiuti nel nome dell’Italia libera. Davanti al plotone di esecuzione non vacillava, ma rivolgeva ancora parole di sprezzo contro i suoi carnefici accusandoli di tradimento alla Patria. Ferito gravemente alla prima scarica, si rivolgeva ai suoi assassini con un sorriso di scherno dicendo: «Vigliacchi, avete paura persino di sparare; imparate a mirar giusto!». Magnifico esempio di chi sa morire per la giusta causa della libertà”.

Flavio Busonera nasce a Oristano nel 1894, studia al liceo Dettori di Cagliari, presta servizio militare a La Maddalena e nel 1924 si laurea in medicina, diventando tenente medico. Esercita la professione medica in Sardegna, ma per via delle sue idee di sinistra (fu tra i fondatori a Cagliari del Partito Comunista locale) viene convocato dal Consiglio di discliplina, non si presenta, e viene rimosso dal grado di tenente medico.
Perseguitato dai fascisti lascia Cagliari per rifugiarsi in Veneto, continua a manifestare le sue idee e non ottiene importanti incarichi. Si trasferisce vicino a Udine, dove presta servizio per il comune come medico per i più poveri; si specializza in pediatria, ma le continue persecuzioni nei suoi confronti lo portano a peregrinare da una parte all’altra. Diventa medico delle formazioni partigiane, organizza il rifornimento di armi pilotando gli aviolanci degli alleati, assiste i prigionieri alleati e contribuisce alla costituzione di nuove bande partigiane. Durante la guerra di liberazione ritorna nelle file del partito socialista  e diviene commissario politico della “Brigata Venezia”.
Il 27 giugno del 1944, fingendosi partigiani, due brigatisti neri leggermente feriti, chiedono aiuto al medico per essere curati. Stabiliti i rapporti tra Busonera e la Resistenza, i fascisti lo arrestano. Il medico viene rinchiuso in carcere, a Padova, per circa 2 mesi e viene impiccato per rappresaglia il 17 agosto 1944, senza processo, a seguito della morte di Fronteddu, colonello fascista. La rappresaglia, voluta non dai nazisti bensì dai fascisti, non ebbe in realtà nessun vero legame con la morte del colonnello, essendo questo stato ucciso non per motivi politici bensì, probabilmente, a causa di gelosie per una donna contesa. Ciò nonostante l’omicidio fu attribuito ai partigiani e i fascisti, per dare l’esempio, fucilarono 7 detenuti e ne impiccarono altri 3. Tra questi ultimi c’era il medico sardo.

I partigiani, durante la prigionia del medico, pensarono di liberarlo con le armi, ma la moglie, che credeva fosse un’azione troppo pericolosa e pensava di poterlo salvare senza rischi, si oppose. Al momento dell’impiccagione, erano molti i partigiani armati presenti; lo scopo era quello di sparare e, nella confusione, far scappare il medico. Purtroppo il frate Padre Eusebio, al seguito della banda Koch, aveva richiamato una folla di fascisti arringandoli con una predica pubblica di fronte ai partigiani che stavano per essere impiccati. Inoltre la corda per l’impiccagione del medico era troppo lunga, cosa che allungò ancor di più l’agonia di Busonera.
Qualche giorno dopo apparve a Padova un manifesto con la frase:
“Perchè tremate, domandò al boia, io non tremo! Mettete bene il laccio.
Nella stretta del capestro l’ultima sua voce fu per gridare: Viva l’Italia!
Padovani, voi non dimenticherete”.

Secondo gli ultimi studi, i sardi che hanno partecipato alla Resistenza sono stati da 6500 a 7000. Solo in Piemonte ne sono stati contati oltre 550.
Molti combattenti sardi nella lotta per la libertà sono stati insigniti di medaglie al valore militare: 8 d’oro, 34 d’argento, 34 di bronzo.

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“D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia?
Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”

Italo Calvino

 


Fonti e letture:

  • Associazione Nazionale Partigiani d’Italia: //www.anpi.it
  • Antifascisti e partigiani sardi. Antonio Mulas
  • La Sardegna nella Seconda Guerra Mondiale, Manlio Brigaglia. Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia
  • Sezione Anpi Spinea: //anpispinea.blogspot.it/2011/01/bartolomeo-meloni-e-i-ferrovieri.html
  • Istituto spezzino per la storia della Resistenza, Progetto le vie della Resistenza: //www.isrlaspezia.it
  • //ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2001/04/25/SN801.html
  • //www.vicosanlucifero.it/excal/excal24/ex24spe5.html

Mazzini e la Sardegna

giuseppe_mazzini

Diversi furono i giornali della Penisola che si occuparono, intorno al 1860, delle vicende della Sardegna a tredici anni di distanza della perfetta fusione firmata il 29 novembre 1847.

Tra questi giornali ricordiamo “Il Diritto” di Torino, espressione della sinistra subalpina e contrario a Cavour, ma soprattutto quelli mazziniani, grazie agli articoli di Vincenzo Brusco Onnis che vennero pubblicati nel giornale “I popoli uniti”, con il titolo Un Processo al Governo, che faceva riferimento a Il Governo e i comuni del Tuveri che lo stesso Mazzini avrebbe citato nel suo scritto del 1861 sulla Sardegna, pubblicato da “L’Unità Italiana”.

Giuseppe Mazzini aveva fatto pubblicare l’articolo sulla Sardegna per opporsi alle voci sempre più insistenti riguardanti una cessione dell’isola alla Francia; voci che stavano circolando negli stessi giorni in cui si stava preparando il trattato di Torino che, il 15 aprile 1860, avrebbe sancito la cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Anche la stampa francese, persino dopo la morte di Cavour, continuava a pubblicare articoli sottolineando che l’Italia avrebbe dovuto dare alla Francia un’ulteriore prova della sua gratitudine con la cessione della Sardegna.
Per dimostrare la veridicità di quelle voci, Mazzini faceva riferimento a informazioni riservate, ben conosciute anche a Garibaldi, e a note diplomatiche riservate. I grandi giornali democratici, tra cui “L’Unità Italiana”, riportavano la vasta eco di opposizione che andava da Giovanni Siotto Pintor a Gian Battista Tuveri, che nella peggiore delle ipotesi avrebbe preferito l’Inghilterra alla Francia, fino a Giorgio Asproni, contrario a qualsiasi dominazione straniera.

Ecco cosa scriveva Mazzini:
“La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo sardo; sistematicamente negletta, poi calunniata; bisogna dirlo altamente perchè quella importante frazione del nostro Popolo sappia che noi non siamo complici delle colpe governative, che conosciamo e numeriamo quelle colpe, e che poi intendiamo cancellarle, appena l’Unità conquistata ci darà campo di provvedere alla libertà e all’ordinamento interno, sociale, e politico. Sì, i molti e lunghi dolori della Sardegna non trovano che indifferenza tra noi; se Bonaparte scende una seconda volta a combattere a fianco del nostro esercito, sulle nostre terre, la Sardegna è perduta per noi. […] Nelle condizioni interne della Sardegna vive un pericolo, sul quale probabilmente il Governo calcola per consumare l’atto nefando. Quel povero Popolo, i cui istinti son tutti italiani, che ricorda in parecchie fogge del suo vestire la tradizione romana e nel suo dialetto più largo numero di parole latine che non è in alcun altro dei nostri dialetti, fu trattato come straniero da un Governo al quale dava sangue, oro ed asilo quando i tempi e le proprie colpe minacciavano di disfarlo. […] Quell’isola dal clima temperato, dal suolo mirabilmente fecondo, destinato dalla natura alla produzione del frumento, dell’olio, del tabacco, del cotone, dei vini, dei melaranci, dell’indaco; ricca di legname da costruzioni marittime, e di miniere segnatamente di piombo argentifero, e posta a sole 45 leghe dal lido d’Italia, fu guardata da un Governo che non fu mai se non piemontese, come terra inutile, buona al più a raccogliere monopolizzatori di uffici, gli uomini i quali, se impiegati nella capitale, avrebbero screditato il Governo. La Sardegna, terra di 1560 leghe quadrate, capace e forse popolata, ai tempi di Roma, di due milioni di uomini, numera oggi meno di 600.000 abitanti. Un quarto appena della superficie agricola è dato alla coltivazione. V’incontri per ogni dove fiumi senza ponti, sentieri affondati, terre insalubri per lungo soggiorno di acque stagnanti, che potrebbero coi più semplici provvedimenti derivarsi al profondo delle valli. Il commercio interno, privo di vie di comunicazione, è pressochè nullo. La Gallura, circoscrizione che comprende un quinto dell’isola, non ha una strada che la rileghi all’altre provincie. Le crisi di miseria vi sono tremende. Negli anni 1846 e 1847, un quinto della popolazione mendicava da Cagliari a Sassari. L’emigrazione dovè talora interrompersi per decreto. Come nel primo periodo d’incivilimento, sola ricchezza del paese è la pastorizia errante. Un secolo e mezzo di dominio di Casa Savoia non ha conchiuso che a provocare l’insulto del francese Thouvenel. La condizione della Sardegna è condizione di barbarie ch’è vergogna al Governo sardo […]. Il Governo non curò l’isola che per le esazioni. […] In questa Italia che un nostro storico chiamava un corpo di martire. La Sicilia e la Sardegna furono di certo le membre più tormentate. […] Spetta a noi, agli uomini di parte nostra poich’altri non fa, d’impedire quel delitto di lesa-nazione, di ripetere ogni giorno alle popolazioni sarde: «Non badate al presente; è cosa di un giorno; non tradite la patria per esso. Aiutateci a conquistare Venezia e Roma; il dì dopo, la questione della Libertà, oggi sospesa per la stolta idea che le concessioni e il silenzio giovino alla conquista più rapida dell’Unità, concentrerà in sè tutta l’Italia. E in quel giorno l’Italia farà ampia ammenda alla Sardegna delle colpe del Piemonte.»”

Le altre parti degli scritti del Mazzini, possono essere usate ancor oggi come una sintesi della storia della Sardegna a partire dal momento in cui “Vittorio Amedeo accettò a malincuore, e dopo ripetute proteste, nel 1720, da Governi Stranieri, al solito, la Sardegna in cambio della Sicilia. E diresti che la ripugnanza, colla quale egli accettò quella terra in dominio, si perpetuasse, aumentando, attraverso la dinastia…”.
Mazzini assolve, almeno in parte, il regno di Carlo Emanuele III per via delle migliorie introdotte dal Bogino, sottolineando però la raccomandazione che veniva fatta al re di non abbellire soverchiamente la sposa, perchè altri non se ne invaghisse. Poi il licenziamento del ministro, e il peggioramento delle condizioni dell’isola, che diventò “una spugna da premersi per cavarne lucro, un campo d’esazioni e di traffichi disonesti”.
Giuseppe Mazzini presenta dunque un lungo elenco di ingiustizie, intrecciandole con i fatti storici. “La Sardegna scrisse nel 1792 e nel 1793 una delle più gloriose pagine della nostra storia: pagina di fedeltà al re e d’aborrimento contro lo straniero, che serbò l’isola all’Italia; i discendenti degli uomini che respinsero il primo Bonaparte dalle piazze della Maddalena non possono cedere alle seduzioni dell’ultimo. Non parlo della difesa contro gli assalti dell’ammiraglio  Truguet, ma dell’ardore di sacrificio col quale fu preparata. Mentre il Governo operava a rilento, e peggio, tanto da far credere allora, come oggi, che s’avesse in animo di cedere l’isola alla conquista straniera, i sardi, al primo minacciar dei francesi, sorgevano energici, operosi, devoti. Tale si mostrò la Sardegna in quella tempesta. E se oggi l’entusiasmo fosse, nei ventidue milioni d’Italiani indipendenti, la metà di quel che era nei Sardi d’allora, due mesi ci darebbero l’Unità della Patria compita. E invece respinto lo straniero, il Governo, che non temeva più, cominciò a sentirsi libero di mostrarsi ingrato, e si mostrò tale in modo imprudente davvero. Gli uomini che avevano salvato il Paese dall’invasione, furono negletti, sprezzati. Il Governo aveva sulle prime chiesto al Popolo sardo d’esprimere i suoi desideri; e furono inviate solennemente a Torino dai tre Ordini o Stamenti dell’isola, cinque domande, due delle quali – ristabilimento delle corti o parlamentari decennali, e ristabilimento degli uffici agli indigeni – erano vitali. In margine alla seconda il Graneri scriveva: solite ripetizioni. L’una e l’altra erano ricusate e con insolenza di modi, dacchè il rifiuto, mandato direttamente al vice-re, non era comunicato agli inviati che aspettavano risposta in Torino. E nell’isola, gl’impiegati piemontesi beffeggiavano i sardi, e canzoni villane contro essi si cantavano alla mensa del vice-re. Le cose andarono tanto oltre che, mancata la pazienza ai sardi, una sollevazione di popolo costrinse vice-re e piemontesi, quanti erano, a imbarcarsi, il 7 maggio 1794, pel continente, rispettando gelosamente persone e sostanze. Il Governo non dimenticò mai quella vittoria dei sardi e diresti ne durasse tuttavia la vendetta”.

Giuseppe Mazzini racconta inoltre le gravi ingiustizie che ancora venivano perpetrate a danno dei Sardi nella prima metà dell’Ottocento, come il feudalesimo, i tributi feudali e i privilegi del clero. Le tre leggi fondamentali per la modernizzazione della Sardegna, quella delle chiudende, dell’abolizione del feudalesimo e delle decime al clero, erano poi state condotte non a vantaggio, bensì a danno del popolo.

Nell’ultima parte dei suoi scritti sull’isola, dice: “Verso la Sardegna fu peggio: fu governo di tirannide, d’arbitri, di corrutela. Se oggi il Governo pensasse a cedere l’isola allo straniero, e additasse, per diminuirne l’effetto, agli Italiani le condizioni interne, sarebbe senz’altro colpevole di tradimento verso la Nazione: verso la Sardegna […]. No; l’Italia non sarà una seconda volta rea di suicidio e d’ingratitudine. E le colpe del Governo da me accennate, saranno ad essa una nuova cagione per proteggere dalle trame altrui la Sardegna. Abbiamo tutti debito, fatto più sacro da quelle colpe, ed è di lavarle col beneficio reso più che agevole dagl’istinti buoni e dall’ingegno svegliato dei sardi. Bastano a maturare nuovi e migliori fatti alla Sardegna una amministrazione onesta, fidata in gran parte ad uomini suoi – una rete di strade – una serie di provvedimenti riguardanti le foreste, le arginature, i ponti, i canali di scolo, una scuola normale per architetti civili ed ingegneri -due o tre grandi imprese agricole e industriali. Il popolo sardo non ha bisogno che di fiducia in sè, d’amore dato e ricambiato, per essere attivo e capace. Fedele all’istinto italiano fu sempre. Ho ricordato la generosa difesa contro l’invasione francese; e ricordo il numeroso contingente di volontari mandato nel 1848 dall’isola: e i giovani sassaresi, ai quali strinsi la mano quando accorsero per far parte della spedizione che noi disegnavamo sull’Umbria e le Marche, diedero, per prontezza di sagrifizio, virtù d’affetti fraterni e capacità modesta, un’arra, che non dimentico, dell’avvenire dell’isola. […] Dicano ai loro concittadini di non guardare al Piemonte, ma all’Italia che sta facendosi, e che, fatta appena, terrà la Sardegna come una delle più splendide gemme del suo diadema. […]” Giugno 1861.

Mazzini, il grande patriota, che previde l’Europa unita delle patrie, dei popoli, ognuno con una missione complementare rispetto a quelle degli altri, non solo conosceva la realtà europea e dell’Italia che andava formandosi, ma conosceva bene anche la Sardegna. Conosceva la sua triste storia, e riusciva ad inquadrarla nella visione della patria italiana che stava nascendo…

Per approfondire, si consiglia la lettura:
Patria, Nazione e Stato tra unità e federalismo. Mazzini, Cattaneo e Tuveri.
Scritti di: Cosimo Ceccuti, Leopoldo Ortu, Nicola Gabriele.

I Giusti sardi

L’ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, lo Yad Vashem, ha riconosciuto 671 italiani “Giusti tra le nazioni”, numero aggiornato al 1 gennaio 2016. Con questo termine si vogliono indicare i non ebrei che, a rischio della propria vita e senza avere interessi personali, hanno salvato la vita anche a un solo ebreo dal genocidio nazista.

Nel giardino di Israele, sul Muro d’Onore che ricorda i Giusti, sono scolpiti anche i nomi di 4 eroi sardi: Salvatore Corrias, Vittorio Tredici, Girolamo Sotgiu e la moglie Bianca Ripepi.

salvatore-corrias-2Salvatore Corrias, nato a San Nicolò Gerrei il 18 novembre 1909, arruolatosi nella Guardia di Finanza nel 1929, dopo l’8 settembre 1943 entrò a far parte delle Brigate partigiane nella formazione “Giustizia e Libertà”. Corrias scelse di continuare a indossare la divisa per potersi muovere liberamente lungo la frontiera italo-svizzera, aiutando in questo modo centinaia di ebrei, oppositori politici e perseguitati a oltrepassare il confine per raggiungere la salvezza. Catturato dalle Brigate Nere il 28 gennaio 1945, mentre rientrava dal confine dopo aver aiutato un prigioniero inglese, venne fucilato dalla “Banda Tucci” nel recinto della sua caserma.
Oggi riposa nel cimitero di Moltrasio. Medaglia d’Oro al Merito Civile, è dal 2006, il 10.957° “Giusto tra le Nazioni”.

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Vittorio Tredici, nato a Iglesias nel 1892, ufficiale decorato nella Grande Guerra, fu, con Emilio Lussu, uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione. Dopo aver combattuto lo squadrismo con le Camicie Grigie (formazioni paramilitari del PSd’A), aderì al sardo-fascismo coprendo da prima il ruolo di segretario del Fascio cagliaritano e, dal 1927, quello di Podestà di Cagliari. Trasferitosi a Roma, partecipò attivamente durante l’occupazione tedesca alle operazioni di soccorso promosse dal parroco Ettore Cunial. Durante il rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, nascose nel suo appartamento la famiglia Funaro, gli unici ebrei del suo edificio, e li aiutò a trovare una sistemazione sicura. Vittorio Tredici, insieme al parroco Cunial, aiutò altri perseguitati, sia ebrei che resistenti, salvandoli dalla furia nazi-fascista. E’ il 7.494° “Giusto tra le Nazioni”, riconoscimento ottenuto nel 1997.

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Girolamo Sotgiu, nato a La Maddalena nel 1915 ma di famiglia olbiese, emigrò a Rodi, possedimento italiano dopo la guerra italo-turca, sul finire degli anni Trenta. Professore, conobbe e sposò Bianca Ripepi, calabrese, arrivata anche lei nell’isola per insegnare. Dichiarato sovversivo, Girolamo Sotgiu fu espulso dalla scuola locale e, insieme alla moglie, iniziò a dare lezioni private. Tra gli alunni, molti erano i bambini ebrei, impossibilitati a seguito delle leggi antiebraiche a frequentare la scuola. Quando, dopo l’armistizio, i tedeschi invasero Rodi, iniziarono le deportazioni. Fu a questo punto che i due coniugi salvarono una bambina ebrea, Lina Kantor Amato, i cui genitori erano già stati deportati dai tedeschi. Con dei documenti falsi, riuscirono a far passare la bimba come loro figlia naturale che, fortunatamente, a guerra finita, riuscirà a ricongiungersi con i suoi genitori. La bambina non fu la sola ad essere salvata, altri ebrei ottennero dei documenti falsi per mano di Girolamo e Bianca. Grazie alla segnalazione di Lina Kantor, lo Yad Vashem nel 2015 ha riconosciuto Girolamo Sotgiu e Bianca Ripepi come i 13.066 “Giusti tra le Nazioni”.

Questi sono i Giusti riconosciuti fino a oggi, ma tanti sono gli eroi ancora nell’ombra, che hanno voluto tener nascosto il loro passato e le cui storie riemergono lentamente a distanza di decenni.

suor-de-muro-con-bimboE’ il caso di Suor Giuseppina (Rosina) De Muro, nata a Lanusei il 2 novembre 1903. Suor Giuseppina, durante l’occupazione di Torino, riuscì a far liberare tanti detenuti politici, a revocare la condanna a morte di un antifascista e a sottrarre alle SS un bimbo di soli 9 mesi tenuto in carcere, nascondendolo tra le lenzuola. Due coniugi ebrei arrestati e destinati alla deportazione, vennero da lei liberati, mentre una giovane ebrea riuscì a salvarsi perchè Suor Giuseppina bloccò la partenza facendo appello al Regolamento penitenziario, che impediva il trasferimento del detenuto se non fosse stata resa nota la destinazione. Aiutò i detenuti nascondendo delle uova sbriciolate tra i medicinali, scambiando referti medici per permettere il trasferimento in infermeria, e trasmise di nascosto notizie tra familiari e prigionieri. Per lei è in atto la pratica per essere riconosciuta “Giusta tra le Nazioni”.

image1Un’altra storia è quella di Giovanni Gavino Tolis. Nato a Chiaramonti (SS), finanziere, venne impiegato al confine italo-elvetico presso la Brigata della frontiera di Chiasso. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, attraverso il valico trasportò i messaggi che le organizzazioni partigiane si scambiavano tra Italia e Svizzera, e aiutò tanti ebrei e antifascisti a rifugiarsi nel territorio elvetico, con la collaborazione della famiglia Panzica che risiedeva nei pressi del confine. Scoperto dai nazisti, venne arrestato insieme alla signora Panzica (che riuscirà a sopravvivere) e internato presso il campo di Mauthausen, dove morì il 28 dicembre 1944. Nel 2010 è stato insignito della Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente motivazione: «Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale contribuì alla lotta di liberazione con l’attività di postino delle organizzazioni partigiane e, con eccezionale coraggio, si prodigò in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati politici, aiutandoli ad espatriare clandestinamente nella vicina Svizzera. Arrestato dalle autorità tedesche fu infine trasferito in un campo di concentramento austriaco, dove perse la giovane vita. Mirabile esempio di umana solidarietà e di altissima dignità morale, spinte fino all’estremo sacrificio».

In questa ricerca, un ruolo importante spetta al Capitano Gerardo Severino, che ha il merito di riportare alla luce le figure dei finanzieri eroi, il cui ricordo rischia di perdersi tra gli archivi e gli schedari impolverati dal tempo.

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