Frammenti di dissenso -parte 1-

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Durante il Ventennio, il dissenso antifascista si diffuse nei modi più vari:

  • C’è chi rimase in silenzio, temendo le reazioni del regime, esprimendo il suo non conformismo solo nell’ambito privato;
  • Chi manifestò il suo rifiuto con piccole infrazioni che si fecero col tempo sempre più numerose;
  • C’era, poi, chi protestava apertamente contro il regime o contro una qualche singola misura;
  • Infine, c’era l’individuo che nutriva un rifiuto totale per il fascismo, colui che aveva come obiettivo finale la sua caduta e che agì per arrivare a raggiungere questo fine. Questi individui avrebbero dato vita alla Resistenza italiana.

I ricordi della vecchia generazione continuano a testimoniare le numerose manifestazioni di malcontento, le azioni, i comportamenti non conformi al fascismo; anche i servizi di informazione dei partiti costretti alla clandestinità o all’esilio misero in luce molti fenomeni di dissenso. La comunità fascista unita e armonica che avrebbe voluto Mussolini non si realizzò mai.

I prefetti e i questori delle province sarde erano obbligati a comunicare ogni manifestazione di dissenso registrata tra la popolazione, inviando relazioni, prima semestrali e poi trimestrali, al Ministero dell’Interno.
Questi resoconti sulla situazione e sullo stato d’animo dei sardi riferiscono di una profonda insoddisfazione della popolazione riguardante soprattutto le difficoltà economiche, la disoccupazione, l’aumento delle tasse e dei prezzi, le ingerenze del regime nella sfera della vita privata. Non mancano neppure le annotazioni riguardanti le proteste nei confronti del Duce, l’individuazione della stampa clandestina e il nascere dei primi gruppi antifascisti.

Qui di seguito, una piccolissima selezione¹ di episodi che ben esprimono il malessere della società sarda tra il 19271935.

Il 2 ottobre 1927, i carabinieri di Buddusò sequestrano 3 opuscoli di carattere sovversivo intestati “Sindacato muratori e manovali di Lione e dintorni”, editi a Lione e scritti in italiano. Risultano spediti da un cittadino del luogo, emigrato nel 1924, che chiede “di consegnare gli opuscoli stessi ai piccoli figli”, aggiungendo che, come padre, ha il diritto di educare i propri figli a modo suo.

Numerose le segnalazioni che indicano come Emilio Lussu, dopo il confino e la fuga a Parigi, continuasse ad essere un personaggio di primo piano nell’Antifascismo isolano.

11 settembre 1928, il Prefetto di Cagliari segnala che: “Da qualche sardista del gruppo Lussu, si tentò nell’agosto di tenere vivo il ricordo del capo, con distribuzione di poche fotografie dello stesso, ma per l’azione tempestiva spiegata vennero sequestrate sette copie della fotografia nonchè la negativa. Detto gruppo va sempre più perdendo terreno e i pochi adepti sono costantemente sorvegliati. Uguale sorveglianza viene anche attuata sugli elementi sovversivi in genere, specie sui pochi comunisti”.

Attività antifasciste:

10 maggio 1928, viene segnalato che alcuni antifascisti si riuniscono  “specie in casa dell’ex deputato oppositore avv. Mastinu”. Vengono diffidati.
11 dicembre 1928, scoperto alla frontiera un pacco di giornali diretto al comunista di Serramanna Bonaventura Pinna. Ammonito.
14 luglio 1929, a Iglesias, su una “chiesa isolata” (Buoncammino) drappi rossi e “una scritta oltraggiosa pel Duce”. Ammoniti i fratelli Guglielmo e Vittorio Lebiu di Gonnesa, minatori, “capeggiatori del disciolto partito comunista, che con la condotta avevano dato adito a qualche sospetto”.

Il Prefetto di Cagliari cerca di minimizzare i voti contrari ottenuti dal regime:

Il 24 aprile 1929, il Prefetto di Cagliari nella sua relazione periodica comunica che “Nelle elezioni plebiscitarie si sono avuti in tutta la Provincia soltanto 943 voti contrari al Regime, ma una buona parte di essi provengono da errore commesso dagli elettori e non da opposizione al Governo Nazionale”.

Segnalati anche 2 fascisti (!), probabilmente indicati come tali perchè iscritti al partito:

2 settembre 1929, in un sugherificio di Sorgono tre operai (di cui due fascisti) cantano Bandiera Rossa, e uno rivolge frasi ingiuriose all’indirizzo del Capo del Governo. Arrestati e denunciati al Tribunale Speciale.
18 settembre 1929, scritte sovversive tracciate col carbone vengono rinvenute sulla strada Nurallao-Laconi.

Da considerare, come si noterà anche più avanti, che le donne sarde furono in prima linea nelle proteste contro gli amministratori locali.

Settembre 1929. A Lula manifestazioni di “donnicciole” contro il podestà e il segretario comunale.

Diffusione stampa clandestina e condanne del Tribunale Speciale:

5 luglio 1930 Relazione del prefetto: “A Domusnovas sono stati abbandonati per le strade dei foglietti staccati di antichi libri sovversivi, riproducenti fotografie di personalità politiche sovversive dei tempi andati, che portavano nel retro la scritta “Viva il socialismo – Abbasso i preti”. Si tratterebbe di una protesta contro i continui licenziamenti di minatori.
26 novembre 1930. Arrestato a Cagliari l’avv. Cesare Pintus, accusato di essere uno dei dirigenti di “Giustizia e Libertà” in Sardegna. Altri arrestati saranno prosciolti in istruttoria: Pintus sarà condannato dal Tribunale speciale, con F. Fancello, a 15 anni di carcere.

La legge commina l’arresto anche per inni sovversivi:

9 novembre 1930 Arrestato a Bortigiadas un cittadino che canta “in una pubblica via” degli inni sovversivi.

Molte comunicazioni dei prefetti riguardano la crisi economica in atto nell’isola:

Luglio 1930 relazione del Prefetto di Nuoro: “le popolazioni soffrono parecchio per la crisi economica derivante specialmente dalla diminuzione del prezzo del latte, del formaggio, del vino e dell’olio che costituiscono la principale risorsa di questa zone centrale”.
6 aprile 1933 Relazione del Prefetto: Lo spirito pubblico è sempre depresso per le stesse cause accennate, e cioè aggravi fiscali, esagerati prezzi di vendita al minuto, disoccupazione in genere, e specialmente minerario, che tende ad aumentare”.

Anche i parroci si ribellano:

3 luglio 1931 relazione Prefetto di Cagliari: nel trimestre aprile-giugno si sono registrate scritte “contro il Duce e il Fascismo e la deturpazione del labaro del fascio di Usellus” e in occasione dello scioglimento dei circoli di Azione Cattolica, l’ordine pubblico è turbato a Iglesias e Villamassargia; il parroco di Goni è stato diffidato perchè in occasione dello stesso avvenimento, ha inviato al comando stazione dei CC del paese una lettera irriguardosa.

Proteste e scioperi (vietati per legge) per l’abbassamento dei salari nell’attività estrattiva:

2 giugno 1931, sei operai della miniera di Montevecchio invitano “la massa operaia” a scioperare per protesta contro la riduzione dell’8% sui salari. Denunciati.
7-8 luglio 1931, 58 operai della miniera di Ingurtosu (Arbus) non si presentano al lavoro, dopo l’annuncio che dal 1° i salari saranno decurtati del 14 per cento. Vengono tutti denunciati per contravvenzione alla legge 3 aprile 1926 n. 563, sui rapporti collettivi di lavoro e sei di loro come promotori dello sciopero.

Opposizione giovanile?

6 dicembre 1931, a Siligo un corteo di una ventina fra balilla e avanguardisti è impedito nella sua marcia da sette ragazzi, “per pura spavalderia, puerile inconsideratezza”. Il corteo torna in sede perchè i balilla non vogliono compromettersi. Nel fatto è da escludere il movente politico – dice il Prefetto -, ma i ragazzi vengono denunciati all’autorità giudiziaria.

Donne in prima linea anche a Jerzu, Seui, Ollolai e Portoscuso.

9 – 10 dicembre 1931 A Jerzu dimostrazione di circa 200 persone (“esclusivamente donne il primo giorno”) contro l’applicazione della tassa consiliare.
10/18 giugno 1932, manifestazioni di donne contro le tasse a Seui e Ollolai.
9 aprile 1934. Relazione del Prefetto di Cagliari: “In qualche Comune per lo stato di disagio si è verificata qualche piccola dimostrazione. A Portoscuso per il poco tatto usato dal Messo Esattoriale nell’effettuare i pignoramenti e ritirare gli effetti pignorati, si è avuta una dimostrazione di donne le quali sono riuscite a impossessarsi degli oggetti pignorati depositati in una stanza del Municipio riportandoli nelle rispettive abitazioni.

Dal continente arriva in Sardegna nuova propaganda antifascista:

9 gennaio 1932, a Cagliari uno studente, “più per leggerezza che per malanimo” dà da leggere ad amici i manifestini gettati su Roma dall’aeroplano pilotato da Lauro De Bosis.
A Monserrato un operaio ha strappato in una sala da parrucchiere una foto di Mussolini: arrestato e deferito al Tribunale Speciale.
22 gennaio 1932 opuscoli di propaganda comunista vengono distribuiti ai minatori di Iglesias ed Arbus e fra i lavoratori delle bonifiche di Mussolinia. Essi sarebbero stati introdotti in Italia, in una valigia a doppio fondo, dal comunista Giuseppe Saba, rientrato dalla Francia nel dicembre precedente. A conclusione delle indagini, 18 persone verranno denunciate al Tribunale Speciale. Di essi 13 verranno assolti in istruttoria nel luglio per insufficienza di prove e 5 condannati per “propaganda comunista” a pene varie: saranno poi liberati in seguito all’amnistia “del decennale” (novembre 1932).
Febbraio 1932 a Guspini vengono arrestati un contadino e un minatore sospettati di custodire la bandiera rossa nelle disciolte sezioni socialiste. Saranno prosciolti.
6 aprile 1932. Nel trimestre gennaio – marzo, intensificazione della propaganda sovversiva e antifascista da parte di fuoriusciti sardi residenti in Francia e in Tunisia. Molti opuscoli vengono sequestrati dalla censura, altri consegnati spontaneamente dai destinatari.
A Iglesias e Guspini vengono affissi manifesti antifascisti incitanti alla ribellione e inneggianti al Psd’A e a Monserrato vengono sfregiate tre effigi di Mussolini apposte sui muri di alcune case della via principale del centro.

Malessere ben evidente in numerose cittadine:

6 aprile 1932, a Carloforte, Silius, Guspini, Villaputzu, Santadi, Mandas, Sestu, Sanluri e Villasor “pacifiche manifestazioni” per la disoccupazione e una contro le tasse.
12 aprile 1932, a Villacidro circa 200 proprietari restituiscono in Municipio gli avvisi dell’imposta di famiglia. Otto arrestati.

Si fanno sempre più numerose le segnalazioni di cittadini non allineati:

14 marzo 1932. Il farmacista di Aritzo e un commerciante vengono denunciati per detenzione e diffusione di opuscoli sovversivi provenienti dall’estero (è l’opuscolo La rivoluzione antifascista di E. Lussu).
21 giugno 1932, viene arrestata una donna di Sindia, Francesca Palia, per aver cantato: “Chi se ne frega della galera, camicia nerà brucerà”.
6 luglio 1932. Relazione del Prefetto : nel trimestre aprile – giugno ad Iglesias è stato danneggiato l’albero piantato in memoria di Arnaldo Mussolini. All’ingresso della galleria di Domusnovas è stata apposta una scritta offensiva contro Mussolini. A Gonnosfanadiga è stato affisso un manifestino antifascista. Un altro, scritto a lapis, è stato affisso a Cagliari.
30 luglio 1932. Un contadino di Donori dice che “il governo attuale pensa per sè e sfrutta i comuni. Se tutti fossero come me cadrebbe dalla sedia”. Denunciato
4 giugno 1933, fermato a Sassari un calzolaio per avere pronunciato una frase offensiva contro la MVSN. Diffidato.
5 ottobre 1933. Una guardia municipale sente che uno scalpellino, addetto ai lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia a Sassari, canta l’inno All’armi siam fascisti sostituendo la finale con le parole “Abbasso il Fascio, viva Lenin”. Lo invita a seguirlo, ma lo scalpellino si rifiuta. Interviene un vice-caposquadra della vicina caserma della MVSN, ma lo scalpellino dice di voler obbedire solo ai carabinieri. Denunciato, condannato a 6 mesi e 15 gg. di reclusione, 1 mese di arresti.
Agosto 1934. Appare a Fonni una scritta di protesta contro il fascismo a firma del podestà: in realtà se ne scopre autore un pastore, sottoposto perciò a provvedimento di polizia.
15 dicembre 1935. A Guspini un ingegnere delle miniere di Montevecchio trova in galleria, “eseguita a grandi caratteri col fumo di una lampada” la scritta “Evviva… Morte a Mussolini”.

Condanne al confino sempre più frequenti:

1 gennaio 1933. A Serri, arrestato un pastore per offese al capo del Governo. Assegnato al confino.
18 agosto 1934. Funerali del socialista Giulio Marongiu, a Cagliari. Per il discorso pronunciato durante le esequie Augusto Dragoni verrà condannato al confino.

Scoperta di organizzazioni clandestine:

16 maggio 1935, a Guspini viene scoperta “una vera e propria organizzazione sovversiva a sfondo comunista” denominata “Nucleo”, “la quale raccoglierebbe un centinaio di aderenti vincolati da giuramento i quali verserebbero un contributo mensile di lire 2,5 per l’esistenza dell’organizzazione”. Ne sarebbe capo un medico abitante a Cagliari, ne sarebbe segretario il calzolaio Pio Degioannis, 32 anni, “mai molestato sebbene notoriamente propagandista sovversivo”. Nel corso della perquisizione vengono ritrovati i testi manoscritti di canzoni comuniste (Marcia della Guardia Rossa, La Legge di Lenin, L’Internazionale) e opuscoli sovversivi. 14 arresti: 5 verranno denunciati alla Commissione provinciale per il confino e 9 proposti per l’ammonizione.

Raccolta fondi per Emilio Lussu:

20 maggio 1935, arrestati a Sassari gli avvocati Michele e Stefano Saba e il fattorino del loro studio professionale, Ettore Taras. Sono accusati di avere inviato al prof. Michele Giua, a Torino, una somma (18.000 lire circa) raccolta fra gli amici sardi di Lussu, che dovrebbe servire a pagare le cure del leader di Giustizia e Libertà, ricoverato in un sanatorio in Svizzera. Giua è sorvegliato da tempo dall’OVRA attraverso le segnalazioni dello scrittore Dino Segre, detto “Pittigrilli”, assoldato dalla polizia fascista. Stefano Saba e Taras saranno rilasciati il 21 giugno, Michele Saba il 25, senza che contro di loro venga elevata alcuna imputazione.

Anche in Sardegna si raccoglie l’oro, con risultati non esaltanti:

Novembre 1935. Nei centri della provincia di Nuoro la raccolta dell'”oro per la patria” non dà frutti: a fine mese raccolti solo 500 grammi.

Segue …

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¹Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola

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La guerra in Spagna, e ancor prima la guerra in Etiopia, segnò una svolta nelle condizioni economiche dell’isola agendo da valvola di sfogo alla disoccupazione.
L’arruolamento di volontari, con relativi salari e sussidi alle famiglie, spinse molti sardi a imbarcarsi a Napoli convinti di andare in Africa, per ritrovarsi invece a Cadice come soldati del CTV, il corpo di spedizione italiano in Spagna.
Ogni legionario riceveva 20 lire al giorno, più un’integrazione di 150 lire al mese versata dal governo golpista: basti pensare che in quegli stessi anni i salari dei minatori sardi andavano da 15-18 a 17-23 lire al giorno, quelli degli operai da 10-12 a 14-15.

Ben presto in Spagna si ritrovarono a combattere, gli uni contro gli altri, gli italiani del CTV e gli italiani delle Brigate Internazionali: più disperati e meno motivati quelli di parte fascista, più maturi e decisi quelli che appoggiarono la causa repubblicana, grazie all’esperienza maturata con l’emigrazione e alla consapevolezza di dover combattere il fascismo che li aveva espulsi dall’isola.

Alcuni sardi furono tra i primi ad accorrere in aiuto della Repubblica.
A monte Pelato, nel primo scontro militare tra formazioni delle due parti, dei 9 caduti italiani della colonna Ascaso-Rosselli due erano sardi: Giuseppe Zuddas (nato a Monserrato nel 1898), che morirà in trincea, e Pompeo Franchi (nato a Nuoro nel 1905) che, ferito nella battaglia, perderà la vita pochi giorni dopo nell’ospedale di Lerida.
Zuddas, dirigente della gioventù regionale sardista, era emigrato a Parigi sin dal 1924; dopo l’arrivo di Lussu, che lo avrebbe impiegato per inviare messaggi ai gruppi clandestini in Sardegna, aderì al Comitato Centrale di Giustizia e Libertà e partì per la Spagna al primo appello di Rosselli. Cadde sul campo di guerra il 28 agosto, appena un mese dopo l’Alziamiento dei generali: all’interno del suo portafoglio la tessera del Psd’A.
Franchi, invece, era anarchico. La presenza a Barcellona delle grandi organizzazioni dell’anarchismo iberico attirò gli anarchici sardi dell’emigrazione alla difesa della Repubblica: Franchi, emigrato in Francia nel 1926, arrivò in Spagna nei primi giorni della guerra insieme col fratello, anche lui combattente a Monte Pelato.

Nella stessa colonna Ascaso-Rosselli combattè anche l’anarchico Tommaso Serra (nato a Lanusei nel 1900). Perseguitato da tutte le polizie europee, lascerà la Spagna nell’autunno del 1937, dopo essere stato incarcerato dalla polizia comunista per aver organizzato la commemorazione di Francisco Ascaso.

Non solo anarchici, anche diversi comunisti sardi parteciparono fin dalle prime fasi alla guerra spagnola. Esemplare il caso di Paolo Comida (nato a Ozieri nel 1899), che allo scoppio della rivolta si trovava già a Barcellona per assistere alle Olimpiadi Popolari organizzate dalla Repubblica. Si arruolò immediatamente e cadde a Tardienta il 22 agosto.
Ma ancor prima dei comunisti, che solo più avanti si organizzarono nelle Brigate Internazionali, furono gli anarchici a respingere l’offensiva franchista nelle fasi iniziali della guerra. Fra questi anche tanti sardi come Pasquale Fancello (nato a Dorgali nel 1891) e sua moglie Giovanna Maria Gisellu (nata a Dorgali nel 1893), Pietro Golosio (nato a Mamoiada nel 1904) e suo fratello Domenico Golosio (nato a Mamoiada nel 1910), Giovanni Dettori (nato a Orgosolo nel 1899).
Dettori fu uno degli uomini più rilevanti della colonia sarda a Tunisi: arrestato nel 1931, fu assegnato per tre anni al confino di Ponza e, emigrato in Tunisia, aveva intavolato le comunicazioni tra il nucleo parigino di GL e la Sardegna. Ferito una prima volta, ritornerà al fronte dove verrà colpito a morte, presso Teruel, nel gennaio del 1937.

La morte di Dettori darà vita a un episodio drammatico dell’antifascismo sardo: una lettera che annunciava la sua morte fu letta, con parole commosse, da due amiche nuoresi, Graziella Sechi (moglie di Dino Giacobbe) e l’insegnante Mariangela Maccioni Marchi.
La polizia, informata dell’accaduto, arrestò le due donne che furono poi oggetto di un velenoso commento del giornale fascista “Nuoro Littoria”. Quando Giacobbe sfidò a duello l’autore, questo, essendo il federale, lo fece arrestare.
Sempre più sensibile agli appelli di Lussu, che sosteneva come nell’esercito repubblicano ci fosse bisogno di ufficiali che avessero maturato esperienza di guerra, poco dopo la liberazione della moglie espatriò clandestinamente, raggiunse dalla Corsica Parigi e poi Albacete. Qui comandò, nelle fasi finali della guerra, una batteria di artiglieria intitolata a Carlo Rosselli, con la bandiera rossa a fare da sfondo ai Quattro mori.

Mariangela Maccioni non solo venne arrestata, ma fu anche sospesa dall’insegnamento. Fu l’unica tra gli insegnanti sardi ad aver subito una misura così drastica, probabilmente perchè il regime voleva impaurire il combattivo antifascismo nuorese o forse perchè in questo modo si colpiva il prestigio della Maccioni, attorniata da amicizie “pericolose”, come la sardista Marianna Bussalay, nata a Orani nel 1904, più volte inquisita dalla polizia fascista.

Raccolse l’invito di Lussu anche un altro sardo, il cagliaritano Cornelio Martis, nato a Guspini nel 1905. Anch’egli espatriò clandestinamente passando per Tunisi e raggiungendo Parigi. Dopo la battaglia dell’Ebro, quando nell’esercito repubblicano si scatenò il sospetto stalinista della “quinta colonna”, fu giustiziato da un commissario politico del suo battaglione.

Anche Velio Spano, incaricato prima della propaganda da Radio Barcellona e poi da Radio Milano Libertà, arrivò al fronte e combattè sullo Jarama.

Lussu si recò in Spagna nel giugno del 1937, per rendersi conto delle reali possibilità di dar vita alla “Legione Italiana”. Dopo alcuni giorni, però, venne informato della morte dei fratelli Rosselli e si precipitò a Parigi per assumere la direzione di GL.

Ma quanti furono i caduti sardi che combatterono nella guerra di Spagna?
La Sardegna, che aveva il 2,4% della popolazione nazionale, contò 219 vittime, 149 nell’esercito e 70 nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che rappresentavano l’8,3% dei caduti italiani del Corpo Truppe Volontarie e il 4% di quelli della Milizia.
Sul fronte repubblicano, i circa 20 caduti sono oltre il 3% dei circa 600 caduti fra i combattenti per la libertà della Spagna.

In Africa i caduti sardi erano stati soltanto 94.

Come si spiega questo dato? Perchè tanti sardi decisero di combattere in Spagna?
Per i “volontari” fascisti potrebbe aver influito la problematica condizione economico-sociale dell’isola; per i volontari antifascisti le difficoltà della vita dell’emigrazione, oppure la forza di attrazione di alcune figure leggendarie come Lussu.

Di certo, fin da allora fu possibile intuire la natura dell’antifascismo sardo: il carattere popolare, per molti versi istintivo, nutrito da una forte carica etica che portò ad una spontanea radicalizzazione nei confronti del potere istituzionalizzato.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

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Portami il girasole…

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Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

Eugenio Montale

Su Nuraxi, Barumini

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Su Nuraxi, Barumini

Il paesaggio sardo è disseminato di costruzioni rotonde che agli occhi dei visitatori rappresentano l’elemento caratteristico di una terra e di una civiltà straordinaria. Sono l’emblema, sono la bandiera del popolo sardo, sono quegli elementi che rafforzano ulteriormente il fascino della Sardegna, oltre la natura selvaggia, oltre il mare.
I nuraghi sono parte integrante dell’isola.

A oggi, se ne contano almeno settemila e sono presenti in ogni angolo della regione, dalle coste fino alla montagna. Uno studio sulla loro distribuzione ha rivelato la presenza di un nuraghe ogni 4,81 km, addirittura un nuraghe per chilometro quadrato nella regione della Marmilla.

E proprio nella Marmilla, in territorio di Barumini, fa bella mostra di sè il complesso nuragico simbolo dell’antica civiltà dei sardi, meta ogni anno di decine di migliaia di visitatori: “Su Nuraxi”, ovvero “Il Nuraghe”.

La scoperta della reggia archeologica di Barumini è stata una delle più clamorose del XX secolo.
Il sito, frequentato da volpi e lepri che trovavano riparo nei cunicoli sotterranei, si presentava completamente sepolto sotto una collina artificiale che da sempre i locali chiamavano Su Nuraxi. Giovanni Lilliu, archeologo di fama internazionale e massimo conoscitore della civiltà nuragica, nonchè nativo di Barumini, condusse gli scavi dal 1951 al 1956 riportando alla luce l’imponente complesso.

Per quanto riguarda la sua realizzazione si possono distinguere diverse fasi evolutive riscontrabili dalle strutture e dalle tecniche usate per la sua costruzione. Il principale materiale utilizzato è il basalto, una pietra vulcanica molto resistente proveniente dal vicino altopiano della Giara.

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Ricostruzione “Su Nuraxi”

Nel Bronzo Medio (1500 – 1300 a.C.) venne costruita la torre maggiore (il mastio), un nuraghe semplice a tholos. Per dare un’idea della dimensione monumentale, basti sapere che la torre centrale si elevava, quando era integra, per 18,60 metri su una base di circa 10 metri di diametro (volume stretto e lanciato). Era costituita da tre camere sovrapposte comunicanti tra loro attraverso delle scale ricavate all’interno dello spessore murario.

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Cortile interno

Successivamente, nel Bronzo Recente (1300 – 1100 a.C.) fu costruito attorno al mastio il quadrilobo, un bastione composto da quattro torri minori che dovevano raggiungere i 14 metri d’altezza, disposte ai quattro punti cardinali. L’ingresso al bastione dava accesso ad un cortile, a forma di semiluna e provvisto di pozzo, che univa i vani delle varie torri. Tutte e quattro erano composte da due camere sovrapposte, anch’esse di pianta circolare con volte a tholos. Le camere a terra presentano delle feritoie, disposte su due ordini, in origine separate da un ballatoio ligneo.
E’ databile al Bronzo Recente anche la parte più antica del villaggio (del quale restano poche tracce) e la costruzione delle 3 torri dell’antemurale, la cintura muraria costruita per la difesa del quadrilobo.

Nel Bronzo Finale (1100 – IX sec. a.C.) l’antemurale venne restaurato e ampliato dalla costruzione di altre torri, mentre la struttura del quadrilobo venne rifasciata da un anello murario spesso 3 metri che andò ad occludere l’ingresso originario a terra, così sostituito da un nuovo ingresso sopraelevato, ricavato nella cortina muraria di Nord-Est. Questo intervento chiuse anche le feritoie delle torri del quadrilobo.

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Capanna con bacile

Attorno alla fortezza, il villaggio composto da almeno 50 capanne costruite tra la fase finale dell’età del Bronzo e la prima età del Ferro. Nelle abitazioni è spesso riconoscibile la cucina, il forno, il pozzo e il focolare. Altri vani, aventi sedili in pietra alla base della parete, possono essere identificati come soggiorno e quelli provvisti di nicchie sul muro potrebbero essere state stanze da letto. Due capanne in particolare presentano una panca e un grande bacino di pietra, forse legato al culto dell’acqua.
Anche a Barumini, come in altri complessi nuragici, è presente la capanna delle riunioni, un vasto edificio circolare caratterizzato da una panca anulare e da 5 nicchie. Il ritrovamento al suo interno di elementi riconducibili alla sacralità, fanno supporre che all’interno della costruzione avessero luogo le assemblee del villaggio. Nella fase del Bronzo Finale vennero costruite la maggior parte delle abitazioni di forma circolare, costituite da un unico ambiente e con copertura lignea di forma conica.
Il villaggio infine è stato circondato da una cortina muraria costruita nell’età del Ferro.

Nel V sec a.C. alla civiltà nuragica subentrò l’occupazione punica e tra il II – I sec. a.C. l’insediamento venne riutilizzato anche dai romani, che usarono alcuni ambienti come luogo di sepoltura. La struttura continuò ad essere abitata fino al III sec. d.C. e successivamente frequentata occasionalmente fino al periodo alto-medievale, VII sec. d.C.

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Villaggio nuragico

Gli scavi e le scoperte avvenute a Barumini sono state di vitale importanza per gli studi sulla civiltà nuragica, in quanto il fortilizio e il villaggio di capanne presentavano una stratigrafia architettonica e culturale esemplare. Nei vari livelli si potevano leggere e ricostruire le vicende quotidiane, di vita e di lavoro d’una tipica comunità nuragica.

L’importanza del sito “Su Nuraxi” è testimoniata anche dall’interesse dell’UNESCO che, nel 1997, ha riconosciuto il complesso archeologico sardo Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Che il periodo nuragico sia stato qualcosa di eccezionale, lo dimostra la grandiosa manifestazione artistica dei bronzetti, la maestosità delle statue di Mont’e Prama, i solenni monumenti di culto, la prepotente originalità dell’architettura.
La guida che ci ha accompagnato alla scoperta de “Su Nuraxi” ha introdotto la visita con una frase emblematica: “Mentre in Sardegna si realizzavano i nuraghi, nel resto del Paese si costruivano palafitte…”.
Credo basti questo per spiegare l’importanza di quel raggio di luce che fu la civiltà degli antichi sardi nella preistoria.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Su Nuraxi di Barumini”, Giovanni Lilliu e Raimondo Zucca
  • “Sardegna nuragica”, Giovanni Lilliu
  • Fondazione Barumini

 

La preistoria parte I: il Paleolitico

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Reperti Grotta Corbeddu, Oliena

Per lungo tempo gli studiosi hanno limitato la presenza dell’uomo in Sardegna al Neolitico, periodo in cui grazie allo sviluppo della navigazione vennero abitate anche le isole più piccole del Mediterraneo.

Saranno due importanti ritrovamenti a spostare la prima presenza dell’uomo al Paleolitico inferiore: nel 1955 le tracce di focolari con carbone e ossa di animali estinti nella Grotta di Ziu Santoru a Dorgali e, soprattutto, nel 1979 il rinvenimento nel Riu Altana di Perfugas di numerosi strumenti in selce realizzati con la tecnica clactoniana (percussione obliqua) tipica, appunto, del Paleolitico.

Le perplessità riguardanti il Paleolitico sardo furono dovute al fatto che gli studiosi non ritenevano possibile che in tempi così remoti l’uomo fosse riuscito a costruire complessi mezzi di navigazione per poter raggiungere l’isola. Semplicemente non era la giusta chiave di lettura. Centinaia di migliaia di anni fa la piattaforma costiera della Sardegna, della Corsica e delle isole dell’arcipelago toscano era emersa, e il continente era separato dalla Corsica da un canale di poche miglia.
In questo modo raggiunsero l’isola diverse specie di animali, come il Cynotherium Sardous, e probabilmente anche l’uomo. Questo spiegherebbe anche la tecnica clactoniana utilizzata per gli strumenti di Perfugas, tecnica di lavorazione molto simile a quelle rinvenute nella penisola.

Se al momento non sono ancora state rinvenute tracce che possano essere ricondotte al Paleolitico medio, molto importanti sono i ritrovamenti riguardanti il Paleolitico superiore. Nella Grotta Corbeddu di Oliena (così chiamata perchè leggenda popolare la volle abitata dal celebre bandito Salis, noto con l’appellativo Corbeddu) sono stati rinvenuti strumenti in pietra risalenti a 14.000 – 8.000 anni fa, parti di un cranio umano con particolarità tali da far presuporre l’esistenza di un Homo sapiens sardo e ancora una falange umana, che documenta la presenza dell’uomo nella zona a partire almeno da 20.000 anni fa. Sono stati scoperti inoltre alcune ossa di Megaceros Cazioti appuntite, incise o lisce, fatto che fa pensare a una lavorazione da parte dell’uomo.

Ma l’uomo rinvenuto nella Grotta Corbeddu, come sarebbe arrivato nell’isola?
Gli studiosi convergono sul possibile attraversamento, da parte di gruppi di uomini che già conoscevano qualche tecnica di navigazione, del canale tra Corsica e continente durante il suo massimo restringimento avvenuto, appunto, 20.000 anni fa.

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La storica alluvione del 1951

Einaudi Villaputzu 1951
Il Presidente Einaudi saluta gli abitanti di Villaputzu, isolati dalla piena del Flumendosa.

Nel lontano ottobre del 1951 la fascia orientale della Sardegna fu flagellata da una devastante alluvione che, per eccezionalità e durata delle piogge, dovrebbe essere catalogata come evento storico.

Negli stessi giorni, la situazione meteo che si venne a creare nel Mediterraneo procurò alluvioni anche nella Sicilia orientale e in Aspromonte. Tutti questi avvenimenti però, nonostante la loro unicità, non ebbero un grande risalto, probabilmente per la mancanza di copertura da parte dei media dell’epoca e perchè le zone interessate risultavano essere periferiche e difficilmente raggiungibili. L’alluvione del Polesine, avvenuta poche settimane dopo, ha finito poi con l’oscurare del tutto il ricordo dei drammatici avvenimenti del Mezzogiorno.

L’eccezionalità dell’alluvione in Sardegna non risiede tanto in singoli eventi di fortissima intensità, quanto nella durata e nella continuità delle piogge: per oltre 4 giorni le precipitazioni non ebbero mai interruzioni, mantenendo per 75 ore consecutive un ritmo molto elevato.

Ma facciamo un passo indietro.

Le prime piogge di quell’autunno sardo vennero salutate con gratitudine dato che da ben tre anni l’isola viveva una situazione di estrema siccità. Le sorgenti erano completamente asciutte, i campi erano secchi e aridi, grandi difficoltà si registravano nell’abbeverare e alimentare le greggi e la situazione diveniva drammatica di giorno in giorno.

Tutto però era destinato a cambiare rapidamente.

Lunedì 14 ottobre: una depressione fredda in quota, originata nella penisola iberica, e la presenza a nord-est di una forte alta pressione, favorì la formazione di intense correnti di scirocco che provocarono sulla fascia orientale della regione, precipitazioni via via sempre più ingenti per il noto effetto stau.

Gli accumuli di quella prima giornata furono importanti, ma fino a quel momento non particolarmente allarmanti: valori superiori ai 50 mm si registrarono nel Golfo di Orosei, nei monti di Capoterra e nell’area sud-orientale, con picchi superiori ai 100 mm nelle zone interne.

131 mm miniera di Tuvuois, in una valle a nord del Serpeddì
102 mm Burcei
89 mm Muravera
70 mm Montes (1060 m s.l.m.)
60 mm a Sa Pira (caserma nella pineta di Sinnai)
85 mm Galtellì
46 mm San Pantaleo
40 mm di Massonedili (tra Tertenia e Quirra)

Martedì 15 ottobre: le piogge si accanirono ulteriormente in tutta la fascia orientale mentre a Cagliari, ancora ignari di ciò che si stava scatenando in una parte dell’isola, si festeggiava il ritorno dell’erogazione dell’acqua.
Il Flumendosa era in piena controllata così come il Cedrino; si registrava l’esondazione di qualche torrente secondario e del Rio Uri.
Le piogge registrate, stavolta, erano eccezionali: dalla fascia costiera del Sarrabus fino a Orosei si superavano i 150 mm, con picchi tra i 350-400 mm sui rilievi. Diverse stazioni gestite dal Servizio Idrografico superarono abbondantemente la soglia dei 400 mm.

539 mm (?) rio de Pardia, tra Quirra e Flumendosa
470 mm Cantoniera Sicca d’Erba (lago Alto Flumendosa)
445 mm Cantoniera Massonedili
416 mm Genna Crexia
395 mm Arzana
350 mm Baunei
349 mm Flumendosa I salto
339 mm Centrale di Sa Teula
312 mm Cantoniera Rio Gironi (Villaputzu)
309 mm Talana

Il maltempo non sembrava voler placare la sua furia, anzi.
Mercoledì 16 ottobre: fu il terzo giorno consecutivo di pioggia intensa, giorno in cui si realizzarono le quantità massime: dato record a Sicca d’Erba (Arzana, sull’Alto Flumendosa). Le piogge iniziarono a diminuire nel Sarrabus per spostarsi lentamente verso il nord-est dell’isola.

544 mm Sicca d’Erba / 1014 mm in 2 giorni
451 mm Flumendosa I salto / 800 mm in 2 giorni
430 mm Bau Mela (lago alto Flumendosa) / 681 mm in 2 giorni
407 mm Cantoniera Pira de Onni / 576 mm in 2 giorni
417 mm Genna Crexia / 833 mm in 2 giorni
400 mm Arzana / 795 mm in 2 giorni
390 mm Cantoniera Giustizieri (nei pressi di Urzulei) / 591 mm in 2 giorni
386 mm Cantoniera Genna Scalas / 624 mm in 2 giorni
385 mm Villagrande / 580 mm in 2 giorni
353 mm Armungia / 428 mm in 2 giorni
348 mm cantoniera Massonedili / 793 mm in 2 giorni
329 mm Bau de Muggeris (lago Alto Flumendosa) / 583 mm in 2 giorni
326 mm Bau Mandara / 607 mm in 2 giorni
308 mm Rio de Pardia / 567 mm in 2 giorni

Iniziavano i problemi.
L’orientale sarda risultava chiusa dal 20° al 113° km.
Il paese di San Vito era parzialmente inondato. Ancora una volta era sospesa l’erogazione dell’acqua a Cagliari, non per la siccità stavolta, ma per problemi riguardanti la qualità delle acque a seguito delle piene dei fiumi.
Il lago dell’alto Flumendosa passava, nell’arco di 24 ore, dal livello minimo di portata a quello massimo. Lo stesso giorno si provvedeva a scaricare dall’invaso l’acqua in eccesso, creando ulteriori danni nei paesi a valle.

Giovedì 17 ottobre: per il quarto giorno consecutivo, la pioggia continuava a cadere incessantemente: l’Ogliastra e il Gennargentu registravano valori altissimi; Sicca d’Erba si confermava ancora una volta come la stazione più piovosa.

417 mm Sicca d’Erba / 1431 mm in 3 giorni
408 mm cantoniera Pira de Onni / 984 mm in 3 giorni
384 mm cantoniera Giustizieri/ 975 mm in 3 giorni
377 mm Genna Scalas / 1001 mm in 3 giorni
371 mm Jerzu / 783 mm in 3 giorni
365 mm Arzana / 1160 mm in 3 giorni
362 mm Flumendosa I salto / 1162 mm in 3 giorni
352 mm Villagrande / 932 mm in 3 giorni
340 mm Talana / 697 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mela / 1007 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mandara / 933 mm in 3 giorni
314 mm Bau de’Muggeris / 897 mm in 3 giorni
300 mm Dorgali / 865 mm in 3 giorni
297 mm cantoniera Correboi / 751 mm in 3 giorni
282 mm Lula / 629 mm in 3 giorni
238 mm Centrale Sa Teula / 917 mm in 3 giorni

A Cagliari non si aveva una reale percezione di ciò che stava accadendo nella fascia orientale dell’isola: le strade erano impercorribili, le linee telefoniche  interrotte, mancavano informazioni.
Le prime notizie sull’alluvione trovavano spazio nell’Unione Sarda: si parlava di 5 morti in Ogliastra ma i dati non sono certi. Il giorno dopo la situazione era ancora lungi dall’esser chiara. Si parlava di centinaia di case travolte dal fango nei paesi a valle, di zone completamente isolate. Si decideva allora di mandare un velivolo in ricognizione per capire, dall’alto, ciò che stava accadendo.
Un primo tentativo venne fatto la mattina, ma la pioggia che continuava a cadere intensa costrinse l’aereo a ritornare a Cagliari.
Poche ore dopo venne fatto un secondo tentativo. I piloti passando per Capo Carbonara arrivarono fino a Villaputzu e registrarono la piena eccezionale di tutti i fiumi e in particolar modo del Flumendosa. Il ponte che collega Villaputzu, San Vito e Muravera appariva intatto ma era stato scavalcato di ben 15 cm dal fiume in piena. Se il ponte era riuscito a rimanere in piedi nonostante la violenza dell’acqua, altrettanto non si poteva dire della relativa strada, che aveva ceduto per 150 metri in direzione Muravera e 70 metri nel lato di Villaputzu.

Venerdì 18 ottobre: la pioggia cadeva su quasi tutta la Sardegna, ma in continua diminuzione nel settore sud-orientale. Danni vennero registrati in Gallura (che raggiunse i 200 mm), numerose furono le interruzioni delle linee ferroviarie in varie zone dell’isola.
In questi giorni i rifornimenti verso i paesi alluvionati avvenivano esclusivamente con gli aerei.
I dati registrati in questo giorno:

370 mm cantoniera Pira de Onni / 1354 mm in 4 giorni
350 mm Oliena / 1002 mm in 4 giorni
257 mm Jerzu / 1040 mm in 4 giorni
226 cantoniera Zuirghe (nel bacino del Coghinas) / 632 mm in 4 giorni
223 mm cantoniera Genna Scalas / 1224 mm in 4 giorni
206 mm Benetutti / 296 mm in 4 giorni
205 mm cantoniera Taroni (sotto monte Sarru) / 488 mm in 4 giorni
180 mm Monti / 408 mm in 4 giorni
180 mm Nuoro / 556 mm in 4 giorni
176 mm Padulo / 410 mm in 4 giorni
174 mm Cantoniera Giustizieri / 1149 mm in 4 giorni
170 mm Talana / 1013 mm in 4 giorni
162 mm Bau Mela / 1169 mm in 4 giorni
160 mm Flumendosa I salto / 1322 mm in 4 giorni
151 mm Noce Secca / 826 mm in 4 giorni
150 mm Dorgali / 1015 mm in 4 giorni
150 mm Mazzinaiu / 362 mm in 4 giorni
146 mm Bau Mandara / 1079 mm in 4 giorni

Sabato 19 ottobre: la depressione, allontanandosi dalla Sardegna, poneva fine alle piogge. Solo nel pomeriggio del 19 si riuscì a raggiungere il paese di Villaputzu, rimasto isolato per tutto questo tempo.

Le piogge, in molte località, si ripresentarono anche domenica 20 ottobre a causa di nuova perturbazione.

I paesi a valle del Flumendosa furono i più disastrati: Muravera contava 30 case distrutte e 250 danneggiate, San Vito 61 case distrutte e 300 lesionate, Villaputzu 70 case crollate e 150 pericolanti. Notevoli i danni anche a causa del vento.
Il governo stanziò 20 miliardi di lire per le zone alluvionate.

La terribile alluvione del 1951 ebbe come ulteriore conseguenza l’abbandono dei centri abitati di Gairo e Osini, interessati da frane e smottamenti e per questo evacuati dalle autorità. Osini venne ricostruito a circa un chilometro di distanza dal vecchio centro abbandonato, mentre Gairo si divise in tre abitati:
Gairo Cardedu, popolato da coloro che vollero ricostruire vicino alla costa;
Gairo Taquisara, una piccola frazione distante 8 chilometri;
Gairo Sant’Elena, il “nuovo” Gairo, che si trova a poche centinaia di metri dall’antico borgo.
I due vecchi centri di Osini e Gairo, con i loro ruderi abbandonati e i muri scostrati che lasciano intravedere tinte rosa e blu, regalano oggi immagini da cartolina molto apprezzate da turisti e appassionati fotografi.

Le devastazioni provocate dall’alluvione furono tali che lo stesso Presidente della Repubblica Luigi Einaudi volle esprimere vicinanza alle popolazioni coinvolte mediante un viaggio nell’isola.
Arrivato a bordo della corazzata Andrea Doria, sbarcò nel porto di Cagliari, dove venne ricevuto dal ministro Segni, dal Presidente della Regione Crespellani, dal Prefetto e altre autorità locali.
Il lungo corteo di auto presidenziali si diresse verso la regione più martoriata, il Sarrabus, soffermandosi prima a Muravera, dove le autorità vennero accolte dal sindaco e dalla popolazione radunata sulla strada principale. Il Presidente Einaudi potè constatare di persona i gravi danni subiti nel paese, e non mancò di distribuire coperte, indumenti e somme di denaro.
Si proseguì poi verso San Vito.
Qui la popolazione accolse il Presidente nella piazza del paese e il sindaco Lussu accompagnò le autorità nella scuola elementare, dove erano ospitate le famiglie rimaste senza casa. Anche a San Vito vennero distribuiti indumenti e denaro, i più piccoli ebbero in dono il cioccolato.
Il corteo di auto si fermò infine a Villaputzu, nei pressi del ponte del Flumendosa rimasto isolato dal cedimento della strada, dove molti abitanti del paese, superato il fiume, andarono incontro al Presidente. Einaudi parlò a lungo con il sindaco, sincerandosi delle condizioni della popolazione e distribuendo, anche in questo caso, generi di conforto e aiuti in denaro.
Alle 14, le auto presidenziali riprendevano il tragitto verso Cagliari, impossibilitate a proseguire oltre per le strade impraticabili. Le autorità di Nuoro e Sassari e i sindaci delle zone alluvionate dell’Ogliastra vennero ricevute in udienza a bordo dell’Andrea Doria, assieme a famiglie e congiunti delle vittime dell’alluvione.
Alle 20, la corazzata Andrea Doria lasciava il porto, non prima che il Presidente Einaudi lanciasse un ultimo saluto all’isola con un radiomessaggio:

“Avrei desiderato che la mia visita alla zone alluvionate si fosse potuta concludere solo dopo la effettiva presa di contatto con tutti i centri colpiti. Purtroppo le permanenti interruzioni nei collegamenti mi hanno invece costretto a limitare il mio programma ed io sto per lasciare l’isola. Mi conforta il pensiero di aver pur sempre arrecato alla generosa gente di Sardegna la testimonianza della solidarietà con cui tutto il Paese le è vicino in questa ora di tristezza, alla quale ho tuttavia fede non tarderà a seguire una serena ripresa. Nel voto che in un prossimo avvenire mi sia concesso di sostare meno fugacemente in terra di Sardegna e di constatare il compimento delle opere che sono già state iniziate e di quelle che saranno ulteriormente predisposte, invio alla popolazioni dell’isola, prima fra esse a quelle delle zone che non mi è stato consentito di raggiungere, il mio saluto e tutti i miei più fervidi auguri”.

26 ottobre 1951

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Qui il video dell’Istituto Luce a documentare la visita:
Il Presidente Einaudi in Sardegna.

 

Einaudi alluvione 1951
Visita Presidente Einaudi. Sarrabus 1951

 

 

Einaudi 1951
Presidente Einaudi col sindaco di Muravera, 1951

 

 

Alluvione Sarrabus Einaudi 1951
Presidente Einaudi. Villaputzu, Muravera, San Vito, 1951

 

 

Einaudi Sarrabus 1951
Presidente Einaudi nel Sarrabus, alluvione 1951

 

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

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Area mineraria di Baccu Locci

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Situato nella zona interna del Salto di Quirra nel territorio di Villaputzu, a poca distanza dalla bella spiaggia di Murtas, il villaggio di Baccu Locci si estende lungo le sponde dell’omonimo torrente, in un contesto naturalistico di straordinaria bellezza.

I primi insediamenti umani scoperti nella zona risalgono all’età nuragica; lungo la strada che porta all’area geomineraria sono presenti la tomba dei giganti di “Bruncu Pedrarba”, corridoio sepolcrale megalitico, e i resti del nuraghe Mannu.

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Tomba dei giganti

Lo sfruttamento a fini produttivi iniziò nell’Ottocento, quando si provò l’estrazione della galena e della blenda, estrazione che non risultò conveniente per la presenza di minerali minori che rendevano difficile il processo di separazione.

Alla fine del secolo la situazione cambiò con l’arrivo dei francesi, che acquisirono i diritti della miniera.
All’inizio fu l’ingegnere francese Emile Jacob a gestire la cava, dedicandosi all’estrazione di rame, antimonio, argento, arsenico e ferro.

Nel 1919 la cava fu affidata in subconcessione alla “Compagnia Miniere del Laurium” che arrivò a impiegare una cinquantina di lavoratori. Dal 1933 seguì un periodo di inattività (dovuta alla scarsa redditività della miniera), che durò fino al 1938, quando la società Rumianca acquisì il complesso per la presenza di arsenopirite, molto richiesto per l’impiego nell’industria chimica.

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Laveria

Fu in questi anni che l’area mineraria crebbe notevolmente: vennero ammodernizzati gli impianti, costruita la laveria per la lavorazione dei minerali, la diga per la produzione di energia elettrica, il sistema di teleferiche usate per trasferire il materiale estratto dai cantieri alla laveria (necessarie per superare il dislivello di 200 metri). Tutto intorno vennero realizzati uffici, dormitori, officina. In questi anni l’attività mineraria di Baccu Locci raggiunse il maggior numero di lavoratori impiegati, circa seicento.

I grandi investimenti nell’area non furono però utilizzati per tutelare la salute dei lavoratori. Le condizioni di vita degli operai restarono difficilissime.
Mancava un sistema di ventilazione forzata, le perforatrici a umido, e tutti quegli accorgimenti che avrebbero permesso di evitare l’inalazione dei veleni da parte dei minatori.

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Macchinari per l’attività estrattiva

A partire dalla metà degli anni ’50 iniziò, anche per la miniera di Baccu Locci, la fase di decadenza che terminò nel 1965 con la cessazione definitiva dell’attività estrattiva.

Oggi il sito di Baccu Locci è diventato un importante esempio di archeologia mineraria e industriale.
Lungo i tornanti che salgono fino ai 500 metri di quota, tra boschi di leccio e di olivastri, tra incantevoli laghetti e aree pic-nic, è possibile visitare una trentina di edifici storici e rari impianti industriali.
Il primo edificio che si incontra nell’area è la grande laveria, recentemente ristrutturata; a seguito della risistemazione non è più presente, al suo fianco, il traliccio in legno della teleferica.
Tutto intorno sono visibili altri caseggiati, ovvero ciò che resta degli uffici, dormitori, magazzini e dell’officina, dove oggi sono sistemati vari macchinari dell’epoca.

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Sbarramento artificiale

Dalla laveria è ben visibile il piccolo bacino artificiale, la diga Riu Mummusa, che non essendo ancora stata interessata dalle azioni di bonifica (effettuate recentemente nell’area), continua a registrare alte concentrazioni di Arsenico e Zinco.

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Galleria San Riccardo

A poca distanza dalla diga è possibile notare alcuni ingressi minerari, tra i quali spicca la galleria San Riccardo, il cantiere più produttivo della cava.

Risalendo lungo i tornanti si arriva al villaggio di Baccu Locci a 370 metri s.l.m., dove sono visibili le vecchie case del borgo, disseminate lungo i versanti del torrente.

Tutta l’area del Salto di Quirra ha una notevole importanza dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e storico, che vale la pena preservare dall’incuria del tempo: un luogo che custodisce lo scorrere dei secoli, ripercorrendo le tracce che vanno dal nostro passato più recente alla nostra storia millenaria.


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Per approfondire l’argomento:

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