Tre Passi Avanti

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Il confino a Lipari

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Lipari

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A seguito della condanna di deportazione sancita dalla commissione fascista, Emilio Lussu venne trasferito nel confino di Lipari, isola dell’arcipelago delle Eolie.

Nel giorno prescelto per la partenza, tutta Cagliari era in fermento.
Si temeva un’evasione in grande stile e per questo, speciali servizi di truppa furono schierati attorno alle carceri e lungo il percorso che portava verso l’imbarco; lo stesso questore volle essere presente al momento della partenza: “L’isola di Lipari produce una vernaccia celeberrima”, gli disse, porgendogli la mano tesa. Ma Lussu non volle intrattenersi in inutili convenevoli e, dopo avergli ricordato di essere astemio, terminò la conversazione.

Il porto era deserto, l’unica traccia umana era rappresentata da sentinelle e pattuglie armate.
Mentre Lussu si apprestava a scendere nel canotto della polizia, un giovane marinaio a bordo della sua barca, di rientro da una giornata di pesca, ritto sulla prua, gridò: “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”.

Fu l’arrivederci di un’isola intera.

Immediatamente dopo aver assistito alla scena, le pattuglie presenti circondarono il marinaio appena rientrato nel porto.
Non si ha notizia a quale destino andò incontro, un gesto così coraggioso poteva avere gravi conseguenze.

Dopo due giorni di viaggio vissuti in condizioni di salute precarie, Lussu arrivò a Lipari accolto dagli amici della lotta politica: Beltramini, Binotti, Grossi, Volpi, Picelli, solo per citarne alcuni.
Prima del fascismo, Lipari era la destinazione dei delinquenti comuni dichiarati incorreggibili, sistemati in una zona riservata di circa un chilometro quadrato.
Per disposizioni fasciste, lo spazio fu ridotto a poche centinaia di metri, con uno/due militari per ogni deportato politico.
I detenuti solitamente vivevano nelle caserme, quelli malati o con famiglia al seguito potevano disporre di una casa all’interno dell’area, ma le condizioni di vita erano difficilissime per tutti.

Il mare era controllato costantemente dalla presenza di barche, motoscafi veloci, perfino un canotto da guerra con un cannone. In ogni angolo riflettori e mitragliatrici a fare da guardiani.
Le navi che arrivavano in porto erano minuziosamente controllate, anche gli estranei che sbarcavano nell’isola erano sottoposti a perquisizioni personali.

Il clima tropicale dell’isola e le dure condizioni di detenzione, rendevano difficili le condizioni di salute dei deportati. Lussu si ammalò di una grave pleurite di cui già aveva sofferto in passato, e come lui tanti erano i prigionieri che si ammalavano.
Non mancavano i morti, ma di fronte a tanti ammalati anche il piccolo ospedale sembrava impossibilitato a svolgere la sua funzione.

Tutti i deportati dovevano sopravvivere nell’isola con una misera indennità giornaliera di 10 lire, ridotte alla metà dopo il 1931. Vitto, vestiario, biancheria, igiene, luce, tutto doveva essere pagato utilizzando questa piccola somma; le malattie legate alla fame erano una realtà molto diffusa a Lipari.
Gli appelli venivano fatti frequentemente, la notte si arrivava addirittura a dodici controlli. Si doveva evitare ogni minima possibilità di fuga, rendere l’isola una fortezza inespugnabile, un simbolo del rigore.

E così tutto l’ambiente pareva essere un’immensa scenografia della passione fascista: la fanfara che suonava inni a ogni ora del giorno,  le canzoni beffa contro gli oppositori. Le guardie fasciste, dal canto loro, avevano l’obbligo di rendere il clima turbolento; la sentinella che non provocava veniva accusata di scarso senso rivoluzionario.

Spesso venivano inviati degli “agenti provocatori”, ovvero finti deportati mandati sull’isola a prender contatti con i veri prigionieri, col compito di suggerire complotti per rovesciare il regime. Chi cadeva nel tranello, finiva subito in stato d’arresto.
Tutto ciò si sommava alle “classiche aggressioni”, sempre più violente, con i deportati ridotti in condizioni così gravi da dover essere ricoverati per lungo tempo in ospedale.
Si passò poi a misure di tortura ancora più deprecabili: deportati feriti da colpi di frusta e costretti a fare bagni nell’acqua salata o nell’aceto; flagellature alle piante dei piedi; feriti cosparsi di olio e aceto.

Alle questioni che non potevano attendere i tempi della giustizia, si sostituiva il giudizio sommario. E così, alcuni deportati venivano ammazzati senza troppi convenevoli, come Giovanni Filippich, ucciso nel 1930 per essersi dichiarato slavo, o il deputato Sollazzo, ucciso a colpi di baionetta per aver criticato duramente il fascismo.

In caso di tentativi di fuga, il regolamento consentiva l’utilizzo delle armi. Se nonostante ciò, il deportato riusciva ad avere salva la vita, la pena contemplava una reclusione non inferiore ai tre anni e una multa salata di 20.000 lire.

Ma non c’era pena che poteva fermare il desiderio di libertà. Tutti, a Lipari, pensavano alla fuga, pochissimi riuscirono a compierla.
Tra questi ci fu Emilio Lussu che, con una rocambolesca evasione, riuscì insieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti, a beffare il regime fascista.
Tre uomini che, una volta abbandonata l’isola, daranno un contributo fondamentale prima nella lotta clandestina e poi nelle fasi finali della Resistenza armata.

… Segue.

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  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu

 

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Il processo a Emilio Lussu

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Dopo l’uccisione, avvenuta per legittima difesa, del fascista Battista Porrà, Emilio Lussu rimase in prigione per tredici mesi.

In carcere gli fu comunicata la decisione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, ormai sotto il controllo fascista, della sua radiazione dall’albo in quanto nemico del regime.
Nel frattempo, nei giornali si susseguivano gli appelli dei deputati fascisti ai magistrati, appelli ai limiti della minaccia, affinchè applicassero la pena più severa possibile al sardista accusato dell’uccisione del camerata.
“E’ un delitto contro la patria, contro l’umanità”, arrivò a scrivere qualcuno.

Lo stesso prefetto, accusato di avere “protetto” Lussu (cosa peraltro non veritiera), venne messo a riposo per aver consentito l’intervento di carabinieri e polizia appena dopo l’aggressione.
Dal canto suo, anche Mussolini cercò di prodigarsi affinchè Lussu ottenesse la massima pena. A tal proposito cercò, inutilmente, di spostare il processo fuori dalla Sardegna, a Chieti; la Corte d’Assise della città era infatti nota perchè i giurati, rigorosamente fascisti, durante il processo contro gli assassini di Matteotti arrivarono a complimentarsi con gli imputati.

Ma il disegno di Mussolini, stavolta, non si realizzò.
L’opinione pubblica isolana reagì a tal punto da impedire il progetto, e addirittura lo stesso padre del fascista ucciso rifiutò di costituirsi parte civile contro l’imputato, arrivando a dolersi con Lussu dell’eccessiva persecuzione a suo danno.

Nonostante le fortissime pressioni a cui fu sottoposta la magistratura sarda, questa, non ancora soggiogata al regime, assolse Emilio Lussu per legittima difesa.

La rabbia dei fascisti esplose ogni oltre misura.
Troppo grande era stato l’affronto subito per colpa dei giudici, per non parlare poi dello stesso Lussu. Non solo non si era riusciti ad ucciderlo, ma lui stesso aveva ucciso un camerata, ed era stato addirittura assolto!
I giornali le settimane successive traboccavano di lunghi articoli contro la sentenza, si parlò di evidente errore giudiziario, alcuni proposero addirittura il linciaggio.

I fascisti non potevano lasciar passare la questione e infatti, nonostante l’assoluzione, Lussu non venne scarcerato.
Le carceri dipendevano dal ministero degli Interni e così fu trattenuto per “misure di ordine pubblico”, finchè una commissione eletta dal regime, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato fascista, condannò Lussu a cinque anni di deportazione come “avversario incorreggibile del regime”.

Le dure condizioni della detenzione dovute alla lunga permanenza in una piccola cella fredda e umida, e le correnti d’aria durante le continue ispezioni notturne, finirono col provocargli una bronchite e una grave pleurite.
La febbre alta di cui soffriva Lussu convinse i medici a scrivere una dichiarazione medica sulle sue pessime condizioni di salute, riferendo che una deportazione in un’isola sarebbe stata letale a causa del clima marino.
Fu Mussolini in persona a interessarsi della questione.
Pochi giorni dopo arrivò l’ordine di immediato trasferimento: destinazione, la piccola isola di Lipari.

Segue…

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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L’aggressione a Lussu e la morte del fascista Porrà

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Piazza Martiri, Cagliari

Il 31 ottobre 1926, durante una manifestazione fascista a Bologna, il sedicenne Anteo Zamboni sparò un colpo di pistola contro Mussolini, mancandolo di poco.
La reazione fascista non si fece attendere e la furia contro gli oppositori al regime si scatenò in ogni parte d’Italia. In molti caddero vittime delle violenze, altri riuscirono a darsi alla fuga, le loro case vennero saccheggiate, le sedi dei giornali distrutte.
Ovunque si respirava un clima di terrore.

Nella lunga lista degli avversari da eliminare era presente anche il nome di Emilio Lussu, noto antifascista, leader del Partito Sardo d’Azione.

La stessa notte dell’attentato al duce, alcuni amici più fidati del dirigente sardista, corsero da lui per riferigli che anche a Cagliari la macchina repressiva del regime si era messa in moto e la sua vita correva un grave pericolo.
La città era effettivamente in fermento. I vari rioni suonavano l’adunata, i fascisti accorrevano da ogni parte per ritrovarsi nella sede centrale e preparare gli assalti.

La casa di Lussu era situata nella Piazza Martiri d’Italia (dove oggi è affissa una targa in ricordo), al primo piano di un appartamento con cinque balconi.
Non ebbe il tempo di abbandonare la città e decise di rifugiarsi in casa, da solo, con le luci spente e le pistole di guerra a portata di mano, pronte per essere utilizzate.
Lui, così abituato agli assalti della Grande guerra, vide la sua casa trasformarsi in una nuova trincea.

Ma il suo appartamento non fu l’unico obiettivo dei fascisti.
Lussu sentì la colonna fascista avvicinarsi, ma prima di arrivare a lui ebbero la premura di saccheggiare la vicina tipografia del giornale democratico-cristiano il “Corriere” e distruggere lo studio legale dell’avv. Angius.

La colonna era comandata dal avv. Cao di San Marco, vecchio compagno di Lussu.

Una volta ammassatasi di fronte alla casa di Lussu, la colonna fascista riuscì senza troppa fatica a sfondare il grande portone. Solo la porta dell’appartamento ora faceva da ostacolo alla furia delle camicie nere.
Interessante, soprattutto ai fini del processo, furono le dichiarazioni delle due parti. Lussu dichiarò di aver avvisato i fascisti della sua presenza in casa, e di essere inoltre armato, mentre questi dichiararono che l’assalto fu ordinato solo perchè convinti che la casa fosse deserta.

Una volta sfondato il portone principale, la colonna si divise in tre parti: un gruppo di fascisti cercò di forzare la porta dell’appartamento, un altro cominciò la scalata ai balconi e l’ultimo fece il giro della casa per passare dal cortile sul retro.
Di fronte alla casa, sulla piazza, la folla simpatizzante incitava gli aggressori alla grande impresa.

Battista Porrà, aiutato dalla folla, fu il primo che riuscì a raggiungere il balcone. Gli porsero il ramo di un albero vicino, per forzare la persiana chiusa, e fu a questo punto che Lussu, armato della sua pistola di guerra, sparò verso di lui.
L’assalitore, colpito a morte, cadde nella strada sottostante, tra le braccia dei camerati.

Nel frattempo la folla lasciava in tutta fretta la piazza. Più volte Cao di San Marco tentò di riordinare la colonna ma i suoi appelli furono vani.

Al processo contesterà il ruolo svolto, dicendo di essersi trovato nella Piazza solo ed esclusivamente per difendere Lussu dall’aggressione fascista.

Mezz’ora dopo, polizia e carabinieri avevano accerchiato la casa, almeno mille erano le forze militari presenti nella piazza. Il questore e il commissario si presentarono alla porta e Lussu, ancora armato, chiese che solo il commissario, con le mani alzate, potesse entrare. Appurata la presenza di “autorità legali”, anche il questore venne ricevuto nella casa.

Di fronte alla comunicazione dell’arresto, Lussu cercò, con il codice penale in mano, di far leva sulla legittima difesa e ancora, sull’immunità parlamentare, essendo egli un deputato, ma tutto ciò non servì. Fu ammanettato e condotto in carcere dai carabinieri.

Al fascista ucciso vennero concesse onoreficienze e funerali solenni, con la partecipazione delle autorità, la magistratura, il prefetto e le camicie nere provenienti da tutta la provincia.

… segue.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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Lo squadrismo in Sardegna -2-

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L’eccidio di Portoscuso.

Tra le incursioni fasciste più violente ricordiamo quella di Portoscuso, avvenuta il 29 dicembre 1922.
Portoscuso in quegli anni era un piccolo centro agricolo, importante anche dal punto di vista industriale essendo inserito nell’area mineraria del Sulcis-Iglesiente; numerose erano le attività legate al traffico marittimo. I battellieri, con a capo i fratelli Fois, rappresentavano la maggiore organizzazione sindacale e politica del paese, di orientamento socialista.

La loro madre era stata la prima maestra del paese, mentre il padre rivestiva un ruolo importante nel settore del commercio. Era dunque una famiglia amata e molto conosciuta.

Luigi era il cassiere della Federazione, Salvatore aveva ben tre lavori diversi per mantenere la numerosa famiglia.
Quando Luigi riuscì, nel 1920, a entrare nell’amministrazione socialista di Portoscuso, iniziarono i primi problemi. L’ex-vicesindaco Santus, di orientamento liberale, spodestato nelle elezioni, divenne ben presto il loro nemico.
Santus capì che, sfruttando la situazione politica e il movimento fascista, avrebbe potuto facilmente riottenere il posto di sindaco che gli era stato negato nelle elezioni precedenti, così,  dopo la Marcia su Roma, costituì nelle cittadina una sezione del fascio, diventandone il segretario.

Per la spedizione punitiva i fascisti arrivarono da Iglesias e Gonnesa con le armi in mano. Gli obiettivi principali erano lo scioglimento dell’amministrazione comunale e dell’organizzazione socialista e l’intimidazione dei capi.

All’arrivo a Portoscuso, i fascisti si recarono al porto alla ricerca dei fratelli Fois.
Invitarono Luigi a seguirli presso la sede del fascio per consegnare i fondi e i registri della Federazione che sarebbe poi stata sciolta, ma lui si rifiutò. A questo punto i fascisti cercarono di trascinarlo via con la forza e immediato fu l’intervento del fratello Salvatore che, trovandosi anche lui nelle vicinanze, si lanciò contro gli aggressori brandendo una roncola e colpendo uno dei fascisti presenti, Leonardo Scameroni.

La reazione dei fascisti non si fece attendere: una scarica di colpi uccise i due fratelli.
Il giornale l’“Unione Sarda” di Sorcinelli, all’epoca di fede fascista, diffuse la falsa notizia di un’aggressione ai danni dei fascisti, accusando inoltre i fratelli Fois di essere a capo di un’organizzazione dedita allo strozzinaggio.

Le violenze continuarono anche dopo l’eccidio.
I fratelli superstiti furono costretti a scappare per le campagne, la popolazione venne intimidita per tutta la notte e alla madre e alla sorella fu intimato di non piangere i propri cari.

Neppure il giorno dei funerali ebbero pace. I fascisti si lanciarono verso il corteo funebre, obbligando le famiglie a ritornare nelle proprie case, lasciando proseguire solo i feretri. Le salme vennero fatte a pezzi prima di essere riconsegnate.

Tra il 30 e 31 dicembre anche l’amministrazione socialista fu sciolta, al suo posto prese potere un’amministrazione fascista con Santus nominato nuovo sindaco.
I primi mesi del 1923 la Federazione dei battellieri passava sotto il controllo fascista, con i familiari dei Fois costretti a consegnare i registri e i conti dell’organizzazione.

L’autorità giudiziaria ritenne opportuno non interessarsi dell’accaduto, ma i parenti dei defunti non furono dello stesso avviso. Approfittando di un dissidio fra i dirigenti dei fasci isolani, riuscirono ad ottenere dal magistrato l’apertura del procedimento legale. Gli autori del delitto vennero giudicati dai giurati di Cagliari e tutto il processo si svolse con eccezionali misure di ordine pubblico.
Il giorno del verdetto, un corteo di fascisti della città attendeva la notizia della liberazione, mentre a Iglesias si preparò un banchetto per festeggiare l’assoluzione.
Ma questo desiderio non si realizzò.

A differenza dell’omicidio di Efisio Melis, l’eccidio dei fratelli Fois venne condannato dai giudici all’unanimità. Il fascismo non accettò il verdetto emanato dalla giuria popolare anzi, lo considerò come un affronto al regime. L’on. Rocco, ministro di Grazia e Giustizia, intervenne direttamente giudicando la condanna un errore giudiziario. Dopo due anni, i condannati ottennero la grazia e furono rimessi in libertà.

Le violenze dei fascisti in varie zone dell’isola aumentarono il malcontento della popolazione. Il fascismo non veniva considerato un partito, ma un fenomeno di brigantaggio appoggiato dallo Stato.
Per modificare questo pensiero diffuso e aumentare i consensi, si decise di mutare la linea politica: venne inviato nell’isola il generale Gandolfo, prefetto munito di pieni poteri.


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Lo squadrismo in Sardegna -1-

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Che in Sardegna il fascismo nelle sue fasi iniziali non ottenne grandi consensi, è cosa ormai risaputa. I fascisti sardi non presero parte alla “Marcia su Roma” e le prime mobilitazioni nella regione si risolsero in un gran fallimento: malmenati e dispersi, e addirittura scortati dai carabinieri, furono costretti a darsi alla macchia.
L’ostilità al fascismo raggiunse una dimensione tale, che in tutta l’Italia si arrivò a parlare della nascita di un vero e proprio movimento insurrezionale nell’isola.

Mussolini, spaventato, decise di correre ai ripari inviando nell’isola l’on. Pietro Lissia in rappresentanza del governo. Fervente antifascista nella prima ora, appartenente al gruppo parlamentare della democrazia sociale, aveva poi cambiato parere, diventando sottosegretario alle Finanze nel ministero Mussolini.
La sua visita fu accolta con un misto di sorpresa e preoccupazione, erano infatti alquanto rare le apparizioni dei membri del governo nell’isola.
Nonostante il grande risalto dato all’avvenimento dai giornali fascisti, al suo arrivo a Cagliari l’onorevole non trovò altri che le autorità civili e militari, il solito gruppo fascista, ma soprattutto oppositori. Nessuna folla in festa per le strade, solo urla e fischi, e anche nell’aula del Consiglio provinciale, dove tenne un discorso riguardo al programma del governo, l’ambiente era apertamente ostile.

Dopo la seduta provinciale, altri scontri si ebbero nelle piazze della città. La polizia effettuò nuovi arresti tra gli oppositori, qualcuno, aggredito dai fascisti armati, rimase ferito, le stesse guardie regie sostenevano e davano appoggio ai fascisti. Fu in questa occasione che Emilio Lussu fu violentemente colpito alla testa da parte di un graduato delle guardie regie. Rimase ricoverato a lungo in un ospedale cittadino, la sua aggressione suscitò un clamore enorme. Molti misero in relazione l’aggressione subita, al suo discorso d’opposizione tenuto poche ore prima di fronte all’on. Lissia.

A seguito dell’atto di violenza contro Lussu, organizzazioni politiche, deputati, consiglieri si recarono dal prefetto per esprimere la loro protesta, la popolazione si astenne dal lavoro, i negozi rimasero chiusi.
Di fronte a una situazione che poteva diventar ancor più pericolosa, il governo decise che era necessaria la pacificazione della città.
Seguirono accordi tra oppositori e capi fascisti, i detenuti politici vennero rimessi in libertà, l’ordine pubblico pareva ristabilito.

Il 27 novembre 1922 si tenne a Cagliari una grande manifestazione fascista; arrivarono sostenitori da tutta la provincia, il prefetto invitò la popolazione a esporre le bandiere nelle finestre, consiglio che però non venne seguito e le uniche bandiere presenti sventolavano nelle case dei fascisti.
I capi dell’opposizione avevano chiesto di evitare ogni tipo di provocazione e così, in tanti, decisero per un giorno di passare la giornata fuori dalla città.
I fascisti indossavano la camicia nera, erano armati di manganello, pistola e pugnale. In colonna, a precedere il corteo, guardie regie e carabinieri.
La folla presente rimase ostile ma impassibile e i fascisti più intransigenti abbandonarono le file per colpire, coi manganelli, chi non si levava il cappello al loro passaggio. La folla reagì. Gruppi di ragazzi accerchiarono un capo fascista e le trombe suonarono l'”allarmi”. I fascisti abbandonarono i manganelli e con pugnali e pistole colpirono i presenti. Gli oppositori, senza armi, si gettarono sulla colonna che fu prontamente difesa dai carabinieri che aprirono il fuoco. La città cadde nel caos più totale.

Secondo il resoconto ufficiale emanato dal prefetto, si contarono 22 feriti e 57 arresti.
Si trattò di dati faziosi, volutamente incompleti in quanto provenienti dagli ambienti filofascisti. Gli arrestati erano tutti oppositori, il numero di feriti ben superiore a quello indicato dal prefetto e, soprattutto, non fu neppure registrata la morte del primo antifascista sardo caduto vittima delle violenze: Efisio Melis, un ragazzo di ventisette anni.

Efisio Melis era stato un combattente della Grande guerra, decorato con la medaglia al valore militare. Smessa la divisa militare, si era iscritto al partito sardista e lavorava da operaio in officina. Durante la manifestazione fascista si trovava in via Garibaldi tra la folla e fu uno dei tanti che, durante il passaggio della colonna, rifiutò di levarsi il cappello. Fu allora che un fascista del suo rione, conoscendo le sue posizioni politiche, si spostò dalla colonna e gli ordinò di salutare lo stendardo fascista ma lui non si piegò, anzi: portò le mani al cappello, ma solo per sistemarlo meglio.
A questo punto il fascista, colmo di rabbia, traflisse per due volte Melis con la punta del gagliardetto. Melis aveva suo figlio in braccio e, impossibilitato a difendersi, cadde a terra esanime.

Subito la folla attorno a lui si avvicinò per soccorrerlo, ma venne fermata dai manganelli dei fascisti. Arrivato nello stesso ospedale in cui era ricoverato Lussu per la precedente aggressione, chiese di incontrarlo. “La guerra, la guerra”, saranno le ultime parole a lui rivolte. Morirà il 2 dicembre del 1922 e al suo funerale parteciperanno migliaia di persone. Alla vedova, insultata e aggredita, verrà impedito di portare fiori nella tomba del marito.
Nessun aggressore venne perquisito o fermato, la morte di Melis non trovò colpevoli.

Nei giorni seguenti continuarono gli arresti di oppositori e nel frattempo, molti industriali, agrari, commercianti si iscrissero al fascio. Il fascismo riusciva, in questo modo, ad aumentare il “consenso”.

L’episodio di Cagliari dimostra che in Sardegna ci fu una forte resistenza di fronte alle violenze fasciste, superiore alla gran parte delle regioni italiane.
Questo punto viene ulteriormente sottolineato dalle vicende che interessarono Sorso l’8 dicembre 1922.

Nella cittadina in provincia di Sassari, i fascisti vennero addirittura accolti da una fitta sassaiola e costretti ad abbandonare in fretta e furia la zona.

A Terranova, l’attuale Olbia, la popolazione era in larga maggioranza antifascista.
Facevano eccezione alcune famiglie di commercianti che, stanche di questa situazione, si misero in contatto con i fascisti di Civitavecchia per organizzare una spedizione armata.
Da Civitavecchia presero il piroscafo duecento fascisti armati. Una volta arrivati, guidati dai capi locali, accerchiarono le case degli oppositori e le assaltarono. In molti riuscirono a scappare per la campagna, ma una trentina vennero catturati e portati nella piazza della città. Nel frattempo vennero saccheggiate le organizzazioni di lavoro, le sedi, i circoli dei combattenti e dei mutilati di guerra.
La città, colta di sorpresa, era in mano ai fascisti.
Nella piazza centrale avvenne il “battesimo fascista”, non con l’acqua chiaramente, ma con l’olio di ricino simbolo della redenzione dal peccato antifascista. Era la prima volta che in Sardegna si usava un simile trattamento. Solo un prigioniero, contadino ex combattente, si rifiutò di bere e venne così percosso. A un noto esponente antifascista, avvocato, fu intimato di tenere un discorso inneggiante a Mussolini ma si rifiutò; arrivarono allora le figlie, in lacrime chiesero la liberazione del padre che di fronte alla scena straziante non potè far altro che piegarsi alla richiesta: salì sulla tavola predisposta e iniziò un piccolo monologo ma, prostrato da tanto sforzo, cadde a terra svenuto.
la popolazione rimase asserragliata nelle case fino alla loro partenza.
I fascisti esultavano, avevano vinto.

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Per approfondire l’argomento si consiglia le lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu.

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Lino Businco: un sardo tra i firmatari del manifesto della razza.

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La manifestazione più aberrante del fascismo fu l’introduzione, nell’autunno del 1938, di una serie di leggi discriminatorie rivolte prevalentemente contro i cittadini di religione ebraica. Queste leggi, molto simili a quelle naziste del 1935, escludevano gli israeliti dagli uffici e dalle scuole pubbliche, ne limitavano l’attività professionale, vietavano i matrimoni misti. Preannunciata da un manifesto di sedicenti scienziati che sostenevano l’esistenza di una “pura razza italiana” di indiscutibile origine ariana, la legislazione fu introdotta in un paese che fino ad allora, a differenza della Germania, della Francia e della Russia, non aveva mai conosciuto forme di antisemitismo diffuso.

Il manifesto della razza, diviso in dieci punti, si proponeva di insinuare nel popolo italiano il germe dell’orgoglio razziale per farne scaturire l’aggressività: “E’ tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”, evidenziava il settimo punto.

Tra i dieci scienziati che firmarono il vergognoso manifesto, uno proveniva dalla Sardegna: Lino Businco (1908-1997).
Laureato in medicina, a Cagliari, Businco fino al 1937 fu “aiuto incaricato” presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Cagliari, passò poi all’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Roma. Divenne vice direttore dell’Ufficio Studi sulla razza  del Ministero della Cultura Popolare nel 1938 e, nel dicembre dello stesso anno, membro del Comitato segreto italo-germanico per le questioni razziali, lavorando con Himmler ed Hess. Fu insignito da Hitler della Croce rossa tedesca di seconda classe.

Ma il contributo di Businco alla causa della razza non si limitò alla stesura del manifesto. Pubblicò sulla rivista “La Difesa della razza”,  l’articolo Sardegna Ariana che aveva come scopo quello di dimostrare l’appartenenza dei sardi al “gruppo purissimo degli ariani mediterranei“. Basandosi su metodi pseudo scientifici, analizzando le ossa nuragiche per ottenere dati biologici, arrivò alla conclusione che i sardi avevano conservato la purezza del loro sangue attraverso i millenni e “non potevano appartenere a opachi raggruppamenti razziali africani“.

Lino Businco non fu il solo a sostenere questa tesi.
Un importante contributo lo diedero anche Paolo Rubiu, e ancora Claudio Colosso, sempre nel 1939, che cercarono di allontanare dalla “pura razza sarda” possibili equivoci sulla provenienza africana.
L’Unione Sarda, il maggior quotidiano dell’isola, a seguito delle leggi razziali del 1938 pubblicò un articolo, senza firma, in cui celebrava “la razza sarda, parte integrante della razza italica […] di cui costituisce una delle espressioni più elevate“.

Ma la voce dell’opposizione era molto forte anche in Sardegna e il suo simbolo fu ancora una volta Emilio Lussu che, con un testo straordinario pubblicato nel 1938, seppe smontare in modo ironico il Manifesto punto per punto.
In riferimento al IV comandamento del Manifesto: “questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola” rispose che “siccome la Sardegna non fa parte della penisola ma è un’isola, l’affermazione suesposta non tocca i Sardi nè punto nè poco”.
E ancora: “Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poichè ci siamo, ci vogliamo stare. E’ tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti”.
Reclamando in modo alquanto divertente: “il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani” e mobilitando “a difesa della razza sarda […] le impavide zanzare, di pura razza semitica” per fermare gli ariani arrivati nell’isola.

Nonostante il passato così inglorioso, Lino Businco non ha mai pagato per le sue tesi razziali, al contrario. Nel 1962 venne insignito dell’onorificenza di “Commendatore dell’ordine al merito della Repubblica”.

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A proposito dei firmatari del Manifesto della Razza, Franco Cuomo ha scritto:

“Nessuno li dimentichi. Nessuno si scordi mai di ciò che impersonarono nella storia del razzismo italiano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari.
Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono”.

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Per approfondire l’argomento:

 

 
 

Indifferenti

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Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perchè alcuni vogliono che avvenga, quanto perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto a ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato, perchè non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 

Antonio Gramsci

11 febbraio 1917

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Testo integrale tratto dalla rivista “La città futura”, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. 

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Noi coglieremo fiori…

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Ode ai morti di Buggerru

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Noi coglieremo fiori di bufera
Lungo il sonante mare.
Li copriremo d’elce,
li cingeremo di selvaggio ulivo,
e con fiori di sole, o Primavera!
Ché non son morti. Nell’ignava fossa
non posan essi verdi azzurri stanchi
Cadaveri? Ma vanno
oltre letée fiumane, sul profondo
cuor della terra, e scavano
ancora. Van tra il rombo di altre mine
per altre vie. Su loro
è il festoso scrosciar delle acque e il coro
delle selve, divino. Ardon le lampane
pari ad astri non mai prima veduti.
E a loro innanzi fuggono gli impuri
spiriti della tenebra, gli oscuri
spiriti della terra: Avanti, neri
compagni mal sepolti! Oltre il sepolcro,
giù! Oltre la radice aspra dei monti,
oltre l’alvo sereno delle fonti,
oltre ogni umana mole,
oltre ogni sogno infranto,
oltre la terra che matura al sole
la sua messe di pianto .
Sardegna! Dolce madre taciturna,
non mai sangue più puro
e innocente di questo ti bruciò
il core e tanto ne stillò dall’urna
della morte! Pastore,
Re del silenzio, sul tuo sogno immobile
passan le rosse nuvole,
passano i venti sul tuo chiuso cuore
Ascolti? Il tuo silenzio
Vinto è dai colpi dei vendicatori:
e già sulla collina
bela e svaria la mandra,
e canta la calandra.
Che l’aurora è vicina.

Sebastiano Satta

 

L’eccidio di Buggerru

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In pochi sanno che il primo sciopero generale della storia d’Italia scaturì da un evento che ebbe luogo in un piccolo centro della Sardegna, Buggerru, nell’iglesiente.

La fondazione di Buggerru fu conseguente all’inizio dell’attività mineraria nella zona, iniziata nel 1860 con la ricerca di zinco e piombo. In breve tempo il paese superò gli 8000 abitanti, lavoratori provenienti da diverse parti della Sardegna che subirono il richiamo della miniera; un lavoro faticoso, poco retribuito ma pur sempre prezioso in una regione con un altissimo tasso di povertà.
Le misere condizioni di vita dei minatori si riflettevano nelle povere e fatiscenti abitazioni in cui trovavano alloggio le numerose famiglie operaie.
Tutto, proprio tutto, apparteneva ai proprietari francesi del complesso minerario, la “Société Anonyme des mines de Malfidano”: pozzi, officine, case (gli operai pagavano l’affitto ai dirigenti), scuola, emporio, terra, anche la vita dei minatori era di loro proprietà. Non desterà dunque sorpresa il nome con la quale Buggerru era nota all’epoca: la “Petit Paris”, con il suo cinema e un grazioso teatro riservato alla ristretta élite dei dirigenti francesi.

Non avevano tempo libero gli operai, costretti a lavorare in condizioni durissime: non meno di 9 ore lavorative al giorno, niente riposo settimanale, turni massacranti, spesso vittime di incidenti mortali sul lavoro.
I minatori a Buggerru erano più di 2000 e a essi si aggiungevano le donne e i ragazzi più giovani che si occupavano della selezione dei minerali. I salari erano bassissimi: meno di 3 lire al giorno per gli armatori che lavoravano all’interno della miniera, neppure 1 lira per le cernitici.

Erano i primi anni del secolo questi, i tempi in cui muoveva i primi passi il movimento operaio. E anche a Buggerru i lavoratori iniziarono a riunirsi nella “Lega di Resistenza”, che partecipò attivamente al congresso nazionale della Federazione dei minatori.
Forte del sostegno dei due sindacalisti Giuseppe Cavallera e Alcibiade Battelli, il malcontento si incanalò in una grande protesta quando, il 2 settembre 1904, fu anticipata di un mese l’entrata in vigore dell’orario lavorativo invernale, che avrebbe significato la riduzione di un’ora della pausa tra un turno e l’altro.
Gli operai si rifiutarono di eseguire quest’ordine, si presentarono all’orario consueto e i dirigenti, in tutta risposta, minacciarono di licenziare chiunque non avesse rispettato le nuove direttive.
Iniziava così lo sciopero dei minatori di Buggerru, spontaneo in quanto non guidato dalla Lega di Resistenza che cercò in tutti i modi di riportare la calma tra gli operai. Ma ormai la protesta era in moto, niente poteva trattenere la rabbia dei minatori: tutti gli impianti rimasero deserti, perfino l’energia elettrica venne interrotta lasciando il paese al buio.

Nel frattempo, il direttore della miniera Achille Georgiades, chiese aiuto della forza pubblica e due compagnie di soldati del 42° Fanteria al comando dei capitani Bernardone e D’Anna partirono da Cagliari all’alba del 4 settembre, per arrivare a Buggerru nel pomeriggio. Tre operai furono incaricati di provvedere alla sistemazione dei soldati in un locale provvisorio, e una sentinella venne messa al posto di guardia.
Mentre negli uffici della direzione una commissione cercava di trovare una soluzione allo sciopero, gli operai si radunavano nella piazza ad attendere una risposta. Fu allora che un gruppo di manifestanti si diresse verso i locali dell’improvvisata caserma per convincere i tre operai, rimasti agli ordini dei soldati, a unirsi allo sciopero. La situazione si fece via via più tesa, le grida lasciarono il posto a una fitta sassaiola mentre i soldati puntavano i moschetti sulla folla.
Alle 16.45 i militari, tolta ogni remora, spararono sui lavoratori, lasciando a terra una decina di operai.
Due morirono sul colpo, Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara e Felice Littera di 31 anni, di Masullas. Il 21 settembre Giustino Pittau, di Serramanna, morì in ospedale; un mese dopo la stessa sorte toccò a Giovanni Pilloni di Tramatza.

Il 5 settembre ritornò la calma anche grazie alla preziosa mediazione di Cavallera e Battelli, e l’energia elettrica riprese a funzionare illuminando il paese nel giorno del lutto. Il 6 si tennero i funerali alla quale partecipò una folla di 3000 persone.

Il 7 settembre nelle miniere di Buggerru fu ripreso il lavoro: solo dopo lunghe trattative il direttore concesse che per tutto il mese di settembre l’intervallo fosse di 3 ore invece che 2. Tutto qui.
I morti di Buggerru valevano solo un’ora di riposo?
No. I morti di Buggerru col loro sacrificio erano riusciti ad accendere la fiaccola che negli anni, nei decenni a seguire avrebbe illuminato la strada del movimento operaio.

Accadde infatti che l’11 settembre, la Camera del Lavoro di Milano, per protestare contro l’eccidio di Buggerru, proclamava il primo sciopero generale nazionale, che fu anche il primo d’Europa.
Dal 16 al 21 settembre i lavoratori italiani di tutte le categorie scesero in strada non per difendere i propri diritti, ancora inesistenti, ma per conquistarli.
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1940-1943: la Sardegna sotto le bombe

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Nel Secondo conflitto mondiale la Sardegna è stata l’unica regione d’Italia in cui non si è avuta una guerra guerreggiata tra eserciti combattenti.
Il motivo principale è da ricondursi alla condizione di insularità della regione, isolamento geografico che divenne totale nel momento in cui vennero sospesi i collegamenti navali tra il continente e la Sardegna. Per questo motivo, l’isola dal gennaio del 1944 sperimentò anche l’autogoverno, con la creazione dell’Alto Commissariato per la Sardegna riconosciuto dallo Stato.

Per via della sua posizione geografica, la Sardegna svolgeva un ruolo fondamentale sotto il profilo strategico-militare: le  basi aeree e navali presenti nell’isola permettevano un controllo delle vie di comunicazione tra il Mediterraneo occidentale e quello centrale, e i primi bombardamenti da parte degli Alleati non tardarono ad arrivare. Già da lungo tempo l’Unione Nazionale Protezione Antiaerea informava sui rischi dei raid, fornendo le elementari nozioni per scampare agli attacchi. Ma la città, che vide cadere le prime bombe nel giugno del ’40, mancava totalmente di rifugi adeguati. I Cagliaritani potevano contare su alcuni anfratti naturali scavati nella roccia, insufficienti per accogliere le migliaia di persone terrorizzate dalle bombe. I ripari improvvisati in legno erano inutili a salvare dalla furia delle esplosioni e, nonostante la costruzione di alcuni bunker, gran parte dei cittadini restava sprovvista di un rifugio.

Il 16 giugno alle 17 e trenta, appena 6 giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, 5 bombardieri inglesi sganciavano diverse bombe sull’aeroporto di Elmas. Molti ordigni finirono nel vicino stagno, i danni riportati furono piuttosto limitati e riguardarono la distruzione di alcuni hangar e della postazione contraerea, ma non ci furono vittime tra i civili. Un secondo attacco avvenuto il 24 giugno, colpì le riserve di carburante a Monte Urpinu.

Completato lo sbarco alleato in Nord Africa e con gli Alleati che si preparavano a liberare l’Europa, nel 1943 i bombardamenti tornarono a colpire anche la Sardegna.

Quelli del 1943 furono opera degli americani e investirono direttamente la popolazione civile. Il 17 febbraio vennero colpite Cagliari e Gonnosfanadiga, provocando oltre 200 morti. Gli aerei americani, ostacolati da una fitta nuvolosità, colpirono l’area portuale di Cagliari e una zona centrale della città, in particolare via Sant’Efisio, tra la chiesa di Sant’Anna e quella di Santa Restituta, adibita a rifugio. La tragedia si svolse nella cripta di quest’ultima, dove si ebbe una strage di civili. L’allarme fu tardivo, quando le sirene fischiarono gli aerei erano già sui quartieri occidentali (Castello e Stampace). Vennero colpite anche Quartu S. Elena e Monserrato, ma la sorte peggiore tocco a Gonnosfanadiga. Probabilmente convinti di aver individuato il campo di aviazione di Villacidro, le fortezze volanti sganciarono nel paese il loro carico di bombe a frammentazione, colpendo varie zone dell’abitato e in particolare la via contigua alle scuole elementari. Nel centro del Medio Campidano, che contava solo 5.000 abitanti, vi furono 118 vittime, tra cui 27 bambini appena usciti da scuola e molte donne intente a lavare i panni sul greto del fiume. 

Pochi giorni dopo, il 26 febbraio, aerei B17 sganciarono su Cagliari 50 tonnellate di bombe, devastando i quartieri storici di Stampace, Castello e Bonaria. Del Municipio rimase solo la facciata, il Bastione di San Remy, colpito da 3 bombe, perse l’arco e parte della scalinata, numerosissisme le distruzioni di palazzi civili. Il bombardamento durò appena quindici minuti e provocò 73 morti e 286 feriti.

Il 28 febbraio si ripeteva l’orrore.
Erano le 12.55 quando i cagliaritani ancora rimasti in città videro apparire gli aerei. Era una domenica, un giorno di festa, e nessuno immaginava un nuovo tremendo attacco, anche perchè non venne lanciato nessun allarme dal sistema difensivo. La città era ormai in ginocchio, interi quartieri come Villanova, Stampace, Castello, Marina ridotti in macerie. Solo il 28 febbraio si erano avuti oltre 200 morti e centinaia di feriti.

L’opera di distruzione fu completata il 31 marzo dello stesso anno. Gli obiettivi principali furono il porto e la stazione, gravi danneggiamenti subì la chiesa del Carmine, con la statua della Madonna, al centro della piazza, che si girò di 20 gradi a causa dello spostamento d’aria provocato dalle deflagazioni. Una sessantina furono le vittime, la maggior parte nella vicina Monserrato.

Nel mese di aprile vennero bombardate Carloforte (12 morti e 30 feriti), La Maddalena e Palau, dove venne affondato il Trieste provocando la morte di centinaia di marinai, l’aeroporto di Alghero-Fertilia (18 morti e 50 feriti), Villacidro (16 morti e 56 feriti), Arbatax (12 morti e 6 feriti), Sant’Antioco e Porto Torres (5 morti). Anche maggio non fu da meno, finirono sotto il mirino degli aerei Alleati Olbia (oltre 20 morti), la stazione di Sassari (3 morti), Alghero-Fertilia (6 morti), Porto Torres, Abbasanta, Capo Frasca, Sant’Antioco, Calasetta, e ancora Alghero (52 morti). Continui erano i bombardamenti nell’isola, giorno e notte.

Il 13 maggio toccò nuovamente a Cagliari subire due nuove incursioni: quella diurna da parte degli americani e quella notturna degli inglesi. Fu l’attacco più massiccio mai visto, opera di 103 quadrimotori e 94 bimotori americani e 23 bimotori inglesi. A questo punto Cagliari assunse un’aria spettrale, i morti in questa circostanza furono solo 50 segno di una città oramai deserta. Appena 7000 persone erano rimaste nel capoluogo e gli sfollati, riversatisi a decine di migliaia dalle zone colpite ai centri dell’interno raccontavano di lutti e distruzioni.

La guerra per la Sardegna volgeva al termine; l’ultimo bombardamento fu il pomeriggio dell’8 settembre sull’aeroporto di Pabillonis.
Poche ore dopo Badoglio annunciava alla radio l’armistizio.

Il bilancio finale dei bombardamenti aerei fu di un migliaio di vittime e molte centinaia di feriti: l’elenco, però, è incompleto perché molti non furono identificati, di tanti si ritrovarono solo parti dei corpi dilaniati e altri si dissolsero nelle esplosioni o furono inghiottiti sotto le macerie. Circa due terzi delle abitazioni di Cagliari furono rase al suolo o gravemente danneggiate dai bombardamenti. Ancora oggi, nei quartieri storici della città, sono visibili le tracce di quelle devastazioni: restano i vuoti dei palazzi mai ricostuiti, le ferite architettoniche. Nel 1950 alla città fu conferita la medaglia d’oro al Valor Militare, a Gonnosfanadiga la Medaglia di Bronzo al Merito Civile.
Pochi ricordano che Cagliari, dopo Napoli, è stata la città più bombardata in Italia. Pochissimi che è stata la città che ha subito maggiori danni a livello di Conventry (Inghilterra) o di Dresda (Germania), senza tra l’altro una ragione plausibile.

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Per approfondire l’argomento:

 

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