Portami il girasole…

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Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

Eugenio Montale

Pozzo sacro Is Pirois, Villaputzu

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Pozzo sacro “Is Pirois”, Villaputzu

La profonda religiosità dei Sardi nuragici si manifestò non solo nei santuari più famosi (pensiamo a S. Vittoria -Serri- o a S. Cristina -Paulilatino-), ma anche in edifici di culto minori, presenti nei villaggi e nelle campagne.

Tipica costruzione sacra dell’epoca è il tempio a pozzo, di cui oggi se ne contano una quarantina. Presentano uno schema uguale in tutto il territorio isolano, dal Bronzo, nel quale sono stati costruiti i primi esemplari, all’età del Ferro, periodo del massimo sviluppo.

Templi e fonti sono testimonianze significative di una religione che ben conosceva i problemi legati alla penuria di acqua; la civiltà nuragica cercò di raccogliere, di conservare l’elemento liquido prezioso per i campi, il bestiame, l’uomo stesso.
Ma quali divinità le genti nuragiche evocavano per contrastare la siccità?
Certamente lo spirito “infernale”, sotterraneo, che esse ritenevano albergasse nei pozzi e nelle fonti, ossia il toro. Le teste taurine scolpite in alcuni templi lo confermano, così come oggetti in terracotta e bronzo che raffigurano l’animale divino.
Il Dio-Toro rappresentava le virtù mediche fisiche e psichiche delle acqua di vena. E’ possibile che lo stesso essere infernale avesse un ruolo importante nel giudicare i malvagi. Svelare la colpevolezza o l’innocenza si riteneva appartenesse al sovrasensibile, che si esternava attraverso misteriosi fenomeni naturali. Sull’effetto di questi si fondava la pena o l’assoluzione del reato.

Le fonti antiche narrano che in Sardegna il giudizio di Dio fosse affidato alle acque calde (le stesse che curavano e guarivano le malattie degli uomini). Il sospettato di furto (pensiamo al reato dell’abigeato), dopo il giuramento, veniva sottoposto al giudizio di Dio, immergendo la testa nell’acqua calda e frizzante. Se l’indiziato non riusciva a sopportare il terribile effetto, diventava cieco per aver giurato il falso, e ne risultava così affermata la colpevolezza. Se invece lo superava e anzi, ci vedeva più chiaro, voleva dire che non aveva spergiurato e dunque era innocente.

Tra gli edifici di culto meglio conservati, vi è il pozzo sacro di “Is Pirois”, situato nel territorio di Villaputzu, nella valle percorsa dal Rio Quirra.
La sua scoperta è avvenuta in modo occasionale negli anni Settanta, quando già era stata costruita nelle vicinanze una stalla e una piccola abitazione. Le prime campagne di scavo, avviate negli anni Ottanta dalla prof.ssa Maria Luisa Ferrarese Ceruti, permisero la rimozione dei crolli che ricoprivano l’edificio.

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Is Pirois, Villaputzu. Visione frontale

Il pozzo sacro “Is Pirois” sorge su una collina e si adatta al pendio; la muratura presenta un elevato di maggior altezza a monte contenendo così, nel dislivello, l’intero sviluppo del vano che racchiude il pozzo e di un secondo ambiente che lo sovrasta.
Il paramento a vista è realizzato da blocchi poliedrici e quadrangolari, inzeppati, secondo filari murari irregolari (alti 3,80 metri) i quali, sviluppandosi, si allargano costituendo, come di consueto, una struttura di pianta trapezoidale.

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Interno Pozzo sacro Is Pirois

Dall’ingresso trapezoidale, architravato (metri 2,00 x 0,30 x 0,85), che si apre orientato a N. N. O., si accede alla scalinata, composta da 8 gradini (lung. m. 2,80), attraverso la quale si scende nella camera del pozzo, chiusa sulla sommità da una pseudo cupola di buona fattura (alta m. 5 circa).
Nella struttura interna ed esterna, i paramenti si compongono di filari di lastrine di pietra locale (scisto verde e azzurro) disposte con regolarità e accuratezza; ben lavorati anche gli otto gradini che portano al pozzo e la serie di architravi a scala rovescia che ripetono l’andamento della scala.

L’acqua, alimentata da una sorgente, normalmente copre i gradini più bassi ma dopo piogge abbondanti può arrivare a sommergere tutta la scala. Il pozzo, a struttura cilindrica, ha un diametro piuttosto modesto ed è ricoperto da un ambiente che si sviluppa notevolmente in altezza. Al di sopra dell’edificio è presente un secondo vano (privo di accessi dall’esterno) che presenta al centro un foro in corrispondenza della chiave di volta della tholos interna. Tra il pavimento e la parete è possibile notare una nicchia di piccole dimensioni.

L’ingresso, protetto da due bracci murari di tecnica simile a quella del paramento esterno, si apre a valle, a breve distanza dal corso del modesto rio e di fronte a una collina più elevata, sulla cui sommità sorgono i resti di una struttura di tipo nuragico –nuraghe Nurresu-, nella quale le murature integrano gli spuntoni di roccia definendo una sorta di recinto.

La pulizia effettuata in superficie ha evidenziato, a monte dell’edificio, l’affioramento di alcuni allineamenti di pietre che potrebbero essere pertinenti a capanne di diametro diverso. Tale ipotesi appare verosimile se si considera che anche sulla sommità della collina, di fronte all’ovile, una indagine ha messo in luce, a diretto contatto con la roccia, i resti di due capanne di dimensioni differenti.
La loro presenza, non accompagnata da informazioni utili a stabilirne la funzione e la durata del loro utilizzo, consente di stabilire analogie con altri pozzi nuragici che presentano capanne nelle vicinanze. Nel settore antistante il pozzo è stata rilevata la presenza di due murature, evidentemente testimonianza di altra struttura interrata, realizzata sull’asse dell’ingresso al pozzo. Al suo interno potrebbe corrispondere una sorta di foro, o di cedimento, emerso durante i lavori di ripulitura del piano di calpestio antico.

Nei dintorni del pozzo sono stati ritrovati frammenti di ceramica comune di età romana difficilmente inquadrabili per forma e tipologia, fatta eccezione per alcuni frammenti d’anfora (uno pertinente ad una Dressel 2/4 di I sec. d.C. e uno a uno spatheion di VI d.C.) e, in minima parte, materiale di età nuragica con le stesse difficoltà di lettura. Reperti provenienti da raccolta di superficie effettuata nelle campagne circostanti confermano la continuità di vita nell’area anche per l’età storica.

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Ingresso Is Pirois

L’edificio, che richiama da vicino la struttura del pozzo di Funtana Coberta di Ballao, presenta due caratteristiche che lo distinguono da analoghi monumenti: il primo è dato dalla tecnica edilizia che unisce all’uso delle pietre di grandi dimensioni, semplicemente sbozzate o naturalmente informi, quello delle lastrine intenzionalmente ricavate dalla pietra locale: lo stacco netto fra le due tecniche che si percepisce nell’atrio fra le due ali e il prospetto è un chiaro frutto di scelte estetiche più che funzionali, per quanto le ridotte dimensioni del diametro interno sia del pozzo che della tholos, e lo sviluppo verticale di quest’ultima, potevano essere realizzate con più facilità con materiale di ridotte dimensioni. Il fatto però che tale tecnica sia stata estesa anche al prospetto esterno denuncia la volontà di “dichiarare” la scelta e di conferire all’ingresso un maggior grado di rifinitura, accentuato dall’adozione, come architrave, di un blocco parallelepipedo analogo nel taglio alle lastrine ma in contrasto, con il colore chiaro, al grigio scuro dello scisto.

Chiare d’altra parte le unità murarie e la sequenza delle fasi di costruzione: i bracci che delimitano l’atrio risultano realizzati in un’unica soluzione con la struttura esterna e si appoggiano al prospetto nella sua parte superiore, ma risultano perfettamente legati alla base. È evidente perciò l’organicità della realizzazione e la sua corrispondenza ad un progetto chiaramente definito. Qualche dubbio tuttavia sull’originario aspetto del monumento, soprattutto per quanto riguarda l’elevato superiore, solleva l’analisi della documentazione fotografica realizzata in occasione dei primi interventi che mostra un crollo costituito quasi esclusivamente da lastre di scisto e non, come si potrebbe supporre dall’elevato residuo, da blocchi non lavorati.

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Camera superiore Is Pirois: nicchia e foro centrale

Il secondo elemento nuovo è costituito dalla presenza della camera superiore, “di diametro maggiore al vano del pozzo e priva di accessi nell’elevato che si conserva. Non è possibile escludere, perciò, che un’apertura potesse essere ricavata a maggior altezza, ma sarebbe comunque risultata priva di corrispondenza sia con il piano di campagna esterno che con il pavimento interno dell’ambiente. Tuttavia la presenza della nicchia ricavata a livello del pavimento ed il foro, cilindrico, che corrisponde al culmine della tholos inferiore – ma certamente poco funzionale e insufficiente per attingere-, insieme alla comoda agibilità del vano, dimostrano che qualcuno, o qualcosa, vi dovesse trovare posto, forse in occasioni particolari legati al rituale.

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La maestria con cui è stato costruito il pozzo sacro, denota una perfetta conoscenza della tecnica di esecuzione nuragica e suggerisce l’appartenenza di questa struttura al Bronzo Medio.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “La civiltà nuragica. Nuove acquisizioni, II: atti del Convegno (Senorbì, 14-16 dicembre 2000)”. Scritti di Donatella Salvi: Il popolamento antico del Sarrabus: Is pirois e San Priamo
  • “Censimento archeologico nel territorio del comune di Villaputzu”, Roberto Ledda
  • “Sardegna nuragica”, Giovanni Lilliu

Nuraghe Arrubiu, Orroli

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Nuraghe Arrubiu, Orroli

Se “Su Nuraxi” può essere definito il nuraghe più famoso al mondo, al “Nuraghe Arrubiu” spetta invece il primato del complesso archeologico più grande e imponente finora scoperto in Sardegna. “Nuraghe Arrubiu” è infatti l’unico nuraghe pentalobato conosciuto, sebbene alcuni modellini ritrovati a Mont’e Prama suggeriscano l’esistenza di costruzioni ancora più maestose formate da 8 torri.

Situato nella regione storica del Sarcidano, in territorio di Orroli, il complesso megalitico sorge su un altopiano basaltico denominato Pranemuru, a circa 500 metri di altitudine.
La struttura si estende per almeno 3 ettari ed è rimasta inesplorata fino agli anni Trenta, celata dai suoi stessi crolli e dalla fitta vegetazione, oggi quasi totalmente scomparsa.
Rare sono state le menzioni di questo nuraghe prima degli anni Cinquanta, data dei primi studi ufficiali che hanno reso possibile una descrizione più dettagliata del sito. Dobbiamo invece arrivare al 1981 per documentare le prime campagne di scavo che si sono susseguite negli anni e che hanno riportato il Nuraghe Arrubiu allo stato attuale.

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Ricostruzione Nuraghe Arrubiu

Il grande complesso archeologico è formato da una torre centrale che in origine doveva essere alta almeno 30 metri (oggi ne rimangono 14 metri). In questa torre, oltre ad ammirare la tholos perfettamente conservata (alta 9,65 metri, diametro 5 metri), si osserva la presenza di un vaso quadriansato deposto, molto probabilmente, durante un rituale. Si è ipotizzato che il vaso contenesse un liquido che, grazie a delle piccole fratture presenti nella ciotola, penetrava lentamente nel terreno, come offerta propiziatrice alle divinità. Poco tempo dopo però, la camera e il complesso furono abbandonati e sigillati a causa di un crollo delle strutture superiori. E’ evidente che il ritrovamento di questo vaso integro è oggi oggetto di interessanti discussioni e lascia aperta ogni tipo di ipotesi.
Attualmente della torre si conserva una parte della camera del primo piano, che doveva essere sovrastata da un’altra camera al secondo piano e da un terrazzo. La pianta della camera è irregolarmente circolare; presenti tre nicchie che si aprono ai lati e di fronte all’ingresso. Gli scavi hanno rivelato che sul pavimento sono stati accesi numerosi fuochi che hanno lasciato tracce di cenere e carbone.

Il nuraghe principale è circondato da un bastione a cinque torri, collegate l’una all’altra da possenti muraglioni rettilinei, con un cortile al centro.
Il pentalobato è a sua volta circondato da un’altra struttura murale, l’antemurale con sette torri, visibili solo in parte, e tre cortili.

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Capanna delle riunioni, Orroli

Sono ancora individuabili i resti di una terza cinta, rafforzata da altre quattro o cinque torri. Intorno, ma soprattutto lungo il lato meridionale, vi sono capanne a pianta rettangolare e circolare, di epoche diverse. Tra queste va evidenziata la costruzione più grande (diametro 10 metri), che probabilmente in origine fungeva da capanna delle riunioni. La riutilizzazione dell’edificio in età tardo-romana e alto-medievale, con la conseguente rimozione del materiale nuragico, non consente di accertare la destinazione d’uso iniziale.

Tra gli oltre 50.000 reperti rinvenuti, quello che desta particolare interesse è un vasetto miceneo ridotto in frantumi. Rispetto agli altri materiali di importazione micenea, questo risulta essere il più antico (1400 – 1300 a.C.) ed è anche quello rinvenuto più all’interno nell’isola. Due frammenti provengono dal cortile, uno dalla camera a livello del vespaio, mentre la gran parte sono stati trovati nell’andito. Da ciò si può dedurre che il vaso sia arrivato nel nuraghe Arrubiu quando la costruzione non era ancora completata e la rottura sia avvenuta a causa della caduta del vaso sulle pietre dell’andito. I frammenti sono stati spostati in seguito al movimento delle persone e della terra entro un raggio limitato e pochi sono finiti inglobati nelle opere di costruzione. Grazie a ciò si può stabilire che la torre e il cortile centrale, con il pentalobato, sono stati costruiti contemporaneamente, intorno al XIV secolo a.C.

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Torre C, nuraghe Arrubiu

Un’altra importante scoperta è stata fatta nel cortile centrale quando gli scavi del 1982 hanno riportato alla luce i resti di un ambiente di età romana.
Intorno al II secolo a.C., la popolazione locale romanizzata arrivò a regolarizzare l’area dei crolli, al di sopra della quale venne realizzato un pavimento con lastre di scisto. L’ambiente, frequentato fino al V secolo d.C., fu utilizzato per attività legate all’agricoltura, come dimostrano i reperti ritrovati. Una grande vasca rettangolare con un canale-versatoio era utilizzata, probabilmente, per pigiare l’uva; accanto presenti un contrappeso, la base di un torchio in basalto, numerosi bacili di varie dimensioni e ancora anfore vinarie, vasi con beccuccio e bicchieri in vetro, a testimoniare un’intesa attività legata alla vinificazione.
Davanti all’ingresso del bastione pentalobato è stato rinvenuto un secondo laboratorio enologico con altre due vasche, parti di un torchio e bacili.

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Licheni rossi, Nuraghe Arrubiu

Ma perchè il monumento è conosciuto con il nome di nuraghe Arrubiu?
Un sardo neppure si pone la domanda, se ha già avuto modo di osservare il complesso archeologico: “Arrubiu” significa infatti “rosso”, e rossi sono i licheni che ricoprono i grandi massi del nuraghe, conferendogli una colorazione caratteristica da cui il monumento prende il nome.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Il nuraghe Arrubiu di Orroli”, Fulvia Lo Schiavo e Mario Sanges
  • “Sardegna nuragica”, Giovanni Lilliu

Parco dei Sette Fratelli

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Parco Sette Fratelli

Il parco regionale dei Setti Fradis (Sette Fratelli) con i suoi diecimila ettari di foreste rappresenta il polmone verde della Sardegna sud-orientale, essendo situato nei territori comunali di Sinnai, San Vito, Quartu, Quartucciu, Maracalagonis, Castiadas, Burcei, Villasalto e Villasimius.

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Giardino botanico

Il complesso montuoso è caratterizzato dalla presenza di sette cime (da cui prende il nome), di cui solo due raggiungono l’altezza dei 1000 metri: monte Serpeddì (1067 m) e punta Sa Ceraxa (1016 m). L’area è costellata da rocce granitiche e metamorfiche.

Il parco è una riserva naturale di straordinaria bellezza.
E così, all’ombra dei lecci, è possibile notare con estrema facilità gli scavi notturni effettuati da instancabili cinghiali e udire il verso lontano dell’aquila reale e dell’astore sardo.

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Cervo sardo

Se i gatti selvatici sono tra gli animali più difficili da scorgere, altrettanto non si può dire dei cervi sardi che, all’interno dell’area di ripopolamento, si lasciano osservare mentre sonnecchiano adagiati tra le foglie caduche degli alti alberi. Ormai sanno di essere le star del parco e non rinunceranno ad avvicinarsi a pochi metri da voi, se avrete la fortuna di trovarvi di fronte alla recinzione nel momento in cui una guardia forestale zelante arrichisce il loro pasto con del foraggio.

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Segnaletica


Il museo del cervo sardo, che si trova all’interno del parco, saprà arricchire la visita con tantissime informazioni sulla vita, sulle caratteristiche dell’animale e sul ripopolamento in atto in altre aree della Sardegna e della Corsica.
Anche i mufloni, seppur in numero limitato, sono presenti nel parco e hanno un’area a loro dedicata. Purtroppo, negli ultimi tempi, frequenti sono gli attacchi da parte di un branco di cani randagi che mettono in pericolo la vita di questi animali selvatici così delicati.

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Sentieri parco Sette Fratelli

All’interno del parco è presente la caserma forestale e un centro visita gestito dall’agenzia FoReSTAS dove non solo si potrà visitare il museo già menzionato, ma si potranno avere informazioni dettagliate sui sentieri escursionistici presenti.
Questi sono diversi, divisi in base alla lunghezza del percorso e percorribili in sicurezza grazie alla segnaletica del CAI.
Tra gli altri ricordiamo il Sentiero Italia, il più impegnativo con i suoi 9,2 km di percorso e un dislivello di 540 metri.

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Rio Maidopis

In località Maidopis è presente un piccolo giardino botanico, accessibile anche ai non vedenti, dove sarà possibile osservare varie specie vegetali della macchia mediterranea. Tutta l’area è caratterizzata dalla presenza di graziosi ponticelli che attraversano il rio Maidopis, da aree pic-nic e da panche per poter godere del fresco all’ombra dei lecci.

Se la ricerca di martore, lepri, conigli o falchi pellegrini non ripagasse la vostra curiosità, si può sempre optare per una visita ai vari siti archeologici sparsi per il parco: nuraghi, tombe dei giganti, insediamenti neolitici e le rovine di un convento.
E non è finita qui.

Non si può non menzionare la grotta Fra’ Conti, che leggenda vuole sia stata il rifugio di un eremita, su Stampu ‘e Giumpau, un bastione granitico e Sa Perda ‘e sa Pipia, un immenso monolite facilmente individuabile lungo il percorso che porta alla località Maidopis. Proprio le maestose dimensioni della roccia, e la sua particolare posizione, hanno dato vita alla leggenda che si tramanda da generazioni e che ha finito col dar il nome alla roccia (“Sa pipia” in italiano significa la bambina). Si narra che l’immensa pietra franò dalla montagna travolgendo una bimba che da allora piange disperata in cerca di aiuto. E in effetti non è così difficile sentire questi lamenti in particolari giornate: tranquilli, si tratta solo del sibilo del vento… forse.

 

La preistoria parte IV: l’età nuragica

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Nuraghe Arrubiu, Orroli

L’origine dell’età nuragica è collocabile tra la fine del Bronzo antico e la prima età del Ferro, quando l’isola conobbe importanti trasformazioni socio-economiche che diedero vita a una nuova civiltà.

Il simbolo più conosciuto della civiltà degli antichi sardi è il nuraghe, maestosa costruzione in pietra, unica nel suo genere. Disseminati nell’isola a migliaia, attualmente se ne contano tra i 7/8000 e sono parte integrante del paesaggio. Ma i nuraghi non sono l’unico emblema dell’età nuragica: accanto a loro villaggi, santuari, templi a pozzo, tombe megalitiche, ceramiche e i “bronzetti” a testimoniare la straordinaria produzione metallurgica dell’epoca.

I nuraghi possono essere divisi in due gruppi: protonuraghe e nuraghe a tholos; simili nella costruzione si differenziano nella forma, nella divisione degli spazi interni e forse nell’utilizzo.

Il protonuraghe è l’antenato del nuraghe.
Dall’architettura piuttosto semplice, presenta una struttura muraria rozza e dalle modeste dimensioni (fino ai 10 metri), vari ingressi e planimetria irregolare: circolare, triangolare, poligonale o ellittica. E’ assente la camera circolare tipica dei nuraghi a tholos ma non mancano corridoi, vani-scala, nicchie e piccole stanze. Un’altra differenza è l’imponente struttura muraria rispetto agli spazi interni. A oggi se ne contano circa 500, ma secondo una recente proiezione il numero dovrebbe attestarsi tra i 1200 – 1500 esemplari.

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Struttura a tholos

Il nuraghe a tholos, nella sua forma più elementare presenta un’unica torre tronco-conica superiore ai 20 metri di altezza. Al suo interno può ospitare fino a tre camere circolari costruite con la tecnica “ad aggetto”, ovvero con un progressivo restringimento verso l’alto di filari di pietre fino a chiuderne la volta. Si otteneva così la tipica struttura a tholos, nome greco per identificare queste pseudocupole.

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Scala a elica

Una scala intramuraria a elica permetteva di raggiungere i piani superiori e il terrazzo. Anche in queste strutture possono essere presenti nicchie, celle, ripostigli sia nella camera che nella scala. Il nuraghe monotorre è largamente presente in tutto il territorio sardo.

Il nuraghe polilobato è, al contrario, il meno diffuso.
Alla torre semplice, con il tempo o in contemporanea, venne addossato un bastione con un numero variabile di torri aventi lo scopo di difendere il mastio centrale. Questo bastione, in molti casi, è circondato da una cortina muraria esterna a racchiudere ampi spazi destinati a uomini e animali.

Solitamente il nuraghe era circondato dall’abitato, anche se sono numerosi gli esempi di villaggi senza nuraghe e di nuraghi totalmente isolati.

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Capanna delle riunioni

Le capanne erano anch’esse circolari, con la base in pietra e copertura conica di frasche, molto simili a quelle che vengono tutt’ora costruite dai pastori sardi (chiamate pinnettas o coiles). Al loro interno potevano essere presenti nicchie, stipetti e il focolare.
Caratterizzava il villaggio nuragico la cosiddetta “capanna delle riunioni”, dove probabilmente avevano luogo le assemblee degli anziani o dei capi (ipotesi che si ricollega alla presenza di un sedile in pietra).

Parallelamente allo sviluppo dei nuraghi e dei villaggi sorgevano le tombe dei giganti, sepolture megalitiche  che potevano raggiungere i 30 metri di lunghezza. Proprio queste dimensioni hanno favorito la nascita della celebre leggenda, secondo cui all’interno di queste costruzioni fossero stati inumati i resti di uomini giganti, un popolo che in un tempo antichissimo avrebbe abitato l’isola. In realtà, esse derivano da sepolture antiche dette allées couvertes (corridoi coperti), composte da un corridoio rettangolare costruito con grandi pietre e, sul davanti, da un’esedra con al centro una stele di notevoli dimensioni. Alla sua base un portello (probabilmente ad indicare la porta dell’Oltretomba) che si collega col corridoio, destinato ad accogliere i defunti.
La forma della tomba dei giganti, nonostante le continue modifiche che porteranno anche alla scomparsa della stele e della struttura dolmenica, rimarrà invariata nel tempo e diverrà la tomba caratteristica di questo periodo storico.

Un altro simbolo dell’età nuragica, sorto nelle fasi finali dell’età del bronzo, è il pozzo sacro, legato al culto delle acque. I templi a pozzo generalmente sono composti da un vestibolo frontale (trapezoidale o rettangolare) che conduce alla scala discendente con copertura a gradoni. La scala si immette nella camera sotterranea, con volta a tholos, che custodisce la vena sorgiva o raccoglie l’acqua piovana. Tutto attorno è presente un recinto circolare o ellittico a delimitare lo spazio sacro.
Ciò che differenzia le fonti sacre dai pozzi è l’assenza della lunga scalinata, costituita al massimo da pochi gradini.

Nell’età nuragica è presente anche un’altra costruzione, meno nota rispetto le precedenti per la scarsa diffusione. Si tratta del tempietto a mégaron, caratterizzato da una pianta rettilinea con pareti laterali più lunghe rispetto al muro in cui si apre la porta.

Per quel che riguarda la decorazione della ceramica, questa presenta motivi incisi su vasi biconici o cilindroidi con orlo a tesa, ancora in fase di studio.
Alla fine del Bronzo medio la ceramica viene decorata a “pettine”: tegami ornati nella superficie interna da motivi impressi con uno strumento dentato, rinvenuti nella Sardegna centro-settentrionale e più raramente nella parte meridionale.

Nell’ambito della produzione metallurgica si segnalano i lingotti a forma di pelle di bue (detti ox-hide) e vari utensili in bronzo, come pinze, martelli e palette, asce a margini rialzati spade e pugnali.

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Navicella di bronzo

Durante l’età nuragica la Sardegna non rimase isolata, al contrario: ebbe contatti con l’area tirrenica, il mondo miceneo, la Spagna, e ancora con Lipari e la Sicilia.
D’altronde, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di navicelle di bronzo, gli antichi sardi avevano un’evidente familiarità con la navigazione.

 

[Segue…]

La storica alluvione del 1951

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Il Presidente Einaudi saluta gli abitanti di Villaputzu, isolati dalla piena del Flumendosa.

Nel lontano ottobre del 1951 la fascia orientale della Sardegna fu flagellata da una devastante alluvione che, per eccezionalità e durata delle piogge, dovrebbe essere catalogata come evento storico.

Negli stessi giorni, la situazione meteo che si venne a creare nel Mediterraneo procurò alluvioni anche nella Sicilia orientale e in Aspromonte. Tutti questi avvenimenti però, nonostante la loro unicità, non ebbero un grande risalto, probabilmente per la mancanza di copertura da parte dei media dell’epoca e perchè le zone interessate risultavano essere periferiche e difficilmente raggiungibili. L’alluvione del Polesine, avvenuta poche settimane dopo, ha finito poi con l’oscurare del tutto il ricordo dei drammatici avvenimenti del Mezzogiorno.

L’eccezionalità dell’alluvione in Sardegna non risiede tanto in singoli eventi di fortissima intensità, quanto nella durata e nella continuità delle piogge: per oltre 4 giorni le precipitazioni non ebbero mai interruzioni, mantenendo per 75 ore consecutive un ritmo molto elevato.

Ma facciamo un passo indietro.

Le prime piogge di quell’autunno sardo vennero salutate con gratitudine dato che da ben tre anni l’isola viveva una situazione di estrema siccità. Le sorgenti erano completamente asciutte, i campi erano secchi e aridi, grandi difficoltà si registravano nell’abbeverare e alimentare le greggi e la situazione diveniva drammatica di giorno in giorno.

Tutto però era destinato a cambiare rapidamente.

Lunedì 14 ottobre: una depressione fredda in quota, originata nella penisola iberica, e la presenza a nord-est di una forte alta pressione, favorì la formazione di intense correnti di scirocco che provocarono sulla fascia orientale della regione, precipitazioni via via sempre più ingenti per il noto effetto stau.

Gli accumuli di quella prima giornata furono importanti, ma fino a quel momento non particolarmente allarmanti: valori superiori ai 50 mm si registrarono nel Golfo di Orosei, nei monti di Capoterra e nell’area sud-orientale, con picchi superiori ai 100 mm nelle zone interne.

131 mm miniera di Tuvuois, in una valle a nord del Serpeddì
102 mm Burcei
89 mm Muravera
70 mm Montes (1060 m s.l.m.)
60 mm a Sa Pira (caserma nella pineta di Sinnai)
85 mm Galtellì
46 mm San Pantaleo
40 mm di Massonedili (tra Tertenia e Quirra)

Martedì 15 ottobre: le piogge si accanirono ulteriormente in tutta la fascia orientale mentre a Cagliari, ancora ignari di ciò che si stava scatenando in una parte dell’isola, si festeggiava il ritorno dell’erogazione dell’acqua.
Il Flumendosa era in piena controllata così come il Cedrino; si registrava l’esondazione di qualche torrente secondario e del Rio Uri.
Le piogge registrate, stavolta, erano eccezionali: dalla fascia costiera del Sarrabus fino a Orosei si superavano i 150 mm, con picchi tra i 350-400 mm sui rilievi. Diverse stazioni gestite dal Servizio Idrografico superarono abbondantemente la soglia dei 400 mm.

539 mm (?) rio de Pardia, tra Quirra e Flumendosa
470 mm Cantoniera Sicca d’Erba (lago Alto Flumendosa)
445 mm Cantoniera Massonedili
416 mm Genna Crexia
395 mm Arzana
350 mm Baunei
349 mm Flumendosa I salto
339 mm Centrale di Sa Teula
312 mm Cantoniera Rio Gironi (Villaputzu)
309 mm Talana

Il maltempo non sembrava voler placare la sua furia, anzi.
Mercoledì 16 ottobre: fu il terzo giorno consecutivo di pioggia intensa, giorno in cui si realizzarono le quantità massime: dato record a Sicca d’Erba (Arzana, sull’Alto Flumendosa). Le piogge iniziarono a diminuire nel Sarrabus per spostarsi lentamente verso il nord-est dell’isola.

544 mm Sicca d’Erba / 1014 mm in 2 giorni
451 mm Flumendosa I salto / 800 mm in 2 giorni
430 mm Bau Mela (lago alto Flumendosa) / 681 mm in 2 giorni
407 mm Cantoniera Pira de Onni / 576 mm in 2 giorni
417 mm Genna Crexia / 833 mm in 2 giorni
400 mm Arzana / 795 mm in 2 giorni
390 mm Cantoniera Giustizieri (nei pressi di Urzulei) / 591 mm in 2 giorni
386 mm Cantoniera Genna Scalas / 624 mm in 2 giorni
385 mm Villagrande / 580 mm in 2 giorni
353 mm Armungia / 428 mm in 2 giorni
348 mm cantoniera Massonedili / 793 mm in 2 giorni
329 mm Bau de Muggeris (lago Alto Flumendosa) / 583 mm in 2 giorni
326 mm Bau Mandara / 607 mm in 2 giorni
308 mm Rio de Pardia / 567 mm in 2 giorni

Iniziavano i problemi.
L’orientale sarda risultava chiusa dal 20° al 113° km.
Il paese di San Vito era parzialmente inondato. Ancora una volta era sospesa l’erogazione dell’acqua a Cagliari, non per la siccità stavolta, ma per problemi riguardanti la qualità delle acque a seguito delle piene dei fiumi.
Il lago dell’alto Flumendosa passava, nell’arco di 24 ore, dal livello minimo di portata a quello massimo. Lo stesso giorno si provvedeva a scaricare dall’invaso l’acqua in eccesso, creando ulteriori danni nei paesi a valle.

Giovedì 17 ottobre: per il quarto giorno consecutivo, la pioggia continuava a cadere incessantemente: l’Ogliastra e il Gennargentu registravano valori altissimi; Sicca d’Erba si confermava ancora una volta come la stazione più piovosa.

417 mm Sicca d’Erba / 1431 mm in 3 giorni
408 mm cantoniera Pira de Onni / 984 mm in 3 giorni
384 mm cantoniera Giustizieri/ 975 mm in 3 giorni
377 mm Genna Scalas / 1001 mm in 3 giorni
371 mm Jerzu / 783 mm in 3 giorni
365 mm Arzana / 1160 mm in 3 giorni
362 mm Flumendosa I salto / 1162 mm in 3 giorni
352 mm Villagrande / 932 mm in 3 giorni
340 mm Talana / 697 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mela / 1007 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mandara / 933 mm in 3 giorni
314 mm Bau de’Muggeris / 897 mm in 3 giorni
300 mm Dorgali / 865 mm in 3 giorni
297 mm cantoniera Correboi / 751 mm in 3 giorni
282 mm Lula / 629 mm in 3 giorni
238 mm Centrale Sa Teula / 917 mm in 3 giorni

A Cagliari non si aveva una reale percezione di ciò che stava accadendo nella fascia orientale dell’isola: le strade erano impercorribili, le linee telefoniche  interrotte, mancavano informazioni.
Le prime notizie sull’alluvione trovavano spazio nell’Unione Sarda: si parlava di 5 morti in Ogliastra ma i dati non sono certi. Il giorno dopo la situazione era ancora lungi dall’esser chiara. Si parlava di centinaia di case travolte dal fango nei paesi a valle, di zone completamente isolate. Si decideva allora di mandare un velivolo in ricognizione per capire, dall’alto, ciò che stava accadendo.
Un primo tentativo venne fatto la mattina, ma la pioggia che continuava a cadere intensa costrinse l’aereo a ritornare a Cagliari.
Poche ore dopo venne fatto un secondo tentativo. I piloti passando per Capo Carbonara arrivarono fino a Villaputzu e registrarono la piena eccezionale di tutti i fiumi e in particolar modo del Flumendosa. Il ponte che collega Villaputzu, San Vito e Muravera appariva intatto ma era stato scavalcato di ben 15 cm dal fiume in piena. Se il ponte era riuscito a rimanere in piedi nonostante la violenza dell’acqua, altrettanto non si poteva dire della relativa strada, che aveva ceduto per 150 metri in direzione Muravera e 70 metri nel lato di Villaputzu.

Venerdì 18 ottobre: la pioggia cadeva su quasi tutta la Sardegna, ma in continua diminuzione nel settore sud-orientale. Danni vennero registrati in Gallura (che raggiunse i 200 mm), numerose furono le interruzioni delle linee ferroviarie in varie zone dell’isola.
In questi giorni i rifornimenti verso i paesi alluvionati avvenivano esclusivamente con gli aerei.
I dati registrati in questo giorno:

370 mm cantoniera Pira de Onni / 1354 mm in 4 giorni
350 mm Oliena / 1002 mm in 4 giorni
257 mm Jerzu / 1040 mm in 4 giorni
226 cantoniera Zuirghe (nel bacino del Coghinas) / 632 mm in 4 giorni
223 mm cantoniera Genna Scalas / 1224 mm in 4 giorni
206 mm Benetutti / 296 mm in 4 giorni
205 mm cantoniera Taroni (sotto monte Sarru) / 488 mm in 4 giorni
180 mm Monti / 408 mm in 4 giorni
180 mm Nuoro / 556 mm in 4 giorni
176 mm Padulo / 410 mm in 4 giorni
174 mm Cantoniera Giustizieri / 1149 mm in 4 giorni
170 mm Talana / 1013 mm in 4 giorni
162 mm Bau Mela / 1169 mm in 4 giorni
160 mm Flumendosa I salto / 1322 mm in 4 giorni
151 mm Noce Secca / 826 mm in 4 giorni
150 mm Dorgali / 1015 mm in 4 giorni
150 mm Mazzinaiu / 362 mm in 4 giorni
146 mm Bau Mandara / 1079 mm in 4 giorni

Sabato 19 ottobre: la depressione, allontanandosi dalla Sardegna, poneva fine alle piogge. Solo nel pomeriggio del 19 si riuscì a raggiungere il paese di Villaputzu, rimasto isolato per tutto questo tempo.

Le piogge, in molte località, si ripresentarono anche domenica 20 ottobre a causa di nuova perturbazione.

I paesi a valle del Flumendosa furono i più disastrati: Muravera contava 30 case distrutte e 250 danneggiate, San Vito 61 case distrutte e 300 lesionate, Villaputzu 70 case crollate e 150 pericolanti. Notevoli i danni anche a causa del vento.
Il governo stanziò 20 miliardi di lire per le zone alluvionate.

La terribile alluvione del 1951 ebbe come ulteriore conseguenza l’abbandono dei centri abitati di Gairo e Osini, interessati da frane e smottamenti e per questo evacuati dalle autorità. Osini venne ricostruito a circa un chilometro di distanza dal vecchio centro abbandonato, mentre Gairo si divise in tre abitati:
Gairo Cardedu, popolato da coloro che vollero ricostruire vicino alla costa;
Gairo Taquisara, una piccola frazione distante 8 chilometri;
Gairo Sant’Elena, il “nuovo” Gairo, che si trova a poche centinaia di metri dall’antico borgo.
I due vecchi centri di Osini e Gairo, con i loro ruderi abbandonati e i muri scostrati che lasciano intravedere tinte rosa e blu, regalano oggi immagini da cartolina molto apprezzate da turisti e appassionati fotografi.

Le devastazioni provocate dall’alluvione furono tali che lo stesso Presidente della Repubblica Luigi Einaudi volle esprimere vicinanza alle popolazioni coinvolte mediante un viaggio nell’isola.
Arrivato a bordo della corazzata Andrea Doria, sbarcò nel porto di Cagliari, dove venne ricevuto dal ministro Segni, dal Presidente della Regione Crespellani, dal Prefetto e altre autorità locali.
Il lungo corteo di auto presidenziali si diresse verso la regione più martoriata, il Sarrabus, soffermandosi prima a Muravera, dove le autorità vennero accolte dal sindaco e dalla popolazione radunata sulla strada principale. Il Presidente Einaudi potè constatare di persona i gravi danni subiti nel paese, e non mancò di distribuire coperte, indumenti e somme di denaro.
Si proseguì poi verso San Vito.
Qui la popolazione accolse il Presidente nella piazza del paese e il sindaco Lussu accompagnò le autorità nella scuola elementare, dove erano ospitate le famiglie rimaste senza casa. Anche a San Vito vennero distribuiti indumenti e denaro, i più piccoli ebbero in dono il cioccolato.
Il corteo di auto si fermò infine a Villaputzu, nei pressi del ponte del Flumendosa rimasto isolato dal cedimento della strada, dove molti abitanti del paese, superato il fiume, andarono incontro al Presidente. Einaudi parlò a lungo con il sindaco, sincerandosi delle condizioni della popolazione e distribuendo, anche in questo caso, generi di conforto e aiuti in denaro.
Alle 14, le auto presidenziali riprendevano il tragitto verso Cagliari, impossibilitate a proseguire oltre per le strade impraticabili. Le autorità di Nuoro e Sassari e i sindaci delle zone alluvionate dell’Ogliastra vennero ricevute in udienza a bordo dell’Andrea Doria, assieme a famiglie e congiunti delle vittime dell’alluvione.
Alle 20, la corazzata Andrea Doria lasciava il porto, non prima che il Presidente Einaudi lanciasse un ultimo saluto all’isola con un radiomessaggio:

“Avrei desiderato che la mia visita alla zone alluvionate si fosse potuta concludere solo dopo la effettiva presa di contatto con tutti i centri colpiti. Purtroppo le permanenti interruzioni nei collegamenti mi hanno invece costretto a limitare il mio programma ed io sto per lasciare l’isola. Mi conforta il pensiero di aver pur sempre arrecato alla generosa gente di Sardegna la testimonianza della solidarietà con cui tutto il Paese le è vicino in questa ora di tristezza, alla quale ho tuttavia fede non tarderà a seguire una serena ripresa. Nel voto che in un prossimo avvenire mi sia concesso di sostare meno fugacemente in terra di Sardegna e di constatare il compimento delle opere che sono già state iniziate e di quelle che saranno ulteriormente predisposte, invio alla popolazioni dell’isola, prima fra esse a quelle delle zone che non mi è stato consentito di raggiungere, il mio saluto e tutti i miei più fervidi auguri”.

26 ottobre 1951

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Qui il video dell’Istituto Luce a documentare la visita:
Il Presidente Einaudi in Sardegna.

 

Einaudi alluvione 1951
Visita Presidente Einaudi. Sarrabus 1951

 

 

Einaudi 1951
Presidente Einaudi col sindaco di Muravera, 1951

 

 

Alluvione Sarrabus Einaudi 1951
Presidente Einaudi. Villaputzu, Muravera, San Vito, 1951

 

 

Einaudi Sarrabus 1951
Presidente Einaudi nel Sarrabus, alluvione 1951

 

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

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Area mineraria di Baccu Locci

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Situato nella zona interna del Salto di Quirra nel territorio di Villaputzu, a poca distanza dalla bella spiaggia di Murtas, il villaggio di Baccu Locci si estende lungo le sponde dell’omonimo torrente, in un contesto naturalistico di straordinaria bellezza.

I primi insediamenti umani scoperti nella zona risalgono all’età nuragica; lungo la strada che porta all’area geomineraria sono presenti la tomba dei giganti di “Bruncu Pedrarba”, corridoio sepolcrale megalitico, e i resti del nuraghe Mannu.

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Tomba dei giganti

Lo sfruttamento a fini produttivi iniziò nell’Ottocento, quando si provò l’estrazione della galena e della blenda, estrazione che non risultò conveniente per la presenza di minerali minori che rendevano difficile il processo di separazione.

Alla fine del secolo la situazione cambiò con l’arrivo dei francesi, che acquisirono i diritti della miniera.
All’inizio fu l’ingegnere francese Emile Jacob a gestire la cava, dedicandosi all’estrazione di rame, antimonio, argento, arsenico e ferro.

Nel 1919 la cava fu affidata in subconcessione alla “Compagnia Miniere del Laurium” che arrivò a impiegare una cinquantina di lavoratori. Dal 1933 seguì un periodo di inattività (dovuta alla scarsa redditività della miniera), che durò fino al 1938, quando la società Rumianca acquisì il complesso per la presenza di arsenopirite, molto richiesto per l’impiego nell’industria chimica.

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Laveria

Fu in questi anni che l’area mineraria crebbe notevolmente: vennero ammodernizzati gli impianti, costruita la laveria per la lavorazione dei minerali, la diga per la produzione di energia elettrica, il sistema di teleferiche usate per trasferire il materiale estratto dai cantieri alla laveria (necessarie per superare il dislivello di 200 metri). Tutto intorno vennero realizzati uffici, dormitori, officina. In questi anni l’attività mineraria di Baccu Locci raggiunse il maggior numero di lavoratori impiegati, circa seicento.

I grandi investimenti nell’area non furono però utilizzati per tutelare la salute dei lavoratori. Le condizioni di vita degli operai restarono difficilissime.
Mancava un sistema di ventilazione forzata, le perforatrici a umido, e tutti quegli accorgimenti che avrebbero permesso di evitare l’inalazione dei veleni da parte dei minatori.

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Macchinari per l’attività estrattiva

A partire dalla metà degli anni ’50 iniziò, anche per la miniera di Baccu Locci, la fase di decadenza che terminò nel 1965 con la cessazione definitiva dell’attività estrattiva.

Oggi il sito di Baccu Locci è diventato un importante esempio di archeologia mineraria e industriale.
Lungo i tornanti che salgono fino ai 500 metri di quota, tra boschi di leccio e di olivastri, tra incantevoli laghetti e aree pic-nic, è possibile visitare una trentina di edifici storici e rari impianti industriali.
Il primo edificio che si incontra nell’area è la grande laveria, recentemente ristrutturata; a seguito della risistemazione non è più presente, al suo fianco, il traliccio in legno della teleferica.
Tutto intorno sono visibili altri caseggiati, ovvero ciò che resta degli uffici, dormitori, magazzini e dell’officina, dove oggi sono sistemati vari macchinari dell’epoca.

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Sbarramento artificiale

Dalla laveria è ben visibile il piccolo bacino artificiale, la diga Riu Mummusa, che non essendo ancora stata interessata dalle azioni di bonifica (effettuate recentemente nell’area), continua a registrare alte concentrazioni di Arsenico e Zinco.

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Galleria San Riccardo

A poca distanza dalla diga è possibile notare alcuni ingressi minerari, tra i quali spicca la galleria San Riccardo, il cantiere più produttivo della cava.

Risalendo lungo i tornanti si arriva al villaggio di Baccu Locci a 370 metri s.l.m., dove sono visibili le vecchie case del borgo, disseminate lungo i versanti del torrente.

Tutta l’area del Salto di Quirra ha una notevole importanza dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e storico, che vale la pena preservare dall’incuria del tempo: un luogo che custodisce lo scorrere dei secoli, ripercorrendo le tracce che vanno dal nostro passato più recente alla nostra storia millenaria.


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Per approfondire l’argomento:

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