A te.

Image for Terremoto Abruzzo.

Non entrerò più nella casa grande dal portone rosso, col Bouganville a incorniciare l’ingresso e le rose bianche aggrappate faticosamente sul muro alla destra.

La pianta di limoni ombreggiava una parte del cortile e tutto intorno, quasi a voler ingentilire la rudezza dei muri, i fiori dai mille colori nell’aiuola rialzata. Quanto era bello quel piccolo angolo di paradiso.

Era questo quello che scorgevo da una piccola fessura sul portone. E poi iniziava il rituale che era sempre lo stesso. Suonavo il campanello, mi aggrappavo con i piedi alla sporgenza del cancello e con un salto riuscivo ad andare oltre il ferro che mi impediva la visuale. E la vedevo arrivare, col passo lento, facendo attenzione ai pochi scalini che ci separavano.

Ciao nonna, come stai?

Era l’archetipo della nonna da fiaba, quelle con i capelli grigi, gli immancabili occhiali, la vocina dolce, il fazzoletto sulla testa perfettamente ripiegato. Magari poteva essere stata una mamma severa, una zia impicciona, una vicina chiacchierona, ma a me non riguardava. Come nonna, badate bene, non si poteva chiedere di più. E io avevo avuto questa fortuna, ricoprivo il ruolo della nipotina e lei era la mia nonna perfetta.

Come nelle fiabe, bastava chiedere qualcosa e questa grazie a lei si materializzava. Certo, non potevo chiedere una carrozza di zucca o un pesciolino d’oro, ma i dolci quelli li chiedevo e quelli magicamente arrivavano, e le mani che me li porgevano erano le sue.
E se la Ferrero è diventata quello che è, sono convinta che un po’ lo debba anche a mia nonna.

Sì è vero, le nonne delle fiabe amano fare le torte in casa e non parliamo dei biscotti caldi appena tolti dal forno!
Ecco, questo non lo faceva, ma se ci fosse stata una nonna delle fiabe bravissima nell’ordinare e comprare i dolci più buoni al mondo, sì, ancora una volta sarebbe stata la persona giusta per la parte.

Non abitava in un castello, ma in una bella casa sarda che è stata la cornice del nostro cammino insieme.

Le sere d’estate le passavamo in quel cortile con l’albero dei limoni, punto di ritrovo per zii e cuginetti venuti da tutta l’Italia. Chiacchiere, risate, qualche immancabile zanzara. La casa si rianimava, si riempiva di voci, era tutto così bello, così familiare.
Non me l’ha mai detto, ma sono sempre stata certa che la sua stagione preferita fosse l’estate. Poi arrivava un altro autunno, gli zii partivano, i cugini crescevano, qualcuno passava le vacanze altrove e ancora una volta restavamo di nuovo solo io e lei.
E io un po’ ero felice: tornavo a essere la sua nipotina preferita.

C’era una stanza, nella sua casa, a cui teneva particolarmente.
Da piccola mi prendeva per mano, mi portava nel salotto e lì, sopra la credenza una grande biscottiera con dentro le caramelle. Ma stavolta non erano i dolci ad attirare la mia attenzione. No, era quella scrivania sulla sinistra che mi interessava. Era così bella, e soprattutto c’era quella strana scatola grigia arricchita da tanti tastini bianchi con delle lettere che ancora non conoscevo. Che magnifico gioco sembrava essere. Seppi più tardi che era la macchina da scrivere di mio nonno. Al di sotto della macchina ancora i fogli e i suoi ultimi appunti. Quanto avrei voluto curiosare tra le sue carte in quei momenti. Quanto avrei voluto conoscerlo davvero, continuo a ripetermi oggi.
Perchè io, di nonno, non ho mai avuto un ricordo nitido; come in un sogno riappare nella mia mente seduto in una grande sdraio, con una copertina a proteggergli le gambe. Io che lo saluto dandogli la mano e lui che sorride, no anzi, ride. L’unica immagine che ho di mio nonno è quella di lui che ride. Nient’altro. E’ poco, sì, ma è davvero bella.

Mia nonna se ne è andata il giorno di Ferragosto, nella sua stagione preferita.
Come nelle fiabe, lei è stata la nonna perfetta, io nel mio ruolo di nipote cresciuta non ho saputo fare altrettanto. Ma neanche le fiabe sono come le vorremmo.

Quella casa così piena di ricordi, che ha costituito una parte importante della mia vita, è stata venduta poco dopo. Stanno già ristrutturando: cadranno muri, ne innalzeranno altri. Quel giardino non sarà più il giardino della mia infanzia.
Sarà il giardino di altri bambini, altri ragazzi costruiranno i propri ricordi, e i miei continueranno a vivere solo dentro di me.
Qualche tempo fa sono capitata in quella strada, e mentre camminavo lungo il muro esterno non sono riuscita a trattenere le lacrime.

Il portone rosso c’è ancora, tu non ci sei più.

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23 luglio 1994

Il mio amato cagnolino, oggi avrebbe compiuto 20 anni.

Chicco...Adoro questa foto che lo rappresenta nel modo a lui più congeniale, pronto ad abbaiare per qualcosa che, evidentemente, non gli andava bene, ed erano tante.

Ha sempre ambito al ruolo di padrone di casa, in costante competizione con mia madre che fu costretta a cedergli lo scettro diverse volte. Gli era stato proibito di salire sul divano nuovo e apparentemente sembrava aver accettato questa regola. Peccato che solo dopo diverso tempo, insospettiti, scoprimmo che non aspettava altro di vederci uscire fuori di casa per salirci sù… Fu necessaria un’azione a sorpresa per coglierlo sul fatto: dopo aver chiuso il portoncino a chiave (riconosceva bene il rumore della serratura), nel silenzio più assoluto rientrammo in casa e lui era lì, addormentato tra i cuscini ben sistemati, e sapendo di essere stato scoperto non ci fece le solite feste ma rimase imbronciato per diverso tempo… lui, il colpevole! Ci aveva fregati, di nuovo.

O come quando iniziò a giocare con il suo sonaglio preferito alle 4 di notte, svegliando tutti e facendo infuriare mia mamma che, per punizione, gli ritirò il giochino per una settimana intera.

Potrei raccontare decine e decine di altri episodi, uno più divertente dell’altro, ma oggi preferisco tenerli per me, in quell’immagine di famiglia imperfetta che per sedici anni ha avuto l’onore di ospitare un piccolo re. Vi pare poco?

Ciao Murphy!

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10 motivi per detestare la Tombola

 

1.  C’è sempre qualcuno che interrompe per chiedere: “E’ uscito il ventitreeeeee?”.

2.  C’è chi dice: “Tombolaaaaaaa! Noooo, stavo scherzando, paaauraa?”.

3.  E c’è chi ripete: “Ma hai detto 63 o 73?”
“63? E dalli, io ho il 62 e il 64”

4. La nonna novantenne che vince tutto: ambo, terno, quaterna, cinquina e tombola nonostante non ci senta (quasi) un piffero.

5.  Chi prende cinque cartelle e ci mette 5 minuti di orologio a controllarne i numeri. E poi perde.

6. Chi non ci sta ad essere battuto dalla nonna ed esamina accuratamente che i numeri vincenti siano usciti nella stessa fila.

7. Chi urla: “Amboooo!” al primo numero estratto.

8. La nonna, col suo gruzzoletto di fianco, che sentenzia:
“Eitt’hora è? Immohi non giogausu prusu” (-che ora è? non si gioca più-),  perchè sta per iniziare Carlo Conti .

9. Chi chiede un piccolo riepilogo ogni 3 minuti e pretende che siano riletti i 45 numeri già usciti.

10. Chi insinua che si nasconda un baro dietro al banditore:
“Mah, strano che nella tua cartella siano usciti ben 2 numeri di seguito…”
“Ascolta, non stressare, vuoi farla tu? No? Allora zitto. VENTICINQUE.”
“Ternuuu!!! Doha innoi” (-dai qua-)
“Eh nonna, ancora?? Metti a Rai1, va”.

Una visita speciale

Premessa. Non so perché questa volta ho deciso di trattare un argomento così profondo a dispetto del taglio più frivolo che ho dato a questo blog. Sentivo la necessità di esprimere le belle sensazioni di questi ultimi giorni e non mi sono chiesta se era giusto o meno scriverle in questo contesto… l’ho fatto e basta.

Spero non vi dispiaccia troppo.

 

 

Da piccola i miei genitori mi portavano spesso in questa enorme chiesa, dove dall’altare maggiore spiccava una bellissima signora che con la sua figura rassicurante e allo stesso tempo imponente, riempiva i grandi spazi sottostanti di una percettibile serenità.  

 

Ero piccina, non conoscevo ancora la sua storia, le sue gesta, la venerazione che tutti i sardi  provano per Lei. Sapevo solo che dovevo incrociare lo sguardo di Bonaria per provare un senso di protezione; ogni volta era così, e questo mi bastava.

 

Ora sono cresciuta, e la mia fede verso Bonaria è cresciuta anch’essa e continua a crescere con me. So che io e la mia famiglia dobbiamo tanto a questa Signora venuta dal mare, e una certezza ferma nella mia vita è che il suo sguardo continuerà a seguirmi, sempre.

 

Continuo a recarmi spesso nel suo bellissimo santuario, e ogni volta che devo percorrere quei pochi scalini sulla destra dell’altare provo delle emozioni indescrivibili, le stesse che ho provato in questi giorni, stavolta nel contesto diverso del mio paese.

 

Da tempo è in corso un pellegrinaggio nelle Diocesi sarde, stavolta è toccato a noi.

Abbiamo così accolto la Madonna di Bonaria (una copia in quanto l’originale non può essere spostata) nella nostra chiesa e mai ho visto un tale senso di devozione nei miei compaesani.

Ragazzi, bambini, adulti di ogni età affollavano la chiesa anche nelle ore più impensabili, e dimostravano una volta di più che la figura di questa Signora crea un’attrazione senza eguali. Sono stati due giorni intrisi di una forte commozione,  non li scorderò mai.

 

E’ stata lei a scegliere la Sardegna come dimora, diventandone la Patrona massima.

 

La Madonna approda a Cagliari il 25 marzo del 1370 quando una nave spagnola nel bel mezzo di una tempesta, è costretta a gettare il carico per salvare l’equipaggio. Quando viene lanciata una pesante cassa, la tempesta si placa improvvisamente. Il baule misterioso giunge sulla spiaggia ai piedi del colle di Bonaria dove, dal 1335, i frati dell’Ordine della Mercede officiano in una chiesa donata dal re Alfonso d’Aragona.

Le prime persone sul posto tentano inutilmente di aprire la cassa, fino a quando un bimbo consiglia di chiamare i Frati delle Mercede che, aiutati, portano il baule di legno fino alla chiesa. E qua, dinnanzi a numerosi fedeli, riescono ad aprirlo senza il minimo sforzo, scoprendo al suo interno il simulacro della Madonna che teneva sulla mano destra una candela accesa.

Da quel momento la storia di Bonaria raggiunge ogni angolo della Sardegna diventando luogo di pellegrinaggio, in primo luogo tra i marinai che la invocano prima di partire in mare.

 

La stessa città di Buenos Aires deve il suo nome a Bonaria: Buenos Aires è infatti la traduzione di Bon-Aria. I Conquistadores, partiti dal colle di Cagliari per approdare nelle terre del Sud America, scampati a una violenta tempesta durante il viaggio, diedero il nome della Madonna di Bonaria alla città appena fondata, per sciogliere il voto fatto durante la tormenta.

 

La devozione alla Madonna è visibile nell’importante museo che sorge nel chiostro della Basilica, dove, tra gli innumerevoli ex voto, si trovano le corone d’oro offerte dal re Vittorio Emanuele I e da Maria Teresa, e la grande ancora d’argento donata dalla regina Margherita di Savoia come ringraziamento per il successo della spedizione polare di Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi. Uno degli ex voto più famosi riguarda una piccola navicella d’avorio, tutt’ora appesa di fronte alla statua, che segna misteriosamente i venti che soffiano sul golfo di Cagliari, dando un’importante indicazione soprattutto ai marinai che prima di attraversare il mare facevano (e fanno) visita alla Madonna.

 

Sono stati 3 i Papi che hanno reso omaggio alla Santa: Paolo VI nel 1970 e Giovanni Paolo II nel 1985, oltre a Benedetto XVI arrivato a Cagliari il 7 settembre, che ha donato alla Santa la “Rosa d’Oro”, collocando Bonaria tra gli otto santuari mariani più importanti al mondo. 

Saggio di fine anno

L’odissea di un sabato sera snervante: Saggio di fine corso della nipotina che ha appena concluso il primo anno di danza classica.

 

Ore 17.30: Una soffiata alquanto attendibile giunge alle orecchie di mia sorella: per prendere i posti migliori è necessario arrivare con largo anticipo.

I miei “Non credo sia necessario… ragioniamo!” si sbattono contro un muro di gomma.

 

18.30: La bimba viene accompagnata a teatro per le ultime prove e si decide (verdetto non democratico) di aspettare direttamente lì fino all’apertura dei cancelli.

Aspettare fuori, al sole senza un briciolo d’ombra, che neanche il fan più sfegatato di Orietta Berti oserebbe fare per un suo concerto.

 

19.00/20.00: Intrattenere il nipotino di 7 anni che sta iniziando a dare in escandescenza. Fortunatamente un gioco sul telefonino della mamma, con pianeti, aerei e armi varie riesce a distrarlo per lungo tempo.

Genitori e parenti iniziano ad arrivare copiosi. Si intuisce che la soffiata è stata udita, purtroppo, da più orecchi. L’attesa inizia a farsi insopportabile.

 

20.00: Si sparge la notizia dell’imminente apertura del primo blocco di cancelli, decine di macchine seguono la prima con accelerate e sgommate che farebbero impallidire lo stesso Raikkonen. Naturalmente non c’è un’unica fila dritta ma si crea un vero imbuto con occhiatacce verso l’autista affianco.

Stupore e malumore generale quando inizialmente fanno passare solo chi ha il Pass. Notizie varie si spargono per tutto il parcheggio, la folla inizia a rumoreggiare, nelle menti di alcuni prende forma l’idea di come scavalcare la Zona Rossa ma poi la calma fortunatamente ritorna.

Le macchine iniziano a scaldare i motori.

Mia sorella sta dietro all’unico autista di buon cuore che lascia la precedenza a tutti.

La serata si prospetta alquanto incandescente.

 

20.10: Riconoscimento rigoroso al primo blocco, ricerca dei nomi sulla lista manco fossimo dei terroristi (oddio, vista la frenesia era facile far cadere le sentinelle nel dubbio) e nipotino che urla verso di me: “Dove sono le munizioni?”.

Risata isterica in macchina e prima figura di m**** archiviata.

 

20.15: Arriviamo di fronte al cancello del teatro. …Chiuso.

Il caldo e il sole hanno lasciato il posto ad un freddo gelido e tutti cercano di rintanarsi nei posti più riparati.

Il primo intasamento ci ha fatto perdere tutto il vantaggio che avevamo creato arrivando 2 ore prima. Davanti a noi, ora, ci sono persone appena arrivate, lucide, fresche e riposate. Si cerca di passare avanti per recuperare posizioni, senza guardare in faccia bambini, anziani, e donne incinte.

 

20.30: Apertura dei cancelli, controllo biglietti e di corsa (nel vero significato della parola) verso le poltroncine, pronti a schivare mamme che con gran slancio, tirano la borsa dall’ingresso per cercare di centrare i primi posti e tener occupate le poltrone in attesa della cavalcata.

Becchiamo la 3^ fila senza aiuti subdoli.

 

20.45: Un simpatico presentatore preso chissà dove ma sicuramente non in Sardegna apre il saggio con un piccolo discorso. 2 cose doveva dire e 2 ne ha sbagliate.

Inizia il gran ballo, bambine che corrono di qua e di là sul palco senza una meta precisa, in totale confusione e senza un motivo apparente. Ma non importa… applausi scroscianti e genitori entusiasti.

Quando tutto sembra scorrere come da prassi, ecco il colpo di scena.

5 donzelle dai 20 ai 40 anni compaiono al centro del palco: dai vestiti eleganti e dallo sguardo fiero si capisce che intendono danzare seriamente.

Credo che questo sia ciò che Alessandra Celentano abbia in mente come inferno.

Lo stesso Yanku sarebbe stramazzato a terra ancor prima che le ballerine muovessero un dito. 

 

20.50: Riecco il caro presentatore per informarci della pausa tecnica di 10 minuti per cambio di scenografia. Un po’ di curiosità aleggia nell’aria.

 

22.15: Si spengono le luci e si alza il sipario.

Un tappeto appeso c’era e un tappeto appeso c’è. Mistero.

Il cambiamento scenografico riguarda dunque il riposizionamento di questo arazzo? La prima fila è convinta che sia stato spostato 10 cm più a destra, la seconda dice invece che è stato abbassato 15 cm più in giù, la terza inveisce ironicamente contro il presentatore malandrino.

Rinizia la solfa.

 

22.20: Il presentatore ci ha preso gusto e rieccolo nuovamente fuori: viene annunciato un altro cambio di scenografia.

La temperatura a teatro inizia a farsi insopportabile. Facce sempre più umide di sudore, make up che non reggono più,  abbandoni di giacche e scarpe; inizia la squallida battaglia tra il sonno e la lucidità.

 

22.30: Si riprende. Dopo 10 minuti di pausa il tappeto è ancora lì al suo posto.

 

00.00: Gran finale con saluti della maestra di danza.

Rispunta da un angolo l’ormai noto presentatore per dire la sua, coriandoli che scendono dal cielo, grida di bambini che si rincorrono per tutto il teatro e genitori in estasi.

Gran casino, gran casino, gran casino e caldo.

 

00.40: Metto piede in casa e bacio il pavimento con un unico pensiero nella mente.

 

Fortunatamente il saggio è solo una volta all’anno…

 

Ai tempi di Mauro Repetto…

Ho passato l’intero pomeriggio di domenica a risistemare quaderni, libri e album da disegno che andavano dalla prima elementare fino alle superiori.

 

Non è stato un vero e proprio viaggio tra i ricordi, anche perché ero pur sempre sotto la minaccia di un: “Muoviti o getto tutto al fuoco”, che non lasciava presagire nessun tipo di vacanza, villeggiatura o semplicemente gita emozionale, tranquilla e in pace, verso l’infanzia.

 

Non ho potuto però tralasciare la lettura dei miei primi pensierini (scritti a 6 anni) rigorosamente inventati che già denotavano una sorta di pazzia nella sottoscritta, con la maestra che incuriosita si informò con un misto di invidia della bella vita avventurosa che si conduceva in famiglia.

 

Il tema sulla nonna, fantastico aggiungo, nella quale la descrivo come una dolce e cara nonnina a cui purtroppo “E’ morto il marito ma è contenta ugualmente” ed è veramente una brava persona “Almeno credo, perché compra sempre qualcosa ai marocchini”.

 

La mia totale mancanza di propensione al disegno, facilmente individuabile sia dai primi scarabocchi fatti all’asilo fino alle “opere” del corso di artistica dove per me il vero concetto di arte era semplicemente un foglio bianco.

Con un po’ di vanto devo dirvi che non ero niente male nell’Astrattismo, anche perché era facile fare 2 macchie di colore e dare un’interpretazione mistica che lasciava di stucco la mia prof di artistica che ci credeva davvero, nonostante la ritrosia degli altri docenti che cercavano, invano, di farla rinsavire.

 

Se nel lato artistico non ero capita, riuscì ad ottenere grandi soddisfazioni, come il resto della classe, per il lato tecnico. Famose restano tuttora le Abbondanti Descrizioni dei Triangoli Equilateri, ogni giorno, per 3 anni, la sola cosa che facevamo; le misurazioni nel cortile della scuola (che tra l’altro è stata pure distrutta; piccolo particolare: studiavamo dentro un grande edificio fatto d’amianto) con l’obbligo di girovagare fin quando non suonava la campana.

Un grande, prof. Dessì merita la citazione in questo blog.

Con lui, era sempre ricreazione!

 

Le mie prof di lettere che sia alle medie sia alle superiori non hanno saputo darmi quelle basi che forse mi avrebbero reso la vita un po’ più semplice in facoltà, ma che in compenso hanno saputo darmi degli ottimi spunti sul pettegolezzo e sul gossip che effettivamente, pensandoci bene bene, mi sono comunque servite per questo blog.

 

Aver sistemato i miei quaderni, leggiucchiato qualche frase, mi ha fatto ricordare quanto meravigliosa sia stata la mia infanzia, quanti amici e quante persone abbiano fatto parte della mia vita da allora, alcune con il tempo si sono allontanate e oggi rimangono solo ricordi e foto, altre amicizie sono state piacevolmente ritessute negli ultimi tempi e altre mai messe in discussione.

Ma perché tutto non può essere facile come allora?

 

Io un giretto in 4^ o 5^ elementare lo farei volentieri, se non fosse altro per non comprare più quaderni con le copertine degli 883 (con Mauro Repetto incluso) o con le tizie di Non è la Rai.

 

Sì, il viaggio è assolutamente necessario.