Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

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Rossella è libera!

Mi vedo costretta a rettificare la notizia, purtroppo!

Ci avevo creduto… E’ che in tanti esultavano, mettevano la loro faccia sullo schermo, rendevano concreta quella che si è rivelata essere soltanto una lontana voce di corridoio, interpretata male. Verificare la fonte è la regola basilare del giornalismo, ancor più dovrebbe esserlo per il governatore della regione, che non si è neppure degnato di chiedere conferma alla Farnesina prima di apparire trionfante nei vari canali e farci illudere inutilmente. Speriamo che la prossima volta sia quella buona.

Forza Rossella, noi ci siamo!

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Rossella libera

C’è una ragazza, priva di divisa e lustrini, che dal 23 ottobre si è vista negata la sua libertà senza che questo facesse troppo scalpore.

Bisognerebbe star in silenzio, ha detto qualcuno, dobbiamo evitare che diventi un ostaggio troppo noto, prezioso per i suoi detentori che potrebbero complicare la già delicata situazione.
Sarebbe più utile parlarne, ribattono altri, nel totale oblio la ragazza potrebbe al contrario diventare un peso inutile, con chissà quali conseguenze.

Il condizionale prevede l’esistenza di un margine di valutazione personale, e anche io, in questo piccolo spazio periferico della rete, ho deciso di scalzare dalla penombra la figura di Rossella Urru e degli altri cooperanti spagnoli, affinché i nostri governanti non si dimentichino di loro, e i volontari di pace possano così tornare a fare ciò che in questo momento è loro impedito.

Rossella lavora per una ONG, è coordinatrice del campo profughi per rifugiati saharawi di Hassi Raduni, in Algeria. Il 23 ottobre è stata portata via assieme ad altri due collaboratori, Ainhoa Fernández de Rincón e Enric Gonyalons, da una banda di uomini armati. Tralasciando la presenza di un unico video dalle immagini confuse, non si sono più avute notizie chiare riguardo ai tre sequestrati. Il tempo passa, il ricordo e la speranza no.

Rossella, Ainhoa ed Enric sono operatori di pace, rischiano la propria incolumità per amore del prossimo, lottano ogni giorno nella miseria e nella disperazione per rendere meno amaro il destino dei fratelli che sono nati nella parte più sfortunata del mondo.

Se non a loro, a chi dovrebbe essere data tutta la nostra stima, la nostra solidarietà, la nostra ammirazione?

Rossella, non mollare!

8 marzo

 

 

A tutte le lavoratrici, alle disoccupate, alle casalinghe, alle studentesse.

A chi è oggetto di vessazioni, soprusi, violenze, mutilazioni e non riesce a trovare aiuto.

A chi non ci sta.

A chi esige rispetto.

E a chi saprà rialzare la testa.

A chi crede nella libertà.

E a chi ama l’indipendenza.

A chi sa ragionare col proprio cervello.

A chi non si lascia sopraffare.

Alle mamme, alle nonne, alle sorelle.

A chi crede che la bellezza è quasi niente e la conoscenza è quasi tutto.

A chi non ha un soldo e non può permettersi di vestirsi da modella.

A chi è piena di soldi e non si vestirà mai così.

A chi non ha come sogno quello di finire in tv.

E a chi è interessata al calendario solo per leggerne i giorni.

A chi non sposerà un milionario.

A chi sposerà un operaio.

E a chi non si sposerà affatto.

Alle bambine, che donne lo diventeranno.

Alle ragazze di oggi, che continuano a lottare.

Alle donne di ieri, che hanno combattuto per i diritti e per la libertà.

A chi vive in quei Paesi dove la vita di una donna vale meno del nulla.

E a chi sacrifica la propria vita nella speranza che il futuro possa cambiare.

A chi non crede di dover assomigliare per forza a un prototipo.

A chi si costruirà la propria vita da sola.

A chi sarà in grado di cambiare in meglio la storia.

A chi diventerà la prima presidente del Consiglio.

A chi deciderà di fare la mamma.

E a chi deciderà di fare quello che le passerà per la testa.

A chi non sopporta l’odore della mimosa.

A chi non ha poi così voglia di festeggiare.

A chi si è soffermato sul suo significato reale.

E a chi crede che un importante scopo, questa festa, lo abbia ancora.

 

Auguri

 .

.

8 marzo 1917

E la festa della donna è arrivata anche quest’anno, l’otto marzo, puntuale come sempre.

 

Furono le russe a scegliere questa data per ricordare la gloriosa rivolta delle donne di Pietrogrado contro lo zarismo, evento che porterà all’abdicazione del monarca, al diritto di voto per le donne e a violente proteste che si allargheranno a tutta l’Europa. Era il 23 febbraio (corrispondente al nostro 8 marzo) del 1917.

La Conferenza Internazionale delle donne socialiste (successivamente l’Internazionale Comunista), avvenuta a Copenaghen nel 1910, aveva già preso in esame una giornata dedicata alla donna fino a quando venne approvata definitivamente a Mosca nel 1921, definendola “Giornata dell’Operaia” per ricordare il ruolo fondamentale che le donne ebbero nella rivolta avvenuta 4 anni prima.

 

E la storia del famoso incendio avvenuto a New York?

Secondo gli ultimi studi, nessun documento ne parla, o meglio, poco c’entra con la ricorrenza.

L’evento che sarebbe avvenuto nel 1908 e che portò alla morte 129 operaie che morirono tra le fiamme, appiccate dal proprietario come risposta allo sciopero attuato dalle ragazze, in realtà non sarebbe mai avvenuto.

Un episodio simile avvenne in effetti nel 1911, ma il rogo non fu doloso e le 148 vittime erano sia donne che uomini.

 

La storia dell’incendio venne portato avanti dalla stampa sin dagli inizi, creando una sorta di mito, e nascondendo in qualche modo l’inizio del viaggio verso l’emancipazione femminile con cui invece si voleva ricordare la festa dedicata alla donna.

Un punto di partenza, insomma.

 

E oggi?   

Che è l’otto marzo lo si capisce subito… Dai volantini incollati in ogni vetrina, da quelli dei fiorai che sponsorizzano i bouquets di mimose o ripropongono la moda delle più costose rose, a quelli dei ristoratori, che ribattono con simpatici strip-tease maschili e con menù rigorosamente gialli tanto per non uscire fuori tema.

Ecco a cosa si riduce questa giornata per molte donne, per quelle che pretendono il mazzo di fiori, per quelle che prenotano settimane prima la cena nel locale più In della zona solo per vedere uno pseudo tronista chiamato apposta per l’occasione.

Ormai è solo una festa consumistica? Un giorno dedicato al divertimento spensierato?

E il vero significato dove è andato a finire?

Forse si è disperso a causa del profumo invadente della mimosa, è stato schiacciato dal peso del denaro, dalla sopraffazione della villania.

E allora lasciamo perdere le mimose confezionate, i menù dorati e gli spogliarelli che non fanno altro che avvilire l’importanza che questa festa ha avuto e continua ad avere, ridiamo a questa ricorrenza il giusto peso che merita.

 

L’otto marzo, oggi, deve rappresentare il No alle violenze sulle donne, agli stupri, ai maltrattamenti, alle molestie, alle sevizie, alle mutilazioni ma anche alle disparità che sono sempre presenti, basti pensare al lavoro, ai salari, alla crisi economica che stiamo attraversando e che si percuoterà maggiormente sull’occupazione femminile, con le donne che saranno costrette a rioccupare il loro ruolo nel “focolare domestico”…

 

Deve incarnare il dell’uguaglianza, della libertà, del rispetto, dei principi, dei diritti e, appunto, dell’emancipazione.

Emancipazione che non significhi l’elevare la lavastoviglie, l’aspirapolvere, o la lavatrice a icona di indipendenza e libertà dai lavori domestici più pesanti, ma che rappresenti il vero affrancamento, il riscatto dall’oppressione e dalla soggezione.

 

Riusciremo a dare a questa ricorrenza la giusta valenza che le compete, a fare del rispetto per le donne un valore primario in tutti i paesi del mondo, e a far sì che i  veri obiettivi dell’otto marzo non si disperdano nell’aria come il profumo delle mimose?

 

… … …

 

Auguri

 

C’era una volta…

 

Questa è la storia di un paio di scarpe azzurre, rigorosamente eleganti, che trovammo per caso sullo scaffale di un negozio e che divennero il simbolo concreto delle nostre ansie e preoccupazioni per diverso tempo.

 

Entrammo lì per caso, in un giorno qualunque di un mese qualsiasi, un po’ per curiosare un po’ per commentare e capitò tutto all’ improvviso, senza nessun avvertimento che ci avesse potuto preparare alla stangata.

Ovviamente c’era anche Lei, l’unica che tra di noi acquistasse veramente e si ingraziasse il commesso sempre sorridente, che tra cumuli di vestiti, maglie e gonne riusciva sempre a trovare la taglia giusta senza neanche aver bisogno di cercare più di tanto.

Tutto scorreva come al solito insomma, tra risate e commenti, tra magliette bianche e rosse, pantaloni lunghi e corti, gonne rosa e rosse, e scarpe nere, bianche, marroni e… celesti.

La nostra Lei era riuscita a scovare in mezzo a cataste di capi e calzature un paio di scarpe celesti col tacco alto, orribili quanto basta, pronunciando queste poche ma inquietanti parole: Eccole, saranno simili. Ci staranno proprio bene.”

 

-Così, senza batter ciglio-.

 

Non poteva essere, dai… ognuna di noi cercava negli occhi dell’altra un accenno di ripugnanza, orrore, non fu difficile interpretare le nostre sensazioni e tutte, capita la battuta, esplodemmo in una fragorosa risata tanto da far voltare il commesso che, solitamente, si faceva tranquillamente i cavoli suoi.

Mentre ci davamo pacche sulle spalle, complimentandoci con la Lei per lo scherzetto che voleva farci, prese le scarpette raccapriccianti in mano e accompagnò il gesto con Perché? Sarà celeste!”.

 

-Gelo-.

 

Il sole si oscurò e un vento di Maestrale iniziò a soffiare; in un momento di totale impassibilità Sara iniziò a ripetere filo e per segno una strofa di una mai sentita canzone  del D’Alessio, la radio interruppe “Vertigo” degli U2 e mise “Doppiamente Fragili” della Tatangelo, il commesso iniziò a parlare un italiano scorrevole, riuscendo a scandire la sua prima frase con l’utilizzo di un verbo coniugato, lasciandoci poi gentilmente sole dentro al negozio per cercare anch’egli di superare il trauma fumando una sigaretta. No, anzi, diciamo che c’era il vento e non riuscì neanche ad accenderla, sprecando un’intera scatola di cerini (poteva comunque ricomprarli facilmente, era ormai capito da tutti).

 

-Dunque era vero.-

 

L’attaccamento morboso della nostra Lei verso il suo colore preferito era arrivato davvero a questo punto? Possibile che noi non c’eravamo mai accorte di questa sua propensione pericolosissima verso il celeste? Oddio… i sintomi c’erano tutti.

Stiamo parlando di Lei, dunque non c’è da meravigliarsi, anzi… strano sarebbe stato il contrario.

Dopo aver arricchito metà dei tabacchi della zona, il commesso rientrò in negozio pronunciando il suo primo congiuntivo e noi, con lo sguardo basso e trascinando le gambe abbandonammo quella fonte di perdizione che fu, per un pomeriggio, quel terribile scaffale bianco.

 

Passarono giorni, settimane e mesi e la curiosità mista all’ansia si faceva sempre più insopportabile, le domande non trovavano risposta, gli indizi non si facevano trovare, il vento riprese a soffiare e la paura si fece sempre più concreta, anche perché lo scaffale era rimasto orfano di quelle orribili scarpe celesti.

 

29 marzo 2008.

Arriviamo appena in tempo, prima che tutto sia iniziato.

La nostra Lei è già lì, io sono ancora lontana e un raggio di luce non mi permette di capirne subito il colore, ma qualunque sia, avrà fatto la sua scelta più ragionevole, è giusto così.

I miei occhi iniziano ad abituarsi alla luce più tenue e ora la vedo bene. Inizio a sorridere e non riesco a smettere, eppure dovrei, mi trovo pur sempre in Chiesa!

Non si sarebbe mai piegata alla tradizione, ci avrei scommesso, è una “dolce”, carinissima sposina in rosa.

Noi, le amiche storiche, siamo sedute in banchi diversi, ci cerchiamo con gli sguardi (come al solito) durante tutta la cerimonia, d’altronde la Lei la conosciamo dalle elementari, le avremmo perdonato anche il celeste, il nostro incubo durato quasi un anno, ma alla fine ha risolto la situazione da sola.

Ora gli sposi stanno per uscire dalla Chiesa, tutti gli invitati pronti a lanciare il riso, noi ci mettiamo in prima linea, vogliamo vedere se la nostra Lei prende a urla gli eventuali invitati che esagerassero con i lanci. Non accade nulla, l’emozione l’ha resa più tranquilla.

 

Scende lo scalino all’entrata della piazza, solleva il vestito giusto il tanto per non inciampare, e noi, riusciamo a intravedere le scarpette.

Sono sul beige rosato, le nostre preoccupazioni erano infondate…

 

Fu così che quel paio di indescrivibili scarpe celesti protagoniste dei nostri più malvagi, scellerati e lugubri pensieri uscirono dignitosamente dalla scena e chissà, magari proprio in questo momento, staranno ornando una bella fanciulla che, grazie al cielo, non ci è dato conoscere.

 

E vivemmo tutti noi una bellissima giornata, felici, contenti e… rasserenati.

 

Auguri!

 

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P.s: avrei voluto postare una foto dove ci sono pure io, ma Sara non ha ricevuto l’autorizzazione (ha chiesto lei alle altre, io in realtà non dovrei neanche avere il blog). Se mettessi una foto per un tot di tempo, per poi ritoglierla dopo un’ora o due, non sarebbe corretto, vero?

 

 

Aiutiamo Wilma

È da giorni, settimane, forse mesi che stiamo assistendo al tracollo di una star, di una celebrità che all’apice della sua carriera era diventata per tutti gli italiani l’esempio da seguire, la donna da amare, la cuoca provetta e la cantante che con un solo accenno di ritornello sapeva scuotere tutte le tue emozioni più profonde.

Questa persona non esiste più, soffocata dal successo sempre crescente è diventata l’ombra di se stessa, intrappolata tra i braccioli di una poltrona e tra gli alzacristalli elettrici di una squallida Mercedes…

Dimenticatevi i buoni consigli di una volta, le care raccomandazioni e i suoi occhioni rassicuranti, ora esiste solo una persona sarcastica, maliziosa e fortemente spavalda che riesce a far arrossire di vergogna chiunque le stia accanto…

Anche tu,
se sei in apprensione per la sorte
della cara Wilma De Angelis

Aiutala ad uscire dal pericoloso vortice creato dalla televendita televisiva, che ha purtroppo toccato il fondo quando ha voluto ad ogni costo sfrecciare a bordo della sua nuova Mercedes Slk in cerca di giovanotti da abbordare all’uscita delle discoteche riuscendo, tra l’altro, a prendere come ostaggio la povera Gabriella Golia…

E’ un vero trauma vederla guidare in quel modo con la sua nuova macchina sportiva, braccio fuori dal finestrino, occhiali da sole rigorosamente neri, acconciatura perfetta nonostante il vento, mentre suona il clacson per salutare chissà chi e dispensare consigli (tutt’altro che buoni) alla povera Gabriella Golia che per timore non oppone nessun tipo di resistenza e con i suoi occhi intrisi di paura richiama la nostra attenzione implorando aiuto. Senza contare l’uso di frase a doppio senso (che ormai sono diventate il suo marchio di fabbrica) e della malizia che, non si sa ancora il motivo, cresce in maniera esponenziale ogni qual volta apre lo sportello della Mercedes Slk.

Wilma, se proprio non riesci a disintossicarti dagli spot televisivi ti preghiamo di ritornare a occuparti di poltrone mentre, da cara donna che sei, ci racconti delle tue vacanze ai limiti della decenza trascorse a Formentera, oppure prepari le focacce miracolose in 5 minuti (compresa la mezz’ora di forno) per i tuoi 345 nipoti che sono venuti a trovarti senza per altro avvisare.

Wilma, scendi subito da quella macchina, fonte di perdizione, di immoralità e di brutti vizi, lascia in pace i ragazzetti, libera la povera Gabri che non ha fatto nulla di male e riprendi a fare quello per cui sei diventata famosa: cucinare!

Coraggio Wilma, siamo tutti con te!

Miss, mia cara miss

La mia scalata al successo ha avuto una piccola battuta d’arresto, vorrà dire che mi rifarò la prossima volta.
Il mio curriculum rimane dunque invariato.
In compenso mi sono divertita abbastanza nel veder passare i ciclisti: 2 ore d’attesa all’ombra di una pianta per poi vederli correre davanti a me per 2 secondi di orologio, è stata senza dubbio un’esperienza entusiasmante (ero in un tratto in pendenza dove correvano un casino, mica potevo mettermi in salita, dove almeno ne avrei notato il colore della maglia…).

 

Sempre in tema di telecamere, tv e successo, ieri ho visto una pubblicità su Rete4 che sponsorizzava la finale di Miss Padania e mi sono detta: “Posso tralasciare un simile argomento?”. E no che non posso, così, armata di tanta buona volontà e cercando di mettere da parte ogni preconcetto, ho iniziato una piccola ricerca sul sito ufficiale del concorso. Ecco su cosa mi sono imbattuta.
I requisiti per partecipare, secondo l’art. 5 del regolamento:

1.- Avere la cittadinanza italiana ed essere residenti da almeno 10 anni in Padania (azz.. non posso partecipare…!);

2.- Essere dello stesso sesso registrato sul certificato di nascita (dunque anche gli uomini nati uomini possono concorrere?);

3.- Non essere mai state coinvolte in fatti contrari alla morale (ma esattamente cosa si intende per morale?);

4.- Età compresa tra i 17 e 28 anni (e questo può andar bene);

5.- Non aver mai partecipato a servizi fotografici e film ritenuti sconvenienti (una foto scattata ai piedi dell’Etna sarebbe ritenuta sconveniente?);

6.- Non rilasciare dichiarazioni non in linea con gli ideali dei movimenti che promuovono la Padania (un “W l’Italia” mi metterebbe sicuramente nei guai…).

Se hai tutte queste caratteristiche puoi concorrere per la vittoria di:
Miss Padania, in questo caso sei la ragazza che rispecchia i canoni della bellezza classica della Padania;
Miss Sole delle Alpi, ti ribelli alla banalità delle convenzioni e guardi con fiducia ad un futuro di libertà;
Miss camicia Verde, combattiva e rivoluzionaria sei il simbolo del risveglio della gente del Nord.
Se sei un po’ più bruttina potresti vincere titoli minori, tra i quali spicca Miss Radio Padania Libera (per te, che parli un ottimo inglese ma preferisci il tuo dialetto).
Purtroppo, i miei pregiudizi che avevo accantonato per un attimo, sono subito ricomparsi dopo aver letto queste righe, e non c’è modo di rimandarli via. Non riesco infatti a trattenere il sorriso di fronte alla vincitrice di Miss Padania, che negli ultimi anni ha poco a che vedere con i canoni di bellezza nordici, Miss Sole delle Alpi (il sole splendente è la caratteristica del Nord, ricordiamocelo) che rappresenta un futuro di libertà (libero da chi?) e Miss Camicia Verde che ha l’obiettivo di risvegliare la popolazione padana (titolo che più di tutti richiama alla vera motivazione politica del concorso).
Non ho nulla in contrario per quel che riguarda un concorso di bellezza, sia esso nazionale, regionale o.. paesano, ma se penso che Miss Padania rappresenta un territorio non istituzionalizzato, è un concorso creato per fini politici (ricordiamoci che la Lega rimane un partito secessionista) e viene trasmesso da una tv nazionale, la questione non mi lascia indifferente. Anche se lo si vuol far passare come concorso di bellezza, tra l’altro pure in vena comica viste alcune delucidazioni in merito alle caratteriste dei titoli, siamo di fronte a una propaganda politica senza uguali. Ma poi, le ragazze che vi partecipano, seguono veramente questi “ideali del movimento” o lo fanno solo per utilizzare il concorso come trampolino di lancio verso il tanto agognato mondo dello spettacolo?

Sapete, sono arrivata al punto di non avercela più con gli organizzatori del concorso, con il partito o con Rete4 (che hanno comunque il loro pensiero, nonostante sia il più sbagliato possibile); ce l’ho a morte con tutta quella schiera di giovincelle che ogni anno si presentano per le selezioni di Miss Padania, non sapendo per che cosa viene fatto oppure nascondendosi dietro la motivazione “E’ un concorso come un altro…”. Sono convinta che buona parte di queste ragazze non sia assolutamente interessata al motivo reale del concorso, non conosca la storia del nostro Paese (e con questo intendo l’Italia intera), non abbia mai preso una cartina geografica in mano, e credo pure che siano convinte che la Padania esista realmente come istituzione.

P.s.: un consiglio per le aspiranti Miss: leggete bene l’articolo 5, non quello del regolamento del concorso, bensì quello della Costituzione italiana.

Festa della mamma

Tra qualche giorno è la festa della mamma e, come per ogni ricorrenza di questo tipo, i sondaggi, le ricerche e le interviste fioccano da tutte le parti. Un’indagine svolta da “Save the Children” ha rivelato che l’Italia è il paese in cui i bimbi vivono meglio, analizzando i dati sulla mortalità infantile, iscrizione a scuola materna e superiore. Altrettanto non si può dire per le madri italiane che, in base a parametri relativi alla salute, alla parità di genere e alla tutela della maternità, si collocano ben lontano dai primi posti. Solo il 17% delle donne occupa un posto al governo. Le lavoratrici italiane percepiscono uno stipendio inferiore quasi alla metà rispetto al salario maschile e durante la maternità prendono solo l’80% del loro stipendio integrale.

Nel livello della natalità il nostro paese occupa ormai l’ultimo posto in Europa, e questa ricerca, seppur implicitamente, ne ha evidenziato le cause. Siamo uno dei paesi al mondo con la più alta percentuale di cattolici ed essendo tali ci poniamo spesso il problema sulla legittimità dell’aborto, questione che, tra l’altro, sta ritornando in auge proprio in questo periodo.

La mia domanda è questa: “Come si può condannare l’aborto se poi, tutte le ragazze madri che decidono di tenere il loro figlio, vengono lasciate sole in questo quadro poco rassicurante?” Non voglio metterla sotto un aspetto moralistico, ma semplicemente economico. Perché lo Stato si prodiga così tanto per incentivare la natalità ma poi non aiuta, non da una mano concreta alle mamme?

In Francia una ragazza madre percepisce un Vero aiuto economico; una ragazza sola che decide di continuare gli studi, può permettersi di crescere un bimbo senza problemi. In Italia questo non succede, lo Stato ti aiuta con un assegno mensile irrisorio e se sei sola, senza il tuo compagno e i tuoi genitori, non riesci a vivere degnamente senza il supporto di qualche associazione.

Essere donna oggi in Italia significa essere discriminata, e lo si è ancora di più quando si decide di avere un figlio. Un paese che continua ad invecchiare, perchè questo è lo scenario problematico in cui si ritrova l’Italia, non può permettersi di lasciare sole le mamme, che non possono godere di servizi per l’infanzia, aiuti economici e tutela nel mondo del lavoro. In molti colloqui di assunzione, il datore di lavoro arriva a chiederti se sei fidanzata, se intendi sposarti ed avere dei figli. Questo perchè l’idea della maternità terrorizza le aziende, e a seconda delle risposte o non vieni assunta (il curriculum c’entra poco) o appena scoprono della gravidanza, ti licenziano subito. Se hai già famiglia e decidi di ritornare a lavorare ti senti dire che probabilmente non riuscirai a coniugare figli e lavoro, quindi non renderai al massimo e sarai poco utile per l‘azienda. Se decidi di dedicare la tua vita esclusivamente alla carriera lavorativa, sai per certo che in Italia, a parità di mansioni e contratti, guadagnerai se sei fortunata, il 30% in meno rispetto ai tuoi colleghi uomini. Questa è l’Italia al femminile.

Ma i diritti delle donne, dove sono?

 

Buona festa a tutte le mamme!

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