Storiella di Halloween 2015

Lettura non indicata alle persone sensibili.

E’ una notte buia e tempestosa a Quartucciu, tutti sono rinchiusi in casa, anche i Nonna Isa hanno già spento le insegne e ritirato i carrelli.
Tzia Maria, una giovane donna di 38 anni, è arrivata in città da pochi minuti, e vedendo quest’atmosfera così inquietante si pente subito della scelta fatta.
Il taxi la lascia di fronte all’hotel più famoso del posto, il Shiningtoll che, nonostante tutto, sembra agli occhi della ragazza tranquillo e ospitale.
Ad aprire la porta due gemelline vestite uguali, Sharon e Raffiella, una più brutta dell’altra. Maria non si lascia certo intimorire dal loro aspetto, sono pur sempre due tenere bimbe, e le segue mentre si incamminano per il lungo corridoio.
La bambina con le trecce, si blocca di fronte alla stanza 1408, l’unica ancora libera in tutto l’hotel, inizia a emettere sordide grida malefiche e si allontana, non prima che Tzia Maria le allunghi una bustina di “Galvingol” contro il reflusso gastrico.

Rimasta sola, la nostra protagonista spalanca la porta.
Non crede ai suoi occhi: è davvero la stanza 1408, la camera più paurosa di tutta Quartucciu, abitata da tre inquietanti presenze sin dal 1550 a.c..

[Se solo avesse avuto un po’ più di fortuna le sarebbe toccata la vicina stanza 1409, abitata dal simpatico Fantasma Formaggino, ma noi oggi abbiamo bisogno di una storia terrificante, molto horror…]

Appena arrivata, sistema la sua nuova scrivania come è solita fare: penna a destra del quaderno, pinzatrice a sinistra e bottiglione di vino al centro. E’ una brava scrittrice Tzia Maria, ha già qualche idea sul nuovo soggetto e senza perdere tempo inizia a redarre il suo romanzo.
Quartucciu è il posto ideale per scrivere, lei adora l’ambiente intimo e tranquillo della campagna sarda, e guardate che se ne intende di geografia, non è come noi che non sappiamo neanche dov’è Norbello.
Ma torniamo alla storia.

Ecco che improvvisamente, da dietro la porta compare il Signor Spettrometro che lancia secchiate di sangue alla povera donna. Tzia Maria urla, si dispera e piange: lo Spettro ha cancellato una pagina appena scritta. Cosa fare? Fortunatamente ha in borsa il famoso “Mastro Lindo Vanish” smacchiatore che, con una sola passata, fa risplendere il foglio e dona alla stanza una delicata fragranza di limoni di Castiadas. Purtroppo il signor Spettrometro è allergico agli agrumi e, a causa dei continui starnuti, è costretto a scappar via. Nel frattempo chiama rinforzi, ed ecco che appare lo spettro Geppetto, un simpatico falegname con un figlio un po’ strambo, Presidente del Consiglio dei Ministri.

La vendetta di Geppo si consumerà di notte.

Contrario agli accoltellamenti, il malefico spiritello porta con sè solo le sue catene, utili a strangolare la povera donna. Purtroppo la nostra scrittrice ha dimenticato la valigia davanti alla porta, Geppetto cade malamente, sveglia Maria che un po’ dispiaciuta per l’incidente, gli porge il famoso brillantante “Oxi ActionGhost” che dona un’incredibile brillantezza a tutti gli oggetti in metallo. Geppetto tutto sommato è soddisfatto del dono, ringrazia e corre a lucidare le sue catene.

[Credete che sia finita qui? E no… Ne manca ancora uno, erano tre abbiam detto…]

Ora è il turno dello Spettro Ridge Forrester, il più figo di tutti. Lega la sua mascella sbilenca con un po’ di fil di ferro, giusto per non far rumore, e si avvicina silenziosamente armato di martello alle caviglie di Maria che dorme, ancora, nel suo letto.
Frantumare le sottili gambette della nostra, sentire le sue urla disperate e compiere la profezia di Halloween! Un’altra vittima immolata in nome della grande strega madre Stephanie.

Ma chi si immaginava che un bambino con il triciclo dovesse passare proprio ora nell’andito, svegliando tutti gli ospiti dell’albergo? Tzia Maria si sveglia improvvisamente, saluta Ridge Forrester in modo malizioso e pare anche scoccare una scintilla di intesa tra i due…

Purtroppo, a rovinare il tenero momento, arrivano le gemelle con una cartella di Equitalia in mano, la consegnano a Ridge (pare si trattasse di un conto sospetto in un noto ristorante) che dalla preoccupazione diventa bianco come un umano e non riesce a trattenere una frase che sembra quasi una maledizione: Oexp Xepo Poxe Expo.
A questo punto tutti i morti d’Italia al grido di “A noi il Giappone” si risvegliano, escono dalle tombe e, biglietto allo scheletro, si incolonnano verso Rho Fiera, invadendo il mondo dei vivi e gli accessi di Triulza e Fiorenza.

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Expo

Ebbene sì, ci sono stata anche io.

Grazie ai biglietti omaggio ottenuti tramite uno sponsor, ho potuto ammirare questa gigantesca fiera che, devo dire, mi è piaciuta parecchio. Tantissima gente, troppa, lunghissime code, esagerate, pochi soldi spesi, davvero.

La mia esperienza, insomma, è stata totalmente positiva. C’è una sorta di cattiva informazione che gravita attorno all’Expo. C’è chi, portafoglio alla mano, dice di aver speso un capitale tra ingressi, cibo e quant’altro. In realtà, già da agosto, era possibile trovare biglietti a data aperta scontati del 60-70%, senza contare quelli omaggio offerti da enti e sponsor.
Per il cibo certo, se eri intenzionato a mangiare al ristorante giapponese non potevi pretendere di spendere pochi euro, ma già una pizza o un panino li pagavi quasi quanto il market sotto casa.
L’acqua era totalmente gratis. Grazie alle colonnine sparse per tutto il sito, l’avevi a disposizione fredda, liscia o gassata. Più comodo di così.

Poi sì, c’era la questione code…
Gente in fila ovunque. Anche per il bagno.
Però ho avuto la fortuna di incontrare, durante queste lunghissime attese, persone davvero simpatiche, quindi il tempo scorreva abbastanza velocemente.

File ingresso Expo

Dati alla mano, ho visitato l’Expo 4 volte, una sessantina i padiglioni visti, alcuni bellissimi, altri molto meno.
Il Padiglione Zero è quello che mi ha conquistata maggiormente.
Era il padiglione iniziale, il suo obiettivo era quello di condurti al tema del cibo come energia per la vita, il tema centrale dell’Expo. Ci è riusciuto in pieno. Magnifico, davvero emozionante.

Padiglione Zero

Padiglione Zero, interno

E poi c’era l’Albero della Vita. Immenso. Chissà che fine farà, dopo l’Expo.

albero della vita

La Corea del Nord e la Corea del Sud, unite in un unico padiglione super-tecnologico. Il tema del cibo trasmesso dai robot. Natura e artificio si fondono.

Corea

E poi gli Stati Uniti. Si possono riassumere con Obama che ci dà il benvenuto. Molto più bello esternamente, con i suoi giardini verticali. Per il resto, il nulla.
Al contrario, molto più interessante il Kuwait. Percorso iniziale tra la sabbia, la pioggia come fonte di vita ti dava il saluto iniziale, per poi far spazio all’immenso sole sullo sfondo. Coinvolgente dall’inizio alla fine. Ah, quasi dimenticavo, ho anche potuto assaggiare l’acqua dolce del Kuwait, dal sapore stranissimo!

Kuwait

Un altro paese molto interessante, il Qatar. Il padiglione era una sorta di spirale che il visitatore percorreva dall’alto verso il basso. Al centro, una sorta di albero della vita che grazie a incredibili giochi di luce si illuminava raccontando la sua storia, in una sala totalmente buia.

Qatar

Per visitare la Francia la fila era, stranamente, molto piacevole in quanto diventava una sorta di passaggiata tra orti e giardini. Una volta entrati nel padiglione vero e proprio, uno spazio aperto molto grande e luminoso, la parte più interessante si trovava sul soffitto, una sorta di mercato rovesciato.

francia

Che ingresso, la Polonia!
Fatta totalmente di cassette di legno, questa angusta entrata lasciava poi lo spazio a un grazioso giardino nel piano superiore.

polonia

La mattina ci rechiamo in fretta e furia al padiglione del Giappone. Era un giorno feriale, un banale martedì di fine settembre.

giappone

4 ore e 30? Lasciamo perdere. Decidiamo di dedicarci ai padiglioni vicini, con file più sopportabili. Arriva l’ora di pranzo, la gente si fionda nei punti ristoro, si riposa sui prati e mentre i padiglioni si svuotano, le file nei ristoranti diventano esagerate. Controlliamo il cartello del Giappone e con grande sorpresa leggiamo 1 ora e 50. Riusciamo così a visitare questo benedetto luogo mentre gli altri visitatori si strafogano di cibo, gli stessi che poi faranno ore e ore di fila poco dopo. Ma a pancia piena.
Che dire, del Giappone, ne parlano tutti. Tecnologia in ogni angolo, luci, video, suoni che creavano un atmosfera molto coinvolgente, giochi con la prospettiva che ti lasciavano a bocca aperta, descrizione minuziosa e accattivante del cibo tipico e infine, il famoso ristorante del futuro. Un’immensa sala buia con tavoli e sedie, piatti interattivi e bacchette vere con cui mangiare… le immagini sul piatto, chiaramente. Bellissimo. Una visita durata quasi un’ora.

vinitaly

Purtroppo, non ho sopportato la fila per il padiglione Italia, non finiva mai e soprattutto non c’erano indicazioni sui tempi di attesa. Nel Cardo, zona italiana, ho visitato solo Vinitaly senza, tra l’altro, neppure assaggiare un sorso di vino.

Molti paesi, come quelli più poveri dell’africa nera, per mancanze di risorse hanno utilizzato il loro spazio esclusivamente per vendere i loro oggetti tipici. Altri, come l’Ecuador, finivano per intrattenerti con una lezione di geografia sul Paese, con tanto di video e cartina esplicativa. Il Vietnam, bellissimo dall’esterno, internamente era una piccola delusione, ma è qui che si vendevano i famosi cappelli di paglia che andavano alla grande, non solo dentro l’Expo ma anche fuori.

In conclusione, cos’è che ha attirato milioni di persone a questo evento?
Avevi sicuramente la sensazione di girare il mondo, lì dentro, ma è stato davvero solo questo?

Decumano

Giuseppe Pinelli

Ci sono due targhe in Piazza Fontana, l’una di fianco all’altra, dedicate a Giuseppe Pinelli.

pinelli 3

La prima lapide a sinistra, quella originale, voluta dagli studenti e dai democratici, riporta la versione dell’assassinio, mentre quella a destra, sistemata nel marzo del 2006 dal sindaco Albertini, tralascia la parte accusatoria.

La lapide commemorativa che ricordava il ferroviere “ucciso innocente”, venne sostituita di notte per evitare disordini.  Al suo posto veniva collocata una nuova targa che allontanava l’ipotesi dell’omicidio, con la dicitura  “innocente morto tragicamente”.

Pochi giorni dopo, anche la targa originale venne ricollocata dagli anarchici, e ora in Piazza Fontana sono ben due le lapidi che ricordano il ferroviere Pinelli.

pinelli

pinelli 2

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Un’ungherese a febbraio

Lo dico subito. A me il Carnevale non piace.

– Oh, ma guarda che bello quel carro!- No, non mi piace.
– Eh, ma quel vestito è troppo originale. – No, non mi piace.
– Ah, è proprio simpatico quel clown. – No, non mi piace.

Ebbene, per colpa dell’Ungheria io odio il Carnevale.
Ecco un’altra prova che inchioda l’autrice di questo blog. E’ una pazza.
Lo so che state pensando questo, vi ho capiti miei cari inesistenti lettori, ma vi state sbagliando perchè esiste un legame profondo tra l’Ungheria e il mio Carnevale, e se avrete la pazienza di leggermi, capirete presto.

Erano gli anni della caduta del muro di Berlino, del crollo dell’Unione Sovietica, del faccione di Gorbaciov e di quella strana macchia sulla fronte che ci colpiva molto e attirava la nostra attenzione quando parlava alla tv.
Non so bene se tutto ciò fosse legato o meno, ma in questo periodo iniziò a comparire in qualche negozio di paese un nuovo vestito di Carnevale: l’abito da Ungheresina.
Gonna lunga a fiori fino ai piedi, bordo spesso azzurro, corpetto nero e bretelle in coordinato, camicia bianca con colletto e, per finire, piccolo cappello tondo con  nastri colorati laterali e campanellini.
Tutto intorno a me giocavano pirati, principesse, moschettieri, fatine, dame e poi c’ero io, a tenere alta la bandiera dell’indipendenza ungherese.
– Da che cosa sei mascherata? – Da ungheresina.
– Ah. Cos’è, un cartone animato di Bim Bum Bam?
– No.
– Un personaggio di Poochie?
– No.
– E allora?
– E’ l’abito tipico dell’Ungheria, un paese lontano che si trova nell’Europa orientale.
– Ah.

Ora, che vogliate crederci o meno, la risposta era più o meno questa. Perchè se nessun bimbo chiedeva informazioni sull’abito a un moschettiere, a un Cappuccetto Rosso, o a una fatina, un abito da ungheresina era una fonte di mistero, da cui si svisceravano continui Cos’è, Perchè, Dov’é a cui io dovevo moralmente dare una risposta.
Fu così che iniziai a fare una piccola ricerca sul mio abito e divenni in breve tempo l’unica bambina di 7 anni che non solo sapeva cos’era l’Ungheria, ma ti spiegava persino da che parte del mondo stava.
Non so se capite l’importanza simbolica del mio vestito: io ho contribuito a far conoscere  il lontano Paese dell’Est alla mia generazione, visto che fui praticamente costretta ad indossare l’abito per tutto il corso delle elementari.
I miei genitori, poco avvezzi al Carnevale, ritenevano sbagliato spendere dei soldi per questa festa che sì, era divertente, ma durava bene o male 2 giorni. Molto meglio ritoccarlo, sistemare di qui allargare di là, la gonna lunga fino ai piedi si accorciò fino a metà gamba, con il jeans bene in vista.
Finite le elementari, il vestito ritornò nella sua scatola e io che a febbraio diventavo per qualche giorno l’ambasciatrice dell’Ungheria, decisi che nessun altro vestito avrebbe mai potuto prendere il suo posto.
Il Carnevale da quel momento iniziò ad apparirmi vuoto, senza più significato, aveva perso tutta la sua attrattiva.
Questa freddezza continua ancora oggi, ma durante le sfilate delle maschere, ogni tanto mi vien da pensare se esista ancora una bimba un po’ più curiosa delle altre, che abbia deciso di abbandonare l’abito delle Winx per uno di un paese mai sentito prima.
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La scelta d’un comitato

Hai già assistito tante di quelle volte alla festa di paese, quella più importante dell’anno per intenderci, e mai una volta che ti sia piaciuta davvero. Sei un ascoltatore sensibile, attento alla musica di un certo tipo, tu, pronto a criticare le decisioni del gruppo di volontari a cui spetta l’organizzazione, ma preoccupati solo a fare la scelta più comoda, più sicura, più popolare. Di fronte alla monotonia di questa situazione, inizi a provare un certo disappunto e un pensiero si fa spazio nella tua mente.

Bene, cosa aspetti?
Dai, nessuna vergogna, si è capito cosa hai per la testa. Ci sono tanti, giovani e meno giovani di te, che a un certo punto decidono di  entrare all’interno del sistema per modificarlo, non certo per sposarne i principi, e stavolta sarai uno di loro. Non che t’aspetti qualcosa di particolare da questa avventura in particolare. Sei uno che per principio non s’aspetta più niente di niente: il meglio deve ancora venire? Non proprio, tu sei convinto che il meglio sia evitare il peggio, ma in questo campo così come in pochi altri un po’ di speranza rinasce, e questo delicato piacere riaffiora nella mente. D’altronde quest’avventura può finir bene o male, ma il rischio della delusione non è poi così grave.

Dunque, quest’anno sei entrato anche tu nel comitato dei festeggiamenti di un paesino di 5000 anime, hai fatto bene.
Hai partecipato alle riunioni, hai simpaticamente importunato i tuoi compaesani con le questue, hai aiutato come hai potuto insomma, e ora arriva il momento più importante, quello per cui hai deciso di far parte del sistema, il momento emozionante della scelta. Quale scelta? Ma quella dell’artista che si esibirà nel giorno principale, dovrebbe essere ovvio!

Già alla prima riunione con gli impresari delle varie agenzie, hai individuato il genere di artista che cercavi. Seguendo questa traccia musicale hai scansato il fitto sbarramento degli Artisti Che Non Avranno Nessuna Speranza Di Metter Piede Su Questo Palco, che ti guardavano accigliati dai dvd e dai depliant cercando di intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s’estendono per ettari e ettari i Comici Che Non Hanno Mai fatto Ridere Nessuno, i Comici Le Cui Battute Conosciamo Ormai a Memoria, i Comici Che Sono Già Venuti Una Ventina Di Volte E Per Quest’Anno Possiamo Evitare. E così superi le retrovie, ma ti piomba addosso la cavalleria dei Cantanti Che Se tu Avessi Più Soldi Certamente Li Chiameresti Volentieri Ma Purtroppo Gli Euro Che Hai Sono Quelli Che Sono. Con abilità da felino li scansi dall’altra parte, ma ecco che si presentano di fronte i Cantanti Che nemmeno Paolo Limiti Si Ricorda Più, quelli che Credevi Morti Da Un Pezzo, gli Pseudo Cantanti di Maria De Filippi Che L’Ultima Volta Che Ne Hai Visto Uno Era A Bordo di Un Volo Low Cost A 10 Euro Senza Bagaglio Da Stiva. Sventando questo terribile assalto arrivi di fronte alla trincea nemica, ma ecco che a fare l’ultima disperata resistenza ci sono loro, i temutissimi Tributi:
Tributi Ai Vari Cantanti Deceduti Sì Ma Sempre Presenti Nei Nostri Cuori, Tributo di Antonello Cuomo Venditti Che Con Lui Vai Sul Sicuro, Tributi agli 883 Nelle Varie Fasi Prima Dopo Durante La Cura Dimagrante Del Pezzali, Tributo al Tributo Ufficiale di Celentano Perchè Il Tributo Originale Non Te Lo Puoi Permettere.
Ecco, sei riuscito a ridurre il numero di forze in campo, puoi farcela, puoi arrivare alla meta, ma a sorpresa vieni insidiato dalle imboscate dei Cantanti Regionali Che I Soldi Sarebbe Meglio Lasciarli in Sardegna e dei Cantanti Che Han Sempre Riempito La Piazza E Che Viene Tanta Gente.
Respingi l’attacco frontale, ti muovi con rapide mosse per non essere sotto tiro, ci sei quasi, ma ecco che inciampi contro la Band Regionale Vista Qualche tempo Fa Che sarebbe Ora di Riproporre… Azz.

Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni pensiero che non sia quello del tuo obiettivo. E’ venuto il momento che anche tu dica la tua. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio sentire di nuovo i Tazenda!” Alza la voce se no non ti sentono: “Sono già venuti quattro anni fa!” Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: “Novità, ci serve una novità!”

Niente, il vociare aumenta, non ti ascoltano e il fronte si è spaccato.
Si vota 1-2-3 17 mani al cielo, ci siamo, hai vinto. No, aspetta, qualcuno si arrende all’avversario, c’è uno sbaglio, ma come? Ecco, di nuovo 1-2-3 15 pari non ci credi, non può essere, ci sono traditori tra voi, è così eh? Vorresti lanciare i Tazenda fuori dalla finestra, tra le lame affilate delle persiane, farli volare oltre il campanile, ridurli in atomi, in molecole, frammentarli, disintegrarli in impulsi luminosi, in segnali utili solo a far funzionare il tuo modem wi-fi. E’ proprio ciò che si meritano, nè più, nè meno.
Invece no: ti calmi, cerchi di ragionare. Sappiamo che sei piuttosto impulsivo, ma ormai in mezzo a queste discussioni hai imparato a controllarti.
Si riprende la votazione, la terza, l’ultima decisiva. Si spera.

Ora sei di fronte al palco.
E’ il 12 ottobre, la festa sembra essere un gran successo, c’è tanta gente, e molti giovani, e tu non riesci a levarti dalla faccia quel sorriso così compiaciuto. Brava, ce l’hai fatta.
Simone Cristicchi si avvicina, ti ringrazia, e incuriosito chiede: “Contro chi ho vinto la sfida, stavolta?”.

Comitato Villaputzu 2014, io c’ero.

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23 luglio 1994

Il mio amato cagnolino, oggi avrebbe compiuto 20 anni.

Chicco...Adoro questa foto che lo rappresenta nel modo a lui più congeniale, pronto ad abbaiare per qualcosa che, evidentemente, non gli andava bene, ed erano tante.

Ha sempre ambito al ruolo di padrone di casa, in costante competizione con mia madre che fu costretta a cedergli lo scettro diverse volte. Gli era stato proibito di salire sul divano nuovo e apparentemente sembrava aver accettato questa regola. Peccato che solo dopo diverso tempo, insospettiti, scoprimmo che non aspettava altro di vederci uscire fuori di casa per salirci sù… Fu necessaria un’azione a sorpresa per coglierlo sul fatto: dopo aver chiuso il portoncino a chiave (riconosceva bene il rumore della serratura), nel silenzio più assoluto rientrammo in casa e lui era lì, addormentato tra i cuscini ben sistemati, e sapendo di essere stato scoperto non ci fece le solite feste ma rimase imbronciato per diverso tempo… lui, il colpevole! Ci aveva fregati, di nuovo.

O come quando iniziò a giocare con il suo sonaglio preferito alle 4 di notte, svegliando tutti e facendo infuriare mia mamma che, per punizione, gli ritirò il giochino per una settimana intera.

Potrei raccontare decine e decine di altri episodi, uno più divertente dell’altro, ma oggi preferisco tenerli per me, in quell’immagine di famiglia imperfetta che per sedici anni ha avuto l’onore di ospitare un piccolo re. Vi pare poco?

Ciao Murphy!

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Acchiappiamo uno sceicco

Cellino vuole il Leeds, e si è stufato del giocattolino sardo, questo si è capito.

Cellino ha deciso di vendere? Questo non si capisce.

Ma ancor di più, non si capisce chi stia scarabocchiando questa storia fantasiosa sulla squadra, importunata ora da cinesi, americani e sceicchi in ordine cronologico sparso. La questione più seriosa è stata, da una parte, il continuo rincorrersi di date, e dall’altra, la pseudo sicurezza della stampa di un nuovo proprietario arabo, lo sceicco qatariota che prima ha acquistato la Costa Smeralda, e ora sarebbe intenzionato ad accaparrarsi il Cagliari.
La cosa è fatta, Cellino aspetterebbe il 14 febbraio per ufficializzare… ma il giorno di S. Valentino arriva e passa, e non succede nulla.
E’ solo questione di ore, continuano a dire, appena si saprà il vincitore delle regionali avrete in nome del compratore. Va bene che lo spoglio è stato di una lentezza indicibile, ma non è durato settimane, e ancora silenzio assoluto. Nel frattempo un noto giornale di finanza afferma che gli sceicchi non sono assolutamente intenzionati ad acquisire una squadra di calcio italiana e tantomeno sarda. Apriti cielo: tifosi che, inferociti, commentano la falsa notizia e si dicono sicuri di un contratto già depositato e firmato da un celebre notaio cagliaritano.

Ma non è finita qui. Su alcuni blog compare una vignetta ironica in cui Ibrahimovic racconta che il suo sogno è sempre stato quello di giocare al Cagliari, e nel frattempo certa stampa ipotizza il prossimo ricco mercato della squadra isolana. Diversi giornali parigini, traendo spunto dal chiacchiericcio italiano, danno spazio alle loro preoccupazioni sull’eventuale passaggio del loro Ibra al Cagliari e la situazione diventa sempre più grottesca.

Fatto sta che, a oggi, dei qatarioti non c’è neppure l’ombra, dei cinesi nemmeno e degli americani, chi lo sà.

E noi stiamo lì lì per retrocedere. Alla faccia dello sceicco, incurante del nostro destino.

Il tifoso sconfitto

calcio...

Oggi, in una classica domenica di campionato, ho maturato un pensiero profondo che merita di essere condiviso.

Lo scrivo ora, dopo l’ennesima sconfitta immeritata: è troppo facile fare il tifo per le grandi squadre, potersi rallegrare, cioè, all’occorrenza, per uno scudetto, per una qualsiasi coppa, per un’ottima posizione in classifica.
Tifare per la Juve, per l’Inter, per il Milan significa provare euforia, felicità, qualche volta un po’ di rabbia quando si interrompe il record di vittorie consecutive. Poi, se dovesse andar male una stagione, andrà sicuramente meglio la prossima, se non c’è la Champions, c’è la Uefa. Insomma, si può scegliere per cosa gioire, un motivo ci sarà sempre.

Per me… tutto è diverso. Io seguo il Cagliari. Afferrate il concetto?
Qualcuno di voi vorrà ben compiangermi (è così facile), immaginando le sofferenze di una disgraziata che puntualmente vede la sconfitta materializzarsi all’ultimo minuto con la fortunata di turno e con la classifica che … sì, niente, insomma: non si smuove neppure a pagarla; e vorrà pure indignarsi pensando alle ingiustizie del calcio, ai torti arbitrali nei confronti delle piccole, alla svendita dei calciatori migliori, che tanto male possono causare a una povera tifosa di basso rango. Ebbene, accomodatevi, c’è posto per tutti. Ma badate bene, non si tratta propriamente di autocommiserazione.
E allora?

Voglio semplicemente soffermarmi sulla figura del sostenitore.
In questa vita costellata da ripetitive sconfitte calcistiche, ho scoperto che ci sono tifosi e tifosi: quelli che soffrono (sempre) e quelli che gioiscono (spesso).
In questa moltitudine di emozioni è possibile trovare i veri appassionati. Saranno mica quelli che conoscono solo l’ebbrezza della vittoria? Assolutamente no. L’idea che mi sono fatta è che i veri amanti del calcio andrebbero ricercati nella prima categoria, che chiameremo degli sconfitti, perchè loro nel seguire la propria squadra ricevono ben poco in cambio e sicuramente non vengono ricompensati con continue vittorie e coppe.

Siamo noi che conosciamo benissimo il sapore amaro della sconfitta, con quel triplice fischio che è quasi sempre una condanna. Non alziamo nessuna coppa al cielo, a parte quella del gelato, e a fine stagione festeggiamo solo per esserci ancora, soddisfatti per aver allontanato anche stavolta lo spettro della B.
E come siamo lunsigati dei complimenti sulla Gazzetta quando riusciamo a fermare una Grande, con tanto di salvataggio ossessivo degli articoli sul Pc!

Ecco, le nostre emozioni sono così diverse da chi twitta con Buffon o con Totti, perchè noi twittiamo con Cossu o con Brighenti, che al massimo escono con le cugine della velina. E non gliene importa a nessuno.
E se Radja comunica di essere passato alla Roma, i tifosi gli augurano il meglio, sperando che fra una quindicina d’anni possa venire a chiudere la carriera proprio qui. Mica siamo così stolti da pensare di ricomprarlo più in là per rafforzare la squadra… no, no, vai, diventa un campione goditi il successo e poi, se non hai altro da fare, ricordati di noi. E quanta emozione nel vedere che lo stesso Radja mentre si appresta ad affrontare le partite che contano, indossa un calzino con il simbolo della vecchia squadra. Brividi e relativi ringraziamenti per questo gesto così intimo e profondo. Portaci con te Radja, non nel cuore, sarebbe troppo, in un piede ci va bene comunque.

Eh sì, ci facciamo tenerezza da soli, noi grandi tifosi di una piccola squadra, che per vedere un replay della partita alla Domenica Sportiva dobbiamo aspettare le 2 di notte. Per sentire che poi, la nostra vittoria era dovuta a un calo fisico degli avversari, a poca concentrazione, a un modulo sbagliato: insomma, non siamo noi a vincere, sono gli altri a perdere.
Ma noi siamo pochini, contiamo poco,
non come l’Inter o la Roma che sono squadroni con tifosi sparsi per l’Italia, loro!

Ed è verissima questa cosa, gli appassionati di Juve e Inter sono in ogni angolo. E che rabbia sentire i tuoi concittadini “Ah, ma io tifo Juve”, quando Torino non sanno neppure dov’è: e li vedi festeggiare di fronte alla tv quando lo squadrone vince e con che orgoglio fanno sventolare la bandiera bianconera sul balcone, in uno sperduto paese della Sardegna… Felicità a me sconosciute, queste! Eh già, tu sei un grande, caro mio, tu che vai a cercare la facile vittoria e puoi vantarti con gli amici “Vi abbiamo schiacciato anche stavolta”, ma che senso ha?

Forse non c’è proprio nessun senso nel mondo del calcio, dove le piccole giocano per stare in basso e le grandi sono sempre lassù, dove i vincitori sono sempre gli stessi e gli altri stanno lì a guardare. Dove ciò che conta sono i soldi, i grandi nomi, i titoli e le vittorie. Ma ogni volta che la partita sta per iniziare, pensi che davvero i giocatori sono 11 per parte, che realmente il pallone è rotondo, che forse oggi è la volta buona per fare qualche punticino e chissà che non si riesca a fare un passo avanti in classifica. E ci ricadi di nuovo, accendi la radio e senti il benvenuto del cronista: cori in sottofondo, fischio dell’arbitro e si riparte. Rete!

Non era la nostra, chiaramente. Abbiamo perso anche stavolta, siamo abituati è vero, però…
Che faccio, cambio??

Non ci penso proprio.

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