Frammenti di dissenso -parte 2-

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[Parte 1]

Terminiamo il nostro excursus sul dissenso, prendendo in esame il periodo dal 1936 al 1941. In questa fase evidenziamo, tra tutte, tre importanti tappe storiche, eventi che hanno finito con l’avere ripercussioni profonde nell’animo della popolazione:

  • Luglio 1936 inizio della Guerra civile spagnola;
  • 1° settembre 1939 scoppio della Seconda guerra mondiale;
  • 10 giugno 1940 entrata in guerra dell’Italia.

La Guerra di Spagna fu qualcosa di più di una guerra civile, fu un evento bellico che si caricò di un forte significato ideologico, fu il primo scontro tra democrazia e fascismo.
Per questo motivo la guerra spagnola ebbe ampia risonanza anche in Sardegna, e forte fu l’attenzione dei Prefetti e dei questori nel segnalare ogni reazione della popolazione:

14 settembre 1936, il giornale “Arbeiter Zeitung” di Basilea scrive che un gruppo di operai cagliaritani ha inviato 200 franchi al “Grido del popolo” di Parigi a favore di combattenti italiani antifascisti nella guerra di Spagna.
24 aprile 1937. Fermato e denunciato un cagliaritano per avere propalato notizie tendenziose sulla guerra di Spagna.
9 maggio 1937. Relazione del Questore di Sassari: “Gli avvenimenti spagnoli hanno interessato e interessano anncora vivamente queste popolazioni perchè non pochi volontari Sardi – ufficiali e soldati – militano tra le truppe di Franco mentre poche eccezioni, che qui non hanno seguito, sono andate tra le file dei rossi”.
Maggio 1937. Arrestato a Mores un cittadino “socialista”, per aver “manifestato simpatia per i miliziani spagnuoli esprimendo il desiderio di combattere contro i nazionalisti”. Assegnato al confino per 5 anni.

Sempre presente l’esempio di Emilio Lussu:

Luglio 1936, in possesso di un bracciante desulese vengono rinvenuti, a Bonorva, cinque foglietti manoscritti con frasi contro il fascismo e a favore di Lussu. Il materiale è stato distribuito da un pastore ex-confinato, anche lui di Desulo, cui viene trovata anche una cartolina inviatagli da Lipari dallo stesso Lussu, quando vi era confinato. Proposto per una nuova assegnazione al confino.
9 aprile 1937. Nella lunga relazione presentata dal Questore di Cagliari si segnala l’individuazione, a Serramanna, sul muro della casa del fascio e nella stazione, le scritte “Viva Lussu – Viva la libertà – Viva Lenin”: seguirà spedizione punitiva di fascisti cagliaritani che obbligano “- d’accordo con quel Segretario politico e il Podestà – 4 individui ritenuti antifascisti a bere l’olio di ricino”; a Cagliari alcuni fascisti hanno accompagnato al Gruppo “Fois” 7 persone ritenute antifasciste “obbligandole a bere dell’olio di ricino”.
11 marzo 1937. Il giudice conciliatore di Genoni esalta Emilio Lussu “sino a dire che avrebbe piuttosto rinunziato alla tessera del Fascio che alla sua ammirazione per Lussu”. Assegnato al confino per 3 anni.
1 marzo 1939. Arresto del pittore Carmelo Floris, di Olzai, e del muratore Giovanni Gadoni “per avere accettato l’incarico da Emilio Lussu di riorganizzare” il Psd’A in Sardegna. Antonio Dore, comunista, già confinato, è arrestato e denunciato per lo stesso motivo a Firenze il 7 marzo.

Con l’autarchia economica e con lo spettro di una guerra imminente, il dissenso si fece sempre più forte:

30 giugno 1936, manifestini di carta rossa affissi in piazza Municipio ad Iglesias. Ne viene denunciato come autore un minatore di 24 anni, che viene proposto al confino.
5 luglio 1936, “Manifestazione sediziosa, con affissione di manifestini sovversivi incintanti all’odio di classe e al dispregio del Fascismo”, nella miniera di Bacu Abis. Sei operai sono stati assegnati al confino di polizia”.
31 gennaio 1937. Fischietta, a Cagliari, l’Internazionale e la Marsigliese. Diffidato.
8 marzo 1937, un minatore di Bacu Abis pronuncia frasi offensive contro il regime. Assegnato al confino per 3 anni.
18 marzo 1937. Durante la notte qualcuno traccia scritte sovversive e falce e martello sulla parete della casa del fascio di Serramanna e nella ritirata del locale scalo ferroviario. I fascisti obbligano a bere l’olio di ricino l’ex-comunista Bonaventura Pinna, ritenuto “se non l’autore, almeno l’ispiratore” delle scritte. Deferito alla commissione provinciale per il confino, ammonito.
25 aprile 1937. L’on. Angelo Corsi viene ferito ad Iglesias da un fascista, perchè, secondo quello – dice il Questore – “per non salutare il gagliardetto del Fascio aveva svoltato le spalle”.
1 maggio 1937. Durante la notte viene issata una bandiera rossa sul Monte Mannu, che sovrasta l’abitato di Guspini. Arrestate 30 persone, di cui 3 vengono diffidate.
25 maggio 1938. Durante la notte, in vari punti di Cagliari, vengono affissi manifestini a stampa contro il Fuhrer, contro Mussolini, l’occupazione dell’Austria e l’intervento italiano in Spagna.
Ottobre – Novembre 1938. A Nuoro e Bari Sardo, in diverse occasioni, la parola “Mussolini” o l’effigie del Duce vengono imbrattate con sterco di bue. Quattro diffidati a Bari Sardo.

Anche l’abbigliamento poteva diventare un problema:

22-23 marzo 1937. Vari fascisti avvicinano, a Cagliari, persone che indossano cravatte nere o rosse o a fondo rosso “e persino – dice il Questore – bambine vestite di rosso, ordinando loro di togliersi tali indumenti”.
6 giugno 1937. Due minatori di Monteponi, in gita dopolavoristica a Oristano, vengono fermati (e poi rilasciati) perchè portano cravatte rosse.

Non sempre era il colpevole a essere punito:

4 luglio 1937. Iglesias: alcuni fascisti si scontrano con un gruppo di persone che, fuori dall’abitato, cantano una canzone sovversiva. Un fascista spara tre solpi di rivoltella. Otto fermati: tre (uno dei quali è il ferito) assegnati al confino, cinque diffidati (ma non lo sparatore).

Con il decreto regio del 1938, il fascismo pose delle limitazioni all’ascolto delle radio estere finchè, con lo scoppio della guerra, ascoltare Radio Londra divenne illegale:

4 settembre 1937. A Guspini, nella casa dell’autista Eugenio Massa (fascista dal 1923) si riuniscono il dottor Luigi Murgia, 61 anni, l’avv. Riccardo Lisci, 60 anni, e Ettore Manis, per ascoltare “alla radio comunista di Barcellona un messaggio del fuoriuscito Velio Spano che combatte coi rossi in Spagna”. Denunciati e assegnati al confino: Massa per 3 anni, gli altri per 1 anno ciascuno.
24 ottobre 1938. Cinque persone arrestate a Cagliari per aver ascoltato la radio della Spagna rossa. Il padrone di casa è assegnato al confino per due anni, gli altri per uno.
30 agosto 1939. L’OVRA segnala che a Cagliari, in un bar, si ascoltano le stazioni radio estere “antitaliane”. Ritirata la licenza per un mese.
25 novembre 1940. A Cagliari agenti dell’OVRA sentono distintamente, dalle finestre di un appartamento a pianterreno di via San Benedetto, le trasmissioni di Radio Londra. Il padrone di casa, un industriale, conferma che il figlio diciassettenne riceve spesso la trasmissione “perchè ne ha parlato in casa”. Diffidati entrambi.
9 dicembre 1940. Arrestato a Bacu Abis un operaio che “organizza la ricezione clandestina di trasmissioni di stazioni estere.” Sequestrata la radio.
Maggio 1941. Sequestrati nella provincia otto apparecchi radio di proprietà di altrettanti cittadini sorpresi ad ascoltare le trasmissioni di Radio Londra.

Sarà stato davvero uno scherzo o un tentativo di discolpa? Poco importava, il risultato era lo stesso:

23 gennaio 1937. A Ilbono un contadino analfabeta, non avendo potuto ottenere di recarsi come operaio in A.O.I. (Africa Orientale Italiana, n.d.r.), si fa scrivere da un compaesano, camicia nera della Coorte di Isili, una lettera diretta al “capo del governo rosso in Ispagna, Caballero” per farsi arruolare nelle truppe repubblicane (!). La lettera è intercettata dalla censura: sebbene sia chiaro che si tratta d’uno scherzo, i due sono assegnati al confino per 3 anni.

Noto avvenimento antifascista, già ricordato nell’articolo “I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola”:

17 marzo 1937. A Nuoro l’insegnante elementare Mariangela Maccioni, nota antifascista, e la signora Graziella Sechi, moglie dell’ing. Dino Giacobbe, sono arrestate “per avere esaltato la figura dell’anarchico Dettori Giovanni, morto combattendo fra i rossi in Ispagna”. Rilasciate il 13 maggio, la signora Giacobbe viene diffidata, Mariangela Maccioni viene, il 27 maggio, “presentata alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia” che la diffida. Successivamente, la Maccioni sarà espulsa dai ruoli scolastici.

Il controllo sistematico della comunicazione portò a intercettare molte lettere che esprimevano il malcontento e il dissenso nell’Italia fascista:

8 maggio 1937. La censura segnala una lettera, spedita da Bosa da una suora, che racconta al suo corrispondente in Francia che “a Bosa hanno bruciato le fotografie del Re, della Regina e di Mussolini e vi è stata una vera rivoluzione e a Cagliari hanno issato un drappo rosso sui bastoni della città e alla testa di un corteo”.
Febbraio 1940. Una lettera inviata a Lussu da Bitti viene intercettata dalla censura. Una lunga indagine scoprirà che si tratta di un tentativo di coinvolgere nell’accusa di complotto antifascista le persone più influenti del paese.

Molti sono gli antifascisti sardi che decidevano di emigrare a Parigi o partire per la guerra spagnola. La Corsica era il passaggio obbligato per i sardi che lasciavano l’isola:

12 luglio 1938. Due pescatori di Marceddì emigrano clandestinamente in Corsica per arruolarsi nelle milizie rosse. Un loro compagno, che li ha convinti, viene arrestato insieme con uno dei due, ritornato dalla Corsica.
28 gennaio 1938. Relazione del Questore di Sassari: gli espatri clandestini verso la Corsica, tentati o mandati ed effetto dal settembre del 1937, sono 20.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale aumentava la preoccupazione della popolazione…

12 ottobre 1939. Un sacerdote di Monserrato “conduce propaganda contro la guerra con velate critiche all’operato del regime, ha cominciato a tenere discorsi con amici e conoscenti esaltando la Francia, sparlando del regime e criticando anche le provvidenze economiche adottate dal governo”. E’ pedinato dall’OVRA fin dall’aprile.
7 ottobre 1939. Relazione del Questore di Sassari: lo stato d’animo della popolazione ha subito, nell’ultima decade di agosto, “una sensibile depressione”, riavendosi però alla dichiarazione italiana di non belligeranza.
20 novembre 1939. Arrestata a Sassari una cuoca che ha più volte pronunciato frasi offensive contro il capo del Governo. Ammonita.
1 maggio 1939. Relazione del Questore di Nuoro: “La notizia dell’azione militare in Albania, assolutamente inattesa, ha suscitato evidenti ondate di giubilo. L’orientamento della politica nazionale diretto a definire la supremazia dell’Italia nel Mediterraneo non ha qui oppositori”.
23 aprile 1939. Fermato a Seui un sardo che afferma, in un locale pubblico, che “l’Italia non può sostenere la guerra per deficienza di mezzi” e che “l’impero” francese sulla Tunisia è “legittimo”. Diffidato.
28 maggio 1940. Il viceparroco di Oschiri don Francesco Giua pronuncia frasi contro la guerra. Denunciato, assegnato al confino.
9 marzo 1941. Scritte antifasciste sui muri a Bonarcado: “W l’Inghilterra e fuori l’Italia. Stiamo morendo di fame”.
27 dicembre 1941. Relazione del Questore di Sassari: ” I recenti avvenimenti internazionali d’importanza storica, tra cui la estensione della guerra agli S.U.A. non hanno influito gran che sullo spirito della popolazione che ne segue gli sviluppi con calma sempre fiduciosa nella vittoria finale. Una certa apprensione ha ingenerato invece la perdita dell’Abissinia e l’attuale andamento della battaglia della Marmarica”.

… e iniziavano le prime privazioni (non solo alimentari):

6 ottobre 1939. Relazione del Questore di Nuoro: “Soddisfacente preparazione spirituale delle masse”, che “continuano a dare prova di assoluta fiducia nel Duce, rivelando encomiabile serenità nel seguire le vicende internazionali”. La situazione economica è stazionaria. “L’eliminazione del caffè dal generale consumo è stata avvertita, ma non ha causato alcun malcontento”.
29 luglio 1940. Relazione del Questore di Cagliari: raccolto del grano scarso; abbondante invece la produzione frutticola; attivissima l’attività estrattiva. “I diminuiti rifornimenti dal Continente hanno ineluttabilmente fatto alzare i prezzi”. “Notevolissimo aumento del costo della vita, acuito anche, talora, dalla mancanza di generi di prima necessità quale il sapone. Quando questo genere non arriva dal Continente, data la scarsezza delle assegnazioni, si tende ora a fabbricarlo in famiglia, adoperando l’olio di ulivo, e da ciò la rarefazione anche di tale prodotto. […] Notevole impressione ha prodotto il razionamento del pane nei pubblici esercizi, che fa temere il razionamento generale”. “Il clero locale non è soverchiamente incline alla politica. Qualche apprezzamento, in prediche, contrario alla Germania, effetto della propaganda dell’Osservatore romano è stato stroncato”.
24 dicembre 1940. Relazione del Questore di Nuoro: la riduzione alle assegnazioni di grano duro impedisce la fabbricazione della “carta da musica”, “vi è stata al riguardo qualche sporadica e sintomatica manifestazione”. “Una delle cause di grave disagio è la mancanza assoluto di commercio della suola. Inoltre i contadini e i pastori che in passato usavano per le riparazioni delle calzature la cosidetta suola di gomma, che ora non esiste, vanno già per la maggior parte, adulti e bambini, completamente scalzi, con conseguenze che indubbiamente si ripercuoteranno nella salute delle popolazioni”.

Anche l’antifascismo, durante la guerra, si rafforzò ulteriormente:

24 giugno 1941. Sì è avuto sentore – dice il Questore di Cagliari – di un tentativo di costituzione di un nucleo antifascista nell’Università. Si dovrebbe chiamare MURA (Movimento Universitario Rivoluzionario Antifascista). Pare che l’iniziativa sia partita dall’Università di Sassari.
25 settembre 1941. Rapporto del Questore di Cagliari. “Fra i sardisti – affetti tutti da pessimismo circa i risultati finali della guerra – pare siano sorte speranze di vedere attuate le loro ideologie. Da ciò forse derivano le voci, ogni tanto ricorrenti, di uno “sbarco” del noto Lussu Emilio in Sardegna. Ma codesto movimento, peraltro molto modesto, non credo debba destare impressioni. I Sardi, in fondo, sono tutti sardisti, nel senso che sentono, nell’intimo, assai forte l’orgoglio della propria terra e della propria razza. Ma sono egualmente buoni patrioti e posso aggiungere – dice il Questore – che, per quanto riguarda il carattere del cagliaritano, v’è gran passo fra sentimento e azione”.
29 ottobre 1941. A Cagliari l’OVRA procede all’arresto di “un gruppetto di antifascisti che avevano ripreso contatti a scopo politico”. Due assegnati al confino, quattro ammoniti, uno diffidato”.

Particolare la forma di protesta dell’avv. Mura:

31 gennaio 1941. A Sassari l’avvocato Giovanni Antioco Mura è ripreso da un cancelliere del Tribunale perchè insiste a incollare le marche da bollo (con l’effige del re) a testa in giù. L’avvocato Stefano Saba ribatte al cancelliere: “Non ti conviene, le cose possono cambiare, domani ci sarà un altro partito e comanderà lui”. I due avvocati sono proposti per la diffida.

La censura colpiva anche la stampa cattolica:

A gennaio e febbraio 1941 continui sono i sequestri del settimanale cattolico “Libertà” per articoli ritenuti incompatibili con lo spirito della Nazione in guerra.

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Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei Questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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Frammenti di dissenso -parte 1-

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Durante il Ventennio, il dissenso antifascista si diffuse nei modi più vari:

  • C’è chi rimase in silenzio, temendo le reazioni del regime, esprimendo il suo non conformismo solo nell’ambito privato;
  • Chi manifestò il suo rifiuto con piccole infrazioni che si fecero col tempo sempre più numerose;
  • C’era, poi, chi protestava apertamente contro il regime o contro una qualche singola misura;
  • Infine, c’era l’individuo che nutriva un rifiuto totale per il fascismo, colui che aveva come obiettivo finale la sua caduta e che agì per arrivare a raggiungere questo fine. Questi individui avrebbero dato vita alla Resistenza italiana.

I ricordi della vecchia generazione continuano a testimoniare le numerose manifestazioni di malcontento, le azioni, i comportamenti non conformi al fascismo; anche i servizi di informazione dei partiti costretti alla clandestinità o all’esilio misero in luce molti fenomeni di dissenso. La comunità fascista unita e armonica che avrebbe voluto Mussolini non si realizzò mai.

I prefetti e i questori delle province sarde erano obbligati a comunicare ogni manifestazione di dissenso registrata tra la popolazione, inviando relazioni, prima semestrali e poi trimestrali, al Ministero dell’Interno.
Questi resoconti sulla situazione e sullo stato d’animo dei sardi riferiscono di una profonda insoddisfazione della popolazione riguardante soprattutto le difficoltà economiche, la disoccupazione, l’aumento delle tasse e dei prezzi, le ingerenze del regime nella sfera della vita privata. Non mancano neppure le annotazioni riguardanti le proteste nei confronti del Duce, l’individuazione della stampa clandestina e il nascere dei primi gruppi antifascisti.

Qui di seguito, una piccolissima selezione¹ di episodi che ben esprimono il malessere della società sarda tra il 19271935.

Il 2 ottobre 1927, i carabinieri di Buddusò sequestrano 3 opuscoli di carattere sovversivo intestati “Sindacato muratori e manovali di Lione e dintorni”, editi a Lione e scritti in italiano. Risultano spediti da un cittadino del luogo, emigrato nel 1924, che chiede “di consegnare gli opuscoli stessi ai piccoli figli”, aggiungendo che, come padre, ha il diritto di educare i propri figli a modo suo.

Numerose le segnalazioni che indicano come Emilio Lussu, dopo il confino e la fuga a Parigi, continuasse ad essere un personaggio di primo piano nell’Antifascismo isolano.

11 settembre 1928, il Prefetto di Cagliari segnala che: “Da qualche sardista del gruppo Lussu, si tentò nell’agosto di tenere vivo il ricordo del capo, con distribuzione di poche fotografie dello stesso, ma per l’azione tempestiva spiegata vennero sequestrate sette copie della fotografia nonchè la negativa. Detto gruppo va sempre più perdendo terreno e i pochi adepti sono costantemente sorvegliati. Uguale sorveglianza viene anche attuata sugli elementi sovversivi in genere, specie sui pochi comunisti”.

Attività antifasciste:

10 maggio 1928, viene segnalato che alcuni antifascisti si riuniscono  “specie in casa dell’ex deputato oppositore avv. Mastinu”. Vengono diffidati.
11 dicembre 1928, scoperto alla frontiera un pacco di giornali diretto al comunista di Serramanna Bonaventura Pinna. Ammonito.
14 luglio 1929, a Iglesias, su una “chiesa isolata” (Buoncammino) drappi rossi e “una scritta oltraggiosa pel Duce”. Ammoniti i fratelli Guglielmo e Vittorio Lebiu di Gonnesa, minatori, “capeggiatori del disciolto partito comunista, che con la condotta avevano dato adito a qualche sospetto”.

Il Prefetto di Cagliari cerca di minimizzare i voti contrari ottenuti dal regime:

Il 24 aprile 1929, il Prefetto di Cagliari nella sua relazione periodica comunica che “Nelle elezioni plebiscitarie si sono avuti in tutta la Provincia soltanto 943 voti contrari al Regime, ma una buona parte di essi provengono da errore commesso dagli elettori e non da opposizione al Governo Nazionale”.

Segnalati anche 2 fascisti (!), probabilmente indicati come tali perchè iscritti al partito:

2 settembre 1929, in un sugherificio di Sorgono tre operai (di cui due fascisti) cantano Bandiera Rossa, e uno rivolge frasi ingiuriose all’indirizzo del Capo del Governo. Arrestati e denunciati al Tribunale Speciale.
18 settembre 1929, scritte sovversive tracciate col carbone vengono rinvenute sulla strada Nurallao-Laconi.

Da considerare, come si noterà anche più avanti, che le donne sarde furono in prima linea nelle proteste contro gli amministratori locali.

Settembre 1929. A Lula manifestazioni di “donnicciole” contro il podestà e il segretario comunale.

Diffusione stampa clandestina e condanne del Tribunale Speciale:

5 luglio 1930 Relazione del prefetto: “A Domusnovas sono stati abbandonati per le strade dei foglietti staccati di antichi libri sovversivi, riproducenti fotografie di personalità politiche sovversive dei tempi andati, che portavano nel retro la scritta “Viva il socialismo – Abbasso i preti”. Si tratterebbe di una protesta contro i continui licenziamenti di minatori.
26 novembre 1930. Arrestato a Cagliari l’avv. Cesare Pintus, accusato di essere uno dei dirigenti di “Giustizia e Libertà” in Sardegna. Altri arrestati saranno prosciolti in istruttoria: Pintus sarà condannato dal Tribunale speciale, con F. Fancello, a 15 anni di carcere.

La legge commina l’arresto anche per inni sovversivi:

9 novembre 1930 Arrestato a Bortigiadas un cittadino che canta “in una pubblica via” degli inni sovversivi.

Molte comunicazioni dei prefetti riguardano la crisi economica in atto nell’isola:

Luglio 1930 relazione del Prefetto di Nuoro: “le popolazioni soffrono parecchio per la crisi economica derivante specialmente dalla diminuzione del prezzo del latte, del formaggio, del vino e dell’olio che costituiscono la principale risorsa di questa zone centrale”.
6 aprile 1933 Relazione del Prefetto: Lo spirito pubblico è sempre depresso per le stesse cause accennate, e cioè aggravi fiscali, esagerati prezzi di vendita al minuto, disoccupazione in genere, e specialmente minerario, che tende ad aumentare”.

Anche i parroci si ribellano:

3 luglio 1931 relazione Prefetto di Cagliari: nel trimestre aprile-giugno si sono registrate scritte “contro il Duce e il Fascismo e la deturpazione del labaro del fascio di Usellus” e in occasione dello scioglimento dei circoli di Azione Cattolica, l’ordine pubblico è turbato a Iglesias e Villamassargia; il parroco di Goni è stato diffidato perchè in occasione dello stesso avvenimento, ha inviato al comando stazione dei CC del paese una lettera irriguardosa.

Proteste e scioperi (vietati per legge) per l’abbassamento dei salari nell’attività estrattiva:

2 giugno 1931, sei operai della miniera di Montevecchio invitano “la massa operaia” a scioperare per protesta contro la riduzione dell’8% sui salari. Denunciati.
7-8 luglio 1931, 58 operai della miniera di Ingurtosu (Arbus) non si presentano al lavoro, dopo l’annuncio che dal 1° i salari saranno decurtati del 14 per cento. Vengono tutti denunciati per contravvenzione alla legge 3 aprile 1926 n. 563, sui rapporti collettivi di lavoro e sei di loro come promotori dello sciopero.

Opposizione giovanile?

6 dicembre 1931, a Siligo un corteo di una ventina fra balilla e avanguardisti è impedito nella sua marcia da sette ragazzi, “per pura spavalderia, puerile inconsideratezza”. Il corteo torna in sede perchè i balilla non vogliono compromettersi. Nel fatto è da escludere il movente politico – dice il Prefetto -, ma i ragazzi vengono denunciati all’autorità giudiziaria.

Donne in prima linea anche a Jerzu, Seui, Ollolai e Portoscuso.

9 – 10 dicembre 1931 A Jerzu dimostrazione di circa 200 persone (“esclusivamente donne il primo giorno”) contro l’applicazione della tassa consiliare.
10/18 giugno 1932, manifestazioni di donne contro le tasse a Seui e Ollolai.
9 aprile 1934. Relazione del Prefetto di Cagliari: “In qualche Comune per lo stato di disagio si è verificata qualche piccola dimostrazione. A Portoscuso per il poco tatto usato dal Messo Esattoriale nell’effettuare i pignoramenti e ritirare gli effetti pignorati, si è avuta una dimostrazione di donne le quali sono riuscite a impossessarsi degli oggetti pignorati depositati in una stanza del Municipio riportandoli nelle rispettive abitazioni.

Dal continente arriva in Sardegna nuova propaganda antifascista:

9 gennaio 1932, a Cagliari uno studente, “più per leggerezza che per malanimo” dà da leggere ad amici i manifestini gettati su Roma dall’aeroplano pilotato da Lauro De Bosis.
A Monserrato un operaio ha strappato in una sala da parrucchiere una foto di Mussolini: arrestato e deferito al Tribunale Speciale.
22 gennaio 1932 opuscoli di propaganda comunista vengono distribuiti ai minatori di Iglesias ed Arbus e fra i lavoratori delle bonifiche di Mussolinia. Essi sarebbero stati introdotti in Italia, in una valigia a doppio fondo, dal comunista Giuseppe Saba, rientrato dalla Francia nel dicembre precedente. A conclusione delle indagini, 18 persone verranno denunciate al Tribunale Speciale. Di essi 13 verranno assolti in istruttoria nel luglio per insufficienza di prove e 5 condannati per “propaganda comunista” a pene varie: saranno poi liberati in seguito all’amnistia “del decennale” (novembre 1932).
Febbraio 1932 a Guspini vengono arrestati un contadino e un minatore sospettati di custodire la bandiera rossa nelle disciolte sezioni socialiste. Saranno prosciolti.
6 aprile 1932. Nel trimestre gennaio – marzo, intensificazione della propaganda sovversiva e antifascista da parte di fuoriusciti sardi residenti in Francia e in Tunisia. Molti opuscoli vengono sequestrati dalla censura, altri consegnati spontaneamente dai destinatari.
A Iglesias e Guspini vengono affissi manifesti antifascisti incitanti alla ribellione e inneggianti al Psd’A e a Monserrato vengono sfregiate tre effigi di Mussolini apposte sui muri di alcune case della via principale del centro.

Malessere ben evidente in numerose cittadine:

6 aprile 1932, a Carloforte, Silius, Guspini, Villaputzu, Santadi, Mandas, Sestu, Sanluri e Villasor “pacifiche manifestazioni” per la disoccupazione e una contro le tasse.
12 aprile 1932, a Villacidro circa 200 proprietari restituiscono in Municipio gli avvisi dell’imposta di famiglia. Otto arrestati.

Si fanno sempre più numerose le segnalazioni di cittadini non allineati:

14 marzo 1932. Il farmacista di Aritzo e un commerciante vengono denunciati per detenzione e diffusione di opuscoli sovversivi provenienti dall’estero (è l’opuscolo La rivoluzione antifascista di E. Lussu).
21 giugno 1932, viene arrestata una donna di Sindia, Francesca Palia, per aver cantato: “Chi se ne frega della galera, camicia nerà brucerà”.
6 luglio 1932. Relazione del Prefetto : nel trimestre aprile – giugno ad Iglesias è stato danneggiato l’albero piantato in memoria di Arnaldo Mussolini. All’ingresso della galleria di Domusnovas è stata apposta una scritta offensiva contro Mussolini. A Gonnosfanadiga è stato affisso un manifestino antifascista. Un altro, scritto a lapis, è stato affisso a Cagliari.
30 luglio 1932. Un contadino di Donori dice che “il governo attuale pensa per sè e sfrutta i comuni. Se tutti fossero come me cadrebbe dalla sedia”. Denunciato
4 giugno 1933, fermato a Sassari un calzolaio per avere pronunciato una frase offensiva contro la MVSN. Diffidato.
5 ottobre 1933. Una guardia municipale sente che uno scalpellino, addetto ai lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia a Sassari, canta l’inno All’armi siam fascisti sostituendo la finale con le parole “Abbasso il Fascio, viva Lenin”. Lo invita a seguirlo, ma lo scalpellino si rifiuta. Interviene un vice-caposquadra della vicina caserma della MVSN, ma lo scalpellino dice di voler obbedire solo ai carabinieri. Denunciato, condannato a 6 mesi e 15 gg. di reclusione, 1 mese di arresti.
Agosto 1934. Appare a Fonni una scritta di protesta contro il fascismo a firma del podestà: in realtà se ne scopre autore un pastore, sottoposto perciò a provvedimento di polizia.
15 dicembre 1935. A Guspini un ingegnere delle miniere di Montevecchio trova in galleria, “eseguita a grandi caratteri col fumo di una lampada” la scritta “Evviva… Morte a Mussolini”.

Condanne al confino sempre più frequenti:

1 gennaio 1933. A Serri, arrestato un pastore per offese al capo del Governo. Assegnato al confino.
18 agosto 1934. Funerali del socialista Giulio Marongiu, a Cagliari. Per il discorso pronunciato durante le esequie Augusto Dragoni verrà condannato al confino.

Scoperta di organizzazioni clandestine:

16 maggio 1935, a Guspini viene scoperta “una vera e propria organizzazione sovversiva a sfondo comunista” denominata “Nucleo”, “la quale raccoglierebbe un centinaio di aderenti vincolati da giuramento i quali verserebbero un contributo mensile di lire 2,5 per l’esistenza dell’organizzazione”. Ne sarebbe capo un medico abitante a Cagliari, ne sarebbe segretario il calzolaio Pio Degioannis, 32 anni, “mai molestato sebbene notoriamente propagandista sovversivo”. Nel corso della perquisizione vengono ritrovati i testi manoscritti di canzoni comuniste (Marcia della Guardia Rossa, La Legge di Lenin, L’Internazionale) e opuscoli sovversivi. 14 arresti: 5 verranno denunciati alla Commissione provinciale per il confino e 9 proposti per l’ammonizione.

Raccolta fondi per Emilio Lussu:

20 maggio 1935, arrestati a Sassari gli avvocati Michele e Stefano Saba e il fattorino del loro studio professionale, Ettore Taras. Sono accusati di avere inviato al prof. Michele Giua, a Torino, una somma (18.000 lire circa) raccolta fra gli amici sardi di Lussu, che dovrebbe servire a pagare le cure del leader di Giustizia e Libertà, ricoverato in un sanatorio in Svizzera. Giua è sorvegliato da tempo dall’OVRA attraverso le segnalazioni dello scrittore Dino Segre, detto “Pittigrilli”, assoldato dalla polizia fascista. Stefano Saba e Taras saranno rilasciati il 21 giugno, Michele Saba il 25, senza che contro di loro venga elevata alcuna imputazione.

Anche in Sardegna si raccoglie l’oro, con risultati non esaltanti:

Novembre 1935. Nei centri della provincia di Nuoro la raccolta dell'”oro per la patria” non dà frutti: a fine mese raccolti solo 500 grammi.

Segue …

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¹Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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Michele Schirru, un sardo fucilato per un pensiero

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Michele Schirru

C’è un sardo che nel 1931 prova ad attentare alla vita di Mussolini; un sardo convinto che l’uccisione del capo del fascismo provocherebbe il crollo del regime, riportando a galla quella libertà che in Italia è andata perduta.
Questo sardo si chiama Michele Schirru.

Il padre, Giovannino, nato a Decimomannu (CA) non ha l’aspetto tipico degli isolani: è alto, occhi celesti e capelli chiari. Ha completato gli studi al ginnasio diventando poi esattore del dazio con patentino d’ufficiale giudiziario. Dal matrimonio con Carmina Andrìa Sechi sono nati cinque figli, Michele è il secondogenito e nasce a Padria (SS) il 19 ottobre 1899.

Michele cresce a Pozzomaggiore (SS) dove frequenta le scuole elementari e diventa apprendista fabbro nella bottega di mastru Billìa Ruggiu. Nel frattempo la famiglia, trovatasi in difficoltà finanziarie è costretta a diverdersi, con il padre che nel 1914 emigra a New York in cerca di fortuna. Nel 1916 Michele supera il concorso per il reclutamento nella Regia Scuola Marinara di La Spezia; ma è tempo di guerra, questo, e parte volontario arruolato nel genio, posto in prima linea a scavare gallerie.
Nel 1917 iniziano a maturare in lui sentimenti sovversivi al punto che, nel bel mezzo degli scioperi di Torino, partecipa ai tumulti, venendo arrestato da un brigadiere dei carabinieri, sardo anche lui.

A tal proposito Michele ricorderà: “Quando un oratore veniva dalle nostre parti e parlava di socialismo, di anticlericalismo e di emancipazione dalle ingiustizie che da secoli infiniti le classi privilegiate infliggono ai diseredati della terra, io non mancavo mai di accorrere per ascoltarli… Mi appassionavo al socialismo, e questo fu la mia prima fede”.

La sua seconda fede è l’anarchia.

Congedato dall’esercito, ritorna in Sardegna e decide di emigrare in America seguendo le orme del padre. Vive a Pittsfield, nel Massachusetts dove, il 19 aprile 1921, viene coinvolto in una rissa che provocherà due morti e quattro feriti. Si proclama innocente e viene deferito dalla giuria.
Il padre, impiegato in una banca a New York, vorrebbe avviare il figlio al commercio delle banane, così lo richiama nella Grande Mela dove vivrà nel North Bronx, in un quartiere abitato da italiani. Inizia la sua attività di commerciante che fin da subito si rivelerà redditizia.

Nell’aprile del 1922 viene pubblicato nel New Jersey il periodico anarchico “L’adunata dei Refrattari” diretto anche da un amico di Schirru, che darà vita a una sorta di circolo tutto italiano alla quale Michele sarà sempre legato.

Nel 1925 si sposa con una ragazza di origini siciliane, Minnie Pirola, dalla quale avrà due figli, ma ciò non limiterà il suo impegno politico. Con il circolo degli Adunisti è schierato nella lotta per salvare Sacco e Vanzetti e nelle iniziative antifasciste volte, in particolar modo, a scovare gli infiltrati fascisti che con metodo squadrista danno vita a pestaggi e intimidazioni. In questi anni l’avversione al fascismo si fa sempre più forte, come lui stesso scriverà:
“Il fascismo, come tutte le altre dittature e tirannie, mi ha sempre ispirato orrore… Fin dal 1923 pensavo che per stroncare la tirannia bisogna stroncare il tiranno.”

Riesce a liberarsi dai vincoli che lo legano al Consolato italiano diventando, il 1° ottobre 1926, cittadino americano. Ottenuto il passaporto il 19 gennaio 1930, parte per l’Europa con il proposito di realizzare il suo progetto.

Sbarca in Francia e cerca immeditamente un contatto con il mito della sua giovinezza, Emilio Lussu, che incontrerà a Parigi. Il suo arrivo in Europa viene però intercettato dall’OVRA, grazie a un telegramma spedito nell’aprile di quello stesso anno dal console di New York, che identificherà nell’anarchico Michele Schirru l’esecutore di una pericolosa impresa in programma a Milano nel maggio prossimo.
Ed effettivamente Michele riesce, nonostante i controlli dei fascisti, ad arrivare a Milano a maggio, durante una visita di Mussolini in città. In realtà Michele non è ancora pronto a dare avvio al suo piano e quando Mussolini il 22 maggio gli passa accanto, non ha le armi per colpirlo.
A proposito di questo occasione sprecata scriverà a un amico:
“Immagina. Vedertelo passare a tre metri di distanza, benchè in automobile chiusa e con i vetri bullet-proof rialzati. Ma se ci fossero state una o due “patate”, anche i vetri si sarebbero infranti… Vederlo passare così vicino e non poter far niente… Credimi, non si soffre dolore più intenso”.

Decide allora di ritornare in Francia per preparare l’attentato al duce, senza peraltro venire bloccato alla frontiera dove gli controllano il passaporto. Il suo nome era incluso nel Bollettino delle ricerche in quanto segnalato come sovversivo pericoloso ma, nonostante ciò, non viene fermato.

Dopo aver scritto il testamento, decide di lasciare la Francia e partire per Roma, accompagnato al treno da Emilio Lussu che lo ricorderà così:
“Lì, alla Gare de Lyon, salutandolo dal marciapiede sotto la vettura, dissi arrivederci e gli sorridevo. Anche lui sorrideva, ma triste. Rispose: no, non arrivederci. Addio. Soltanto questo disse, e sollevò il vetro del finestrino”.

Ora non è più disarmato, ha con sè due bombe, una con una capacità distruttiva per un raggio di 70 metri, l’altra per un raggio di 30 metri: non gli resta che imbattersi nell’automobile del duce, dovrebbe essere facile, gli era già successo a Milano.
Così ogni giorno, per due settimane, percorre pazientemente il tragitto tra Palazzo Venezia e Villa Torlonia, la residenza del duce. La mattina, il pomeriggio, la sera, cammina e si guarda intorno alla ricerca di Mussolini senza riuscire mai a intercettarlo.
A Roma è totalmente isolato, non ha informazioni, non ha complici e con il tempo inizia a demoralizzarsi, forse pensa di rinunciare al progetto.

Una mattina incontra, in un caffè del centro, una ballerina ungherese, Anna Lukovszky. E’ un colpo di fulmine. Iniziano una fugace ma intensa relazione che durerà il tempo di una settimana: il 3 febbraio la polizia lo sorprende nell’hotel “Colonna” e viene arrestato.

Ma con quale accusa?

Se avessero trovato le bombe si sarebbe trattato di detenzione d’esplodenti. Tutto qui, nient’altro di irregolare.
Ma ciò che preoccupa Michele Schirru non è il Tribunale Speciale, quanto piuttosto il giudizio degli ambienti antifascisti newyorkesi e parigini in cui si era formato. Aveva fallito. Non era riuscito a compiere l’attentato, aveva messo da parte il suo obiettivo tradendo l’impegno dei compagni di lotta e, in più, era stato scoperto in una stanza di hotel in compagnia di una ballerina. Non esattamente una fine eroica.
Appena dentro all’ufficio del commissario, sfila dalla cintura una rivoltella e se la punta alla tempia, ma l’intervento degli agenti modifica la traiettoria del tiro. Vengono esplosi vari colpi, 3 poliziotti rimangono feriti e lui è in fin di vita, un proiettile gli ha trapassato il volto da parte a parte. Sfigurato, riuscirà a sopravvivere.

E’ da questo momento che le luci dei riflettori si accendono sul personaggio Schirru.
Non c’è nessuna prova, ma viene comunque accusato d’aver voluto uccidere Mussolini e lui, invece di difendersi, invece di mantenere il silenzio, racconta per filo e per segno il suo progetto.

E’ solo, la famiglia lo ha rinnegato, gli resta vicino solo il piccolo circolo degli “adunatisti” che però non può far nulla.
Il 28 maggio 1931 compare davanti al Tribunale Speciale e, per la prima volta, i giudici (tra i quali il sardo Lussorio Cau) possono applicare la nuova regola di Alfredo Rocco, che punisce con la pena di morte non solo chi è accusato per il delitto consumato ma anche per il solo tentativo.
C’è però una differenza, tra l’altro anche presa in considerazione dal Codice: la distinzione tra atti preparatori e tentativo vero e proprio.
Schirru dunque dovrebbe essere accusato solo per gli atti preparatori visto che non è mai riuscito a incontrare Mussolini e mai ha tentato concretamente di assassinarlo.

Non basta.

Il 29 maggio viene portato al forte di Casal Braschi, il sole non è ancora sorto, sono presenti centinaia di camice nere.
Viene fatto sedere mentre, di fronte a lui, ventiquattro volontari sardi si dispongono a quindici passi. Una sola voce rompe quel silenzio: “Abbasso il fascismo, viva l’anarchia!”.
Lo seppelliranno in una fossa senza nome.

Tra le pagine dell’Unione Sarda appare un ignobile commento, pubblicato il 29 maggio 1931:
“Michele Schirru, anarchico, violento per natura, debosciato come tutti i rifiuti della società, scompare colpito dalla pena degli infami. Egli era nato nella nostra Isola, da una famiglia sarda; ma la Sardegna e la sua famiglia non devono arrossire per questo delinquente della specie più bassa. La Sardegna, fedelissima al Regime, non lo annovera più tra i suoi figli da molti anni… Era un senza-patria e un senza-famiglia, un negatore di tutte le più alte idealità, un sanguinario, un amorale che la Giustizia elimina dal consorzio degli uomini”.

Ci ha pensato la storia a dargli il giusto merito, ora è il momento della memoria.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Vita e morte di Michele Schirru (l’anarchico che pensò di uccidere Mussolini)”, Giuseppe Fiori.
  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

 

La voce della verità

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Durante il Secondo conflitto mondiale a far aumentare l’avversione al fascismo, a volte inconsapevole, in una opposizione sempre più aperta, contribuirono i bombardamenti delle città, la scarsità di risorse alimentari, le notizie sconvolgenti che arrivavano dal fronte. In questa situazione la radio di regime non poteva più soddisfare la ricerca di verità degli italiani e l’ascolto di trasmissioni clandestine divenne sempre più diffuso, benchè proibito, in tutto il Paese.

Radio Londra iniziò ad essere trasmessa in lingua italiana dalla BBC a partire dalla crisi di Monaco, nel 1938. Già allora, con il decreto regio del 1938, il fascismo pose delle limitazioni all’ascolto delle radio estere finchè, con lo scoppio della guerra, ascoltare Radio Londra divenne illegale.

La polizia era impegnata costantemente nella ricerca di chi, anche all’interno delle mura domestiche, seguisse le trasmissioni non allineate al regime e più volte il Tribunale Speciale arrivò a giudicare numerose persone, come l’impiegato cagliaritano Giovanni Musu condannato a una pena di cinque anni.

Se a Radio Londra una delle voci più celebri per gli ascoltatori divenne quella del colonnello Stevens, per gli ascoltatori antifascisti dell’EIAR i discorsi più interessanti erano quelli pronunciati da “lo spettro”, una voce misteriosa che per lungo tempo rimase senza nome.
A partire dal settembre 1941, durante la trasmissione “Commenti ai fatti del giorno” di Mario Appelius, famigerato propagandista del regime, le conversazioni dei giornalisti venivano costantemente interrotte dalla “voce della verità”, che  ribatteva alle loro affermazioni e spiegava la vera realtà della guerra.
Era la voce del sardo Luigi Polano, già membro del Partito comunista e poi agente del Komintern, incaricato da Togliatti di gestire l’emittente clandestina del partito e di inserirsi sulla stessa frequenza dell’EIAR, cosa che riuscì a fare. Da dove avvenissero le trasmissioni è ancor oggi un mistero: nè Polano, che rievocava con allegria orgogliosa quell’esperienza, nè Togliatti, che fu l’artefice di questa operazione, hanno mai voluto rivelarlo.

Dirà poi D’Onofrio: “Tra le tanti ipotesi sulla loro dislocazione, non mancarono quelle che Radio Milano Libertà (e Polano) trasmettessero dalle Alpi o da impianti mobili spostantisi da una regione all’altra del Paese”.
Ma il segreto è ancora tale.

Ciò che è noto, è che fino al giorno della liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944, la radio clandestina tenne in allarme l’Eiar e il regime, senza che Mussolini fosse mai riuscito a bloccare o a rintracciare l’origine della trasmissione antifascista.

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Portami il girasole…

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Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

Eugenio Montale

La storica alluvione del 1951

Einaudi Villaputzu 1951
Il Presidente Einaudi saluta gli abitanti di Villaputzu, isolati dalla piena del Flumendosa.

Nel lontano ottobre del 1951 la fascia orientale della Sardegna fu flagellata da una devastante alluvione che, per eccezionalità e durata delle piogge, dovrebbe essere catalogata come evento storico.

Negli stessi giorni, la situazione meteo che si venne a creare nel Mediterraneo procurò alluvioni anche nella Sicilia orientale e in Aspromonte. Tutti questi avvenimenti però, nonostante la loro unicità, non ebbero un grande risalto, probabilmente per la mancanza di copertura da parte dei media dell’epoca e perchè le zone interessate risultavano essere periferiche e difficilmente raggiungibili. L’alluvione del Polesine, avvenuta poche settimane dopo, ha finito poi con l’oscurare del tutto il ricordo dei drammatici avvenimenti del Mezzogiorno.

L’eccezionalità dell’alluvione in Sardegna non risiede tanto in singoli eventi di fortissima intensità, quanto nella durata e nella continuità delle piogge: per oltre 4 giorni le precipitazioni non ebbero mai interruzioni, mantenendo per 75 ore consecutive un ritmo molto elevato.

Ma facciamo un passo indietro.

Le prime piogge di quell’autunno sardo vennero salutate con gratitudine dato che da ben tre anni l’isola viveva una situazione di estrema siccità. Le sorgenti erano completamente asciutte, i campi erano secchi e aridi, grandi difficoltà si registravano nell’abbeverare e alimentare le greggi e la situazione diveniva drammatica di giorno in giorno.

Tutto però era destinato a cambiare rapidamente.

Lunedì 14 ottobre: una depressione fredda in quota, originata nella penisola iberica, e la presenza a nord-est di una forte alta pressione, favorì la formazione di intense correnti di scirocco che provocarono sulla fascia orientale della regione, precipitazioni via via sempre più ingenti per il noto effetto stau.

Gli accumuli di quella prima giornata furono importanti, ma fino a quel momento non particolarmente allarmanti: valori superiori ai 50 mm si registrarono nel Golfo di Orosei, nei monti di Capoterra e nell’area sud-orientale, con picchi superiori ai 100 mm nelle zone interne.

131 mm miniera di Tuvuois, in una valle a nord del Serpeddì
102 mm Burcei
89 mm Muravera
70 mm Montes (1060 m s.l.m.)
60 mm a Sa Pira (caserma nella pineta di Sinnai)
85 mm Galtellì
46 mm San Pantaleo
40 mm di Massonedili (tra Tertenia e Quirra)

Martedì 15 ottobre: le piogge si accanirono ulteriormente in tutta la fascia orientale mentre a Cagliari, ancora ignari di ciò che si stava scatenando in una parte dell’isola, si festeggiava il ritorno dell’erogazione dell’acqua.
Il Flumendosa era in piena controllata così come il Cedrino; si registrava l’esondazione di qualche torrente secondario e del Rio Uri.
Le piogge registrate, stavolta, erano eccezionali: dalla fascia costiera del Sarrabus fino a Orosei si superavano i 150 mm, con picchi tra i 350-400 mm sui rilievi. Diverse stazioni gestite dal Servizio Idrografico superarono abbondantemente la soglia dei 400 mm.

539 mm (?) rio de Pardia, tra Quirra e Flumendosa
470 mm Cantoniera Sicca d’Erba (lago Alto Flumendosa)
445 mm Cantoniera Massonedili
416 mm Genna Crexia
395 mm Arzana
350 mm Baunei
349 mm Flumendosa I salto
339 mm Centrale di Sa Teula
312 mm Cantoniera Rio Gironi (Villaputzu)
309 mm Talana

Il maltempo non sembrava voler placare la sua furia, anzi.
Mercoledì 16 ottobre: fu il terzo giorno consecutivo di pioggia intensa, giorno in cui si realizzarono le quantità massime: dato record a Sicca d’Erba (Arzana, sull’Alto Flumendosa). Le piogge iniziarono a diminuire nel Sarrabus per spostarsi lentamente verso il nord-est dell’isola.

544 mm Sicca d’Erba / 1014 mm in 2 giorni
451 mm Flumendosa I salto / 800 mm in 2 giorni
430 mm Bau Mela (lago alto Flumendosa) / 681 mm in 2 giorni
407 mm Cantoniera Pira de Onni / 576 mm in 2 giorni
417 mm Genna Crexia / 833 mm in 2 giorni
400 mm Arzana / 795 mm in 2 giorni
390 mm Cantoniera Giustizieri (nei pressi di Urzulei) / 591 mm in 2 giorni
386 mm Cantoniera Genna Scalas / 624 mm in 2 giorni
385 mm Villagrande / 580 mm in 2 giorni
353 mm Armungia / 428 mm in 2 giorni
348 mm cantoniera Massonedili / 793 mm in 2 giorni
329 mm Bau de Muggeris (lago Alto Flumendosa) / 583 mm in 2 giorni
326 mm Bau Mandara / 607 mm in 2 giorni
308 mm Rio de Pardia / 567 mm in 2 giorni

Iniziavano i problemi.
L’orientale sarda risultava chiusa dal 20° al 113° km.
Il paese di San Vito era parzialmente inondato. Ancora una volta era sospesa l’erogazione dell’acqua a Cagliari, non per la siccità stavolta, ma per problemi riguardanti la qualità delle acque a seguito delle piene dei fiumi.
Il lago dell’alto Flumendosa passava, nell’arco di 24 ore, dal livello minimo di portata a quello massimo. Lo stesso giorno si provvedeva a scaricare dall’invaso l’acqua in eccesso, creando ulteriori danni nei paesi a valle.

Giovedì 17 ottobre: per il quarto giorno consecutivo, la pioggia continuava a cadere incessantemente: l’Ogliastra e il Gennargentu registravano valori altissimi; Sicca d’Erba si confermava ancora una volta come la stazione più piovosa.

417 mm Sicca d’Erba / 1431 mm in 3 giorni
408 mm cantoniera Pira de Onni / 984 mm in 3 giorni
384 mm cantoniera Giustizieri/ 975 mm in 3 giorni
377 mm Genna Scalas / 1001 mm in 3 giorni
371 mm Jerzu / 783 mm in 3 giorni
365 mm Arzana / 1160 mm in 3 giorni
362 mm Flumendosa I salto / 1162 mm in 3 giorni
352 mm Villagrande / 932 mm in 3 giorni
340 mm Talana / 697 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mela / 1007 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mandara / 933 mm in 3 giorni
314 mm Bau de’Muggeris / 897 mm in 3 giorni
300 mm Dorgali / 865 mm in 3 giorni
297 mm cantoniera Correboi / 751 mm in 3 giorni
282 mm Lula / 629 mm in 3 giorni
238 mm Centrale Sa Teula / 917 mm in 3 giorni

A Cagliari non si aveva una reale percezione di ciò che stava accadendo nella fascia orientale dell’isola: le strade erano impercorribili, le linee telefoniche  interrotte, mancavano informazioni.
Le prime notizie sull’alluvione trovavano spazio nell’Unione Sarda: si parlava di 5 morti in Ogliastra ma i dati non sono certi. Il giorno dopo la situazione era ancora lungi dall’esser chiara. Si parlava di centinaia di case travolte dal fango nei paesi a valle, di zone completamente isolate. Si decideva allora di mandare un velivolo in ricognizione per capire, dall’alto, ciò che stava accadendo.
Un primo tentativo venne fatto la mattina, ma la pioggia che continuava a cadere intensa costrinse l’aereo a ritornare a Cagliari.
Poche ore dopo venne fatto un secondo tentativo. I piloti passando per Capo Carbonara arrivarono fino a Villaputzu e registrarono la piena eccezionale di tutti i fiumi e in particolar modo del Flumendosa. Il ponte che collega Villaputzu, San Vito e Muravera appariva intatto ma era stato scavalcato di ben 15 cm dal fiume in piena. Se il ponte era riuscito a rimanere in piedi nonostante la violenza dell’acqua, altrettanto non si poteva dire della relativa strada, che aveva ceduto per 150 metri in direzione Muravera e 70 metri nel lato di Villaputzu.

Venerdì 18 ottobre: la pioggia cadeva su quasi tutta la Sardegna, ma in continua diminuzione nel settore sud-orientale. Danni vennero registrati in Gallura (che raggiunse i 200 mm), numerose furono le interruzioni delle linee ferroviarie in varie zone dell’isola.
In questi giorni i rifornimenti verso i paesi alluvionati avvenivano esclusivamente con gli aerei.
I dati registrati in questo giorno:

370 mm cantoniera Pira de Onni / 1354 mm in 4 giorni
350 mm Oliena / 1002 mm in 4 giorni
257 mm Jerzu / 1040 mm in 4 giorni
226 cantoniera Zuirghe (nel bacino del Coghinas) / 632 mm in 4 giorni
223 mm cantoniera Genna Scalas / 1224 mm in 4 giorni
206 mm Benetutti / 296 mm in 4 giorni
205 mm cantoniera Taroni (sotto monte Sarru) / 488 mm in 4 giorni
180 mm Monti / 408 mm in 4 giorni
180 mm Nuoro / 556 mm in 4 giorni
176 mm Padulo / 410 mm in 4 giorni
174 mm Cantoniera Giustizieri / 1149 mm in 4 giorni
170 mm Talana / 1013 mm in 4 giorni
162 mm Bau Mela / 1169 mm in 4 giorni
160 mm Flumendosa I salto / 1322 mm in 4 giorni
151 mm Noce Secca / 826 mm in 4 giorni
150 mm Dorgali / 1015 mm in 4 giorni
150 mm Mazzinaiu / 362 mm in 4 giorni
146 mm Bau Mandara / 1079 mm in 4 giorni

Sabato 19 ottobre: la depressione, allontanandosi dalla Sardegna, poneva fine alle piogge. Solo nel pomeriggio del 19 si riuscì a raggiungere il paese di Villaputzu, rimasto isolato per tutto questo tempo.

Le piogge, in molte località, si ripresentarono anche domenica 20 ottobre a causa di nuova perturbazione.

I paesi a valle del Flumendosa furono i più disastrati: Muravera contava 30 case distrutte e 250 danneggiate, San Vito 61 case distrutte e 300 lesionate, Villaputzu 70 case crollate e 150 pericolanti. Notevoli i danni anche a causa del vento.
Il governo stanziò 20 miliardi di lire per le zone alluvionate.

La terribile alluvione del 1951 ebbe come ulteriore conseguenza l’abbandono dei centri abitati di Gairo e Osini, interessati da frane e smottamenti e per questo evacuati dalle autorità. Osini venne ricostruito a circa un chilometro di distanza dal vecchio centro abbandonato, mentre Gairo si divise in tre abitati:
Gairo Cardedu, popolato da coloro che vollero ricostruire vicino alla costa;
Gairo Taquisara, una piccola frazione distante 8 chilometri;
Gairo Sant’Elena, il “nuovo” Gairo, che si trova a poche centinaia di metri dall’antico borgo.
I due vecchi centri di Osini e Gairo, con i loro ruderi abbandonati e i muri scostrati che lasciano intravedere tinte rosa e blu, regalano oggi immagini da cartolina molto apprezzate da turisti e appassionati fotografi.

Le devastazioni provocate dall’alluvione furono tali che lo stesso Presidente della Repubblica Luigi Einaudi volle esprimere vicinanza alle popolazioni coinvolte mediante un viaggio nell’isola.
Arrivato a bordo della corazzata Andrea Doria, sbarcò nel porto di Cagliari, dove venne ricevuto dal ministro Segni, dal Presidente della Regione Crespellani, dal Prefetto e altre autorità locali.
Il lungo corteo di auto presidenziali si diresse verso la regione più martoriata, il Sarrabus, soffermandosi prima a Muravera, dove le autorità vennero accolte dal sindaco e dalla popolazione radunata sulla strada principale. Il Presidente Einaudi potè constatare di persona i gravi danni subiti nel paese, e non mancò di distribuire coperte, indumenti e somme di denaro.
Si proseguì poi verso San Vito.
Qui la popolazione accolse il Presidente nella piazza del paese e il sindaco Lussu accompagnò le autorità nella scuola elementare, dove erano ospitate le famiglie rimaste senza casa. Anche a San Vito vennero distribuiti indumenti e denaro, i più piccoli ebbero in dono il cioccolato.
Il corteo di auto si fermò infine a Villaputzu, nei pressi del ponte del Flumendosa rimasto isolato dal cedimento della strada, dove molti abitanti del paese, superato il fiume, andarono incontro al Presidente. Einaudi parlò a lungo con il sindaco, sincerandosi delle condizioni della popolazione e distribuendo, anche in questo caso, generi di conforto e aiuti in denaro.
Alle 14, le auto presidenziali riprendevano il tragitto verso Cagliari, impossibilitate a proseguire oltre per le strade impraticabili. Le autorità di Nuoro e Sassari e i sindaci delle zone alluvionate dell’Ogliastra vennero ricevute in udienza a bordo dell’Andrea Doria, assieme a famiglie e congiunti delle vittime dell’alluvione.
Alle 20, la corazzata Andrea Doria lasciava il porto, non prima che il Presidente Einaudi lanciasse un ultimo saluto all’isola con un radiomessaggio:

“Avrei desiderato che la mia visita alla zone alluvionate si fosse potuta concludere solo dopo la effettiva presa di contatto con tutti i centri colpiti. Purtroppo le permanenti interruzioni nei collegamenti mi hanno invece costretto a limitare il mio programma ed io sto per lasciare l’isola. Mi conforta il pensiero di aver pur sempre arrecato alla generosa gente di Sardegna la testimonianza della solidarietà con cui tutto il Paese le è vicino in questa ora di tristezza, alla quale ho tuttavia fede non tarderà a seguire una serena ripresa. Nel voto che in un prossimo avvenire mi sia concesso di sostare meno fugacemente in terra di Sardegna e di constatare il compimento delle opere che sono già state iniziate e di quelle che saranno ulteriormente predisposte, invio alla popolazioni dell’isola, prima fra esse a quelle delle zone che non mi è stato consentito di raggiungere, il mio saluto e tutti i miei più fervidi auguri”.

26 ottobre 1951

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Qui il video dell’Istituto Luce a documentare la visita:
Il Presidente Einaudi in Sardegna.

 

Einaudi alluvione 1951
Visita Presidente Einaudi. Sarrabus 1951

 

 

Einaudi 1951
Presidente Einaudi col sindaco di Muravera, 1951

 

 

Alluvione Sarrabus Einaudi 1951
Presidente Einaudi. Villaputzu, Muravera, San Vito, 1951

 

 

Einaudi Sarrabus 1951
Presidente Einaudi nel Sarrabus, alluvione 1951

 

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

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Noi siamo sardi

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Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

Grazia Deledda