Tre Passi Avanti

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La storica alluvione del 1951

Einaudi Villaputzu 1951

Il Presidente Einaudi saluta gli abitanti di Villaputzu, isolati dalla piena del Flumendosa.

Nel lontano ottobre del 1951 la fascia orientale della Sardegna fu flagellata da una devastante alluvione che, per eccezionalità e durata delle piogge, dovrebbe essere catalogata come evento storico.

Negli stessi giorni, la situazione meteo che si venne a creare nel Mediterraneo procurò alluvioni anche nella Sicilia orientale e in Aspromonte. Tutti questi avvenimenti però, nonostante la loro unicità, non ebbero un grande risalto, probabilmente per la mancanza di copertura da parte dei media dell’epoca e perchè le zone interessate risultavano essere periferiche e difficilmente raggiungibili. L’alluvione del Polesine, avvenuta poche settimane dopo, ha finito poi con l’oscurare del tutto il ricordo dei drammatici avvenimenti del Mezzogiorno.

L’eccezionalità dell’alluvione in Sardegna non risiede tanto in singoli eventi di fortissima intensità, quanto nella durata e nella continuità delle piogge: per oltre 4 giorni le precipitazioni non ebbero mai interruzioni, mantenendo per 75 ore consecutive un ritmo molto elevato.

Ma facciamo un passo indietro.

Le prime piogge di quell’autunno sardo vennero salutate con gratitudine dato che da ben tre anni l’isola viveva una situazione di estrema siccità. Le sorgenti erano completamente asciutte, i campi erano secchi e aridi, grandi difficoltà si registravano nell’abbeverare e alimentare le greggi e la situazione diveniva drammatica di giorno in giorno.

Tutto però era destinato a cambiare rapidamente.

Lunedì 14 ottobre: una depressione fredda in quota, originata nella penisola iberica, e la presenza a nord-est di una forte alta pressione, favorì la formazione di intense correnti di scirocco che provocarono sulla fascia orientale della regione, precipitazioni via via sempre più ingenti per il noto effetto stau.

Gli accumuli di quella prima giornata furono importanti, ma fino a quel momento non particolarmente allarmanti: valori superiori ai 50 mm si registrarono nel Golfo di Orosei, nei monti di Capoterra e nell’area sud-orientale, con picchi superiori ai 100 mm nelle zone interne.

131 mm miniera di Tuvuois, in una valle a nord del Serpeddì
102 mm Burcei
89 mm Muravera
70 mm Montes (1060 m s.l.m.)
60 mm a Sa Pira (caserma nella pineta di Sinnai)
85 mm Galtellì
46 mm San Pantaleo
40 mm di Massonedili (tra Tertenia e Quirra)

Martedì 15 ottobre: le piogge si accanirono ulteriormente in tutta la fascia orientale mentre a Cagliari, ancora ignari di ciò che si stava scatenando in una parte dell’isola, si festeggiava il ritorno dell’erogazione dell’acqua.
Il Flumendosa era in piena controllata così come il Cedrino; si registrava l’esondazione di qualche torrente secondario e del Rio Uri.
Le piogge registrate, stavolta, erano eccezionali: dalla fascia costiera del Sarrabus fino a Orosei si superavano i 150 mm, con picchi tra i 350-400 mm sui rilievi. Diverse stazioni gestite dal Servizio Idrografico superarono abbondantemente la soglia dei 400 mm.

539 mm (?) rio de Pardia, tra Quirra e Flumendosa
470 mm Cantoniera Sicca d’Erba (lago Alto Flumendosa)
445 mm Cantoniera Massonedili
416 mm Genna Crexia
395 mm Arzana
350 mm Baunei
349 mm Flumendosa I salto
339 mm Centrale di Sa Teula
312 mm Cantoniera Rio Gironi (Villaputzu)
309 mm Talana

Il maltempo non sembrava voler placare la sua furia, anzi.
Mercoledì 16 ottobre: fu il terzo giorno consecutivo di pioggia intensa, giorno in cui si realizzarono le quantità massime: dato record a Sicca d’Erba (Arzana, sull’Alto Flumendosa). Le piogge iniziarono a diminuire nel Sarrabus per spostarsi lentamente verso il nord-est dell’isola.

544 mm Sicca d’Erba / 1014 mm in 2 giorni
451 mm Flumendosa I salto / 800 mm in 2 giorni
430 mm Bau Mela (lago alto Flumendosa) / 681 mm in 2 giorni
407 mm Cantoniera Pira de Onni / 576 mm in 2 giorni
417 mm Genna Crexia / 833 mm in 2 giorni
400 mm Arzana / 795 mm in 2 giorni
390 mm Cantoniera Giustizieri (nei pressi di Urzulei) / 591 mm in 2 giorni
386 mm Cantoniera Genna Scalas / 624 mm in 2 giorni
385 mm Villagrande / 580 mm in 2 giorni
353 mm Armungia / 428 mm in 2 giorni
348 mm cantoniera Massonedili / 793 mm in 2 giorni
329 mm Bau de Muggeris (lago Alto Flumendosa) / 583 mm in 2 giorni
326 mm Bau Mandara / 607 mm in 2 giorni
308 mm Rio de Pardia / 567 mm in 2 giorni

Iniziavano i problemi.
L’orientale sarda risultava chiusa dal 20° al 113° km.
Il paese di San Vito era parzialmente inondato. Ancora una volta era sospesa l’erogazione dell’acqua a Cagliari, non per la siccità stavolta, ma per problemi riguardanti la qualità delle acque a seguito delle piene dei fiumi.
Il lago dell’alto Flumendosa passava, nell’arco di 24 ore, dal livello minimo di portata a quello massimo. Lo stesso giorno si provvedeva a scaricare dall’invaso l’acqua in eccesso, creando ulteriori danni nei paesi a valle.

Giovedì 17 ottobre: per il quarto giorno consecutivo, la pioggia continuava a cadere incessantemente: l’Ogliastra e il Gennargentu registravano valori altissimi; Sicca d’Erba si confermava ancora una volta come la stazione più piovosa.

417 mm Sicca d’Erba / 1431 mm in 3 giorni
408 mm cantoniera Pira de Onni / 984 mm in 3 giorni
384 mm cantoniera Giustizieri/ 975 mm in 3 giorni
377 mm Genna Scalas / 1001 mm in 3 giorni
371 mm Jerzu / 783 mm in 3 giorni
365 mm Arzana / 1160 mm in 3 giorni
362 mm Flumendosa I salto / 1162 mm in 3 giorni
352 mm Villagrande / 932 mm in 3 giorni
340 mm Talana / 697 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mela / 1007 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mandara / 933 mm in 3 giorni
314 mm Bau de’Muggeris / 897 mm in 3 giorni
300 mm Dorgali / 865 mm in 3 giorni
297 mm cantoniera Correboi / 751 mm in 3 giorni
282 mm Lula / 629 mm in 3 giorni
238 mm Centrale Sa Teula / 917 mm in 3 giorni

A Cagliari non si aveva una reale percezione di ciò che stava accadendo nella fascia orientale dell’isola: le strade erano impercorribili, le linee telefoniche  interrotte, mancavano informazioni.
Le prime notizie sull’alluvione trovavano spazio nell’Unione Sarda: si parlava di 5 morti in Ogliastra ma i dati non sono certi. Il giorno dopo la situazione era ancora lungi dall’esser chiara. Si parlava di centinaia di case travolte dal fango nei paesi a valle, di zone completamente isolate. Si decideva allora di mandare un velivolo in ricognizione per capire, dall’alto, ciò che stava accadendo.
Un primo tentativo venne fatto la mattina, ma la pioggia che continuava a cadere intensa costrinse l’aereo a ritornare a Cagliari.
Poche ore dopo venne fatto un secondo tentativo. I piloti passando per Capo Carbonara arrivarono fino a Villaputzu e registrarono la piena eccezionale di tutti i fiumi e in particolar modo del Flumendosa. Il ponte che collega Villaputzu, San Vito e Muravera appariva intatto ma era stato scavalcato di ben 15 cm dal fiume in piena. Se il ponte era riuscito a rimanere in piedi nonostante la violenza dell’acqua, altrettanto non si poteva dire della relativa strada, che aveva ceduto per 150 metri in direzione Muravera e 70 metri nel lato di Villaputzu.

Venerdì 18 ottobre: la pioggia cadeva su quasi tutta la Sardegna, ma in continua diminuzione nel settore sud-orientale. Danni vennero registrati in Gallura (che raggiunse i 200 mm), numerose furono le interruzioni delle linee ferroviarie in varie zone dell’isola.
In questi giorni i rifornimenti verso i paesi alluvionati avvenivano esclusivamente con gli aerei.
I dati registrati in questo giorno:

370 mm cantoniera Pira de Onni / 1354 mm in 4 giorni
350 mm Oliena / 1002 mm in 4 giorni
257 mm Jerzu / 1040 mm in 4 giorni
226 cantoniera Zuirghe (nel bacino del Coghinas) / 632 mm in 4 giorni
223 mm cantoniera Genna Scalas / 1224 mm in 4 giorni
206 mm Benetutti / 296 mm in 4 giorni
205 mm cantoniera Taroni (sotto monte Sarru) / 488 mm in 4 giorni
180 mm Monti / 408 mm in 4 giorni
180 mm Nuoro / 556 mm in 4 giorni
176 mm Padulo / 410 mm in 4 giorni
174 mm Cantoniera Giustizieri / 1149 mm in 4 giorni
170 mm Talana / 1013 mm in 4 giorni
162 mm Bau Mela / 1169 mm in 4 giorni
160 mm Flumendosa I salto / 1322 mm in 4 giorni
151 mm Noce Secca / 826 mm in 4 giorni
150 mm Dorgali / 1015 mm in 4 giorni
150 mm Mazzinaiu / 362 mm in 4 giorni
146 mm Bau Mandara / 1079 mm in 4 giorni

Sabato 19 ottobre: la depressione, allontanandosi dalla Sardegna, poneva fine alle piogge. Solo nel pomeriggio del 19 si riuscì a raggiungere il paese di Villaputzu, rimasto isolato per tutto questo tempo.

Le piogge, in molte località, si ripresentarono anche domenica 20 ottobre a causa di nuova perturbazione.

I paesi a valle del Flumendosa furono i più disastrati: Muravera contava 30 case distrutte e 250 danneggiate, San Vito 61 case distrutte e 300 lesionate, Villaputzu 70 case crollate e 150 pericolanti. Notevoli i danni anche a causa del vento.
Il governo stanziò 20 miliardi di lire per le zone alluvionate.

La terribile alluvione del 1951 ebbe come ulteriore conseguenza l’abbandono dei centri abitati di Gairo e Osini, interessati da frane e smottamenti e per questo evacuati dalle autorità. Osini venne ricostruito a circa un chilometro di distanza dal vecchio centro abbandonato, mentre Gairo si divise in tre abitati:
Gairo Cardedu, popolato da coloro che vollero ricostruire vicino alla costa;
Gairo Taquisara, una piccola frazione distante 8 chilometri;
Gairo Sant’Elena, il “nuovo” Gairo, che si trova a poche centinaia di metri dall’antico borgo.
I due vecchi centri di Osini e Gairo, con i loro ruderi abbandonati e i muri scostrati che lasciano intravedere tinte rosa e blu, regalano oggi immagini da cartolina molto apprezzate da turisti e appassionati fotografi.

Le devastazioni provocate dall’alluvione furono tali che lo stesso Presidente della Repubblica Luigi Einaudi volle esprimere vicinanza alle popolazioni coinvolte mediante un viaggio nell’isola.
Arrivato a bordo della corazzata Andrea Doria, sbarcò nel porto di Cagliari, dove venne ricevuto dal ministro Segni, dal Presidente della Regione Crespellani, dal Prefetto e altre autorità locali.
Il lungo corteo di auto presidenziali si diresse verso la regione più martoriata, il Sarrabus, soffermandosi prima a Muravera, dove le autorità vennero accolte dal sindaco e dalla popolazione radunata sulla strada principale. Il Presidente Einaudi potè constatare di persona i gravi danni subiti nel paese, e non mancò di distribuire coperte, indumenti e somme di denaro.
Si proseguì poi verso San Vito.
Qui la popolazione accolse il Presidente nella piazza del paese e il sindaco Lussu accompagnò le autorità nella scuola elementare, dove erano ospitate le famiglie rimaste senza casa. Anche a San Vito vennero distribuiti indumenti e denaro, i più piccoli ebbero in dono il cioccolato.
Il corteo di auto si fermò infine a Villaputzu, nei pressi del ponte del Flumendosa rimasto isolato dal cedimento della strada, dove molti abitanti del paese, superato il fiume, andarono incontro al Presidente. Einaudi parlò a lungo con il sindaco, sincerandosi delle condizioni della popolazione e distribuendo, anche in questo caso, generi di conforto e aiuti in denaro.
Alle 14, le auto presidenziali riprendevano il tragitto verso Cagliari, impossibilitate a proseguire oltre per le strade impraticabili. Le autorità di Nuoro e Sassari e i sindaci delle zone alluvionate dell’Ogliastra vennero ricevute in udienza a bordo dell’Andrea Doria, assieme a famiglie e congiunti delle vittime dell’alluvione.
Alle 20, la corazzata Andrea Doria lasciava il porto, non prima che il Presidente Einaudi lanciasse un ultimo saluto all’isola con un radiomessaggio:

“Avrei desiderato che la mia visita alla zone alluvionate si fosse potuta concludere solo dopo la effettiva presa di contatto con tutti i centri colpiti. Purtroppo le permanenti interruzioni nei collegamenti mi hanno invece costretto a limitare il mio programma ed io sto per lasciare l’isola. Mi conforta il pensiero di aver pur sempre arrecato alla generosa gente di Sardegna la testimonianza della solidarietà con cui tutto il Paese le è vicino in questa ora di tristezza, alla quale ho tuttavia fede non tarderà a seguire una serena ripresa. Nel voto che in un prossimo avvenire mi sia concesso di sostare meno fugacemente in terra di Sardegna e di constatare il compimento delle opere che sono già state iniziate e di quelle che saranno ulteriormente predisposte, invio alla popolazioni dell’isola, prima fra esse a quelle delle zone che non mi è stato consentito di raggiungere, il mio saluto e tutti i miei più fervidi auguri”.

26 ottobre 1951

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Qui il video dell’Istituto Luce a documentare la visita:
Il Presidente Einaudi in Sardegna.

 

Einaudi alluvione 1951

Visita Presidente Einaudi. Sarrabus 1951

 

 

Einaudi 1951

Presidente Einaudi col sindaco di Muravera, 1951

 

 

Alluvione Sarrabus Einaudi 1951

Presidente Einaudi. Villaputzu, Muravera, San Vito, 1951

 

 

Einaudi Sarrabus 1951

Presidente Einaudi nel Sarrabus, alluvione 1951

 

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

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Noi siamo sardi

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Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

Grazia Deledda

 

Indifferenti

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Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perchè alcuni vogliono che avvenga, quanto perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto a ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato, perchè non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 

Antonio Gramsci

11 febbraio 1917

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Testo integrale tratto dalla rivista “La città futura”, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. 

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Noi coglieremo fiori…

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Ode ai morti di Buggerru

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Noi coglieremo fiori di bufera
Lungo il sonante mare.
Li copriremo d’elce,
li cingeremo di selvaggio ulivo,
e con fiori di sole, o Primavera!
Ché non son morti. Nell’ignava fossa
non posan essi verdi azzurri stanchi
Cadaveri? Ma vanno
oltre letée fiumane, sul profondo
cuor della terra, e scavano
ancora. Van tra il rombo di altre mine
per altre vie. Su loro
è il festoso scrosciar delle acque e il coro
delle selve, divino. Ardon le lampane
pari ad astri non mai prima veduti.
E a loro innanzi fuggono gli impuri
spiriti della tenebra, gli oscuri
spiriti della terra: Avanti, neri
compagni mal sepolti! Oltre il sepolcro,
giù! Oltre la radice aspra dei monti,
oltre l’alvo sereno delle fonti,
oltre ogni umana mole,
oltre ogni sogno infranto,
oltre la terra che matura al sole
la sua messe di pianto .
Sardegna! Dolce madre taciturna,
non mai sangue più puro
e innocente di questo ti bruciò
il core e tanto ne stillò dall’urna
della morte! Pastore,
Re del silenzio, sul tuo sogno immobile
passan le rosse nuvole,
passano i venti sul tuo chiuso cuore
Ascolti? Il tuo silenzio
Vinto è dai colpi dei vendicatori:
e già sulla collina
bela e svaria la mandra,
e canta la calandra.
Che l’aurora è vicina.

Sebastiano Satta

 

Mincemeat: storia del falso sbarco in Sardegna.

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I piani ideati dagli Alleati per conquistare la Sardegna durante la Seconda guerra mondiale furono offuscati dall’avventurosa operazione segreta denominata “Mincemeat”, ovvero “Carne tritata”; terminato il conflitto, il piano divenne così famoso da diventare argomento di romanzi e film, mentre le altre operazioni finirono nel dimenticatoio.

L’operazione Mincemeat doveva, nei piani degli anglo-americani, far credere ai tedeschi e agli italiani che lo sbarco sarebbe avvenuto non in Sicilia, ma in Sardegna e, cosa a dir poco incredibile, le forze dell’Asse finirono col crederci davvero.

Tutto iniziò il 30 aprile 1943 quando un pescatore portoghese recuperò un cadavere con indosso l’uniforme inglese, un giubotto della Raf e, legata alla cintura, una misteriosa valigetta. Le autorità spagnole lo identificarono come il maggiore William Martin grazie ai documenti presenti; causa della morte un incidente aereo. Nella valigetta furono trovate alcune lettere dirette ai comandi inglesi.

Le autorità spagnole consegnarono ai servizi segreti nazisti tutte le carte ritrovate e, dopo le proteste del consolato, i documenti vennero restituiti agli inglesi. Le buste apparentemente sembravano intatte, ma non era così. Mancavano delle piccole ciglia poste appositamente per svelare un eventuale manomissione. I tedeschi erano caduti nella trappola e la finta operazione alleata aveva raggiunto la giusta destinazione: Berlino.

Due divisioni tedesche furono così spostate in Sardegna e Corsica, altre sette dalla Sicilia alla Grecia. La Sicilia rimase scoperta, difesa solo da truppe demoralizzate, male equipaggiate e senza sistemi antisbarco.
L’offensiva in Sicilia iniziò il 12 giugno 1943 con la conquista dell’isola di Pantelleria; un mese dopo, il 10 luglio, i primi contingenti sbarcavano in Sicilia e in poche settimane si impadronirono dell’isola, senza difficoltà.

Ma come si era arrivati a tanto?

Nella valigetta del maggiore William Martin erano contenuti i falsi piani segreti degli alleati.
Una lettera faceva riferimento a uno sbarco in Grecia e indicava falsamente come finto obiettivo la Sicilia, accennando ad un altro attacco contemporaneo nel Mediterraneo. I falsi obiettivi erano chiari ma non troppo appariscenti, inoltre venivano indicati due assalti chiamati operazione Husky (che è il vero nome dell’attacco alla Sicilia, ma che nella lettera veniva riferito alla Grecia in modo che se i tedeschi avessero intercettato messaggi contenente tale nome, avrebbero pensato alla manovra citata nella lettera) e operazione Brimstone (riferita ad un punto non precisato del Mediterraneo).
Il secondo messaggio parlava di un passaggio in Nord Africa in preparazione del successivo assalto nella “patria delle sardine”, con riferimento alla Sardegna e dunque al piano Brimstone.

I tedeschi una volta intercettate le informazioni, pensarono che gli sbarchi sarebbero avvenuti in Sardegna e in Grecia e, in preparazione a ciò, spostarono mezzi e truppe, lasciando sguarnito il vero obiettivo.

william_martinMa non solo le missive erano una totale invenzione. Persino il maggiore William Martin non era mai esistito.
Il corpo rinvenuto dai pescatori era quello dello scozzese Glyndwr Michael, un senzatetto di 34 anni, morto suicida a seguito di un’ingestione di veleno per topi, che gli aveva gonfiato i polmoni proprio come quelli di un annegato. Rimase per  mesi in una cella frigorifera, prima di essere vestito da ufficiale e scaricato dal sottomarino britannico al largo di Huelva. Per rendere più reale il tutto, vennero infilati nelle sue tasche dei biglietti per il teatro, un sollecito bancario per uno scoperto di 80 sterline, la fotografia della fidanzata Pam, lettere d’amore e una lettera dell’affezionatissimo padre, senza dimenticare il necrologio che venne pubblicato sul Times.

La lapide posta in suo ricordo nel cimitero di Huelva riporta la frase:
“Qui giace Glyndwr Michael, che servì come il maggiore William Martin nei Royal Marines”.

Il senzatetto scozzese, senza saperlo, aveva servito il suo paese salvando migliaia di vite. Ci pensò la morte a innalzarlo al ruolo di eroe.

 

 

Le imprese dei Partigiani sardi

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25 aprile 1945

25-aprile

 

La Sardegna non ha conosciuto la guerra di Liberazione sul proprio territorio, ma sono tantissimi i sardi che parteciparono alla Resistenza in ogni parte d’Europa: in Italia innanzitutto, in Francia, nei Balcani. Del resto, anche la Sardegna aveva conosciuto l’antifascismo e la repressione: 208 sardi erano stati giudicati di fronte al Tribunale speciale e 260 erano stati assegnati al confino. 120, infine, furono i sardi accorsi, dal 1936, in difesa della Spagna repubblicana.

Tralasciamo in questa pagina la figura di Gramsci, di Lussu e Fancello, i rappresentanti più emblematici dell’antifascismo sardo, per dedicarci a quelle meno note.

Molto intensa è la partecipazione dei sardi nelle formazioni partigiane che operano a Roma, e molti di loro cadranno nella lotta: lo studente Mario Demartis (nato a Sassari nel 1920), tenente pilota, catturato dai tedeschi a Grosseto l’8 settembre, evade, raggiunge Roma ed entra nella banda “Hazon-Napoli”: arrestato e torturato a via Tasso, è fucilato a Forte Bravetta il 3 giugno 1944.
A Forte Bravetta era stato fucilato, il 31 dicembre 1943, il comunista Antonio Feurra (nato a  Seneghe, 1898), piccolo venditore di ortofrutta a Roma, ma che dopo l’8 settembre era diventato comandante militare dei Gap di Monte Sacro.
L’attentato di via Rasella contro i nazisti occupanti, uno dei fatti più noti della Resistenza romana, vide in prima linea i partigiani sardi Silvio Serra, studente cagliaritano, e Francesco Curreli di Austis, già combattente in Spagna; contribuirono all’azione con il lancio di bombe a mano. Militavano nei Gap romani anche Luigi Pintor, Ines Berlinguer, Marisa Musu e la madre Bastianina Musu Martini dirigente dell’organizzazione femminile assieme a un’altra cagliaritana, Antonietta Marturano Pintor, sempre presente accanto ai suoi figli, antagonisti del fascismo. I tedeschi risposero all’attentato con il terribile massacro delle Fosse Ardeatine, in cui morirono 9 antifascisti sardi.

Notevole fu la presenza degli isolani anche nella Brigata “Garibaldi Trieste”, in cui particolarmente rilevante fu l’opera di un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda conosciuto con il nome “Corvo”.
L’8 settembre Podda ha poco più di 19 anni, soldato a Perugia. Con un gruppo di una sessantina di coetanei, tutti sardi, raggiunge Civitavecchia per cercare un imbarco per la Sardegna: ma la parola d’ordine “tutti a casa” è più difficile per chi deve anche passare il mare. I ragazzi si sbandano, dandosi alla campagna tra Roma e Viterbo, si dividono in tre gruppi secondo i paesi di provenienza. Ma, braccati dai fascisti e dai tedeschi, sono costretti ad arruolarsi, a Roma, in un battaglione di guardie della repubblica di Salò composto in gran parte di sardi e comandato da due ufficiali anch’essi sardi, i colonnelli Barracu e Fronteddu. Nel gennaio del 1944 disertano per raggiungere i partigiani del “Battaglione triestino d’assalto” col quale combatteranno sino alla liberazione. Molti di loro cadono in battaglia, i più maturi diventano capi-formazione.
In tutti, la solidarietà regionale agisce allo stesso modo in cui, su quelle stesse alture, aveva agito nella Brigata Sassari. Non è un’immagine retorica:
«Vi comunichiamo – scrive il capo di stato maggiore della Natisone al comando del 9° Korpus nel dicembre del ’44 – che presso la 158.ma brigata si trova un forte gruppo di sardi, cioè nativi di Sardegna. A noi consta che nella brigata Triestina esiste un nucleo di sardi che desiderano passare alla 158.ma brigata, per formare un battaglione sardo. Dato che il comandante della 158.ma brigata, compagno MoroSalvatore Bulla, nato a Bultei nel 1920), è pure sardo, è ovvio spiegare il significato politico che avrebbe la formazione di un battaglione sardo».
La vicenda verrà ripresa da due ex comandanti partigiani, Giacuzzo e Scotti, nel libro “Quelli della montagna”. I due partigiani descrivono le imprese del Battaglione d’assalto “Trieste” facente parte dell’omonima brigata partigiana “Garibaldi”. In un capitolo intitolato “Arrivano i Sardi”, Giacuzzo e Scotti così raccontano:
«Proprio in quel periodo, verso la fine del gennaio 1944, il Battaglione ha la gradita sorpresa di essere raggiunto da 54 militari italiani, giovani mobilitati dalla Repubblica di Salò, i quali affermano di aver disertato le file del loro Battaglione dislocato a Opicina presso Trieste e chiedono di combattere contro i tedeschi e i fascisti. Sono tutti della Sardegna, completamente equipaggiati (ben vestiti, con armi e munizioni). Con essi il Battaglione triestino raddoppia i propri effettivi […]. A capeggiare la diserzione dei Sardi dalle formazioni “repubblichine” è un giovane pastore di Orgosolo, Luigi Podda […]. Tutti si dimostrarono in seguito ottimi combattenti, convalidando la scelta fatta con il sacrificio della propria vita. Non è possibile ricordarli tutti, ma alcuni nomi di caduti restano impressi nella memoria: Francesco Cuccu, Egidio Mesina e Pietro Maria Campus di Orgosolo, su otto di quel paese; Giovanni Sanna, Giorgio Delogu, Ciriaco Cuccu e Giorgio Sanna su nove del paese di Bitti, Carmine Carcangiu e Salvatore Piras del Nuorese. Fra i sopravvissuti, oltre al Podda […] si ricordano: Antonio Francesco Corraine, Antonio Michele Mesina, Pietro Maria Corraine, Giovanni Catgiu, tutti di Orgosolo. Giuseppe Buffo, Salvatore Coccu, Pietro De Roma, Giuseppe Mameli, Pietro Giovanni “Lattu”, tutti di Bitti; Ignazio Ticca di Nuoro, Giulio Buttau di Villanova Strisaili, Angelino Soro di Galtellì, Pietro Bonu di Bono, Giovanni Morozzu di Benetutti, Pasquale Fozzi di Bonorva, che sarà ferito in combattimento e diverrà comandante del Battaglione, Antonio Spanu di Cossoine, Antonio Fenu di Mons (forse Mores o Monti)».
Il battaglione, con la presenza dello stesso Podda,  riuscì a compiere un’importante azione di sabotaggio nell’aeroporto di Ronchi dei Legionari, occupato dai nazisti. Vennero incendiati almeno 8 aerei tedeschi carichi di bombe, fatto talmente noto da essere ripreso da Radio Londra e Radio Mosca.
Negli scontri morirono due partigiani sardi, Salvatore Piras nato a Dorgali e Carmine Carcangiu di Orgosolo. All’azione parteciparono anche Antonio Michele Mesina di Orgosolo, Bernardino Ruiu di Orune e Giuseppe Carboni di Tonara.
72 partigiani vennero catturati dai fascisti, tra cui lo stesso Podda, per essere fucilati a Gorizia. Rimarranno in carcere fino alla liberazione della città.

E ci sono combattenti di lunga data, che riprenderanno le armi in Italia, come il comunista Sisinnio Mocci, nato a Villacidro nel 1903, combattente in Spagna nelle Brigate Internazionali, deportato nel campo francese Vernet e poi a Ventotene che, liberato dopo il 25 luglio, partecipa all’organizzazione della resistenza romana (ricercato, si nascose nella villa romana del regista Luchino Visconti in qualità di finto maggiordomo), catturato, sarà fra i martiri delle Ardeatine; o come Andrea Scano, nato a  Santa Teresa di Gallura nel 1911, anch’egli comunista, espatriato clandestinamente per andare a combattere in Spagna, rimpatriato dopo la fine della guerra e che, liberato dal confino alla caduta del fascismo, sarà commissario politico dei Gap genovesi e poi della 108.ma brigata Garibaldi nell’Alessandrino.

Fausto Cossu fu uno dei più importanti comandanti della lotta partigiana nel piacentino, contribuì alla liberazione di Bobbio (la prima città del Nord Italia a essere liberata), e alla fondazione della “Repubblica di Torriglia”, nel territorio strappato all’occupazione nazifascista.
Nato a Tempio Pausania nel 1914, laureato in Giurisprudenza, diventa ufficiale dei Carabinieri e nel 1942 viene inviato in Jugoslavia. Dopo l’armistizio viene catturato dai tedeschi, riuscito a fuggire trova riparo nel piacentino dove inizia a reclutare i carabinieri scontenti  di essere inquadrati  nei ranghi dei repubblichini. Con il loro apporto, riesce ad organizzare una formazione autonoma della Resistenza  che chiamò “Compagnia  carabinieri patrioti”, cui faranno parte centinaia di soldati sbandati e giovani che non vollero rispondere alla chiamata della repubblica di Salò.
Il comandante “Fausto” si dichiara antifascista, democratico e apolitico, distaccandosi totalmente sia dai gruppi comunisti che democristiani. La struttura militare che Cossu riesce a organizzare è professionale, militarmente preparata e composta da oltre 600 uomini. I nazifascisti sono costretti a lasciare le zone più insicure a seguito dei ripetuti scontri con i partigiani della Compagnia. La divisione cambia il nome in “Giustizia e Libertà” senza nessun riferimento politico, con Cossu sempre al comando. Nel luglio del ’44 Cossu e i suoi uomini entrano a Bobbio appena abbandonata da tedeschi e fascisti, e dal balcone del municipio proclama la liberazione della città. Le forze partigiane comprendono ormai 4.000 uomini, i tedeschi lanciano un nuovo assalto occupando Bobbio con la divisione Turkestan composta in parte da mongoli. Ma ormai la strada è segnata: le divisioni partigiane attaccano i nazifascisti e sarà proprio Cossu, alla testa dei suoi uomini, a liberare Piacenza il 28 aprile 1945.

Gli Americani lo decorarono con la “Bronze Star”.

Tra i protagonisti della Resistenza veronese ricordiamo il comandante partigiano Pietro Meloni, soprannominato “Misero”.
Nato a Sestu il 23 novembre 1899, di famiglia poverissima, frequentò solo la prima elementare e a sette anni cominciò a lavorare in campagna. Raggiunta l’età della leva, riuscì ad arruolarsi nella Guardia di Finanza dove rimase sino all’età di 24 anni quando, ferito in servizio, fu congedato con una piccola “pensione temporanea” che non gli permetteva di vivere. Fu così che Meloni decise di emigrare in Francia, dove unì un’intensa attività politica allo studio dei testi classici del movimento operaio. Lì conobbe nel 1925 una sua quasi coetanea veronese, Rosa Tosoni; i due emigrati si sposarono e si stabilirono a Lione. Qui entrambi entrarono nell’organizzazione comunista. L’occupazione tedesca trova i coniugi Meloni a Modane, dove Pietro era diventato segretario della sezione comunista. Per un certo periodo di tempo Pietro e Rosa collaborano con la Resistenza francese; poi decidono di tornare in Italia. Nel 1940 i due sposi sono a Verona, lui lavora alla Mondadori e al contempo membro del Comitato federale clandestino del PCI, lei occupata all’Arsenale militare.
Pochi anni di relativa tranquillità, poi l’armistizio, l’occupazione tedesca e l’inizio dell’attività di organizzazione della lotta di liberazione nei comuni della provincia di Verona. Traditi da un conoscente che organizza un finto incontro nei pressi della chiesa parrocchiale di S. Massimo, frazione di Verona, vengono catturati dalle SS tedesche. Era il 12 ottobre del 1944 quando i Meloni finirono nel carcere ricavato dall’ex INA di Verona, in corso Porta Nuova. Vi stettero pochi giorni, e vi uscirono, segnati dalle torture, per essere deportati nel campo di Gries, alla periferia di Bolzano. Un mese dopo Meloni viene trasferito nel lager di Gusen (Mauthausen), dove muore nel marzo del 1945; anche qui organizzerà con i reclusi quella che è stata definita come la “Resistenza del filo spinato”. Rosa riesce a sopravvivere sino alla Liberazione, tornerà a Verona a lavorare all’Arsenale, aspettando il rientro del marito dal campo di concentramento. Anche da pensionata continuerà, sino in età molto avanzata, nel suo impegno nelle organizzazioni democratiche veronesi. Nel 1955, nel primo decennale della Resistenza, il Comune di Verona conferisce alla memoria di Pietro Meloni una medaglia d’oro, per il contributo dato alla lotta partigiana.

Poi c’è l’esempio di Gavino Cherchi, nato a Ittireddu il 15 agosto 1911, si laurea in Lettere e Filosofia e insegna in vari istituti italiani. E’ un intellettuale, giornalista, scrittore, autore di vari romanzi. Dopo l’armistizio decide di far parte della Resistenza con il nome di battaglia “Stella”, nel CLN di Parma. E’ a capo del Servizio Informazioni Partigiano della città, con il compito di controllare gli spostamenti delle truppe tedesche e scoprire eventuali piani militari contro i partigiani. In seguito a una delazione, il 5 marzo del ’45 viene arrestato e torturato dalla polizia tedesca, infine ucciso il 28 marzo con altri due partigiani a colpi di mitra a Casalmaggiore (PR) sulla riva del Po. I loro corpi furono gettati nel fiume e mai più ritrovati.

Claudio Deffenu fu un leggendario comandante dei GAP di Bologna.
Vestito da repubblichino con altri 3 partigiani, si presenterà in carcere con la scusa di dover consegnare 4 resistenti appena catturati. Una volta dentro, riusciranno a legare le guardie, tagliare i fili del telefono e liberare ben 340 detenuti politici e comuni.
Nato a Nuoro nel 1911, laureato in Giurisprudenza, entra nell’esercito e diventa insegnante degli ufficiali di Parma. Liberal-socialista e antifascista, dopo l’8 settembre entra in contatto con il CLN di Ferrara. Nel ’44 si trasferisce a Bologna e con il nome di battaglia “Garavelli” diventa l’ideatore di oltre 50 azioni partigiane. Alcune di queste diverranno famosissime, come l’attacco all’Hotel Baglioni ritrovo di gerarchi nazisti e fascisti, avvenuto il 29 settembre. Vestito in divisa militare, riuscirà a mescolarsi tra gli alti ufficiali tedeschi e fascisti e, una volta uscito dopo aver raccolto preziose informazioni, darà l’incarico ai suoi uomini di far saltare in aria l’albergo. Solo una parte finirà con l’essere distrutto, ma un successivo clamoroso attentato lo farà crollare interamente. Il tribunale del CNL sarà più volte presieduto dallo stesso Deffenu. Gli verrà conferita la Medaglia d’Argento al valor militare.

Tragica sarà la sorte di 17 avieri sardi, sbandati dopo l’8 settembre sulla strada di Civitavecchia, non riusciranno a imbarcarsi per l’isola. Rimasti insieme, vengono scovati a Sutri da fascisti e tedeschi e fucilati sul posto, senza nessun processo. Solo di 12 si conoscerà il nome e solo uno riuscirà a salvarsi; fingendosi morto, verrà curato dalla popolazione del luogo.

Eroica è la storia di Piero Borrotzu, nato a Orani (Nu) nel 1921. Il padre Francesco, reduce della Prima Guerra Mondiale, muore per le ferite riportate lasciando i due figli piccoli alle sole cure della moglie, ligure, laureata in ostetricia. Piero studierà prima nel liceo Asproni di Nuoro, si iscriverà all’università e sarà ammesso nel 1941 all’Accademia Militare di Modena. Al momento dell’armistizio si trova di stanza a Milano: si oppone ai tedeschi che vogliono occupare la Pirelli, arrestando due ufficiali nazisti, viene rimproverato dai superiori e vede i suoi prigionieri ritornare in libertà. E’ in quel momento che decide di scegliere la via della Resistenza. Abbandona la caserma fortunosamente, con abiti borghesi e al braccio di una donna. Ritorna in Liguria, a Vezzano, nel paese originario della madre e allaccia contatti con gli antifascisti della zona. Si reca a Parma per rafforzare legami clandestini e incontra Franco Coni, cagliaritano, suo compagno di Accademia, già  attivo nella lotta partigiana. Insieme, comandano la “Brigata d’Assalto Lunigiana”, compiendo importantissime azioni contro i nazifascisti, facendo bottino di viveri, armi e munizioni. La sera del 4 aprile 1944 si reca a Chiusola per informarsi su ciò che accade nella zona, dorme in paese contro ogni sua abitudine e, all’alba, il paese si sveglia tra le urla e i colpi di mitra dei tedeschi accompagnati da fascisti. La popolazione viene adunata nella piazza della chiesa, lo scopo è quello di una rappresaglia per aver dato ospitalità ai partigiani. Borrotzu non è stato scoperto, potrebbe fuggire, ma decide di consegnarsi ai nemici in cambio della liberazione degli innocenti. I tedeschi lo torturano e lo conducono nella piazza. Qui vengono liberati i 70 prigionieri, i 5 rimasti riusciranno miracolosamente a salvarsi, e viene dato l’ordine di uccidere Borrotzu. Prima dell’esecuzione riesce a urlare “Viva l’Italia”, viene colpito al petto e finito con un colpo di pistola alla nuca.
Il suo gesto susciterà molta impressione tra i suoi compagni e la popolazione, la sua formazione diventa parte integrante della formazione Matteotti e una Brigata assume il nome di Borrotzu, al comando del caro amico Franco Coni: sarà una delle prime formazioni a entrare a Genova per liberarla. Al tenente Borrotzu viene prima conferita la Medaglia d’argento e poi quella d’oro, intitolate varie scuole e strade in Sardegna e Liguria.

Il passaggio alla Resistenza, per molti, è dunque una decisione immediata. E’ il caso di tutti coloro che, in posizioni di comando o come semplici soldati, combattono nei reparti militari che, subito dopo l’armistizio, non accettano di consegnare le armi o di passare nelle formazioni repubblichine. Sono episodi innumerevoli: a Lero il capitano di fregata Luigi Re, cagliaritano, comandante della difesa marittima dell’isola, parteciperà alla lunga resistenza all’attacco tedesco e, dopo la resa, morirà in prigionia; il ten. col. Raffaele Delogu viene fucilato, con altri nove sardi, nel massacro della “Acqui” a Cefalonia; il colonnello Giovannino Biddau (nato a Ploaghe nel 1896), a Spalato con la divisione “Bergamo”, è fatto prigioniero e muore d’inedia a Flossemburg (è medaglia d’argento alla memoria); il colonnello Paolo Tola, sassarese, morirà nel lager di Bergen Belsen, dove era stato internato subito dopo l’8 settembre per avere rifiutato di combattere con i tedeschi e la repubblica di Salò.
Ricordiamo anche i finanzieri Salvatore Corrias di San Nicolò Gerrei, divenuto “Giusto tra le Nazioni” verrà fucilato dalle Brigate Nere e Giovanni Gavino Tolis di Chiaramonti, medaglia d’oro al merito civile, morirà a Mauthausen: operavano lungo il confine svizzero e aiutarono centinaia di antifascisti ed ebrei a passare il confine.

Un altro protagonista della Resistenza fu Bartolomeo Meloni, nato a Cagliari nel 1900 da una famiglia benestante di Santu Lussurgiu. Laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino, diventa ispettore generale delle Ferrovie  di Stato a Venezia. Fa parte del Pd’A e, come tutti i funzionari statali, è iscritto al Partito Fascista. Dopo l’armistizio, contribuisce a fondare la 10ª e 11ª Brigata Matteotti che agisce in tutto il Veneto.
I tedeschi cercavano di convogliare i prigionieri italiani verso la Germania, soldati, ufficiali che dovevano diventare forza lavoro al servizio dei nazisti, mentre per le formazioni partigiane era importante che rimanessero nel Paese per dare il loro contributo alla guerra di liberazione.

Meloni, grazie alle sue conoscenze nella rete ferroviaria, riesce a dare un prezioso aiuto alla Resistenza veneta: attivissimo, con i suoi compagni conduce sabotaggi delle tradotte militari dove transitano i prigionieri italiani, vengono deviati treni verso la Jugoslavia, contribuisce a salvare ebrei del ghetto di Venezia, procura armi, munizioni, equipaggiamenti ai partigiani. Per fermare o rallentare i treni venivano rialzate le traversine, riuscivano a introdurre nei treni alimenti per i prigionieri e, spesso, anche “piedi di porco” per sollevare le assi dei vagoni e fuggire durante le soste. Ben presto si diffuse la leggenda che i treni che passavano da Venezia, arrivavano in Germania vuoti. Non è certo il numero di prigionieri salvati in questo modo dalle deportazioni, ma il ruolo svolto da Meloni e dai ferrovieri contribuì in maniera determinante al rafforzamento del movimento partigiano.
Grazie all’attività politica nel Pd’A, entra in contatto con Silvio Trentin, deputato antifascista, fondatore del Partito d’Azione con Lussu e Rosselli, esule in Francia. Trentin in una lettera a Emilio Lussu del 23 ottobre ’43 scrive:
“Da lunedì mi trovo praticamente investito della Resistenza in tutto il Veneto. Credo che potremmo metter in piedi qualcosa di grande e di bello. Ho per luogotenente un tuo concittadino MAGNIFICO”, dove magnifico è scritto in stampatello a sottolineare la stima verso Meloni.
Bartolomeo Meloni fu arrestato il 4 novembre dalle SS, il suo appartamento saccheggiato e distrutto dai fascisti. Dopo 2 mesi di carcere viene deportato nel campo di concentramento di Dachau. Toccante è la testimonianza di don Giovanni Fortin, suo compagno di prigionia:
“Nella disperazione, nell’abbattimento, nella fame. Chi era la forza morale della piccola schiera? Era l’ing. Meloni. Il suo corpo sembrava di giorno in giorno assottigliarsi, ma il suo spirito ingigantiva maggiormente. I giorni di prigionia veneziana avevano fiaccato il suo corpo, ma egli era ancora sostenuto, pur essendo tanto gracile; era il morale che rinforzava il suo corpo, era una visione lontana di Bene, che egli pensava di dover compiere un giorno tornato in Patria”.
Da Dachau viene spostato in Cecoslovacchia, messo ai lavori forzati nei campi. Fortemente indebolito, denutrito, cade in un sonno comatoso e non riesce a svegliarsi per l’appello; il sorvegliante lo massacra a frustate con il nervo di bue e, trasferito in pessime condizioni di nuovo a Dachau, morirà nel campo il 9 luglio 1944. Gli è stata concessa la medaglia d’argento.

A Teramo, poco prima dell’avanzata alleata, i fascisti catturano un gruppo di partigiani che fanno parte della banda di “Armando Ammazzalorso”: tra di loro c’è il giovanissimo Elio De Cupis, nato ad Aggius nel 1924. Militare sbandato, dopo l’8 settembre 1943 si batté alla testa di una piccola formazione partigiana sui monti della Laga, fra Ascoli Piceno, L’Aquila e Teramo. Elio De Cupis fu sorpreso dai fascisti, mentre stava riposando con altri quattro partigiani nei pressi di Montorio al Vomano. Deferito al Tribunale militare straordinario di Teramo, il giovane fu condannato a morte.
Fu fucilato al cimitero di Teramo, subito dopo il processo, con il teramano Erminio Castelli e il veneziano Sergio Gucchierato. Secondo alcuni testimoni, i tre partigiani, furono condotti sul luogo dell’esecuzione ammanettati. Mentre erano avviati al sacrificio, cantavano inni patriottici, intervallandoli a “Bandiera Rossa”. Quando il manipolo fascista li legò alle sedie, De Cupis raccomandò al comandante di sparare bene e dopo la prima scarica (che finì Castelli e Gucchierato e lo ferì gravemente), ebbe ancora la forza di irridere ai suoi assassini.
Dopo la liberazione di Teramo (il 17 giugno 1944), due dei fascisti, scovati dai patrioti, furono giustiziati sul posto. La motivazione della Medaglia d’oro al valor militare, decretata, nel 1979, alla memoria di Elio De Cupis dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, dice:
“Generoso figlio dell’eroica terra sarda, impugnava, tra i primi, le armi per il riscatto del popolo italiano. Dapprima tra i partigiani di Leonessa con l’incarico di staffetta sciatore, poi combattente sui monti della Laga, sempre assolveva il suo compito con serenità, fermezza e coraggio. Sorpreso nel sonno, veniva catturato e sottoposto a tortura perché rivelasse la posizione del suo reparto, ma non parlò. Processato dal Tribunale Speciale, che lo condannava a morte, coglieva l’occasione per vantarsi degli atti eroici compiuti nel nome dell’Italia libera. Davanti al plotone di esecuzione non vacillava, ma rivolgeva ancora parole di sprezzo contro i suoi carnefici accusandoli di tradimento alla Patria. Ferito gravemente alla prima scarica, si rivolgeva ai suoi assassini con un sorriso di scherno dicendo: «Vigliacchi, avete paura persino di sparare; imparate a mirar giusto!». Magnifico esempio di chi sa morire per la giusta causa della libertà”.

Flavio Busonera nasce a Oristano nel 1894, studia al liceo Dettori di Cagliari, presta servizio militare a La Maddalena e nel 1924 si laurea in medicina, diventando tenente medico. Esercita la professione medica in Sardegna, ma per via delle sue idee di sinistra (fu tra i fondatori a Cagliari del Partito Comunista locale) viene convocato dal Consiglio di discliplina, non si presenta, e viene rimosso dal grado di tenente medico.
Perseguitato dai fascisti lascia Cagliari per rifugiarsi in Veneto, continua a manifestare le sue idee e non ottiene importanti incarichi. Si trasferisce vicino a Udine, dove presta servizio per il comune come medico per i più poveri; si specializza in pediatria, ma le continue persecuzioni nei suoi confronti lo portano a peregrinare da una parte all’altra. Diventa medico delle formazioni partigiane, organizza il rifornimento di armi pilotando gli aviolanci degli alleati, assiste i prigionieri alleati e contribuisce alla costituzione di nuove bande partigiane. Durante la guerra di liberazione ritorna nelle file del partito socialista  e diviene commissario politico della “Brigata Venezia”.
Il 27 giugno del 1944, fingendosi partigiani, due brigatisti neri leggermente feriti, chiedono aiuto al medico per essere curati. Stabiliti i rapporti tra Busonera e la Resistenza, i fascisti lo arrestano. Il medico viene rinchiuso in carcere, a Padova, per circa 2 mesi e viene impiccato per rappresaglia il 17 agosto 1944, senza processo, a seguito della morte di Fronteddu, colonello fascista. La rappresaglia, voluta non dai nazisti bensì dai fascisti, non ebbe in realtà nessun vero legame con la morte del colonnello, essendo questo stato ucciso non per motivi politici bensì, probabilmente, a causa di gelosie per una donna contesa. Ciò nonostante l’omicidio fu attribuito ai partigiani e i fascisti, per dare l’esempio, fucilarono 7 detenuti e ne impiccarono altri 3. Tra questi ultimi c’era il medico sardo.

I partigiani, durante la prigionia del medico, pensarono di liberarlo con le armi, ma la moglie, che credeva fosse un’azione troppo pericolosa e pensava di poterlo salvare senza rischi, si oppose. Al momento dell’impiccagione, erano molti i partigiani armati presenti; lo scopo era quello di sparare e, nella confusione, far scappare il medico. Purtroppo il frate Padre Eusebio, al seguito della banda Koch, aveva richiamato una folla di fascisti arringandoli con una predica pubblica di fronte ai partigiani che stavano per essere impiccati. Inoltre la corda per l’impiccagione del medico era troppo lunga, cosa che allungò ancor di più l’agonia di Busonera.
Qualche giorno dopo apparve a Padova un manifesto con la frase:
“Perchè tremate, domandò al boia, io non tremo! Mettete bene il laccio.
Nella stretta del capestro l’ultima sua voce fu per gridare: Viva l’Italia!
Padovani, voi non dimenticherete”.

Secondo gli ultimi studi, i sardi che hanno partecipato alla Resistenza sono stati da 6500 a 7000. Solo in Piemonte ne sono stati contati oltre 550.
Molti combattenti sardi nella lotta per la libertà sono stati insigniti di medaglie al valore militare: 8 d’oro, 34 d’argento, 34 di bronzo.

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“D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia?
Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!”

Italo Calvino

 


Fonti e letture:

  • Associazione Nazionale Partigiani d’Italia: //www.anpi.it
  • Antifascisti e partigiani sardi. Antonio Mulas
  • La Sardegna nella Seconda Guerra Mondiale, Manlio Brigaglia. Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia
  • Sezione Anpi Spinea: //anpispinea.blogspot.it/2011/01/bartolomeo-meloni-e-i-ferrovieri.html
  • Istituto spezzino per la storia della Resistenza, Progetto le vie della Resistenza: //www.isrlaspezia.it
  • //ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2001/04/25/SN801.html
  • //www.vicosanlucifero.it/excal/excal24/ex24spe5.html

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Mazzini e la Sardegna

giuseppe_mazzini

Diversi furono i giornali della Penisola che si occuparono, intorno al 1860, delle vicende della Sardegna a tredici anni di distanza della perfetta fusione firmata il 29 novembre 1847.

Tra questi giornali ricordiamo “Il Diritto” di Torino, espressione della sinistra subalpina e contrario a Cavour, ma soprattutto quelli mazziniani, grazie agli articoli di Vincenzo Brusco Onnis che vennero pubblicati nel giornale “I popoli uniti”, con il titolo Un Processo al Governo, che faceva riferimento a Il Governo e i comuni del Tuveri che lo stesso Mazzini avrebbe citato nel suo scritto del 1861 sulla Sardegna, pubblicato da “L’Unità Italiana”.

Giuseppe Mazzini aveva fatto pubblicare l’articolo sulla Sardegna per opporsi alle voci sempre più insistenti riguardanti una cessione dell’isola alla Francia; voci che stavano circolando negli stessi giorni in cui si stava preparando il trattato di Torino che, il 15 aprile 1860, avrebbe sancito la cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Anche la stampa francese, persino dopo la morte di Cavour, continuava a pubblicare articoli sottolineando che l’Italia avrebbe dovuto dare alla Francia un’ulteriore prova della sua gratitudine con la cessione della Sardegna.
Per dimostrare la veridicità di quelle voci, Mazzini faceva riferimento a informazioni riservate, ben conosciute anche a Garibaldi, e a note diplomatiche riservate. I grandi giornali democratici, tra cui “L’Unità Italiana”, riportavano la vasta eco di opposizione che andava da Giovanni Siotto Pintor a Gian Battista Tuveri, che nella peggiore delle ipotesi avrebbe preferito l’Inghilterra alla Francia, fino a Giorgio Asproni, contrario a qualsiasi dominazione straniera.

Ecco cosa scriveva Mazzini:
“La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo sardo; sistematicamente negletta, poi calunniata; bisogna dirlo altamente perchè quella importante frazione del nostro Popolo sappia che noi non siamo complici delle colpe governative, che conosciamo e numeriamo quelle colpe, e che poi intendiamo cancellarle, appena l’Unità conquistata ci darà campo di provvedere alla libertà e all’ordinamento interno, sociale, e politico. Sì, i molti e lunghi dolori della Sardegna non trovano che indifferenza tra noi; se Bonaparte scende una seconda volta a combattere a fianco del nostro esercito, sulle nostre terre, la Sardegna è perduta per noi. […] Nelle condizioni interne della Sardegna vive un pericolo, sul quale probabilmente il Governo calcola per consumare l’atto nefando. Quel povero Popolo, i cui istinti son tutti italiani, che ricorda in parecchie fogge del suo vestire la tradizione romana e nel suo dialetto più largo numero di parole latine che non è in alcun altro dei nostri dialetti, fu trattato come straniero da un Governo al quale dava sangue, oro ed asilo quando i tempi e le proprie colpe minacciavano di disfarlo. […] Quell’isola dal clima temperato, dal suolo mirabilmente fecondo, destinato dalla natura alla produzione del frumento, dell’olio, del tabacco, del cotone, dei vini, dei melaranci, dell’indaco; ricca di legname da costruzioni marittime, e di miniere segnatamente di piombo argentifero, e posta a sole 45 leghe dal lido d’Italia, fu guardata da un Governo che non fu mai se non piemontese, come terra inutile, buona al più a raccogliere monopolizzatori di uffici, gli uomini i quali, se impiegati nella capitale, avrebbero screditato il Governo. La Sardegna, terra di 1560 leghe quadrate, capace e forse popolata, ai tempi di Roma, di due milioni di uomini, numera oggi meno di 600.000 abitanti. Un quarto appena della superficie agricola è dato alla coltivazione. V’incontri per ogni dove fiumi senza ponti, sentieri affondati, terre insalubri per lungo soggiorno di acque stagnanti, che potrebbero coi più semplici provvedimenti derivarsi al profondo delle valli. Il commercio interno, privo di vie di comunicazione, è pressochè nullo. La Gallura, circoscrizione che comprende un quinto dell’isola, non ha una strada che la rileghi all’altre provincie. Le crisi di miseria vi sono tremende. Negli anni 1846 e 1847, un quinto della popolazione mendicava da Cagliari a Sassari. L’emigrazione dovè talora interrompersi per decreto. Come nel primo periodo d’incivilimento, sola ricchezza del paese è la pastorizia errante. Un secolo e mezzo di dominio di Casa Savoia non ha conchiuso che a provocare l’insulto del francese Thouvenel. La condizione della Sardegna è condizione di barbarie ch’è vergogna al Governo sardo […]. Il Governo non curò l’isola che per le esazioni. […] In questa Italia che un nostro storico chiamava un corpo di martire. La Sicilia e la Sardegna furono di certo le membre più tormentate. […] Spetta a noi, agli uomini di parte nostra poich’altri non fa, d’impedire quel delitto di lesa-nazione, di ripetere ogni giorno alle popolazioni sarde: «Non badate al presente; è cosa di un giorno; non tradite la patria per esso. Aiutateci a conquistare Venezia e Roma; il dì dopo, la questione della Libertà, oggi sospesa per la stolta idea che le concessioni e il silenzio giovino alla conquista più rapida dell’Unità, concentrerà in sè tutta l’Italia. E in quel giorno l’Italia farà ampia ammenda alla Sardegna delle colpe del Piemonte.»”

Le altre parti degli scritti del Mazzini, possono essere usate ancor oggi come una sintesi della storia della Sardegna a partire dal momento in cui “Vittorio Amedeo accettò a malincuore, e dopo ripetute proteste, nel 1720, da Governi Stranieri, al solito, la Sardegna in cambio della Sicilia. E diresti che la ripugnanza, colla quale egli accettò quella terra in dominio, si perpetuasse, aumentando, attraverso la dinastia…”.
Mazzini assolve, almeno in parte, il regno di Carlo Emanuele III per via delle migliorie introdotte dal Bogino, sottolineando però la raccomandazione che veniva fatta al re di non abbellire soverchiamente la sposa, perchè altri non se ne invaghisse. Poi il licenziamento del ministro, e il peggioramento delle condizioni dell’isola, che diventò “una spugna da premersi per cavarne lucro, un campo d’esazioni e di traffichi disonesti”.
Giuseppe Mazzini presenta dunque un lungo elenco di ingiustizie, intrecciandole con i fatti storici. “La Sardegna scrisse nel 1792 e nel 1793 una delle più gloriose pagine della nostra storia: pagina di fedeltà al re e d’aborrimento contro lo straniero, che serbò l’isola all’Italia; i discendenti degli uomini che respinsero il primo Bonaparte dalle piazze della Maddalena non possono cedere alle seduzioni dell’ultimo. Non parlo della difesa contro gli assalti dell’ammiraglio  Truguet, ma dell’ardore di sacrificio col quale fu preparata. Mentre il Governo operava a rilento, e peggio, tanto da far credere allora, come oggi, che s’avesse in animo di cedere l’isola alla conquista straniera, i sardi, al primo minacciar dei francesi, sorgevano energici, operosi, devoti. Tale si mostrò la Sardegna in quella tempesta. E se oggi l’entusiasmo fosse, nei ventidue milioni d’Italiani indipendenti, la metà di quel che era nei Sardi d’allora, due mesi ci darebbero l’Unità della Patria compita. E invece respinto lo straniero, il Governo, che non temeva più, cominciò a sentirsi libero di mostrarsi ingrato, e si mostrò tale in modo imprudente davvero. Gli uomini che avevano salvato il Paese dall’invasione, furono negletti, sprezzati. Il Governo aveva sulle prime chiesto al Popolo sardo d’esprimere i suoi desideri; e furono inviate solennemente a Torino dai tre Ordini o Stamenti dell’isola, cinque domande, due delle quali – ristabilimento delle corti o parlamentari decennali, e ristabilimento degli uffici agli indigeni – erano vitali. In margine alla seconda il Graneri scriveva: solite ripetizioni. L’una e l’altra erano ricusate e con insolenza di modi, dacchè il rifiuto, mandato direttamente al vice-re, non era comunicato agli inviati che aspettavano risposta in Torino. E nell’isola, gl’impiegati piemontesi beffeggiavano i sardi, e canzoni villane contro essi si cantavano alla mensa del vice-re. Le cose andarono tanto oltre che, mancata la pazienza ai sardi, una sollevazione di popolo costrinse vice-re e piemontesi, quanti erano, a imbarcarsi, il 7 maggio 1794, pel continente, rispettando gelosamente persone e sostanze. Il Governo non dimenticò mai quella vittoria dei sardi e diresti ne durasse tuttavia la vendetta”.

Giuseppe Mazzini racconta inoltre le gravi ingiustizie che ancora venivano perpetrate a danno dei Sardi nella prima metà dell’Ottocento, come il feudalesimo, i tributi feudali e i privilegi del clero. Le tre leggi fondamentali per la modernizzazione della Sardegna, quella delle chiudende, dell’abolizione del feudalesimo e delle decime al clero, erano poi state condotte non a vantaggio, bensì a danno del popolo.

Nell’ultima parte dei suoi scritti sull’isola, dice: “Verso la Sardegna fu peggio: fu governo di tirannide, d’arbitri, di corrutela. Se oggi il Governo pensasse a cedere l’isola allo straniero, e additasse, per diminuirne l’effetto, agli Italiani le condizioni interne, sarebbe senz’altro colpevole di tradimento verso la Nazione: verso la Sardegna […]. No; l’Italia non sarà una seconda volta rea di suicidio e d’ingratitudine. E le colpe del Governo da me accennate, saranno ad essa una nuova cagione per proteggere dalle trame altrui la Sardegna. Abbiamo tutti debito, fatto più sacro da quelle colpe, ed è di lavarle col beneficio reso più che agevole dagl’istinti buoni e dall’ingegno svegliato dei sardi. Bastano a maturare nuovi e migliori fatti alla Sardegna una amministrazione onesta, fidata in gran parte ad uomini suoi – una rete di strade – una serie di provvedimenti riguardanti le foreste, le arginature, i ponti, i canali di scolo, una scuola normale per architetti civili ed ingegneri -due o tre grandi imprese agricole e industriali. Il popolo sardo non ha bisogno che di fiducia in sè, d’amore dato e ricambiato, per essere attivo e capace. Fedele all’istinto italiano fu sempre. Ho ricordato la generosa difesa contro l’invasione francese; e ricordo il numeroso contingente di volontari mandato nel 1848 dall’isola: e i giovani sassaresi, ai quali strinsi la mano quando accorsero per far parte della spedizione che noi disegnavamo sull’Umbria e le Marche, diedero, per prontezza di sagrifizio, virtù d’affetti fraterni e capacità modesta, un’arra, che non dimentico, dell’avvenire dell’isola. […] Dicano ai loro concittadini di non guardare al Piemonte, ma all’Italia che sta facendosi, e che, fatta appena, terrà la Sardegna come una delle più splendide gemme del suo diadema. […]” Giugno 1861.

Mazzini, il grande patriota, che previde l’Europa unita delle patrie, dei popoli, ognuno con una missione complementare rispetto a quelle degli altri, non solo conosceva la realtà europea e dell’Italia che andava formandosi, ma conosceva bene anche la Sardegna. Conosceva la sua triste storia, e riusciva ad inquadrarla nella visione della patria italiana che stava nascendo…

Per approfondire, si consiglia la lettura:
Patria, Nazione e Stato tra unità e federalismo. Mazzini, Cattaneo e Tuveri.
Scritti di: Cosimo Ceccuti, Leopoldo Ortu, Nicola Gabriele.

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I sette fratelli Cervi

…Un paese senza memoria è un paese che non esiste…

Oggi ricorre il 72° anniversario della morte di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, Ettore, i sette fratelli Cervi, e di Quarto Camurri, fucilati per mano dei fascisti il 28 dicembre 1943.

I Cervi erano una numerosa famiglia contadina originaria della bassa reggiana. Poverissimi, riuscirono a prendere in affitto il podere di Campi Rossi e a renderlo produttivo, iniziando a praticare nuove tecniche per la produzione e la rotazione delle colture. Di fortissimi sentimenti antifascisti, presero fin da subito le distanze dal regime, portando avanti l’opposizione con atti di sabotaggio e aiuto agli alleati dispersi. Moltissimi saranno gli antifascisti che troveranno rifugio nella loro casa.

Il 25 novembre i fratelli Cervi, il padre e Quarto Camurri vengono catturati dai fascisti e portati al carcere dei Servi di Reggio Emilia. I sette fratelli Cervi verranno fucilati senza processo all’alba del 28 dicembre 1943, al Poligono di tiro di Reggio Emilia, insieme a Quarto Camurri. L’azione dei fascisti è un’azione di rappresaglia: i Cervi vengono infatti accusati di aver complottato per l’uccisione del segretario fascista di Bagnolo in Piano (Reggio Emilia). Il padre viene risparmiato, e grazie alla sua opera ha tramandato il ricordo della famiglia attraverso la sua casa, oggi diventata il Museo Cervi.

Epigrafe alla Madre

Quando la sera tornavano dai campi
Sette figli ed otto col padre
Il suo sorriso attendeva sull’uscio
per annunciare che il desco era pronto.
Ma quando in un unico sparo
caddero in sette dinanzi a quel muro
la madre disse
non vi rimprovero o figli
d’avermi dato tanto dolore
l’avete fatto per un’idea
perché mai più nel mondo altre madri
debban soffrire la stessa mia pena.
Ma che ci faccio qui sulla soglia
se più la sera non tornerete.
Il padre è forte e rincuora i nipoti
Dopo un raccolto ne viene un altro
ma io sono soltanto una mamma
o figli cari
vengo con voi.

Piero Calamandrei

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4 marzo 2012

 
Ti volti e vedi la tua vita come la scia di un’elica
 
ma sì, è la vita che finisce ma lui non ci pensò poi tanto
 
anzi si sentiva già felice e ricominciò il suo canto.
 
 
 
 Ciao Lucio
 

Fuga di notizie

Avete mai notato leggendo i quotidiani o ascoltando i telegiornali che esistono una serie di espressioni che vengono continuamente utilizzate dai giornalisti?

 
Cresce l’attesa; atteso vertice; grande attesa per l’incontro; zona impervia; in arrivo i giorni della merla; in arrivo il grande freddo; tempestivo intervento; vivo allarme; bottino magro; stroncato da infarto.
Lancette avanti: torna l’ora solare. Lancette indietro: torna l’ora legale.

Tragica fatalità; ammasso di rottami; lamiere contorte; squallida vicenda; netto rifiuto; una tragedia che si poteva evitare; rabbia e sgomento; efferato delitto; cresce il tragico bilancio dei morti; il paese assiste attonito; non scartiamo nessuna ipotesi.
Il rilancio del mezzogiorno; il rilancio dell’economia; monito del Papa; accorato monito del Papa; appello del Papa;  fuga di notizie; è iniziata la ripresa; la ripresa non c’è ancora; aria di crisi.
Le stragi del sabato sera; domenica di fuoco sulle autostrade; disagi per chi viaggia; smentite le previsioni.
Va avanti l’inchiesta; il no della procura; il magistrato ha disposto l’arresto.

I ragazzi della Roma bene; Milano da bere; l’Italia ponte sul Mediterraneo; i paesi che si affacciano; i paesi emergenti; le tigri asiatiche.
Ha inizio la grande kermesse; lutto nel mondo del cinema; spaccatura sui diritti tv; in campo per centrare il primo obiettivo; stagione sfortunata; ed è subito Inter; è ancora Cagliari (ehm, questa purtroppo è più rara…).

  

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