Parco dei Sette Fratelli

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Parco Sette Fratelli

Il parco regionale dei Setti Fradis (Sette Fratelli) con i suoi diecimila ettari di foreste rappresenta il polmone verde della Sardegna sud-orientale, essendo situato nei territori comunali di Sinnai, San Vito, Quartu, Quartucciu, Maracalagonis, Castiadas, Burcei, Villasalto e Villasimius.

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Giardino botanico

Il complesso montuoso è caratterizzato dalla presenza di sette cime (da cui prende il nome), di cui solo due raggiungono l’altezza dei 1000 metri: monte Serpeddì (1067 m) e punta Sa Ceraxa (1016 m). L’area è costellata da rocce granitiche e metamorfiche.

Il parco è una riserva naturale di straordinaria bellezza.
E così, all’ombra dei lecci, è possibile notare con estrema facilità gli scavi notturni effettuati da instancabili cinghiali e udire il verso lontano dell’aquila reale e dell’astore sardo.

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Cervo sardo

Se i gatti selvatici sono tra gli animali più difficili da scorgere, altrettanto non si può dire dei cervi sardi che, all’interno dell’area di ripopolamento, si lasciano osservare mentre sonnecchiano adagiati tra le foglie caduche degli alti alberi. Ormai sanno di essere le star del parco e non rinunceranno ad avvicinarsi a pochi metri da voi, se avrete la fortuna di trovarvi di fronte alla recinzione nel momento in cui una guardia forestale zelante arrichisce il loro pasto con del foraggio.

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Segnaletica


Il museo del cervo sardo, che si trova all’interno del parco, saprà arricchire la visita con tantissime informazioni sulla vita, sulle caratteristiche dell’animale e sul ripopolamento in atto in altre aree della Sardegna e della Corsica.
Anche i mufloni, seppur in numero limitato, sono presenti nel parco e hanno un’area a loro dedicata. Purtroppo, negli ultimi tempi, frequenti sono gli attacchi da parte di un branco di cani randagi che mettono in pericolo la vita di questi animali selvatici così delicati.

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Sentieri parco Sette Fratelli

All’interno del parco è presente la caserma forestale e un centro visita gestito dall’agenzia FoReSTAS dove non solo si potrà visitare il museo già menzionato, ma si potranno avere informazioni dettagliate sui sentieri escursionistici presenti.
Questi sono diversi, divisi in base alla lunghezza del percorso e percorribili in sicurezza grazie alla segnaletica del CAI.
Tra gli altri ricordiamo il Sentiero Italia, il più impegnativo con i suoi 9,2 km di percorso e un dislivello di 540 metri.

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Rio Maidopis

In località Maidopis è presente un piccolo giardino botanico, accessibile anche ai non vedenti, dove sarà possibile osservare varie specie vegetali della macchia mediterranea. Tutta l’area è caratterizzata dalla presenza di graziosi ponticelli che attraversano il rio Maidopis, da aree pic-nic e da panche per poter godere del fresco all’ombra dei lecci.

Se la ricerca di martore, lepri, conigli o falchi pellegrini non ripagasse la vostra curiosità, si può sempre optare per una visita ai vari siti archeologici sparsi per il parco: nuraghi, tombe dei giganti, insediamenti neolitici e le rovine di un convento.
E non è finita qui.

Non si può non menzionare la grotta Fra’ Conti, che leggenda vuole sia stata il rifugio di un eremita, su Stampu ‘e Giumpau, un bastione granitico e Sa Perda ‘e sa Pipia, un immenso monolite facilmente individuabile lungo il percorso che porta alla località Maidopis. Proprio le maestose dimensioni della roccia, e la sua particolare posizione, hanno dato vita alla leggenda che si tramanda da generazioni e che ha finito col dar il nome alla roccia (“Sa pipia” in italiano significa la bambina). Si narra che l’immensa pietra franò dalla montagna travolgendo una bimba che da allora piange disperata in cerca di aiuto. E in effetti non è così difficile sentire questi lamenti in particolari giornate: tranquilli, si tratta solo del sibilo del vento… forse.

 

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La preistoria parte V: l’età del Ferro

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Statua di guerriero, Mont’e Prama (Cabras)

Agli inizi del I millennio la Sardegna sembra registrare diversi mutamenti rispetto alla precedente epoca della civiltà nuragica. I cambiamenti non riguardano solo l’economia, l’arte e l’architettura ma investono l’intera civiltà a tal punto che gli studiosi pensano non si possano catalogare in una fase tarda dell’età nuragica, quanto piuttosto in un’epoca differente.

Tuttavia va evidenziato come le caratteristiche dell’età del Ferro (IX – VIII secolo a.C.) non emergono con chiarezza e anzi, le esperienze maturate nell’età del Bronzo continuano ad essere mantenute e integrate con quelle dei nuovi tempi. La Sardegna in questa fase subisce l’influenza dei popoli del Mediterraneo, la presenza costante dei Fenici e ancora dei Cartaginesi, vede l’emergere di una struttura sociale più articolata, la formazione di nuove aristocrazie.

Il cambiamento più significativo nel campo dell’architettura è che, a partire dal X – IX secolo a.C., non vengono più edificati nuovi nuraghi. Quelli già esistenti vengono riutilizzati, in diversi casi vengono ristrutturati e anche in parte demoliti per modificare la destinazione d’uso: Genna Maria di Villanovaforru, San Pietro di Torpè, solo per citarne alcuni, da torri diventano luoghi di culto.
Alla fine del IX secolo a.C. la struttura esterna di difesa del nuraghe di Genna Maria viene demolita e le pietre riutilizzate per costruire le capanne del villaggio: segno evidente del cambiamento dei tempi che non rendevano più necessaria la presenza della fortificazione.
Il nuraghe diventa così simbolo di culto, come dimostrano i modellini di nuraghe rinvenuti in tutta l’isola nei luoghi sacri e nelle “capanne delle riunioni”.

Anche l’architettura civile registra importanti novità, come documentano i villaggi di Barumini e di Serrucci. Le capanne circolari con un solo vano vengono sostituite da capanne di varie forme, costituite da uno spazio centrale intorno al quale sono presenti dai sei agli otto vani (come a Barumini).
Tra il IX e il VIII secolo a.C, in alcuni villaggi della Sardegna centro-meridionale – Monte Olladiri e Monte Zara a Monastir, Santa Anastasia a Sardara -, vengono utilizzati mattoni crudi per la costruzione delle capanne, mentre a Barumini viene realizzata una rete stradale e le prime fognature.

Per quel che riguarda l’architettura funeraria, così come per i nuraghi, neanche le “tombe dei giganti” vengono più edificate: si preferisce tumulare i defunti nelle grotte, riutilizzare gli antichi ipogei, e la sepoltura individuale sostituisce quella collettiva.
A Cabras, a Mont’e Prama, in un’area delimitata da lastre infisse a coltello, sono state rinvenute una trentina di tombe individuali con pozzetto conico coperto da una grande lastra di arenaria. I defunti erano stati sistemati seduti, la testa protetta da una piccola lastra e il viso rivolto a oriente. 

I monumenti legati al culto – templi a pozzo, fonti sacre, tempietti a megaron – sebbene costruiti nel Bronzo recente hanno restituito reperti che risalgono in gran parte all’età del Ferro, a testimoniare che gli edifici sacri sono stati utilizzati con soluzione di continuità in varie epoche.

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Madre dell’ucciso

Legati al sacro come ex-voto, i bronzetti sardi costituiscono il più importante simbolo artistico dell’età nuragica. Le statuine, ritrovate in gran numero nei pozzi sacri e nelle “tombe dei giganti”, raggiungono un’altezza massima di 35 cm e rappresentano capitribù, arcieri, guerrieri, sacerdoti e sacerdotesse, suonatori di flauto (forse anche di launeddas), pastori, contadini. Non mancano neppure le figure femminili con il loro bambino tra le braccia, e non si può non menzionare la “Madre dell’ucciso”, una donna seduta che sostiene in grembo un giovane guerriero. E ancora figure surreali, come guerrieri con occhi e braccia raddoppiati, doppi scudi ad augurare maggior forza durante i combattimenti.
Anche gli animali sono ben rappresentati: tra i tanti sono numerosi i buoi, daini, mufloni, volpi, colombe mentre le circa 130 navicelle ritrovate documentano la conoscenza della navigazione da parte delle popolazioni nuragiche.
I bronzetti sardi sono documenti preziosissimi per gli studi sull’età nuragica; grazie a essi si è potuta conoscere la stratificazione sociale dell’epoca, la quotidianità dei popoli nuragici, gli oggetti utilizzati, dalle armi agli strumenti musicali.

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Modello nuraghe, Mont’e Prama

Un’importante scoperta, che ha permesso di arricchire il patrimonio artistico della prima età del Ferro, è stata quella fatta a Mont’e Prama (Cabras), dove sono state rinvenute numerose statue in arenaria di altezza variabile (dai 2 ai 2,50 metri) raffiguranti arceri, lottatori, fanti con elmo, spada e scudo.
Migliaia sono i frammenti ritrovati durante le campagne di scavo (peraltro ancora in corso) e a oggi, le sculture ricomposte sono 38: cinque arcieri, quattro non definiti, sedici pugilatori, tredici modelli di nuraghe.

A questi ritrovamenti si possono sommare anche altri strumenti di bronzo, come quelli di uso comune (asce, falci, seghe,…), armi (pugnali, spade,…), gioielli (bracciali, anelli, parti di collana), oggetti personali (rasoi, spilloni, specchi,…) indicativi di una grande abbondanza di metalli nell’isola.
Sarà proprio la notevole presenza di piombo, rame e argento ad attirare i navigatori da varie aree del Mediterraneo e a far maturare l’incredibile abilità tecnica delle popolazioni nuragiche, capaci di produrre oggetti talmente raffinati da essere esportati nella penisola.

In questa epoca la ceramica presenta nuove forme ed è decorata con motivi geometrici, mostrando una forte analogia con i manufatti della penisola.
Fra le ceramiche più caratteristiche sono da segnalare i vasi piriformi (a forma di pera) con decori raffinati, diffusi nella Sardegna meridionale, e le brocche askoidi (con la forma dell’askos greco).

 


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Storia della Sardegna 1. Dalle origini al Settecento”. A cura di M. Brigaglia, A. Mastino, G.G. Ortu

La preistoria parte IV: l’età nuragica

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Nuraghe Arrubiu, Orroli

L’origine dell’età nuragica è collocabile tra la fine del Bronzo antico e la prima età del Ferro, quando l’isola conobbe importanti trasformazioni socio-economiche che diedero vita a una nuova civiltà.

Il simbolo più conosciuto della civiltà degli antichi sardi è il nuraghe, maestosa costruzione in pietra, unica nel suo genere. Disseminati nell’isola a migliaia, attualmente se ne contano tra i 7/8000 e sono parte integrante del paesaggio. Ma i nuraghi non sono l’unico emblema dell’età nuragica: accanto a loro villaggi, santuari, templi a pozzo, tombe megalitiche, ceramiche e i “bronzetti” a testimoniare la straordinaria produzione metallurgica dell’epoca.

I nuraghi possono essere divisi in due gruppi: protonuraghe e nuraghe a tholos; simili nella costruzione si differenziano nella forma, nella divisione degli spazi interni e forse nell’utilizzo.

Il protonuraghe è l’antenato del nuraghe.
Dall’architettura piuttosto semplice, presenta una struttura muraria rozza e dalle modeste dimensioni (fino ai 10 metri), vari ingressi e planimetria irregolare: circolare, triangolare, poligonale o ellittica. E’ assente la camera circolare tipica dei nuraghi a tholos ma non mancano corridoi, vani-scala, nicchie e piccole stanze. Un’altra differenza è l’imponente struttura muraria rispetto agli spazi interni. A oggi se ne contano circa 500, ma secondo una recente proiezione il numero dovrebbe attestarsi tra i 1200 – 1500 esemplari.

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Struttura a tholos

Il nuraghe a tholos, nella sua forma più elementare presenta un’unica torre tronco-conica superiore ai 20 metri di altezza. Al suo interno può ospitare fino a tre camere circolari costruite con la tecnica “ad aggetto”, ovvero con un progressivo restringimento verso l’alto di filari di pietre fino a chiuderne la volta. Si otteneva così la tipica struttura a tholos, nome greco per identificare queste pseudocupole.

scala a elica
Scala a elica

Una scala intramuraria a elica permetteva di raggiungere i piani superiori e il terrazzo. Anche in queste strutture possono essere presenti nicchie, celle, ripostigli sia nella camera che nella scala. Il nuraghe monotorre è largamente presente in tutto il territorio sardo.

Il nuraghe polilobato è, al contrario, il meno diffuso.
Alla torre semplice, con il tempo o in contemporanea, venne addossato un bastione con un numero variabile di torri aventi lo scopo di difendere il mastio centrale. Questo bastione, in molti casi, è circondato da una cortina muraria esterna a racchiudere ampi spazi destinati a uomini e animali.

Solitamente il nuraghe era circondato dall’abitato, anche se sono numerosi gli esempi di villaggi senza nuraghe e di nuraghi totalmente isolati.

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Capanna delle riunioni

Le capanne erano anch’esse circolari, con la base in pietra e copertura conica di frasche, molto simili a quelle che vengono tutt’ora costruite dai pastori sardi (chiamate pinnettas o coiles). Al loro interno potevano essere presenti nicchie, stipetti e il focolare.
Caratterizzava il villaggio nuragico la cosiddetta “capanna delle riunioni”, dove probabilmente avevano luogo le assemblee degli anziani o dei capi (ipotesi che si ricollega alla presenza di un sedile in pietra).

Parallelamente allo sviluppo dei nuraghi e dei villaggi sorgevano le tombe dei giganti, sepolture megalitiche  che potevano raggiungere i 30 metri di lunghezza. Proprio queste dimensioni hanno favorito la nascita della celebre leggenda, secondo cui all’interno di queste costruzioni fossero stati inumati i resti di uomini giganti, un popolo che in un tempo antichissimo avrebbe abitato l’isola. In realtà, esse derivano da sepolture antiche dette allées couvertes (corridoi coperti), composte da un corridoio rettangolare costruito con grandi pietre e, sul davanti, da un’esedra con al centro una stele di notevoli dimensioni. Alla sua base un portello (probabilmente ad indicare la porta dell’Oltretomba) che si collega col corridoio, destinato ad accogliere i defunti.
La forma della tomba dei giganti, nonostante le continue modifiche che porteranno anche alla scomparsa della stele e della struttura dolmenica, rimarrà invariata nel tempo e diverrà la tomba caratteristica di questo periodo storico.

Un altro simbolo dell’età nuragica, sorto nelle fasi finali dell’età del bronzo, è il pozzo sacro, legato al culto delle acque. I templi a pozzo generalmente sono composti da un vestibolo frontale (trapezoidale o rettangolare) che conduce alla scala discendente con copertura a gradoni. La scala si immette nella camera sotterranea, con volta a tholos, che custodisce la vena sorgiva o raccoglie l’acqua piovana. Tutto attorno è presente un recinto circolare o ellittico a delimitare lo spazio sacro.
Ciò che differenzia le fonti sacre dai pozzi è l’assenza della lunga scalinata, costituita al massimo da pochi gradini.

Nell’età nuragica è presente anche un’altra costruzione, meno nota rispetto le precedenti per la scarsa diffusione. Si tratta del tempietto a mégaron, caratterizzato da una pianta rettilinea con pareti laterali più lunghe rispetto al muro in cui si apre la porta.

Per quel che riguarda la decorazione della ceramica, questa presenta motivi incisi su vasi biconici o cilindroidi con orlo a tesa, ancora in fase di studio.
Alla fine del Bronzo medio la ceramica viene decorata a “pettine”: tegami ornati nella superficie interna da motivi impressi con uno strumento dentato, rinvenuti nella Sardegna centro-settentrionale e più raramente nella parte meridionale.

Nell’ambito della produzione metallurgica si segnalano i lingotti a forma di pelle di bue (detti ox-hide) e vari utensili in bronzo, come pinze, martelli e palette, asce a margini rialzati spade e pugnali.

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Navicella di bronzo

Durante l’età nuragica la Sardegna non rimase isolata, al contrario: ebbe contatti con l’area tirrenica, il mondo miceneo, la Spagna, e ancora con Lipari e la Sicilia.
D’altronde, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di navicelle di bronzo, gli antichi sardi avevano un’evidente familiarità con la navigazione.

 

[Segue…]

La storica alluvione del 1951

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Il Presidente Einaudi saluta gli abitanti di Villaputzu, isolati dalla piena del Flumendosa.

Nel lontano ottobre del 1951 la fascia orientale della Sardegna fu flagellata da una devastante alluvione che, per eccezionalità e durata delle piogge, dovrebbe essere catalogata come evento storico.

Negli stessi giorni, la situazione meteo che si venne a creare nel Mediterraneo procurò alluvioni anche nella Sicilia orientale e in Aspromonte. Tutti questi avvenimenti però, nonostante la loro unicità, non ebbero un grande risalto, probabilmente per la mancanza di copertura da parte dei media dell’epoca e perchè le zone interessate risultavano essere periferiche e difficilmente raggiungibili. L’alluvione del Polesine, avvenuta poche settimane dopo, ha finito poi con l’oscurare del tutto il ricordo dei drammatici avvenimenti del Mezzogiorno.

L’eccezionalità dell’alluvione in Sardegna non risiede tanto in singoli eventi di fortissima intensità, quanto nella durata e nella continuità delle piogge: per oltre 4 giorni le precipitazioni non ebbero mai interruzioni, mantenendo per 75 ore consecutive un ritmo molto elevato.

Ma facciamo un passo indietro.

Le prime piogge di quell’autunno sardo vennero salutate con gratitudine dato che da ben tre anni l’isola viveva una situazione di estrema siccità. Le sorgenti erano completamente asciutte, i campi erano secchi e aridi, grandi difficoltà si registravano nell’abbeverare e alimentare le greggi e la situazione diveniva drammatica di giorno in giorno.

Tutto però era destinato a cambiare rapidamente.

Lunedì 14 ottobre: una depressione fredda in quota, originata nella penisola iberica, e la presenza a nord-est di una forte alta pressione, favorì la formazione di intense correnti di scirocco che provocarono sulla fascia orientale della regione, precipitazioni via via sempre più ingenti per il noto effetto stau.

Gli accumuli di quella prima giornata furono importanti, ma fino a quel momento non particolarmente allarmanti: valori superiori ai 50 mm si registrarono nel Golfo di Orosei, nei monti di Capoterra e nell’area sud-orientale, con picchi superiori ai 100 mm nelle zone interne.

131 mm miniera di Tuvuois, in una valle a nord del Serpeddì
102 mm Burcei
89 mm Muravera
70 mm Montes (1060 m s.l.m.)
60 mm a Sa Pira (caserma nella pineta di Sinnai)
85 mm Galtellì
46 mm San Pantaleo
40 mm di Massonedili (tra Tertenia e Quirra)

Martedì 15 ottobre: le piogge si accanirono ulteriormente in tutta la fascia orientale mentre a Cagliari, ancora ignari di ciò che si stava scatenando in una parte dell’isola, si festeggiava il ritorno dell’erogazione dell’acqua.
Il Flumendosa era in piena controllata così come il Cedrino; si registrava l’esondazione di qualche torrente secondario e del Rio Uri.
Le piogge registrate, stavolta, erano eccezionali: dalla fascia costiera del Sarrabus fino a Orosei si superavano i 150 mm, con picchi tra i 350-400 mm sui rilievi. Diverse stazioni gestite dal Servizio Idrografico superarono abbondantemente la soglia dei 400 mm.

539 mm (?) rio de Pardia, tra Quirra e Flumendosa
470 mm Cantoniera Sicca d’Erba (lago Alto Flumendosa)
445 mm Cantoniera Massonedili
416 mm Genna Crexia
395 mm Arzana
350 mm Baunei
349 mm Flumendosa I salto
339 mm Centrale di Sa Teula
312 mm Cantoniera Rio Gironi (Villaputzu)
309 mm Talana

Il maltempo non sembrava voler placare la sua furia, anzi.
Mercoledì 16 ottobre: fu il terzo giorno consecutivo di pioggia intensa, giorno in cui si realizzarono le quantità massime: dato record a Sicca d’Erba (Arzana, sull’Alto Flumendosa). Le piogge iniziarono a diminuire nel Sarrabus per spostarsi lentamente verso il nord-est dell’isola.

544 mm Sicca d’Erba / 1014 mm in 2 giorni
451 mm Flumendosa I salto / 800 mm in 2 giorni
430 mm Bau Mela (lago alto Flumendosa) / 681 mm in 2 giorni
407 mm Cantoniera Pira de Onni / 576 mm in 2 giorni
417 mm Genna Crexia / 833 mm in 2 giorni
400 mm Arzana / 795 mm in 2 giorni
390 mm Cantoniera Giustizieri (nei pressi di Urzulei) / 591 mm in 2 giorni
386 mm Cantoniera Genna Scalas / 624 mm in 2 giorni
385 mm Villagrande / 580 mm in 2 giorni
353 mm Armungia / 428 mm in 2 giorni
348 mm cantoniera Massonedili / 793 mm in 2 giorni
329 mm Bau de Muggeris (lago Alto Flumendosa) / 583 mm in 2 giorni
326 mm Bau Mandara / 607 mm in 2 giorni
308 mm Rio de Pardia / 567 mm in 2 giorni

Iniziavano i problemi.
L’orientale sarda risultava chiusa dal 20° al 113° km.
Il paese di San Vito era parzialmente inondato. Ancora una volta era sospesa l’erogazione dell’acqua a Cagliari, non per la siccità stavolta, ma per problemi riguardanti la qualità delle acque a seguito delle piene dei fiumi.
Il lago dell’alto Flumendosa passava, nell’arco di 24 ore, dal livello minimo di portata a quello massimo. Lo stesso giorno si provvedeva a scaricare dall’invaso l’acqua in eccesso, creando ulteriori danni nei paesi a valle.

Giovedì 17 ottobre: per il quarto giorno consecutivo, la pioggia continuava a cadere incessantemente: l’Ogliastra e il Gennargentu registravano valori altissimi; Sicca d’Erba si confermava ancora una volta come la stazione più piovosa.

417 mm Sicca d’Erba / 1431 mm in 3 giorni
408 mm cantoniera Pira de Onni / 984 mm in 3 giorni
384 mm cantoniera Giustizieri/ 975 mm in 3 giorni
377 mm Genna Scalas / 1001 mm in 3 giorni
371 mm Jerzu / 783 mm in 3 giorni
365 mm Arzana / 1160 mm in 3 giorni
362 mm Flumendosa I salto / 1162 mm in 3 giorni
352 mm Villagrande / 932 mm in 3 giorni
340 mm Talana / 697 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mela / 1007 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mandara / 933 mm in 3 giorni
314 mm Bau de’Muggeris / 897 mm in 3 giorni
300 mm Dorgali / 865 mm in 3 giorni
297 mm cantoniera Correboi / 751 mm in 3 giorni
282 mm Lula / 629 mm in 3 giorni
238 mm Centrale Sa Teula / 917 mm in 3 giorni

A Cagliari non si aveva una reale percezione di ciò che stava accadendo nella fascia orientale dell’isola: le strade erano impercorribili, le linee telefoniche  interrotte, mancavano informazioni.
Le prime notizie sull’alluvione trovavano spazio nell’Unione Sarda: si parlava di 5 morti in Ogliastra ma i dati non sono certi. Il giorno dopo la situazione era ancora lungi dall’esser chiara. Si parlava di centinaia di case travolte dal fango nei paesi a valle, di zone completamente isolate. Si decideva allora di mandare un velivolo in ricognizione per capire, dall’alto, ciò che stava accadendo.
Un primo tentativo venne fatto la mattina, ma la pioggia che continuava a cadere intensa costrinse l’aereo a ritornare a Cagliari.
Poche ore dopo venne fatto un secondo tentativo. I piloti passando per Capo Carbonara arrivarono fino a Villaputzu e registrarono la piena eccezionale di tutti i fiumi e in particolar modo del Flumendosa. Il ponte che collega Villaputzu, San Vito e Muravera appariva intatto ma era stato scavalcato di ben 15 cm dal fiume in piena. Se il ponte era riuscito a rimanere in piedi nonostante la violenza dell’acqua, altrettanto non si poteva dire della relativa strada, che aveva ceduto per 150 metri in direzione Muravera e 70 metri nel lato di Villaputzu.

Venerdì 18 ottobre: la pioggia cadeva su quasi tutta la Sardegna, ma in continua diminuzione nel settore sud-orientale. Danni vennero registrati in Gallura (che raggiunse i 200 mm), numerose furono le interruzioni delle linee ferroviarie in varie zone dell’isola.
In questi giorni i rifornimenti verso i paesi alluvionati avvenivano esclusivamente con gli aerei.
I dati registrati in questo giorno:

370 mm cantoniera Pira de Onni / 1354 mm in 4 giorni
350 mm Oliena / 1002 mm in 4 giorni
257 mm Jerzu / 1040 mm in 4 giorni
226 cantoniera Zuirghe (nel bacino del Coghinas) / 632 mm in 4 giorni
223 mm cantoniera Genna Scalas / 1224 mm in 4 giorni
206 mm Benetutti / 296 mm in 4 giorni
205 mm cantoniera Taroni (sotto monte Sarru) / 488 mm in 4 giorni
180 mm Monti / 408 mm in 4 giorni
180 mm Nuoro / 556 mm in 4 giorni
176 mm Padulo / 410 mm in 4 giorni
174 mm Cantoniera Giustizieri / 1149 mm in 4 giorni
170 mm Talana / 1013 mm in 4 giorni
162 mm Bau Mela / 1169 mm in 4 giorni
160 mm Flumendosa I salto / 1322 mm in 4 giorni
151 mm Noce Secca / 826 mm in 4 giorni
150 mm Dorgali / 1015 mm in 4 giorni
150 mm Mazzinaiu / 362 mm in 4 giorni
146 mm Bau Mandara / 1079 mm in 4 giorni

Sabato 19 ottobre: la depressione, allontanandosi dalla Sardegna, poneva fine alle piogge. Solo nel pomeriggio del 19 si riuscì a raggiungere il paese di Villaputzu, rimasto isolato per tutto questo tempo.

Le piogge, in molte località, si ripresentarono anche domenica 20 ottobre a causa di nuova perturbazione.

I paesi a valle del Flumendosa furono i più disastrati: Muravera contava 30 case distrutte e 250 danneggiate, San Vito 61 case distrutte e 300 lesionate, Villaputzu 70 case crollate e 150 pericolanti. Notevoli i danni anche a causa del vento.
Il governo stanziò 20 miliardi di lire per le zone alluvionate.

La terribile alluvione del 1951 ebbe come ulteriore conseguenza l’abbandono dei centri abitati di Gairo e Osini, interessati da frane e smottamenti e per questo evacuati dalle autorità. Osini venne ricostruito a circa un chilometro di distanza dal vecchio centro abbandonato, mentre Gairo si divise in tre abitati:
Gairo Cardedu, popolato da coloro che vollero ricostruire vicino alla costa;
Gairo Taquisara, una piccola frazione distante 8 chilometri;
Gairo Sant’Elena, il “nuovo” Gairo, che si trova a poche centinaia di metri dall’antico borgo.
I due vecchi centri di Osini e Gairo, con i loro ruderi abbandonati e i muri scostrati che lasciano intravedere tinte rosa e blu, regalano oggi immagini da cartolina molto apprezzate da turisti e appassionati fotografi.

Le devastazioni provocate dall’alluvione furono tali che lo stesso Presidente della Repubblica Luigi Einaudi volle esprimere vicinanza alle popolazioni coinvolte mediante un viaggio nell’isola.
Arrivato a bordo della corazzata Andrea Doria, sbarcò nel porto di Cagliari, dove venne ricevuto dal ministro Segni, dal Presidente della Regione Crespellani, dal Prefetto e altre autorità locali.
Il lungo corteo di auto presidenziali si diresse verso la regione più martoriata, il Sarrabus, soffermandosi prima a Muravera, dove le autorità vennero accolte dal sindaco e dalla popolazione radunata sulla strada principale. Il Presidente Einaudi potè constatare di persona i gravi danni subiti nel paese, e non mancò di distribuire coperte, indumenti e somme di denaro.
Si proseguì poi verso San Vito.
Qui la popolazione accolse il Presidente nella piazza del paese e il sindaco Lussu accompagnò le autorità nella scuola elementare, dove erano ospitate le famiglie rimaste senza casa. Anche a San Vito vennero distribuiti indumenti e denaro, i più piccoli ebbero in dono il cioccolato.
Il corteo di auto si fermò infine a Villaputzu, nei pressi del ponte del Flumendosa rimasto isolato dal cedimento della strada, dove molti abitanti del paese, superato il fiume, andarono incontro al Presidente. Einaudi parlò a lungo con il sindaco, sincerandosi delle condizioni della popolazione e distribuendo, anche in questo caso, generi di conforto e aiuti in denaro.
Alle 14, le auto presidenziali riprendevano il tragitto verso Cagliari, impossibilitate a proseguire oltre per le strade impraticabili. Le autorità di Nuoro e Sassari e i sindaci delle zone alluvionate dell’Ogliastra vennero ricevute in udienza a bordo dell’Andrea Doria, assieme a famiglie e congiunti delle vittime dell’alluvione.
Alle 20, la corazzata Andrea Doria lasciava il porto, non prima che il Presidente Einaudi lanciasse un ultimo saluto all’isola con un radiomessaggio:

“Avrei desiderato che la mia visita alla zone alluvionate si fosse potuta concludere solo dopo la effettiva presa di contatto con tutti i centri colpiti. Purtroppo le permanenti interruzioni nei collegamenti mi hanno invece costretto a limitare il mio programma ed io sto per lasciare l’isola. Mi conforta il pensiero di aver pur sempre arrecato alla generosa gente di Sardegna la testimonianza della solidarietà con cui tutto il Paese le è vicino in questa ora di tristezza, alla quale ho tuttavia fede non tarderà a seguire una serena ripresa. Nel voto che in un prossimo avvenire mi sia concesso di sostare meno fugacemente in terra di Sardegna e di constatare il compimento delle opere che sono già state iniziate e di quelle che saranno ulteriormente predisposte, invio alla popolazioni dell’isola, prima fra esse a quelle delle zone che non mi è stato consentito di raggiungere, il mio saluto e tutti i miei più fervidi auguri”.

26 ottobre 1951

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Qui il video dell’Istituto Luce a documentare la visita:
Il Presidente Einaudi in Sardegna.

 

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Visita Presidente Einaudi. Sarrabus 1951

 

 

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Presidente Einaudi col sindaco di Muravera, 1951

 

 

Alluvione Sarrabus Einaudi 1951
Presidente Einaudi. Villaputzu, Muravera, San Vito, 1951

 

 

Einaudi Sarrabus 1951
Presidente Einaudi nel Sarrabus, alluvione 1951

 

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Il confino a Lipari

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Lipari

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A seguito della condanna di deportazione sancita dalla commissione fascista, Emilio Lussu venne trasferito nel confino di Lipari, isola dell’arcipelago delle Eolie.

Nel giorno prescelto per la partenza, tutta Cagliari era in fermento.
Si temeva un’evasione in grande stile e per questo, speciali servizi di truppa furono schierati attorno alle carceri e lungo il percorso che portava verso l’imbarco; lo stesso questore volle essere presente al momento della partenza: “L’isola di Lipari produce una vernaccia celeberrima”, gli disse, porgendogli la mano tesa. Ma Lussu non volle intrattenersi in inutili convenevoli e, dopo avergli ricordato di essere astemio, terminò la conversazione.

Il porto era deserto, l’unica traccia umana era rappresentata da sentinelle e pattuglie armate.
Mentre Lussu si apprestava a scendere nel canotto della polizia, un giovane marinaio a bordo della sua barca, di rientro da una giornata di pesca, ritto sulla prua, gridò: “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”.

Fu l’arrivederci di un’isola intera.

Immediatamente dopo aver assistito alla scena, le pattuglie presenti circondarono il marinaio appena rientrato nel porto.
Non si ha notizia a quale destino andò incontro, un gesto così coraggioso poteva avere gravi conseguenze.

Dopo due giorni di viaggio vissuti in condizioni di salute precarie, Lussu arrivò a Lipari accolto dagli amici della lotta politica: Beltramini, Binotti, Grossi, Volpi, Picelli, solo per citarne alcuni.
Prima del fascismo, Lipari era la destinazione dei delinquenti comuni dichiarati incorreggibili, sistemati in una zona riservata di circa un chilometro quadrato.
Per disposizioni fasciste, lo spazio fu ridotto a poche centinaia di metri, con uno/due militari per ogni deportato politico.
I detenuti solitamente vivevano nelle caserme, quelli malati o con famiglia al seguito potevano disporre di una casa all’interno dell’area, ma le condizioni di vita erano difficilissime per tutti.

Il mare era controllato costantemente dalla presenza di barche, motoscafi veloci, perfino un canotto da guerra con un cannone. In ogni angolo riflettori e mitragliatrici a fare da guardiani.
Le navi che arrivavano in porto erano minuziosamente controllate, anche gli estranei che sbarcavano nell’isola erano sottoposti a perquisizioni personali.

Il clima tropicale dell’isola e le dure condizioni di detenzione, rendevano difficili le condizioni di salute dei deportati. Lussu si ammalò di una grave pleurite di cui già aveva sofferto in passato, e come lui tanti erano i prigionieri che si ammalavano.
Non mancavano i morti, ma di fronte a tanti ammalati anche il piccolo ospedale sembrava impossibilitato a svolgere la sua funzione.

Tutti i deportati dovevano sopravvivere nell’isola con una misera indennità giornaliera di 10 lire, ridotte alla metà dopo il 1931. Vitto, vestiario, biancheria, igiene, luce, tutto doveva essere pagato utilizzando questa piccola somma; le malattie legate alla fame erano una realtà molto diffusa a Lipari.
Gli appelli venivano fatti frequentemente, la notte si arrivava addirittura a dodici controlli. Si doveva evitare ogni minima possibilità di fuga, rendere l’isola una fortezza inespugnabile, un simbolo del rigore.

E così tutto l’ambiente pareva essere un’immensa scenografia della passione fascista: la fanfara che suonava inni a ogni ora del giorno,  le canzoni beffa contro gli oppositori. Le guardie fasciste, dal canto loro, avevano l’obbligo di rendere il clima turbolento; la sentinella che non provocava veniva accusata di scarso senso rivoluzionario.

Spesso venivano inviati degli “agenti provocatori”, ovvero finti deportati mandati sull’isola a prender contatti con i veri prigionieri, col compito di suggerire complotti per rovesciare il regime. Chi cadeva nel tranello, finiva subito in stato d’arresto.
Tutto ciò si sommava alle “classiche aggressioni”, sempre più violente, con i deportati ridotti in condizioni così gravi da dover essere ricoverati per lungo tempo in ospedale.
Si passò poi a misure di tortura ancora più deprecabili: deportati feriti da colpi di frusta e costretti a fare bagni nell’acqua salata o nell’aceto; flagellature alle piante dei piedi; feriti cosparsi di olio e aceto.

Alle questioni che non potevano attendere i tempi della giustizia, si sostituiva il giudizio sommario. E così, alcuni deportati venivano ammazzati senza troppi convenevoli, come Giovanni Filippich, ucciso nel 1930 per essersi dichiarato slavo, o il deputato Sollazzo, ucciso a colpi di baionetta per aver criticato duramente il fascismo.

In caso di tentativi di fuga, il regolamento consentiva l’utilizzo delle armi. Se nonostante ciò, il deportato riusciva ad avere salva la vita, la pena contemplava una reclusione non inferiore ai tre anni e una multa salata di 20.000 lire.

Ma non c’era pena che poteva fermare il desiderio di libertà. Tutti, a Lipari, pensavano alla fuga, pochissimi riuscirono a compierla.
Tra questi ci fu Emilio Lussu che, con una rocambolesca evasione, riuscì insieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti, a beffare il regime fascista.
Tre uomini che, una volta abbandonata l’isola, daranno un contributo fondamentale prima nella lotta clandestina e poi nelle fasi finali della Resistenza armata.

… Segue.

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  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu

 

Il processo a Emilio Lussu

Emilio_lussu

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Dopo l’uccisione, avvenuta per legittima difesa, del fascista Battista Porrà, Emilio Lussu rimase in prigione per tredici mesi.

In carcere gli fu comunicata la decisione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, ormai sotto il controllo fascista, della sua radiazione dall’albo in quanto nemico del regime.
Nel frattempo, nei giornali si susseguivano gli appelli dei deputati fascisti ai magistrati, appelli ai limiti della minaccia, affinchè applicassero la pena più severa possibile al sardista accusato dell’uccisione del camerata.
“E’ un delitto contro la patria, contro l’umanità”, arrivò a scrivere qualcuno.

Lo stesso prefetto, accusato di avere “protetto” Lussu (cosa peraltro non veritiera), venne messo a riposo per aver consentito l’intervento di carabinieri e polizia appena dopo l’aggressione.
Dal canto suo, anche Mussolini cercò di prodigarsi affinchè Lussu ottenesse la massima pena. A tal proposito cercò, inutilmente, di spostare il processo fuori dalla Sardegna, a Chieti; la Corte d’Assise della città era infatti nota perchè i giurati, rigorosamente fascisti, durante il processo contro gli assassini di Matteotti arrivarono a complimentarsi con gli imputati.

Ma il disegno di Mussolini, stavolta, non si realizzò.
L’opinione pubblica isolana reagì a tal punto da impedire il progetto, e addirittura lo stesso padre del fascista ucciso rifiutò di costituirsi parte civile contro l’imputato, arrivando a dolersi con Lussu dell’eccessiva persecuzione a suo danno.

Nonostante le fortissime pressioni a cui fu sottoposta la magistratura sarda, questa, non ancora soggiogata al regime, assolse Emilio Lussu per legittima difesa.

La rabbia dei fascisti esplose ogni oltre misura.
Troppo grande era stato l’affronto subito per colpa dei giudici, per non parlare poi dello stesso Lussu. Non solo non si era riusciti ad ucciderlo, ma lui stesso aveva ucciso un camerata, ed era stato addirittura assolto!
I giornali le settimane successive traboccavano di lunghi articoli contro la sentenza, si parlò di evidente errore giudiziario, alcuni proposero addirittura il linciaggio.

I fascisti non potevano lasciar passare la questione e infatti, nonostante l’assoluzione, Lussu non venne scarcerato.
Le carceri dipendevano dal ministero degli Interni e così fu trattenuto per “misure di ordine pubblico”, finchè una commissione eletta dal regime, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato fascista, condannò Lussu a cinque anni di deportazione come “avversario incorreggibile del regime”.

Le dure condizioni della detenzione dovute alla lunga permanenza in una piccola cella fredda e umida, e le correnti d’aria durante le continue ispezioni notturne, finirono col provocargli una bronchite e una grave pleurite.
La febbre alta di cui soffriva Lussu convinse i medici a scrivere una dichiarazione medica sulle sue pessime condizioni di salute, riferendo che una deportazione in un’isola sarebbe stata letale a causa del clima marino.
Fu Mussolini in persona a interessarsi della questione.
Pochi giorni dopo arrivò l’ordine di immediato trasferimento: destinazione, la piccola isola di Lipari.

Segue…

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  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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L’aggressione a Lussu e la morte del fascista Porrà

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Piazza Martiri, Cagliari

Il 31 ottobre 1926, durante una manifestazione fascista a Bologna, il sedicenne Anteo Zamboni sparò un colpo di pistola contro Mussolini, mancandolo di poco.
La reazione fascista non si fece attendere e la furia contro gli oppositori al regime si scatenò in ogni parte d’Italia. In molti caddero vittime delle violenze, altri riuscirono a darsi alla fuga, le loro case vennero saccheggiate, le sedi dei giornali distrutte.
Ovunque si respirava un clima di terrore.

Nella lunga lista degli avversari da eliminare era presente anche il nome di Emilio Lussu, noto antifascista, leader del Partito Sardo d’Azione.

La stessa notte dell’attentato al duce, alcuni amici più fidati del dirigente sardista, corsero da lui per riferigli che anche a Cagliari la macchina repressiva del regime si era messa in moto e la sua vita correva un grave pericolo.
La città era effettivamente in fermento. I vari rioni suonavano l’adunata, i fascisti accorrevano da ogni parte per ritrovarsi nella sede centrale e preparare gli assalti.

La casa di Lussu era situata nella Piazza Martiri d’Italia (dove oggi è affissa una targa in ricordo), al primo piano di un appartamento con cinque balconi.
Non ebbe il tempo di abbandonare la città e decise di rifugiarsi in casa, da solo, con le luci spente e le pistole di guerra a portata di mano, pronte per essere utilizzate.
Lui, così abituato agli assalti della Grande guerra, vide la sua casa trasformarsi in una nuova trincea.

Ma il suo appartamento non fu l’unico obiettivo dei fascisti.
Lussu sentì la colonna fascista avvicinarsi, ma prima di arrivare a lui ebbero la premura di saccheggiare la vicina tipografia del giornale democratico-cristiano il “Corriere” e distruggere lo studio legale dell’avv. Angius.

La colonna era comandata dal avv. Cao di San Marco, vecchio compagno di Lussu.

Una volta ammassatasi di fronte alla casa di Lussu, la colonna fascista riuscì senza troppa fatica a sfondare il grande portone. Solo la porta dell’appartamento ora faceva da ostacolo alla furia delle camicie nere.
Interessante, soprattutto ai fini del processo, furono le dichiarazioni delle due parti. Lussu dichiarò di aver avvisato i fascisti della sua presenza in casa, e di essere inoltre armato, mentre questi dichiararono che l’assalto fu ordinato solo perchè convinti che la casa fosse deserta.

Una volta sfondato il portone principale, la colonna si divise in tre parti: un gruppo di fascisti cercò di forzare la porta dell’appartamento, un altro cominciò la scalata ai balconi e l’ultimo fece il giro della casa per passare dal cortile sul retro.
Di fronte alla casa, sulla piazza, la folla simpatizzante incitava gli aggressori alla grande impresa.

Battista Porrà, aiutato dalla folla, fu il primo che riuscì a raggiungere il balcone. Gli porsero il ramo di un albero vicino, per forzare la persiana chiusa, e fu a questo punto che Lussu, armato della sua pistola di guerra, sparò verso di lui.
L’assalitore, colpito a morte, cadde nella strada sottostante, tra le braccia dei camerati.

Nel frattempo la folla lasciava in tutta fretta la piazza. Più volte Cao di San Marco tentò di riordinare la colonna ma i suoi appelli furono vani.

Al processo contesterà il ruolo svolto, dicendo di essersi trovato nella Piazza solo ed esclusivamente per difendere Lussu dall’aggressione fascista.

Mezz’ora dopo, polizia e carabinieri avevano accerchiato la casa, almeno mille erano le forze militari presenti nella piazza. Il questore e il commissario si presentarono alla porta e Lussu, ancora armato, chiese che solo il commissario, con le mani alzate, potesse entrare. Appurata la presenza di “autorità legali”, anche il questore venne ricevuto nella casa.

Di fronte alla comunicazione dell’arresto, Lussu cercò, con il codice penale in mano, di far leva sulla legittima difesa e ancora, sull’immunità parlamentare, essendo egli un deputato, ma tutto ciò non servì. Fu ammanettato e condotto in carcere dai carabinieri.

Al fascista ucciso vennero concesse onoreficienze e funerali solenni, con la partecipazione delle autorità, la magistratura, il prefetto e le camicie nere provenienti da tutta la provincia.

… segue.

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  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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