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Archivio per la categoria “cagliari”

Apogeo e declino del fascismo in Sardegna

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Il periodo di maggior consenso del Partito Fascista a Cagliari e in provincia coincide con la fondazione di Carbonia avvenuta nel 1938.

La decisione di erigere una città intorno al grande giacimento del Sulcis fu strettamente collegata alla politica autarchica voluta da Mussolini a seguito delle sanzioni, imposte dalla Società delle Nazioni, all’indomani dell’aggressione all’Etiopia. Mussolini annunciò il rilancio della produzione del carbone durante un viaggio in Sardegna. Tre anni dopo, precisamente nel 1938, Carbonia veniva inaugurata e dagli 8.000 abitanti iniziali passerà a oltre 40.000 già nel 1944.
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La stragrande maggioranza dei sardi, così come degli italiani, accettò il regime senza particolari riserve. Gli antifascisti più noti vanno ricordati nella figura di Giovanni Lay, comunista, imprigionato negli anni Trenta, il sardista Dino Giacobbe che nel 1937 abbandonerà clandestinamente la Sardegna per combattere nella guerra spagnola, Francesco Fancello, anch’egli sardista e il repubblicano Cesare Pintus che verranno condannati dal Tribunale Speciale nel 1931. Il più importante di tutti fu Emilio Lussu.
L’antifascismo non fu in grado di coinvolgere il resto della popolazione, anche perchè confinato in circoli ristrettissimi.
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Nel 1930, secondo una rilevazione statistica prefettizia, su una popolazione della provincia di Cagliari di 461.304 unità si registra la presenza di 164 tra Fasci e Gruppi rionali e di 53 Fasci femminili; il numero dei tesserati è di 15.155 unità; i Fasci giovanili ne raccolgono 5.082, i Guf 490, l’O.N.B. 16.800.
Con le 1.842 iscritte ai Fasci femminili, le 5.696 piccole italiane e 631 giovani italiane, il numero complessivo degli aderenti alle principali organizzazioni del partito è di circa 30.541 unità. Possiamo affermare che circa il dieci per cento della popolazione era inquadrato nel Pnf.

I dati delle province di Nuoro e di Sassari dello stesso anno indicano una percentuale di iscritti e tesserati pari al dodici per cento a Nuoro e del dieci per cento a Sassari.
Quattro anni dopo gli iscritti al Pnf nella provincia di Cagliari erano 17.000 e nel 1938 raggiungevano le 23.000 unità.
Nel 1940, con l’apertura delle iscrizioni ai combattenti, il totale degli iscritti raggiungeva le 32.000 unità anche se, dei 14.000 combattenti iscritti, solo 4.500 avevano pagato la tessera.
Questi numeri, che trasmettono l’immagine di un partito di massa, nascondono una forte adesione dettata anche da ragioni di opportunità sociale; avere la tessera significava aver accesso al pubblico impiego, e finì col divenire più una formalità burocratica che un segno di appartenenza al partito.

Con lo scoppio della guerra e i continui bombardamenti, con l’aumento del costo della vita e delle difficoltà negli approvvigionamenti si registrò un crescente malcontento popolare nei confronti del regime.
L’isolamento, sia morale che materiale, in cui era piombata la Sardegna, finì col ridar forza ai pensieri autonomistici. Una fonte di polizia comunicherà: “Da voci da noi udite ripetutamente, i Sardi, pur di finirla, vedrebbero favorevole un distacco dalla Madre Patria e magari un’occupazione inglese”.

In una lunga relazione del 18 giugno del 1943 al Ministero dell’Interno, un ispettore di pubblica sicurezza, faceva notare che “Ogni intralcio burocratico viene attribuito al preteso disinteresse del continente verso la Sardegna”. E’ evidente come la sfiducia nelle autorità andava di pari passo con il progressivo distacco della popolazione sarda dal regime. Accanto alla lealtà verso la monarchia cominciava a serpeggiare nella popolazione l’insofferenza verso il regime e la consapevolezza che la Sardegna continuava ad essere trascurata e scarsamente difesa (la situazione era drammatica in seguito ai bombardamenti  e alla mancanza di collegamenti sia interni che verso il continente). Riemergeva insomma quel forte sentimento di identità locale che unitamente al rivendicazionismo economico e politico nei confronti dello Stato aveva costituito il punto di forza del programma e degli ideali sardisti del primo dopoguerra.


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Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.

L’avvento del Sardo-Fascismo

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Prima della marcia su Roma il fascismo in Sardegna era ben poco radicato.
Solo 2.830 erano i sardi iscritti al partito nel 1921, addirittura meno, 2.057, nel 1922 anno della presa al potere fascista.
Simpatizzavano per il fascismo i due maggiori quotidiani dell’isola, L’Unione Sarda (acquistato da Sorcinelli, padrone della miniera di Bacu Abis, esponente fascista della prima ora) e La Nuova Sardegna che, tramite il proprietario Satta Branca e il direttore Riccio, celebrava apertamente Mussolini.

Una delle cause che rallentò la diffusione del fascismo in Sardegna fu, molto probabilmente, la presenza capillare del Partito sardo d’Azione che già esprimeva alcune caratteristiche tipiche del movimento di Mussolini. Erano presenti alcuni forti elementi di differenziazione, basti pensare all’autonomismo o addirittura alle tendenze secessionistiche che si scontravano col nazionalismo fascista, ma è anche vero che tanti erano i punti in comune: critica alla democrazia parlamentare, antigiolittismo, una forte vena antisocialista e antioperaia, richiamo all’esperienza della guerra, e quindi anche stesse aree sociali di riferimento a cui contendere i voti.

Nonostante queste affinità, nelle prime fasi della diffusione i sardisti si opposero al fascismo al punto da rappresentare una vera e propria forza di resistenza.

Il Partito sardo d’Azione aveva incamerato buona parte del movimento combattentistico isolano ed era guidato da leader carismatici come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Paolo Orano, Egidio Pilia. La decisione iniziale di non cedere ai fascisti venne confermata durante le celebrazioni del IV° anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, quando dal corteo composto da 20.000 reduci guidati dalla Bandiera dei Quattro Mori vennero espulsi i fascisti presenti. Allo sbarco di Camicie Nere in Sardegna (famoso fu quello di circa 200 fascisti a Olbia provenienti da Civitavecchia), il Partito Sardo rispose creando una nuova formazione militare, le Camicie Grigie. Una serie di avvenimenti drammatici furono legate allo sbarco dei fascisti: il ferimento di Emilio Lussu durante un comizio, l’incendio della redazione del quotidiano del Partito “Il Solco”, l’uccisione del sardista Efisio Melis trafitto dalla lancia di una bandiera fascista, l’assassinio dei fratelli Fois per mano degli squadristi, la spedizione punitiva contro socialisti, comunisti e sardisti di Terranova -Olbia-.

Per normalizzare l’ambiente sardo, Mussolini  inviò a Cagliari nel 1922 il prefetto Asclepia Gandolfo, decorato di guerra e persona che godeva di particolare stima negli ambienti degli ex-combattenti sardi. Verosimilmente fu la forte somiglianza tra i due movimenti a spingere Gandolfo a far confluire il Partito sardo d’Azione nel Pnf; d’altronde il partito sardista era considerato il primo vero partito di massa della Sardegna, e la sua forza elettorale era diventata una preda ambita per il fascismo.

Una parte dei sardisti pensava che la fusione avrebbe significato sardizzare il fascismo isolano, facendogli accettare alcuni punti chiave del programma del Psd’A.
Totalmente contrari all’accordo furono Camillo Bellieni e Francesco Fancello, senza dimenticare le sezioni sardiste di Nuoro, Alghero, Tempio Pausania e Sassari, questi ultimi pronti anche a denunciare al congresso le insidie del Pnf. Lasciarono il Partito sardo per aderire al fascismo Enrico Endrich, Nicola Paglietti, Vittorio Tredici, Egidio Pilia e Giuseppe Pazzaglia.
Lussu inizialmente rimase incerto sull’accordo, probabilmente perchè sperava che la fusione col fascismo potesse significare la realizzazione del programma sardista, ma Mussolini fu contrario a ogni concessione di autonomia per l’isola, e Lussu si schierò con l’opposizione.

Il Congresso sardista che si tenne a Macomer nel 1923, vide fronteggiarsi la fazione anti-fascista e quella fusionista. La prima, largamente vittoriosa, preferì comunque mantenere il dialogo con il governo, e fu proprio questa titubanza a convincere Paolo Pili, uno dei massimi dirigenti del Psd’A, a passare nelle file del fascismo.
L’obiettivo di Pili, esponente di primo piano del fascismo in Sardegna, era quello di sardizzare il fascismo, puntare alla realizzazione dei programmi sardisti.
Su sollecitazione dei deputati fascisti ex-sardisti, nel 1924 Mussolini emanò la “legge del miliardo“, un enorme flusso finanziario destinato alla Sardegna da spendersi in dieci anni in opere pubbliche. Una parte del finanziamento fu speso a Cagliari per interventi nel porto, nella bonifica degli stagni, nell’acquedotto e in altre importanti opere pubbliche e più in generale con l’obiettivo di modernizzare la realtà sarda attraverso la sistemazione del territorio e lo sfruttamento delle acque.

Dopo il delitto di Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924, il Psd’A si era schierato con l’Aventino; nelle elezioni di aprile, nonostante i brogli e le violenze, aveva ottenuto il 16 per cento dei voti e riusciva a mandare alla Camera Lussu e Mastino. Le leggi fascistissime del 1926 davano l’avvio ufficiale della dittatura fascista, e in quei giorni Emilio Lussu reagì  al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti introdotti nella sua abitazione, uccidendo uno squadrista. Nonostante la legittima difesa fosse stata confermata dai tribunali, fu condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale riuscirà a fuggire insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti nel luglio del 1927. Nel frattempo Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, viveva la dura esperienza del carcere trovandovi la morte.

In seguito alle leggi del regime, il partito sardo decise lo scioglimento delle sue sezioni il 23 dicembre 1925 e operò in clandestinità. Alcuni dirigenti seguiranno l’esempio di Lussu legandosi all’antifascismo europeo, come Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe; quest’ultimo parteciperà anche alla guerra civile spagnola sotto le insegne dei Quattro Mori, nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.
Altri continueranno la militanza resistendo al Fascismo: Luigi Battista Puggioni, che ricoprirà la carica di Direttore del Partito durante gli anni del regime, e vedrà distrutto il suo studio di avvocato; Giovanni Battista Melis incarcerato a Milano nel 1928 e rispedito in Sardegna e ancora Bellieni sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine.

I sardo-fascisti, espressione usata per indicare i fascisti di estrazione sardista, ottennero posizioni di primo piano all’interno del Pnf: Paolo Pili in particolare sarà dal 1923 al 1927 segretario federale della provincia di Cagliari, diventando l’uomo simbolo del fascismo isolano. Sarà Pili a promuovere la formazione di cooperative di produttori nel settore caseario, mettendo fine al monopolio degli industriali e favorendo un prezzo del latte più vantaggioso. In questo quadro va inserita anche la “legge del miliardo”, che con la realizzazione di nuove opere porterà a una, seppur parziale, modernizzazione dell’isola.
A Cagliari e nel Sud dell’isola, dove più accentuata fu la fusione, la componente sardista (con Putzolu, Endrich, Tredici) ebbe un ruolo importante in politica, rimanendo all’apice per quasi tutto il Ventennio.
Diversa fu la situazione a Sassari e nel Nord, dove la fusione avvenne con esponenti nazionalisti. La diversa matrice originaria contribuisce a spiegare la forte rivalità che divide, fino al 1927, il fascismo sassarese da quello cagliaritano. Quest’ultimo ha in Paolo Pili il leader riconosciuto, ed è Pili che dà la sua impronta all’esperienza del sardo-fascismo. Fu Pili a sfidare l’industria casearia (non solo sarda) e questo punto evidenzia il pensiero di Pili nel voler continuare a percorrere il progetto sardista, e che finì col suscitare le reazioni dei fascisti sassaresi.
La rivalità tra la federazione fascista di Cagliari e quella di Sassari, altro non fu che l’ennesimo capitolo di una storia infinita che ha visto i due capi dell’isola scontrarsi per l’egemonia regionale. In questa occasione le due parti erano nettamente distinte anche sotto il profilo ideologico: i cagliaritani con lo spirito regionalista; i sassaresi con i panni dei conservatori. Lo scontro vedrà uscire vincitori i sassaresi, a cui viene aperta la porta per la direzione nazionale del Pnf, mentre nel novembre del 1927 Paolo Pili verrà rimosso dalla sua carica di segretario.
Al rientro dal lungo viaggio negli Stati Uniti d’America, che permise a Pili di aprire un canale di mercato per i prodotti agricoli sardi, soprattutto quelli caseari, la situazione era fortemente mutata. La reazione degli industriali non si era fatta attendere e tutte le opere di Pili vennero stravolte per mano del regime.
Pili perse la leadership e venne poi espulso dal Pnf.
Sarà l’unico dei dirigenti sardisti approdati al fascismo a venire allontanato dai vertici, e sarà perseguitato durante tutto il resto del Ventennio.
Con la caduta di Pili finirà anche l’esperienza sardo-fascista.

Se il sardo-fascismo scompare dalla scena, altrettanto non si potè dire dei sardo-fascisti.
Cao di San Marco, Tredici e Endrich, tutti e tre con un passato sardista, costituiranno il vertice inattaccabile del fascismo cagliaritano sino a buona parte degli anni Trenta. Putzolu, amico e alleato di Pili negli anni d’oro del sardo-fascismo e poi suo nemico, sarà tra i pochissimi sardi che negli anni tra le due guerre ricopriranno posizioni di governo.


Per approfondire si consiglia la lettura:

  • Storia della Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu.
  • La Sardegna nel regime fascista, a cura di Luisa Maria Plaisant.
  • http://www.psdaz.net

I piani segreti per occupare la Sardegna (1940-1943)

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Sarebbe potuto essere “operazione Yorker“, o più probabilmente “piano Garotter“, o magari “Brimstone”… e invece no, nessuno di questi progetti andò in porto, ma tutti e tre prevedevano la liberazione della “fortezza Europa” passando per la Sardegna, ancor prima di pensare allo sbarco in Normandia e prima che si realizzasse lo sbarco in Sicilia.

Ma facciamo un passo indietro.

La Seconda Guerra Mondiale era già iniziata da un anno quando, alla fine del 1940, si iniziò a pianificare la conquista dell’isola con l’operazione Yorker. Nella primavera del ’40 Hitler controllava già una buona parte dell’Europa centro-settentrionale, il 14 giugno conquistava Parigi e in autunno era costretto a rinviare, a causa della resistenza inglese, l’occupazione della Gran Bretagna. Il 10 giugno anche l’Italia decideva di entrare in guerra affianco all’alleato tedesco.

Fu in questo contesto che gli Alleati (già nel 1940 Roosevelt si impegnò a sostenere economicamente la Gran Bretagna, l’unico Paese rimasto a combattere contro la Germania) progettarono la conquista della Sardegna, per controllare le rotte del Mediterraneo e indebolire l’Asse con l’uscita di scena dell’Italia.

L’operazione Yorker, datata gennaio 1941, prevedeva che alcuni convogli sulla rotta Gibilterra-Malta-Egitto avrebbero dovuto virare a Nord verso la Sardegna, per poi sbarcare a Portoscuso, Muravera, Oristano e Alghero, mentre gli avieri avrebbero preso il controllo degli aeroporti. Conquistato poi il porto di Cagliari, il principale obiettivo, e sbarcato il grosso delle truppe e dei mezzi, dagli aeroporti sarebbero partiti gli aerei per bombardare i porti nel continente e respingere i rinforzi. Il piano, previsto per la primavera dello stesso anno, venne però accantonato perchè troppo rischioso.

All’operazione Yorker seguì ben presto un nuovo progetto: il piano Garotter.
Il piano Garrotter si rifaceva sostanzialmente al progetto Yorker, ma era focalizzato sulla sola conquista di Cagliari. Anche questa operazione verrà messa da parte, troppe poche le informazioni in mano agli Alleati riguardanti il territorio circostante, mancarono soprattutto le ricognizioni fotografiche per la scarsità di aerei.

Il 1942 fu l’anno dell’ideazione dell’operazione Brimstone, i cui destini finirono con l’incrociarsi alla riuscita del piano Husky, ovvero allo sbarco in Sicilia del 1943.
Se le forze alleate avessero trovato in Sicilia una resistenza accanita, a tal punto da rallentare notevolmente l’avanzata e mettere a repentaglio la riuscita dell’operazione, l’alternativa sarebbe stata un nuovo sbarco in Sardegna (piano Brimstone) e uno in Corsica (piano Firebrand). In questo modo si sarebbero utilizzati gli aeroporti isolani per attaccare più frequentemente gli obiettivi dell’Italia centrale e settentrionale e, al tempo stesso, sarebbero state bloccate le divisioni tedesche presenti, impedendo loro di spostarsi in altre aree.
Il piano per la conquista della Sardegna prevedeva che, una volta sbarcata nella costa quartese, la V Armata americana avrebbe dovuto continuare l’avanzata verso nord in preparazione dello scontro con la 90ª Panzergrenadier e la Divisione “Nembo”, dislocate tra Sardara e San Gavino. Ma tutto ciò non fu necessario in quanto l’operazione Brimstone non venne mai attuata.
Lo sbarco in Sicilia, infatti, avvenne senza troppi problemi, con le truppe italiane demoralizzate ormai sicure dell’inevitabile sconfitta e una popolazione che, in buona parte dei casi, accolse gli alleati come liberatori.

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Per approfondire si consiglia la lettura:

La Sardegna nella strategia mediterranea degli Alleati durante la seconda guerra mondiale (1940-1943). I piani di conquista. Mariarosa Cardia.

 

Antifascisti sardi nella guerra civile spagnola -2-

La vicinanza geografica tra la Sardegna e la Corsica favorì l’emigrazione politica degli antifascisti sardi verso l’isola francese. Molti riuscirono a stabilirsi a Portovecchio, Ajaccio, Bastia, diversi furono arrestati mentre tentavano la traversata; per altri la Corsica rappresentò un passaggio obbligato per raggiungere la Francia o per combattere la guerra civile in Spagna. Buona parte di coloro che decisero di raggiungere la Spagna erano contadini, pastori, artigiani, minatori, molti di essi comunisti, diversi anarchici, altri profondamente legati al pensiero sardista di Emilio Lussu con il movimento “Giustizia e Libertà”. 
Per capire il contributo della Sardegna alla causa spagnola prendiamo come riferimento l’indice demografico. L’isola rappresenta circa il 2,3-2,4% della popolazione italiana. Gli internazionali sardi che decisero di partecipare al conflitto sono calcolati in 140-150, ovvero, prendendo come riferimento il numero di 3354 volontari italiani stimati da Togliatti, il 3,6-4,1% della partecipazione italiana. Anche i 20 caduti sono il 3% dei 600 italiani.
Ricordiamo inoltre che i sardi furono l’8,3% dei caduti del CTV, cioè dell’esercito inviato da Mussolini in aiuto a Franco, e il 4% dei caduti della Milizia fascista.

Ecco le storie note degli antifascisti sardi che pagarono con la vita il proprio appoggio alla causa repubblicana:

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G. Massessi -Villaputzu-

Giovannico Massessi, di Pietro e Boy Giuseppina, nato il 09/09/1909 a Villaputzu (CA).
Arrivò in terra  spagnola nel novembre 1936. Proveniente da St. Etienne, in Francia, inizialmente fece parte della formazione Picelli, poi passò nel battaglione Garibaldi.
Perse la vita nel settembre 1938 sul fronte dell’Ebro.

Paolo Comida, classe 1899, di Ozieri (SS), elettricista e comunista, espatriato clandestinamente dalla Corsica nel 1932, visse anche ad Orano e Algeri. Corrispondente de “Il grido del popolo”, giornale antifascista in lingua italiana pubblicato in Francia, si trovava a Barcellona per assistere alle Olimpiadi proletarie (organizzate in opposizione a quelle “naziste” di Berlino) quando decise di correre al fronte prima ancora che Stalin desse il via libera al Cominter. Cadde sul fronte di Tardienta, in Aragona, così come Zuddas e Franchi, componenti della colonna “Ascaso-Rosselli”, caduti nella battaglia di Monte Pelato. La notizia si apprese da una lettera delle Milicias Antifascistas di Barcellona inviata, senza francobollo, direttamente a Ozieri, all’indirizzo della madre, con la quale si annunciava la morte del combattente sardo: “Con gran dolo ponemos en vuestro conoscimento de que el camerada Paolo Comida Campus ha muerto gloriosamente en el fronte de Aragòn”.

Stessa fine fece Sisinnio Dessi. Nato a Monserrato (CA), l’8/09/1892, fu condannato dal Tribunale Speciale in periodo imprecisato. Segnalato con le milizie repubblicane ad Irùn, rimase ferito in combattimento. Morirà il 6 ottobre 1938 a Champigny, in Francia, per le conseguenze delle ferite riportate in Spagna.

La sola notizia al momento esistente riguardo Erminio Fanni, nato nel 1899 a Cagliari, è la denuncia della sua scomparsa durante la guerra di Spagna fatta da parte di suoi familiari, i quali hanno richiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il relativo atto di morte. Non è escluso che abbia appartenuto a formazioni anarchiche.

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Beniamino Mudadu (2° in piedi da sinistra)

Beniamino Mudadu, classe 1904, contadino di Sorso (SS), lasciò la Corsica per arruolarsi nelle file rosse. Inquadrato nella sezione telefonista della brigata Garibaldi, e già firmatario della lettera intestata “Caro grido del popolo” dell’omonima rivista, morì a Tardienta, sul fronte di Aragona, nel 1936 (altre fonti datano la morte nel 1937 a Guadalajara).

Cornelio Martis, nato il 12/09/1905 a Guspini (CA), faceva parte del movimento “Giustizia e Libertà”. Tenente dell’esercito italiano, fuggì dalla Sardegna in Tunisia su una barca a vela. Raggiunse l’ingegnere Dino Giacobbe in Spagna nell’ottobre del 1937. Arruolato nelle Brigate Internazionali, perse la vita il 21 dicembre dello stesso anno: fu giustiziato da un commissario politico comunista dopo la sfortunata battaglia dell’Ebro, sotto il pretesto di appartenere alla fantomatica quinta colonna (elementi nazionalisti infiltrati).

Contadino, comunista, era Bertorio Sanna, nato il 6/05/1900 a Serrenti (CA). Emigrato in Francia per motivi di lavoro nel 1924, il 16 novembre 1936 si trova in Spagna. Fece parte prima del battaglione Garibaldi, viene poi segnalato nel 2º battaglione della XIVª Brigata e nel 15 settembre 1937 in forze alla brigata Garibaldi. Caporale, si presume sia caduto in combattimento, ma non si hanno notizie specifiche del fronte.

Anche Giuseppe Zuddas era emigrato in Francia per motivi di lavoro, quando scelse di partire alla volta della Spagna. Nato nel 1898 a Monserrato (CA), piccolo coltivatore in Sardegna e muratore in Francia, aderì al Partito Sardo d’Azione diventandone segretario regionale, prendendo contatto con le organizzazioni di Giustizia e Libertà dove sarà molto attivo. Allo scoppio della sollevazione franchista, decise di arruolarsi nella Colonna Italiana, perdendo la vita il 28 agosto 1936 sul Monte Pelato.

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Tommaso Congiu -Escalaplano-

Tommaso Congiu, nato a Escalaplano (NU) nel 1901, comunista, minatore, partì per la Francia nel 1925 e fu uno dei fondatori dell’Upi, settore dell’Est (Unione Popolare Italiana, organizzazione delle correnti politiche in esilio). Arrivato in Spagna nel maggio del 1937, si arruolò  nella 1ª compagnia del 2º battaglione della brigata Garibaldi, diventando delegato politico di sezione. Morì il 9 settembre 1938 sul fronte dell’Ebro.

Giovanni Maria Puggioni, nato a Sorso (SS) il 26/07/1907 era repubblicano, professione manovale. Emigrato assieme alla madre per la Corsica nel 1925, fu segnalato come appartenente a Giustizia e Libertà. Condannato nel 1936 per infrazione a un decreto di espulsione dalla Corsica, raggiunse la Spagna e, arruolato nel battaglione Garibaldi, combattè sul fronte di Madrid. Ferito a Guadalajara, morirà nell’ospedale di Benicasim  il 24 marzo 1937.

Raffaele Puddu, classe 1899, di Gairo (NU) era anarchico, professione operaio. Emigrato in Francia nel 1921, si stabilì a Langleville e qui prese parte a tutte le iniziative del Fronte Popolare. Venne indicato dalla Prefettura di Nuoro come presente all’aggressione subita dal fascista Vincenzo Montini a Langleville; nell’autunno del 1936 si trova in Spagna. Inquadrato nel battaglione Garibaldi, morirà l’11 febbraio sul fronte dello Jarama.

Paolo Santandrea, nato a La Maddalena (SS) il 13/03/1907, impiegato, venne iscritto dalla polizia italiana nel Bollettino delle Ricerche come antifascista. Riuscì ad espatriare clandestinamente in Corsica nel maggio del 1931, per poi arrivare in Algeria e infine in Spagna. Rimpatriato da Barcellona, tornò in Italia ma nel maggio del 1937 riuscì  nuovamente  ad espatriare in Spagna, dove si arruolerà nella brigata Garibaldi. Ferito sul fronte dell’Ebro in data imprecisata, morì il 29 aprile 1938 all’ospedale di Matarò.

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Giovanni Dettori -Orgosolo-

Anarchico, molto attivo già nel dopoguerra, Giovanni Dettori classe 1899 di Orgosolo (NU), si trasferì in Tunisia, dove subì l’amputazione di una mano in seguito ad un attentato compiuto contro il consolato italiano. Rimpatriato, fu condannato a tre anni di confino ma riuscì a emigrare clandestinamente nel 1935, arrivando poi in Spagna nell’agosto del 1936. Probabilmente fece parte della XIIª Brigata Internazionale, perdendo la vita in combattimento il 15 gennaio 1937 a Teruel.

Anche Pompeo Franchi era un anarchico. Nato a Nuoro il 1º febbraio 1905, pittore decoratore, si trasferì in Francia, dove subì una condanna per violenze ai carabinieri. Nel 1925 venne espulso per “propaganda comunista” e il 22 ottobre fu segnalato alle Prefetture italiane come individuo da perquisire in caso di rimpatrio. Riuscì a rifugiarsi a Parigi, presso il fratello Ferdinando, e fu denunciato per renitenza alla leva. Cercò, senza successo, di entrare in Svizzera e nell’ottobre del 1932 venne arrestato a Fontenay-sous-Bois insieme a Bruno Gualandi, Ulisse Merli, Ruggero Cingolani e Emilio Predieri, durante una riunione di attivisti anarchici. Condannato a due mesi di carcere per violazione del bando di espulsione, venne accusato dall’Ovra di preparare un atto terroristico in Italia. Nell’ottobre 1935 fu accusato di preparare un altro attentato a Mussolini, insieme a Eugenia Lina Simonetti, ma anche questa volta la “soffiata” si rivelò falsa. Ai primi di agosto del 1936 valicò i Pirenei per arruolarsi, insieme al fratello Ferdinando, nella Colonna Italiana a maggioranza anarchica, comandata dal repubblicano Mario Angeloni. Il 28 agosto rimase ferito nella battaglia di Monte Pelato, sul fronte di Aragona, e all’inizio di settembre si spense nell’ospedale di Lérida, dopo una dolorosa agonia, in presenza del fratello.

Antonio Sanna, nato il 19/05/1906 a Meana Sardo (NU), minatore, fuggì in Francia in quanto ricercato dalla polizia per il suo impegno politico. Il 28 ottobre 1936 si trovava in Spagna, arruolato nel battaglione Garibaldi. Disperso il 23 novembre a Casa de Campo, sul fronte di Madrid.

Di Quirico Canu, anch’egli minatore, nato a Buddusò (SS) il 30/11/1900, si hanno poche notizie. Sconosciuta è la data di emigrazione. Una nota del generale Pozas nomina Canu caporale della XIIª Brigata Internazionale; ferito al braccio destro a Majadahonda, cadde sul fronte di Argallen nel febbraio del 1938.

Scarne anche le informazioni che riguardano Lucio Melis. Nato a Sassari nel 1902, raggiunse la Spagna  nel luglio del 1937, proveniente dall’Algeria. Perse la vita il 28 agosto dello stesso anno a Farlete.

Secondo la testimonianza del combattente Giovanni Caria, anche Gianmaria Nuvoli (SS) morì nel conflitto. Arruolato nel battaglione Garibaldi, rimase ferito a Guadalajara nel marzo del 1937.

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Per approfondire, si consiglia la lettura:
– “La Spagna nel nostro cuore”, edito a cura dell’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.
– “L’ombra lunga dell’esilio: ebraismo e memoria” a cura di Maria Sechi, Giovanna Santoro, Maria Antonietta Santoro.
– Centro Studi Sea.  Ammentu, Bollettino storico, archivistico e consolare del Mediterraneo. N. 1 gennaio – dicembre 2011

Mazzini e la Sardegna

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Diversi furono i giornali della Penisola che si occuparono, intorno al 1860, delle vicende della Sardegna a tredici anni di distanza della perfetta fusione firmata il 29 novembre 1847.

Tra questi giornali ricordiamo “Il Diritto” di Torino, espressione della sinistra subalpina e contrario a Cavour, ma soprattutto quelli mazziniani, grazie agli articoli di Vincenzo Brusco Onnis che vennero pubblicati nel giornale “I popoli uniti”, con il titolo Un Processo al Governo, che faceva riferimento a Il Governo e i comuni del Tuveri che lo stesso Mazzini avrebbe citato nel suo scritto del 1861 sulla Sardegna, pubblicato da “L’Unità Italiana”.

Giuseppe Mazzini aveva fatto pubblicare l’articolo sulla Sardegna per opporsi alle voci sempre più insistenti riguardanti una cessione dell’isola alla Francia; voci che stavano circolando negli stessi giorni in cui si stava preparando il trattato di Torino che, il 15 aprile 1860, avrebbe sancito la cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Anche la stampa francese, persino dopo la morte di Cavour, continuava a pubblicare articoli sottolineando che l’Italia avrebbe dovuto dare alla Francia un’ulteriore prova della sua gratitudine con la cessione della Sardegna.
Per dimostrare la veridicità di quelle voci, Mazzini faceva riferimento a informazioni riservate, ben conosciute anche a Garibaldi, e a note diplomatiche riservate. I grandi giornali democratici, tra cui “L’Unità Italiana”, riportavano la vasta eco di opposizione che andava da Giovanni Siotto Pintor a Gian Battista Tuveri, che nella peggiore delle ipotesi avrebbe preferito l’Inghilterra alla Francia, fino a Giorgio Asproni, contrario a qualsiasi dominazione straniera.

Ecco cosa scriveva Mazzini:
“La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo sardo; sistematicamente negletta, poi calunniata; bisogna dirlo altamente perchè quella importante frazione del nostro Popolo sappia che noi non siamo complici delle colpe governative, che conosciamo e numeriamo quelle colpe, e che poi intendiamo cancellarle, appena l’Unità conquistata ci darà campo di provvedere alla libertà e all’ordinamento interno, sociale, e politico. Sì, i molti e lunghi dolori della Sardegna non trovano che indifferenza tra noi; se Bonaparte scende una seconda volta a combattere a fianco del nostro esercito, sulle nostre terre, la Sardegna è perduta per noi. […] Nelle condizioni interne della Sardegna vive un pericolo, sul quale probabilmente il Governo calcola per consumare l’atto nefando. Quel povero Popolo, i cui istinti son tutti italiani, che ricorda in parecchie fogge del suo vestire la tradizione romana e nel suo dialetto più largo numero di parole latine che non è in alcun altro dei nostri dialetti, fu trattato come straniero da un Governo al quale dava sangue, oro ed asilo quando i tempi e le proprie colpe minacciavano di disfarlo. […] Quell’isola dal clima temperato, dal suolo mirabilmente fecondo, destinato dalla natura alla produzione del frumento, dell’olio, del tabacco, del cotone, dei vini, dei melaranci, dell’indaco; ricca di legname da costruzioni marittime, e di miniere segnatamente di piombo argentifero, e posta a sole 45 leghe dal lido d’Italia, fu guardata da un Governo che non fu mai se non piemontese, come terra inutile, buona al più a raccogliere monopolizzatori di uffici, gli uomini i quali, se impiegati nella capitale, avrebbero screditato il Governo. La Sardegna, terra di 1560 leghe quadrate, capace e forse popolata, ai tempi di Roma, di due milioni di uomini, numera oggi meno di 600.000 abitanti. Un quarto appena della superficie agricola è dato alla coltivazione. V’incontri per ogni dove fiumi senza ponti, sentieri affondati, terre insalubri per lungo soggiorno di acque stagnanti, che potrebbero coi più semplici provvedimenti derivarsi al profondo delle valli. Il commercio interno, privo di vie di comunicazione, è pressochè nullo. La Gallura, circoscrizione che comprende un quinto dell’isola, non ha una strada che la rileghi all’altre provincie. Le crisi di miseria vi sono tremende. Negli anni 1846 e 1847, un quinto della popolazione mendicava da Cagliari a Sassari. L’emigrazione dovè talora interrompersi per decreto. Come nel primo periodo d’incivilimento, sola ricchezza del paese è la pastorizia errante. Un secolo e mezzo di dominio di Casa Savoia non ha conchiuso che a provocare l’insulto del francese Thouvenel. La condizione della Sardegna è condizione di barbarie ch’è vergogna al Governo sardo […]. Il Governo non curò l’isola che per le esazioni. […] In questa Italia che un nostro storico chiamava un corpo di martire. La Sicilia e la Sardegna furono di certo le membre più tormentate. […] Spetta a noi, agli uomini di parte nostra poich’altri non fa, d’impedire quel delitto di lesa-nazione, di ripetere ogni giorno alle popolazioni sarde: «Non badate al presente; è cosa di un giorno; non tradite la patria per esso. Aiutateci a conquistare Venezia e Roma; il dì dopo, la questione della Libertà, oggi sospesa per la stolta idea che le concessioni e il silenzio giovino alla conquista più rapida dell’Unità, concentrerà in sè tutta l’Italia. E in quel giorno l’Italia farà ampia ammenda alla Sardegna delle colpe del Piemonte.»”

Le altre parti degli scritti del Mazzini, possono essere usate ancor oggi come una sintesi della storia della Sardegna a partire dal momento in cui “Vittorio Amedeo accettò a malincuore, e dopo ripetute proteste, nel 1720, da Governi Stranieri, al solito, la Sardegna in cambio della Sicilia. E diresti che la ripugnanza, colla quale egli accettò quella terra in dominio, si perpetuasse, aumentando, attraverso la dinastia…”.
Mazzini assolve, almeno in parte, il regno di Carlo Emanuele III per via delle migliorie introdotte dal Bogino, sottolineando però la raccomandazione che veniva fatta al re di non abbellire soverchiamente la sposa, perchè altri non se ne invaghisse. Poi il licenziamento del ministro, e il peggioramento delle condizioni dell’isola, che diventò “una spugna da premersi per cavarne lucro, un campo d’esazioni e di traffichi disonesti”.
Giuseppe Mazzini presenta dunque un lungo elenco di ingiustizie, intrecciandole con i fatti storici. “La Sardegna scrisse nel 1792 e nel 1793 una delle più gloriose pagine della nostra storia: pagina di fedeltà al re e d’aborrimento contro lo straniero, che serbò l’isola all’Italia; i discendenti degli uomini che respinsero il primo Bonaparte dalle piazze della Maddalena non possono cedere alle seduzioni dell’ultimo. Non parlo della difesa contro gli assalti dell’ammiraglio  Truguet, ma dell’ardore di sacrificio col quale fu preparata. Mentre il Governo operava a rilento, e peggio, tanto da far credere allora, come oggi, che s’avesse in animo di cedere l’isola alla conquista straniera, i sardi, al primo minacciar dei francesi, sorgevano energici, operosi, devoti. Tale si mostrò la Sardegna in quella tempesta. E se oggi l’entusiasmo fosse, nei ventidue milioni d’Italiani indipendenti, la metà di quel che era nei Sardi d’allora, due mesi ci darebbero l’Unità della Patria compita. E invece respinto lo straniero, il Governo, che non temeva più, cominciò a sentirsi libero di mostrarsi ingrato, e si mostrò tale in modo imprudente davvero. Gli uomini che avevano salvato il Paese dall’invasione, furono negletti, sprezzati. Il Governo aveva sulle prime chiesto al Popolo sardo d’esprimere i suoi desideri; e furono inviate solennemente a Torino dai tre Ordini o Stamenti dell’isola, cinque domande, due delle quali – ristabilimento delle corti o parlamentari decennali, e ristabilimento degli uffici agli indigeni – erano vitali. In margine alla seconda il Graneri scriveva: solite ripetizioni. L’una e l’altra erano ricusate e con insolenza di modi, dacchè il rifiuto, mandato direttamente al vice-re, non era comunicato agli inviati che aspettavano risposta in Torino. E nell’isola, gl’impiegati piemontesi beffeggiavano i sardi, e canzoni villane contro essi si cantavano alla mensa del vice-re. Le cose andarono tanto oltre che, mancata la pazienza ai sardi, una sollevazione di popolo costrinse vice-re e piemontesi, quanti erano, a imbarcarsi, il 7 maggio 1794, pel continente, rispettando gelosamente persone e sostanze. Il Governo non dimenticò mai quella vittoria dei sardi e diresti ne durasse tuttavia la vendetta”.

Giuseppe Mazzini racconta inoltre le gravi ingiustizie che ancora venivano perpetrate a danno dei Sardi nella prima metà dell’Ottocento, come il feudalesimo, i tributi feudali e i privilegi del clero. Le tre leggi fondamentali per la modernizzazione della Sardegna, quella delle chiudende, dell’abolizione del feudalesimo e delle decime al clero, erano poi state condotte non a vantaggio, bensì a danno del popolo.

Nell’ultima parte dei suoi scritti sull’isola, dice: “Verso la Sardegna fu peggio: fu governo di tirannide, d’arbitri, di corrutela. Se oggi il Governo pensasse a cedere l’isola allo straniero, e additasse, per diminuirne l’effetto, agli Italiani le condizioni interne, sarebbe senz’altro colpevole di tradimento verso la Nazione: verso la Sardegna […]. No; l’Italia non sarà una seconda volta rea di suicidio e d’ingratitudine. E le colpe del Governo da me accennate, saranno ad essa una nuova cagione per proteggere dalle trame altrui la Sardegna. Abbiamo tutti debito, fatto più sacro da quelle colpe, ed è di lavarle col beneficio reso più che agevole dagl’istinti buoni e dall’ingegno svegliato dei sardi. Bastano a maturare nuovi e migliori fatti alla Sardegna una amministrazione onesta, fidata in gran parte ad uomini suoi – una rete di strade – una serie di provvedimenti riguardanti le foreste, le arginature, i ponti, i canali di scolo, una scuola normale per architetti civili ed ingegneri -due o tre grandi imprese agricole e industriali. Il popolo sardo non ha bisogno che di fiducia in sè, d’amore dato e ricambiato, per essere attivo e capace. Fedele all’istinto italiano fu sempre. Ho ricordato la generosa difesa contro l’invasione francese; e ricordo il numeroso contingente di volontari mandato nel 1848 dall’isola: e i giovani sassaresi, ai quali strinsi la mano quando accorsero per far parte della spedizione che noi disegnavamo sull’Umbria e le Marche, diedero, per prontezza di sagrifizio, virtù d’affetti fraterni e capacità modesta, un’arra, che non dimentico, dell’avvenire dell’isola. […] Dicano ai loro concittadini di non guardare al Piemonte, ma all’Italia che sta facendosi, e che, fatta appena, terrà la Sardegna come una delle più splendide gemme del suo diadema. […]” Giugno 1861.

Mazzini, il grande patriota, che previde l’Europa unita delle patrie, dei popoli, ognuno con una missione complementare rispetto a quelle degli altri, non solo conosceva la realtà europea e dell’Italia che andava formandosi, ma conosceva bene anche la Sardegna. Conosceva la sua triste storia, e riusciva ad inquadrarla nella visione della patria italiana che stava nascendo…

Per approfondire, si consiglia la lettura:
Patria, Nazione e Stato tra unità e federalismo. Mazzini, Cattaneo e Tuveri.
Scritti di: Cosimo Ceccuti, Leopoldo Ortu, Nicola Gabriele.

One Day in Sardegna

Abiti in questa fetta di Sardegna, conosci bene questi posti, questi colori, ma l’abitudine ha il brutto vizio di far assopire certe emozioni, la monotonia prende il sopravvento, e a volte tende ad annebbiare la vista.
E allora immerso in tutti i tuoi problemi, non riesci a capire che hai una grande fortuna nell’essere parte integrante di questi luoghi incantati, fino a quando non ti soffermi un poco su ciò che ti circonda, e l’interesse per la tua terra diventa orgoglio nel viverla…

Il  video è stato realizzato da due ragazzi tedeschi in vacanza nel sud-est dell”isola.

Acchiappiamo uno sceicco

Cellino vuole il Leeds, e si è stufato del giocattolino sardo, questo si è capito.

Cellino ha deciso di vendere? Questo non si capisce.

Ma ancor di più, non si capisce chi stia scarabocchiando questa storia fantasiosa sulla squadra, importunata ora da cinesi, americani e sceicchi in ordine cronologico sparso. La questione più seriosa è stata, da una parte, il continuo rincorrersi di date, e dall’altra, la pseudo sicurezza della stampa di un nuovo proprietario arabo, lo sceicco qatariota che prima ha acquistato la Costa Smeralda, e ora sarebbe intenzionato ad accaparrarsi il Cagliari.
La cosa è fatta, Cellino aspetterebbe il 14 febbraio per ufficializzare… ma il giorno di S. Valentino arriva e passa, e non succede nulla.
E’ solo questione di ore, continuano a dire, appena si saprà il vincitore delle regionali avrete in nome del compratore. Va bene che lo spoglio è stato di una lentezza indicibile, ma non è durato settimane, e ancora silenzio assoluto. Nel frattempo un noto giornale di finanza afferma che gli sceicchi non sono assolutamente intenzionati ad acquisire una squadra di calcio italiana e tantomeno sarda. Apriti cielo: tifosi che, inferociti, commentano la falsa notizia e si dicono sicuri di un contratto già depositato e firmato da un celebre notaio cagliaritano.

Ma non è finita qui. Su alcuni blog compare una vignetta ironica in cui Ibrahimovic racconta che il suo sogno è sempre stato quello di giocare al Cagliari, e nel frattempo certa stampa ipotizza il prossimo ricco mercato della squadra isolana. Diversi giornali parigini, traendo spunto dal chiacchiericcio italiano, danno spazio alle loro preoccupazioni sull’eventuale passaggio del loro Ibra al Cagliari e la situazione diventa sempre più grottesca.

Fatto sta che, a oggi, dei qatarioti non c’è neppure l’ombra, dei cinesi nemmeno e degli americani, chi lo sà.

E noi stiamo lì lì per retrocedere. Alla faccia dello sceicco, incurante del nostro destino.

Il tifoso sconfitto

calcio...

Oggi, in una classica domenica di campionato, ho maturato un pensiero profondo che merita di essere condiviso.

Lo scrivo ora, dopo l’ennesima sconfitta immeritata: è troppo facile fare il tifo per le grandi squadre, potersi rallegrare, cioè, all’occorrenza, per uno scudetto, per una qualsiasi coppa, per un’ottima posizione in classifica.
Tifare per la Juve, per l’Inter, per il Milan significa provare euforia, felicità, qualche volta un po’ di rabbia quando si interrompe il record di vittorie consecutive. Poi, se dovesse andar male una stagione, andrà sicuramente meglio la prossima, se non c’è la Champions, c’è la Uefa. Insomma, si può scegliere per cosa gioire, un motivo ci sarà sempre.

Per me… tutto è diverso. Io seguo il Cagliari. Afferrate il concetto?
Qualcuno di voi vorrà ben compiangermi (è così facile), immaginando le sofferenze di una disgraziata che puntualmente vede la sconfitta materializzarsi all’ultimo minuto con la fortunata di turno e con la classifica che … sì, niente, insomma: non si smuove neppure a pagarla; e vorrà pure indignarsi pensando alle ingiustizie del calcio, ai torti arbitrali nei confronti delle piccole, alla svendita dei calciatori migliori, che tanto male possono causare a una povera tifosa di basso rango. Ebbene, accomodatevi, c’è posto per tutti. Ma badate bene, non si tratta propriamente di autocommiserazione.
E allora?

Voglio semplicemente soffermarmi sulla figura del sostenitore.
In questa vita costellata da ripetitive sconfitte calcistiche, ho scoperto che ci sono tifosi e tifosi: quelli che soffrono (sempre) e quelli che gioiscono (spesso).
In questa moltitudine di emozioni è possibile trovare i veri appassionati. Saranno mica quelli che conoscono solo l’ebbrezza della vittoria? Assolutamente no. L’idea che mi sono fatta è che i veri amanti del calcio andrebbero ricercati nella prima categoria, che chiameremo degli sconfitti, perchè loro nel seguire la propria squadra ricevono ben poco in cambio e sicuramente non vengono ricompensati con continue vittorie e coppe.

Siamo noi che conosciamo benissimo il sapore amaro della sconfitta, con quel triplice fischio che è quasi sempre una condanna. Non alziamo nessuna coppa al cielo, a parte quella del gelato, e a fine stagione festeggiamo solo per esserci ancora, soddisfatti per aver allontanato anche stavolta lo spettro della B.
E come siamo lunsigati dei complimenti sulla Gazzetta quando riusciamo a fermare una Grande, con tanto di salvataggio ossessivo degli articoli sul Pc!

Ecco, le nostre emozioni sono così diverse da chi twitta con Buffon o con Totti, perchè noi twittiamo con Cossu o con Brighenti, che al massimo escono con le cugine della velina. E non gliene importa a nessuno.
E se Radja comunica di essere passato alla Roma, i tifosi gli augurano il meglio, sperando che fra una quindicina d’anni possa venire a chiudere la carriera proprio qui. Mica siamo così stolti da pensare di ricomprarlo più in là per rafforzare la squadra… no, no, vai, diventa un campione goditi il successo e poi, se non hai altro da fare, ricordati di noi. E quanta emozione nel vedere che lo stesso Radja mentre si appresta ad affrontare le partite che contano, indossa un calzino con il simbolo della vecchia squadra. Brividi e relativi ringraziamenti per questo gesto così intimo e profondo. Portaci con te Radja, non nel cuore, sarebbe troppo, in un piede ci va bene comunque.

Eh sì, ci facciamo tenerezza da soli, noi grandi tifosi di una piccola squadra, che per vedere un replay della partita alla Domenica Sportiva dobbiamo aspettare le 2 di notte. Per sentire che poi, la nostra vittoria era dovuta a un calo fisico degli avversari, a poca concentrazione, a un modulo sbagliato: insomma, non siamo noi a vincere, sono gli altri a perdere.
Ma noi siamo pochini, contiamo poco,
non come l’Inter o la Roma che sono squadroni con tifosi sparsi per l’Italia, loro!

Ed è verissima questa cosa, gli appassionati di Juve e Inter sono in ogni angolo. E che rabbia sentire i tuoi concittadini “Ah, ma io tifo Juve”, quando Torino non sanno neppure dov’è: e li vedi festeggiare di fronte alla tv quando lo squadrone vince e con che orgoglio fanno sventolare la bandiera bianconera sul balcone, in uno sperduto paese della Sardegna… Felicità a me sconosciute, queste! Eh già, tu sei un grande, caro mio, tu che vai a cercare la facile vittoria e puoi vantarti con gli amici “Vi abbiamo schiacciato anche stavolta”, ma che senso ha?

Forse non c’è proprio nessun senso nel mondo del calcio, dove le piccole giocano per stare in basso e le grandi sono sempre lassù, dove i vincitori sono sempre gli stessi e gli altri stanno lì a guardare. Dove ciò che conta sono i soldi, i grandi nomi, i titoli e le vittorie. Ma ogni volta che la partita sta per iniziare, pensi che davvero i giocatori sono 11 per parte, che realmente il pallone è rotondo, che forse oggi è la volta buona per fare qualche punticino e chissà che non si riesca a fare un passo avanti in classifica. E ci ricadi di nuovo, accendi la radio e senti il benvenuto del cronista: cori in sottofondo, fischio dell’arbitro e si riparte. Rete!

Non era la nostra, chiaramente. Abbiamo perso anche stavolta, siamo abituati è vero, però…
Che faccio, cambio??

22.09.13 Papa Francesco a Cagliari

Sono poche le persone che riescono a suscitare emozioni positive e profonde, e Papa Francesco è una di queste.

E’ venuto a trovarci nella nostra terra così tanto povera: povera economicamente, povera di lavoro, di futuro, e forse anche povera di speranza, ma ricca di coraggio, ricca di amore, di dignità, e di voglia di farcela.

C’ero anche io in mezzo a quella folla immensa. Mi sono commossa come tutti durante l’abbraccio ai disoccupati, ho seguito la messa dal maxischermo, ho passato ore e ore al sole ad aspettare sulle transenne della Carlo Felice, ho riso delle battute all’incontro giovani, e ho pensato tanto di fronte alle  sue riflessioni che ci esortano a guardare avanti, a non essere tristi, a lottare di fronte agli ostacoli della nostra vita e a riprendere in mano quel futuro che sembra così sfuggente.

Ho deciso di andare all’incontro del Papa un po’ per caso, per trascorrere una giornata particolare, forse per poter dire “Io c’ero”, ma senza aspettarmi un coinvolgimento emotivo. Ed è proprio qui che mi sbagliavo.

Sono rientrata a casa senza sentire la stanchezza di una situazione fisicamente pesante, e con la consapevolezza di aver realmente vissuto un intero giorno. Un giorno intero di emozioni che aleggiavano nel pensiero cardine delle sue parole: la promessa del cambiamento, che passa da noi, per diventare persone migliori di quelle che il tempo e gli eventi ci hanno fatto diventare.

 E dopo aver risvegliato questa speranza, non ha neppure chiesto un voto in cambio. Non ci siamo più abituati.

L’esser sardi…

Nella facciata del Consiglio Regionale sventolano come ogni giorno le tre bandiere simbolo: la bandiera dei Quattro Mori, il Tricolore e quella dell’Unione Europea. Sarebbe tutto nella norma se fosse anche oggi un giorno comune, ma non è così, oggi arriva in città il Presidente Napolitano e questa normalità non è consentita. Mentre la gente si accalca lungo la strada principale in attesa del corteo di Napolitano, ecco che dal Consiglio Regionale viene levata la bandiera dei Quattro Mori per far posto allo stendardo Presidenziale. Mai questa fu cosa così sgradita: proteste, urla, fischi si levano dai manifestanti che richiedono ad alta voce che la bandiera riprenda il suo posto, qualcuno con in mano i Quattro Mori corre verso il Consiglio Regionale, la tensione sale. Poco dopo nel palazzo ricompare timidamente il vessillo.

Gli animi si placano, la lezione è chiara: il simbolo dei sardi non si tocca, per nessuna ragione.

Ma cos’è tutto questo attaccamento verso una bandiera “minore”? Perché la si porta in giro con tanto orgoglio? Perché la sua popolarità non è comparabile con quella degli altri vessilli regionali?
I Quattro Mori rappresentano la Sardegna. Non uno Stato politico, non una semplice isola, ma nemmeno una regione amministrativa. Incarnano un continente e il suo popolo.
Sì, i Quattro Mori rappresentano un piccolo continente con la propria cultura, le proprie usanze e la propria storia che, con la “perfetta fusione” ha unito il suo destino con quello dell’Italia.

La fusione con il resto della terraferma avvenne il 29 novembre del 1847 su concessione di Carlo Alberto di Savoia, per volere del popolo sardo. Il Regno di Sardegna perse quel giorno la sua piena autonomia e il suo antico parlamento, trasformandosi da Stato composto in Stato unitario, sempre sotto la corona dei Savoia. La Sardegna rinunciava ai suoi privilegi, metteva a disposizione dello Stato ciò che aveva, e in cambio chiedeva l’estensione all’isola dello Statuto adattandolo alle particolarità locali, parità di trattamento, diffusione della cultura, miglioramento delle condizioni di vita.

Curioso il fatto che, mentre il 29 novembre, giorno della fusione, oggi non rappresenti più nulla, il 28 aprile invece venga celebrata “Sa die de sa Sardigna” per ricordare, pensate un po’, la cacciata dei Piemontesi dall’isola avvenuta nel 1794!

Fu pochissimi anni dopo il 1847 che iniziò a serpeggiare il malcontento tra gli isolani, che non solo non avevano avuto nessun tipo di miglioramento della propria condizione ma addirittura divennero oggetto di scelte scellerate e dannose da parte del governo che non conosceva assolutamente nulla della realtà sarda.
In una società arcaica impreparata ad accogliere il liberismo economico, già prima della fusione vennero imposti dei provvedimenti che miravano a distruggere le antiche consuetudini dell’isola, portando solo povertà, miseria, spaventose carestie e continue rivolte nel popolo sardo.

L’episodio simbolo fu “la legge delle chiudende”, imposta nel 1820, che annullava l’antico uso collettivo della terra a favore della proprietà privata, svantaggiando i contadini ma soprattutto i pastori che così perdevano il diritto al pascolo negli ademprivi. L’allevamento semi-brado caratteristico dell’isola veniva visto come un problema, e come tale era necessario debellarlo. Alla promulgazione della legge seguì dapprima una corsa alla chiusura selvaggia dei campi e un forte malcontento da parte di chi non aveva più terre a disposizione. L’insofferenza sfociò in terribili violenze e disordini contro i beni e le persone soprattutto nelle zone della Barbagia che più di tutte soffrivano la mancanza di terreni liberi per i pascoli. I diseredati finirono col ingrossare le fila dei malviventi dando origine al fenomeno del banditismo sardo. Seguirono arresti e impiccagioni senza regolari processi.

Al crescente malcontento dei sardi per il duro trattamento che veniva loro riservato, il governo rispose promulgando editti contro i banditi, vietando l’utilizzo di armi, imponendo la soluzione della “terra bruciata” come avvenne quando, per colpire un gruppo di latitanti, si diede fuoco a un’intera foresta dell’oristanese. Niente fu fatto per migliorare la grave situazione.
La Sardegna rimase isolata non solo dal resto del Paese ma anche internamente, l’istruzione per lungo tempo rimase praticamente assente, nonostante si chiedesse da più parti di ampliare gli strumenti formativi anche nell’isola; fu soggetta a una feroce tassazione fiscale senza avere nessun ritorno economico, le foreste devastate per ricavare il legname da spedire nel resto del Paese, i sardi esclusi dai pubblici impieghi più rilevanti.

Come risposta alle continue richieste del popolo, alla crescente insofferenza nei confronti del nuovo Stato, alla povertà, alla miseria più totale, il governo pensò bene di mitigare gli animi inviando nell’isola quattro cannoni (probabilmente formati con una piccola parte del bronzo dei numerosi cannoni che erano stati prelevati dall’isola poco tempo prima), e battezzando “Sardegna” una corazzata da guerra.
Il governo, ora, aveva l’anima in pace.

E’ da questo momento che si inizia a parlare di questione sarda, di territorio colonizzato, di indipendenza. Già nel 1852 (solo 5 anni dopo la fusione) gli studiosi sardi prendevano in esame la situazione della Corsica, dell’Irlanda e persino degli indiani d’America confrontandola con la realtà sarda.
Vari furono gli appelli degli intellettuali al popolo sardo, affinché l’intera isola dimostrasse di avere una dignità, la forza di farsi rispettare, in modo che l’urlo di un intero popolo abbandonato arrivasse all’orecchio del governante.
La questione ha finito col riguardare anche il principio della libertà e dell’uguaglianza e il diritto di manovrare le sorti della propria terra, visto che chi aveva avuto il compito non si era dimostrato all’altezza. Così si è sempre sentita l’isola, completamente abbandonata al suo destino, una terra alla deriva, lontana e per lungo tempo sconosciuta e ignorata, con pochi punti in comune con il resto del Paese. Ma la fierezza di essere sardi, il senso di apparenza del popolo verso la sua isola accresceva sempre più, e con essa anche l’attaccamento alla sua bandiera.

Anche con il Regno d’Italia la condizione dei sardi non mutava, anzi, il razzismo nei loro confronti dilagava ed ebbe il suo culmine con i fatti di Itri, nel 1911. A costruire le linee ferroviarie che collegavano Roma e Napoli, tra i tanti operai di varie regioni vi era anche un nutrito gruppo di sardi che, a differenza degli altri, era molto sindacalizzato avendo partecipato alle rivolte salariali di Buggerru che scaturirono poi nell’intervento dell’esercito (provocando diverse vittime e il conseguente primo sciopero nazionale italiano). Avere operai sardi risultava molto vantaggioso: il loro salario era inferiore rispetto a quello degli altri operai italiani e lavoravano sodo. Gli abitanti di Itri, fomentati dai pregiudizi esistenti in tutto il Paese, e dalla stessa Camorra, iniziarono ad avere veri e propri atteggiamenti razzisti nei confronti dei “Sardegnoli” che sfociarono in atti ancora più gravi.
A differenza degli altri operai che pagavano regolarmente il pizzo, i sardi rifiutarono l’imposizione mafiosa e, per paura che l’atteggiamento fosse imitato dagli altri operai, la Camorra e gli itrani iniziarono quella che venne definita la caccia ai sardi.
Al grido “morte ai Sardegnoli”, il 12 e 13 luglio gli operai furono vittime della violenza da parte di centinaia di itrani armati, con le autorità che sparavano ai sardi in fuga e in cerca di riparo nelle campagne circostanti. Quando, il giorno seguente, gli operai rientrarono in paese per raccogliere le spoglie dei colleghi trucidati, la folla assaltò nuovamente i lavoratori sardi, provocando ulteriori vittime. Il numero esatto dei morti non si seppe mai con certezza perché molti corpi vennero nascosti dagli stessi itrani, ma al momento si contarono una decina di vittime, una sessantina di feriti (alcuni moriranno successivamente) e diversi operai torturati.
Al processo tutti gli imputati vennero assolti, i latitanti non vennero mai scovati, mentre sì, molti sardi vennero arrestati…! Nei giornali nazionali l’accaduto non ebbe risalto, e poco dopo l’orrore era già dimenticato.

Sarà la Prima guerra mondiale ad affievolire il clima razzista nei confronti dei sardi che si sentiranno finalmente accettati dall’Italia. Il prezzo di questa conquista sarà però molto alto. La Brigata Sassari , costituita nel 1915 e composta in questi anni esclusivamente da uomini sardi, verrà definita la migliore unità dell’intero esercito italiano, lasciando sul campo il più alto numero di vittime tra i reparti.
Sacrifici che valsero 6 Ordini Militari di Savoia, 9 medaglie d’oro, 405 medaglie d’argento, 551 medaglie di bronzo, e due Medaglie d’oro al valor militare per ognuno dei due reggimenti.
La Sardegna, solo ora, entrava ufficiosamente in Italia e lo faceva piangendo i suoi caduti e stringendo tra le mani la sua bandiera insanguinata. Ma il clima razzista stentava a scomparire.

E’ ancora intorno agli anni Sessanta che, per bocca di certi professori, si parla di gruppo etnico sardo, “razza arcaica paleosarda”, ponendo in rilievo l’ambiente che avrebbe ostacolato la naturale evoluzione dei caratteri somatici, soprattutto della statura, provocando “un vero immiserimento del tipo umano”, si legge in alcuni testi.

Come al solito, ci vorrà il calcio a stemperare gli animi, e la Sardegna entrerà a pieno titolo tra le grandi del pallone grazie allo scudetto del Cagliari conquistato nel 1970.
Ai più la questione potrà sembrare una leggera virata dal tema, ma così non è.
Lo scudetto infatti, contribuì enormemente ad attenuare gli stereotipi che legavano l’isola alla figura dei pastori rozzi e incivili, dei banditi sanguinari, dell’isola selvaggia e inospitale. Il calcio è cultura popolare, e come tale ha avuto un grande contributo nel far conoscere la Sardegna al popolo italiano, seppur scrutandola dietro a un pallone di calcio o alle moviole in tv.
E la stessa figura di Gigi Riva, che decideva di stabilire la sua residenza nell’isola sordo ai richiami del denaro, appariva quasi una sfida: dalla Sardegna si scappava, si emigrava e basta, perché un calciatore così importante decideva di stare in un posto abbandonato da Dio? Sarà lui a spiegarlo abilmente, e ancor oggi ricorda la rabbia che provava a ogni trasferta, quando in ogni campo da calcio le ingiurie contro i sardi, pastori e banditi, non mancavano mai. Ma poco importava: ad ogni partita i tifosi sardi c’erano sempre ad incitare la loro squadra, arrivavano da ogni parte d’Italia, immancabilmente con i Quattro Mori da sventolare con orgoglio, rivendicando la propria identità.

E si potrebbe continuare ad oltranza descrivendo la diffidenza di chi questo popolo proprio non riesce a capirlo. Come quando, intorno agli anni Ottanta, vennero schedati tutti gli immigrati sardi presenti nell’Italia centrale con l’obiettivo di debellare la criminalità, o ancora, quando in Germania un sardo condannato per stupro ottenne un’attenuante perché “il quadro dell’uomo e della donna nella sua patria doveva essere considerato come attenuante”, tralasciando il fatto che, al contrario, la società sarda si basa su una cultura matriarcale.

Passano gli anni, i secoli, ma l’identità sarda è sempre presente, l’orgoglio, la fierezza di appartenere a questa meravigliosa terra non è da riscontrarsi solo come reazione collettiva verso chi ci vedeva, e ci vede tuttora come una comunità arcaica e primitiva, secondaria oserei dire, ma è stata indubbiamente una forza ulteriore verso il radicamento alla nostra terra. L’isolamento non è stato geografico quanto, piuttosto, umano.

Sardegna “granaio, miniera, serbatoio di carne da macello per l’Italia da farsi” dice Marcello Fois, colonia dell’Italia si continua a mormorare. L’indipendentismo è un pensiero celato ma sempre presente nell’animo sardo, a volte viene urlato, a volte lo si nasconde quasi intimoriti, ma è sempre lì, immobile, vigile e attento. Poco ha a che fare con quei partiti che si reputano tali, più folcloristici e pittoreschi che concreti e autorevoli, abili creatori di slogan e stereotipi ma inefficienti ideatori di programmi seri e ragionevoli, che vengono relegati ai margini del voto politico. Ed è giusto così per il momento. L’indipendentismo deve formarsi dal basso, il popolo sardo dovrebbe interrogarsi sulla questione, capirla per poter capire se, in futuro si potrà mai diventare i reali padroni dell’amata Sardegna. Era difficile prima, è ancor più difficile oggi, l’Unione Europea ci mette di fronte ad un mondo che non cerca indipendenza quanto, piuttosto unità, ma è sempre l’Europa che si dimostra abile esempio di come anche la centralità del potere è tutt’altro che semplice. Uno Stato esteso non è sinonimo di forza, così come uno piccino non lo è di debolezza.

Tra tutti questi interrogativi, l’unica certezza rimane la nostra bandiera, simbolo di un popolo fiero, fedele alla sua Patria, qualunque essa sia, ma ancor più legato alla sua isola magica. E che sventoli libera affianco al vessillo presidenziale, siamo italiani ma prima di tutto sardi.

Il simbolo della Sardegna non si tocca, per nessuna ragione.

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