Frammenti di dissenso -parte 2-

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[Parte 1]

Terminiamo il nostro excursus sul dissenso, prendendo in esame il periodo dal 1936 al 1941. In questa fase evidenziamo, tra tutte, tre importanti tappe storiche, eventi che hanno finito con l’avere ripercussioni profonde nell’animo della popolazione:

  • Luglio 1936 inizio della Guerra civile spagnola;
  • 1° settembre 1939 scoppio della Seconda guerra mondiale;
  • 10 giugno 1940 entrata in guerra dell’Italia.

La Guerra di Spagna fu qualcosa di più di una guerra civile, fu un evento bellico che si caricò di un forte significato ideologico, fu il primo scontro tra democrazia e fascismo.
Per questo motivo la guerra spagnola ebbe ampia risonanza anche in Sardegna, e forte fu l’attenzione dei Prefetti e dei questori nel segnalare ogni reazione della popolazione:

14 settembre 1936, il giornale “Arbeiter Zeitung” di Basilea scrive che un gruppo di operai cagliaritani ha inviato 200 franchi al “Grido del popolo” di Parigi a favore di combattenti italiani antifascisti nella guerra di Spagna.
24 aprile 1937. Fermato e denunciato un cagliaritano per avere propalato notizie tendenziose sulla guerra di Spagna.
9 maggio 1937. Relazione del Questore di Sassari: “Gli avvenimenti spagnoli hanno interessato e interessano anncora vivamente queste popolazioni perchè non pochi volontari Sardi – ufficiali e soldati – militano tra le truppe di Franco mentre poche eccezioni, che qui non hanno seguito, sono andate tra le file dei rossi”.
Maggio 1937. Arrestato a Mores un cittadino “socialista”, per aver “manifestato simpatia per i miliziani spagnuoli esprimendo il desiderio di combattere contro i nazionalisti”. Assegnato al confino per 5 anni.

Sempre presente l’esempio di Emilio Lussu:

Luglio 1936, in possesso di un bracciante desulese vengono rinvenuti, a Bonorva, cinque foglietti manoscritti con frasi contro il fascismo e a favore di Lussu. Il materiale è stato distribuito da un pastore ex-confinato, anche lui di Desulo, cui viene trovata anche una cartolina inviatagli da Lipari dallo stesso Lussu, quando vi era confinato. Proposto per una nuova assegnazione al confino.
9 aprile 1937. Nella lunga relazione presentata dal Questore di Cagliari si segnala l’individuazione, a Serramanna, sul muro della casa del fascio e nella stazione, le scritte “Viva Lussu – Viva la libertà – Viva Lenin”: seguirà spedizione punitiva di fascisti cagliaritani che obbligano “- d’accordo con quel Segretario politico e il Podestà – 4 individui ritenuti antifascisti a bere l’olio di ricino”; a Cagliari alcuni fascisti hanno accompagnato al Gruppo “Fois” 7 persone ritenute antifasciste “obbligandole a bere dell’olio di ricino”.
11 marzo 1937. Il giudice conciliatore di Genoni esalta Emilio Lussu “sino a dire che avrebbe piuttosto rinunziato alla tessera del Fascio che alla sua ammirazione per Lussu”. Assegnato al confino per 3 anni.
1 marzo 1939. Arresto del pittore Carmelo Floris, di Olzai, e del muratore Giovanni Gadoni “per avere accettato l’incarico da Emilio Lussu di riorganizzare” il Psd’A in Sardegna. Antonio Dore, comunista, già confinato, è arrestato e denunciato per lo stesso motivo a Firenze il 7 marzo.

Con l’autarchia economica e con lo spettro di una guerra imminente, il dissenso si fece sempre più forte:

30 giugno 1936, manifestini di carta rossa affissi in piazza Municipio ad Iglesias. Ne viene denunciato come autore un minatore di 24 anni, che viene proposto al confino.
5 luglio 1936, “Manifestazione sediziosa, con affissione di manifestini sovversivi incintanti all’odio di classe e al dispregio del Fascismo”, nella miniera di Bacu Abis. Sei operai sono stati assegnati al confino di polizia”.
31 gennaio 1937. Fischietta, a Cagliari, l’Internazionale e la Marsigliese. Diffidato.
8 marzo 1937, un minatore di Bacu Abis pronuncia frasi offensive contro il regime. Assegnato al confino per 3 anni.
18 marzo 1937. Durante la notte qualcuno traccia scritte sovversive e falce e martello sulla parete della casa del fascio di Serramanna e nella ritirata del locale scalo ferroviario. I fascisti obbligano a bere l’olio di ricino l’ex-comunista Bonaventura Pinna, ritenuto “se non l’autore, almeno l’ispiratore” delle scritte. Deferito alla commissione provinciale per il confino, ammonito.
25 aprile 1937. L’on. Angelo Corsi viene ferito ad Iglesias da un fascista, perchè, secondo quello – dice il Questore – “per non salutare il gagliardetto del Fascio aveva svoltato le spalle”.
1 maggio 1937. Durante la notte viene issata una bandiera rossa sul Monte Mannu, che sovrasta l’abitato di Guspini. Arrestate 30 persone, di cui 3 vengono diffidate.
25 maggio 1938. Durante la notte, in vari punti di Cagliari, vengono affissi manifestini a stampa contro il Fuhrer, contro Mussolini, l’occupazione dell’Austria e l’intervento italiano in Spagna.
Ottobre – Novembre 1938. A Nuoro e Bari Sardo, in diverse occasioni, la parola “Mussolini” o l’effigie del Duce vengono imbrattate con sterco di bue. Quattro diffidati a Bari Sardo.

Anche l’abbigliamento poteva diventare un problema:

22-23 marzo 1937. Vari fascisti avvicinano, a Cagliari, persone che indossano cravatte nere o rosse o a fondo rosso “e persino – dice il Questore – bambine vestite di rosso, ordinando loro di togliersi tali indumenti”.
6 giugno 1937. Due minatori di Monteponi, in gita dopolavoristica a Oristano, vengono fermati (e poi rilasciati) perchè portano cravatte rosse.

Non sempre era il colpevole a essere punito:

4 luglio 1937. Iglesias: alcuni fascisti si scontrano con un gruppo di persone che, fuori dall’abitato, cantano una canzone sovversiva. Un fascista spara tre solpi di rivoltella. Otto fermati: tre (uno dei quali è il ferito) assegnati al confino, cinque diffidati (ma non lo sparatore).

Con il decreto regio del 1938, il fascismo pose delle limitazioni all’ascolto delle radio estere finchè, con lo scoppio della guerra, ascoltare Radio Londra divenne illegale:

4 settembre 1937. A Guspini, nella casa dell’autista Eugenio Massa (fascista dal 1923) si riuniscono il dottor Luigi Murgia, 61 anni, l’avv. Riccardo Lisci, 60 anni, e Ettore Manis, per ascoltare “alla radio comunista di Barcellona un messaggio del fuoriuscito Velio Spano che combatte coi rossi in Spagna”. Denunciati e assegnati al confino: Massa per 3 anni, gli altri per 1 anno ciascuno.
24 ottobre 1938. Cinque persone arrestate a Cagliari per aver ascoltato la radio della Spagna rossa. Il padrone di casa è assegnato al confino per due anni, gli altri per uno.
30 agosto 1939. L’OVRA segnala che a Cagliari, in un bar, si ascoltano le stazioni radio estere “antitaliane”. Ritirata la licenza per un mese.
25 novembre 1940. A Cagliari agenti dell’OVRA sentono distintamente, dalle finestre di un appartamento a pianterreno di via San Benedetto, le trasmissioni di Radio Londra. Il padrone di casa, un industriale, conferma che il figlio diciassettenne riceve spesso la trasmissione “perchè ne ha parlato in casa”. Diffidati entrambi.
9 dicembre 1940. Arrestato a Bacu Abis un operaio che “organizza la ricezione clandestina di trasmissioni di stazioni estere.” Sequestrata la radio.
Maggio 1941. Sequestrati nella provincia otto apparecchi radio di proprietà di altrettanti cittadini sorpresi ad ascoltare le trasmissioni di Radio Londra.

Sarà stato davvero uno scherzo o un tentativo di discolpa? Poco importava, il risultato era lo stesso:

23 gennaio 1937. A Ilbono un contadino analfabeta, non avendo potuto ottenere di recarsi come operaio in A.O.I. (Africa Orientale Italiana, n.d.r.), si fa scrivere da un compaesano, camicia nera della Coorte di Isili, una lettera diretta al “capo del governo rosso in Ispagna, Caballero” per farsi arruolare nelle truppe repubblicane (!). La lettera è intercettata dalla censura: sebbene sia chiaro che si tratta d’uno scherzo, i due sono assegnati al confino per 3 anni.

Noto avvenimento antifascista, già ricordato nell’articolo “I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola”:

17 marzo 1937. A Nuoro l’insegnante elementare Mariangela Maccioni, nota antifascista, e la signora Graziella Sechi, moglie dell’ing. Dino Giacobbe, sono arrestate “per avere esaltato la figura dell’anarchico Dettori Giovanni, morto combattendo fra i rossi in Ispagna”. Rilasciate il 13 maggio, la signora Giacobbe viene diffidata, Mariangela Maccioni viene, il 27 maggio, “presentata alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di polizia” che la diffida. Successivamente, la Maccioni sarà espulsa dai ruoli scolastici.

Il controllo sistematico della comunicazione portò a intercettare molte lettere che esprimevano il malcontento e il dissenso nell’Italia fascista:

8 maggio 1937. La censura segnala una lettera, spedita da Bosa da una suora, che racconta al suo corrispondente in Francia che “a Bosa hanno bruciato le fotografie del Re, della Regina e di Mussolini e vi è stata una vera rivoluzione e a Cagliari hanno issato un drappo rosso sui bastoni della città e alla testa di un corteo”.
Febbraio 1940. Una lettera inviata a Lussu da Bitti viene intercettata dalla censura. Una lunga indagine scoprirà che si tratta di un tentativo di coinvolgere nell’accusa di complotto antifascista le persone più influenti del paese.

Molti sono gli antifascisti sardi che decidevano di emigrare a Parigi o partire per la guerra spagnola. La Corsica era il passaggio obbligato per i sardi che lasciavano l’isola:

12 luglio 1938. Due pescatori di Marceddì emigrano clandestinamente in Corsica per arruolarsi nelle milizie rosse. Un loro compagno, che li ha convinti, viene arrestato insieme con uno dei due, ritornato dalla Corsica.
28 gennaio 1938. Relazione del Questore di Sassari: gli espatri clandestini verso la Corsica, tentati o mandati ed effetto dal settembre del 1937, sono 20.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale aumentava la preoccupazione della popolazione…

12 ottobre 1939. Un sacerdote di Monserrato “conduce propaganda contro la guerra con velate critiche all’operato del regime, ha cominciato a tenere discorsi con amici e conoscenti esaltando la Francia, sparlando del regime e criticando anche le provvidenze economiche adottate dal governo”. E’ pedinato dall’OVRA fin dall’aprile.
7 ottobre 1939. Relazione del Questore di Sassari: lo stato d’animo della popolazione ha subito, nell’ultima decade di agosto, “una sensibile depressione”, riavendosi però alla dichiarazione italiana di non belligeranza.
20 novembre 1939. Arrestata a Sassari una cuoca che ha più volte pronunciato frasi offensive contro il capo del Governo. Ammonita.
1 maggio 1939. Relazione del Questore di Nuoro: “La notizia dell’azione militare in Albania, assolutamente inattesa, ha suscitato evidenti ondate di giubilo. L’orientamento della politica nazionale diretto a definire la supremazia dell’Italia nel Mediterraneo non ha qui oppositori”.
23 aprile 1939. Fermato a Seui un sardo che afferma, in un locale pubblico, che “l’Italia non può sostenere la guerra per deficienza di mezzi” e che “l’impero” francese sulla Tunisia è “legittimo”. Diffidato.
28 maggio 1940. Il viceparroco di Oschiri don Francesco Giua pronuncia frasi contro la guerra. Denunciato, assegnato al confino.
9 marzo 1941. Scritte antifasciste sui muri a Bonarcado: “W l’Inghilterra e fuori l’Italia. Stiamo morendo di fame”.
27 dicembre 1941. Relazione del Questore di Sassari: ” I recenti avvenimenti internazionali d’importanza storica, tra cui la estensione della guerra agli S.U.A. non hanno influito gran che sullo spirito della popolazione che ne segue gli sviluppi con calma sempre fiduciosa nella vittoria finale. Una certa apprensione ha ingenerato invece la perdita dell’Abissinia e l’attuale andamento della battaglia della Marmarica”.

… e iniziavano le prime privazioni (non solo alimentari):

6 ottobre 1939. Relazione del Questore di Nuoro: “Soddisfacente preparazione spirituale delle masse”, che “continuano a dare prova di assoluta fiducia nel Duce, rivelando encomiabile serenità nel seguire le vicende internazionali”. La situazione economica è stazionaria. “L’eliminazione del caffè dal generale consumo è stata avvertita, ma non ha causato alcun malcontento”.
29 luglio 1940. Relazione del Questore di Cagliari: raccolto del grano scarso; abbondante invece la produzione frutticola; attivissima l’attività estrattiva. “I diminuiti rifornimenti dal Continente hanno ineluttabilmente fatto alzare i prezzi”. “Notevolissimo aumento del costo della vita, acuito anche, talora, dalla mancanza di generi di prima necessità quale il sapone. Quando questo genere non arriva dal Continente, data la scarsezza delle assegnazioni, si tende ora a fabbricarlo in famiglia, adoperando l’olio di ulivo, e da ciò la rarefazione anche di tale prodotto. […] Notevole impressione ha prodotto il razionamento del pane nei pubblici esercizi, che fa temere il razionamento generale”. “Il clero locale non è soverchiamente incline alla politica. Qualche apprezzamento, in prediche, contrario alla Germania, effetto della propaganda dell’Osservatore romano è stato stroncato”.
24 dicembre 1940. Relazione del Questore di Nuoro: la riduzione alle assegnazioni di grano duro impedisce la fabbricazione della “carta da musica”, “vi è stata al riguardo qualche sporadica e sintomatica manifestazione”. “Una delle cause di grave disagio è la mancanza assoluto di commercio della suola. Inoltre i contadini e i pastori che in passato usavano per le riparazioni delle calzature la cosidetta suola di gomma, che ora non esiste, vanno già per la maggior parte, adulti e bambini, completamente scalzi, con conseguenze che indubbiamente si ripercuoteranno nella salute delle popolazioni”.

Anche l’antifascismo, durante la guerra, si rafforzò ulteriormente:

24 giugno 1941. Sì è avuto sentore – dice il Questore di Cagliari – di un tentativo di costituzione di un nucleo antifascista nell’Università. Si dovrebbe chiamare MURA (Movimento Universitario Rivoluzionario Antifascista). Pare che l’iniziativa sia partita dall’Università di Sassari.
25 settembre 1941. Rapporto del Questore di Cagliari. “Fra i sardisti – affetti tutti da pessimismo circa i risultati finali della guerra – pare siano sorte speranze di vedere attuate le loro ideologie. Da ciò forse derivano le voci, ogni tanto ricorrenti, di uno “sbarco” del noto Lussu Emilio in Sardegna. Ma codesto movimento, peraltro molto modesto, non credo debba destare impressioni. I Sardi, in fondo, sono tutti sardisti, nel senso che sentono, nell’intimo, assai forte l’orgoglio della propria terra e della propria razza. Ma sono egualmente buoni patrioti e posso aggiungere – dice il Questore – che, per quanto riguarda il carattere del cagliaritano, v’è gran passo fra sentimento e azione”.
29 ottobre 1941. A Cagliari l’OVRA procede all’arresto di “un gruppetto di antifascisti che avevano ripreso contatti a scopo politico”. Due assegnati al confino, quattro ammoniti, uno diffidato”.

Particolare la forma di protesta dell’avv. Mura:

31 gennaio 1941. A Sassari l’avvocato Giovanni Antioco Mura è ripreso da un cancelliere del Tribunale perchè insiste a incollare le marche da bollo (con l’effige del re) a testa in giù. L’avvocato Stefano Saba ribatte al cancelliere: “Non ti conviene, le cose possono cambiare, domani ci sarà un altro partito e comanderà lui”. I due avvocati sono proposti per la diffida.

La censura colpiva anche la stampa cattolica:

A gennaio e febbraio 1941 continui sono i sequestri del settimanale cattolico “Libertà” per articoli ritenuti incompatibili con lo spirito della Nazione in guerra.

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Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei Questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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Frammenti di dissenso -parte 1-

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Durante il Ventennio, il dissenso antifascista si diffuse nei modi più vari:

  • C’è chi rimase in silenzio, temendo le reazioni del regime, esprimendo il suo non conformismo solo nell’ambito privato;
  • Chi manifestò il suo rifiuto con piccole infrazioni che si fecero col tempo sempre più numerose;
  • C’era, poi, chi protestava apertamente contro il regime o contro una qualche singola misura;
  • Infine, c’era l’individuo che nutriva un rifiuto totale per il fascismo, colui che aveva come obiettivo finale la sua caduta e che agì per arrivare a raggiungere questo fine. Questi individui avrebbero dato vita alla Resistenza italiana.

I ricordi della vecchia generazione continuano a testimoniare le numerose manifestazioni di malcontento, le azioni, i comportamenti non conformi al fascismo; anche i servizi di informazione dei partiti costretti alla clandestinità o all’esilio misero in luce molti fenomeni di dissenso. La comunità fascista unita e armonica che avrebbe voluto Mussolini non si realizzò mai.

I prefetti e i questori delle province sarde erano obbligati a comunicare ogni manifestazione di dissenso registrata tra la popolazione, inviando relazioni, prima semestrali e poi trimestrali, al Ministero dell’Interno.
Questi resoconti sulla situazione e sullo stato d’animo dei sardi riferiscono di una profonda insoddisfazione della popolazione riguardante soprattutto le difficoltà economiche, la disoccupazione, l’aumento delle tasse e dei prezzi, le ingerenze del regime nella sfera della vita privata. Non mancano neppure le annotazioni riguardanti le proteste nei confronti del Duce, l’individuazione della stampa clandestina e il nascere dei primi gruppi antifascisti.

Qui di seguito, una piccolissima selezione¹ di episodi che ben esprimono il malessere della società sarda tra il 19271935.

Il 2 ottobre 1927, i carabinieri di Buddusò sequestrano 3 opuscoli di carattere sovversivo intestati “Sindacato muratori e manovali di Lione e dintorni”, editi a Lione e scritti in italiano. Risultano spediti da un cittadino del luogo, emigrato nel 1924, che chiede “di consegnare gli opuscoli stessi ai piccoli figli”, aggiungendo che, come padre, ha il diritto di educare i propri figli a modo suo.

Numerose le segnalazioni che indicano come Emilio Lussu, dopo il confino e la fuga a Parigi, continuasse ad essere un personaggio di primo piano nell’Antifascismo isolano.

11 settembre 1928, il Prefetto di Cagliari segnala che: “Da qualche sardista del gruppo Lussu, si tentò nell’agosto di tenere vivo il ricordo del capo, con distribuzione di poche fotografie dello stesso, ma per l’azione tempestiva spiegata vennero sequestrate sette copie della fotografia nonchè la negativa. Detto gruppo va sempre più perdendo terreno e i pochi adepti sono costantemente sorvegliati. Uguale sorveglianza viene anche attuata sugli elementi sovversivi in genere, specie sui pochi comunisti”.

Attività antifasciste:

10 maggio 1928, viene segnalato che alcuni antifascisti si riuniscono  “specie in casa dell’ex deputato oppositore avv. Mastinu”. Vengono diffidati.
11 dicembre 1928, scoperto alla frontiera un pacco di giornali diretto al comunista di Serramanna Bonaventura Pinna. Ammonito.
14 luglio 1929, a Iglesias, su una “chiesa isolata” (Buoncammino) drappi rossi e “una scritta oltraggiosa pel Duce”. Ammoniti i fratelli Guglielmo e Vittorio Lebiu di Gonnesa, minatori, “capeggiatori del disciolto partito comunista, che con la condotta avevano dato adito a qualche sospetto”.

Il Prefetto di Cagliari cerca di minimizzare i voti contrari ottenuti dal regime:

Il 24 aprile 1929, il Prefetto di Cagliari nella sua relazione periodica comunica che “Nelle elezioni plebiscitarie si sono avuti in tutta la Provincia soltanto 943 voti contrari al Regime, ma una buona parte di essi provengono da errore commesso dagli elettori e non da opposizione al Governo Nazionale”.

Segnalati anche 2 fascisti (!), probabilmente indicati come tali perchè iscritti al partito:

2 settembre 1929, in un sugherificio di Sorgono tre operai (di cui due fascisti) cantano Bandiera Rossa, e uno rivolge frasi ingiuriose all’indirizzo del Capo del Governo. Arrestati e denunciati al Tribunale Speciale.
18 settembre 1929, scritte sovversive tracciate col carbone vengono rinvenute sulla strada Nurallao-Laconi.

Da considerare, come si noterà anche più avanti, che le donne sarde furono in prima linea nelle proteste contro gli amministratori locali.

Settembre 1929. A Lula manifestazioni di “donnicciole” contro il podestà e il segretario comunale.

Diffusione stampa clandestina e condanne del Tribunale Speciale:

5 luglio 1930 Relazione del prefetto: “A Domusnovas sono stati abbandonati per le strade dei foglietti staccati di antichi libri sovversivi, riproducenti fotografie di personalità politiche sovversive dei tempi andati, che portavano nel retro la scritta “Viva il socialismo – Abbasso i preti”. Si tratterebbe di una protesta contro i continui licenziamenti di minatori.
26 novembre 1930. Arrestato a Cagliari l’avv. Cesare Pintus, accusato di essere uno dei dirigenti di “Giustizia e Libertà” in Sardegna. Altri arrestati saranno prosciolti in istruttoria: Pintus sarà condannato dal Tribunale speciale, con F. Fancello, a 15 anni di carcere.

La legge commina l’arresto anche per inni sovversivi:

9 novembre 1930 Arrestato a Bortigiadas un cittadino che canta “in una pubblica via” degli inni sovversivi.

Molte comunicazioni dei prefetti riguardano la crisi economica in atto nell’isola:

Luglio 1930 relazione del Prefetto di Nuoro: “le popolazioni soffrono parecchio per la crisi economica derivante specialmente dalla diminuzione del prezzo del latte, del formaggio, del vino e dell’olio che costituiscono la principale risorsa di questa zone centrale”.
6 aprile 1933 Relazione del Prefetto: Lo spirito pubblico è sempre depresso per le stesse cause accennate, e cioè aggravi fiscali, esagerati prezzi di vendita al minuto, disoccupazione in genere, e specialmente minerario, che tende ad aumentare”.

Anche i parroci si ribellano:

3 luglio 1931 relazione Prefetto di Cagliari: nel trimestre aprile-giugno si sono registrate scritte “contro il Duce e il Fascismo e la deturpazione del labaro del fascio di Usellus” e in occasione dello scioglimento dei circoli di Azione Cattolica, l’ordine pubblico è turbato a Iglesias e Villamassargia; il parroco di Goni è stato diffidato perchè in occasione dello stesso avvenimento, ha inviato al comando stazione dei CC del paese una lettera irriguardosa.

Proteste e scioperi (vietati per legge) per l’abbassamento dei salari nell’attività estrattiva:

2 giugno 1931, sei operai della miniera di Montevecchio invitano “la massa operaia” a scioperare per protesta contro la riduzione dell’8% sui salari. Denunciati.
7-8 luglio 1931, 58 operai della miniera di Ingurtosu (Arbus) non si presentano al lavoro, dopo l’annuncio che dal 1° i salari saranno decurtati del 14 per cento. Vengono tutti denunciati per contravvenzione alla legge 3 aprile 1926 n. 563, sui rapporti collettivi di lavoro e sei di loro come promotori dello sciopero.

Opposizione giovanile?

6 dicembre 1931, a Siligo un corteo di una ventina fra balilla e avanguardisti è impedito nella sua marcia da sette ragazzi, “per pura spavalderia, puerile inconsideratezza”. Il corteo torna in sede perchè i balilla non vogliono compromettersi. Nel fatto è da escludere il movente politico – dice il Prefetto -, ma i ragazzi vengono denunciati all’autorità giudiziaria.

Donne in prima linea anche a Jerzu, Seui, Ollolai e Portoscuso.

9 – 10 dicembre 1931 A Jerzu dimostrazione di circa 200 persone (“esclusivamente donne il primo giorno”) contro l’applicazione della tassa consiliare.
10/18 giugno 1932, manifestazioni di donne contro le tasse a Seui e Ollolai.
9 aprile 1934. Relazione del Prefetto di Cagliari: “In qualche Comune per lo stato di disagio si è verificata qualche piccola dimostrazione. A Portoscuso per il poco tatto usato dal Messo Esattoriale nell’effettuare i pignoramenti e ritirare gli effetti pignorati, si è avuta una dimostrazione di donne le quali sono riuscite a impossessarsi degli oggetti pignorati depositati in una stanza del Municipio riportandoli nelle rispettive abitazioni.

Dal continente arriva in Sardegna nuova propaganda antifascista:

9 gennaio 1932, a Cagliari uno studente, “più per leggerezza che per malanimo” dà da leggere ad amici i manifestini gettati su Roma dall’aeroplano pilotato da Lauro De Bosis.
A Monserrato un operaio ha strappato in una sala da parrucchiere una foto di Mussolini: arrestato e deferito al Tribunale Speciale.
22 gennaio 1932 opuscoli di propaganda comunista vengono distribuiti ai minatori di Iglesias ed Arbus e fra i lavoratori delle bonifiche di Mussolinia. Essi sarebbero stati introdotti in Italia, in una valigia a doppio fondo, dal comunista Giuseppe Saba, rientrato dalla Francia nel dicembre precedente. A conclusione delle indagini, 18 persone verranno denunciate al Tribunale Speciale. Di essi 13 verranno assolti in istruttoria nel luglio per insufficienza di prove e 5 condannati per “propaganda comunista” a pene varie: saranno poi liberati in seguito all’amnistia “del decennale” (novembre 1932).
Febbraio 1932 a Guspini vengono arrestati un contadino e un minatore sospettati di custodire la bandiera rossa nelle disciolte sezioni socialiste. Saranno prosciolti.
6 aprile 1932. Nel trimestre gennaio – marzo, intensificazione della propaganda sovversiva e antifascista da parte di fuoriusciti sardi residenti in Francia e in Tunisia. Molti opuscoli vengono sequestrati dalla censura, altri consegnati spontaneamente dai destinatari.
A Iglesias e Guspini vengono affissi manifesti antifascisti incitanti alla ribellione e inneggianti al Psd’A e a Monserrato vengono sfregiate tre effigi di Mussolini apposte sui muri di alcune case della via principale del centro.

Malessere ben evidente in numerose cittadine:

6 aprile 1932, a Carloforte, Silius, Guspini, Villaputzu, Santadi, Mandas, Sestu, Sanluri e Villasor “pacifiche manifestazioni” per la disoccupazione e una contro le tasse.
12 aprile 1932, a Villacidro circa 200 proprietari restituiscono in Municipio gli avvisi dell’imposta di famiglia. Otto arrestati.

Si fanno sempre più numerose le segnalazioni di cittadini non allineati:

14 marzo 1932. Il farmacista di Aritzo e un commerciante vengono denunciati per detenzione e diffusione di opuscoli sovversivi provenienti dall’estero (è l’opuscolo La rivoluzione antifascista di E. Lussu).
21 giugno 1932, viene arrestata una donna di Sindia, Francesca Palia, per aver cantato: “Chi se ne frega della galera, camicia nerà brucerà”.
6 luglio 1932. Relazione del Prefetto : nel trimestre aprile – giugno ad Iglesias è stato danneggiato l’albero piantato in memoria di Arnaldo Mussolini. All’ingresso della galleria di Domusnovas è stata apposta una scritta offensiva contro Mussolini. A Gonnosfanadiga è stato affisso un manifestino antifascista. Un altro, scritto a lapis, è stato affisso a Cagliari.
30 luglio 1932. Un contadino di Donori dice che “il governo attuale pensa per sè e sfrutta i comuni. Se tutti fossero come me cadrebbe dalla sedia”. Denunciato
4 giugno 1933, fermato a Sassari un calzolaio per avere pronunciato una frase offensiva contro la MVSN. Diffidato.
5 ottobre 1933. Una guardia municipale sente che uno scalpellino, addetto ai lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia a Sassari, canta l’inno All’armi siam fascisti sostituendo la finale con le parole “Abbasso il Fascio, viva Lenin”. Lo invita a seguirlo, ma lo scalpellino si rifiuta. Interviene un vice-caposquadra della vicina caserma della MVSN, ma lo scalpellino dice di voler obbedire solo ai carabinieri. Denunciato, condannato a 6 mesi e 15 gg. di reclusione, 1 mese di arresti.
Agosto 1934. Appare a Fonni una scritta di protesta contro il fascismo a firma del podestà: in realtà se ne scopre autore un pastore, sottoposto perciò a provvedimento di polizia.
15 dicembre 1935. A Guspini un ingegnere delle miniere di Montevecchio trova in galleria, “eseguita a grandi caratteri col fumo di una lampada” la scritta “Evviva… Morte a Mussolini”.

Condanne al confino sempre più frequenti:

1 gennaio 1933. A Serri, arrestato un pastore per offese al capo del Governo. Assegnato al confino.
18 agosto 1934. Funerali del socialista Giulio Marongiu, a Cagliari. Per il discorso pronunciato durante le esequie Augusto Dragoni verrà condannato al confino.

Scoperta di organizzazioni clandestine:

16 maggio 1935, a Guspini viene scoperta “una vera e propria organizzazione sovversiva a sfondo comunista” denominata “Nucleo”, “la quale raccoglierebbe un centinaio di aderenti vincolati da giuramento i quali verserebbero un contributo mensile di lire 2,5 per l’esistenza dell’organizzazione”. Ne sarebbe capo un medico abitante a Cagliari, ne sarebbe segretario il calzolaio Pio Degioannis, 32 anni, “mai molestato sebbene notoriamente propagandista sovversivo”. Nel corso della perquisizione vengono ritrovati i testi manoscritti di canzoni comuniste (Marcia della Guardia Rossa, La Legge di Lenin, L’Internazionale) e opuscoli sovversivi. 14 arresti: 5 verranno denunciati alla Commissione provinciale per il confino e 9 proposti per l’ammonizione.

Raccolta fondi per Emilio Lussu:

20 maggio 1935, arrestati a Sassari gli avvocati Michele e Stefano Saba e il fattorino del loro studio professionale, Ettore Taras. Sono accusati di avere inviato al prof. Michele Giua, a Torino, una somma (18.000 lire circa) raccolta fra gli amici sardi di Lussu, che dovrebbe servire a pagare le cure del leader di Giustizia e Libertà, ricoverato in un sanatorio in Svizzera. Giua è sorvegliato da tempo dall’OVRA attraverso le segnalazioni dello scrittore Dino Segre, detto “Pittigrilli”, assoldato dalla polizia fascista. Stefano Saba e Taras saranno rilasciati il 21 giugno, Michele Saba il 25, senza che contro di loro venga elevata alcuna imputazione.

Anche in Sardegna si raccoglie l’oro, con risultati non esaltanti:

Novembre 1935. Nei centri della provincia di Nuoro la raccolta dell'”oro per la patria” non dà frutti: a fine mese raccolti solo 500 grammi.

Segue …

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¹Per una più ampia lettura sulle relazioni dei prefetti e dei questori delle province sarde è possibile consultare il testo sotto indicato, fonte delle citazioni riportate:

  • Cronologia del malessere (1927 – 1941) a cura di Manlio Brigaglia, “L’antifascismo in Sardegna”, di Brigaglia, Mancone, Mattone, Melis.

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Antifascisti sardi durante gli anni del consenso

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Con l’impresa d’Africa il fascismo raggiunse l’apice del consenso.
Questa affermazione può ben riferirsi alle altre regioni dell’Italia, ma non alla Sardegna dove gli episodi d’opposizione al regime subirono addirittura un aumento, nonostante alcune buone annate agrarie, l’alleggerimento della pressione della manodopera a seguito della mobilitazione militare e l’estendersi dei lavori pubblici. A tal proposito va ricordato che la politica di bonifica integrale, in Sardegna riguardò solo 90 mila ettari sugli 890 mila programmati.

Alla diminuzione della malaria si aggiunse la fondazione di nuove città nella zona della bonifica: Mussolinia (l’attuale Arborea), dove i lavori di risanamento in realtà erano iniziati già nel primo dopoguerra, e Fertilia (8 marzo 1936). Lo sviluppo  dell’industria carbonifera del Sulcis, conseguenza dalla politica autarchica, porterà alla fondazione di Carbonia (12 dicembre 1938) e all’arrivo di masse di contadini e di pastori.

Proprio nel distretto minerario si moltiplicarono gli episodi di opposizione al fascismo, dove la classe operaia, rinforzata dalla sua stessa crescita, si contrappose allo Stato – datore di lavoro. A fianco della lotta sindacale vera e propria c’era anche l’azione del gruppo socialista, del gruppo anarchico e anche comunista: frequenti erano le denunce nei confronti di chi distribuiva stampa clandestina e svolgeva propaganda sovversiva. Sono questi gruppi che daranno vita alle manifestazioni di avversione al regime che raggiungeranno l’apice nella primavera del 1937, quando le “squadre d’azione” saranno costrette a ritornare in piazza per bastonare gli oppositori. Iglesias, addirittura, conobbe momenti e scontri quasi da guerra civile, e la stessa città fu sottoposta, per un non breve periodo, a un vero e proprio stato d’assedio.

Il complotto di maggior spessore vide coinvolto, a Cagliari, il gruppo comunista che nel 1936 fu accusato dalla polizia di ricostituire la sezione del PCd’I. Furono fermate 32 persone, tra le quali l’operaio Angelo Pinna (nato a Cagliari nel 1900), l’operaio delle saline Giorgio Bellisai (nato a Cagliari nel 1901), l’impiegato Francesco Fois (nato a Florinas nel 1885), il gasista Giuseppe Paluma (nato a Cagliari nel 1912) e, accanto a molti giovanissimi, alcuni capi storici del PCd’I cagliaritano come Manunza, Lay, Albino Norfo (2 anni di reclusione per attività sovversiva nel 1930) e Giovanni Pinna (3 anni di confino nel 1927). Il 27 ottobre 1937 il Tribunale Speciale assolse la maggior parte degli imputati, nove invece riceveranno in tutto 33 anni di reclusione.
Nello stesso periodo la polizia denunciò un complotto “antinazionale” di un gruppo di comunisti-sardisti guidati da un contadino di 19 anni, Antonio Tinti di Monserrato, e da un muratore di 20, Mario Corona anche lui di Monserrato. Il 19 aprile 1939 il Tribunale Speciale li condannò a 5 anni di carcere, e insieme a loro condannò alla stessa pena Silvio Floris, ventenne di Bolotana, e a un anno Sebastiano Tosciri, di 23 anni, falegname di Macomer.

Nel 1939 fu la volta di Carmelo Floris (nato a Olzai nel 1891), pittore, che venne fermato al confine di ritorno da Parigi: all’interno della sua valigia a doppio fondo venne rinvenuto materiale di propaganda di GL che Lussu gli aveva affidato. Fu condannato a 5 anni di confino, scontato tra le Marche e le Tremiti sino al 1942. Venne privato anche della medaglia d’argento al Valor Militare della Prima guerra mondiale.

 


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

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I primi combattenti sardi nella guerra civile spagnola

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La guerra in Spagna, e ancor prima la guerra in Etiopia, segnò una svolta nelle condizioni economiche dell’isola agendo da valvola di sfogo alla disoccupazione.
L’arruolamento di volontari, con relativi salari e sussidi alle famiglie, spinse molti sardi a imbarcarsi a Napoli convinti di andare in Africa, per ritrovarsi invece a Cadice come soldati del CTV, il corpo di spedizione italiano in Spagna.
Ogni legionario riceveva 20 lire al giorno, più un’integrazione di 150 lire al mese versata dal governo golpista: basti pensare che in quegli stessi anni i salari dei minatori sardi andavano da 15-18 a 17-23 lire al giorno, quelli degli operai da 10-12 a 14-15.

Ben presto in Spagna si ritrovarono a combattere, gli uni contro gli altri, gli italiani del CTV e gli italiani delle Brigate Internazionali: più disperati e meno motivati quelli di parte fascista, più maturi e decisi quelli che appoggiarono la causa repubblicana, grazie all’esperienza maturata con l’emigrazione e alla consapevolezza di dover combattere il fascismo che li aveva espulsi dall’isola.

Alcuni sardi furono tra i primi ad accorrere in aiuto della Repubblica.
A monte Pelato, nel primo scontro militare tra formazioni delle due parti, dei 9 caduti italiani della colonna Ascaso-Rosselli due erano sardi: Giuseppe Zuddas (nato a Monserrato nel 1898), che morirà in trincea, e Pompeo Franchi (nato a Nuoro nel 1905) che, ferito nella battaglia, perderà la vita pochi giorni dopo nell’ospedale di Lerida.
Zuddas, dirigente della gioventù regionale sardista, era emigrato a Parigi sin dal 1924; dopo l’arrivo di Lussu, che lo avrebbe impiegato per inviare messaggi ai gruppi clandestini in Sardegna, aderì al Comitato Centrale di Giustizia e Libertà e partì per la Spagna al primo appello di Rosselli. Cadde sul campo di guerra il 28 agosto, appena un mese dopo l’Alziamiento dei generali: all’interno del suo portafoglio la tessera del Psd’A.
Franchi, invece, era anarchico. La presenza a Barcellona delle grandi organizzazioni dell’anarchismo iberico attirò gli anarchici sardi dell’emigrazione alla difesa della Repubblica: Franchi, emigrato in Francia nel 1926, arrivò in Spagna nei primi giorni della guerra insieme col fratello, anche lui combattente a Monte Pelato.

Nella stessa colonna Ascaso-Rosselli combattè anche l’anarchico Tommaso Serra (nato a Lanusei nel 1900). Perseguitato da tutte le polizie europee, lascerà la Spagna nell’autunno del 1937, dopo essere stato incarcerato dalla polizia comunista per aver organizzato la commemorazione di Francisco Ascaso.

Non solo anarchici, anche diversi comunisti sardi parteciparono fin dalle prime fasi alla guerra spagnola. Esemplare il caso di Paolo Comida (nato a Ozieri nel 1899), che allo scoppio della rivolta si trovava già a Barcellona per assistere alle Olimpiadi Popolari organizzate dalla Repubblica. Si arruolò immediatamente e cadde a Tardienta il 22 agosto.
Ma ancor prima dei comunisti, che solo più avanti si organizzarono nelle Brigate Internazionali, furono gli anarchici a respingere l’offensiva franchista nelle fasi iniziali della guerra. Fra questi anche tanti sardi come Pasquale Fancello (nato a Dorgali nel 1891) e sua moglie Giovanna Maria Gisellu (nata a Dorgali nel 1893), Pietro Golosio (nato a Mamoiada nel 1904) e suo fratello Domenico Golosio (nato a Mamoiada nel 1910), Giovanni Dettori (nato a Orgosolo nel 1899).
Dettori fu uno degli uomini più rilevanti della colonia sarda a Tunisi: arrestato nel 1931, fu assegnato per tre anni al confino di Ponza e, emigrato in Tunisia, aveva intavolato le comunicazioni tra il nucleo parigino di GL e la Sardegna. Ferito una prima volta, ritornerà al fronte dove verrà colpito a morte, presso Teruel, nel gennaio del 1937.

La morte di Dettori darà vita a un episodio drammatico dell’antifascismo sardo: una lettera che annunciava la sua morte fu letta, con parole commosse, da due amiche nuoresi, Graziella Sechi (moglie di Dino Giacobbe) e l’insegnante Mariangela Maccioni Marchi.
La polizia, informata dell’accaduto, arrestò le due donne che furono poi oggetto di un velenoso commento del giornale fascista “Nuoro Littoria”. Quando Giacobbe sfidò a duello l’autore, questo, essendo il federale, lo fece arrestare.
Sempre più sensibile agli appelli di Lussu, che sosteneva come nell’esercito repubblicano ci fosse bisogno di ufficiali che avessero maturato esperienza di guerra, poco dopo la liberazione della moglie espatriò clandestinamente, raggiunse dalla Corsica Parigi e poi Albacete. Qui comandò, nelle fasi finali della guerra, una batteria di artiglieria intitolata a Carlo Rosselli, con la bandiera rossa a fare da sfondo ai Quattro mori.

Mariangela Maccioni non solo venne arrestata, ma fu anche sospesa dall’insegnamento. Fu l’unica tra gli insegnanti sardi ad aver subito una misura così drastica, probabilmente perchè il regime voleva impaurire il combattivo antifascismo nuorese o forse perchè in questo modo si colpiva il prestigio della Maccioni, attorniata da amicizie “pericolose”, come la sardista Marianna Bussalay, nata a Orani nel 1904, più volte inquisita dalla polizia fascista.

Raccolse l’invito di Lussu anche un altro sardo, il cagliaritano Cornelio Martis, nato a Guspini nel 1905. Anch’egli espatriò clandestinamente passando per Tunisi e raggiungendo Parigi. Dopo la battaglia dell’Ebro, quando nell’esercito repubblicano si scatenò il sospetto stalinista della “quinta colonna”, fu giustiziato da un commissario politico del suo battaglione.

Anche Velio Spano, incaricato prima della propaganda da Radio Barcellona e poi da Radio Milano Libertà, arrivò al fronte e combattè sullo Jarama.

Lussu si recò in Spagna nel giugno del 1937, per rendersi conto delle reali possibilità di dar vita alla “Legione Italiana”. Dopo alcuni giorni, però, venne informato della morte dei fratelli Rosselli e si precipitò a Parigi per assumere la direzione di GL.

Ma quanti furono i caduti sardi che combatterono nella guerra di Spagna?
La Sardegna, che aveva il 2,4% della popolazione nazionale, contò 219 vittime, 149 nell’esercito e 70 nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che rappresentavano l’8,3% dei caduti italiani del Corpo Truppe Volontarie e il 4% di quelli della Milizia.
Sul fronte repubblicano, i circa 20 caduti sono oltre il 3% dei circa 600 caduti fra i combattenti per la libertà della Spagna.

In Africa i caduti sardi erano stati soltanto 94.

Come si spiega questo dato? Perchè tanti sardi decisero di combattere in Spagna?
Per i “volontari” fascisti potrebbe aver influito la problematica condizione economico-sociale dell’isola; per i volontari antifascisti le difficoltà della vita dell’emigrazione, oppure la forza di attrazione di alcune figure leggendarie come Lussu.

Di certo, fin da allora fu possibile intuire la natura dell’antifascismo sardo: il carattere popolare, per molti versi istintivo, nutrito da una forte carica etica che portò ad una spontanea radicalizzazione nei confronti del potere istituzionalizzato.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

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Parco dei Sette Fratelli

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Parco Sette Fratelli

Il parco regionale dei Setti Fradis (Sette Fratelli) con i suoi diecimila ettari di foreste rappresenta il polmone verde della Sardegna sud-orientale, essendo situato nei territori comunali di Sinnai, San Vito, Quartu, Quartucciu, Maracalagonis, Castiadas, Burcei, Villasalto e Villasimius.

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Giardino botanico

Il complesso montuoso è caratterizzato dalla presenza di sette cime (da cui prende il nome), di cui solo due raggiungono l’altezza dei 1000 metri: monte Serpeddì (1067 m) e punta Sa Ceraxa (1016 m). L’area è costellata da rocce granitiche e metamorfiche.

Il parco è una riserva naturale di straordinaria bellezza.
E così, all’ombra dei lecci, è possibile notare con estrema facilità gli scavi notturni effettuati da instancabili cinghiali e udire il verso lontano dell’aquila reale e dell’astore sardo.

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Cervo sardo

Se i gatti selvatici sono tra gli animali più difficili da scorgere, altrettanto non si può dire dei cervi sardi che, all’interno dell’area di ripopolamento, si lasciano osservare mentre sonnecchiano adagiati tra le foglie caduche degli alti alberi. Ormai sanno di essere le star del parco e non rinunceranno ad avvicinarsi a pochi metri da voi, se avrete la fortuna di trovarvi di fronte alla recinzione nel momento in cui una guardia forestale zelante arrichisce il loro pasto con del foraggio.

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Il museo del cervo sardo, che si trova all’interno del parco, saprà arricchire la visita con tantissime informazioni sulla vita, sulle caratteristiche dell’animale e sul ripopolamento in atto in altre aree della Sardegna e della Corsica.
Anche i mufloni, seppur in numero limitato, sono presenti nel parco e hanno un’area a loro dedicata. Purtroppo, negli ultimi tempi, frequenti sono gli attacchi da parte di un branco di cani randagi che mettono in pericolo la vita di questi animali selvatici così delicati.

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Sentieri parco Sette Fratelli

All’interno del parco è presente la caserma forestale e un centro visita gestito dall’agenzia FoReSTAS dove non solo si potrà visitare il museo già menzionato, ma si potranno avere informazioni dettagliate sui sentieri escursionistici presenti.
Questi sono diversi, divisi in base alla lunghezza del percorso e percorribili in sicurezza grazie alla segnaletica del CAI.
Tra gli altri ricordiamo il Sentiero Italia, il più impegnativo con i suoi 9,2 km di percorso e un dislivello di 540 metri.

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Rio Maidopis

In località Maidopis è presente un piccolo giardino botanico, accessibile anche ai non vedenti, dove sarà possibile osservare varie specie vegetali della macchia mediterranea. Tutta l’area è caratterizzata dalla presenza di graziosi ponticelli che attraversano il rio Maidopis, da aree pic-nic e da panche per poter godere del fresco all’ombra dei lecci.

Se la ricerca di martore, lepri, conigli o falchi pellegrini non ripagasse la vostra curiosità, si può sempre optare per una visita ai vari siti archeologici sparsi per il parco: nuraghi, tombe dei giganti, insediamenti neolitici e le rovine di un convento.
E non è finita qui.

Non si può non menzionare la grotta Fra’ Conti, che leggenda vuole sia stata il rifugio di un eremita, su Stampu ‘e Giumpau, un bastione granitico e Sa Perda ‘e sa Pipia, un immenso monolite facilmente individuabile lungo il percorso che porta alla località Maidopis. Proprio le maestose dimensioni della roccia, e la sua particolare posizione, hanno dato vita alla leggenda che si tramanda da generazioni e che ha finito col dar il nome alla roccia (“Sa pipia” in italiano significa la bambina). Si narra che l’immensa pietra franò dalla montagna travolgendo una bimba che da allora piange disperata in cerca di aiuto. E in effetti non è così difficile sentire questi lamenti in particolari giornate: tranquilli, si tratta solo del sibilo del vento… forse.

 

La preistoria parte V: l’età del Ferro

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Statua di guerriero, Mont’e Prama (Cabras)

Agli inizi del I millennio la Sardegna sembra registrare diversi mutamenti rispetto alla precedente epoca della civiltà nuragica. I cambiamenti non riguardano solo l’economia, l’arte e l’architettura ma investono l’intera civiltà a tal punto che gli studiosi pensano non si possano catalogare in una fase tarda dell’età nuragica, quanto piuttosto in un’epoca differente.

Tuttavia va evidenziato come le caratteristiche dell’età del Ferro (IX – VIII secolo a.C.) non emergono con chiarezza e anzi, le esperienze maturate nell’età del Bronzo continuano ad essere mantenute e integrate con quelle dei nuovi tempi. La Sardegna in questa fase subisce l’influenza dei popoli del Mediterraneo, la presenza costante dei Fenici e ancora dei Cartaginesi, vede l’emergere di una struttura sociale più articolata, la formazione di nuove aristocrazie.

Il cambiamento più significativo nel campo dell’architettura è che, a partire dal X – IX secolo a.C., non vengono più edificati nuovi nuraghi. Quelli già esistenti vengono riutilizzati, in diversi casi vengono ristrutturati e anche in parte demoliti per modificare la destinazione d’uso: Genna Maria di Villanovaforru, San Pietro di Torpè, solo per citarne alcuni, da torri diventano luoghi di culto.
Alla fine del IX secolo a.C. la struttura esterna di difesa del nuraghe di Genna Maria viene demolita e le pietre riutilizzate per costruire le capanne del villaggio: segno evidente del cambiamento dei tempi che non rendevano più necessaria la presenza della fortificazione.
Il nuraghe diventa così simbolo di culto, come dimostrano i modellini di nuraghe rinvenuti in tutta l’isola nei luoghi sacri e nelle “capanne delle riunioni”.

Anche l’architettura civile registra importanti novità, come documentano i villaggi di Barumini e di Serrucci. Le capanne circolari con un solo vano vengono sostituite da capanne di varie forme, costituite da uno spazio centrale intorno al quale sono presenti dai sei agli otto vani (come a Barumini).
Tra il IX e il VIII secolo a.C, in alcuni villaggi della Sardegna centro-meridionale – Monte Olladiri e Monte Zara a Monastir, Santa Anastasia a Sardara -, vengono utilizzati mattoni crudi per la costruzione delle capanne, mentre a Barumini viene realizzata una rete stradale e le prime fognature.

Per quel che riguarda l’architettura funeraria, così come per i nuraghi, neanche le “tombe dei giganti” vengono più edificate: si preferisce tumulare i defunti nelle grotte, riutilizzare gli antichi ipogei, e la sepoltura individuale sostituisce quella collettiva.
A Cabras, a Mont’e Prama, in un’area delimitata da lastre infisse a coltello, sono state rinvenute una trentina di tombe individuali con pozzetto conico coperto da una grande lastra di arenaria. I defunti erano stati sistemati seduti, la testa protetta da una piccola lastra e il viso rivolto a oriente. 

I monumenti legati al culto – templi a pozzo, fonti sacre, tempietti a megaron – sebbene costruiti nel Bronzo recente hanno restituito reperti che risalgono in gran parte all’età del Ferro, a testimoniare che gli edifici sacri sono stati utilizzati con soluzione di continuità in varie epoche.

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Madre dell’ucciso

Legati al sacro come ex-voto, i bronzetti sardi costituiscono il più importante simbolo artistico dell’età nuragica. Le statuine, ritrovate in gran numero nei pozzi sacri e nelle “tombe dei giganti”, raggiungono un’altezza massima di 35 cm e rappresentano capitribù, arcieri, guerrieri, sacerdoti e sacerdotesse, suonatori di flauto (forse anche di launeddas), pastori, contadini. Non mancano neppure le figure femminili con il loro bambino tra le braccia, e non si può non menzionare la “Madre dell’ucciso”, una donna seduta che sostiene in grembo un giovane guerriero. E ancora figure surreali, come guerrieri con occhi e braccia raddoppiati, doppi scudi ad augurare maggior forza durante i combattimenti.
Anche gli animali sono ben rappresentati: tra i tanti sono numerosi i buoi, daini, mufloni, volpi, colombe mentre le circa 130 navicelle ritrovate documentano la conoscenza della navigazione da parte delle popolazioni nuragiche.
I bronzetti sardi sono documenti preziosissimi per gli studi sull’età nuragica; grazie a essi si è potuta conoscere la stratificazione sociale dell’epoca, la quotidianità dei popoli nuragici, gli oggetti utilizzati, dalle armi agli strumenti musicali.

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Modello nuraghe, Mont’e Prama

Un’importante scoperta, che ha permesso di arricchire il patrimonio artistico della prima età del Ferro, è stata quella fatta a Mont’e Prama (Cabras), dove sono state rinvenute numerose statue in arenaria di altezza variabile (dai 2 ai 2,50 metri) raffiguranti arceri, lottatori, fanti con elmo, spada e scudo.
Migliaia sono i frammenti ritrovati durante le campagne di scavo (peraltro ancora in corso) e a oggi, le sculture ricomposte sono 38: cinque arcieri, quattro non definiti, sedici pugilatori, tredici modelli di nuraghe.

A questi ritrovamenti si possono sommare anche altri strumenti di bronzo, come quelli di uso comune (asce, falci, seghe,…), armi (pugnali, spade,…), gioielli (bracciali, anelli, parti di collana), oggetti personali (rasoi, spilloni, specchi,…) indicativi di una grande abbondanza di metalli nell’isola.
Sarà proprio la notevole presenza di piombo, rame e argento ad attirare i navigatori da varie aree del Mediterraneo e a far maturare l’incredibile abilità tecnica delle popolazioni nuragiche, capaci di produrre oggetti talmente raffinati da essere esportati nella penisola.

In questa epoca la ceramica presenta nuove forme ed è decorata con motivi geometrici, mostrando una forte analogia con i manufatti della penisola.
Fra le ceramiche più caratteristiche sono da segnalare i vasi piriformi (a forma di pera) con decori raffinati, diffusi nella Sardegna meridionale, e le brocche askoidi (con la forma dell’askos greco).

 


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Storia della Sardegna 1. Dalle origini al Settecento”. A cura di M. Brigaglia, A. Mastino, G.G. Ortu

La preistoria parte IV: l’età nuragica

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Nuraghe Arrubiu, Orroli

L’origine dell’età nuragica è collocabile tra la fine del Bronzo antico e la prima età del Ferro, quando l’isola conobbe importanti trasformazioni socio-economiche che diedero vita a una nuova civiltà.

Il simbolo più conosciuto della civiltà degli antichi sardi è il nuraghe, maestosa costruzione in pietra, unica nel suo genere. Disseminati nell’isola a migliaia, attualmente se ne contano tra i 7/8000 e sono parte integrante del paesaggio. Ma i nuraghi non sono l’unico emblema dell’età nuragica: accanto a loro villaggi, santuari, templi a pozzo, tombe megalitiche, ceramiche e i “bronzetti” a testimoniare la straordinaria produzione metallurgica dell’epoca.

I nuraghi possono essere divisi in due gruppi: protonuraghe e nuraghe a tholos; simili nella costruzione si differenziano nella forma, nella divisione degli spazi interni e forse nell’utilizzo.

Il protonuraghe è l’antenato del nuraghe.
Dall’architettura piuttosto semplice, presenta una struttura muraria rozza e dalle modeste dimensioni (fino ai 10 metri), vari ingressi e planimetria irregolare: circolare, triangolare, poligonale o ellittica. E’ assente la camera circolare tipica dei nuraghi a tholos ma non mancano corridoi, vani-scala, nicchie e piccole stanze. Un’altra differenza è l’imponente struttura muraria rispetto agli spazi interni. A oggi se ne contano circa 500, ma secondo una recente proiezione il numero dovrebbe attestarsi tra i 1200 – 1500 esemplari.

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Struttura a tholos

Il nuraghe a tholos, nella sua forma più elementare presenta un’unica torre tronco-conica superiore ai 20 metri di altezza. Al suo interno può ospitare fino a tre camere circolari costruite con la tecnica “ad aggetto”, ovvero con un progressivo restringimento verso l’alto di filari di pietre fino a chiuderne la volta. Si otteneva così la tipica struttura a tholos, nome greco per identificare queste pseudocupole.

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Scala a elica

Una scala intramuraria a elica permetteva di raggiungere i piani superiori e il terrazzo. Anche in queste strutture possono essere presenti nicchie, celle, ripostigli sia nella camera che nella scala. Il nuraghe monotorre è largamente presente in tutto il territorio sardo.

Il nuraghe polilobato è, al contrario, il meno diffuso.
Alla torre semplice, con il tempo o in contemporanea, venne addossato un bastione con un numero variabile di torri aventi lo scopo di difendere il mastio centrale. Questo bastione, in molti casi, è circondato da una cortina muraria esterna a racchiudere ampi spazi destinati a uomini e animali.

Solitamente il nuraghe era circondato dall’abitato, anche se sono numerosi gli esempi di villaggi senza nuraghe e di nuraghi totalmente isolati.

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Capanna delle riunioni

Le capanne erano anch’esse circolari, con la base in pietra e copertura conica di frasche, molto simili a quelle che vengono tutt’ora costruite dai pastori sardi (chiamate pinnettas o coiles). Al loro interno potevano essere presenti nicchie, stipetti e il focolare.
Caratterizzava il villaggio nuragico la cosiddetta “capanna delle riunioni”, dove probabilmente avevano luogo le assemblee degli anziani o dei capi (ipotesi che si ricollega alla presenza di un sedile in pietra).

Parallelamente allo sviluppo dei nuraghi e dei villaggi sorgevano le tombe dei giganti, sepolture megalitiche  che potevano raggiungere i 30 metri di lunghezza. Proprio queste dimensioni hanno favorito la nascita della celebre leggenda, secondo cui all’interno di queste costruzioni fossero stati inumati i resti di uomini giganti, un popolo che in un tempo antichissimo avrebbe abitato l’isola. In realtà, esse derivano da sepolture antiche dette allées couvertes (corridoi coperti), composte da un corridoio rettangolare costruito con grandi pietre e, sul davanti, da un’esedra con al centro una stele di notevoli dimensioni. Alla sua base un portello (probabilmente ad indicare la porta dell’Oltretomba) che si collega col corridoio, destinato ad accogliere i defunti.
La forma della tomba dei giganti, nonostante le continue modifiche che porteranno anche alla scomparsa della stele e della struttura dolmenica, rimarrà invariata nel tempo e diverrà la tomba caratteristica di questo periodo storico.

Un altro simbolo dell’età nuragica, sorto nelle fasi finali dell’età del bronzo, è il pozzo sacro, legato al culto delle acque. I templi a pozzo generalmente sono composti da un vestibolo frontale (trapezoidale o rettangolare) che conduce alla scala discendente con copertura a gradoni. La scala si immette nella camera sotterranea, con volta a tholos, che custodisce la vena sorgiva o raccoglie l’acqua piovana. Tutto attorno è presente un recinto circolare o ellittico a delimitare lo spazio sacro.
Ciò che differenzia le fonti sacre dai pozzi è l’assenza della lunga scalinata, costituita al massimo da pochi gradini.

Nell’età nuragica è presente anche un’altra costruzione, meno nota rispetto le precedenti per la scarsa diffusione. Si tratta del tempietto a mégaron, caratterizzato da una pianta rettilinea con pareti laterali più lunghe rispetto al muro in cui si apre la porta.

Per quel che riguarda la decorazione della ceramica, questa presenta motivi incisi su vasi biconici o cilindroidi con orlo a tesa, ancora in fase di studio.
Alla fine del Bronzo medio la ceramica viene decorata a “pettine”: tegami ornati nella superficie interna da motivi impressi con uno strumento dentato, rinvenuti nella Sardegna centro-settentrionale e più raramente nella parte meridionale.

Nell’ambito della produzione metallurgica si segnalano i lingotti a forma di pelle di bue (detti ox-hide) e vari utensili in bronzo, come pinze, martelli e palette, asce a margini rialzati spade e pugnali.

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Navicella di bronzo

Durante l’età nuragica la Sardegna non rimase isolata, al contrario: ebbe contatti con l’area tirrenica, il mondo miceneo, la Spagna, e ancora con Lipari e la Sicilia.
D’altronde, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di navicelle di bronzo, gli antichi sardi avevano un’evidente familiarità con la navigazione.

 

[Segue…]

La storica alluvione del 1951

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Il Presidente Einaudi saluta gli abitanti di Villaputzu, isolati dalla piena del Flumendosa.

Nel lontano ottobre del 1951 la fascia orientale della Sardegna fu flagellata da una devastante alluvione che, per eccezionalità e durata delle piogge, dovrebbe essere catalogata come evento storico.

Negli stessi giorni, la situazione meteo che si venne a creare nel Mediterraneo procurò alluvioni anche nella Sicilia orientale e in Aspromonte. Tutti questi avvenimenti però, nonostante la loro unicità, non ebbero un grande risalto, probabilmente per la mancanza di copertura da parte dei media dell’epoca e perchè le zone interessate risultavano essere periferiche e difficilmente raggiungibili. L’alluvione del Polesine, avvenuta poche settimane dopo, ha finito poi con l’oscurare del tutto il ricordo dei drammatici avvenimenti del Mezzogiorno.

L’eccezionalità dell’alluvione in Sardegna non risiede tanto in singoli eventi di fortissima intensità, quanto nella durata e nella continuità delle piogge: per oltre 4 giorni le precipitazioni non ebbero mai interruzioni, mantenendo per 75 ore consecutive un ritmo molto elevato.

Ma facciamo un passo indietro.

Le prime piogge di quell’autunno sardo vennero salutate con gratitudine dato che da ben tre anni l’isola viveva una situazione di estrema siccità. Le sorgenti erano completamente asciutte, i campi erano secchi e aridi, grandi difficoltà si registravano nell’abbeverare e alimentare le greggi e la situazione diveniva drammatica di giorno in giorno.

Tutto però era destinato a cambiare rapidamente.

Lunedì 14 ottobre: una depressione fredda in quota, originata nella penisola iberica, e la presenza a nord-est di una forte alta pressione, favorì la formazione di intense correnti di scirocco che provocarono sulla fascia orientale della regione, precipitazioni via via sempre più ingenti per il noto effetto stau.

Gli accumuli di quella prima giornata furono importanti, ma fino a quel momento non particolarmente allarmanti: valori superiori ai 50 mm si registrarono nel Golfo di Orosei, nei monti di Capoterra e nell’area sud-orientale, con picchi superiori ai 100 mm nelle zone interne.

131 mm miniera di Tuvuois, in una valle a nord del Serpeddì
102 mm Burcei
89 mm Muravera
70 mm Montes (1060 m s.l.m.)
60 mm a Sa Pira (caserma nella pineta di Sinnai)
85 mm Galtellì
46 mm San Pantaleo
40 mm di Massonedili (tra Tertenia e Quirra)

Martedì 15 ottobre: le piogge si accanirono ulteriormente in tutta la fascia orientale mentre a Cagliari, ancora ignari di ciò che si stava scatenando in una parte dell’isola, si festeggiava il ritorno dell’erogazione dell’acqua.
Il Flumendosa era in piena controllata così come il Cedrino; si registrava l’esondazione di qualche torrente secondario e del Rio Uri.
Le piogge registrate, stavolta, erano eccezionali: dalla fascia costiera del Sarrabus fino a Orosei si superavano i 150 mm, con picchi tra i 350-400 mm sui rilievi. Diverse stazioni gestite dal Servizio Idrografico superarono abbondantemente la soglia dei 400 mm.

539 mm (?) rio de Pardia, tra Quirra e Flumendosa
470 mm Cantoniera Sicca d’Erba (lago Alto Flumendosa)
445 mm Cantoniera Massonedili
416 mm Genna Crexia
395 mm Arzana
350 mm Baunei
349 mm Flumendosa I salto
339 mm Centrale di Sa Teula
312 mm Cantoniera Rio Gironi (Villaputzu)
309 mm Talana

Il maltempo non sembrava voler placare la sua furia, anzi.
Mercoledì 16 ottobre: fu il terzo giorno consecutivo di pioggia intensa, giorno in cui si realizzarono le quantità massime: dato record a Sicca d’Erba (Arzana, sull’Alto Flumendosa). Le piogge iniziarono a diminuire nel Sarrabus per spostarsi lentamente verso il nord-est dell’isola.

544 mm Sicca d’Erba / 1014 mm in 2 giorni
451 mm Flumendosa I salto / 800 mm in 2 giorni
430 mm Bau Mela (lago alto Flumendosa) / 681 mm in 2 giorni
407 mm Cantoniera Pira de Onni / 576 mm in 2 giorni
417 mm Genna Crexia / 833 mm in 2 giorni
400 mm Arzana / 795 mm in 2 giorni
390 mm Cantoniera Giustizieri (nei pressi di Urzulei) / 591 mm in 2 giorni
386 mm Cantoniera Genna Scalas / 624 mm in 2 giorni
385 mm Villagrande / 580 mm in 2 giorni
353 mm Armungia / 428 mm in 2 giorni
348 mm cantoniera Massonedili / 793 mm in 2 giorni
329 mm Bau de Muggeris (lago Alto Flumendosa) / 583 mm in 2 giorni
326 mm Bau Mandara / 607 mm in 2 giorni
308 mm Rio de Pardia / 567 mm in 2 giorni

Iniziavano i problemi.
L’orientale sarda risultava chiusa dal 20° al 113° km.
Il paese di San Vito era parzialmente inondato. Ancora una volta era sospesa l’erogazione dell’acqua a Cagliari, non per la siccità stavolta, ma per problemi riguardanti la qualità delle acque a seguito delle piene dei fiumi.
Il lago dell’alto Flumendosa passava, nell’arco di 24 ore, dal livello minimo di portata a quello massimo. Lo stesso giorno si provvedeva a scaricare dall’invaso l’acqua in eccesso, creando ulteriori danni nei paesi a valle.

Giovedì 17 ottobre: per il quarto giorno consecutivo, la pioggia continuava a cadere incessantemente: l’Ogliastra e il Gennargentu registravano valori altissimi; Sicca d’Erba si confermava ancora una volta come la stazione più piovosa.

417 mm Sicca d’Erba / 1431 mm in 3 giorni
408 mm cantoniera Pira de Onni / 984 mm in 3 giorni
384 mm cantoniera Giustizieri/ 975 mm in 3 giorni
377 mm Genna Scalas / 1001 mm in 3 giorni
371 mm Jerzu / 783 mm in 3 giorni
365 mm Arzana / 1160 mm in 3 giorni
362 mm Flumendosa I salto / 1162 mm in 3 giorni
352 mm Villagrande / 932 mm in 3 giorni
340 mm Talana / 697 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mela / 1007 mm in 3 giorni
326 mm Bau Mandara / 933 mm in 3 giorni
314 mm Bau de’Muggeris / 897 mm in 3 giorni
300 mm Dorgali / 865 mm in 3 giorni
297 mm cantoniera Correboi / 751 mm in 3 giorni
282 mm Lula / 629 mm in 3 giorni
238 mm Centrale Sa Teula / 917 mm in 3 giorni

A Cagliari non si aveva una reale percezione di ciò che stava accadendo nella fascia orientale dell’isola: le strade erano impercorribili, le linee telefoniche  interrotte, mancavano informazioni.
Le prime notizie sull’alluvione trovavano spazio nell’Unione Sarda: si parlava di 5 morti in Ogliastra ma i dati non sono certi. Il giorno dopo la situazione era ancora lungi dall’esser chiara. Si parlava di centinaia di case travolte dal fango nei paesi a valle, di zone completamente isolate. Si decideva allora di mandare un velivolo in ricognizione per capire, dall’alto, ciò che stava accadendo.
Un primo tentativo venne fatto la mattina, ma la pioggia che continuava a cadere intensa costrinse l’aereo a ritornare a Cagliari.
Poche ore dopo venne fatto un secondo tentativo. I piloti passando per Capo Carbonara arrivarono fino a Villaputzu e registrarono la piena eccezionale di tutti i fiumi e in particolar modo del Flumendosa. Il ponte che collega Villaputzu, San Vito e Muravera appariva intatto ma era stato scavalcato di ben 15 cm dal fiume in piena. Se il ponte era riuscito a rimanere in piedi nonostante la violenza dell’acqua, altrettanto non si poteva dire della relativa strada, che aveva ceduto per 150 metri in direzione Muravera e 70 metri nel lato di Villaputzu.

Venerdì 18 ottobre: la pioggia cadeva su quasi tutta la Sardegna, ma in continua diminuzione nel settore sud-orientale. Danni vennero registrati in Gallura (che raggiunse i 200 mm), numerose furono le interruzioni delle linee ferroviarie in varie zone dell’isola.
In questi giorni i rifornimenti verso i paesi alluvionati avvenivano esclusivamente con gli aerei.
I dati registrati in questo giorno:

370 mm cantoniera Pira de Onni / 1354 mm in 4 giorni
350 mm Oliena / 1002 mm in 4 giorni
257 mm Jerzu / 1040 mm in 4 giorni
226 cantoniera Zuirghe (nel bacino del Coghinas) / 632 mm in 4 giorni
223 mm cantoniera Genna Scalas / 1224 mm in 4 giorni
206 mm Benetutti / 296 mm in 4 giorni
205 mm cantoniera Taroni (sotto monte Sarru) / 488 mm in 4 giorni
180 mm Monti / 408 mm in 4 giorni
180 mm Nuoro / 556 mm in 4 giorni
176 mm Padulo / 410 mm in 4 giorni
174 mm Cantoniera Giustizieri / 1149 mm in 4 giorni
170 mm Talana / 1013 mm in 4 giorni
162 mm Bau Mela / 1169 mm in 4 giorni
160 mm Flumendosa I salto / 1322 mm in 4 giorni
151 mm Noce Secca / 826 mm in 4 giorni
150 mm Dorgali / 1015 mm in 4 giorni
150 mm Mazzinaiu / 362 mm in 4 giorni
146 mm Bau Mandara / 1079 mm in 4 giorni

Sabato 19 ottobre: la depressione, allontanandosi dalla Sardegna, poneva fine alle piogge. Solo nel pomeriggio del 19 si riuscì a raggiungere il paese di Villaputzu, rimasto isolato per tutto questo tempo.

Le piogge, in molte località, si ripresentarono anche domenica 20 ottobre a causa di nuova perturbazione.

I paesi a valle del Flumendosa furono i più disastrati: Muravera contava 30 case distrutte e 250 danneggiate, San Vito 61 case distrutte e 300 lesionate, Villaputzu 70 case crollate e 150 pericolanti. Notevoli i danni anche a causa del vento.
Il governo stanziò 20 miliardi di lire per le zone alluvionate.

La terribile alluvione del 1951 ebbe come ulteriore conseguenza l’abbandono dei centri abitati di Gairo e Osini, interessati da frane e smottamenti e per questo evacuati dalle autorità. Osini venne ricostruito a circa un chilometro di distanza dal vecchio centro abbandonato, mentre Gairo si divise in tre abitati:
Gairo Cardedu, popolato da coloro che vollero ricostruire vicino alla costa;
Gairo Taquisara, una piccola frazione distante 8 chilometri;
Gairo Sant’Elena, il “nuovo” Gairo, che si trova a poche centinaia di metri dall’antico borgo.
I due vecchi centri di Osini e Gairo, con i loro ruderi abbandonati e i muri scostrati che lasciano intravedere tinte rosa e blu, regalano oggi immagini da cartolina molto apprezzate da turisti e appassionati fotografi.

Le devastazioni provocate dall’alluvione furono tali che lo stesso Presidente della Repubblica Luigi Einaudi volle esprimere vicinanza alle popolazioni coinvolte mediante un viaggio nell’isola.
Arrivato a bordo della corazzata Andrea Doria, sbarcò nel porto di Cagliari, dove venne ricevuto dal ministro Segni, dal Presidente della Regione Crespellani, dal Prefetto e altre autorità locali.
Il lungo corteo di auto presidenziali si diresse verso la regione più martoriata, il Sarrabus, soffermandosi prima a Muravera, dove le autorità vennero accolte dal sindaco e dalla popolazione radunata sulla strada principale. Il Presidente Einaudi potè constatare di persona i gravi danni subiti nel paese, e non mancò di distribuire coperte, indumenti e somme di denaro.
Si proseguì poi verso San Vito.
Qui la popolazione accolse il Presidente nella piazza del paese e il sindaco Lussu accompagnò le autorità nella scuola elementare, dove erano ospitate le famiglie rimaste senza casa. Anche a San Vito vennero distribuiti indumenti e denaro, i più piccoli ebbero in dono il cioccolato.
Il corteo di auto si fermò infine a Villaputzu, nei pressi del ponte del Flumendosa rimasto isolato dal cedimento della strada, dove molti abitanti del paese, superato il fiume, andarono incontro al Presidente. Einaudi parlò a lungo con il sindaco, sincerandosi delle condizioni della popolazione e distribuendo, anche in questo caso, generi di conforto e aiuti in denaro.
Alle 14, le auto presidenziali riprendevano il tragitto verso Cagliari, impossibilitate a proseguire oltre per le strade impraticabili. Le autorità di Nuoro e Sassari e i sindaci delle zone alluvionate dell’Ogliastra vennero ricevute in udienza a bordo dell’Andrea Doria, assieme a famiglie e congiunti delle vittime dell’alluvione.
Alle 20, la corazzata Andrea Doria lasciava il porto, non prima che il Presidente Einaudi lanciasse un ultimo saluto all’isola con un radiomessaggio:

“Avrei desiderato che la mia visita alla zone alluvionate si fosse potuta concludere solo dopo la effettiva presa di contatto con tutti i centri colpiti. Purtroppo le permanenti interruzioni nei collegamenti mi hanno invece costretto a limitare il mio programma ed io sto per lasciare l’isola. Mi conforta il pensiero di aver pur sempre arrecato alla generosa gente di Sardegna la testimonianza della solidarietà con cui tutto il Paese le è vicino in questa ora di tristezza, alla quale ho tuttavia fede non tarderà a seguire una serena ripresa. Nel voto che in un prossimo avvenire mi sia concesso di sostare meno fugacemente in terra di Sardegna e di constatare il compimento delle opere che sono già state iniziate e di quelle che saranno ulteriormente predisposte, invio alla popolazioni dell’isola, prima fra esse a quelle delle zone che non mi è stato consentito di raggiungere, il mio saluto e tutti i miei più fervidi auguri”.

26 ottobre 1951

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Qui il video dell’Istituto Luce a documentare la visita:
Il Presidente Einaudi in Sardegna.

 

Einaudi alluvione 1951
Visita Presidente Einaudi. Sarrabus 1951

 

 

Einaudi 1951
Presidente Einaudi col sindaco di Muravera, 1951

 

 

Alluvione Sarrabus Einaudi 1951
Presidente Einaudi. Villaputzu, Muravera, San Vito, 1951

 

 

Einaudi Sarrabus 1951
Presidente Einaudi nel Sarrabus, alluvione 1951

 

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

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Il confino a Lipari

lipari_portinente
Lipari

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A seguito della condanna di deportazione sancita dalla commissione fascista, Emilio Lussu venne trasferito nel confino di Lipari, isola dell’arcipelago delle Eolie.

Nel giorno prescelto per la partenza, tutta Cagliari era in fermento.
Si temeva un’evasione in grande stile e per questo, speciali servizi di truppa furono schierati attorno alle carceri e lungo il percorso che portava verso l’imbarco; lo stesso questore volle essere presente al momento della partenza: “L’isola di Lipari produce una vernaccia celeberrima”, gli disse, porgendogli la mano tesa. Ma Lussu non volle intrattenersi in inutili convenevoli e, dopo avergli ricordato di essere astemio, terminò la conversazione.

Il porto era deserto, l’unica traccia umana era rappresentata da sentinelle e pattuglie armate.
Mentre Lussu si apprestava a scendere nel canotto della polizia, un giovane marinaio a bordo della sua barca, di rientro da una giornata di pesca, ritto sulla prua, gridò: “Viva Lussu! Viva la Sardegna!”.

Fu l’arrivederci di un’isola intera.

Immediatamente dopo aver assistito alla scena, le pattuglie presenti circondarono il marinaio appena rientrato nel porto.
Non si ha notizia a quale destino andò incontro, un gesto così coraggioso poteva avere gravi conseguenze.

Dopo due giorni di viaggio vissuti in condizioni di salute precarie, Lussu arrivò a Lipari accolto dagli amici della lotta politica: Beltramini, Binotti, Grossi, Volpi, Picelli, solo per citarne alcuni.
Prima del fascismo, Lipari era la destinazione dei delinquenti comuni dichiarati incorreggibili, sistemati in una zona riservata di circa un chilometro quadrato.
Per disposizioni fasciste, lo spazio fu ridotto a poche centinaia di metri, con uno/due militari per ogni deportato politico.
I detenuti solitamente vivevano nelle caserme, quelli malati o con famiglia al seguito potevano disporre di una casa all’interno dell’area, ma le condizioni di vita erano difficilissime per tutti.

Il mare era controllato costantemente dalla presenza di barche, motoscafi veloci, perfino un canotto da guerra con un cannone. In ogni angolo riflettori e mitragliatrici a fare da guardiani.
Le navi che arrivavano in porto erano minuziosamente controllate, anche gli estranei che sbarcavano nell’isola erano sottoposti a perquisizioni personali.

Il clima tropicale dell’isola e le dure condizioni di detenzione, rendevano difficili le condizioni di salute dei deportati. Lussu si ammalò di una grave pleurite di cui già aveva sofferto in passato, e come lui tanti erano i prigionieri che si ammalavano.
Non mancavano i morti, ma di fronte a tanti ammalati anche il piccolo ospedale sembrava impossibilitato a svolgere la sua funzione.

Tutti i deportati dovevano sopravvivere nell’isola con una misera indennità giornaliera di 10 lire, ridotte alla metà dopo il 1931. Vitto, vestiario, biancheria, igiene, luce, tutto doveva essere pagato utilizzando questa piccola somma; le malattie legate alla fame erano una realtà molto diffusa a Lipari.
Gli appelli venivano fatti frequentemente, la notte si arrivava addirittura a dodici controlli. Si doveva evitare ogni minima possibilità di fuga, rendere l’isola una fortezza inespugnabile, un simbolo del rigore.

E così tutto l’ambiente pareva essere un’immensa scenografia della passione fascista: la fanfara che suonava inni a ogni ora del giorno,  le canzoni beffa contro gli oppositori. Le guardie fasciste, dal canto loro, avevano l’obbligo di rendere il clima turbolento; la sentinella che non provocava veniva accusata di scarso senso rivoluzionario.

Spesso venivano inviati degli “agenti provocatori”, ovvero finti deportati mandati sull’isola a prender contatti con i veri prigionieri, col compito di suggerire complotti per rovesciare il regime. Chi cadeva nel tranello, finiva subito in stato d’arresto.
Tutto ciò si sommava alle “classiche aggressioni”, sempre più violente, con i deportati ridotti in condizioni così gravi da dover essere ricoverati per lungo tempo in ospedale.
Si passò poi a misure di tortura ancora più deprecabili: deportati feriti da colpi di frusta e costretti a fare bagni nell’acqua salata o nell’aceto; flagellature alle piante dei piedi; feriti cosparsi di olio e aceto.

Alle questioni che non potevano attendere i tempi della giustizia, si sostituiva il giudizio sommario. E così, alcuni deportati venivano ammazzati senza troppi convenevoli, come Giovanni Filippich, ucciso nel 1930 per essersi dichiarato slavo, o il deputato Sollazzo, ucciso a colpi di baionetta per aver criticato duramente il fascismo.

In caso di tentativi di fuga, il regolamento consentiva l’utilizzo delle armi. Se nonostante ciò, il deportato riusciva ad avere salva la vita, la pena contemplava una reclusione non inferiore ai tre anni e una multa salata di 20.000 lire.

Ma non c’era pena che poteva fermare il desiderio di libertà. Tutti, a Lipari, pensavano alla fuga, pochissimi riuscirono a compierla.
Tra questi ci fu Emilio Lussu che, con una rocambolesca evasione, riuscì insieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti, a beffare il regime fascista.
Tre uomini che, una volta abbandonata l’isola, daranno un contributo fondamentale prima nella lotta clandestina e poi nelle fasi finali della Resistenza armata.

… Segue.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu
  •  “La catena” di Emilio Lussu

 

 

Il processo a Emilio Lussu

Emilio_lussu

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Dopo l’uccisione, avvenuta per legittima difesa, del fascista Battista Porrà, Emilio Lussu rimase in prigione per tredici mesi.

In carcere gli fu comunicata la decisione del Consiglio dell’Ordine degli avvocati, ormai sotto il controllo fascista, della sua radiazione dall’albo in quanto nemico del regime.
Nel frattempo, nei giornali si susseguivano gli appelli dei deputati fascisti ai magistrati, appelli ai limiti della minaccia, affinchè applicassero la pena più severa possibile al sardista accusato dell’uccisione del camerata.
“E’ un delitto contro la patria, contro l’umanità”, arrivò a scrivere qualcuno.

Lo stesso prefetto, accusato di avere “protetto” Lussu (cosa peraltro non veritiera), venne messo a riposo per aver consentito l’intervento di carabinieri e polizia appena dopo l’aggressione.
Dal canto suo, anche Mussolini cercò di prodigarsi affinchè Lussu ottenesse la massima pena. A tal proposito cercò, inutilmente, di spostare il processo fuori dalla Sardegna, a Chieti; la Corte d’Assise della città era infatti nota perchè i giurati, rigorosamente fascisti, durante il processo contro gli assassini di Matteotti arrivarono a complimentarsi con gli imputati.

Ma il disegno di Mussolini, stavolta, non si realizzò.
L’opinione pubblica isolana reagì a tal punto da impedire il progetto, e addirittura lo stesso padre del fascista ucciso rifiutò di costituirsi parte civile contro l’imputato, arrivando a dolersi con Lussu dell’eccessiva persecuzione a suo danno.

Nonostante le fortissime pressioni a cui fu sottoposta la magistratura sarda, questa, non ancora soggiogata al regime, assolse Emilio Lussu per legittima difesa.

La rabbia dei fascisti esplose ogni oltre misura.
Troppo grande era stato l’affronto subito per colpa dei giudici, per non parlare poi dello stesso Lussu. Non solo non si era riusciti ad ucciderlo, ma lui stesso aveva ucciso un camerata, ed era stato addirittura assolto!
I giornali le settimane successive traboccavano di lunghi articoli contro la sentenza, si parlò di evidente errore giudiziario, alcuni proposero addirittura il linciaggio.

I fascisti non potevano lasciar passare la questione e infatti, nonostante l’assoluzione, Lussu non venne scarcerato.
Le carceri dipendevano dal ministero degli Interni e così fu trattenuto per “misure di ordine pubblico”, finchè una commissione eletta dal regime, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato fascista, condannò Lussu a cinque anni di deportazione come “avversario incorreggibile del regime”.

Le dure condizioni della detenzione dovute alla lunga permanenza in una piccola cella fredda e umida, e le correnti d’aria durante le continue ispezioni notturne, finirono col provocargli una bronchite e una grave pleurite.
La febbre alta di cui soffriva Lussu convinse i medici a scrivere una dichiarazione medica sulle sue pessime condizioni di salute, riferendo che una deportazione in un’isola sarebbe stata letale a causa del clima marino.
Fu Mussolini in persona a interessarsi della questione.
Pochi giorni dopo arrivò l’ordine di immediato trasferimento: destinazione, la piccola isola di Lipari.

Segue…

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

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