Storiella di Halloween 2019

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Lettura non indicata alle persone sensibili.

Sarebbe stata una lunga notte oscura e tempestosa quella che di lì a poco avrebbe inghiottito l’appartamento di Tzia Maria.
Il timido scrosciare della pioggia, simile al ticchettio delle unghie sul tavolo, lasciò spazio a secchiate d’acqua lanciate dal cielo, da qualcuno che lassù, di certo, conosceva bene la data impressa sul calendario.

Ma Tzia Maria, che frenetica lavorava alla stesura del suo nuovo libro, non sembrava essere interessata all’almanacco, nè tantomeno alle condizioni meteo, almeno fino a quando il farfugliare dei tuoni ancora lontani fu arricchito da un piacevole effluvio di cane bagnato.

Mossa dal suo instinto, si voltò improvvisamente verso il portoncino e dal vetro annebbiato intravide una gelida figura bionda attorniata da un nugolo di deliziosi cagnetti. La donna iniziò a bisbigliare parole prive di senso, inneggiando a un Matteo e a una Giorgia, maledicendo le costolette d’agnello di un noto chef e augurando una perdita d’acqua in un non meglio precisato appartamento di Manhattan.
Per un momento Tzia Maria stette immobile per la naturale indignazione quindi, fugato ogni dubbio, capì di trovarsi dinnanzi alla famosa Ritas dalla Prettas, la fantasma che aveva terrorizzato per anni gli assonnati pomeriggi de “Is Domus Noas”.
Quale onore per lei accoglierla in casa!
Ma la fantasma non aveva in programma una visita di cortesia e Tzia Maria non aveva tempo da perdere in inutili convenevoli, c’era pur sempre un libro che aspettava di esser scritto. Così, quatta quatta, si avvicinò all’ingresso e con un semplice click attivò la doppia mandata riuscendo a bloccare Ritas che a questo punto, chiuso anche il portellone interno, non poteva più vedere le reazioni di Tzia Maria.
Questo era davvero troppo, lei non avrebbe mai osato bloccare nessuno!
La fantasma fuggì nella strada emettendo sordi gemiti ed emanando una spettrale luce verde, ma non prima di aver invocato lo spirito di Bombolo, noto per la sua passione verso cappellini, felpe, legnetti incrociati e cuori immacolati.

La nostra laboriosa scrittrice, ignara del nuovo pericolo che l’attendeva, si sedette sul tavolo pronta a impugnare la penna, ma ecco che davanti a lei si materializzò il nuovo spettro panciuto. Adesso sì che era davvero furibonda, aveva da lavorare, lei!
Bombolo aveva una certa affinità con il colore nero, l’importante è che non riguardasse la carnagione, e appena vide il volto di Tzia Maria scuro dalla rabbia fu colpito da una rapida colica renale.
A dir la verità, non era la prima volta che Bombolo si faceva fuori da solo rinunciando alla realizzazione del suo malefico piano, ma almeno stavolta fu rincuorato da Tzia Maria che, impietosita, lo accompagnò alla porta porgendogli una manciata di gueffus innaffiati da un ottimo limoncello d’alta quota.
Si narra che qualche giorno dopo questa spiacevole vicenda, fu tra i protagonisti di una manifestazione di protesta piena di anime in pena: 49 milioni di presenze secondo la Cassazione, 49 e basta secondo la questura, ma questa è un’altra storia.

Abbandonato al suo destino Bombolo, Tzia Maria finalmente ritornava a esser sola.
Fuori imperversava il nubifragio: lo scirocco era così forte che tutte le finestre e le porte della casa sbattevano e tintinnavano. Era proprio questa l’atmosfera che preferiva per dar sfogo alla sua creatività, ma stavolta non fece neppure in tempo ad avvicinarsi al tavolo che…

Eccololà.

All’angolo tra la credenza di nonna Porcu e il settimino di zia Fernanda fece la sua comparsa Abelardo, simpatico spettro che un tempo frequentava attivamente lo stadio San Paolo, prima di ricevere un inaspettato incarico che aveva a che fare con l’estero (trasportatore? Ora non ci sovviene).
Il curioso Abelardo decise di impartire una durissima lezione a Tzia Maria: prese tra le mani i fogli con l’inchiostro ancora fresco, cercò di raggiungere il balcone per disfarsi di quelle preziose carte ma, essendo composto al 90% di acqua, li inzuppò ancor prima di raggiungere la portafinestra.
Come aveva osato compiere un tal gesto? Tzia Maria spinse con forza Abelardo fuori dal balcone e stavolta, senza dargli il tempo di esultare, lo scaraventò oltre la ringhiera. Non si seppe poi molto sulla sua fine, solo che qualche anno dopo perse il lavoro e fu costretto a chiedere il reddito di cittadinanza.

Tzia Maria non ne poteva più. Le ore scorrevano infruttuose e inoltre doveva sistemare il caos provocato da Abelardo quando, immobile dietro la finestra, scorse lei, lo spettro italico per eccellenza, avvolta in una bandiera dell’Irlanda.
Tzia Maria questo spettro l’aveva già osservato in un giornale e pensò che doveva essere molto fotogenica visto che dal vivo era davvero spaventosa, ma non aveva molto tempo per discutere con lei, doveva liquidarla in fretta.
Niente da fare.
Jo Jo non era dello stesso avviso, stavolta doveva raggiungere un risultato soddisfacente, doveva scavalcare quella soglia maledetta! Cercò di forzare la finestra, provò a passarle attraverso, ma i doppi vetri erano più difficili da superare e lei non era certo abituata a simili sforzi. Iniziò allora a roteare furiosamente gli enormi occhi cerulei, sussurrò gli orribili segreti dell’oltretombino e borbottò strane maledizioni risalenti al Ventennio, il tutto nella completa indifferenza di Tzia Maria che chiuse le tende per non essere disturbata.

Che affronto! Jo Jo, divenuta invisibile come al solito, decise di far risuonare il suo famoso grido demoniaco, il quale in più di un’occasione si era rivelato estremamente utile a mobilitare le folle: BIBBIANO.

L’urlo non era ancora svanito del tutto quando, voltandosi verso il balcone adiacente, vide davanti a lei un orribile spettro, immobile come un’immagine scolpita e mostruoso come il sogno di un pazzo. Il viso era rotondo, paffuto, con qualche neo a incorniciargli le labbra e orrende risa sembravano aver stravolto i suoi lineamenti in un ghigno perenne. Non avendo mai visto un fantasma prima d’ora, Jo Jo era naturalmente spaventatissima, barcollò paurosamente e volò giù non prima di aver lanciato un nuovo, ultimo, disperato appello senza senso: Iatail, Italai, Aviv, Viav.

Tranquilli, grazie a un cumulo di immondizia lasciato in eredità da una pallida giunta comunale, la dolce Jo Jo si ritrovò catapultata in una comoda poltrona che, quantunque se ne dica o si voglia far credere, non avrebbe lasciato tanto facilmente.

Qualche settimana dopo, lo spettro misterioso che tanto aveva terrorizzato la fantasma si presentò a casa di Tzia Leopolda Melis con in mano un piccolo omaggio: Italia Viva, il nuovo romanzo drammatico che Tzia Maria aveva concluso durante una tremenda notte di ottobre.

 

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Indifferenti

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Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perchè inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia.
Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perchè alcuni vogliono che avvenga, quanto perchè la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perchè non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perchè non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto a ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato, perchè non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 

Antonio Gramsci

11 febbraio 1917

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Testo integrale tratto dalla rivista “La città futura”, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. 

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10 anni di blog

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Caro Lettore,
sei capitato su Tre Passi Avanti in un giorno particolare.

Molto probabilmente sei finito qui per caso, reindirizzato da un motore di ricerca più o meno noto o da un link di una pagina sconosciuta ai più. Se hai avuto fortuna hai trovato l’argomento che cercavi, ma probabilmente non è così.

Avrai dato una veloce occhiata al titolo, starai scorrendo frasi generiche che non dicono molto per essere sinceri, ti starai soffermando sulle parole in grassetto.
Fatto un breve giro di ricognizione, ti prepari a riconoscere il filo conduttore del sito. Aspetta, no, non lo riconosci affatto. Ma, a pensarci bene, chi l’ha detto che questo blog debba avere uno stile, un tema particolare? Non perdere tempo a cercarlo, non c’è.

Scorri le pagine dell’archivio e decine di post differenti l’uno dall’altro ti si presentano davanti: Argomenti di Attualità Passata, Argomenti Stile Diario Adolescenziale Che Devi Cercare Immediatamente Il Tasto Indietro, Argomenti Che Sembrano Essere Un Inno Alla Noia, Argomenti Storici A Te Che La Scuola L’hai Finita Già Da Un Pezzo, Argomenti Sulla Sardegna Che Conosci Solo Per Averla Vista In Tv O Assaporata Dentro Un Piatto Di Pasta Condita Al Pecorino. Scappa da qui, subito, non hai nulla da perdere.
Forse sei già ritornato al fedele motore di ricerca, pronto per una nuova avventura, e io sto parlando al vento.

O hai deciso di darmi una seconda opportunità?
Bene, accomodati, qui sei il benvenuto.
Magari sei al tuo tavolo di lavoro, il portatile è circondato da carte, appoggi i gomiti sul tavolo e le mani ti tengono le tempie. Adagi la schiena alla spalliera e sposti lo schermo del computer affinché l’illuminazione sia ottimale. No aspetta, tu sei più tipo da smartphone, una lettura veloce e via, non hai tempo da perdere. Ecco dunque ora sei pronto ad attaccare le prime righe della prima pagina, cerchi di capirci qualcosa. Questo non ti piace, quello nemmeno, quell’altro forse, questo… sì.
Bene, se sei arrivato a leggere anche l’ultima frase puoi lasciare un commento, perché è da anni che non se ne vede uno. E la cosa farebbe molto piacere all’autrice. Coraggio, sappi che puoi farlo!

Dunque, mio caro Lettore conteggiato nelle statistiche, dicevamo che oggi è un giorno importante per Tre Passi Avanti e hai il privilegio – sì addirittura!- di condividere con me questo traguardo.

Oggi questo piccolo spazio sperduto nella blogosfera compie la bellezza di 10 anni che per un blog, di questi tempi, è quasi come raggiungere i cento.
10 anni di passi avanti, molti anche indietro per essere sinceri, ma ognuno di questi affrontato con la presunzione di aver realizzato qualcosa di bello, se non per gli altri almeno per me.
Grazie Lettore sconosciuto, grazie per avermi tenuto compagnia in tutto questo tempo e per avermi dato la motivazione di andare avanti.
Sempre avanti con il sorriso. E si continua…

10 anni di blog
8 maggio 2007 – 8 maggio 2017

 

 

La Ville Lumière

Stavo di fronte alla tv, quel venerdì sera.
E non chiedermi cosa ho provato quando ho visto le prime immagini. Rabbia, preoccupazione, angoscia, dolore? So solo che guardavo impietrita la gente affollata nello stadio, i tavolini divelti, quelle luci blu.
E poi il Bataclan. Durante un concerto rock… potevo esserci io, poteva esserci un’amica, potevi esserci tu lì dentro, a cantare, saltare, ballare. E’ accaduto allo stadio, al ristorante, al concerto, al bar. Luoghi vivi. Sì, intimi per te e per me.

129 cittadini del mondo hanno perso la vita in questo bellissimo paese chiamato Francia.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che è stata elaborata durante la Rivoluzione francese, rappresenta ancor oggi uno dei più alti riconoscimenti della libertà e della dignità umana, quella libertà che consiste nel potere di fare ciò che non nuoce ai diritti altrui. Già lo si pensava nel 1789, a Parigi, e neppure andava di moda!
Ma oggi, a distanza di 226 anni si cerca, nuovamente, di mettere in discussione un concetto così importante.

Tra le vittime degli attentati avvenuti a Parigi, compaiono anche diversi musulmani, assassinati da un gruppo di criminali annebbiati dal fanatismo religioso, lo stesso fanatismo che nel Medio Oriente uccide ragazze musulmane che vogliono andare a scuola, donne accusate di adulterio o che si rifiutano di indossare il velo. Che si muoia in Francia, in Tunisia, in Libano o nel resto del mondo non importa, sempre morte è.

Questa inaudita violenza ci ha portati a guardare con diffidenza al mondo islamico, ancora con più preoccupazione rispetto a prima. A titoli di giornali xenofobi, a interviste discutibili, si affianca la voglia di chiarezza, la necessaria ricerca del nemico da abbattere una volta per tutte, che arriva a prendere le sembianze di un mostro impalpabile. Tutti ormai parlano di terrorismo islamico, mettendo in evidenza il legame tra l’Islam e il terrore. Ma sono stati dei criminali ad uccidere. Non è stata una religione, non è stato un paese, non sono stati gli islamici tutti, così come non sono stati gli italiani tutti a mettere le bombe alla stazione di Bologna o a uccidere Falcone e Borsellino. Sono criminali che hanno nomi e cognomi terreni, e che si elevano a una sorta di dio immaginario, che nulla ha a che vedere con la vera religione.
Gli imam che in questi giorni hanno intonato la Marsigliese a Parigi, sono musulmani nemici dell’Occidente o sono francesi nemici dell’Isis?

Sai, l’Islam proibisce l’uccisione di civili, donne, uomini, bambini che siano. Chiunque uccida se stesso sarà punito per l’eternità nel fuoco dell’inferno. Questa è la religione islamica. Tutto il resto è un’interpretazione errata, folle, è fanatismo omicida.
Il fondamentalista terrorista è contro i principi fondamentali dell’uomo. Contro la democrazia, contro i diritti delle donne, contro l’istruzione, contro tutto ciò in cui io e te crediamo, libertà, fratellanza, uguaglianza. Il nemico da combattere è allora l’organizzazione, è l’idea che semina morte, non la religione usata come scudo, come punto d’unità per l’indiscriminata violenza.
E nonostante tutta la rabbia, il dolore, la preoccupazione che abbiamo provato alla visione di quelle immagini provenienti dalla Francia, non dovremmo dimenticare che il mondo continua anche fuori dal dorato confine Occidentale. Capiremmo così che la verità è ancora più ampia di ciò che ci vogliono far intendere.

Perchè le vittime di questo nuovo odio, e la cosa forse ti stupirà, sono soprattutto musulmane… Che ruolo ha, allora, la religione?

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Expo

Ebbene sì, ci sono stata anche io.

Grazie ai biglietti omaggio ottenuti tramite uno sponsor, ho potuto ammirare questa gigantesca fiera che, devo dire, mi è piaciuta parecchio. Tantissima gente, troppa, lunghissime code, esagerate, pochi soldi spesi, davvero.

La mia esperienza, insomma, è stata totalmente positiva. C’è una sorta di cattiva informazione che gravita attorno all’Expo. C’è chi, portafoglio alla mano, dice di aver speso un capitale tra ingressi, cibo e quant’altro. In realtà, già da agosto, era possibile trovare biglietti a data aperta scontati del 60-70%, senza contare quelli omaggio offerti da enti e sponsor.
Per il cibo certo, se eri intenzionato a mangiare al ristorante giapponese non potevi pretendere di spendere pochi euro, ma già una pizza o un panino li pagavi quasi quanto il market sotto casa.
L’acqua era totalmente gratis. Grazie alle colonnine sparse per tutto il sito, l’avevi a disposizione fredda, liscia o gassata. Più comodo di così.

Poi sì, c’era la questione code…
Gente in fila ovunque. Anche per il bagno.
Però ho avuto la fortuna di incontrare, durante queste lunghissime attese, persone davvero simpatiche, quindi il tempo scorreva abbastanza velocemente.

File ingresso Expo

Dati alla mano, ho visitato l’Expo 4 volte, una sessantina i padiglioni visti, alcuni bellissimi, altri molto meno.
Il Padiglione Zero è quello che mi ha conquistata maggiormente.
Era il padiglione iniziale, il suo obiettivo era quello di condurti al tema del cibo come energia per la vita, il tema centrale dell’Expo. Ci è riusciuto in pieno. Magnifico, davvero emozionante.

Padiglione Zero

Padiglione Zero, interno

E poi c’era l’Albero della Vita. Immenso. Chissà che fine farà, dopo l’Expo.

albero della vita

La Corea del Nord e la Corea del Sud, unite in un unico padiglione super-tecnologico. Il tema del cibo trasmesso dai robot. Natura e artificio si fondono.

Corea

E poi gli Stati Uniti. Si possono riassumere con Obama che ci dà il benvenuto. Molto più bello esternamente, con i suoi giardini verticali. Per il resto, il nulla.
Al contrario, molto più interessante il Kuwait. Percorso iniziale tra la sabbia, la pioggia come fonte di vita ti dava il saluto iniziale, per poi far spazio all’immenso sole sullo sfondo. Coinvolgente dall’inizio alla fine. Ah, quasi dimenticavo, ho anche potuto assaggiare l’acqua dolce del Kuwait, dal sapore stranissimo!

Kuwait

Un altro paese molto interessante, il Qatar. Il padiglione era una sorta di spirale che il visitatore percorreva dall’alto verso il basso. Al centro, una sorta di albero della vita che grazie a incredibili giochi di luce si illuminava raccontando la sua storia, in una sala totalmente buia.

Qatar

Per visitare la Francia la fila era, stranamente, molto piacevole in quanto diventava una sorta di passaggiata tra orti e giardini. Una volta entrati nel padiglione vero e proprio, uno spazio aperto molto grande e luminoso, la parte più interessante si trovava sul soffitto, una sorta di mercato rovesciato.

francia

Che ingresso, la Polonia!
Fatta totalmente di cassette di legno, questa angusta entrata lasciava poi lo spazio a un grazioso giardino nel piano superiore.

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La mattina ci rechiamo in fretta e furia al padiglione del Giappone. Era un giorno feriale, un banale martedì di fine settembre.

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4 ore e 30? Lasciamo perdere. Decidiamo di dedicarci ai padiglioni vicini, con file più sopportabili. Arriva l’ora di pranzo, la gente si fionda nei punti ristoro, si riposa sui prati e mentre i padiglioni si svuotano, le file nei ristoranti diventano esagerate. Controlliamo il cartello del Giappone e con grande sorpresa leggiamo 1 ora e 50. Riusciamo così a visitare questo benedetto luogo mentre gli altri visitatori si strafogano di cibo, gli stessi che poi faranno ore e ore di fila poco dopo. Ma a pancia piena.
Che dire, del Giappone, ne parlano tutti. Tecnologia in ogni angolo, luci, video, suoni che creavano un atmosfera molto coinvolgente, giochi con la prospettiva che ti lasciavano a bocca aperta, descrizione minuziosa e accattivante del cibo tipico e infine, il famoso ristorante del futuro. Un’immensa sala buia con tavoli e sedie, piatti interattivi e bacchette vere con cui mangiare… le immagini sul piatto, chiaramente. Bellissimo. Una visita durata quasi un’ora.

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Purtroppo, non ho sopportato la fila per il padiglione Italia, non finiva mai e soprattutto non c’erano indicazioni sui tempi di attesa. Nel Cardo, zona italiana, ho visitato solo Vinitaly senza, tra l’altro, neppure assaggiare un sorso di vino.

Molti paesi, come quelli più poveri dell’africa nera, per mancanze di risorse hanno utilizzato il loro spazio esclusivamente per vendere i loro oggetti tipici. Altri, come l’Ecuador, finivano per intrattenerti con una lezione di geografia sul Paese, con tanto di video e cartina esplicativa. Il Vietnam, bellissimo dall’esterno, internamente era una piccola delusione, ma è qui che si vendevano i famosi cappelli di paglia che andavano alla grande, non solo dentro l’Expo ma anche fuori.

In conclusione, cos’è che ha attirato milioni di persone a questo evento?
Avevi sicuramente la sensazione di girare il mondo, lì dentro, ma è stato davvero solo questo?

Decumano

Filastrocca di Capodanno

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Fammi gli auguri per tutto l’anno:

voglio un gennaio col sole d’aprile,

un luglio fresco, un marzo gentile;

voglio un giorno senza sera,

voglio un mare senza bufera;

voglio un pane sempre fresco,

sul cipresso il fiore del pesco;

che siano amici il gatto e il cane,

che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi niente,

dammi una faccia allegra solamente.

Gianni Rodari