Michele Schirru, un sardo fucilato per un pensiero

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Michele Schirru

C’è un sardo che nel 1931 prova ad attentare alla vita di Mussolini; un sardo convinto che l’uccisione del capo del fascismo provocherebbe il crollo del regime, riportando a galla quella libertà che in Italia è andata perduta.
Questo sardo si chiama Michele Schirru.

Il padre, Giovannino, nato a Decimomannu (CA) non ha l’aspetto tipico degli isolani: è alto, occhi celesti e capelli chiari. Ha completato gli studi al ginnasio diventando poi esattore del dazio con patentino d’ufficiale giudiziario. Dal matrimonio con Carmina Andrìa Sechi sono nati cinque figli, Michele è il secondogenito e nasce a Padria (SS) il 19 ottobre 1899.

Michele cresce a Pozzomaggiore (SS) dove frequenta le scuole elementari e diventa apprendista fabbro nella bottega di mastru Billìa Ruggiu. Nel frattempo la famiglia, trovatasi in difficoltà finanziarie è costretta a diverdersi, con il padre che nel 1914 emigra a New York in cerca di fortuna. Nel 1916 Michele supera il concorso per il reclutamento nella Regia Scuola Marinara di La Spezia; ma è tempo di guerra, questo, e parte volontario arruolato nel genio, posto in prima linea a scavare gallerie.
Nel 1917 iniziano a maturare in lui sentimenti sovversivi al punto che, nel bel mezzo degli scioperi di Torino, partecipa ai tumulti, venendo arrestato da un brigadiere dei carabinieri, sardo anche lui.

A tal proposito Michele ricorderà: “Quando un oratore veniva dalle nostre parti e parlava di socialismo, di anticlericalismo e di emancipazione dalle ingiustizie che da secoli infiniti le classi privilegiate infliggono ai diseredati della terra, io non mancavo mai di accorrere per ascoltarli… Mi appassionavo al socialismo, e questo fu la mia prima fede”.

La sua seconda fede è l’anarchia.

Congedato dall’esercito, ritorna in Sardegna e decide di emigrare in America seguendo le orme del padre. Vive a Pittsfield, nel Massachusetts dove, il 19 aprile 1921, viene coinvolto in una rissa che provocherà due morti e quattro feriti. Si proclama innocente e viene deferito dalla giuria.
Il padre, impiegato in una banca a New York, vorrebbe avviare il figlio al commercio delle banane, così lo richiama nella Grande Mela dove vivrà nel North Bronx, in un quartiere abitato da italiani. Inizia la sua attività di commerciante che fin da subito si rivelerà redditizia.

Nell’aprile del 1922 viene pubblicato nel New Jersey il periodico anarchico “L’adunata dei Refrattari” diretto anche da un amico di Schirru, che darà vita a una sorta di circolo tutto italiano alla quale Michele sarà sempre legato.

Nel 1925 si sposa con una ragazza di origini siciliane, Minnie Pirola, dalla quale avrà due figli, ma ciò non limiterà il suo impegno politico. Con il circolo degli Adunisti è schierato nella lotta per salvare Sacco e Vanzetti e nelle iniziative antifasciste volte, in particolar modo, a scovare gli infiltrati fascisti che con metodo squadrista danno vita a pestaggi e intimidazioni. In questi anni l’avversione al fascismo si fa sempre più forte, come lui stesso scriverà:
“Il fascismo, come tutte le altre dittature e tirannie, mi ha sempre ispirato orrore… Fin dal 1923 pensavo che per stroncare la tirannia bisogna stroncare il tiranno.”

Riesce a liberarsi dai vincoli che lo legano al Consolato italiano diventando, il 1° ottobre 1926, cittadino americano. Ottenuto il passaporto il 19 gennaio 1930, parte per l’Europa con il proposito di realizzare il suo progetto.

Sbarca in Francia e cerca immeditamente un contatto con il mito della sua giovinezza, Emilio Lussu, che incontrerà a Parigi. Il suo arrivo in Europa viene però intercettato dall’OVRA, grazie a un telegramma spedito nell’aprile di quello stesso anno dal console di New York, che identificherà nell’anarchico Michele Schirru l’esecutore di una pericolosa impresa in programma a Milano nel maggio prossimo.
Ed effettivamente Michele riesce, nonostante i controlli dei fascisti, ad arrivare a Milano a maggio, durante una visita di Mussolini in città. In realtà Michele non è ancora pronto a dare avvio al suo piano e quando Mussolini il 22 maggio gli passa accanto, non ha le armi per colpirlo.
A proposito di questo occasione sprecata scriverà a un amico:
“Immagina. Vedertelo passare a tre metri di distanza, benchè in automobile chiusa e con i vetri bullet-proof rialzati. Ma se ci fossero state una o due “patate”, anche i vetri si sarebbero infranti… Vederlo passare così vicino e non poter far niente… Credimi, non si soffre dolore più intenso”.

Decide allora di ritornare in Francia per preparare l’attentato al duce, senza peraltro venire bloccato alla frontiera dove gli controllano il passaporto. Il suo nome era incluso nel Bollettino delle ricerche in quanto segnalato come sovversivo pericoloso ma, nonostante ciò, non viene fermato.

Dopo aver scritto il testamento, decide di lasciare la Francia e partire per Roma, accompagnato al treno da Emilio Lussu che lo ricorderà così:
“Lì, alla Gare de Lyon, salutandolo dal marciapiede sotto la vettura, dissi arrivederci e gli sorridevo. Anche lui sorrideva, ma triste. Rispose: no, non arrivederci. Addio. Soltanto questo disse, e sollevò il vetro del finestrino”.

Ora non è più disarmato, ha con sè due bombe, una con una capacità distruttiva per un raggio di 70 metri, l’altra per un raggio di 30 metri: non gli resta che imbattersi nell’automobile del duce, dovrebbe essere facile, gli era già successo a Milano.
Così ogni giorno, per due settimane, percorre pazientemente il tragitto tra Palazzo Venezia e Villa Torlonia, la residenza del duce. La mattina, il pomeriggio, la sera, cammina e si guarda intorno alla ricerca di Mussolini senza riuscire mai a intercettarlo.
A Roma è totalmente isolato, non ha informazioni, non ha complici e con il tempo inizia a demoralizzarsi, forse pensa di rinunciare al progetto.

Una mattina incontra, in un caffè del centro, una ballerina ungherese, Anna Lukovszky. E’ un colpo di fulmine. Iniziano una fugace ma intensa relazione che durerà il tempo di una settimana: il 3 febbraio la polizia lo sorprende nell’hotel “Colonna” e viene arrestato.

Ma con quale accusa?

Se avessero trovato le bombe si sarebbe trattato di detenzione d’esplodenti. Tutto qui, nient’altro di irregolare.
Ma ciò che preoccupa Michele Schirru non è il Tribunale Speciale, quanto piuttosto il giudizio degli ambienti antifascisti newyorkesi e parigini in cui si era formato. Aveva fallito. Non era riuscito a compiere l’attentato, aveva messo da parte il suo obiettivo tradendo l’impegno dei compagni di lotta e, in più, era stato scoperto in una stanza di hotel in compagnia di una ballerina. Non esattamente una fine eroica.
Appena dentro all’ufficio del commissario, sfila dalla cintura una rivoltella e se la punta alla tempia, ma l’intervento degli agenti modifica la traiettoria del tiro. Vengono esplosi vari colpi, 3 poliziotti rimangono feriti e lui è in fin di vita, un proiettile gli ha trapassato il volto da parte a parte. Sfigurato, riuscirà a sopravvivere.

E’ da questo momento che le luci dei riflettori si accendono sul personaggio Schirru.
Non c’è nessuna prova, ma viene comunque accusato d’aver voluto uccidere Mussolini e lui, invece di difendersi, invece di mantenere il silenzio, racconta per filo e per segno il suo progetto.

E’ solo, la famiglia lo ha rinnegato, gli resta vicino solo il piccolo circolo degli “adunatisti” che però non può far nulla.
Il 28 maggio 1931 compare davanti al Tribunale Speciale e, per la prima volta, i giudici (tra i quali il sardo Lussorio Cau) possono applicare la nuova regola di Alfredo Rocco, che punisce con la pena di morte non solo chi è accusato per il delitto consumato ma anche per il solo tentativo.
C’è però una differenza, tra l’altro anche presa in considerazione dal Codice: la distinzione tra atti preparatori e tentativo vero e proprio.
Schirru dunque dovrebbe essere accusato solo per gli atti preparatori visto che non è mai riuscito a incontrare Mussolini e mai ha tentato concretamente di assassinarlo.

Non basta.

Il 29 maggio viene portato al forte di Casal Braschi, il sole non è ancora sorto, sono presenti centinaia di camice nere.
Viene fatto sedere mentre, di fronte a lui, ventiquattro volontari sardi si dispongono a quindici passi. Una sola voce rompe quel silenzio: “Abbasso il fascismo, viva l’anarchia!”.
Lo seppelliranno in una fossa senza nome.

Tra le pagine dell’Unione Sarda appare un ignobile commento, pubblicato il 29 maggio 1931:
“Michele Schirru, anarchico, violento per natura, debosciato come tutti i rifiuti della società, scompare colpito dalla pena degli infami. Egli era nato nella nostra Isola, da una famiglia sarda; ma la Sardegna e la sua famiglia non devono arrossire per questo delinquente della specie più bassa. La Sardegna, fedelissima al Regime, non lo annovera più tra i suoi figli da molti anni… Era un senza-patria e un senza-famiglia, un negatore di tutte le più alte idealità, un sanguinario, un amorale che la Giustizia elimina dal consorzio degli uomini”.

Ci ha pensato la storia a dargli il giusto merito, ora è il momento della memoria.

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Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “Vita e morte di Michele Schirru (l’anarchico che pensò di uccidere Mussolini)”, Giuseppe Fiori.
  • “L’antifascismo in Sardegna”, a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis.

 

 

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