Pozzo sacro Is Pirois, Villaputzu

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Pozzo sacro “Is Pirois”, Villaputzu

La profonda religiosità dei Sardi nuragici si manifestò non solo nei santuari più famosi (pensiamo a S. Vittoria -Serri- o a S. Cristina -Paulilatino-), ma anche in edifici di culto minori, presenti nei villaggi e nelle campagne.

Tipica costruzione sacra dell’epoca è il tempio a pozzo, di cui oggi se ne contano una quarantina. Presentano uno schema uguale in tutto il territorio isolano, dal Bronzo, nel quale sono stati costruiti i primi esemplari, all’età del Ferro, periodo del massimo sviluppo.

Templi e fonti sono testimonianze significative di una religione che ben conosceva i problemi legati alla penuria di acqua; la civiltà nuragica cercò di raccogliere, di conservare l’elemento liquido prezioso per i campi, il bestiame, l’uomo stesso.
Ma quali divinità le genti nuragiche evocavano per contrastare la siccità?
Certamente lo spirito “infernale”, sotterraneo, che esse ritenevano albergasse nei pozzi e nelle fonti, ossia il toro. Le teste taurine scolpite in alcuni templi lo confermano, così come oggetti in terracotta e bronzo che raffigurano l’animale divino.
Il Dio-Toro rappresentava le virtù mediche fisiche e psichiche delle acqua di vena. E’ possibile che lo stesso essere infernale avesse un ruolo importante nel giudicare i malvagi. Svelare la colpevolezza o l’innocenza si riteneva appartenesse al sovrasensibile, che si esternava attraverso misteriosi fenomeni naturali. Sull’effetto di questi si fondava la pena o l’assoluzione del reato.

Le fonti antiche narrano che in Sardegna il giudizio di Dio fosse affidato alle acque calde (le stesse che curavano e guarivano le malattie degli uomini). Il sospettato di furto (pensiamo al reato dell’abigeato), dopo il giuramento, veniva sottoposto al giudizio di Dio, immergendo la testa nell’acqua calda e frizzante. Se l’indiziato non riusciva a sopportare il terribile effetto, diventava cieco per aver giurato il falso, e ne risultava così affermata la colpevolezza. Se invece lo superava e anzi, ci vedeva più chiaro, voleva dire che non aveva spergiurato e dunque era innocente.

Tra gli edifici di culto meglio conservati, vi è il pozzo sacro di “Is Pirois”, situato nel territorio di Villaputzu, nella valle percorsa dal Rio Quirra.
La sua scoperta è avvenuta in modo occasionale negli anni Settanta, quando già era stata costruita nelle vicinanze una stalla e una piccola abitazione. Le prime campagne di scavo, avviate negli anni Ottanta dalla prof.ssa Maria Luisa Ferrarese Ceruti, permisero la rimozione dei crolli che ricoprivano l’edificio.

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Is Pirois, Villaputzu. Visione frontale

Il pozzo sacro “Is Pirois” sorge su una collina e si adatta al pendio; la muratura presenta un elevato di maggior altezza a monte contenendo così, nel dislivello, l’intero sviluppo del vano che racchiude il pozzo e di un secondo ambiente che lo sovrasta.
Il paramento a vista è realizzato da blocchi poliedrici e quadrangolari, inzeppati, secondo filari murari irregolari (alti 3,80 metri) i quali, sviluppandosi, si allargano costituendo, come di consueto, una struttura di pianta trapezoidale.

Is Pirois Villaputzu.
Interno Pozzo sacro Is Pirois

Dall’ingresso trapezoidale, architravato (metri 2,00 x 0,30 x 0,85), che si apre orientato a N. N. O., si accede alla scalinata, composta da 8 gradini (lung. m. 2,80), attraverso la quale si scende nella camera del pozzo, chiusa sulla sommità da una pseudo cupola di buona fattura (alta m. 5 circa).
Nella struttura interna ed esterna, i paramenti si compongono di filari di lastrine di pietra locale (scisto verde e azzurro) disposte con regolarità e accuratezza; ben lavorati anche gli otto gradini che portano al pozzo e la serie di architravi a scala rovescia che ripetono l’andamento della scala.

L’acqua, alimentata da una sorgente, normalmente copre i gradini più bassi ma dopo piogge abbondanti può arrivare a sommergere tutta la scala. Il pozzo, a struttura cilindrica, ha un diametro piuttosto modesto ed è ricoperto da un ambiente che si sviluppa notevolmente in altezza. Al di sopra dell’edificio è presente un secondo vano (privo di accessi dall’esterno) che presenta al centro un foro in corrispondenza della chiave di volta della tholos interna. Tra il pavimento e la parete è possibile notare una nicchia di piccole dimensioni.

L’ingresso, protetto da due bracci murari di tecnica simile a quella del paramento esterno, si apre a valle, a breve distanza dal corso del modesto rio e di fronte a una collina più elevata, sulla cui sommità sorgono i resti di una struttura di tipo nuragico –nuraghe Nurresu-, nella quale le murature integrano gli spuntoni di roccia definendo una sorta di recinto.

La pulizia effettuata in superficie ha evidenziato, a monte dell’edificio, l’affioramento di alcuni allineamenti di pietre che potrebbero essere pertinenti a capanne di diametro diverso. Tale ipotesi appare verosimile se si considera che anche sulla sommità della collina, di fronte all’ovile, una indagine ha messo in luce, a diretto contatto con la roccia, i resti di due capanne di dimensioni differenti.
La loro presenza, non accompagnata da informazioni utili a stabilirne la funzione e la durata del loro utilizzo, consente di stabilire analogie con altri pozzi nuragici che presentano capanne nelle vicinanze. Nel settore antistante il pozzo è stata rilevata la presenza di due murature, evidentemente testimonianza di altra struttura interrata, realizzata sull’asse dell’ingresso al pozzo. Al suo interno potrebbe corrispondere una sorta di foro, o di cedimento, emerso durante i lavori di ripulitura del piano di calpestio antico.

Nei dintorni del pozzo sono stati ritrovati frammenti di ceramica comune di età romana difficilmente inquadrabili per forma e tipologia, fatta eccezione per alcuni frammenti d’anfora (uno pertinente ad una Dressel 2/4 di I sec. d.C. e uno a uno spatheion di VI d.C.) e, in minima parte, materiale di età nuragica con le stesse difficoltà di lettura. Reperti provenienti da raccolta di superficie effettuata nelle campagne circostanti confermano la continuità di vita nell’area anche per l’età storica.

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Ingresso Is Pirois

L’edificio, che richiama da vicino la struttura del pozzo di Funtana Coberta di Ballao, presenta due caratteristiche che lo distinguono da analoghi monumenti: il primo è dato dalla tecnica edilizia che unisce all’uso delle pietre di grandi dimensioni, semplicemente sbozzate o naturalmente informi, quello delle lastrine intenzionalmente ricavate dalla pietra locale: lo stacco netto fra le due tecniche che si percepisce nell’atrio fra le due ali e il prospetto è un chiaro frutto di scelte estetiche più che funzionali, per quanto le ridotte dimensioni del diametro interno sia del pozzo che della tholos, e lo sviluppo verticale di quest’ultima, potevano essere realizzate con più facilità con materiale di ridotte dimensioni. Il fatto però che tale tecnica sia stata estesa anche al prospetto esterno denuncia la volontà di “dichiarare” la scelta e di conferire all’ingresso un maggior grado di rifinitura, accentuato dall’adozione, come architrave, di un blocco parallelepipedo analogo nel taglio alle lastrine ma in contrasto, con il colore chiaro, al grigio scuro dello scisto.

Chiare d’altra parte le unità murarie e la sequenza delle fasi di costruzione: i bracci che delimitano l’atrio risultano realizzati in un’unica soluzione con la struttura esterna e si appoggiano al prospetto nella sua parte superiore, ma risultano perfettamente legati alla base. È evidente perciò l’organicità della realizzazione e la sua corrispondenza ad un progetto chiaramente definito. Qualche dubbio tuttavia sull’originario aspetto del monumento, soprattutto per quanto riguarda l’elevato superiore, solleva l’analisi della documentazione fotografica realizzata in occasione dei primi interventi che mostra un crollo costituito quasi esclusivamente da lastre di scisto e non, come si potrebbe supporre dall’elevato residuo, da blocchi non lavorati.

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Camera superiore Is Pirois: nicchia e foro centrale

Il secondo elemento nuovo è costituito dalla presenza della camera superiore, “di diametro maggiore al vano del pozzo e priva di accessi nell’elevato che si conserva. Non è possibile escludere, perciò, che un’apertura potesse essere ricavata a maggior altezza, ma sarebbe comunque risultata priva di corrispondenza sia con il piano di campagna esterno che con il pavimento interno dell’ambiente. Tuttavia la presenza della nicchia ricavata a livello del pavimento ed il foro, cilindrico, che corrisponde al culmine della tholos inferiore – ma certamente poco funzionale e insufficiente per attingere-, insieme alla comoda agibilità del vano, dimostrano che qualcuno, o qualcosa, vi dovesse trovare posto, forse in occasioni particolari legati al rituale.

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La maestria con cui è stato costruito il pozzo sacro, denota una perfetta conoscenza della tecnica di esecuzione nuragica e suggerisce l’appartenenza di questa struttura al Bronzo Medio.


Per approfondire l’argomento si consiglia la lettura:

  • “La civiltà nuragica. Nuove acquisizioni, II: atti del Convegno (Senorbì, 14-16 dicembre 2000)”. Scritti di Donatella Salvi: Il popolamento antico del Sarrabus: Is pirois e San Priamo
  • “Censimento archeologico nel territorio del comune di Villaputzu”, Roberto Ledda
  • “Sardegna nuragica”, Giovanni Lilliu

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