La preistoria parte II: il Neolitico

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Domus de janas, Usini

Il Neolitico sardo (dal VI al III millennio a.C.) viene generalmente suddiviso in tre periodi distinti: antico, medio e recente.

Riconducibili al Neolitico antico sono grotte e ripari situati prevalentemente sulla costa, come testimoniano i ritrovamenti nell’isola di Spargi, nella Grotta Verde di Capo Caccia ad Alghero, nell’arcipelago della Maddalena  e a Torre Foghe di Tresnuraghes.
Le popolazioni di quest’epoca erano dedite alla caccia, alla pesca, alla raccolta, ma anche all’allevamento, all’estrazione e al commercio dell’ossidiana del Monte Arci. L’ossidiana, un vetro vulcanico nero, risultava molto preziosa sia perchè considerata elemento magico, sia per la sua duttilità che permetteva la realizzazione di vari strumenti.
Nel Neolitico antico sono riscontrabili altri tre periodi, ognuno dei quali caratterizzato da mutamenti riguardanti la produzione ceramica.
E così l’epoca più antica (VI – V millennio a.C.), detta anche di “Su Carroppu”, è contraddistinta dalla produzione di olle a forma di globo, ciotole a calotta e piatti decorati con la tecnica “cardiale”: segni impressi sull’argilla fresca servendosi del Cardium Edule, una conchiglia. L’ossidiana veniva utilizzata per fabbricare raschiatoi e bulini di forma geometrica.
La seconda fase (II metà del V millennio a.C.), detta della “Grotta Verde”, vede l’utilizzo di vasellame più raffinato e sobrio, decorato con la tecnica “strumentale” ottenuta con strumenti dentati, l’aggiunta di argilla liquida a rivestire il vaso e l’applicazione di cordoni e anse. Nella Grotta Verde è stato ritrovato un vaso con due anse dalla forma umana, probabilmente la prima raffigurazione umana della preistoria sarda.
La terza fase (fine V millennio a.C.) detta “Facies di Filiestru” è caratterizzata dalla scomparsa di gran parte degli elementi di decorazione. Il ritrovamento di anelloni in pietra verde simili ad altri rinvenuti nella penisola, fanno pensare che in questa fase la Sardegna avesse stretto rapporti con altre comunità neolitiche del Mediterraneo, probabilmente interessate al commercio dell’ossidiana.

Il Neolitico medio sardo (4700 – 4000 a.C.), conosciuto anche come “cultura di Bonuighinu”, era un’epoca in cui il miglioramento delle condizioni di vita è riscontrabile anche nella produzione ceramica che risulta essere molto più raffinata e curata rispetto le epoche precedenti. Si aveva una più vasta disponibilità di strumenti, sia in pietra che in osso, nascevano i villaggi all’aperto, si sviluppavano credenze religiose, riti di sepoltura in grotte artificiali e si diffondeva il culto della Dea Madre, simbolo di fertilità in tutte le comunità agricole del Mediterraneo.

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Idoletti Dea Madre

Un ritrovamento molto prezioso è quello avvenuto nella vasta necropoli di Cabras, a Cuccuru s’Arrìu. I defunti, deposti su un fianco in posizione quasi fetale e ricoperti di ocra rossa a simboleggiare il sangue e quindi la vita, erano attorniati da vasi, strumenti in osso e in pietra. Nella mano destra stringevano un idoletto della Dea Madre, simbolo di resurrezione. Diffusi in tutta l’isola, questi idoletti erano rappresentati nell’atto di partorire, di allattare il bambino, erano seduti oppure in piedi e volevano personificare la forza riproduttrice della natura.
Per quel che riguarda la ceramica, venivano prodotte ciotole, olle, vasi a globo, cucchiai la cui decorazione è costituita da bottoni circolari, teste antropomorfe, motivi a scacchiera e a festoni con incisioni molto delicate.
In questa epoca si intensificava il commercio dell’ossidiana che non solo si diffonderà nell’intera isola ma arriverà a raggiungere la Corsica, l’Italia centro-settentrionale e la Francia.
Nelle grotte sono stati ritrovati semi di grano, lenticchie, orzo. Questi ritrovamenti, insieme all’ipotesi di un incremento dell’allevamento bovino, potrebbero indicare un aumento delle pratiche agricole con il conseguente disboscamento di terreno da utilizzare per la semina. L’agricoltura, così come l’attività mineraria dell’ossidiana, l’allevamento, la pastorizia, la caccia, la pesca e la raccolta di molluschi sembrerebbero costituire la base economica del Neolitico medio.

Il Neolitico recente (4000 – 3200 a.C.) era caratterizzato dalla cultura di “San Michele” conosciuta anche come cultura di “Ozieri”, in riferimento ai ritrovamenti avvenuti nella grotta dell’omonima cittadina.
La cultura di Ozieri rappresenta la fase più intensa della preistoria sarda.
Centinaia i siti riferibili a quest’epoca: il villaggio di Conca Illonis e di Cuccuru s’Arriu a Cabras, di Puisteris a Mogoro, numerose grotte funerarie, menhir e dolmen.
Le ceramiche, molto varie e fantasiose, gli oggetti d’ornamento, la ricca produzione di strumenti in pietra evidenziano il notevole sviluppo delle comunità preistoriche della Sardegna. Il culto della Dea Madre continuava a sopravvivere con la produzione di piccole statue femminili in pietra, in osso e in argilla, mentre menhir e corna bovine incise o scolpite sulle tombe suggeriscono l’apparizione di una nuova divinità, stavolta maschile.
E’ in quest’epoca che compaiono le prime domus de janas, ovvero le “case delle fate”. Se ne contano oltre 2500 sparse per tutta la Sardegna, ad eccezione della Gallura, realizzate in forma semplice o pluricellulare, isolate o aggregate. La particolarità di queste tombe ipogeiche è la riproduzione degli schemi architettonici delle case, con la presenza di soffitti, colonne, porte, cornici, sedili, tavoli scolpiti nella roccia in modo che il defunto potesse continuare a vivere nella sua abitazione anche dopo la morte. La presenza di elementi simbolici incisi o dipinti nelle pareti hanno come scopo quello di proteggere l’anima del defunto. L’originalità di questi luoghi ha favorito la diffusione di una celebre leggenda dalla quale deriverebbe il nome delle domus de janas: piccole case abitate dalle fate, che di giorno vi rimanevano rinchiuse per tessere con il telaio i preziosi filati d’oro, e che lasciavano dopo il tramonto per uscire a ballare e celebrare riti magici nascoste dall’oscurità.
Altra forma megalitica è la ziqqurat di Monte d’Accoddi, un grande edificio facente parte di un villaggio nella zona di Sassari. La particolarità di questo complesso, unico nel suo genere, è la struttura tronco-piramidale con un piccolo tempio rettangolare nella sommità.

Questi monumenti, così complessi e ben rifiniti, fanno pensare all’esistenza di una società già ben organizzata, con lavoratori specializzati nella costruzione di elementi funerari, nello scavo, nell’artigianato e nella metallurgia.

[Segue…]

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