Lo squadrismo in Sardegna -1-

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Che in Sardegna il fascismo nelle sue fasi iniziali non ottenne grandi consensi, è cosa ormai risaputa. I fascisti sardi non presero parte alla “Marcia su Roma” e le prime mobilitazioni nella regione si risolsero in un gran fallimento: malmenati e dispersi, e addirittura scortati dai carabinieri, furono costretti a darsi alla macchia.
L’ostilità al fascismo raggiunse una dimensione tale, che in tutta l’Italia si arrivò a parlare della nascita di un vero e proprio movimento insurrezionale nell’isola.

Mussolini, spaventato, decise di correre ai ripari inviando nell’isola l’on. Pietro Lissia in rappresentanza del governo. Fervente antifascista nella prima ora, appartenente al gruppo parlamentare della democrazia sociale, aveva poi cambiato parere, diventando sottosegretario alle Finanze nel ministero Mussolini.
La sua visita fu accolta con un misto di sorpresa e preoccupazione, erano infatti alquanto rare le apparizioni dei membri del governo nell’isola.
Nonostante il grande risalto dato all’avvenimento dai giornali fascisti, al suo arrivo a Cagliari l’onorevole non trovò altri che le autorità civili e militari, il solito gruppo fascista, ma soprattutto oppositori. Nessuna folla in festa per le strade, solo urla e fischi, e anche nell’aula del Consiglio provinciale, dove tenne un discorso riguardo al programma del governo, l’ambiente era apertamente ostile.

Dopo la seduta provinciale, altri scontri si ebbero nelle piazze della città. La polizia effettuò nuovi arresti tra gli oppositori, qualcuno, aggredito dai fascisti armati, rimase ferito, le stesse guardie regie sostenevano e davano appoggio ai fascisti. Fu in questa occasione che Emilio Lussu fu violentemente colpito alla testa da parte di un graduato delle guardie regie. Rimase ricoverato a lungo in un ospedale cittadino, la sua aggressione suscitò un clamore enorme. Molti misero in relazione l’aggressione subita, al suo discorso d’opposizione tenuto poche ore prima di fronte all’on. Lissia.

A seguito dell’atto di violenza contro Lussu, organizzazioni politiche, deputati, consiglieri si recarono dal prefetto per esprimere la loro protesta, la popolazione si astenne dal lavoro, i negozi rimasero chiusi.
Di fronte a una situazione che poteva diventar ancor più pericolosa, il governo decise che era necessaria la pacificazione della città.
Seguirono accordi tra oppositori e capi fascisti, i detenuti politici vennero rimessi in libertà, l’ordine pubblico pareva ristabilito.

Il 27 novembre 1922 si tenne a Cagliari una grande manifestazione fascista; arrivarono sostenitori da tutta la provincia, il prefetto invitò la popolazione a esporre le bandiere nelle finestre, consiglio che però non venne seguito e le uniche bandiere presenti sventolavano nelle case dei fascisti.
I capi dell’opposizione avevano chiesto di evitare ogni tipo di provocazione e così, in tanti, decisero per un giorno di passare la giornata fuori dalla città.
I fascisti indossavano la camicia nera, erano armati di manganello, pistola e pugnale. In colonna, a precedere il corteo, guardie regie e carabinieri.
La folla presente rimase ostile ma impassibile e i fascisti più intransigenti abbandonarono le file per colpire, coi manganelli, chi non si levava il cappello al loro passaggio. La folla reagì. Gruppi di ragazzi accerchiarono un capo fascista e le trombe suonarono l'”allarmi”. I fascisti abbandonarono i manganelli e con pugnali e pistole colpirono i presenti. Gli oppositori, senza armi, si gettarono sulla colonna che fu prontamente difesa dai carabinieri che aprirono il fuoco. La città cadde nel caos più totale.

Secondo il resoconto ufficiale emanato dal prefetto, si contarono 22 feriti e 57 arresti.
Si trattò di dati faziosi, volutamente incompleti in quanto provenienti dagli ambienti filofascisti. Gli arrestati erano tutti oppositori, il numero di feriti ben superiore a quello indicato dal prefetto e, soprattutto, non fu neppure registrata la morte del primo antifascista sardo caduto vittima delle violenze: Efisio Melis, un ragazzo di ventisette anni.

Efisio Melis era stato un combattente della Grande guerra, decorato con la medaglia al valore militare. Smessa la divisa militare, si era iscritto al partito sardista e lavorava da operaio in officina. Durante la manifestazione fascista si trovava in via Garibaldi tra la folla e fu uno dei tanti che, durante il passaggio della colonna, rifiutò di levarsi il cappello. Fu allora che un fascista del suo rione, conoscendo le sue posizioni politiche, si spostò dalla colonna e gli ordinò di salutare lo stendardo fascista ma lui non si piegò, anzi: portò le mani al cappello, ma solo per sistemarlo meglio.
A questo punto il fascista, colmo di rabbia, traflisse per due volte Melis con la punta del gagliardetto. Melis aveva suo figlio in braccio e, impossibilitato a difendersi, cadde a terra esanime.

Subito la folla attorno a lui si avvicinò per soccorrerlo, ma venne fermata dai manganelli dei fascisti. Arrivato nello stesso ospedale in cui era ricoverato Lussu per la precedente aggressione, chiese di incontrarlo. “La guerra, la guerra”, saranno le ultime parole a lui rivolte. Morirà il 2 dicembre del 1922 e al suo funerale parteciperanno migliaia di persone. Alla vedova, insultata e aggredita, verrà impedito di portare fiori nella tomba del marito.
Nessun aggressore venne perquisito o fermato, la morte di Melis non trovò colpevoli.

Nei giorni seguenti continuarono gli arresti di oppositori e nel frattempo, molti industriali, agrari, commercianti si iscrissero al fascio. Il fascismo riusciva, in questo modo, ad aumentare il “consenso”.

L’episodio di Cagliari dimostra che in Sardegna ci fu una forte resistenza di fronte alle violenze fasciste, superiore alla gran parte delle regioni italiane.
Questo punto viene ulteriormente sottolineato dalle vicende che interessarono Sorso l’8 dicembre 1922.

Nella cittadina in provincia di Sassari, i fascisti vennero addirittura accolti da una fitta sassaiola e costretti ad abbandonare in fretta e furia la zona.

A Terranova, l’attuale Olbia, la popolazione era in larga maggioranza antifascista.
Facevano eccezione alcune famiglie di commercianti che, stanche di questa situazione, si misero in contatto con i fascisti di Civitavecchia per organizzare una spedizione armata.
Da Civitavecchia presero il piroscafo duecento fascisti armati. Una volta arrivati, guidati dai capi locali, accerchiarono le case degli oppositori e le assaltarono. In molti riuscirono a scappare per la campagna, ma una trentina vennero catturati e portati nella piazza della città. Nel frattempo vennero saccheggiate le organizzazioni di lavoro, le sedi, i circoli dei combattenti e dei mutilati di guerra.
La città, colta di sorpresa, era in mano ai fascisti.
Nella piazza centrale avvenne il “battesimo fascista”, non con l’acqua chiaramente, ma con l’olio di ricino simbolo della redenzione dal peccato antifascista. Era la prima volta che in Sardegna si usava un simile trattamento. Solo un prigioniero, contadino ex combattente, si rifiutò di bere e venne così percosso. A un noto esponente antifascista, avvocato, fu intimato di tenere un discorso inneggiante a Mussolini ma si rifiutò; arrivarono allora le figlie, in lacrime chiesero la liberazione del padre che di fronte alla scena straziante non potè far altro che piegarsi alla richiesta: salì sulla tavola predisposta e iniziò un piccolo monologo ma, prostrato da tanto sforzo, cadde a terra svenuto.
la popolazione rimase asserragliata nelle case fino alla loro partenza.
I fascisti esultavano, avevano vinto.

… segue.


Per approfondire l’argomento si consiglia le lettura:

  • “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu.

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