Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

I falsi idoletti

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Museo Archeologico di Cagliari

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Le Carte d’Arborea non furono l’unico falso celebre in Sardegna.

Non si possono non menzionare gli “idoletti sardo-fenici”, che per lungo tempo furono tra le attrattive maggiori del Museo di Antichità di Cagliari fino all’arrivo del Pais, direttore tra il 1883 e il 1886. Le piccole statuette sarde si caratterizzavano per la forma alquanto eccentrica, ma così come era avvenuto per le Carte, fu proprio questa loro particolarità a renderle autentiche agli occhi di diversi studiosi, primo fra tutti La Marmora.

Un certo numero di statuette (tra i 12 e i 30 cm di altezza) erano già presenti nel museo dal 1821, quando ne aveva parlato lo studioso danese Munter, che le aveva giudicate autentiche. Gli idoletti erano poi andati aumentando, fino a raggiungere il numero di 265.
Probabilmente i falsari non avevano particolari intenzioni, se non quella di guadagnare denaro, ma le statuette suscitarono così tanto interesse che stimolarono presso i sostenitori fantasiose interpretazioni.
A rendere tutto più intrigante, era stata la comparsa delle Carte d’Arborea e tra esse il Manoscritto Gilj, un minutario da notaio del XV secolo che includeva otto fogli volanti con disegni simili agli idoletti. La falsificazione non mancava di una fantasiosa abilità, appoggiandosi a un documento autentico, il minutario appunto, a cui i falsari avevano allegato una lettera indirizzata allo stesso Gilj di un immaginario archeologo che aveva disegnato figure simili agli idoli.

La Marmora non si limitò a interpretarne il significato con astrusi concetti legati al simbolismo, ma si spinse ad accantonare l’oramai accettata tesi fenicia a favore di un’altra di sua invenzione, che datava gli idoli in epoca più recente, risalendo al culto pagano prima della definitiva conversione dei sardi sotto il pontificato di Gregorio Magno. Secondo lo studioso infatti, erano stati i preti cristiani a nascondere le statuette per non permettere più i riti pagani alle popolazioni della Barbagia: “La mancanza totale di ogni principio di arte in quelle orrende figure, quasi sempre composte di rame puro senza lega, e la loro provenienza dalle regioni centrali e montuose dell’isola, sarebbe indizio di un lavoro assai moderno, da assegnarsi a quel tempo in cui i Barbaricini, confinati nei loro monti e privi di ogni sorta d’industria, dovettero fondere e modellare loro medesimi gli oggetti del grossolano ed osceno loro culto.”

La polemica sulla loro autenticità riesplose tra il 1873 e il 1876, tra il direttore del museo archeologico di Cagliari Gaetano Cara, e il suo giovane assistente Vincenzo Crespi. Quest’ultimo accusò Cara di incompetenza per aver accreditato gli idoletti, e di connivenza con i falsari. Cara cercò di difendere gli idoli e il suo onore ma, morto il La Marmora e con lo Spano che quasi sorprendentemente aveva cambiato opinione sulla loro veridicità, le 265 statuette finirono col non avere più autorevoli sostenitori e, per volontà del Pais, abbandonarono silenziosamente gli scaffali.

Ettore Pais, piemontese originario della Sardegna, visse per lungo tempo nell’isola dedicandosi proficuamente agli studi della storia antica e occupando il posto di direttore nel museo cagliaritano. Da direttore prese la scottante vicenda delle statuette con molta serietà, arrivando quasi a creare una sorta di prontuario anti-falsari: secondo Pais, la ricerca storica doveva procedere gradualmente, gradino dopo gradino.
La scoperta di reperti spettacolari, di eroi sconosciuti e di eccezionali e stonati periodi passati sarebbero stati con tutta probabilità dei falsi. D’altronde Pais, rifacendosi agli idoletti, sottolineava che la religiosità degli antichi barbaricini era povera e rozza, una religiosità semplice che nulla aveva a che fare con gli astrusi simbolismi delle statuette, che non assomigliavano a nulla che si fosse visto precedentemente. Non assomigliavano neanche ai bronzetti nuragici di comprovata autenticità, che rappresentavano figure umane o animali, ma raramente un essere fantastico o immaginario.
Disse il Pais: “Figure della maggior rozzezza possibile, dalle forme le più capricciose, le più stravaganti, le più ributtanti che mente umana possa immaginare”. Con queste parole si chiuse definitivamente il sipario sui falsi idoletti-fenici.

Per approfondire l’argomento:
Theodor Mommsen nell’isola dei falsari, Luciano Marrocu, CUEC

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