Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

I sardi nella Grande Guerra

Vicenza accoglie i Sassarini

Esattamente cento anni fa, il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco uccise con due colpi di pistola l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie mentre attraversavano le vie di Sarajevo, capitale della Bosnia. Questo attentato terroristico mise in moto una catena di reazioni che catapultarono l’Europa in un conflitto di proporzioni mai viste, segnando una svolta decisiva nella storia del mondo, ridisegnando i confini e trasformando la società stessa.

La Prima Guerra Mondiale costò alla Sardegna lutti e desolazione di maggior portata rispetto alle altre regioni italiane. Su 800.000 abitanti circa 100.000 uomini (quasi tutta la popolazione maschile adulta) partirono per la guerra. Caso unico in Italia, la “Sassari” era costituita  da soldati provenienti dalla stessa regione, la Sardegna.

Ora pensate a migliaia di ragazzi di ogni età, contadini, agricoltori, minatori che non si erano mai mossi dalla propria terra; analfabeti, senza nessuna nozione di politica, di economia, di strategie militari, senza nessun pensiero che non fosse quello del duro lavoro, del sacrificio e della famiglia. Giovani che non sapevano neppure dove fosse e cosa fosse l’Austria, e probabilmente, nemmeno l’Italia. Questi ragazzi ignari di tutto ciò, vennero strappati dalle loro case per divenire carne da macello nelle trincee, per l’Italia da farsi, per la vittoria da conquistare a costo della vita, mai come in questo caso deprezzata. Eppure, la solidarietà che si sviluppò all’interno di questa Brigata fu tale da far riscoprire l’orgoglio etnico, far rifiorire la forza e il coraggio per la vita, o magari, più semplicemente,  fu l’istinto di sopravvivenza ad essere più forte della morte.

La “Sassari” ebbe il più alto tributo di eroismo, mai eguagliato da nessuno, nel Primo Conflitto Mondiale: le quattro citazioni sul Bollettino del Comando Supremo, le 2 medaglie d’oro al valor militare ai Reggimenti 151° e 152° (caso unico nell’Esercito), imposero la Brigata, e quindi la Sardegna, all’attenzione del Paese che le riservò sentimenti di ammirazione e stima.
La Sardegna, finalmente, col suo sangue versato, era stata accettata nell’Italia grazie al mito della Brigata invincibile.

Dal discorso del Presidente del Consiglio Orlando:
“Quando vidi quei valorosi sardi della Brigata Sassari, sentii l’impulso di inginocchiarmi dinanzi a loro, perchè vidi riassunte in Essi tutte le virtù dell’esercito. L’Italia ha contratto verso la Sardegna un grande debito di riconoscenza e questo debitò pagherà…”
Ma pochi capirono il dramma vissuto dalla Sardegna che sacrificò alla Patria le sue giovani generazioni.

La coesione della Brigata Sassari era tale che la lingua sarda divenne la lingua ufficiale, ciò sia per esigenze pratiche dovute all’alto tasso di analfabetismo, ma anche per precauzione: “Sis ses italianu fuedda in sardu” veniva detto, contro i tentativi di infiltrazione da parte del nemico nelle linee sarde, con le sentinelle che avevano l’ordine di sparare in caso di risposta in una lingua differente.

I nemici indicavano i Sassarini con l’epiteto di “Rote Teufel” (Diavoli Rossi), per il colore delle mostrine (che stingevano con la pioggia e macchiavano la parte bianca, ma anche per il fango del Carso che macchiava di rosso le divise) e per la violenza dei loro assalti, soprattutto nel duello corpo a corpo con i sardi bravissimi nell’uso della baionetta e del coltello. Forte era la straordinaria solidarietà che legava i soldati ai loro Ufficiali, fra tutti il capitano Emilio Lussu, il tenente Graziani e il Maggiore Musinu, il cui battaglione fu l’ultimo dell’intero esercito a ripiegare dopo la disfatta di Caporetto e, a passare il Piave, inquadrato e al passo.

I pastori e i contadini rappresentavano il 95% dei soldati, artigiani e minatori il resto. L’unione del gruppo era dovuta all’appartenenza regionale, soldati abituati al mondo rurale, all’onore e rispetto della “balentia” intesa come coraggio e arditezza.  I minatori dell’Iglesiente erano abilissimi nell’uso dell’esplosivo, lanciatori di bombe e guastatori che facevano brillare le mine sotto i reticolati nemici, accendendo le micce con il sigaro tenuto in bocca ma a “fogu a intru” (fuoco in dentro) per non essere visti dal nemico. I pastori del Logudoro e del Nuorese erano abilissimi nel muoversi nel terreno impervio, dotati di coraggio, agilità e freddezza, erano gli Arditi della Sassari. Nelle pietre carsiche, i Sassarini mettevano in pratica quanto appreso nel duro addestramento sui monti del Limbara e del Sette Fratelli.

Anche il grido di guerra, usato sia per scaricare la tensione che per incutere timore all’avversario, finì col differire da quello degli altri reggimenti: “Avanti Savoia” veniva sostituito con “Avanti Sardegna” o “Forza Paris”.

La Sassari ha combattuto su tutti i fronti italiani: nel Carso Isontino, sull’Altipiano di Bainsizza, a Vittorio Veneto, sull’Altipiano di Asiago. Per colmare le enormi perdite della Brigata, i pochi sardi sparsi negli altri reggimenti confluirono tutti nella Sassari, sottolineando ancora una volta il carattere regionale della Brigata.

La Grande Guerra costò alla Sassari oltre 13.000 perdite  (138 sardi ogni 1000 chiamati alle armi, la media nazionale fu di 104).

Migliaia di dispersi, migliaia di ragazzi riposano ancora tra le balze rocciose dell’Altopiano di Asiago, nelle pietraie del Carso, lungo le sponde del Piave, in quelle terre che hanno accolto gli ultimi respiri di una giovinezza andata via per sempre.

In questo giorno, a loro, va il mio ricordo.

“… Voi non sapete,
e forse non saprete mai,
quanto avete fatto per l’Italia.”

Armando Diaz
(dal discorso alla Brigata Sassari tenuto a Vicenza il 7 febbraio 1918)


Informazioni tratte da:
"I Diavoli Rossi"
comando Brigata Sassari
a cura dell'Aiutante Antonio Pinna
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