Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

L’esser sardi…

Nella facciata del Consiglio Regionale sventolano come ogni giorno le tre bandiere simbolo: la bandiera dei Quattro Mori, il Tricolore e quella dell’Unione Europea. Sarebbe tutto nella norma se fosse anche oggi un giorno comune, ma non è così, oggi arriva in città il Presidente Napolitano e questa normalità non è consentita. Mentre la gente si accalca lungo la strada principale in attesa del corteo di Napolitano, ecco che dal Consiglio Regionale viene levata la bandiera dei Quattro Mori per far posto allo stendardo Presidenziale. Mai questa fu cosa così sgradita: proteste, urla, fischi si levano dai manifestanti che richiedono ad alta voce che la bandiera riprenda il suo posto, qualcuno con in mano i Quattro Mori corre verso il Consiglio Regionale, la tensione sale. Poco dopo nel palazzo ricompare timidamente il vessillo.

Gli animi si placano, la lezione è chiara: il simbolo dei sardi non si tocca, per nessuna ragione.

Ma cos’è tutto questo attaccamento verso una bandiera “minore”? Perché la si porta in giro con tanto orgoglio? Perché la sua popolarità non è comparabile con quella degli altri vessilli regionali?
I Quattro Mori rappresentano la Sardegna. Non uno Stato politico, non una semplice isola, ma nemmeno una regione amministrativa. Incarnano un continente e il suo popolo.
Sì, i Quattro Mori rappresentano un piccolo continente con la propria cultura, le proprie usanze e la propria storia che, con la “perfetta fusione” ha unito il suo destino con quello dell’Italia.

La fusione con il resto della terraferma avvenne il 29 novembre del 1847 su concessione di Carlo Alberto di Savoia, per volere del popolo sardo. Il Regno di Sardegna perse quel giorno la sua piena autonomia e il suo antico parlamento, trasformandosi da Stato composto in Stato unitario, sempre sotto la corona dei Savoia. La Sardegna rinunciava ai suoi privilegi, metteva a disposizione dello Stato ciò che aveva, e in cambio chiedeva l’estensione all’isola dello Statuto adattandolo alle particolarità locali, parità di trattamento, diffusione della cultura, miglioramento delle condizioni di vita.

Curioso il fatto che, mentre il 29 novembre, giorno della fusione, oggi non rappresenti più nulla, il 28 aprile invece venga celebrata “Sa die de sa Sardigna” per ricordare, pensate un po’, la cacciata dei Piemontesi dall’isola avvenuta nel 1794!

Fu pochissimi anni dopo il 1847 che iniziò a serpeggiare il malcontento tra gli isolani, che non solo non avevano avuto nessun tipo di miglioramento della propria condizione ma addirittura divennero oggetto di scelte scellerate e dannose da parte del governo che non conosceva assolutamente nulla della realtà sarda.
In una società arcaica impreparata ad accogliere il liberismo economico, già prima della fusione vennero imposti dei provvedimenti che miravano a distruggere le antiche consuetudini dell’isola, portando solo povertà, miseria, spaventose carestie e continue rivolte nel popolo sardo.

L’episodio simbolo fu “la legge delle chiudende”, imposta nel 1820, che annullava l’antico uso collettivo della terra a favore della proprietà privata, svantaggiando i contadini ma soprattutto i pastori che così perdevano il diritto al pascolo negli ademprivi. L’allevamento semi-brado caratteristico dell’isola veniva visto come un problema, e come tale era necessario debellarlo. Alla promulgazione della legge seguì dapprima una corsa alla chiusura selvaggia dei campi e un forte malcontento da parte di chi non aveva più terre a disposizione. L’insofferenza sfociò in terribili violenze e disordini contro i beni e le persone soprattutto nelle zone della Barbagia che più di tutte soffrivano la mancanza di terreni liberi per i pascoli. I diseredati finirono col ingrossare le fila dei malviventi dando origine al fenomeno del banditismo sardo. Seguirono arresti e impiccagioni senza regolari processi.

Al crescente malcontento dei sardi per il duro trattamento che veniva loro riservato, il governo rispose promulgando editti contro i banditi, vietando l’utilizzo di armi, imponendo la soluzione della “terra bruciata” come avvenne quando, per colpire un gruppo di latitanti, si diede fuoco a un’intera foresta dell’oristanese. Niente fu fatto per migliorare la grave situazione.
La Sardegna rimase isolata non solo dal resto del Paese ma anche internamente, l’istruzione per lungo tempo rimase praticamente assente, nonostante si chiedesse da più parti di ampliare gli strumenti formativi anche nell’isola; fu soggetta a una feroce tassazione fiscale senza avere nessun ritorno economico, le foreste devastate per ricavare il legname da spedire nel resto del Paese, i sardi esclusi dai pubblici impieghi più rilevanti.

Come risposta alle continue richieste del popolo, alla crescente insofferenza nei confronti del nuovo Stato, alla povertà, alla miseria più totale, il governo pensò bene di mitigare gli animi inviando nell’isola quattro cannoni (probabilmente formati con una piccola parte del bronzo dei numerosi cannoni che erano stati prelevati dall’isola poco tempo prima), e battezzando “Sardegna” una corazzata da guerra.
Il governo, ora, aveva l’anima in pace.

E’ da questo momento che si inizia a parlare di questione sarda, di territorio colonizzato, di indipendenza. Già nel 1852 (solo 5 anni dopo la fusione) gli studiosi sardi prendevano in esame la situazione della Corsica, dell’Irlanda e persino degli indiani d’America confrontandola con la realtà sarda.
Vari furono gli appelli degli intellettuali al popolo sardo, affinché l’intera isola dimostrasse di avere una dignità, la forza di farsi rispettare, in modo che l’urlo di un intero popolo abbandonato arrivasse all’orecchio del governante.
La questione ha finito col riguardare anche il principio della libertà e dell’uguaglianza e il diritto di manovrare le sorti della propria terra, visto che chi aveva avuto il compito non si era dimostrato all’altezza. Così si è sempre sentita l’isola, completamente abbandonata al suo destino, una terra alla deriva, lontana e per lungo tempo sconosciuta e ignorata, con pochi punti in comune con il resto del Paese. Ma la fierezza di essere sardi, il senso di apparenza del popolo verso la sua isola accresceva sempre più, e con essa anche l’attaccamento alla sua bandiera.

Anche con il Regno d’Italia la condizione dei sardi non mutava, anzi, il razzismo nei loro confronti dilagava ed ebbe il suo culmine con i fatti di Itri, nel 1911. A costruire le linee ferroviarie che collegavano Roma e Napoli, tra i tanti operai di varie regioni vi era anche un nutrito gruppo di sardi che, a differenza degli altri, era molto sindacalizzato avendo partecipato alle rivolte salariali di Buggerru che scaturirono poi nell’intervento dell’esercito (provocando diverse vittime e il conseguente primo sciopero nazionale italiano). Avere operai sardi risultava molto vantaggioso: il loro salario era inferiore rispetto a quello degli altri operai italiani e lavoravano sodo. Gli abitanti di Itri, fomentati dai pregiudizi esistenti in tutto il Paese, e dalla stessa Camorra, iniziarono ad avere veri e propri atteggiamenti razzisti nei confronti dei “Sardegnoli” che sfociarono in atti ancora più gravi.
A differenza degli altri operai che pagavano regolarmente il pizzo, i sardi rifiutarono l’imposizione mafiosa e, per paura che l’atteggiamento fosse imitato dagli altri operai, la Camorra e gli itrani iniziarono quella che venne definita la caccia ai sardi.
Al grido “morte ai Sardegnoli”, il 12 e 13 luglio gli operai furono vittime della violenza da parte di centinaia di itrani armati, con le autorità che sparavano ai sardi in fuga e in cerca di riparo nelle campagne circostanti. Quando, il giorno seguente, gli operai rientrarono in paese per raccogliere le spoglie dei colleghi trucidati, la folla assaltò nuovamente i lavoratori sardi, provocando ulteriori vittime. Il numero esatto dei morti non si seppe mai con certezza perché molti corpi vennero nascosti dagli stessi itrani, ma al momento si contarono una decina di vittime, una sessantina di feriti (alcuni moriranno successivamente) e diversi operai torturati.
Al processo tutti gli imputati vennero assolti, i latitanti non vennero mai scovati, mentre sì, molti sardi vennero arrestati…! Nei giornali nazionali l’accaduto non ebbe risalto, e poco dopo l’orrore era già dimenticato.

Sarà la Prima guerra mondiale ad affievolire il clima razzista nei confronti dei sardi che si sentiranno finalmente accettati dall’Italia. Il prezzo di questa conquista sarà però molto alto. La Brigata Sassari , costituita nel 1915 e composta in questi anni esclusivamente da uomini sardi, verrà definita la migliore unità dell’intero esercito italiano, lasciando sul campo il più alto numero di vittime tra i reparti.
Sacrifici che valsero 6 Ordini Militari di Savoia, 9 medaglie d’oro, 405 medaglie d’argento, 551 medaglie di bronzo, e due Medaglie d’oro al valor militare per ognuno dei due reggimenti.
La Sardegna, solo ora, entrava ufficiosamente in Italia e lo faceva piangendo i suoi caduti e stringendo tra le mani la sua bandiera insanguinata. Ma il clima razzista stentava a scomparire.

E’ ancora intorno agli anni Sessanta che, per bocca di certi professori, si parla di gruppo etnico sardo, “razza arcaica paleosarda”, ponendo in rilievo l’ambiente che avrebbe ostacolato la naturale evoluzione dei caratteri somatici, soprattutto della statura, provocando “un vero immiserimento del tipo umano”, si legge in alcuni testi.

Come al solito, ci vorrà il calcio a stemperare gli animi, e la Sardegna entrerà a pieno titolo tra le grandi del pallone grazie allo scudetto del Cagliari conquistato nel 1970.
Ai più la questione potrà sembrare una leggera virata dal tema, ma così non è.
Lo scudetto infatti, contribuì enormemente ad attenuare gli stereotipi che legavano l’isola alla figura dei pastori rozzi e incivili, dei banditi sanguinari, dell’isola selvaggia e inospitale. Il calcio è cultura popolare, e come tale ha avuto un grande contributo nel far conoscere la Sardegna al popolo italiano, seppur scrutandola dietro a un pallone di calcio o alle moviole in tv.
E la stessa figura di Gigi Riva, che decideva di stabilire la sua residenza nell’isola sordo ai richiami del denaro, appariva quasi una sfida: dalla Sardegna si scappava, si emigrava e basta, perché un calciatore così importante decideva di stare in un posto abbandonato da Dio? Sarà lui a spiegarlo abilmente, e ancor oggi ricorda la rabbia che provava a ogni trasferta, quando in ogni campo da calcio le ingiurie contro i sardi, pastori e banditi, non mancavano mai. Ma poco importava: ad ogni partita i tifosi sardi c’erano sempre ad incitare la loro squadra, arrivavano da ogni parte d’Italia, immancabilmente con i Quattro Mori da sventolare con orgoglio, rivendicando la propria identità.

E si potrebbe continuare ad oltranza descrivendo la diffidenza di chi questo popolo proprio non riesce a capirlo. Come quando, intorno agli anni Ottanta, vennero schedati tutti gli immigrati sardi presenti nell’Italia centrale con l’obiettivo di debellare la criminalità, o ancora, quando in Germania un sardo condannato per stupro ottenne un’attenuante perché “il quadro dell’uomo e della donna nella sua patria doveva essere considerato come attenuante”, tralasciando il fatto che, al contrario, la società sarda si basa su una cultura matriarcale.

Passano gli anni, i secoli, ma l’identità sarda è sempre presente, l’orgoglio, la fierezza di appartenere a questa meravigliosa terra non è da riscontrarsi solo come reazione collettiva verso chi ci vedeva, e ci vede tuttora come una comunità arcaica e primitiva, secondaria oserei dire, ma è stata indubbiamente una forza ulteriore verso il radicamento alla nostra terra. L’isolamento non è stato geografico quanto, piuttosto, umano.

Sardegna “granaio, miniera, serbatoio di carne da macello per l’Italia da farsi” dice Marcello Fois, colonia dell’Italia si continua a mormorare. L’indipendentismo è un pensiero celato ma sempre presente nell’animo sardo, a volte viene urlato, a volte lo si nasconde quasi intimoriti, ma è sempre lì, immobile, vigile e attento. Poco ha a che fare con quei partiti che si reputano tali, più folcloristici e pittoreschi che concreti e autorevoli, abili creatori di slogan e stereotipi ma inefficienti ideatori di programmi seri e ragionevoli, che vengono relegati ai margini del voto politico. Ed è giusto così per il momento. L’indipendentismo deve formarsi dal basso, il popolo sardo dovrebbe interrogarsi sulla questione, capirla per poter capire se, in futuro si potrà mai diventare i reali padroni dell’amata Sardegna. Era difficile prima, è ancor più difficile oggi, l’Unione Europea ci mette di fronte ad un mondo che non cerca indipendenza quanto, piuttosto unità, ma è sempre l’Europa che si dimostra abile esempio di come anche la centralità del potere è tutt’altro che semplice. Uno Stato esteso non è sinonimo di forza, così come uno piccino non lo è di debolezza.

Tra tutti questi interrogativi, l’unica certezza rimane la nostra bandiera, simbolo di un popolo fiero, fedele alla sua Patria, qualunque essa sia, ma ancor più legato alla sua isola magica. E che sventoli libera affianco al vessillo presidenziale, siamo italiani ma prima di tutto sardi.

Il simbolo della Sardegna non si tocca, per nessuna ragione.

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10 pensieri su “L’esser sardi…

  1. gran bel riassunto della nostra storia…
    il problema di noi sardi è che non riusciamo a portare la nostra sardità fuori dalle nostre coste e aldilà dell’orgoglio e dell’attaccamaento alla nostra bandiera, ad esempio non c’è peggior “continentale” del sardo che vive fuori.
    la nostra bandiera perennemente garrisce, sventolando oggi, verso l’orgoglio più intrasigente, domani verso una sudditanza che sa d’invidia.
    e noi siamo un popolo che anzichè unirci sotto quella bandiera e portarla nel cuore in ogni cosa che facciamo, ci limitiamo a guardarla sventolare, compiaciuti, e ci incazziamo se qualcuno la tira giù.
    dovremmo incazzarci quando a sventolarla è chi non ne è degno.

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  2. Sono una grande sostenitrice delle varie autonomie regionali. Pure io, bolzanina, appartengo ad una provincia autonoma, l’unica che può considerarsi autonoma, come provincia. Il Trentino infatti fu aggregato al Sudtirolo (poi denominato Alto Adige) solo per attenuare la “tedeschità” di questa mia terra. Ed in virtù di questa autonomia, che pure è costato molto sangue agli Italiani per via degli attentati, sostengo che l’Unità d’Italia, tanto celebrata lo scorso anno, per la gente del mio territorio non rappresenta altro che il simbolo di un’oppressione voluta a tavolino, e non certo per via di una conquista ottenuta in guerra. Sia ben chiaro: io sono e mi sento italiana, però capisco le ragioni di coloro che a suo tempo furono persino privati dell’uso della loro lingua. L’unica cosa che rimprovero loro è l’uso del terrorismo, perché nulla può giustificare l’eliminazione di persone innocenti.

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  3. Perdona l’ignoranza, resa ancor più grave dalle mie non lontane origini isolane, ma…qual’è il significato esatto dei 4 mori? Un salutone

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  4. @ Billy: la sardità rimane confinata nel nostro territorio perché in noi stessi è presente un senso di soggezione, probabilmente dovuta proprio agli episodi del passato. Aleggia costantemente questa inadeguatezza nei confronti dell’altro che finisce per trasformarsi, appunto, in sudditanza.
    Per fare un esempio banale, c’è tanta gente che una volta sbarcata in continente si vergogna del proprio accento e fa di tutto per nasconderlo. Ci sono però tanti emigrati che sono più “sardi” di noi, e io posso vantare solo esempi positivi in tal senso, visto che buona parte dei miei parenti ha dovuto lasciare la propria terra d’origine in cerca di lavoro (e anche qui ci sarebbe da dir tanto). Ci sono tantissimi circoli sparsi per il mondo che fanno conoscere le nostre tradizioni e tengono vivo il senso di appartenenza anche nelle generazioni che non hanno avuto il contatto diretto, e solitamente sono i più battaglieri tra tutti.
    C’è tanto da fare purtroppo, ma finché non ci sentiremo al pari degli altri continueremo a piangerci addosso.

    @ Ombradiunsorriso: grazie tante per aver raccontato la vostra storia. Anche io mi sento italiana (e sarda, soprattutto), sarebbe falso dire il contrario, non per niente condividiamo questo legame da più di 150 anni ormai! Grazie per essere passata di qui.

    @ Albolo/Alberto: non c’è domanda più difficile che potresti fare, visto che dell’origine dei 4 mori non si sa quasi nulla! Da poco avevo letto una storia che sembrava essere abbastanza fondata (e molto curiosa), appena la trovo ti farò un rapporto dettagliato.

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  5. Ciao! Al momento ho letto solo questo post e ti ringrazio…mi hai fatta commuovere. Sono una sarda emigrata…per scherzo, dico sempre! Dopo aver lasciato l’università avevo bisogno di distrarmi e presi il posto di un’amica in un’albergo in Valle d’Aosta…dovevano essere due mesi e mezzo..restai lì per 6 anni! Poi conobbi mio marito, un veneto e ora abito nella sua regione…sognando entrambi di rientrare in Sardegna (ci stiamo già organizzando…speriamo bene!). I Quattro Mori sventolano fieri sulle nostre due macchine, il mio forno sforna amaretti, pabassinasa e pardullasa, mio marito arrostisce alla perfezione maialetti e agnellini e pur essendo ancora lontano da tutti i nostri modi di vedere le cose (tipo la generale approssimazione nel fare le cose….ammettiamolo!!!) si trasferirebbe domani stesso nella nostra bella zattera in mezzo al mare! Non dimentico mai da dove vengo e in alcuni momenti soffro tremendamente della lontananza ma vado avanti, apprezzando tutto quello che una vita sul “continente” mi ha fatto scoprire e ancora più consapevole della bellezza della mia terra di origine, delle nostre abitudini e della nostra gente che spesso sfuggono o risultano poco interessanti a chi non ha mai avuto la paura di perderle. Vado avanti anche difendendo la nostra isola a spada tratta da chi, nell’ignoranza, pensa che in Sardegna le strade non siano asfaltate, non ci siano i treni e le macchine e che non ci siano fabbriche perchè viviamo nell’arretratezza e che viviamo di sussidi che arrivano dalle tasse del nord, senza capire che siamo stati abbandonati a noi stessi pur essendo una parte d’Italia. Ti seguirò, un abbraccio…Valentina

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  6. @ Valentina: Grazie tante, le tue parole (lette tutte d’un fiato) sono un prezioso contributo a questo post. Nella speranza che anche tu possa presto ritornare nella tua amata terra, ti mando un caloroso saluto.

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  7. Cestinante in ha detto:

    Anch’io mi sono incuriosito al tuo blog, e ho scoperto che tra l’altro siamo “fratelli di tema” (le nuove parentele al tempo di internet…).

    Questo post mi è piaciuto moltissimo. Sono lombardo, non particolarmente legato alla mia regione, ma amo tutte le regioni e le nazioni della terra, Lombardia compresa.

    E penso che si possano amare le mille nazioni d’Europa senza per questo smettere di amare l’idea di un’Europa unita, perché un sogno come quello non può stare in piedi se non è composto dal contributo di tutte le genti, soprattutto di tutte le genti orgogliose della propria terra, della propria storia e delle proprie tradizioni, non perché le ritengano superiori alle altre, ma perché sono le loro.

    Per essere meraviglioso, un bosco deve avere abeti, larici, scoiattoli, marmotte, cervi, volpi, fiori, lamponi, e ognuno è chiamato a fare la sua parte, orgoglioso di essere scoiattolo in uno splendido bosco. Che non può essere composto solo da scoiattoli.

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    • Quello che dici è giustissimo, quoto ogni tua parola.
      L’importante è che questo orgoglio, questo attaccamento alle proprie radici non sfoci in inutili nazionalismi esasperati e in pseudo superiorità che porterebbero solo grossissimi problemi. La maturità di un popolo si vede soprattutto in questi frangenti.
      Grazie per essere passato di qui!

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  8. Pingback: I sardi nella Grande Guerra | Tre Passi Avanti

  9. Pingback: Le false Carte di Arborea | Tre Passi Avanti

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