Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

In un giorno di maggio a Trieste

Trieste

 

Una strada trafficata, le barche ancorate nel golfo, un bianco castello che riflette le sue forme sull’acqua e lo stereo che passa Riprendere Berlino degli Afterhours.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata perfetta, ma forse lo è comunque.

Dal finestrino passano veloci le immagini di questa città, caotica, rumorosa, rassicurante, pensierosa, leggera. Parrebbe quasi un quadro pennellato con colori intensi e caldi da un pittore legato alla sua passione e alla sua città: se è riuscito a creare quest’opera d’arte doveva amarla sul serio.

Perché più che nei monumenti, alcuni maestosi e alteri, altri sconfortanti e angosciosi, l’aria celestiale di Trieste va cercata nelle tinte concepite dal tramonto: nelle ombre marcate che ricoprono le linee severe dei palazzi di Piazza Unità d’Italia, nelle tonalità candide e rossicce che emergono dalle sue colline, nelle sfumature auree che impreziosiscono il molo, nei toni d’azzurro che dipingono l’Adriatico.

Per noi sardi non è un paesaggio certamente nuovo; anche qui il mare così familiare, le colline costellate da macchie di colore, il porto baciato dal sole, ma è l’atmosfera che è differente.

Dopotutto Trieste è la porta tra Oriente e Occidente, è il punto di ritrovo di tante culture diverse, nessuna delle quali, per tanto tempo, a casa propria. Soffermiamo il pensiero sugli italiani, e li rivediamo con lo sguardo rosso di passione verso l’Italia, verso quella Patria così agognata, vicina ma tremendamente lontana. Poi osserviamo i tedeschi, e li ricordiamo con lo sguardo orgoglioso verso il verde nord, con il pensiero volto alle germaniche terre; o ancora gli sloveni, con gli occhi sognanti rivolti a est, in cerca di una futura patria dorata. Sì, Trieste è stata terra di speranza. Speranza anche per chi, grondante di lacrime scure, ha visto una risiera diventar simbolo di dolore, ha maledetto quei piccoli mattoncini rossi, ha temuto quelle lugubri celle di morte ed è stato poi assorbito in quei lunghi steli che oggi incanalano l’anima del visitatore verso un atroce passato.

Tanti sguardi, tanti occhi, tante speranze così diverse racchiuse tra le tinte forti di questa città.

E si comprende allora che l’agognata Trieste, sacrificata in un piccolo angolo di terra al confine o forse, incastonata al centro dell’immenso continente europeo, in realtà non è mai stata di nessuno perché è sempre stata di tutti.

Di questi ragazzi, che affollano i tavolini della deliziosa piazza Unità d’Italia, sorseggiando l’aperitivo in attesa della notte. Ed è anche di coloro che, davvero numerosi, portano a spasso il cagnolino tra i vicoli della città, sempre abbigliati in modo impeccabile. E’ di questi signori che passeggiano sul molo, di quelle ragazze che si soffermano a leggere un libro di Svevo, di Joyce o di Saba, è di questo bimbo con in mano l’ultima saga di Harry Potter, è di colui che mi ha appena svelato che il caffè triestino è il più buono che esista.

E permettetemi, è pure un po’ mia, che oggi l’ho visitata per la seconda volta e l’ho amata ancora di più.

Risalgo in macchina, la strada è sempre più trafficata, qualche barca ha preso il largo, il castello di Miramare è ancora più bello, la radio passa Bye Bye Bombay degli After.

Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata imperfetta. Va bene così.

 .

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9 pensieri su “In un giorno di maggio a Trieste

  1. Oh che bella lettera!!! Alla faccia di chi pensa che nord e sud non possano essere amici!! Sai che a Trieste hanno girato il video di "Eri bellissima", sfruttando proprio la luce del sole che tramontava alle spalle di Liga e della band che suonavano sul tetto di un palazzo? Si, vabbè, ancora non mi sono disintossicata, però lì il tramonto dev'essere davvero uno spettacolo!! E ciò che hai scritto lo conferma!!

    Torna a scrivere qui, sei bravissima ed è un peccato non leggerti!

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  2. Mitico, a trieste ci sono stato 6-7 anni fa e mi ha sorpreso piacevolmente. Ma che ci fai tu così lontano da casa? Un salutone 🙂

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  3. P<erò almeno a trieste sul treno potevi farcelo un giretto! XD

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  4. Albolo, a Trieste ci sono stata a fine maggio, ora sono di nuovo a casa. In effetti stavo anche per prendere il treno in Friuli, ma poi ho cambiato programma… si vede che è destino

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  5. Nel frattempo non hai fatto altri viaggetti? 🙂

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  6. Ammazza, da quanto non entravo in questo Blog. Un saluto 🙂

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  7. Cestinante in ha detto:

    Anch’io amo Trieste. Ci sono stato cinque giorni. E l’ho rivista nella tua descrizione.
    E devo dire che sensazioni simili le danno molto città di confine, città che hanno sofferto il cambiamento di bandiera, e città che chissà quando capiranno di non poter essere città di uno o città dell’altro ma di dover essere città, punto.

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  8. «E si comprende allora che l’agognata Trieste, sacrificata in un piccolo angolo di terra al confine o forse, incastonata al centro dell’immenso continente europeo, in realtà non è mai stata di nessuno perché è sempre stata di tutti.»

    Direi che, per essere sarda (nel senso che non sei giuliana), hai proprio colto nel segno. Il fatto è che noi triestini in qualche modo ci distinguiamo per essere vissuti in una città mitteleuropea anche quando il termine stesso era ancora sconosciuto. E così, senza rinunciare ad essere giuliani, siamo cittadini del mondo … pur senza muoverci dalla nostra città. 🙂

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  9. bellissimo!
    hai colto il nocciolo di Trieste (varie culture, etnie, religioni ma ci sentiamo tutti triestini) bevendo un caffè in piazza unità? Caspita! Tutto vero, cmq 🙂

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