Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

C’era una volta…

 

Questa è la storia di un paio di scarpe azzurre, rigorosamente eleganti, che trovammo per caso sullo scaffale di un negozio e che divennero il simbolo concreto delle nostre ansie e preoccupazioni per diverso tempo.

 

Entrammo lì per caso, in un giorno qualunque di un mese qualsiasi, un po’ per curiosare un po’ per commentare e capitò tutto all’ improvviso, senza nessun avvertimento che ci avesse potuto preparare alla stangata.

Ovviamente c’era anche Lei, l’unica che tra di noi acquistasse veramente e si ingraziasse il commesso sempre sorridente, che tra cumuli di vestiti, maglie e gonne riusciva sempre a trovare la taglia giusta senza neanche aver bisogno di cercare più di tanto.

Tutto scorreva come al solito insomma, tra risate e commenti, tra magliette bianche e rosse, pantaloni lunghi e corti, gonne rosa e rosse, e scarpe nere, bianche, marroni e… celesti.

La nostra Lei era riuscita a scovare in mezzo a cataste di capi e calzature un paio di scarpe celesti col tacco alto, orribili quanto basta, pronunciando queste poche ma inquietanti parole: Eccole, saranno simili. Ci staranno proprio bene.”

 

-Così, senza batter ciglio-.

 

Non poteva essere, dai… ognuna di noi cercava negli occhi dell’altra un accenno di ripugnanza, orrore, non fu difficile interpretare le nostre sensazioni e tutte, capita la battuta, esplodemmo in una fragorosa risata tanto da far voltare il commesso che, solitamente, si faceva tranquillamente i cavoli suoi.

Mentre ci davamo pacche sulle spalle, complimentandoci con la Lei per lo scherzetto che voleva farci, prese le scarpette raccapriccianti in mano e accompagnò il gesto con Perché? Sarà celeste!”.

 

-Gelo-.

 

Il sole si oscurò e un vento di Maestrale iniziò a soffiare; in un momento di totale impassibilità Sara iniziò a ripetere filo e per segno una strofa di una mai sentita canzone  del D’Alessio, la radio interruppe “Vertigo” degli U2 e mise “Doppiamente Fragili” della Tatangelo, il commesso iniziò a parlare un italiano scorrevole, riuscendo a scandire la sua prima frase con l’utilizzo di un verbo coniugato, lasciandoci poi gentilmente sole dentro al negozio per cercare anch’egli di superare il trauma fumando una sigaretta. No, anzi, diciamo che c’era il vento e non riuscì neanche ad accenderla, sprecando un’intera scatola di cerini (poteva comunque ricomprarli facilmente, era ormai capito da tutti).

 

-Dunque era vero.-

 

L’attaccamento morboso della nostra Lei verso il suo colore preferito era arrivato davvero a questo punto? Possibile che noi non c’eravamo mai accorte di questa sua propensione pericolosissima verso il celeste? Oddio… i sintomi c’erano tutti.

Stiamo parlando di Lei, dunque non c’è da meravigliarsi, anzi… strano sarebbe stato il contrario.

Dopo aver arricchito metà dei tabacchi della zona, il commesso rientrò in negozio pronunciando il suo primo congiuntivo e noi, con lo sguardo basso e trascinando le gambe abbandonammo quella fonte di perdizione che fu, per un pomeriggio, quel terribile scaffale bianco.

 

Passarono giorni, settimane e mesi e la curiosità mista all’ansia si faceva sempre più insopportabile, le domande non trovavano risposta, gli indizi non si facevano trovare, il vento riprese a soffiare e la paura si fece sempre più concreta, anche perché lo scaffale era rimasto orfano di quelle orribili scarpe celesti.

 

29 marzo 2008.

Arriviamo appena in tempo, prima che tutto sia iniziato.

La nostra Lei è già lì, io sono ancora lontana e un raggio di luce non mi permette di capirne subito il colore, ma qualunque sia, avrà fatto la sua scelta più ragionevole, è giusto così.

I miei occhi iniziano ad abituarsi alla luce più tenue e ora la vedo bene. Inizio a sorridere e non riesco a smettere, eppure dovrei, mi trovo pur sempre in Chiesa!

Non si sarebbe mai piegata alla tradizione, ci avrei scommesso, è una “dolce”, carinissima sposina in rosa.

Noi, le amiche storiche, siamo sedute in banchi diversi, ci cerchiamo con gli sguardi (come al solito) durante tutta la cerimonia, d’altronde la Lei la conosciamo dalle elementari, le avremmo perdonato anche il celeste, il nostro incubo durato quasi un anno, ma alla fine ha risolto la situazione da sola.

Ora gli sposi stanno per uscire dalla Chiesa, tutti gli invitati pronti a lanciare il riso, noi ci mettiamo in prima linea, vogliamo vedere se la nostra Lei prende a urla gli eventuali invitati che esagerassero con i lanci. Non accade nulla, l’emozione l’ha resa più tranquilla.

 

Scende lo scalino all’entrata della piazza, solleva il vestito giusto il tanto per non inciampare, e noi, riusciamo a intravedere le scarpette.

Sono sul beige rosato, le nostre preoccupazioni erano infondate…

 

Fu così che quel paio di indescrivibili scarpe celesti protagoniste dei nostri più malvagi, scellerati e lugubri pensieri uscirono dignitosamente dalla scena e chissà, magari proprio in questo momento, staranno ornando una bella fanciulla che, grazie al cielo, non ci è dato conoscere.

 

E vivemmo tutti noi una bellissima giornata, felici, contenti e… rasserenati.

 

Auguri!

 

 IMGP0563

 

P.s: avrei voluto postare una foto dove ci sono pure io, ma Sara non ha ricevuto l’autorizzazione (ha chiesto lei alle altre, io in realtà non dovrei neanche avere il blog). Se mettessi una foto per un tot di tempo, per poi ritoglierla dopo un’ora o due, non sarebbe corretto, vero?

 

 

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4 pensieri su “C’era una volta…

  1. Hai capito che scarpette, ehehe…Buon weekend 🙂

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  2. Mi sembrava di esserci… momento per momento. Le amiche di sempre, che bello averle vicino nel proprio giorno!

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  3. Cos’ha il celeste?E’ molto bello!!!! ;))
    Auguri agli sposi!!!!

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  4. Brava brava!! Per difendere il tuo blog ho evitato il link nei miei (ben) due post riguardanti il matrimonio!!! Uno con tanto di immagini!! 🙂

    Cielo, per fortuna qualcuno o magari lei stessa in un momento di lucidità, ha evitato il celeste!!!

    Altri auguri agli sposi!!

    P.S. Dovesse passare nel blog qualcuno che ci conosce ce ne accorgeremo subito… dalla domanda che lascerebbe nei commenti… “E a te quando ti tocca??”…evviva la fantasia!

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