Tre Passi Avanti

Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo… (o quasi!)

Kobarid

Qualcuno di voi ha mai sentito questo nome? Chissà quante volte l’abbiamo letta sui libri di storia, la nostra tragica disfatta nella Grande Guerra…

Perché Kobarid non è altro che il nome di Caporetto in sloveno.

E’ in una bella giornata di sole, che si apre questo primo pomeriggio di maggio. Ci addentriamo a Caporetto sicuri della nostra destinazione e in pochi minuti ci troviamo di fronte a un grande edificio bianco con infissi scuri ma ben aperti; quasi a sorreggere il portone, un pezzo d’artiglieria pesante da un lato e un vecchio cannone dall’altro.

Kobariski muzej recita un grande bandierone bianco.

Il museo di questa cittadina non poteva che essere dedicato alla Prima Guerra Mondiale, con richiami anche alla Seconda. Nell’ingresso sono presenti decine di croci originali che vennero usate per contrassegnare le inumazioni dei soldati morti sul campo di battaglia; non fai in tempo a leggere tutte le targhette che vieni accompagnato in una elegante stanza attigua. La gentile signora carica il filmato in italiano ed ecco che in mezz’ora, seduti comodamente su sedie imbottite di raso bianco e rosso, ripercorriamo con la tv le scene che cent’anni fa decine di migliaia di ragazzi della nostra età, impreparati ad un simile orrore, hanno vissuto sulla loro pelle. Il resoconto finale è lancinante. Il video finisce, rimaniamo al buio ancora qualche secondo, le luci si riaccendono. Usciamo e percorriamo la luminosa scalinata. Le altre sale, disposte su più livelli, ci mostrano i reperti del conflitto, dalle munizioni fino alle atroci tagliole, dalle varie divise e calzature, alle scritte imploranti sui portoni delle carceri,  le maschere anti-gas che non riuscirono a proteggere tanti ragazzi, fotografie e riproduzioni in scala dei vari combattimenti e tante tante armi diverse, grandi e piccole, lucide o rovinate: quanto devono aver ucciso queste orrende mazze chiodate. Strazianti sono le lettere scritte dal fronte, in una sala al buio viene riprodotta una commovente scena di trincea e, all’ultimo piano, appena saliti gli scalini finali, ecco apparire il grande bollettino finale dell’agognata e stridente vittoria italiana.

Esci da quel museo con un senso di profonda oppressione nel cuore. Inizia a piovere, è pioggia vera. Percorriamo una tortuosa salita immersa in una piccola ma buia foresta, per omaggiare i tanti soldati italiani che riposano nel vicino Sacrario di Sant’Antonio. Anche alcuni ragazzi del ’99, dormono qui. Un fulmine cade non poco distante da noi, non possiamo scendere dall’auto. Guardiamo il grande cimitero che si innalza sulla collina dai suoi piedi, mentre lo scrosciare della pioggia è sempre più intenso. Dal finestrino annebbiato e grondante di rivoli d’acqua ci soffermiamo verso il grigio santuario avvolto dalle nuvole basse. E i pensieri iniziano a veleggiare anche nella tua mente, hanno il retrogusto di sensazioni passate: chissà quante sofferenze possono aver patito i ragazzi che hanno combattuto una guerra a loro così estranea, quanto orrore devono aver visto quei poveri occhi nel tempo in cui furono, quanto dolorosa è stata la morte che gli ha colti così lontano da casa, soli e ignoti. Ma i perché? non hanno senso di esistere, qui. Il temporale non ha nessuna intenzione di placarsi, decidiamo di ritornare a casa, diamo un ultimo sguardo a quell’immenso cimitero senza croci pietose, battuto dall’acqua, e ripercorriamo a ritroso la via del ritorno accorgendoci che il monte del calvario è costellato dalle stazioni della via Crucis. Una grandinata ci costringe a fermarci, ci troviamo nei pressi di Tolmin, dove iniziò lo sfondamento sull’Isonzo, non siamo riusciti a lasciare ancora questi monti saziati da tanto sangue. Non abbiamo scelto il giorno migliore per conoscere Caporetto, ma probabilmente una giornata di pieno sole avrebbe stonato con questi luoghi, non avrebbe permesso il compimento di un seppur minimo ma doveroso pensiero.

E Kobarid o Caporetto che sia, simbolo di atroci sofferenze e morte, merita, se non un misero fiore, almeno una piccola lacrima confusa tra la pioggia.

 

L’Italia Liberata

Resistenza

E fu scritto sui muri
anche se proibito,
diffusa sui giornali
anche se proibito,
gridata su tutte le piazze
anche se proibito.
Uno scriveva e moriva,
uno fischiava in un cinema e moriva,
un altro cantava e moriva.
Resistenza è la gente
che si dà la mano e muore
e vuole salvare le fabbriche
per il lavoro, vuole
la terra per il contadino,
campi puliti dalle mine
una volta per sempre,
le porte delle carceri spalancate alla libertà.
E che non sia proibito leggere
e che non sia proibito scrivere
nè cantare, nè lavorare in pace.

Renzo Nanni

4 marzo 2012

 
Ti volti e vedi la tua vita come la scia di un’elica
 
ma sì, è la vita che finisce ma lui non ci pensò poi tanto
 
anzi si sentiva già felice e ricominciò il suo canto.
 
 
 
 Ciao Lucio
 

Rossella è libera!

Mi vedo costretta a rettificare la notizia, purtroppo!

Ci avevo creduto… E’ che in tanti esultavano, mettevano la loro faccia sullo schermo, rendevano concreta quella che si è rivelata essere soltanto una lontana voce di corridoio, interpretata male. Verificare la fonte è la regola basilare del giornalismo, ancor più dovrebbe esserlo per il governatore della regione, che non si è neppure degnato di chiedere conferma alla Farnesina prima di apparire trionfante nei vari canali e farci illudere inutilmente. Speriamo che la prossima volta sia quella buona.

Forza Rossella, noi ci siamo!

Rossella libera

C’è una ragazza, priva di divisa e lustrini, che dal 23 ottobre si è vista negata la sua libertà senza che questo facesse troppo scalpore.

Bisognerebbe star in silenzio, ha detto qualcuno, dobbiamo evitare che diventi un ostaggio troppo noto, prezioso per i suoi detentori che potrebbero complicare la già delicata situazione.
Sarebbe più utile parlarne, ribattono altri, nel totale oblio la ragazza potrebbe al contrario diventare un peso inutile, con chissà quali conseguenze.

Il condizionale prevede l’esistenza di un margine di valutazione personale, e anche io, in questo piccolo spazio periferico della rete, ho deciso di scalzare dalla penombra la figura di Rossella Urru e degli altri cooperanti spagnoli, affinché i nostri governanti non si dimentichino di loro, e i volontari di pace possano così tornare a fare ciò che in questo momento è loro impedito.

Rossella lavora per una ONG, è coordinatrice del campo profughi per rifugiati saharawi di Hassi Raduni, in Algeria. Il 23 ottobre è stata portata via assieme ad altri due collaboratori, Ainhoa Fernández de Rincón e Enric Gonyalons, da una banda di uomini armati. Tralasciando la presenza di un unico video dalle immagini confuse, non si sono più avute notizie chiare riguardo ai tre sequestrati. Il tempo passa, il ricordo e la speranza no.

Rossella, Ainhoa ed Enric sono operatori di pace, rischiano la propria incolumità per amore del prossimo, lottano ogni giorno nella miseria e nella disperazione per rendere meno amaro il destino dei fratelli che sono nati nella parte più sfortunata del mondo.

Se non a loro, a chi dovrebbe essere data tutta la nostra stima, la nostra solidarietà, la nostra ammirazione?

Rossella, non mollare!

L’esser sardi…

Nella facciata del Consiglio Regionale sventolano come ogni giorno le tre bandiere simbolo: la bandiera dei Quattro Mori, il Tricolore e quella dell’Unione Europea. Sarebbe tutto nella norma se fosse anche oggi un giorno comune, ma non è così, oggi arriva in città il Presidente Napolitano e questa normalità non è consentita. Mentre la gente si accalca lungo la strada principale in attesa del corteo di Napolitano, ecco che dal Consiglio Regionale viene levata la bandiera dei Quattro Mori per far posto allo stendardo Presidenziale. Mai questa fu cosa così sgradita: proteste, urla, fischi si levano dai manifestanti che richiedono ad alta voce che la bandiera riprenda il suo posto, qualcuno con in mano i Quattro Mori corre verso il Consiglio Regionale, la tensione sale. Poco dopo nel palazzo ricompare timidamente il vessillo.

Gli animi si placano, la lezione è chiara: il simbolo dei sardi non si tocca, per nessuna ragione.

Ma cos’è tutto questo attaccamento verso una bandiera “minore”? Perché la si porta in giro con tanto orgoglio? Perché la sua popolarità non è comparabile con quella degli altri vessilli regionali? I Quattro Mori rappresentano la Sardegna. Non uno Stato politico, non una semplice isola, ma nemmeno una regione amministrativa. Incarnano un continente e il suo popolo. Sì, i Quattro Mori rappresentano un piccolo continente con la propria cultura, le proprie usanze e la propria storia che, con la “perfetta fusione” ha unito il suo destino con quello dell’Italia. La fusione con il resto della terraferma avvenne il 29 novembre del 1847 su concessione di Carlo Alberto di Savoia, per volere del popolo sardo. Il Regno di Sardegna perse quel giorno la sua piena autonomia e il suo antico parlamento, trasformandosi da Stato composto in Stato unitario, sempre sotto la corona dei Savoia. La Sardegna rinunciava ai suoi privilegi, metteva a disposizione dello Stato ciò che aveva, e in cambio chiedeva l’estensione all’isola dello Statuto adattandolo alle particolarità locali, parità di trattamento, diffusione della cultura, miglioramento delle condizioni di vita.

Curioso il fatto che, mentre il 29 novembre, giorno della fusione, oggi non rappresenti più nulla, il 28 aprile invece venga celebrata “Sa die de sa Sardigna” per ricordare, pensate un po’, la cacciata dei Piemontesi dall’isola avvenuta nel 1794!

Fu pochissimi anni dopo il 1847 che iniziò a serpeggiare il malcontento tra gli isolani, che non solo non avevano avuto nessun tipo di miglioramento della propria condizione ma addirittura divennero oggetto di scelte scellerate e dannose da parte del governo che non conosceva assolutamente nulla della realtà sarda. In una società arcaica impreparata ad accogliere il liberismo economico, già prima della fusione vennero imposti dei provvedimenti che miravano a distruggere le antiche consuetudini dell’isola, portando solo povertà, miseria, spaventose carestie e continue rivolte nel popolo sardo. L’episodio simbolo fu “la legge delle chiudende”, imposta nel 1820, che annullava l’antico uso collettivo della terra a favore della proprietà privata, svantaggiando i contadini ma soprattutto i pastori che così perdevano il diritto al pascolo negli ademprivi. L’allevamento semi-brado caratteristico dell’isola veniva visto come un problema, e come tale era necessario debellarlo. Alla promulgazione della legge seguì dapprima una corsa alla chiusura selvaggia dei campi e un forte malcontento da parte di chi non aveva più terre a disposizione. L’insofferenza sfociò in terribili violenze e disordini contro i beni e le persone soprattutto nelle zone della Barbagia che più di tutte soffrivano la mancanza di terreni liberi per i pascoli. I diseredati finirono col ingrossare le fila dei malviventi dando origine al fenomeno del banditismo sardo. Seguirono arresti e impiccagioni senza regolari processi.

Al crescente malcontento dei sardi per il duro trattamento che veniva loro riservato, il governo rispose promulgando editti contro i banditi, vietando l’utilizzo di armi, imponendo la soluzione della “terra bruciata” come avvenne quando, per colpire un gruppo di latitanti, si diede fuoco a un’intera foresta dell’oristanese. Niente fu fatto per migliorare la grave situazione. La Sardegna rimase isolata non solo dal resto del Paese ma anche internamente, l’istruzione per lungo tempo rimase praticamente assente, nonostante si chiedesse da più parti di ampliare gli strumenti formativi anche nell’isola; fu soggetta a una feroce tassazione fiscale senza avere nessun ritorno economico, le foreste devastate per ricavare il legname da spedire nel resto del Paese, i sardi esclusi dai pubblici impieghi più rilevanti. Come risposta alle continue richieste del popolo, alla crescente insofferenza nei confronti del nuovo Stato, alla povertà, alla miseria più totale, il governo pensò bene di mitigare gli animi inviando nell’isola quattro cannoni (probabilmente formati con una piccola parte del bronzo dei numerosi cannoni che erano stati prelevati dall’isola poco tempo prima), e battezzando “Sardegna” una corazzata da guerra. Il governo, ora, aveva l’anima in pace.

E’ da questo momento che si inizia a parlare di questione sarda, di territorio colonizzato, di indipendenza. Già nel 1852 (solo 5 anni dopo la fusione) gli studiosi sardi prendevano in esame la situazione della Corsica, dell’Irlanda e persino degli indiani d’America confrontandola con la realtà sarda rapportata al resto della terraferma. Vari furono gli appelli degli intellettuali al popolo sardo, affinché l’intera isola dimostrasse di avere una dignità, la forza di farsi rispettare, e che l’urlo di un intero popolo abbandonato arrivasse all’orecchio del governante. La questione ha finito col riguardare anche il principio della libertà e dell’uguaglianza e il diritto di manovrare le sorti della propria terra, visto che chi aveva avuto il compito non si era dimostrato all’altezza. Così si è sempre sentita l’isola, completamente abbandonata al suo destino, una terra alla deriva, lontana e per lungo tempo sconosciuta e ignorata, con pochi punti in comune con il resto del Paese. Ma la fierezza di essere sardi, il senso di apparenza del popolo verso la sua isola accresceva sempre più, e con essa anche l’attaccamento alla sua bandiera.

Anche con il Regno d’Italia la condizione dei sardi non mutava, anzi, il razzismo nei loro confronti dilagava ed ebbe il suo culmine con i fatti di Itri, nel 1911. A costruire le linee ferroviarie che collegavano Roma e Napoli, tra i tanti operai di varie regioni vi era anche un nutrito gruppo di sardi che, a differenza degli altri, era molto sindacalizzato avendo partecipato alle rivolte salariali di Buggerru che scaturirono poi nell’intervento dell’esercito (provocando diverse vittime e il conseguente primo sciopero nazionale italiano). Avere operai sardi risultava molto vantaggioso: il loro salario era inferiore rispetto a quello degli altri operai italiani e lavoravano sodo. Gli abitanti di Itri, fomentati dai pregiudizi esistenti in tutto il Paese, e dalla stessa Camorra, iniziarono ad avere veri e propri atteggiamenti razzisti nei confronti dei “Sardegnoli” che sfociarono in atti ancora più gravi. A differenza degli altri operai che pagavano regolarmente il pizzo, i sardi rifiutarono l’imposizione mafiosa e, per paura che l’atteggiamento fosse imitato dagli altri operai, la Camorra e gli itrani iniziarono quella che venne definita la caccia ai sardi. Al grido “morte ai Sardegnoli”, il 12 e 13 luglio gli operai furono vittime della violenza da parte di centinaia di itrani armati, con le autorità che sparavano ai sardi in fuga e in cerca di riparo nelle campagne circostanti. Quando, il giorno seguente, gli operai rientrarono in paese per raccogliere le spoglie dei colleghi trucidati, la folla assaltò nuovamente i lavoratori sardi, provocando ulteriori vittime. Il numero esatto dei morti non si seppe mai con certezza perché molti corpi vennero nascosti dagli stessi itrani, ma al momento si contarono una decina di vittime, una sessantina di feriti (alcuni moriranno successivamente) e diversi operai torturati. Al processo tutti gli imputati vennero assolti, i latitanti non scontarono neppure un giorno di reclusione, mentre molti sardi vennero arrestati. Nei giornali nazionali l’accaduto non ebbe risalto, e poco dopo l’orrore era già dimenticato.

Sarà la Prima guerra mondiale ad affievolire il clima razzista nei confronti dei sardi che si sentiranno finalmente accettati dall’Italia. Il prezzo di questa conquista sarà però molto alto. La Brigata Sassari , costituita nel 1915 e composta in questi anni esclusivamente da uomini sardi, verrà definita la migliore unità dell’intero esercito italiano, lasciando sul campo il più alto numero di vittime tra i reparti. Ben 2164 sardi morirono per la Patria, 12858 furono i feriti e i dispersi. Sacrifici che valsero 6 Ordini Militari di Savoia, 9 medaglie d’oro, 405 medaglie d’argento, 551 medaglie di bronzo, e due Medaglie d’oro al valor militare per ognuno dei due reggimenti. La Sardegna, solo ora, entrava ufficiosamente in Italia e lo faceva piangendo i suoi caduti e stringendo tra le mani la sua bandiera. Ma il clima razzista stentava a scomparire.

E’ ancora intorno agli anni Sessanta che, per bocca di certi professori, si parla di gruppo etnico sardo, “razza arcaica paleosarda”, ponendo in rilievo l’ambiente che avrebbe ostacolato la naturale evoluzione dei caratteri somatici, soprattutto della statura, provocando “un vero immiserimento del tipo umano”, si legge in alcuni testi.

Come al solito, ci vorrà il calcio a stemperare gli animi, e la Sardegna entrerà a pieno titolo tra le grandi del pallone grazie allo scudetto del Cagliari conquistato nel 1970. Ai più la questione potrà sembrare una leggera virata dal tema, ma così non è. Lo scudetto infatti, contribuì enormemente ad attenuare gli stereotipi che legavano l’isola alla figura dei pastori rozzi e incivili, dei banditi sanguinari, dell’isola selvaggia e inospitale. Il calcio è cultura popolare, e come tale ha avuto un grande contributo nel far conoscere la Sardegna al popolo italiano, seppur scrutandola dietro a un pallone di calcio o alle moviole in tv. E la stessa figura di Gigi Riva, che decideva di stabilire la sua residenza nell’isola sordo ai richiami del denaro, appariva quasi una sfida: dalla Sardegna si scappava, si emigrava e basta, perché un calciatore così importante decideva di stare in un posto abbandonato da Dio? Sarà lui a spiegarlo abilmente, e ancor oggi ricorda la rabbia che provava a ogni trasferta, quando in ogni campo da calcio le ingiurie contro i sardi, pastori e banditi, non mancavano mai. Ma poco importava: ad ogni partita i tifosi sardi c’erano sempre ad incitare la loro squadra, arrivavano da ogni parte d’Italia, immancabilmente con i Quattro Mori da sventolare con orgoglio, rivendicando la propria identità.

E si potrebbe continuare ad oltranza descrivendo la diffidenza di chi questo popolo proprio non riesce a capirlo. Come quando, intorno agli anni Ottanta, vennero schedati tutti gli immigrati sardi presenti nell’Italia centrale con l’obiettivo di debellare la criminalità, o ancora, quando in Germania un sardo condannato per stupro ottenne un’attenuante perché “il quadro dell’uomo e della donna nella sua patria doveva essere considerato come attenuante”, tralasciando il fatto che, al contrario, la società sarda si basa su una cultura matriarcale.

Passano gli anni, i secoli, ma l’identità sarda è sempre presente, l’orgoglio, la fierezza di appartenere a questa meravigliosa terra non è da riscontrarsi solo come reazione collettiva verso chi ci vedeva, e ci vede tuttora come una comunità arcaica e primitiva, secondaria oserei dire, ma è stata indubbiamente una forza ulteriore verso il radicamento alla nostra terra. L’isolamento non è stato geografico quanto, piuttosto, umano.

Sardegna “granaio, miniera, serbatoio di carne da macello per l’Italia da farsi” dice Marcello Fois, colonia dell’Italia si continua a mormorare. L’indipendentismo è un pensiero celato ma sempre presente nell’animo sardo, a volte viene urlato, a volte lo si nasconde quasi intimoriti, ma è sempre lì, immobile, vigile e attento. Poco ha a che fare con quei partiti che si reputano tali, più folcloristici e pittoreschi che concreti e autorevoli, abili creatori di slogan e stereotipi ma inefficienti ideatori di programmi seri e ragionevoli, che vengono relegati ai margini del voto politico. Ed è giusto così per il momento. L’indipendentismo deve formarsi dal basso, il popolo sardo dovrebbe interrogarsi sulla questione, capirla per poter capire se, in futuro si potrà mai diventare i reali padroni dell’amata Sardegna. Era difficile prima, è ancor più difficile oggi, l’Unione Europea ci mette di fronte ad un mondo che non cerca indipendenza quanto, piuttosto unità, ma è sempre l’Europa che si dimostra abile esempio di come anche la centralità del potere è tutt’altro che semplice. Uno Stato esteso non è sinonimo di forza, così come uno piccino non lo è di debolezza.

Tra tutti questi interrogativi, l’unica certezza rimane la nostra bandiera, simbolo di un popolo fiero, fedele alla sua Patria, qualunque essa sia, ma ancor più legato alla sua isola magica. E che sventoli libera affianco al vessillo presidenziale, siamo italiani ma prima di tutto sardi.

Il simbolo della Sardegna non si tocca, per nessuna ragione.

Ashtag Sanremo

E dite pure che Sanremo ormai è vecchio e logoro e non se lo fila più nessuno (almeno tra la gente che conta);

E che di ciò che pensa Celentano a voi proprio non frega niente;

E che la “canzone all’italiana” (per fortuna, o purtroppo) ormai non esiste più;

E che avreste preferito pure Pippo Baudo, ma di nuovo Morandi NO;

E che i Matia Bazar si vedono solo lì;

E pure Dolcenera;

E che i soldi del vostro canone li hanno sperperati;

E che voi il canone grazie al cielo non lo pagate;

Ma se avete snobbato l’esibizione di Patti Smith con i Marlene Kuntz andata in onda poco fa… non sapete cosa vi siete persi!  Sono stati semplicemente perfetti.

Finalmente della buona musica in tv, e addirittura a Sanremo! Wawwww.

E ora speriamo nel ripescaggio dei Marlene (con Samuel incorporato) e nella definitiva cacciata di Giggi (ma che lo scrivo a fare, tanto si sa come finisce…), per farvi capire che anche a Sanremo sta iniziando a cambiare qualcosa.

Edit: Impressioni di settembre interpretata da Cristiano e da Patti Smith è la più votata in sala stampa e si beccano un mappamondo in omaggio. Pare che sia in oro… pare. Grandissimi!

Edit 2: eheheh no, non è cambiato proprio nulla. Giggi, come un indigestione, si ripresenta sempre, i nostri seguono il loro prevedibile destino. Fanculo a chi spende soldi per far passare certa gente. A me, il televoto, non mi avrà mai.

A Splinder

Caro piccolo vecchio Splinder, mi mancherai…

Quali sono state le tue colpe? Perchè questo fuggi fuggi?
Non ci hai trattato bene? Ti sei reso antipatico? Magari poco attraente? Ti sei montato la testa?

O forse la colpa è sola nostra, troppo attenti ad andar dietro alle ultime novità della rete e troppo veloci a dimenticare le vecchie. Migliaia di formichine addestrate che rincorrono freneticamente la nuova moda del momento e tu lì, in un angolo, agonizzante, senza più idee, senza più stimoli… moribondo.
 
Mi spiace di aver contribuito a questo sfacelo, abbandonandoti alle maree, alle correnti, mentre una vocina mi diceva torna a bordo, torna a bordo, cazzo. Ma il buio della mia mente mi impediva di farlo.
Io però ci sono sempre stata. Osservandoti da lontano, seduta su uno scoglio sono stata una testimone del tuo lento e triste supplizio.
 
Sono scivolata, Splinder, mi sono ritrovata, senza volerlo, lontana da te e ora sono qui a scriverti una lettera d’addio.
Mi hai permesso di rendere pubbliche le mie parole, hai accolto le mie stravaganze, le mie riflessioni; ho potuto dar sfogo alla mia passione per la scrittura, mi hai traghettato verso altri mondi, altri pensieri, altre concezioni di vita.
Mi mancherai, accidenti.

Grazie di tutto, Splinder, grazie di cuore! 
 

In un giorno di maggio a Trieste

Trieste

Una strada trafficata, le barche ancorate nel golfo, un bianco castello che riflette le sue forme sull’acqua e lo stereo che passa Riprendere Berlino degli After.
Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata perfetta, ma forse lo è comunque.
 
Dal finestrino passano veloci le immagini di questa città, caotica, rumorosa, rassicurante, pensierosa, leggera. Parrebbe quasi un quadro pennellato con colori intensi e caldi da un pittore legato alla sua passione e alla sua città: se è riuscito a creare quest’opera d’arte doveva amarla sul serio.
Perché più che nei monumenti, alcuni maestosi e alteri, altri sconfortanti e angosciosi, l’aria celestiale di Trieste va cercata nelle tinte concepite dal tramonto: nelle ombre marcate che ricoprono le linee severe dei palazzi di Piazza Unità d’Italia, nelle tonalità candide e rossicce che emergono dalle sue colline, nelle sfumature auree che impreziosiscono il molo, nei toni d’azzurro che dipingono l’Adriatico.
Per noi sardi non è un paesaggio certamente nuovo; anche qui il mare così familiare, le colline costellate da macchie di colore, il porto baciato dal sole, ma è l’atmosfera che è differente.
Dopotutto Trieste è la porta tra Oriente e Occidente, è il punto di ritrovo di tante culture diverse, nessuna delle quali, per tanto tempo, a casa propria. Soffermiamo il pensiero sugli italiani, e li rivediamo con lo sguardo rosso di passione verso l’Italia, verso quella Patria così agognata, vicina ma tremendamente lontana. Poi osserviamo i tedeschi, e li ricordiamo con lo sguardo orgoglioso verso il verde nord, con il pensiero volto alle germaniche terre; o ancora gli Sloveni, con gli occhi sognanti rivolti verso est, in cerca di una futura patria dorata. Sì, Trieste è stata terra di speranza. Speranza anche per chi, grondante di lacrime scure, ha visto una risiera diventar simbolo di dolore, ha maledetto quei piccoli mattoncini rossi, ha temuto quelle lugubri celle di morte ed è stato poi assorbito in quei lunghi steli che oggi incanalano l’anima del visitatore verso un atroce passato.
Tanti sguardi, tanti occhi, tante speranze così diverse racchiuse tra le tinte forti di questa città.
E si comprende allora che l’agognata Trieste, sacrificata in un piccolo angolo di terra al confine o forse, incastonata al centro dell’immenso continente europeo, in realtà non è mai stata di nessuno perché è sempre stata di tutti.
Di questi ragazzi, che affollano i tavolini della deliziosa piazza Unità, quelli con i vestiti all’ultima moda per intenderci, e che non possono certo saltare l’aperitivo. Ed è anche di coloro che, davvero numerosi, portano a spasso il cagnolino tra i vicoli della città, sempre abbigliati in modo impeccabile. E non scordiamoci che è anche di tutti quelli che non riparano le ammaccature della macchina, anzi è soprattutto loro perché loro sono i triestini doc. Ed è pure di questi signori che passeggiano sul molo, o di queste ragazze che si soffermano a leggere un libro di Svevo, di Joyce o di Saba, e di questo bimbo con in mano l’ultima saga di Harry Potter. E aggiungerei che è anche di questa signora che mangia un gelato di fronte ad un incantevole tramonto, è di colui che mi ha appena svelato che il caffè triestino è il più buono che esista, e di quest’altro ragazzo che da mezz’ora gira su e giù per cercar parcheggio.
E permettetemi, è pure un po’ mia, che oggi l’ho visitata per la seconda volta e l’ho amata ancora di più.
 
Risalgo in macchina, la strada è sempre più trafficata, qualche barca ha preso il largo, il castello di Miramare è ancora più bello, la radio passa Bye Bye Bombay degli After.
Se fosse stata dedicata a Trieste, la canzone sarebbe stata imperfetta. Va bene così.
  

Il 57% degli italiani non ci sta

L'Italia s'è desta.
…Grazie…

 

Lo Sciopero del Sole

Un giorno venne il sole e disse:
"… e così sia! Se proprio non mi volete
allora me ne vado via!
Non vi chiedevo tanto,
ne croci, ne altare
ma nemmeno un mondo in cui non posso respirare…"

E tutti gli risposero:
"No, ti prego, non te ne andare!
Senza di te sai
non possiamo più abbronzare!
E diventare belli con creme da spalmare
dimenticando tutto
in un estate al mare…"

Gli offrirono dei soldi
ma non ci fu niente da fare
Il sole fece quattro passi
e smise di brillare!
ma l'uomo del miracolo, dalla televisione,
entrò in tutte le case stravolto d'emozione
"Ci ho già pensato io" disse
"È una grande occasione,
pagate e vi sarà dato…
… un sole di cartone"
 

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